La spiritualità del Nuovo Testamento. parte III

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

  1. LA SPIRITUALITÀ DEI SINOTTICI

    Nella prima parte di questa presentazione della spiritualità del Nuovo Testamento abbiamo considerato in genere la sua idea centrale che è quella del Regno di Dio; nella seconda parte ne abbiamo considerato la sua costituzione. Procediamo adesso guardando le condizioni per entrarci.
    c) Condizioni per entrare in questo regno
    Per entrarvi si deve far penitenza, ricevere il battesimo, credere al Vangelo e osservare i comandamenti. Ma a perfezionarvisi, l’ideale proposto ai discepoli è di accostarsi quanto più è possibile alla perfezione stessa di Dio. Essendo Suoi figli, una tal nobiltà c’impone doveri, onde dobbiamo accostarci quanto più è possibile alle divine perfezioni: “Estote ergo vos perfecti, sicut et Pater vester caelestis perfectus est: Siate perfetti come Vostro Padre celeste è perfetto” (Mt 5. 48).
    A conseguire ideale così perfetto occorrono due condizioni essenziali: la rinunzia a se stesso e alle creature, onde uno si distacca da tutto ciò che è ostacolo all’unione con Dio; e l’amore, onde uno si dà intieramente a Dio seguendo Gesù Cristo: “Si quis vult post me venire, abnegat semetipsum, et tollat crucem suam quotidie, et sequatur me: se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9.23).
    Ora la rinunzia ha vari gradi. Deve escludere per tutti quel disordinato amore di sè e delle creature che costituisce il peccato, e specialmente il peccato grave, ostacolo assoluto al nostro fine; il che è tanto vero che, se l’occhio destro ci scandalizza, non dobbiamo esitare a strapparlo: “Quod si oculis tuus dexter scandalizat te, erue eum et projice abs te: se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te. ” (Mt 5.29).
    Ma per coloro che vogliono essere perfetti, la rinunzia sarà assai più intiera e comprenderà la pratica dei consigli evangelici: la povertà effettiva, il distacco dalla famiglia e la castità perfetta o continenza. Chi poi non volesse o non potesse arrivare a tanto, si contenterà della rinunzia interna alla famiglia e ai beni di questo mondo; praticherà lo spirito di povertà e l’interno distacco da tutto ciò che si oppone al regno di Dio nell’anima; può così assorgere ad alto grado di santità. Questi vari gradi risultano dalla distinzione tra precetti e consigli: per entrare nella vita, basta osservare i comandamenti; ma per essere perfetti, bisogna vendere i propri beni e darli ai poveri: “Si autem vis ad vitam ingredi, serva mandata… Si vis perfectus esse, vade, vende quae habes et da pauperibus: Se vuoi entrare entrare nella vita, osserva i comandamenti… se vuoi essere perfetto, va’ vendi quelli che possiedi, dallo ai poveri…” (Mt. 19.16-22)
    La perfetta rinuncia va sino all’amor della croce “tollat crucem suam: prenda la sua croce”; si finisce con amar la croce, non per se stessa, ma per ragione del divin Crocifisso che uno vuol seguire sino alla fine: “… et sequatur me: e Mi segua”. Si riesce anzi a trovare la perfetta letizia nella croce: Beati pauperes spiritu: beati i poveri in ispirito… beati mites: beati i miti… beati qui persecutionem patiuntur: beati i perseguitati… Beati estis cum maledixerint vobis: beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno, e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa Mia.” (Mt 5. 1-12)
    + In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La spiritualità del Nuovo Testamento. part II

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

  1. LA SPIRITUALITÀ DEI SINOTTICI

    Nella prima parte di questa presentazione della spiritualità del Nuovo Testamento abbiamo considerato in genere la sua idea centrale che è quella del regno di Dio. Procediamo ora guardandone la sua costituzione.
    b) La costituzione del Regno di Dio
    Questo Regno interno ha un capo, che è Dio stesso. Ora questo Dio è nello stesso tempo Padre dei Suoi sudditi, non della comunità soltanto come nell’Antica Legge, ma di ogni anima in particolare. La Sua bontà è così grande che si estende anche ai peccatori finchè vivono sulla terra; ma la Sua giustizia colpisce i peccatori ostinati che verranno condannati al fuoco dell’Inferno.
    Questo regno fu fondato sulla terra da nostro Signore Gesù Cristo, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, che è Egli pure nostro Re: per diritto di nascita, perchè è il Figlio, l’Erede naturale, il solo che conosce il Padre come il Padre conosce Lui; e per diritto di conquista, perchè venne a salvare ciò che era perito e versò il sangue a remissione dei nostri peccati. È Re pieno di premure, che ama i piccoli, i poveri, i derelitti, che corre dietro la pecorella smarrita per ricondurla all’ovile, e che sulla croce perdona ai Suoi carnefici.
    Ma è pure Giudice dei vivi e dei morti; e nell’ultimo giorno farà la separazione dei buoni dai cattivi, i giusti amorosamente accogliendo nel Suo regno definitivo, e i reprobi condannando all’eterno supplizio. Non v’è dunque nulla sulla terra di più prezioso di questo Regno; è la perla preziosa ed il tesoro nascosto che bisogna acquistare ad ogni costo.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La spiritualità del Nuovo Testamento. part I.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

In questa breve presentazione della spiritualità del Nuovo Testamento, che consiste essenzialmente nel trattamento di padre Adolfo Tanquerey nel suo ‘Compendio di teologia ascetica e mistica’, consideremo in primo luogo quella dei vangeli sinnotici, ovvero del vangelo di san Matteo, di san Marco a di san Luca; poi quella di san Paolo; e finalmente quella di san Giovanni.

  1. LA SPIRITUALITÀ DEI SINOTTICI.
    L’idea centrale dell’insegnamento di Gesù nei Sinottici è quella del Regno di Dio. A far capire la spiritualità che vi è annessa, ne esponiamo:
    a) la natura,
    b) la costituzione, e
    c) le condizioni per entrarvi. a) La natura del Regno
    Il Regno di Dio predicato da Gesù Cristo nulla ha di terreno, contrariamente a ciò che nei loro pregiudizi pensavano i Giudei, ma è tutto spirituale, opposto a quello di Satana, capo degli angeli ribelli.
    Si presenta sotto tre forme diverse:
  2. il Paradiso o il Regno riserbato agli eletti: “Venite, benedicti Patris mei, possidete paratum vobis regnum a constitutione mundi: Venite benedetti del Padre Mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (Mt 25.34);
  3. il Regno interno quale già si trova sulla terra, vale a dire la grazia, l’amicizia, la paternità divina offerta da Dio e accettata dagli uomini di buona volontà;
  4. infine il Regno esterno che Dio fonda a perpetuare l’opera Sua sulla terra.
    Queste tre forme non costituiscono che un solo e medesimo Regno; perchè la Chiesa esterna non è fondata se non perchè il regno interno possa pacificamente svilupparsi, e questo è, a così dire, il complesso delle condizioni che schiudono il Regno celeste.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Evitare il Purgatorio (2)

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

« Credi tu », dichiara il nostro Signore Benedetto a santa Gertrude la Grande, « che il Mio Corpo Immacolato ed il Mio Sangue Preziosissimo qui sull’altare non siano sufficientemente potenti per condurre coloro che sono sulla via della perdizione ad un migliore corso di vita? » Santa Gertrude, incoraggiata e rincuorata da queste parole, implorò l’Onnipotente Salvatore tramite il Suo Sacratissimo Corpo e il Suo Preziosissimo Sangue durante la Santa Messa allora in via di essere offerta dalla Sua eterna oblazione di Sé sull’Altare per la salvezza dei peccatori, di riportare allo stato di grazia almeno una parte di coloro che furono sulla via di perdizione, e Nostro Signore le ha gentilmente rassicurato che così sarebbe.

Chiediamo dunque per l’intercessione di santa Gertrude e della Beatissima Vergine Maria, Rifugio dei peccatori, la conversione dei peccatori mortali durante la Santa Messa con fiducia e profonda devozione. Chiediamo la propria conversione. Chiediamo la remissione dei propri peccati, la diminuzione o anche la cancellazione totale, di tutto ciò che avremmo meritato nelle fiamme divoratrici del Purgatorio, perché « le nostre iniquità (come leggiamo nel Salmo 39) si sono moltiplicate sopra i capelli del capo », e come leggiamo altrove nelle Sacre Scritture, « Le nostre trasgressioni… sono più numerose delle sabbie del mare » – le nostre trasgressioni che ci sono conosciute, che ci sono conosciute ma dimenticate, le trasgressioni che non ci sono conosciute: per « attingere acque con gioia dalle Fonti del Salvatore » (Is 12), cioè dalle sue piaghe gloriosissime, le acque che « si aprono alla casa di Davide e agli abitanti di Gerusalemme » ( Zac 13 ), « le fonti d’acqua che zampillano per la vita eterna » (Gv 4). « Corriamo alle acque, noi che abbiamo sete e non abbiamo denaro » (Is 55). Perché Nostro Signore Gesù Cristo ci dice: « Chi ha sete , venga » ( Ap 22), e « chi vuole, attinga gratuitamente l’acqua della vita ».

Perché questa sorgente d’acqua è così vasta ed abbondante che basta a lavare i peccati di innumerevoli mondi. Quest’acqua di grazia Egli ci dona in tutti i Santi Sacramenti e nella Santa Comunione, ma mai con maggiore generosità che nella Santa Messa, afferma padre Martin von Cochem, dal cui libro deriva la materia che abbiamo presentata sopra, poiché come dichiara il Concilio di Trento: « I frutti di quella oblazione cruenta sono ricevuti in abbondanza in questa oblazione incruenta. »

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Evitare il Purgatorio (1)

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Continuiamo guardando il carattere espiatorio della Santa Messa. Per comprendere la necessità dell’espiazione, ricordiamo che la conseguenza di ogni peccato è duplice: la colpa e la pena del peccato. La colpa è rimessa con la contrizione e la confessione; la pena (o punizione temporale) è rimessa con la contrizione in confessione e la penitenza data in confessione, che normalmente, però, rimetteranno la pena solo in parte. Quanto più profonda la contrizione, quanto più sincera la confessione, quanto più severa la penitenza: tanto più largamente sarà rimessa questa pena. Ma che dire del resto della sanzione? Deve essere pagato con lagrime, preghiere, veglie, digiuni, elemosine, confessioni, sante Comunioni, sante Messe e Indulgenze qui sulla Terra; e ciò che non sarà stato pagato prima della morte sarà pagato dalle fiamme del Purgatorio dopo la morte. Il venerabile Luigi da Grenada, il dotto e santo domenicano del XVI secolo, sostiene che l’adulto medio trascorre dai trenta ai cinquanta anni in Purgatorio.

Ma se vogliamo, come è del tutto naturale, come Dio desidera nella sua economia di salvezza, e come Gli è proprio appropriato nella Sua infinita bontà e nel Suo infinito amore verso di noi, che noi evitiamo le fiamme del Purgatorio e che usiamo la nostra vita per santificarci, affinché alla morte passiamo subito nella Visione dell’Eterna e Santissima Trinità, allora che cosa possiamo fare? A parte le pratiche a cui abbiamo appena accennato, bisogna assistere alla Messa in ispirito di penitenza, in ispirito di riparazione per i nostri peccati.

Il Concilio di Trento dichiara dogmaticamente: « Se qualcuno dice che il Sacrificio della Messa non è un sacrificio propiziatorio Anathema Sit »; dichiara inoltre che otteniamo la misericordia e troviamo la grazia: «… se ci avviciniamo a Dio contriti e pentiti, con cuore sincero, retta fede, timore e riverenza. Poiché il Signore è placato dalla sua oblazione, concedendo la grazia ed il dono del pentimento, perdonando anche i delitti ed i peccati efferati… ». Quanto ai peccati veniali aggiunge: « Cristo ha istituito la Santa Messa nell’Ultima Cena affinché la sua virtù salutare si applichi alla remissione di quei peccati che quotidianamente commettiamo ». Il metodo con cui la colpa e la pena del peccato saranno rimesse è, come abbiamo detto sopra, mediante la Santa Messa che risveglia la contrizione nel nostro cuore.

Assistere poi alla Santa Messa in spirito di riparazione con piena fiducia nella misericordia di Dio ha l’effetto di ridurre in misura grande il nostro debito verso Dio, come i debiti di quelle persone verso il loro padrone nella parabola, che l’amministratore del padrone riduce incommensurabilmente in un solo atto di misericordia. Si narra infatti che, assistendo con le opportune disposizioni alla Santa Messa in suffragio delle anime sante del Purgatorio, i quattro anni di purgatorio ai quali una determinata anima era stata condannata per giusta ira di Dio, furono commutati in due anni e mezzo.

Scrive un dotto commentatore: « ammesso che i fedeli assistano alla Messa per ottenere questa remissione, essa è concessa immediatamente ed in pieno vigore ». « Tale è la potenza della Santa Messa », afferma un altro pio autore, « che i nostri peccati si sciolgono davanti ad essa come la cera davanti al fuoco, e le pene che abbiamo guadagnate sono allontanate da noi ». L’Infinita Misericordia di Dio ci concede di offrire spiritualmente il Sacrificio della Messa proprio come il nostro sacrificio: « Pregate, fratelli, che il mio e il vostro sacrificio sia gradito a Dio Padre Onnipotente… ». Anche se come peccatori ci siamo fatti nemici di Lui fino ad un grado maggiore o minore, tuttavia la nostra offerta del Sacrificio dell’Immacolato e Divino Agnello di Dio al Padre attira sulle nostre anime il Divin Favore, per la remissione di tutte le nostre offese, anche se, come insegna il Concilio di Trento, i nostri peccati fossero dei più gravi.

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Sepoltura di Gesù

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Ver. 57. Venuta la sera, giunse un uomo ricco di Amimatea, chiamato Giuseppe, il quale era divenuto anche lui discepolo di Gesù. Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra sulla porta del sepolcro, se ne andò.

La sera si stava avvicinando, ma non era ancora venuta, ed era necessario che fosse sepolto prima della sera, quando iniziò il sabato (in cui dovevano riposarsi).

Un certo uomo ricco: Perché un uomo povero non avrebbe avuto il coraggio di fare una richiesta del genere, dice S. Girolamo.

Chiamato Giuseppe. Cristo venne al mondo da Giuseppe, il promesso sposo della Vergine, e fu sepolto da un altro Giuseppe. Giuseppe significa « aumentato », cioè per grazia di Dio. Poiché, come il Patriarca Giuseppe abbondava in castità e affetto per suo padre, così Giuseppe, il marito della Vergine, eccelleva in castità; e questo Giuseppe, ancora una volta, era eminente per il suo tenero amore per Cristo, suo padre spirituale, quando ora era morto. S. Marco lo chiama nobile Consigliere (βουλευτής). Si suppone che sia stato un consigliere di Gerusalemme, dal momento che ha vissuto e fatto il suo luogo di sepoltura lì. Maldonato suppone di aver preso parte al Consiglio sulla presa e l’uccisione di Cristo, ma che non era d’accordo con il resto. Il quale anche lui era discepolo di Gesù, e così desiderava svolgere gli ultimi uffici per il suo Maestro.

Ver. 58. È venuto da Pilato. « Venne coraggiosamente », dice S. Marco, perché sebbene, per paura dei giudei, fosse un discepolo segreto, eppure intraprese senza paura questo difficile lavoro; poiché era sia rafforzato da Cristo che spinto dalla Beatissima Vergine. « Da questo possiamo vedere », dice Vittore di Antiochia, « la sua grande risoluzione e audacia, perché ha quasi sacrificato la propria vita per amore di Cristo, attirando su di sé i sospetti dei suoi nemici, i giudei »; e S. Crisostomo, « L’audacia di Giuseppe è altamente da ammirare, quando per amore di Cristo incorse in pericolo di morte e si espose all’odio generale ». S. Luca e S. Marco dicono, « che anche lui stesso aspettava il Regno di Dio ». Sperava, cioè, attraverso Cristo, nell’amore celeste, e così ha rischiato il pericolo per amor Suo.

E pregò il corpo di Gesù. S. Anselmo (Dial. De Pass.) Dice che è stato rivelato a se stesso dalla Beatissima Vergine che Giuseppe ha dato questo motivo, tra gli altri, per la sua richiesta, che Sua Madre stava morendo di dolore per il suo unico Figlio, e che era irragionevole che la Madre innocente dovrebbe morire così come il Figlio; ma che sarebbe stata una consolazione per lei seppellirlo. Concede dunque a lei, per quanto afflitta, questo favore. È probabile, inoltre, che egli abbia affermato la santità e l’innocenza di Gesù, che Pilato conosceva bene, e che quindi il Suo Corpo non avrebbe dovuto essere gettato via con quelli dei criminali nella Valle dei Cadaveri, adiacente al Golgota, ma era degno di onorevole sepoltura, che era pronto a fornire…

Quindi (avendo sentito e approvato le ragioni di Giuseppe) Pilato comandò che il corpo fosse consegnato. Affinché potesse in tal modo dargli una sorta di soddisfazione per averLo condannato a morte, e anche alleviare la sua stessa condotta dandogli un’onorevole sepoltura, come se Lo avesse condannato per costrizione…

S. Marco aggiunge: « Ma Pilato si meravigliò se fosse già morto », perché i ladri non erano ancora morti, e anche (dice Eutimio) perché si aspettava che Gesù sarebbe morto lentamente essendo un Uomo Divino, superando di gran lunga gli altri in resistenza. « Ma quando seppe dal centurione che era morto, diede il corpo a Giuseppe » (Marco XV. 45).

Ver. 59. E quando Giuseppe ebbe preso il corpo, lo avvolse in un panno di lino pulito. Un simile tessuto si adattava bene a questo corpo purissimo. Sindone è un panno tessuto del lino più fine e delicato, così chiamato da Sidone, dove è stato realizzato per la prima volta. I giudei vi avvolgevano i cadaveri, si legavano mani e piedi con bende e la testa con un tovagliolo (Giovanni XI. 44). Così fece Giuseppe con Cristo (Giovanni XIX. 40). S. Girolamo da questo condanna i sontuosi funerali dei ricchi e aggiunge: « Ma possiamo prendere questo per significare, in senso spirituale, che colui che riceve Gesù in una mente pura lo avvolge in un panno di lino pulito ».

Per questo il corpo di Cristo nella Messa è posto solo in un panno di lino molto pulito e fine. Questo si chiama corporale, dal Corpo di Cristo che contiene al suo interno, come in una tomba. S. Giovanni aggiunge che Nicodemo portò mirra e aloe per ungere e profumare il corpo (Giovanni XIX. 39). Perché questi impedivano ai corpi di putrefarsi.

Misticamente: Eutimio desidera che noi profumiamo di questi unguenti quando riceviamo il corpo di Cristo nel nostro petto, come in una nuova tomba. « Anche noi », dice, « quando riceviamo il Corpo di Cristo all’altare, ungiamoLo con odori dolci, cioè mediante atti virtuosi e contemplazione… ».

Ver. 60. E lo depose nella sua tomba nuova, che aveva scavato nella roccia. S. Giovanni aggiunge (XIX. 41) che era in un giardino. Era « una nuova tomba », per timore che chiunque altro che vi era stato sepolto potesse essere supposto (dice S. Crisostomo) o fingere (S. Girolamo) di essere risorto. S. Agostino dice misticamente: come nessuno prima o dopo di Lui fu concepito nel grembo della Vergine, così nessuno prima o dopo di Lui fu sepolto in questa tomba.

Nella roccia. « Perché se fosse stato costruito con molte pietre e le fondamenta fossero crollate, si sarebbe potuto dire che il corpo fosse stato portato via », dice S. Girolamo. Beda, in Marco XV., descrive completamente la sua forma: « Che era così alta che un uomo difficilmente poteva toccarne la parte superiore. Il suo ingresso era a est. A nord c’era il luogo in cui giaceva il Signore, rialzato sopra il resto del pavimento e aperto a sud ». Anche Adrichomius lo descrive, e aggiunge « che Giuseppe ha dato la sua tomba a Cristo, che fu così sepolto nella tomba di uno sconosciuto ».

« Colui che non aveva una casa Sua quando era vivo (dice Teofilatto), non ha una Sua tomba, ma è posto nella tomba di un altro, ed essendo nudo è vestito da Giuseppe ». « È sepolto », dice S. Agostino (Serm. CXXXIII. De Temp.), « Nella tomba di un altro, perché è morto per la salvezza degli altri. Perché aveva bisogno di una tomba tutta Sua, che non aveva alcuna vera causa di morte in se stesso? Perché aveva bisogno di una tomba sulla terra, il cui seggio era per sempre in cielo? Che cosa aveva a che fare con una tomba, che per lo spazio di tre giorni ha riposato nel Suo letto piuttosto che giaceva morta nella tomba? »

Anagogicamente: Cristo significava così che Lui e i Suoi erano estranei sulla terra e che il paradiso era il loro vero paese. S. Antonio, S. Efrem, S. Francesco e altri preferirono essere sepolti nella tomba di un altro, e non nella propria, secondo il modello di Cristo. Qui, quindi, si è adempiuta la profezia di Isaia (XI. 10), « E il Suo sepolcro sarà glorioso ». Da qui anche l’abitudine dei pellegrinaggi a Gerusalemme per tanti secoli. Da qui l’erezione da parte di S. Elena della Chiesa del Santo Sepolcro, con il suo splendore ineguagliabile, che racchiude sotto lo stesso tetto anche il luogo della crocifissione, della risurrezion. Da qui il desiderio di Goffredo di Buglione, e di altri re dopo di lui, di seppellire nello stesso luogo, e anche l’istituzione di un ordine cavalleresco.

Infine, quella tomba era in un giardino, perché Adamo aveva peccato in un giardino. Quindi anche Cristo ha iniziato la Sua Passione in un giardino e l’ha completata venendo seppellito in un giardino. E anche questo per espiare la sentenza pronunciata su Adamo; e, inoltre, che potesse formare e piantare un bellissimo giardino, fiorente con i fiori e i frutti di tutte le virtù, cioè la Sua Chiesa. Notate qui che il corpo di Cristo fu deposto nel sepolcro, come sulla Croce, con la testa e il viso rivolti in modo da guardare lontano da est e verso ovest. Così Beda e Adrichomius.

Osserva, Cristo, non appena spirò, discese con la sua anima nel Limbus Patrum e rallegrò i patriarchi manifestando loro Se Stesso e la Sua Divinità. Liberò anche le anime del Purgatorio e diede loro il primo giubileo generale. Egli manifestò anche loro la Sua Divinità e li rese benedetti (vedere 1 Piet. Iii. 19). Anche i diavoli, e gli empi all’inferno, condannò alla punizione perpetua, come il loro Signore, il loro giudice e il loro trionfante Vincitore. L’anima di Cristo vi rimase fino al terzo giorno, quando uscì con i Patriarchi e altri santi, riprese il suo corpo e risuscitò nella gloria. Quindi fece riprendere i loro corpi ai Patriarchi e risorgere insieme a Lui. L’ordine, il modo e il tempo in cui queste cose sono avvenute è menzionato all’inizio del cap. xxviii. Osservate, la Divinità di Cristo, la Persona Divina del Verbo, è sempre rimasta ipostaticamente unita sia al Suo corpo nella tomba che alla Sua anima nel Limbus.

E rotolò (aiutato dai suoi servi e da Nicodemo) una grande pietra alla porta del sepolcro. Che nessuno possa portare via il corpo; o, piuttosto, la Sapienza Divina così lo ordinò, affinché gli ebrei dopo la risurrezione non negassero il fatto, e sostenessero che gli Apostoli, che avevano rubato il corpo, avevano inventato coraggiosamente il racconto. E per la stessa ragione Dio ha voluto che il suo corpo fosse sepolto da coloro, come Giuseppe e Nicodemo, che erano degni di credito, e che fosse sigillato e sorvegliato dagli ebrei, affinché in questo modo la Sua Morte e la successiva Risurrezione potessero essere chiaramente noto a tutti. Ora il corpo del Signore, mentre era ancora nella tomba, diede davvero un’indicazione e un preludio (per così dire) della Sua risurrezione, rimanendo incorrotto per tre giorni; essendo in verità un corpo vergine e santo, plasmato dallo Spirito Santo, e come tale dimora per sempre.

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La fine di Giuda

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Poi Giuda, che Lo aveva tradito, quando vide che era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti ed agli anziani, dicendo: ‘Ho peccato, perché hotradito sangue innocente’, ma quelli dissero: ‘Che ci riguarda? Veditela tu’. Ed egli, gettate le monete d’argento nel temiop, si allontanò e andò ad impiccarsi.

Giuda, quando vendette Cristo, non si aspettava che sarebbe stato ucciso, ma si sarebbe limitato ad essere preso, per dare a loro una certa soddisfazione, o in qualche modo sfuggire, come prima, dalle loro mani. Ma trovandoLo condannato a morte, ha sentito la gravità del suo peccato. E pentendosi, quando era troppo tardi, di ciò che aveva fatto, si condannò da solo e si impiccò. « Il diavolo è così astuto », dice S. Crisostomo, « che non permette a un uomo (a meno che non sia molto vigile) di vedere in anticipo la grandezza del suo peccato, per timore che debba pentirsi e rifuggire da esso. Ma non appena un peccato è completamente compiuto, gli permette di vederlo, e così lo travolge di dolore e lo spinge alla disperazione. Giuda rimase impassibile davanti ai numerosi avvertimenti di Cristo; ma quando l’atto fu compiuto, fu portato a un pentimento inutile ».

Che era stato condannato. Da Caifa, cioè, e da tutto il Consiglio, e che presto sarebbe stato condannato da Pilato per la loro autorità e per la loro urgente importunità.

Si pentiva non con un pentimento vero e genuino, poiché questo include la speranza del perdono, che Giuda non aveva; ma con un pentimento forzato, tortuoso e disperato, frutto di una coscienza malvagia e rimpianto, come i tormenti dei perduti.

Riportò i trenta pezzi o d’argento ai sommi sacerdoti: ossia per rescindere il suo patto. Come se avesse detto: « Restituisco i soldi; da parte vostra, restituite a Gesù la libertà ». Così S. Ambrogio (in Luc. XXII), « Nelle cause pecuniarie, quando il denaro viene restituito, la giustizia è soddisfatta ». E S. Ilario, « Giuda ha restituito i soldi che avrebbe potuto esporre la disonestà degli acquirenti ». E S. Ambrogio: « Benché il traditore non fosse stato assolto, tuttavia l’impudenza dei giudei fu smascherata; poiché, sebbene svergognati dalla confessione del traditore, insistettero malvagiamente sull’adempimento del patto ».

Ho peccato in quanto ho tradito il Sangue innocente: perché cosa c’è di più innocente dell’Agnello immacolato? cosa è più puro della purezza di Gesù Cristo?

Ma dissero, che cosa ci importa? Veditela tu: Esegui ciò che hai iniziato. Sopporta la punizione della colpa che possiedi. Non abbiamo colpa in noi stessi. Ma è colpevole di morte lui in quanto falso Cristo, e quindi insistiamo su questo. Ora, poiché si rifiutavano di riprendersi il denaro, Giuda lo gettò nel tempio e si impiccò, disperando della vita di Gesù e della sua stessa salvezza. Perché sicuramente non avrebbe agito in questo modo se i sommi sacerdoti avessero ritirato i soldi e liberato Gesù. Fino a un certo punto, quindi, il suo pentimento era giusto, ma quando lo spingeva alla disperazione era sbagliato. « Guarda come erano riluttanti », dice S. Crisostomo, « a vedere l’audacia della loro condotta, che ha notevolmente aggravato la loro colpa. Perché era una chiara prova che erano stati portati via da un’audace ingiustizia, e non avrebbero desistito dai loro malvagi disegni, nascondendosi scioccamente nel frattempo sotto un mantello di finta ignoranza ».

E gettate le monete d’argento nel tempio, se ne andò e si impiccò. Li portò prima alla casa di Caifa, o certamente a quella di Pilato, dove i capi dei sacerdoti stavano perseguendo il loro caso; e poi, rifiutandosi di prenderli, li gettarono nel tempio perché i sacerdoti li raccogliessero. Alcuni dei sommi sacerdoti erano probabilmente lì, ma comunque gettandoli nel tempio li dedicò, come prezzo del Santissimo Sangue, a usi sacri e pii, se i sacerdoti si rifiutavano di riprenderli.

Se ne andò e si è impiccò. Giuda poi aggiunse al suo peccato precedente l’ulteriore peccato di disperazione. Non era un peccato più odioso, ma uno più fatale per se stesso, come spingerlo nelle profondità dell’inferno. Avrebbe potuto, nel suo pentimento, chiedere (e sicuramente aver ottenuto) perdono a Cristo. Ma, come Caino, ha disperato il perdono; e si è impiccato lo stesso giorno, appena prima della morte di Cristo. Perché non sopportava il pesante rimorso di una coscienza accusatrice. Così S. Leo. Davide aveva profetizzato riguardo a lui: « Che un’improvvisa distruzione », ecc. (Sal. XXXV. 8). Così S. Leone, « O Giuda, tu eri il più malvagio e miserabile degli uomini, perché il pentimento non ti ha richiamato al Signore, ma la disperazione ti ha trascinato verso la tua rovina! » E ancora: « Perché diffidi della bontà di Colui che non ti ha respinto dalla comunione del Suo Corpo e Sangue, e non ti ha rifiutato il bacio della pace quando sei venuto a prenderlo? »

Alcuni dicono che Giuda si sia impiccato a un fico, l’albero proibito della tradizione ebraica e quello del malaugurio.

Ora era l’avarizia che spingeva Giuda a questo destino. « Ascolta questo », dice S. Crisostomo; « Ascoltatelo, dico, avidi. Riflettete nella vostra mente su ciò che ha sofferto. Poiché entrambi ha perso i suoi soldi, ha commesso un crimine e ha perso la sua anima. Tale era la dura tirannia della cupidigia. Non gli piaceva il suo denaro, né questa vita presente, né quella che deve venire. Li ha persi tutti in una volta, e avendo perso la buona volontà anche di coloro ai quali lo aveva tradito, finì per impiccarsi ».

Questa confessione di Giuda, quindi (non a parole, ma nei fatti), era una chiara prova dell’innocenza di Cristo, e sicuramente avrebbe dovuto impedire ai giudei di ucciderLo, se avessero avuto solo la minima quantità di vergogna. Ma la loro ostinata malizia non poteva essere frenata nemmeno da questo strano presagio.

Simbolicamente: Beda osserva (in Atti I.), « La sua punizione conveniva. La gola che aveva pronunciato la parola di tradimento fu strozzata dal cappio. Colui che aveva tradito il Signore degli uomini e degli angeli era sospeso a mezz’aria, aborrito dal Cielo e dalla terra, e le viscere che avevano concepito l’astuto tradimento si spezzarono e caddero ». S. Bernardo, anche, Dice: « Giuda, quel collega dei poteri dell’aria, scoppiò a pezzi nell’aria, come se né il Cielo avrebbe ricevuto né il la terra sopporta il traditore di Colui che era vero Dio e uomo, e che venne per operare la salvezza in mezzo alla terra ».

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Consiglio contro Gesù

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Venuto il mattino, tutti i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farLo morire.

« Vedi qui », dice S. Girolamo, « l’ansia dei Sacerdoti per il male », i loro piedi erano pronti a spargere sangue. Erano spinti dal loro odio amaro di Cristo e dall’istigazione di Satana. Era la mattina di venerdì, solo poche ore prima della Sua crocifissione, quando Caifa, che lo aveva già processato e condannato la sera prima, convocò così presto il grande Concilio del Sinedrio. Era per ottenere la Sua condanna da parte di tutto il Corpo, che avrebbe assicurato la successiva condanna da parte di Pilato.

S. Leone dice: « Questa mattina, o giudei, hanno distrutto il vostro tempio e altari, vi hanno portato via la Legge e i Profeti, vi hanno privato del vostro regno e sacerdozio, e hanno trasformato tutte le vostre feste in guai senza fine ».

Per metterLo a morte. Ovvero, come potevano farlo senza ostacoli o tumulti, e anche con quale tipo di morte, come, ad esempio, quella della Croce, la più ignominiosa di tutte. Alcuni membri del Consiglio erano probabilmente seguaci e amici di Cristo; e questi molto probabilmente si sono assentati, o non sono stati convocati, o mandati via altrove, per paura di difenderLo. Ma se qualcuno di loro era presente, o pronunciava una sentenza a Suo favore, o erano costretti dal clamore degli altri a tacere; come Nicodemo e Giuseppe di Arimataea. Notate che questo malvagio Consiglio ha sbagliato non solo di fatto, ma anche di fede. Perché ha pronunciato che Gesù non era il Cristo né il Figlio di Dio, ma che era colpevole di morte, poiché aveva affermato falsamente di essere entrambi: tutte le affermazioni sono errate ed eretiche.

E quando Lo ebbero legato, Lo portarono via e Lo consegnarono a Ponzio Pilato, il governatore. « Perché », come dice S. Girolamo, « era l’usanza ebraica di legare e consegnare al giudice coloro che avevano condannato a morte ». Ecco allora Sansone legato da Dalila, Cristo dalla sinagoga. Origene dice in verità: « Legarono Gesù che scioglie i legami; io vado avanti »; che scioglie le catene, e dice: « Rompiamo i loro legami a pezzi. Poiché Gesù era legato affinché potesse liberarci prendendo su di Sé i legami e la punizione dei nostri peccati ».

Hanno portato. Caifa, ovvero, e tutti gli altri membri del Consiglio, per schiacciare con il peso della loro autorità sia Gesù che Pilato allo stesso modo. Perché se Pilato si fosse rifiutato di ratificare la loro sentenza, avrebbero potuto accusarlo di mirare alla sovranità di Giuda, e di essere quindi un nemico di Cesare, e così costringerlo in questo modo, anche contro la sua volontà, a condannarlo a morte.

Consegnato a Ponzio Pilato. Perché? Alcuni pensano, da quanto si dice nel Talmud, che agli ebrei fosse proibito mettere a morte qualcuno. Ma il fatto era che i romani avevano tolto ai giudei il potere della vita e della morte. Anania fu deposto dal Sommo Sacerdozio per aver ucciso il Signore e altri, senza il consenso del governatore romano. La lapidazione di S. Stefano fu solo uno scoppio di furore popolare.

C’erano anche altri motivi:

  1. Per rimuovere da se stessi il discredito della Sua morte, come se fosse nata solo dall’invidia;
  2. Disonorarlo il più possibile, facendoLo condannare da Pilato alla morte ignominiosa della crocifissione, la punizione dei ribelli. Loro stessi Lo avevano condannato per blasfemia, che era stata punita con la lapidazione;
  3. DisonorarLo maggiormente facendoLo morire come profano, anche da uno che profanava egli stesso la santa festa della Pasqua.

Ma ai giudei fu inflitta una punizione di rappresaglia; poiché come hanno consegnato Cristo a Pilato, così sono stati consegnati a loro volta per essere distrutti da Tito e Vespasiano.

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Ringraziamento

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Oggi concludiamo le nostre meditazioni sulle quattro finalità della santa Messa, che sono l’Adorazione, l’Espiazione, la Petizione, ed il Ringraziamento. Osorio dice: « Se qualcuno ti ha conferito un grande dono, sei tenuto a manifestare ampia riconoscenza per non sembrare ingrato al tuo benefattore. Ciò è particolarmente vero se abbiamo richiesto il dono. Se l’abbiamo chiesto e l’abbiamo ricevuto, è giusto che dovremo esserne grati ».

Ma cosa abbiamo effettivamente ricevuto da Dio? Quale vantaggio? Tutto ciò che abbiamo – la famiglia, gli amici, i beni, la salute, la conoscenza, la vita, l’essere e tutto ciò che siamo, ma soprattutto la vita soprannaturale attraverso il Battesimo, con la promessa della vita eterna. Ma non è pur vero che Dio si è dato a me morendo per me sulla croce, affinché Lo possedessi per sempre in Cielo? E non è vero che L’ho ricevuto personalmente, e Lo ricevo personalmente nel Santissimo Sacramento dell’Altare? Allora come non ringraziarLo per questo, per i beni finiti che mi dà, per avermi elevato alla vita soprannaturale ed eterna, e per il Bene infinito che è Lui stesso?

La più grande forma di ringraziamento è la santa Messa. La Messa è il ringraziamento per eccellenza: per questo è chiamata la santa Eucaristia, che significa ringraziamento. I testi della santa Messa offrono una espressione sublime di ringraziamento. Nel Gloria preghiamo: Noi Vi lodiamo, Vi benediciamo, Vi adoriamo, Vi glorifichiamo, Vi rendiamo grazie per la Vostra gloria immensa, Signore Dio, Re del cielo, Dio Padre Onnipotente.

Qui rendiamo grazie a Dio come al Signore di tutti, come al Padre divino, il Principio senza principio, non per i benefici che ci ha dato, ma per un fine ancora più nobile e sublime, per un fine che è del tutto trascendente, e questo per la Sua Stessa gloria. Gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam. Ci annientiamo, per così dire, davanti a Sua Maestà infinita; e, come una mera partecipazione lontana al Suo proprio Essere e alla Sua propria Gloria, Lo ringraziamo per Sé Stesso.

Al Prefazio preghiamo: « Rendiamo grazie al Signore nostro Dio: È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Vi rendiamo grazie… ». Qui ancora enumeriamo gli attributi del Dio assolutamente trascendente: il Signore Santo, il Padre, Iddio Onnipotente ed Eterno.

Tale è dunque l’espressione del nostro ringraziamento verso Dio. Ma basta esprimerGli il nostro ringraziamento? Basterebbe passare tutta la vita in ginocchio ringraziandoLo? Basterebbe offrire ogni nostra azione in ringraziamento a Dio per ogni benedizione che ci ha elargito nella vita e che ci promette per tutta l’eternità, culminando nel dono stesso di Sé? È davvero una pratica eccellente fare tutto ciò che facciamo con una santa intenzione come il ringraziamento, la riparazione o l’amore di Dio. Ma è sufficiente per rendere grazie per ciò che è Infinito?

Solo l’Infinito può confrontarsi con l’Infinito. Questo vale per tutte le finalità della Messa. Possiamo adorare Dio adeguatamente solo unendoci all’atto di adorazione che Egli compie nel santo Sacrificio sul monte Calvario perpetuato nella santa Messa. Possiamo adorarLo adeguatamente solo unendo la nostra offerta di noi stessi alla Sua offerta di Sé a Dio Padre in quell’atto di adorazione. Possiamo solo espiare i nostri peccati con i quali abbiamo infinitamente offeso il Dio Infinito unendoci all’infinito atto di espiazione compiuto da Dio stesso. Possiamo chiederGli adeguatamente benefici e soprattutto quelli della nostra eterna salvezza e quella degli altri unendoci all’infinito atto di supplica che Egli fa a Dio Padre nel Santo Sacrificio della Messa, con cui Dio dona Dio a noi, come solo Dio può. Lo stesso vale per il ringraziamento: « che cosa renderò al Signore per tutte le cose che mi ha reso? » (Sal 115,12); « offri a Dio un sacrificio di lode e rendi i tuoi voti all’Altissimo ». (Sal 49,14). Dice sant’Ireneo: « Perché questa santa Messa è stata istituita affinché non appariamo ingrati verso il nostro Dio ». Vale a dire, come spiega padre Martin von Cochem: « Se non fosse per il sacrificio della Messa, non avremmo nulla al mondo intiero con cui rendere adeguatamente grazie a Dio per i benefici che da Lui abbiamo ricevuto ».

La preghiera prima che il celebrante riceva la santa Comunione esprime il sentimento di ringraziamento che dovrebbe essere nostro per tutto ciò che abbiamo ricevuto, culminando nel dono che Dio ci fa di Sé Stesso. « Cosa posso offrirVi in cambio di tutto ciò che ho ricevuto? » In ringraziamento per aver ricevuto Dio, offriamo Dio a Dio: Dio viene offerto in ringraziamento a Dio.

Scrive Segneri: « Fu l’abbondanza del Suo amore che Lo indusse non solo a caricarci di benefici, ma a mettere alla nostra portata i mezzi migliori per ringraziarLo di quei benefici. Apprezziamo dunque i nostri privilegi e avvantaggiamocene! Quando ascoltiamo la Messa, Cristo, immolatoSi per noi a Dio Padre, diviene nostro, e con Lui otteniamo il possesso dei suoi infiniti meriti e siamo in grado di offrirli a Dio Padre per alleggerire il pesante carico che grava su di noi ».

Concludiamo con la preghiera dello stesso padre Martin von Cochem, sulla cui opera si basa questa serie di articoli: « Lode e grazie a Voi, o Signore Gesù Cristo, da me stesso e da tutte le cose create, che per il Vostro purissimo amore per noi avete istituito la santa Messa e ne avete fatto per noi un canale di innumerevoli misericordie e grazie. Come doveroso riconoscimento dei Vostri favori, offro a Voi e per Voi alla Santissima Trinità tutta la lode e il ringraziamento a Voi resi in tutte le sante Messe fino alla fine dei tempi. Prego ed imploro i cori degli Angeli e tutta la compagnia dei redenti di lodare e magnificare il Vostro Santissimo Nome insieme a noi per tutta l’eternità. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

I misteri della Santa Messa (2)

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Ora la sublime gloria della Santa Messa è oggetto di tale odio da parte di Satana, che ispirò i due apostati Lutero e Calvino a denunciarla, privando così i loro seguaci e tutti i membri delle sette protestanti successive dei suoi effetti salutari. L’infelice Martin Lutero racconta nei suoi scritti come gli apparve il diavolo e affermò che la Messa era un atto di idolatria, senza riflettere che se fosse stata veramente idolatria, il diavolo non avrebbe mai voluto che fosse abolita, ma avrebbe preferito che si perpetuasse e si celebrasse sempre più frequentemente fino alla fine dei tempi; che se fosse stato veramente idolatra, tutti gli Apostoli e tutti i martiri, tutti i santi e Confessori che avessero mai offerto o ascoltato la Santa Messa con la massima pietà e devozione, sarebbero stati condannati all’Inferno per aver così gravemente offeso la Divina Maestà.

L’odio del diavolo per il Santo e perpetuo Sacrificio è sfociato di nuovo oggi in un ritorno alle eresie protestanti in seno alla Santa Chiesa stessa, così che la maggioranza dei cattolici (almeno in Europa) non sanno più a cosa partecipano la domenica, o in quelle occasioni in cui si degnano di presenziare alla Santa Messa.

Noi, tuttavia, che conosciamo il privilegio a cui prendiamo parte parte (come celebranti, come assistenti o come comunicanti) dobbiamo meditare nuovamente sui suoi misteri, attraverso una comprensione sempre più profonda della sua natura sacrificale, e così assistere e viverla per renderci meno indegni dell’amore di Nostro Signore, che l’ha stabilito per la salvezza delle nostre anime. Amen.

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

I misteri della Santa Messa (1)

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nel varcare la soglia della Chiesa, mi rendo conto di ciò che sta per accadere alla mia presenza alla Santa Messa? – misteri che superano del tutto i poteri di comprensione dell’intelletto creato.

Il primo mistero lo possiamo descrivere così: che il Dio Infinito, esistente al di fuori del tempo e dello spazio, diviene presente nel tempo e nello spazio davanti a noi. La seconda è che lo fa in unione con una natura umana. Il terzo è che nella Sua Divinità e nella Sua Umanità Egli compie un atto di parola. La quarta è che lo fa parlando attraverso una persona umana, il celebrante. Il quinto è che una Persona Divina e infinitamente perfetta agisce così per mezzo di una persona umana e peccatrice. Il sesto è che tramite le parole che pronuncia assume l’aspetto di pane e vino. Il settimo è che le sostanze del pane e del vino divengono proprio Lui. L’ottava è che l’aspetto del pane e del vino rimane, sebbene senza pane e vino sottostanti, ma tutto sospeso nell’aria. Il nono è che per la separazione dell’apparenza del pane e dell’apparenza del vino, il Suo Sacratissimo Corpo e il Suo Preziosissimo Sangue si separano. Il decimo è che questa separazione rende presente la Sua morte (avvenuta a Gerusalemme per la separazione del Sacratissimo Corpo e del Preziosissimo Sangue). L’undicesimo è che questa morte è la stessa morte numerica, identica al sacrificio che Egli ha offerto sul Monte Calvario. Il dodicesimo è che in tal modo il sacrificio passato e presente in due tempi distinti vengono resi uno. La tredicesima è che, rendendo presente il Santo Sacrificio del Monte Calvario, Egli applica più profondamente e più ampiamente per tutta l’umanità le Grazie acquistate con la Sua morte.

Quanti altri misteri si svolgono durante la Santa Messa? Che dire del frammento dell’Ostia Consacrata messo nel Preziosissimo Sangue dopo la Consacrazione? Che dire del segno di croce che il celebrante si fa con la patena? Quanti sacri misteri, quanti segreti nascosti anche ai cori angelici, conosciuti solo dall’Eterno Cuore di Dio! Quale gloria ineffabile, quale abbondanza di munificenza divina, quali grazie superne riversate sul mondo e su tutti i presenti tramite il compimento di tali misteri sublimi e insondabili!

Afferma san Bonaventura: « La Santa Messa è piena di misteri come l’oceano è pieno di gocce, come il cielo è pieno di stelle, come le corti del Cielo sono pieni di angeli ». Nostro Signore rivelò a santa Mechtilde: « Io solo conosco e comprendo perfettamente che cos’è questa offerta che quotidianamente Io faccio di Me Stesso per la salvezza dei fedeli: essa supera la comprensione dei cherubini e dei serafini e di tutte le schiere del cielo ».

Accontentiamoci di quest’unica infallibile Verità del dogma cattolico: la Messa è il Santo Sacrificio del Monte Calvario. Come tale racchiude in sé tutti i misteri della salvezza, oltre a tutti i misteri che servono a renderlo presente sull’altare.

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il modo di adorare Dio nella Santa Messa

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Ora, il modo in cui il celebrante e i fedeli presenti offrono questo atto a Dio (i primi sacramentalmente ed i secondi spiritualmente) comporta un’unione particolarmente intima con l’offerta che il Nostro Beatissimo Signore Gesù Cristo fa a Dio Padre. Poiché Egli dà al celebrante ed ai fedeli questo atto o tributo di gloria e di adorazione come proprio, affinché possano così ripagare di persona il debito che hanno con la Divinità Infinita. Per questo, come conclude un pio commentatore, la loro oblazione è quella di un Dio, e la lode e l’onore ne sono infiniti.

Nella Santa Messa il celebrante prega in nome della Chiesa: Vi offriamo, o Dio, un sacrificio di lode; recita il Gloria: Gloria in excelsis Deo: noi Vi lodiamo, Vi benediciamo, Vi adoriamo, Vi glorifichiamo; nella Prefazione prega: Sanctus, Sanctus, Sanctus: Santo, Santo, Santo, Signore Dio degli eserciti… Osanna in excelsis… Osanna in excelsis; nel Prefazio il sacerdote parla anche degli spiriti celesti che lodano la Maestà di Dio e concelebrano con Lui.

Molti infatti sono i testimoni dell’adorazione offerta alla Divina Vittima al momento della Divina Immolazione. Scrive santa Brigida: « Tutti gli angeli, dei quali erano tanti quanti sono i granelli in un raggio di sole, Lo adoravano. Erano presenti anche un gran numero di anime sante che si unirono nel lodare Dio e adorare l’Agnello ».

Sappi dunque, o devoto cristiano, che stai in mezzo agli angeli quando ascolti la santa Messa, quando offri a Dio Padre l’Immacolata Vittima alla Sua Infinita Gloria, per pagare a Lui il debito del tuo onore in modo conveniente alla Sua Divina Maestà. Facciamolo, dunque, con i necessari sentimenti di devozione e di pietà, per supplire alla gloria che in passato non gli abbiamo reso nella povertà della nostra Fede e Carità; per riparare alle bestemmie che gli vengono offerte « di continuo e tutto il giorno » nelle parole del profeta Isaia (52); in una parola fare, per intercessione della Beata Vergine Maria, tutto ciò che è in noi, per onorare, lodare, ed adorare l’Eterna Maestà di Dio, mediante l’offerta della Divina ed Immacolata Vittima. Amen.

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

L’Adorazione di Dio nella Santa Messa

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Ora la Santa Messa ha 4 finalità: lode, petizione, ringraziamento ed espiazione. Queste quattro finalità corrispondono ai quattro tipi di preghiera vocale che esistono, e costituiscono la preghiera dell’uomo perfetto, l’Uomo-Dio a Dio. Nella Santa Messa i fedeli uniscono le loro preghiere, le loro preghiere imperfette, a questa Sua perfetta preghiera, perché siano presentate, e degnamente presentate, davanti al Volto dell’eterna Maestà di Dio.

Oggi esamineremo la finalità della lode, altrimenti nota come « adorazione ». Ora l’adorazione è l’onore supremo dovuto all’infinita eccellenza e dignità di Dio. Nostro Signore Benedetto rivelò a santa Mechtilde : « Se vuoi onorarMi, lodaMi e magnificaMi in unione con quella gloria più eccelsa con cui il Padre nella Sua onnipotenza e lo Spirito Santo nella Sua benignità Mi glorificano da tutta l’ eternità, in unione con quella suprema gloria, con la quale nella Mia insondabile sapienza glorifico il Padre e lo Spirito Santo da tutta l’eternità, e con la quale lo Spirito Santo nella sua ineffabile bontà magnifica il Padre e Me Stesso da tutta l’eternità ».

Come glorifichiamo allora Dio? La gloria di Dio è l’unico scopo dell’intera creazione. Tutto nel creato glorifica Dio nella misura in cui può riflettere o imitare qualcosa delle infinite perfezioni di Dio. L’uomo in particolare è capace di riflettere o imitare Dio in questo mondo mediante la sua conoscenza soprannaturale e il suo amore per Dio: mediante la sua Fede e Carità. Poiché mediante la sua conoscenza e amor di Dio può imitare la conoscenza e l’amor di Dio per se stesso.

Ma come può glorificare adeguatamente Dio, come adorare adeguatamente Dio che è infinito e divino, al Quale è dovuta la gloria infinita e divina? Egli può glorificare e adorare adeguatamente Dio solo in unione a quell’atto di Gloria e di Adorazione Infinita e Divina fatta a Lui da Dio Figlio nel Santo Sacrificio della Messa. Questo atto di sacrificio, che come tale è l’atto principale dell’adorazione, è stato stabilito dal nostro Signore Benedetto proprio allo scopo che l’uomo potesse glorificarLo e adorarLo come gli è dovuto.

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il modo in cui avviene l’espiazione nella Santa Messa

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Ma l’assistenza alla santa Messa come espia i nostri peccati? Non lo fa direttamente: solo i sacramenti del battesimo, della confessione, e dell’estrema unzione effettuano il perdono direttamente. Lo fa indirettamente, cioè suscitandone nei nostri cuori una sincera contrizione. Questo è uno dei poteri più sublimi della Santa Messa che non occorre mai dimenticare. Come si può convertire un peccatore indurito? Prova a discutere con lui; prova a toccargli la coscienza indurita come l’incudine dai colpi del martello di innumerevoli peccati; prova a parlargli: si addormenterà; prova ad allarmarlo con il pensiero dell’Inferno: riderà.

San Vincenzo Ferreri scrive che è un miracolo più grande che un peccatore moribondo si converta, che risuscitare un morto alla vita. Ma se almeno possiede la Fede, portiamolo alla Santa Messa affinchè si versi sul suo capo il Sangue dell’Agnello Innocente. Avviciniamolo a Gesù, che confidò a santa Gertrude la Grande: « Credi… e non dubitare mai che ogni giorno desidero con lo stesso amore e con la stessa forza di essere immolato sull’altare per ogni peccatore come ho sacrificato Me Stesso in croce per la salvezza del mondo. Perciò non c’è nessuno, per quanto grave sia il peso del peccato, che non possa sperare nel perdono, se offre al Padre la Mia Vita e la Mia Morte Immacolata, purché creda che così possa ottenere il frutto benedetto del perdono ».

Nostro Signore Benedetto chiede con queste parole al peccatore l’offerta del cuore, ma quanto sarà più efficace l’offerta, se costituisce l’offerta del Signore di Sé Stesso, a cui partecipa il peccatore nella Santa Messa?

In termini simili s’indirizza Nostro Signore a santa Mechtilde: « Tanta è la mia longanimità quando vengo all’ora della Messa, che non vi è presente un peccatore per quanto grande, con il quale non sopporto pazientemente, ed al quale, purché lo desideri, non concedo volentieri il perdono dei peccati ».

Uniamoci dunque alla finalità espiatoria della Messa ogni volta che ci assistiamo, chiedendo la contrizione e il perdono dei nostri peccati: in tutta la Messa, ma in particolar modo nel momento della consacrazione; durante il Confiteor e il triplice battito del petto; quando il celebrante prega che Dio Onnipotente che abbia pietà di voi, vi perdoni i vostri peccati e vi conduca alla vita eterna… che il Signore Onnipotente e Misericordioso ci conceda il perdono, l’assoluzione, la remissione dei peccati; quando prega il Kyrie eleison; quando prega la colletta, la preghiera segreta, ed altre preghiere che implorano il perdono; quando alza l’Ostia Immacolata e il Calice di Salvezza, quando prega tre volte: « Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi… donaci la pace. »

« … Affinché possiamo caricare i nostri peccati sull’Agnello Immacolato, come vittima immolandosi sull’altare, presentato lì dalla Sua Madre Immacolata: affinché Egli possa espiarne tutti nella Sua infinita bontà. In questo modo imitiamo il celebrante all’inizio della santa Messa, mentre si inchina davanti all’altare nel Confiteor in spirito di umiltà e di abbassamento completo: presentandosi come carico dei peccati dell’umanità davanti al Padre Eterno, scrive Marchantius, rappresentando così Cristo sul Monte degli Ulivi quando si prostrò sotto il peso dei peccati del mondo intiero che Gli erano stati posti addosso, e quando, cadendo sul volto, il Suo sudore divenuto come gocce di sangue, pregò il Padre celeste nell’Opera divina della salvezza del mondo. Amen.

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

L’ Espiazione in genere

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Stiamo esaminando le quattro finalità della Santa Messa: lode, espiazione, petizione, e ringraziamento. Presentata la prima, quella della lode, procediamo a presentare la seconda, quella dell’espiazione.

Il Concilio di Trento afferma che Nostro Signore ha istituito la Messa: « …affinché lasciasse alla Chiesa un sacrificio visibile, per cui si renda presente quel sacrificio cruento e se ne applichi la virtù salutare ai peccati quotidiani che commettiamo ». In un altro passo si afferma: « Questo sacrificio è veramente propiziatorio. E se uno si avvicina a Dio contrito e pentito, sarà placato dalla sua offerta e, concedendo la grazia e il dono della penitenza, perdonerà anche i crimini ed i peccati efferati ».

Tale è l’insegnamento costante della Chiesa. Viene espresso dall’apostolo san Giacomo nella sua liturgia: « Vi offriamo questo sacrificio incruento, o Signore, per i nostri peccati e per l’ignoranza del popolo ». Egualmente viene espresso da sant’Atanasio nelle parole: « L’offerta del sacrificio incruento è l’ espiazione dei nostri delitti ». Papa Alessandro I dichiara: « Con l’offerta di questa vittima, il Signore si placa, e perdona tutti, anche i peccati più gravi », e papa san Giulio: « Tutti i peccati e le iniquità sono cancellati dall’offerta di questa oblazione ».

Le parole di san Giacomo ci ricordano che i nostri peccati possono essere di due tipi diversi: i peccati di cui possiamo essere consapevoli e i peccati che ignoriamo di aver commesso. Il re Davide esprime questa verità nel Salmo 24 con la preghiera: « I peccati della mia giovinezza e della mia ignoranza non ricordate » e ancora nel Salmo 18: « Chi può comprendere i peccati? Dai miei segreti purificatemi, o Signore, e da quelli degli altri risparmiate il Vostro servo ».

Il commentatore Marchantio afferma: « Il Santo Sacrificio della Messa offerto a Dio Onnipotente serve ad espiare i peccati mortali, ma preminentemente i peccati segreti, quelli cioè che, dopo un attento esame di coscienza, non possiamo ricordare alla mente. » Dice san Gregorio: « La principale causa di timore per il giusto sta nei peccati di cui non è cosciente, come dice san Paolo: perché, anche se non sono consapevole di colpa alcuna, non per questo sono giustificato. Il mio Giudice è il Signore ». (1 Cor. 4) San Gregorio aggiunge: « Il Signore ha occhi più acuti di me ».

Carissimi fedeli, noi che cerchiamo di condurre una vita buona, che esaminiamo la coscienza ogni giorno, che talvolta possiamo pensare che le cose ci vadano bene moralmente o spiritualmente, soprattutto se siamo lodati, non lasciamoci cullare da un falso senso di sicurezza. Penso che sappiamo tutti quanto grande possa essere la sorpresa lo scoprire (forse perché qualcuno ce lo fa notare) che ci siamo comportati in un modo non cristiano in un campo o nell’altro, e che non abbiamo mai pensato di esaminare.

In vista del fatto dei peccati sconosciuti o dimenticati, è salutare includere tutti questi peccati, almeno implicitamente, nella confessione, ma anche assistere alla Santa Messa con l’intenzione di espiarli – non solo i peccati di cui siamo consapevoli, principalmente mortali, ma anche questi.

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le Cerimonie Del Rito Romano

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Continuando le nostre riflessioni sulla santa Messa, ci riferiamo oggi ad un brano tratto dal libro « La santa Messa » pubblicato all’inizio del settecento da padre Martin von Cochem, Francescano.

L’eccellenza della santa Messa si riconosce dalle cerimonie prescritte per celebrarla. Ne citiamo solo le più importanti: il sacerdote fa sopra di sé sedici segni di croce, si rivolge sei volte verso il popolo, bacia l’altare otto volte, undici volte alza gli occhi al cielo, si batte il petto dieci volte, fa dieci genuflessioni, giunge le mani cinquantaquattro volte, abbassa la testa ventun volte e sette volte le spalle, si prostra otto volte, benedice l’offerta trentun volte col segno della croce, posa ventidue volte le mani sull’altare, prega stendendole quattordici volte e congiungendole trentasei volte, mette la mano sinistra stesa sull’altare nove volte e la porta undici volte sul petto, alza le due mani verso il cielo quattordici volte, undici volte prega a voce bassa e tredici ad alta voce.

Il sacerdote deve osservare ancora una quantità di altre prescrizioni, che portano a cinquecento il numero delle cerimonie. Aggiungete a questa cifra quelle delle rubriche e vedrete che il sacerdote che dice la Messa secondo il rito della Chiesa cattolica romana è obbligato a novecento cerimonie differenti.

Ciascuna di queste ha la sua ragione d’essere, il suo significato spirituale, la sua importanza, ed ognuno fa compiere con la fede richiesta l’ineffabile Sacrificio dell’altare. Perciò papa san Pio V ha ordinato a tutti i cardinali, arcivescovi, vescovi, prelati, e sacerdoti di dire la Messa senza cambiare nulla, senza aggiungere o togliere la minima cerimonia. La più piccola negligenza e’ grave, sia perché ha per oggetto l’atto più grande e più santo del nostro culto, sia perché costituisce una disobbedienza formale all’ordine del papa.

Non si può immaginare d’altronde né un movimento di mano più degno, né una disposizione del corpo più edificante di quelli prescritti dalla Chiesa. Si assiste con più raccoglimento di spirito ad una s. Messa nella quale sono osservate tutte le cerimonie che a quella in cui esse sono violate, e perciò il sacerdote che celebra con esattezza coscienziosa ha diritto alla vostra gratitudine perché, lungi dal distrarvi nella vostra devozione, la facilita. Egli fa sì che le vostre preghiere siano più efficaci e contribuisce in larga parte al loro merito.

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Potenza della santa Messa

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Per presentare la potenza della santa Messa, citiamo la storia seguente dal libro « La santa Messa » da padre Martin von Cochem.

Nella sua Storia della Spagna Mariana si parla di un guerriero spagnolo di nome Pascal Vives che aveva una grande devozione per la santa Messa e assisteva quotidianamente a una o più messe. Accadde, mentre serviva sotto lo stendardo del conte di Castiglia, che un gran corpo di Mori, che in quel tempo aveva conquistata la maggior parte della Spagna, pose l’assedio al castello del conte. La guarnigione, essendo totalmente impreparata a resistere a un assedio, fu ridotta in una grande angoscia, e il conte decise di fare una sortita con tutti gli uomini, e di rischiare la vita nel tentativo di respingere i Mori.

La mattina dell’indomani ascoltò la messa con tutti i soldati e, affidandosi all’aiuto divino, partì contro i nemici. Ma Pascal Vives rimase in chiesa e udì otto s. Messe, una dopo l’altra, pregando con fervore che la vittoria fosse dalla parte del conte. Mentre così pregava e i suoi compagni combattevano, ecco! Pascal Vives montato sul suo destriero fece un valoroso assalto ai Mori, abbattendoli da ogni parte. Chiamando i soldati a seguirlo senza paura, ruppe le file del nemico, ne portò via le bandiere e provocò un grande scompiglio tra di loro. La battaglia durò quasi quattro ore, cessando solo nel momento in cui terminò l’ottava Messa, alla quale aveva assistito Pascal. I Mori furono completamente sconfitti. La vittoria fu universalmente attribuita all’eroico coraggio di Pascal, e il conte ordinò che ne avesse tutto l’onore.

Ma quando tutto fu finito, Pascal era scomparso. Fu cercato in tutto il campo di battaglia, ma non fu trovato da nessuna parte. Il fatto era che era rimasto in chiesa, e lì rimase quasi tutto il giorno, perché si vergognava di lasciarla, temendo che i soldati lo prendessero in giro per un vigliacco, e il conte lo congedasse dal suo servizio. Non gli era giunta alcuna notizia della battaglia, e non sapeva quale parte avevesse preso il sopravvento.

Subito il conte, ritenendo molto probabile che Pascal fosse andato in chiesa per rendere grazie a Dio Onnipotente per la vittoria, ordinò ai seguaci di andarvi a cercarlo. Pascal fu quindi trovato e condotto alla presenza del conte e dei suoi ufficiali. Quando tutti cominciarono a complimentarsi con lui per la sua abilità e a comunicargli che la vittoria che avevano ottenuto era, sotto Dio, da attribuire a lui, era perfettamente stupito e non sapeva cosa dire. Dopo un breve spazio, illuminato interiormente da Dio, confessò la verità, dichiarando di non aver preso parte alla gara, ma di essere stato per tutto il tempo in chiesa, dove aveva ascoltato otto s. Messe.

I soldati non credevano a quello che diceva, insistendo di averlo visto con i propri occhi nel bel mezzo della mischia e di averlo sentito invitarli a combattere valorosamente. Allora Pascal rispose: « Se è proprio come dite voi, il valoroso cavaliere che portava le mie sembianze doveva esser stato il mio angelo custode, perché vi assicuro che oggi non sono uscito dalla chiesa. Lodate Dio con me e rendetegli grazie di cuore per avervi inviato un angelo, per mezzo del quale avete potuto vincere il nemico, ma imparate da questo quanto è gradito a Dio che assistiamo alla Messa e quanto è vantaggioso per noi, perché io sono convinto che se non avessi ascoltato quelle Messe il mio angelo non sarebbe apparso e non vi avrebbe condotto alla vittoria ».

Con queste ed altre parole esortava i soldati ad essere molto ferventi nell’ascoltare la Messa. C’è da sperare che questo avvenimento avrà lo stesso effetto su coloro che lo leggeranno e li renda per il futuro più assidui nella loro partecipazione alla Messa. Soprattutto i grandi peccatori che hanno fatto poca penitenza dovrebbero fare questo. Sappiamo che la giustizia divina è così severa che nessun peccato resterà impunito; deve essere espiato in questo mondo o nell’altro. È molto meglio per te, o peccatore, espiare i tuoi peccati di tua iniziativa in questo mondo che lasciare che sia il giusto giudice a castigarti per loro nel prossimo. E se non puoi fare penitenze difficili, scegli quella facile di ascoltare la Messa, per cui potrai saldare tutti i tuoi debiti.

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il ministro dell’Antico e del Nuovo Testamento

+ In Nomine Patris et Filli et Spiritus Sancti. Amen.

Nelle nostre meditazioni sulla Santa Messa, abbiamo iniziato confrontando il Tempio con la chiesa. Le continuiamo oggi confrontando il ministro sacerdotale dell’Antico Testamento con quello del Nuovo.

Per comprendere la dignità del sacerdozio, ci si rivolge, quindi, prima all’Antico Testamento, riferendosi al brano dell’Ecclesiastico 50 sul sommo sacerdote Simeone: « Egli rifulse nei suoi giorni come la stella mattutina in mezzo a una nuvola, e come la luna piena. E come il sole quando splende, così risplendeva nel tempio di Dio. Come l’arcobaleno che illumina le nuvole luminose, e come le rose nei giorni di primavera, come i gigli che stanno sull’orlo dell’acqua, come l’incenso profumato nel tempo dell’estate. Come un fuoco fulgido, come l’incenso che arde nel fuoco, come un vaso massiccio d’oro adorno di ogni pietra preziosa, come un ulivo che germoglia e un cipresso che si erge in alto, quando indossava il manto della gloria e si vestiva con la perfezione della potenza, quando salì al santo altare, onorò il vestibolo della santità. E quando tolse le porzioni dalle mani dei sacerdoti, stette lui stesso presso l’altare… e intorno a lui c’era l’anello dei suoi fratelli… e come il cedro del Libano, come rami di palme… nella loro gloria. E le oblazioni del Signore erano nelle loro mani davanti a tutta la comunità d’Israele, e terminato il suo servizio sull’altare per onorare l’offerta del Re Altissimo, stese la mano per fare una libagione e offrì il sangue dell’uva. Effuse ai piedi dell’altare un odore divino all’altissimo Principe… poi tutto il popolo… si prostrò con la faccia a terra per adorare il Signore Dio Vostro e per pregare l’Onnipotente Dio Altissimo, ed i cantori alzarono le voci e nella grande casa il suono della soave melodia aumentò, ed il popolo in preghiera supplicò il Signore Altissimo, fin quando il culto del Signore non fosse compiuto ed avessero terminato il loro ufficio. Poi, sceso, alzò le mani sull’assemblea dei figli d’Israele per dare gloria a Dio con le labbra e per glorificare il Suo Nome… ».

Come la dedicazione del Tempio, così anche il sacerdozio e l’ufficio sacerdotale dell’Antica Dispensazione non sono che una pallida immagine e prefigurazione di quelli della Nuova. Perché qui il sangue versato non è quello dell’uva, ma il Sangue Preziosissimo e Adorabile del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, in quanto le preghiere della nuova Dispensazione hanno effettuato la trasformazione del sangue dell’uva nel Sangue stesso di Dio.

Se la stella del mattino, la luna, l’arcobaleno, le rose, i gigli, la primavera, l’estate, l’oro e tutte le pietre preziose, gli ulivi, i cipressi, il cedro del Libano e le palme sono immagini delle glorie dell’ufficio sacerdotale del Tempio, quanto più sono immagini delle glorie dell’ufficio sacerdotale delle nostre chiese, quale esercitato nel Santo Sacrificio della Messa: glorie incomparabili, innumerevoli, ineffabili, e che trascendono intieramente la comprensione di ogni intelligenza creata.

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Casa e il Ministro della Santa Messa

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nel considerare i Santi Misteri della Messa, è opportuno iniziare meditando sulla dignità della casa in cui vengono eseguiti ed il ministro dal quale vengono eseguiti. Poiché il Nuovo Testamento è nascosto nell’Antico, e l’Antico è rivelato nel Nuovo, guarderemo prima il Tempio e il Sacerdozio dell’Antico Testamento per farci un’idea della Chiesa e del sacerdozio del Nuovo.

Il Tempio dell’Antico Testamento e la Chiesa del Nuovo

Nel terzo libro dei Re leggiamo come il re Salomone, in occasione della Dedicazione del Tempio, offrì 22.000 buoi e 12.000 montoni. Furono macellati, purificati, smembrati e posti sull’altare. Mentre il re pregava, il fuoco cadde dal cielo e li consumò. Il Tempio fu riempito da una nuvola, nella quale apparve la gloria del Signore. Il popolo cadde per terra e adorò il Signore. Il re alzò le mani al Cielo e gridò: « Si deve dunque pensare che Dio dimora davvero sulla terra? Perché se il Cielo e il Cielo dei Cieli non possono contenerVi, tanto meno questa casa che ho costruito ».

Se tale è la gloria del Tempio di Gerusalemme, che dire della gloria delle nostre chiese? Il Tempio è consacrato dal sacrificio di animali e dall’offerta di pane e vino; nell’Arca dell’Alleanza c’era il pane. Le nostre chiese invece sono consacrate dall’olio santo e dal crisma, dall’acqua santa e dall’incenso; sono santificati da ripetuti Segni di Croce e infine dal Santissimo Sacrificio della Messa; innumerevoli sono le preghiere nell’Antica cerimonia per la Dedicazione di una chiesa.

Nel Tempio viene offerto il sacrificio di animali, qui l’Unigenito Figlio di Dio; nel Tempio si offrono pane e vino e si riserva il pane, qui si offre l’Unigenito Figlio di Dio sotto le sembianze di pane e vino, e sotto le sembianze di pane si conserva nel tabernacolo; là nel Tempio Dio dimora in senso spirituale, qui dimora sacramentalmente e Realmente nel Corpo, nel Sangue, nell’ Anima e nella Divinità: « Quam terribilis est locus iste (Genesi, 28): Quanto è terribile questo luogo, questo non è altro che la Casa di Dio e la Porta del Paradiso. » Così è detto del Tempio, e ancora con le parole di Davide: « Adorerò nel Vostro santo tempio, a Voi salmeggerò davanti agli angel i» (Salmo 137).

Ma quanto più terribile e maestosa è la chiesa, che diviene successivamente Nazaret, Betlemme, il Calvario, e il luogo dove Dio stesso dimora in tutta la Sua pienezza di Signore Risorto, la chiesa alla quale discende dal cielo per morire, accompagnato da migliaia di puri spiriti celesti, che si prostrano in adorazione davanti a Lui, offrendoGli anche il tributo delle nostre povere preghiere e intercedendo per noi nella più abietta oblazione di sé stessi. Con quale riverenza non dovremmo dunque entrare in chiesa, con quale cura evitare ogni stoltezza, ogni discorso superfluo e frivolo, gli sguardi curiosi e i pensieri irriverenti e vuoti?

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

L’uomo davanti a Dio (2)

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nella prima parte di questa meditazione ci siamo chiesti chi siamo dal punto di vista della nostra sostanza che è il nulla; dal punto di vista della qualità sono misero quanto al corpo e nobile quanto all’anima secondo la quale devo dunque vivere; rispetto alla relazione sono figlio di Adamo e dunque peccatore; rispetto all’occupazione sono obbligato a vivere santamente secondo il mio status di vita.

In quinto luogo, mi pongo la domanda per quanto riguarda la sofferenza. Chi sei tu? vale a dire, che cosa soffri? Rispondi: nel corpo soffro la fame, la sete, la malattia, le continue afflizioni, sicché non ho neanche il più piccolo intervallo di tempo in cui non ho molte cose da sopportare. Quanto all’anima mia, ho afflizioni, dolori e ansie, angosce, collere, sdegno, tenebre, paure, ecc. Sembro essere per così dire il bersaglio a cui le afflizioni scagliano i loro dardi e mi trafiggono con le loro frecce. Sii dunque irremovibile nella pazienza, affinché tu possa sopportare pazientemente e generosamente ogni cosa e ottenere la corona eterna della pazienza in Cielo.

Sesto, per quanto riguarda il luogo. Chi, ovvero dove sei? Rispondi, io sono sulla terra, posto tra il paradiso e l’inferno, in modo tale che se vivo santamente, posso passare in Paradiso, se malvagiamente, all’Inferno. Vivi dunque attentamente, prudentemente e santamente, affinché non l’Inferno, ma il Paradiso ti accolga, quando questa breve vita mortale sarà finita.

Settimo, per quanto riguarda il tempo. Chi sei tu? Quando sei nato? Quanto tempo hai vissuto? Quando morirai? Risposta: nato ieri, oggi vivo, domani morirò. « Poiché siamo di ieri e non sappiamo nulla; tutti i nostri giorni sulla terra non sono che un’ombra » (Giobbe 8,9). Perciò disprezza tutte le cose temporali, che volano via come un uccello. Amate e bramate le cose celesti, che durano in eterno con Dio e gli angeli. Così tu, essendo eterno, sarai eternamente felice e dimorerai nelle delizie eterne. Perché come dice S. Gregorio: « Per essere eterni e felici eternamente, imitiamo l’eternità. E questa è per noi una grande eternità, anche l’imitazione dell’eternità ».

Infine, per quanto riguarda la postura e l’abbigliamento. Chi sei tu? ovvero, che postura o vestiti hai? Rispondi, sto in piedi, mi siedo, mi sdraio; indosso l’abito del cristiano, del sacerdote, del vescovo, del religioso. Bada dunque a vivere secondo la tua abitudine. Perché non è l’abito che fa il cristiano, o il monaco, ma la purezza di vita, l’umiltà, la carità.

Che Dio ci aiuti ad amarLo e che Dio abbia misericordia di tutti noi!

+ In nomine Patris et Filii e Spiritus Sancti. Amen.

L’uomo davanti a Dio (1)

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

In queste mese di ottobre nel quale celebriamo la festa di san Francesco che ha chiesto a Dio « Chi sei Tu e chi sono io?” meditiamo sulle riflessioni di Cornelio a Lapide sulla domanda a san Giovanni Battista « Chi sei tu? » nel commentario sul vangelo di san Giovanni: « Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: Tu, chi sei? ».

Chi sei tu? Sembra che almeno tacitamente i capi dei sacerdoti abbiano chiesto a san Giovanni se fosse il Cristo o no; perché Giovanni risponde: ‘Io non sono il Cristo’. Inoltre, sapevano che Giovanni era figlio del sacerdote Zaccaria, e quindi sacerdote Egli stesso. Quando dunque dicono « chi sei tu? » chiedono virtualmente: quale ufficio hai ricevuto da Dio? Con quale scopo Dio ti ha mandato a predicare e battezzare? Perché Dio era solito affidare i maggiori uffici ai sacerdoti.

Moralmente, ognuno si chieda spesso: chi sono?

In primo luogo, per quanto riguarda la nostra sostanza. Ascolta la tua coscienza che risponde a te stesso: il nome di Dio mio Creatore è, IO SONO QUELLO CHE IO SONO (Esodo, 3). Il mio nome dunque come creatura è « Io sono quello che non sono », perché non sono nulla di me stesso, ma dal mio nulla sono stato generato da Dio e fatto uomo. Perciò il mio corpo e la mia anima non sono miei, ma di Dio, che me li ha dati, anzi prestati. Come soleva dire san Francesco: « Chi siete Voi, o Signore? Chi sono io? Voi siete un abisso di saggezza e longanimità, e ogni bontà. Io sono un abisso di ignoranza, debolezza, di ogni male e miseria. Voi siete un abisso dell’essere, io del nulla ». Onde quando Cristo apparve a santa Caterina da Siena, disse: « Benedetta sei tu sai chi sono io e chi sei tu. Io sono Colui che è, tu sei colei che non è ».

In secondo luogo, per quanto riguarda la qualità. Chi? ovvero, di che specie sei? Risposta: per quanto riguarda il mio corpo, sono debole, misero e miserabile; quanto alla mia anima, quanto alla mia ragione, sono simile agli angeli; quanto al mio appetito sensibile e alla mia concupiscenza, sono come le bestie. Perciò seguirò la mia ragione, e così mi assimilerò agli angeli.

In terzo luogo, per quanto riguarda la relazione. Chi? ovvero, di chi sei figlio? Rispondi, io sono il figlio di Adamo, il primo peccatore, e quindi essendo nato nel peccato, vivo nel peccato e devo morire nel peccato, a meno che la grazia di Cristo non mi liberi dai miei peccati e mi santifichi e mi salvi.

In quarto luogo, per quanto riguarda l’occupazione. Chi sei tu? Di quale mestiere sei? Sono falegname, fornaio, governatore, pastore, avvocato. Vedi dunque di esercitare te stesso nella tua chiamata, qualunque essa sia, come richiede la legge di Dio, vale a dire, in modo tale che tu viva sobriamente, rettamente e devotamente in questo mondo presente, aspettando la beata speranza e la venuta della gloria del grande Dio, affinché tu possa così passare attraverso le cose temporali, da non perdere, ma guadagnare le cose eterne. Lavora, studia, vivi per l’eternità. Come san Bernardo soleva spesso dire a se stesso: « Bernardo, dimmi, perché sei qui? ». E con questo pungolo, per così dire, si mosse allo zelo per tutte le virtù.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

4. L’Imitazione del Bambino Gesù

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

In questo tempo natalizio accogliamo il Signore nella Sua semplicità, nella Sua innocenza, e nella Sua umiltà. AmiamoLo così, ed amandoLo imitiamoLo così. ‘Imparate da me’ ci dice, ‘Che sono mite ed umile di cuore.’

L’imitazione di Cristo è l’unico scopo della vita umana: per questo siamo stati creati, ossia secondo la Sua immagine; questo è il fondamento della nostra dignità, della nostra eccellenza come uomini; questo è la misura della nostra gloria eterna in cielo. Bisogna imitarLo in tutto ciò che sappiamo di lui: in tutto ciò che faceva ed era – ed era anche un bambino.

Nostro Signore Gesù Cristo ci insegna che bisogna divenire come bambini per entrare nel regno di Dio – come bambini innanzitutto verso Dio: per mezzo della semplicità e dell’innocenza nella preghiera e nella confessione, dicendo tutto a Lui ed al Suo ministro con una grande semplicità, senza nascondere niente; per mezzo della nostra umiltà, sapendo che Lui è tutto e noi non siamo niente.

Bisogna divenire come bambini anche verso il prossimo, nella semplicità e nell’innocenza dei nostri rapporti con lui, ed anche nel pregare per i nostri nemici (ovvero per coloro che ci offendono), senza mai parlare male di loro. Bisogna anche essere umili con tutti e non cercare il nostro interesse nel primo luogo, ma piuttosto la gloria di Dio in tutte le cose.

E così, carissimi fedeli, abbiamo meditato sulla Gloria di Dio nell’arco dei cieli come la luce increata ed eterna, annunciata dagli angeli alla notte della Sua natività, e poi apparso in terra come un piccolo Bambino.

Questo Bambino bisogna amare ed imitare per poterci avvicinare a Lui senza paura, per provare, nelle parole di nuovo di don Guéranger, ‘meno spavento all’annuncio terribile che ci fa il Vostro profeta il quale, superando i secoli con la rapidità della Vostra parola, ci preannunzia già l’avvicinarsi di quel giorno terribile in cui Voi verrete all’improvviso, ardente nel Vostro furore con le labbra piene d’indignazione e la lingua simile ad un fuoco divoratore. Oggi non facciamo che sperare, e aspettiamo una Venuta del tutto pacifica: siateci propizio nell’ultimo giorno; ma ora lasciate che Vi diciamo con uno dei Vostri pii servi, il venerabile Pierre de Celles…:

Sì, venite, o Gesù, ma nelle fasce, non nelle armi; nell’umiltà, non nella grandezza; nella mangiatoia, non sulle nubi del cielo; nelle braccia della Madre Vostra , non sul trono della Vostra Maestà; sull’asina, e non sui Cherubini; verso di noi, e non contro di noi; per salvare e non per giudicare; per visitare nella pace e non per condannare nel furore. Se venite così, o Gesù, invece di fuggire da Voi, è verso di Voi che correremo’.

Anzi, carissimi amici, se noi avremo vissuto semplici, innocenti, umili come bambini Lui ci accogliera come bambini, e ci dirà: ‘Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite, perché di questi è il Regno di Dio.’

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

3. La Natività Spirituale

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Ogni Natale brilla una nuova luce della gloria di Dio quando il Bambino Gesù in modo spirituale nasce di nuovo nel mondo – il santo Natale non essendo solamente una ricorrenza o celebrazione della Sua nascita passata, bensì una nuova nascita nel senso spirituale.

Questa nuova luce, questa nascita spirituale del Signore avviene in noi: portando agli occhi della mente ed ai cuori nuove grazie divine, e meglio ci saremo preparati, più ricche ed abbondanti saranno.

Ora il Nostro Signore Gesù sarebbe potuto venire in questo mondo da adulto, come Adamo, ma è venuto da bambino. Perché? Forse proprio perché voleva nascere in noi, nelle menti e nei cuori, e voleva essere accolto da noi ed in noi come un bambino.

Desiderebbe dunque che noi Lo accogliamo come un Bambino, che noi ci relazioniamo a Lui come ad un bambino: un desiderio che Lui esprime nel passo del vangelo di san Marco: ‘Chi avrà ricevuto uno di questi piccoli in nome mio, riceve me.’

Quali sono le virtù che Lui ci ha manifestate nella Sua vita terrena che sono proprio quelle di un bambino? Forse sopratutto la semplicità, l’innocenza, l’umiltà. Cristo come Dio è semplice ed innocente: è la semplicità e l’innocenza stesse, la semplicità essendo Un Dio; l’innocenza essendo la Bontà e la santità stesse.

Anche come Uomo, Cristo è semplice ed innocente: le Sue parole e la Sua dottrina sono semplici e comprensibili a tutti, pure ai bambini; e non c’è pretesa, né pericolo, né il più piccolo inganno in Lui. Come Uomo è pure l’umiltà in persona – Lui Che si è spogliato di sé Stesso ovvero della Sua gloria divina per divenire uomo e schiavo, per essere crocifisso per noi. Ma a Natale vediamo l’umiltà di Nostro Signore in modo particolare: Gli angeli cantano l’inno della sua Gloria in cielo e Lui nasce come un bambino in terra e per terra.

Ecco la gloria del Signore nel più alto dei cieli,’ dice don Guéranger: ‘chi potrà vederla e non morire? Ora, contemplate lo stesso Signore sulla terra, nei giorni in cui ci troviamo. Lo racchiude il seno d’una vergine, colui che neanche i cieli potevano contenere. Il Suo splendore, lungi dall’oscurare gli Angeli, non è nemmeno percettibile ai mortali. Nessuna voce fa risuonare attorno a lui le celesti parole: Santo, Santo, Santo è il Signore Dio degli eserciti! Gli Angeli non dicono più: Tutta la terra è piena della sua gloria; perchè la terra è il teatro del suo abbassamento, d’un abbassamento così profondo che gli uomini stessi lo ignorano…

‘O Dio dell’Antica Alleanza, quanto sei grande, e chi non tremerebbe davanti a te? O Dio della nuova Alleanza, quanto Vi siete fatto piccolo, e chi non Vi amerebbe? Guarite il mio orgoglio, principio di tutte le mie ribellioni; insegnatemi a stimare ciò che Voi stimate. Voi creaste il mondo una seconda volta con la Vostra Incarnazione; e in tale creazione più eccellente della prima, operate nel silenzio, trionfate nell’annientamento. Anch’io voglio umiliarmi sul Vostro esempio, ed approfittare delle lezioni che un Dio è venuto a darmi da un luogo così eccelso. Abbassate dunque, o Gesù , tutte le mie alture; è questo uno dei fini della Vostra Venuta. Io mi offro a Voi, come al mio Signore: fate di me ciò che Vi piacerà.’

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

2. La luce dell’Incarnazione nelle tradizioni patristiche e liturgiche

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Per illustrare il mistero della concezione e del parto verginali della Madonna, adopera la Chiesa di nuovo, nella tradizione patristica e liturgica, l’immagine della luce.

Quanto alla tradizione patristica scrive san Bernardo: ‘Siccome lo splendore del sole riempie e penetra una finestra di vetro, senza infrangerla, e trapassa la sua forma solida con impercettibile sottigliezza, né nuocendola entrando, né rompendola uscendo: così il Verbo di Dio, lo Splendore del Padre, entrò nella camera verginale ed uscì dal grembo chiuso.’

Quanto alla tradizione liturgica, il prefazio delle s. Messa della Madonna utilizza l’immagine di luce per rappresentare la Natività di Colui Che è sia Figlio di Dio che Figlio della Vergine Immacolata: ‘… virginitatis gloria permanente, lumen aeternum mundo effudit, Jesum Christum, Dominum nostrum’: mentre la gloria della verginità permaneva, versava sul mondo la luce eterna: Gesù Cristo, Nostro Signore.’

Similmente, ma in modo più sviluppato, il prefazio del santo Natale dichiara: ‘Quia per incarnati Verbi mysterium, nova mentis nostrae oculis lux tuae claritatis effulsit: ut dum visibiliter Deum cognoscimus, per hunc in invisibilium amorem rapiamur.’ ‘Per il mistero del Verbo Incarnato una nuova luce della Vostra gloria ha brillato agli occhi della nostra mente: così mentre conosciamo Dio visibilmente, tramite Lui siamo rapiti all’amore delle cose invisibili’: in altre parole, noi, vedendo Dio Stesso nella Sua umanità, nella forma di Nostro Signore Gesù Cristo, siamo rapiti all’amore per Lui nella Sua Divinità. Questo passaggio dalla Umanità alla divinità che deve essere il nostro più fervoroso desiderio in ogni preghiera mentale, viene espresso nella parola del Signore Ego sum Janua, Io sono la porta, nella quale parola ci invita di passare attraverso della Sua sacratissima umanità, per entrare nella Sua Divinità.

Questo stesso prefazio si recitava, fino alle innovazioni liturgiche, anche nella festa del Corpus Domini (tra altre) per esprimere lo stesso passaggio dalle cose visibili alle cose invisibili. Si fà notare inoltre che il sacro concilio di Trento si serve di un linguaggio simile per parlare dei tratti della s. Messa come quello del silenzio del canone romano: ‘con cui le menti dei fedeli siano attratte da questi segni visibili della religione e della pietà, alla contemplazione delle altissime cose che sono nascoste in questo sacrificio.’

Quando il prefazio dice ‘una nuova luce della Vostra gloria’, parla della manifestazione della divinità in forma umana a Natale. Anteriormente, la luce di Dio aveva brillato sul mondo in altri modi: nella fede del popolo eletto e nelle grazie su di esso elargite; ma, con la nascità del bambino Gesù, ha brillato una nuova luce sul mondo, la luce per eccellenza, la stessa Luce increata di Dio.

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

1. La Luce della Natività

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Noi cattolici non vogliamo riempire le menti ed i cuori col buio, bensì con la luce: non con le tenebre dell’ignoranza e del peccato, che non erano mai più fitte di oggi, né nel mondo né nella Chiesa, ma con la luce della Fede e della carità; non col non-essere ma coll’essere; non col falso ma col vero, non col male ma col bene, con la bontà, e con la santità. Vogliamo alzare i cuori e rivolgere gli occhi alla luce eterna che sta per sorgere per noi nell’arco dei cieli, e splende nelle tenebre: e le tenebre non l’hanno superata, e le tenebre non l’hanno spenta.

In questa luce, in questo sole, ha posto Dio il Suo tabernacolo (salmo 19): posuit in sole tabernaculum suum: ovvero nel sole della Sua Divinità ha posto il tabernacolo della Sua umanità: il tabernacolo in cui è venuto abitare in mezzo a noi in terra (habitavit in nobis – il termine greco originale significando l’abitare in un tabernacolo, in una tenda).

Il termine ‘tabernacolo’ in questo salmo viene inteso anche della Beatissima Vergine Maria: che fu se stessa ‘posta nel sole’, in Dio, così che venne, nelle parole di san Bernardo ‘immersa nella luce inaccessibile.’ Ed in questo tabernacolo che è la Madonna, il vero cielo terrestre, Dio, nelle parole di sant’ Agostino ‘si unì alla natura umana come uno sposo ad una sposa’ e nella frase del libro Ecclesiastico (24.6) messa dalla Chiesa nella bocca della Madonna: ‘Ho fatto nei cieli che sorgesse la luce inestinguibile: ‘Ego feci in caelis, ut oriretur lumen indeficiens.’

Quanto all’uscire dal seno immacolato della Madonna, la Chiesa canta nel responsorio di Avvento le parole seguenti: ‘egressus eius sicut a principio dierum aeternitatis’: il Suo uscire fu come dal principio dei giorni dell’eternità, dove la generazione dalla Madonna viene paragonata con la generazione dal Padre Divino Che è il Principio dentro della Santissima Trinità, ‘il Principio senza principio’da Cui pocede il Figlio Divino fuori tempo nel mistero insondabile ed ineffabile della vita di Dio. In un altro posto, la santa Madre Chiesa applica alla nascita una frase simile del Cantico dei cantici (4.16): ‘Emissiones tuae paradisus’: le vostre emissioni – ciò che voi generate – è il paradiso.

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

3. L’Intercessione degli Angeli per Noi

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Gli Angeli pregano Dio e offrono al Padre il sacrificio del Figlio diletto; lo fanno anche per noi. Scrive san Giovanni Crisostomo: “Quando il sacerdote all’altare offre il Sacrificio Stupendo e Sublime, gli angeli stanno accanto a lui, e tutt’intorno all’altare sono schierati cori di spiriti celesti che alzano la voce in onore della Vittima immolata. Così non sono solo gli umili mortali che invocano Dio: gli angeli si inginocchiano davanti a Lui, gli arcangeli supplicano a favore degli uomini. È il loro tempo più propizio, si può dire, quando la sacra Vittima è a loro disposizione. Per mezzo di Lui sollecitano le loro petizioni. Possiamo immaginarli parlare così: «Preghiamo, o Signore Dio, per coloro che Vostro Figlio ha tanto amato da morire per loro; supplichiamo per coloro per i quali Egli versò il Suo Preziosissimo Sangue; imploriamo la grazia per coloro per i quali ha offerto il Suo Sacratissimo Corpo in Croce».

Gli angeli offrono il sacrificio per noi; offrono anche le nostre preghiere a Dio. Ricordiamo il passo dell’Apocalisse: “Un angelo venne e si fermò davanti all’altare con un turibolo d’oro e gli fu dato molto incenso perché offrisse delle preghiere di tutti i santi sull’altare d’oro che è davanti al trono di Dio. E il fumo dell’incenso delle preghiere dei santi salì davanti a Dio dalla mano dell’angelo».

Ora l’angelo in questione può essere san Michele che è particolarmente incaricato di portare a Dio le preghiere dei fedeli; può invece simboleggiare una moltitudine di angeli, come tutti quelli che sono presenti; o addirittura può significare Nostro Signore Stesso, il Grande e Divino Angelo – “angelo” significando colui che è inviato da Dio, il che è particolarmente vero per Nostro Signore Benedetto. Infatti è Nostro Signore Stesso che offre il Sacrificio della Messa nella propria Persona per la salvezza e per il bene del popolo; ma è sufficientemente attestato che gli angeli che sono presenti ed offrono il sacrificio, offrono con esso le preghiere del popolo a Dio. Il testo della Messa che ricorda questo passo dell’Apocalisse recita: “Ti preghiamo umilmente, Dio onnipotente: ordina che [queste offerte] siano portate per le mani del Vostro angelo santo al Vostro sublime altare, al cospetto della Vostra Divina Maestà.”

P. Martin di Cochem commenta; «Facciamo dunque ciò che è in noi nell’ascoltare ogni giorno la Messa, affinché le nostre preghiere siano portate in Cielo nelle mani pure degli angeli, e supplichiamo l’Altissimo che le accolga benevolmente perdonando la nostre tante mancanze per la devozione degli spiriti celesti ai quali ci associamo”. San Leonardo da Porto Maurizio ci esorta: “Perché non imitate gli angeli che, nella celebrazione della Messa, scendono a migliaia dal Cielo e si accostano in adorazione ai nostri altari per intercedere per noi?” Deo Gratias!

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

2. Come gli Angeli Assistono il Signore

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Ma non è infatti sorprendente che gli angeli accompagnino e assistano nostro Signore qui sulla terra, quando ricordiamo i principali eventi della sua vita terrena: All’incarnazione venne l’arcangelo Gabriele; alla Sua nascita apparve nel cielo una grande moltitudine di angeli; altri parlavano ai pastori. Allo stesso modo, gli angeli Lo servirono all’inizio del Suo ministero pubblico; un angelo venne da Lui nell’orto di Getsemani; altri erano presenti nella Tomba e all’Ascensione. Sicuramente molti furono presenti anche alla Sua morte, come grandi artisti hanno rappresentato nei loro quadri, sebbene ciò non sia raccontato nei Vangeli. Quindi non dobbiamo stupirci di sentire nella liturgia dell’apostolo san Giacomo: “Tutti tacciano e tremino di timore, e ritraggano i pensieri dalle cose terrene, perché il Re dei re, il Signore dei signori sta per venire per essere immolato sull’altare e per essere dato in pasto ai fedeli. I cori degli angeli gli vanno davanti con maestà e potenza, coprendosi il volto e cantando cantici di gioia e di esultanza».

Ma se così adorano Nostro Signore quando entra nella chiesa, come Lo adoreranno nel momento della sua immolazione? Leggiamo della loro azione durante la Santa Messa come di “concelebrazione”, tanto intimamente assistono e si uniscono ai sacri misteri che si compiono sull’altare. Tremunt potestates: le potenze del cielo tremano. Santa Brigida ebbe il privilegio di assistere in ispirito a ciò che avvenne nell’alto dei Cieli durante la consacrazione. Ella narra come vide l’Ostia Santissima, sotto le sembianze di un Agnello, avvolta dalle fiamme e circondata da angeli innumerevoli come particelle di polvere in un raggio di sole, adorarLo e servirLo come facevano anche una moltitudine innumerevole di Beati. Udì le stelle del firmamento e tutte le potenze del Cielo che facevano dolce melodia mentre si muovevano sui loro percorsi prestabiliti… l’armonia risuonava in lungo e in largo: con essa si mescolavano le voci di innumerevoli spiriti celesti, cantando in toni di ineffabile dolcezza. I cori angelici rendevano umile riverenza al sacerdote; i diavoli tremavano di paura e fuggivano sgomenti. P. Martin von Cochem annota nel suo libro sulla Santa Messa, da cui queste considerazioni sono principalmente tratte: «Come i nemici di Cristo caddero a terra quando pronunciò le parole: “Sono io”, così quando le parole sono pronunciate: “Questo è il Mio Corpo” i demòni si voltano e fuggono.” Deo Gratias!

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

1. La Presenza degli Angeli alla santa Messa

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Innanzitutto dovremmo notare che gli angeli ci osservano mentre ci dirigiamo verso la Messa e mentre la assistiamo. Dice sant’Agostino: “Ogni passo che facciamo sulla strada per la Santa Messa è contato da un angelo e riceverà da Dio la più alta ricompensa sia in questa vita che nell’eternità”. Santa Gertrude la Grande vide come gli angeli osservavano e annotavano la devozione con cui i fedeli assistevano alla liturgia.

Gli angeli ci osservano nel cammino verso la Messa e nella Messa, ma sono presenti alla Messa principalmente per pregare Dio e per presentarGli le nostre preghiere. Scrive san Paolo (Ebrei 12,22-29) «Voi vi siete invece accostati al monte Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste ed a miriadi di angeli, adunanza festosa… al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione…” Il testo si applica bene alla Santa Messa dove il Sangue del Salvatore viene asperso sui fedeli, circondati come sono da molte migliaia di angeli. Possiamo quindi pregare con le parole del Re Davide: “Vi canterò lodi, o Signore, davanti agli angeli. Adorerò il Vostro santo tempio e darò gloria al Vostro Nome” (salmo 137).

Santa Mechtilde scrive che 3.000 angeli dal 7 ° coro (i Troni) sono sempre in devota presenza intorno ad ogni tabernacolo dove è custodito il Santissimo Sacramento. Senza dubbio molti di più sono presenti al Santo Sacrificio. “Non dimenticare, o uomo, dice San Giovanni Crisostomo, in quale compagnia sei al momento di questo solenne sacrificio. Stai in mezzo a Serafini, Cherubini e altri alti spiriti di alto rango.” Lo stesso santo ci ammonisce ad imitare questi spiriti eterei con le seguenti parole: “Dal profondo, dal cuore, trai una voce, fa mistero della tua preghiera. Non vedi che anche nelle case dei Re ogni tumulto è posto lontano, e grande da tutte le parti è il silenzio? Anche tu dunque, entrando come in un palazzo, non quello della terra, ma ciò che è molto più terribile, quello del Cielo, mostra grande decoro. Sì, perché sei unito ai cori ed in comunione con gli arcangeli e canti con i serafini e tutte queste tribù mostrano molto buon ordine cantando con grande soggezione quel canto mistico ed i loro sacri inni a Dio, il Re di tutti. Con questi, poi, ti associa quando preghi ed emula il loro ordine mistico». Deo Gratias!

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La pace

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Signore dice: ‘Io nutro per voi penso pensieri di pace e non di afflizione’ Queste parole esprimono il desiderio del Signore che noi siamo in pace. Perciò, se non siamo in pace: se soffriamo afflizione, tenebre, disturbi, o profondi affanni, non conduciamo ancora pienamente la vita che per noi il Signore vuole, e bisogna chiedersi come possiamo vivere meglio secondo la Sua volontà in tutti gli aspetti della vita, o forse in un aspetto particolare. Perché quando viviamo secondo la Sua volontà siamo in pace, e più viviamo secondo la Sua volontà, più profonda è la pace.

Il Signore non vuole l’afflizione per noi, bensì la pace: il profeta Simeone dichiara che Iddio è venuto per illuminare coloro che erano nelle tenebre e nell’ombra della morte, per indirizzare i loro nostri piedi sulla via della pace; similmente, la parola con la quale il Signore iniziò l’opera della Redenzione, tramite l’amabasciata dell’Arcangelo san Gabriele, era ‘Ave’, che significa Pace e Gioia; il coro degli angeli nel cielo alla natività del Signore cantavano ‘Pace agli uomini di buona volontà’. Così anche alla fine della vita terrena, alla vigilia della Sua uscita da questo mondo, il Signore dice agli apostoli: ‘La pace vi lascio, la Mia pace vi do; e, Risorto dalla morte, annunzia loro: ‘La pace sia con voi.’

Che cos’è la pace? Sant’Agostino la definisce come ‘la tranquillità dell’ordine’. Uno stato sarà in pace in se stesso quando è ordinato, quando i rapporti tra i suoi membri sono ordinati; sarà in pace con altri stati quando i rapporti con essi sono ordinati; un’anima sarà in pace in se stessa quando è ordinata; e sarà in pace col mondo esterno, con Dio e col prossimo, quando agisce verso di loro in maniera ordinata.

Quando è ordinata un’anima? Quando è ben’ordinata? Quando le sue facoltà operano come devono. Le facoltà dell’anima sono la conoscenza, la volontà, e le facoltà dei sensi, ovvero (semplificando) le emozioni e la fantasia. La conoscenza opera come si deve quando conosce Dio, e le cose nel loro rapporto a Dio: questa è la Fede; la volontà opera come deve quando vuole bene a Dio, quando ama Dio, e tutti gli uomini in Dio: questa è la Carità; le emozioni operano come devono quando sono controllate, regolate, moderate dalla ragione (ovvero dalla conoscenza e dalla volontà) cosicché la Carità, la speranza, la gioia si indirizzino ai beni veri: ciò che è davvero buono; e l’odio, la paura, la tristezza si indirizzino ai mali veri, come il peccato. Quando l’anima è ben ordinata in questo mondo, possiede la pace.

E’ troppo facile perdere la pace quando pecchiamo, quando ci sbagliamo, quando qualcuno ci ferisce, anche con solo una parola. Perdiamo la pace: siamo assaliti da disturbi, ansia, persino l’orrore. Perdiamo fiducia in Dio, ci allontaniamo da Lui. Bisogna vedere i tempi attuali anche come tempi di prova e di tentazione: tentazione di perdere la pace. Bisogna offrire la sofferenza a Dio, cacciare escludere i pensieri negativi dall’anima, e riempirla piuttosto con atti di Fede, Speranza e di Carità verso Dio. Questo è vero anche nel caso del peccato: ci confessiamo, andiamo avanti serenamente col proponimento di ammigliorarci.

Nostro Signore Gesù Cristo, Principe della pace, ci dice: ‘Vi do la Mia pace: non come la dà il mondo: Io ve la do.’ Perché il mondo non dà ha la pace, ed il cuore del figlio del mondo non possiede la pace, perché le facoltà della sua anima non sono ordinate e non funzionano come si devono. La sua conoscenza conosce esclusivamente le cose di questo mondo: conosce le cose terrene; la sua volontà vuole e ama solo il proprio benessere; le sue passioni (staccate dalla ragione e dalla volontà) tumultuano, cercando le proprie gratificazioni e tormentandolo. Il figlio del mondo cerca la gioia e la felicità costanti, e trova l’afflizione; l’uomo di Dio cerca la volontà del Signore sempre e trova la pace: il suo premio in terra è la pace, che è la condizione della più grande gioia e felicità possibili quaggiù, ma che nasce sopratutto dal combattimento, dalla pazienza, dalla negazione di se stessi, e dal portare la croce; il suo premio in cielo sarà la Beatitudine eterna.

Chiediamo la grazie di acquistare queste benedizioni per l’intercessione della Madonna, Regina della pace, mentre indirizziamo i nostri piedi sulla via della pace. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Mezzi di Perfezione secondo sant’Alfonso

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

In questo articolo citiamo i mezzi di perfezione consigliati da sant’Alfonso.

A. Gli Atti più Importanti:

1) Fuga di ogni peccato volontario, benché veniale. Se per disgrazia commettiamo qualche difetto, guardiamoci bene dall’innervosirci con noi stessi. Piuttosto pentiamoci e facciamo atti di amore a Cristo, promettendogli, col Suo aiuto, di non peccare più;

2) Desiderio di raggiungere la perfezione dei santi, e soffrire tutto per la gloria di Dio. Se non avvertiamo questo desiderio, preghiamo Gesù Cristo che ce lo conceda, altrimenti non faremo alcun passo sulla via della perfezione;

3) Decisione seria di giungere alla perfezione. Chi non ha tale fermezza, risulta fragile e perdente nelle prove. La persona decisa, invece, con l’aiuto di Dio che non le manca mai, è sempre vincente;

4) Due ore, o almeno una, di meditazione al giorno, e non lasciarla mai, senza una vera necessità, anche se avvertiamo sensi di noia, aridità, o altro;

5) Comunione frequente;

6) Mortificazioni esterne come digiuni. Per quello essenziale di avere un direttore spirituale, in quanto tali mortificazioni, fatte senza il consiglio del direttore, sono occasioni di vanagloria e di intralcio alla santità;

7) Preghiera incessante a Gesù Cristo per tutte le nostre necessità, ricorrendo all’intercessione del nostro angelo custode, dei santi e particolarmente dell divina Madre Maria, Mediatrice di tutte le grazie. Dalla preghiera dipende ogni bene.

B. Petizioni di Preghiera

Bisogna anzitutto chiedere ogni giorno a Dio il dono della perseveranza nella Sua grazia. Questa grazia l’ottiene solo chi la chiede; cho non la chiede, non la ottiene e si danna;

Chiediamo a Lui il Suo santo amore ed una perfetta uniformità alla Sua volontà; ma chiediamo tutto e sempre per i meriti di Gesù Cristo.

Queste preghiere dobbiamo farle la mattina, appena svegli, e poi rinnovarle nella meditazione, durante la partecipazione all’ Eucarestia, nella visita al S.mo Sacramento, e la sera nell’esame di coscienza. Particolarmente nelle tentazioni dobbiamo chiedere aiuto a Dio di resistere, in modo particolare se sono contro la castità, invocando i Nomi di Gesù e Maria. Chi prega vince; chi non prega resta sconfitto.

C. Rimedi alle Tentazioni e Desolazioni di Spirito

Contro le tentzioni, due sono i rimedi: la rassegnazione e la preghiera. La rassegnazione perché, anche se le tentazioni non vengono da Dio, tuttavia è Lui che le permette per il nostro bene. E per moleste che siano, non ci dobbiamo innervosire ma piuttosto rassegnarci alla volontà di Dio che le permette, ed affidarci alla preghiera, l’arma più forte e sicura per vincere i nemici.

I cattivi pensieri, per quanto blasfemi e ripugnanti, non sono mai peccato, se vi manca il nostro deliberato consenso.

Nell’assalto delle tentazioni è di grande efficacia rinnovare il proposito di voler morire anziché offendere Dio; come anche segnarci col segno della croce, con l’acqua benedetta, e confidarle al confessore. Ma il rimedio più efficace resta la preghiera a nostro Signore Gesù Cristo ed alla Madonna.

Nelle desolazioni di spirito, poi, riconosciamoci meritevoli dell’ essere trattati così e rassegniamoci alla volontà di Dio, abbandonandoci tra le sue braccia.

Quando Dio ci offre delle consolazioni, prepariamoci subito alle tribolazioni. Se poi manda desolazioni, umiliamoci e rassegniamoci alla Sua volontà. Profitteremo più con le desolazioni che con le consolazioni.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Fiducia


In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.


‘Osservate i gigli del campo come crescono: non lavorano né filano, ma vi dico che neppure Salomone in tutta la sua gloria fu mai vestito come uno di essi. Se dunque Dio veste così l’erba del campo che oggi è e domani sarà gettata nel forno, quanto di più farà per voi, gente di poca fede?’ – quanto di più farà per noi perché infatti vagliamo più di essi, essendo più belli nel possesso di un’anima immortale: non destinati ad essere buttati nel forno all’indomani come essi, nel fuoco eterno dell’Inferno, ma ad entrare nel Paradiso, per conoscere ed amare Dio colla nostra anima immortale e per essere felici con Lui per sempre. In breve allora, se Dio cura così i gigli del campo che, come tutti gli spendori di questo modo quaggiù, appassiscono, passano e periscono, quanto di più si occuperà dei Suoi figli immortali che siamo noi.


‘Non vi affannate dunque’, dice il Signore, o, in molti altri brani: ‘non abbiate paura.’ Non vuole che noi dubitiamo ed esitiamo ‘come un’onda nel mare instabile e senza sostanza’ nella parola di san Giacomo; non vuole che siamo come san Pietro che sta sul mare e dubita, e comincia ad affondare. Vuole piuttosto che abbiamo la fiducia e la pace del cuore, mentre il demonio vuole il contrario. Lui è per così dire il mercante degli affanni, della paura, dei dubbi, dell’ansia, e dell’orrore senza volto e senza nome, che cerca di riempire i nostri cuori e le nostre menti di questi per farci dimenticare Dio e per spingerci verso la sfiducia verso Dio e verso la disperazione.Ma noi dobbiamo rigettare la paura ed agire secondo la nostra intelligenza e la nostra fede, perché ‘la paura infatti non è altro che rinunzia agli aiuti della ragione’ (Sapienza 17.11). Bisogna essere ragionevoli, realisti, e maestri delle nostre emozioni; bisogna sapere che le cose e gli avvenimenti di questo mondo non esistono per tormentarci o per farci paura, ma per prepararci alla vita eterna. Le difficoltà, le incertezze, e le sofferenze non sono altro che prove per purificarci: affinché possiamo essere uniti a Lui in terra nella speranza, e in Cielo nella Visione, una volta purificati dalle nostre imperfezioni; sono prove per farci crescere nella virtù: nella pazienza, nella perseveranza, nella rassegnazione, nel rinunzio, e nell’umiltà.


‘Perché avete paura, uomini di poca fede?’ chiede nostro Signore Benedetto, quando i discepoli Lo svegliono durante la tempesta sul mare. Le parole significano che non c’è nessun motivo per cristiani di aver paura, anche se, come in questo brano, la tempesta è così violenta che la barca della nostra vita viene travolta dalle onde ed il Signore non ci sembra far niente. Perché il Signore è con noi ‘in tribulatione’, ossia tramite la fede, ed anche tramite la Divina Grazia, se siamo nello stato di Grazia. La vita quaggiù non è una bonaccia, ma spesso una tempesta. La tranquillità è il Cielo che è quel porto al di là del mare vasto ed inquiete di questo mondo: là ci riposeremo; qua lottiamo, qua viaggiamo verso il riposo.


E dunque noi, che il Signore chiama ‘uomini di poca fede’ dobbiamo crescere nella fede: dobbiamo vedere le prove e tutte le cose di questa terra alla luce radiante della fede, e dobbiamo avere fiducia: faccendo ciò che possiamo, pregando con fervore, e lasciando il resto a Lui senza preoccuparcene. ‘Getta sul Signore il tuo affanno, ed Egli ti darà sostegno (salmo 54); ‘Manifesta al Signore la tua via, confida in Lui, ed Egli compirà l’opera… sottometteti al Signore e preghi Lui’ (salmo 36).


In una parola, bisogna mettere Dio al centro della nostra vita e delle nostre azioni, vedendo tutto alla Sua luce. Bisogna in questo modo ‘cercare anzitutto il Regno di Dio e la Sua giustizia, e tutte queste cose ci saranno date in più’: il nostro benessere terreno, la pace in questa vita e la felicità nella prossima. Amen.


In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Consigli per Santificarsi

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Un vecchio catechismo ci dà dei consigli diversi per progredire verso la perfezione: ‘non guardarsi intorno camminando per strada, evitare discorsi inutili, non urlare, non ridere in modo chiassoso, non lamentarsi subito per la sfortuna, possibilmente non mangiare fuori pasto, non dormire troppo a lungo, ritirarsi ogni tanto in solitudine, non parlare di se stessi senza motivo, e non contraddire nessuno, per quanto possibile.’ Se siamo disordinati, aggiungiamo, negligenti, trascuranti, trascurati, perfezioniamoci anche là. Utili sono anche i piccoli atti di mortificazione: renunziare ai nostri capricci, a piccoli piaceri a tavola (non prendendo sempre tutto ciò che ci piace) a regolare la temperatura di casa così che divenga sempre assolutamente perfetta per i nostri gusti.

Padre di Caussade nei suoi scritti sull’abbandono alla divina Provvidenza esprime la santità in termini della ‘docilità all’ordine di Dio’: ‘In realtà’ lui scrive ‘la santità si reduce ad un’unica cosa: la fedeltà all’ordine di Dio. Questa fedeltà è altrettanto accessibile a tutti, sia nel suo esercizio pratico sia nel suo esercizio passivo.

‘La pratica attiva della fedeltà consiste nel compimento dei doveri che ci sono imposti sia dalle leggi generali di Dio e della Chiesa; sia dallo stato particolare che abbiamo abbracciato. Il suo esercizio passivo consiste nell’accettare amorevolmente tutto ciò che Dio ci invia ad ogni istante.’

Sant Alfonso Maria de’ Liguori, invece, nel suo piccolo libro’ La pratica di amare Gesù Cristo’ che lui descrive come ‘la più devota ed utile di tutte le altre’ opere, riassume i tratti principali della via della perfezione e della santificazione nei seguenti tre appunti:

1) Nelle tribolazioni della vita: malattie, dolori, povertà, perdita di parenti o beni, persecuzione di ogni tipo, desolazione dello spirito: sopportazione con pazienza, rassegnazione, uniformità alla volontà di Dio;

2) Dolcezza con tutti: con superiori, suddetti e qualsiasi persona, anche quando un altro ci ingiuria, o quando occorre richiamare qualcuno;

3) Mai arrabiarsi, mai invidiare, cercare il gusto di Dio in tutto, e mai noi stessi, umiltà, distaccco di tutto il creato per attaccarsi solo a Dio

In una parola, tutta la santità, secondo sant’ Alfonso, consiste nell’amore di Dio.

Un’ultima parola sulla sofferenza. Abbiamo visto che la vita spirituale che conduce alla santità esige una lotta ed il sacrificio. E questo è davvero nostro compito come battezzati. San Pietro scrive (1.2.5): ‘Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo.’

Il sacrificio di cui parliamo coinvolge il distacco da se stessi e l’aderenza a Dio. Questo processo viene espresso da Nostro Signore con le parole seguenti: ‘Se qualcuno vuol venire dietro a Me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e Mi segua’ (Mt 16.24).

Ma allo stesso tempo che questa via della seguela di Cristo è una via di sacrifizio e di morte, è una via che conduce alla Risurrezione ed alla vita; e allo stesso tempo che ci svuotiamo di noi stessi ci riempiamo di Lui Stesso che ci dà la vera vita e la vera felicità. E se seguiamo Cristo in questa vita, Lo seguiremo alla vita eterna, alla nostra Beatitudine ad alla gloria del Suo Santissimo Nome. Amen.

Deo Gratias!

La Pazienza

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

  1. La Natura della Pazienza


In varie domeniche dell’anno liturgico, la liturgia romana ci propone il tema della carità. Cos’è la carità? Alcuni ritengono che sia il dare soldini ai mendicanti per strada, invece è qualcosa di ben diverso. La carità è Dio: Deus caritas est:
– La carità nel primo luogo è quell’amore che costituisce la natura di Dio Stesso;
– in secondo luogo è quell’amore con la quale Egli ci ama;
– in terzo luogo è l’amore con il quale noi amiamo Lui ed il prossimo in Lui.


La carità è un amore sovrannaturale, che, come tale, richiede da parte dell’uomo il battesimo e lo stato di Grazia. Il Dalai Lama, ad esempio, tra tutte le sue virtù, non possiede la carità; qualcuno nello stato di peccato mortale non possiede la carità. Il Dalai Lama si deve fare battezzare ed il peccatore si deve convertire: altrimenti non potranno amare Dio come Egli lo vuole: ovvero con la carità, e non si potranno salvare.


‘Nella sera della vita saremo esaminati sulla carità’, dice san Giovanni della Croce. Questo esame, carissimi amici, è un affare di importanza vitale, perché determinerà la nostra eternità. Se qualcuno muore senze la carità (ovvero nello stato di peccato mortale) sarà condannato all’Inferno; se muore con la carità, invece, raggiungerà il Paradiso, ed il grado della sua carità determinerà il suo grado di gloria in Paradiso: il grado secondo cui potrà conoscere ed amare le infinite perfezoni di Dio per tutta l’eternità.


‘La Carità è paziente’ dice san Paolo, ed è su questa virtù che ci vogliamo soffermare oggi. La pazienza è un’alta virtù che san Paolo pone subito dopo la carità, come per dire che ne sia il componente principale. Nei proverbi 16.32 leggiamo che ‘il paziente è meglio del forte’, e ‘chi domina la propria anima è meglio del conquistatore di città.’ San Gregorio Magno, che regnava sulla santa Chiesa dall’ anno 590 all’anno 604, spiega che il paziente è meglio del forte in quanto è maestro non su città bensì su se stesso; espone la parola del Signore nel vangelo di san Luca ‘Nella pazienza possederete le vostre anime’ nello stesso senso: il paziente possiede la sua anima in quanto ne è il maestro, sottomettendola, come si deve, sotto la ragione.


Lo stesso papa insegna che per essere pazienti non basta un comportamento esterno: occorre anche la pazienza interna; non basta neanche uno spirito di tolleranza, ma anche uno spirito benigno – è per questo, infatti, che se reagiamo pazientemente ad un contrattempo o ad un’offesa, occorre che rimaniamo pazienti anche dopo: quando l’idea del contrattempo, e sopratutto dell’offesa, ci torna in mente. Lui spiega che il demonio si indegna molto se qualcuno reagisce ad un’offesa con pazienza. E perciò torna all’attacco più avanti per vindicarsi col ricordo dell’offesa, spingendo la persona con violenza a perdere controllo di se stesso, ed a peccare.


Così è la pazienza. È un tipo di carità che si può esercitare verso Dio e verso il prossimo spesse volte al giorno; è un tipo di mortificazione, si può dire, tramite la quale combattiamo le tre concupiscenze e le sottomettiamo alla ragione per possedere le nostre anime, un tipo di mortificazione, inoltre, per sopportare un male che Dio ci manda, piuttosto di un male scelto da noi: per questo è anche più meritevole. Santa Teresa d’Avila dice che è meglio sopportare con pazienza tutte le contrarietà ed avversità di una giornata, che non digiunare a pane ed acqua per tutto un anno.
Fiat! Fiat!


+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Pazienza e la Sofferenza

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.


San Paolo esprime un altro aspetto della carità con le parole: ‘omnia suffert’: tutto soffre, ciò che ricorda la Passione del Signore che viene evocata nel vangelo del giorno stesso in cui la liturgia ci presenta il brano di san Paolo sulla carità: ‘Il Figlio dell’Uomo sarà consegnato ai pagani, schernito, oltraggiato, coperto di sputi, e dopo averLo flagellato, Lo uccideranno…’ La pazienza, come abbiamo visto, è un componente della carità: tutte e due virtù hanno un aspetto sofferente. La vera carità si mostra e si colma nella sofferenza: così anche la vera pazienza.


La parola ‘pazienza’ deriva dalla radice ‘pati’ che significa soffrire. È qualcosa di doloroso, come ogni tipo di mortificazone; pur essendo quasi insignificante in confronto con la Passione del Signore, deriva il suo bene dalla sua unione con essa.


Come scrive una certa madre superiora ormai beatificata: ‘MirateLo bene pendere su da quel tronco, tutto spasimante per vostro amore; e poi paragonate il vostro dolore di capo col Suo, trafitto da mille pungentissime spine; mettete al confronto il vostro dolore di stomaco col Suo: Egli ha tutte le ossa fuori del suo luogo; o che spasimo doveva sentire tutta la Sua santissima vita fatta una sola piaga! La vostra stanchezza confrontatela: Egli non ha dove posare il Suo divin capo, e tutta la Sua santissima vita sta tutta pendente da tre chiodi ed Egli è tutto una sola piaga. Ci viene detta una parola aspra e pungente, ci viene fatto un torto, un’ingiuria; quell’anima che porta impressa nel suo cuore la Passione di Gesù Cristo, subito si acquieta, anzi si consola nel vedersi partecipe dei Suoi disonori.’


Siamo nati nel Peccato Originale; abbiamo peccato personalmente; abbiamo contratto cattive abitudini. Dio ci manda prove per lavorare su noi stessi, per ammorbidire quei sassolini acuti e fastidiosi che siamo noi, per noi stessi e per altri. Chiediamo a Lui la grazia di essere docile alla Sua divina Volontà: per migliorarci e perfezionarci sulla via dura di questa vita, affinchè, nelle Sue parole, nella pazienza possiamo possedere le nostre anime. Amen.


+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Via della Perfezione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Con la conversione (la prima, o anche la seconda) viene spesso un gran desiderio della perfezione. Il convertito si precipita nella lettura della vita dei santi, nella preghiera, sopratutto vocale, volendo ad ogni costo precipitarsi subito, catapultarsi per così dire, verso la santità con tutte le forze dell’anima.

La via della santificazione, però, è lenta: è organica come ogni tipo di sviluppo attraverso il tempo ed ogni tipo di progresso. Come scrive il cardinal Gasparri nel suo catechismo: ‘una piantina non può divenire un albero nello spazio di una notte; un’alta montagna non si può scalare in pochi minuti’. Ci vuole tempo, e bisogna ricordarsi che questa vita non è come il volo di un catapulto, bensì un cammino verso una meta: un cammino, una via, una strada, un viaggio, un impegno in cui tutto conta per l’eternità, in cui ogni passo, sprofondandosi costantamente nell’eternità, si guadagna un significato eterno.

La precipitazione ci ruba la pace dell’anima, spesso comporta con sè l’impazienza e la frustrazione alle cadute inevitabili (anche per coloro pieni di buona volontà) e non è sovrannaturale. La motivazione e l’atteggiamento che ci devono accompagnare sulla via della perfezione sono piuttosto quelli della speranza, tramite cui vediamo tutto alla luce della Fede e ci affidiamo a Dio, la forza, il coraggio, la pazienza, la perseveranza, il portare la croce. La via della perfezione è una sfida: abbiamo il coraggio di accettarla e di abbracciarla con calma: perché Dio lo vuole, e se ci mettiamo la nostra buona volontà, Egli ci aiuterà a raggiungere la meta di questa via che è Lui Stesso: la nostra eterna beatitudine.

Man mano che avanziamo sulla via di perfezione, una crescente carità si manifesterà tanto nella preghiera quanto in tutte le azione che compiamo.

La preghiera si semplifica: la preghiera vocale, come del santo rosario, si mantiene, ma si ci aggiunge la preghiera mentale: la meditazione o la contemplazione. A coloro che iniziano la pratica della preghiera mentale viene raccomandato trovare uno spazio quottidiano di 20-30 o almeno 10 minuti per essa.

La meditazione si fà idealmente su un brano del vangelo, caratteristicamente sul Signore Stesso, leggendolo lentamente, assaporandone il contenuto, e lasciandoci eventualmente anche toccare o commuovere da esso. La contemplazione, invece, comincia con uno slancio del cuore verso Dio, o presente nel tabernacolo in chiesa o nello spirito a casa ad esempio, ed un atto di unione spirituale con Lui. Ne segue un tempo di unione consapevole a Lui.

Di fatti caratteristica della vita di coloro che pregano in questo modo contemplativo è ‘la pratica della presenza di Dio’. E’ vero che Dio è presente dapertutto, ma è presente nell’anima dei giusti in modo speciale. Sant’ Agostino dice che Egli è più vicino a noi che noi non siamo a noi stessi. La pratica della presenza di Dio è la consapevolezza di questa Sua presenza. La pratica comincia con uno sforzo regolare per poi divenire automatica. La beata Elisabetta della santa Trinità scrive: ‘il mio cuore è sempre con Lui: car mon coeur est toujours avec Lui.

Abbiamo detto che una maggiore carità si manifesta nell’azione di colui che tende alla perfezione. Infatti questa carità comincia ad estendersi in tutte le sue azioni: il compimento di tutti i doveri dello stato di vita: del lavoro, della famiglia, verso i dipendenti, verso il prossimo, dove il soggetto prova ad essere perfetto in tutto, per amore di Dio. Questo si fà con la pratica di tutte le virtù: con la carità si prova ad essere amichevoli a tutti; con la pazienza ad accettare tutte le difficoltà con perfetta rassegnazione; con la moderazione regolando le passioni: la rabbia, la paura, la tristezza, l’affetto disordinato.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Mezzi di Perfezione secondo Sant’Alfonso

+ In nomine Patris et Filii Spiritus Sancti. Amen.

In questo articolo citiamo i mezzi di perfezione consigliati da sant’Alfonso.

A. Gli Atti più Importanti:

1) Fuga di ogni peccato volontario, benché veniale. Se per disgrazia commettiamo qualche difetto, guardiamoci bene dall’innervosirci con noi stessi. Piuttosto pentiamoci e facciamo atti di amore a Cristo, promettendogli, col Suo aiuto, di non peccare più;

2) Desiderio di raggiungere la perfezione dei santi, e soffrire tutto per la gloria di Dio. Se non avvertiamo questo desiderio, preghiamo Gesù Cristo che ce lo conceda, altrimenti non faremo alcun passo sulla via della perfezione;

3) Decisione seria di giungere alla perfezione. Chi non ha tale fermezza, risulta fragile e perdente nelle prove. La persona decisa, invece, con l’aiuto di Dio che non le manca mai, è sempre vincente;

4) Due ore, o almeno una, di meditazione al giorno, e non lasciarla mai, senza una vera necessità, anche se avvertiamo sensi di noia, aridità, o altro;

5) Comunione frequente;

6) Mortificazioni esterne come digiuni. Per quello essenziale di avere un direttore spirituale, in quanto tali mortificazioni, fatte senza il consiglio del direttore, sono occasioni di vanagloria e di intralcio alla santità;

7) Preghiera incessante a Gesù Cristo per tutte le nostre necessità, ricorrendo all’intercessione del nostro angelo custode, dei santi e particolarmente dell divina Madre Maria, Mediatrice di tutte le grazie. Dalla preghiera dipende ogni bene.

B. Petizioni di Preghiera

Bisogna anzitutto chiedere ogni giorno a Dio il dono della perseveranza nella Sua grazia. Questa grazia l’ottiene solo chi la chiede; cho non la chiede, non la ottiene e si danna;

Chiediamo a Lui il Suo santo amore ed una perfetta uniformità alla Sua volontà; ma chiediamo tutto e sempre per i meriti di Gesù Cristo.

Queste preghiere dobbiamo farle la mattina, appena svegli, e poi rinnovarle nella meditazione, durante la partecipazione all’ Eucarestia, nella visita al S.mo Sacramento, e la sera nell’esame di coscienza. Particolarmente nelle tentazioni dobbiamo chiedere aiuto a Dio di resistere, in modo particolare se sono contro la castità, invocando i Nomi di Gesù e Maria. Chi prega vince; chi non prega resta sconfitto.

C. Rimedi alle Tentazioni e Desolazioni di Spirito

Contro le tentzioni, due sono i rimedi: la rassegnazione e la preghiera. La rassegnazione perché, anche se le tentazioni non vengono da Dio, tuttavia è Lui che le permette per il nostro bene. E per moleste che siano, non ci dobbiamo innervosire ma piuttosto rassegnarci alla volontà di Dio che le permette, ed affidarci alla preghiera, l’arma più forte e sicura per vincere i nemici.

I cattivi pensieri, per quanto blasfemi e ripugnanti, non sono mai peccato, se vi manca il nostro deliberato consenso.

Nell’assalto delle tentazioni è di grande efficacia rinnovare il proposito di voler morire anziché offendere Dio; come anche segnarci col segno della croce, con l’acqua benedetta, e confidarle al confessore. Ma il rimedio più efficace resta la preghiera a nostro Signore Gesù Cristo ed alla Madonna.

Nelle desolazioni di spirito, poi, riconosciamoci meritevoli dell’ essere trattati così e rassegniamoci alla volontà di Dio, abbandonandoci tra le sue braccia.

Quando Dio ci offre delle consolazioni, prepariamoci subito alle tribolazioni. Se poi manda desolazioni, umiliamoci e rassegniamoci alla Sua volontà. Profitteremo più con le desolazioni che con le consolazioni.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Trasfigurazione e l’Agonia nell’Orto

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Durante la Sua vita terrena, Nostro Signore Gesù Cristo nascondeva la Sua divinità, rivelandola solo due volte: al Battesimo ed alla Trasfigurazione. Al secondo avvenimento leggiamo: ‘Fu trasfigurato davanti a loro; il Suo volto brillò come il sole e le Sue vesti divennero candide come la luce… una nube luminosa Lo avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: ‘Questo è il Figlio Mio prediletto nel quale Mi sono compiaciuto.’ Qua la divinità del Signore si manifesta nella luce che è quella increata di Dio, ed, in modo trinitario, nella voce del Padre e nella nube dello Spirito Santo.

Il Signore manifesta la Sua divinità sul Monte Tabor, come più avanti manifesterà la Sua umanità nell’Orto di Getsemani. I testimoni sono gli stessi, i discepoli privilegiati: san Pietro, ed i fratelli san Giovanni e san Giacomo. Testimoniando gli avvenimenti sul Monte Tabor e nell’orto di Getsemani imparano in modo più potente e più eloquente che non con parole: ovvero che Gesù Cristo è allo stesso tempo Dio e Uomo, per poter prendere coraggio quando soffrirà, e speranza quando morirà.

Nell’Orto degli Ulivi, commenta Teofilatto, Gesù ‘porta con Sé solamente i tre discepoli che avevano contemplato la Sua gloria sul Monte Tabor, affinché coloro che videro la Sua potenza mirassero anche la Sua tristezza e scoprissero, in quella afflizione, che Egli era vero uomo. E poiché aveva assunto tutta quanta l’umanità, assunse anche i tratti caratteristici dell’uomo: il timore, l’angoscia, la naturale tristezza: è infatti logico che gli uomini vadano alla morte contro la propria volontà.’

Se il Signore manifesta la Sua divinità ai discepoli per rinforzarli quando Lui soffrirà, bisogna constatare che non saranno all’altezza di questo compito nel tempo della Passione. Perché quando li lascierà nell’Orto, chiedendoli di pregare e di vegliare con Lui, si addormenteranno, mentre Lui veglia, prega, e viene preso dalla tristezza, dall’angoscia, e dall’agonia, fino a venire bagnato di un sudore di sangue alla vista dei peccati che gli uomini avevano commessi e che commetterebbero fino alla fine dei tempi, e alla vista dei peccatori che non si sarebbero convertiti malgrado tutte le Sue sofferenze.

Va dai Suoi discepoli e li trova che dormono, e dice: ‘Così non siete stati capaci di vegliare neppure un’ora con me?’ Mi sono rivelato a voi, e voi sapete che sono Dio. Vi ho creati; Mi sono appena dato a voi nella santa Comunione; vi ho promesso il cielo. Adesso porto su di Me tutti i vostri peccati assieme a quelli dell’umanità intiera, e vi chiedo di vegliare un’ora con Me: non per soffrire con Me le pene che voi anche avete meritato, ma solo per tenerMi compagnia, come si farebbe ad un amico – e non siete stati capaci? Era troppo per voi?’

Non cerca una risposta, perché sa tutto, come san Pietro Glielo dirà, ma cerca di toccare la coscienza, di far chiedersi i discepoli : ‘Potevo vegliare? per ammettere che non lo avevano voluto e per fare il proponimento in seguito di vegliare per il futuro.

‘Non siete stati capaci di vegliare neppure un’ora con Me?’ E’ la domanda che risuona attraverso i secoli e viene rivolta anche a noi. Il Signore ha rivelato anche a noi la Sua divinità e la Sua umanità: non agli occhi del corpo, bensì a quelli dello spirito: nella Fede. Si è rivelato come Luce divina che abbiamo professato nel credo: lumen de lumine; si è rivelato come Figlio del Padre: ex Patre natum ante omia saecula; si è rivelato nel Suo rapporto allo Spirito Santo: qui ex Patre Filioque procedit; si è rivelato come uomo che ha sofferto e che è morto per noi: crucifixus etiam pro nobis, sub Pontio Pilato passus.

E noi, dunque, sapendo chi è Lui, abbiamo vegliato un’ora con Lui? – quell’ora della santa Messa domenicale, quando si immola per noi di nuovo: crucifixus etiam pro nobis. Abbiamo vegliato con Lui davanti al tabernacolo quando gli altri L’hanno abbandonato? Gli abbiamo tenuto compagnia là nel tabernacolo nel Suo stato di immolazione, come Corpo privo di sangue? Siamo stati capaci di vegliare con Lui per quell’ora che è la nostra vita povera e breve quaggiù, nel senso che ci ammonisce: ‘Vegliate perché non sapete nè il giorno nè l’ora’?, nel senso di condurre una buona vita nella Sua Grazia e nella Sua presenza, senza addormentarci nel peccato?

Lui ci pone questa domanda per toccare le nostra coscienza, affinché possiamo dire anche noi: ‘Sì, avrei potuto vegliare ma non l’ho fatto; adesso però voglio vegliare e non addormentarmi più, come i discepoli ai quali è tornato ben due volte il Signore e ha trovato che dormivano. Sì, voglio vegliare, assistere alla santa Messa con attenzione, andare a trovarLo in chiesa, meditare la Sua Passione e tutto ciò che ha sofferto per amore di noi. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen