Rendete a Cesare

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

‘Rendete a Cesare ciò che è di Cesare, ed a Dio ciò che è di Dio’: Rendete a Cesare , ovvero all’autorità secolare, il tributo, il servizio, e l’ubbedienza nelle cose secolari, purchè essa non richieda nulla che sia contrario ai vostri doveri verso Dio; ma date a Dio quella moneta che è di Dio, ovvero la vostra anima immortale: quella moneta appartiene a Lui, poiché Lui l’ha creata, e Lui l’ha redenta, poiché su di essa ha impresso il sigillo della Sua immagine e rassomiglianza, e su di essa ha scritto il nome del Figlio Divino: il nome di Cristiano. Che la fedeltà dovuta all’autorità secolare mai vi distolga dalla fedeltà dovuta a Dio!

‘Rendete a Cesare ciò che è di Cesare, ed a Dio ciò che è di Dio.’ Queste parole si possono intendere in un senso ancor più profondo dai Padri della Chiesa in rapporto ai beni terreni e quelli celesti. ‘Rendete a Cesare ciò che è di Cesare’: ovvero rendete al mondo ciò che è del mondo: le sue richezze passeggeri, i suoi beni ingannevoli, le sue gioie vane. Rendeteglieli: abbandonateglieli, poiché questo è ciò che il mondo stima e desidera. Non cercate nulla di quell’eredità di cui è geloso lui: per poter dare più completamente a Dio ciò che Lui vi richiede: la sottomissione, l’ubbedienza, l’amore.

La vostra ora suprema arriverà quando sarete felice di aver fatto quella divisione; sarà l’ora quando la vostra anima apparirà al tribunale di Dio. A quell’ora gli angeli che accompagnano il Giudice Divino saranno interrogati da Lui: ‘Di chi porta l’immagine ed il nome? Ha tenuto il sigillo della Mia rassomiglianza ed il nome di Cristiano che ho impresso su di lui il giorno del suo battesimo? Ha cancellato questa immagine per sostuirla con quella del demonio?’

Come risponderanno gli angeli? Che rispondino: ‘Signore, porta sempre la Vostra immagine! Il contatto con le cose terrene non l’ha cancellata! Si riconosce sempre l’impronta divina!’ e voi sentirete uscire dalla bocca del Giusto e Buon Giudice queste parole: ‘Rendete dunque a Dio ciò che è di Dio!’ e sarete posto tra il numero degli eletti come il caro e prezioso tesoro di Dio.  Deo gratias!

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La pace

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Il Signore dice: ‘Io penso pensieri di pace e non di afflizione’ Queste parole esprimono il desiderio del Signore che noi siamo in pace. Perciò, se non siamo in pace: se soffriamo afflizione, tenebre, disturbi, o profondi affanni, non conduciamo ancora pienamente la vita che per noi il Signore vuole, e bisogna chiederci come possiamo vivere meglio secondo la Sua volontà in tutti gli aspetti della vita, o forse in un aspetto particolare. Perché quando viviamo secondo la Sua volontà siamo in pace, e più viviamo secondo la Sua volontà, più profonda è la pace.

Il Signore non vuole l’afflizione per noi, bensì la pace: il profeta Simeone dichiara che Iddio è venuto illuminare coloro che erano nelle tenebre e nell’ombra della morte, per indirizzare i nostri piedi sulla via della pace; similmente, la parola con la quale il Signore iniziò l’opera della Redenzione, tramite l’amabasciata dell’Arcangelo san Gabriele, era ‘Ave’, che significa Pace e Gioia; il coro degli angeli nel cielo alla natività del Signore cantavano ‘Pace agli uomini di buona volontà’. Così anche alla fine della vita terrena, alla veglia della Sua uscita da questo mondo, il Signore dice agli apostoli: ‘La pace vi lascio, la mia pace vi do; e, Risorto dalla morte, annunzia loro: ‘La pace sia con voi.’

Cos’è la pace? Sant’Agostino la definisce come ‘la tranquillità dell’ordine’. Un stato sarà in pace in se stesso quando è ordinato quando i rapporti tra i suoi membri sono ordinati; sarà in pace con altri stati quando i rapporti con essi sono ordinati; un’anima sarà in pace in se stessa quando è ordinata; e sarà in pace col mondo esterno, con Dio e col prossimo, quando agisce verso di loro in maniera ordinata.

Quando è ordinata un’anima? Quando è ben’ordinata? Quando le sue facoltà operano come devono. Le facoltà dell’anima sono la conoscenza, la volontà, e le facoltà dei sensi, ovvero (semplificando) le emozioni e la fantasia. La conoscenza opera come si deve quando conosce Dio e le cose nel loro rapporto a Dio: questa è la Fede; la volontà opera come deve quando vuole bene a Dio, quando ama Dio, e tutti gli uomini in Dio: questa è la Carità; le emozioni operano come devono quando sono controllate, regolate, moderate dalla ragione (ovvero dalla conoscenza e dalla volontà) cosicché la Carità, la speranza, la gioia si indirizzino ai beni veri: ciò che è davvero buono; e l’odio, la paura, la tristezza si indirizzino ai mali veri, come il peccato. Quando l’anima è ben ordinata in questo mondo, possiede la pace.

È troppo facile perdere la pace quando pecchiamo, quando ci sbagliamo, quando qualcuno ci ferisce, anche con solo una parola. Perdiamo la pace: siamo assaliti da disturbi, ansia, persino l’orrore. Perdiamo fiducia in Dio, ci allontaniamo da Lui. Bisogna quardare i tempi attuali anche come tempi di prova e di tentazione: tentazione di perdere la pace. Bisogna offrire la sofferenza a Dio, escludere i pensieri negativi dall’anima, riempendola piuttosto di atti di Fede, Speranza e di Carità verso Dio. Questo è vero anche nel caso del peccato: ci confessiamo, andiamo avanti serenamente col proponimento di ammigliorarci.

Nostro Signore Gesù Cristo, Principe della pace, ci dice: ‘Vi do la mia pace: non come il mondo dà: vi do io.’ Perché il mondo non dà la pace, ed il cuore del figlio del mondo non possiede la pace, perché le facoltà della sua anima non sono ordinate e non funzionano come si devono. La sua conoscenza conosce esclusivamente le cose di questo mondo: conosce le cose terrene; la sua volontà vuole e ama solo il proprio benessere; le sue passioni (staccate dalla ragione e dalla volontà) tumultuano, cercando le proprie gratificazioni e tormentandolo. Il figlio del mondo cerca la gioia e la felicità costanti, e trova l’afflizione; l’uomo di Dio cerca la volontà del Signore sempre e trova la pace: il suo premio in terra è la pace, che è la condizione della più grande gioia e felicità possibili quaggiù, ma che nasce sopratutto dal combattimento, dalla pazienza, dalla negazione di se stessi, e dal portare la croce; il suo premio in cielo sarà la Beatitudine eterna.

Chiediamo la grazie di acquistare queste benedizioni per l’intercessione della Madonna, Regina della pace, mentre indirizziamo i nostri piedi sulla via della pace.  Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Le tre vie

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Ci sono tre tappe della vita spirituale, le ‘tre vie’, che vengono percorse dalle anime che corrispondono generosamente alla grazia di Dio. La prima è quella dei principianti, che si chiama la via purgativa. Abbiamo da fare con una purgazione della persona che sta lottando contro il peccato mortale, come l’impurezza, l’ubbriachezza, la mancanza alla santa Messa domenicale, la bestemmia. La preghiera dei principianti è caratteristicamente vocale.

La seconda via si chiama la via degli avanzati, o la via illuminativa. Il cristiano che cammina su questa via, lotta contro il peccato veniale, come la maldicenza, l’impazienza, la rabbia. La sua preghiera è piuttosto quella del cuore, dei sentimenti.

La terza via, la via dei perfetti, o la via unitiva, è quella di coloro che tendono alla perfezione. Si tratta meno della lotta contro il peccato che della perfezione delle virtù con la grazia di Dio. La preghiera di questa tappa è piuttosto astratta, contemplativa.

Si può trovare la radice di questa distinzione triplice nella sacra Scrittura. Nel salmo 33 leggiamo: ‘Schiva il male, fa il bene, e cerca la pace’: declina a malo, fac bonum, inquire pacem. La prima parte del versetto esprime la via purgativa, la tappa spirituale dove l’anima si purifica; la seconda parte esprime la via illuminativa, dove l’anima comincia a praticare le virtù; la terza esprime la via unitiva, dove la pace viene trovata nell’intima unione con Dio.

La stessa distinzione la vediamo nella parola del Signore: ‘Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno, e mi segua’ (Lc. 9.23). Vediamo di nuovo la pratica della purgazione, della virtù, e poi l’unione.

Anche nella tradizione patristica si trova la dottrina di un cammino tripartito; di timore, di speranza, e di carità: San Clemente di Alessandria descrive la tappa di timore come quella dove si astiene dal male e si mortificano le passioni; la tappa della speranza, dove si fa il bene e pratica le virtù; la tappa di carità, dove si fa il bene per amore di Dio. San Cassiano, parlando delle ascensioni dell’anima a Dio, scrive similmente del timore come proprio dei schiavi; della speranza come propria dei mercenari, e della carità come propria dei figli di Dio.

A causa della diversità di ogni anima da ogni altra, della diversità di carità di ognuna per Dio, e della diversità delle circostanze della vita, ne segue che anche il cammino di ogni anima verso Dio sarà diverso. Comunque, questi cammini, purché godano di una determinata durata, si possono sempre caratterizzare second le tre tappe, o tre vie. Padre Tanquerey, nella sua opera classica, il ‘Compendio di teologia ascetica e mistica’, ci fornisce la ragione profonda di questa distinzione.

In primo luogo bisogna purificare l’anima dalle colpe passate per poter giungere  alla purezza di cuore necessaria per poter vedere Dio: ‘Beati i puri di cuore, perché loro vedranno Dio.’ Questa purificazione comporta una sincera ed austera pentenza, una lotta vigorosa e costante contro il peccato e le tendenze cattive; comporta la preghiera e gli esercizi spirituali per fortificare la volontà e rassodare le virtù: ecco la via purgativa.

Poi l’anima si deve ornare sempre di più delle virtù cristiane positive, imitando il Signore in tutto: rendendosi docile a Lui, unendosi a Lui con l’affetto, nella seguela cottidiana e nella preghiera, lasciando le tenebre del passato e uscendo in fine nella luce del giorno, la luce di Dio: ecco la via illuminativa.

‘Viene poi il momento in cui l’anima, purificata dalle colpe, indocilita e fortificata, pronta alle ispirazioni dello Spirito Santo, non aspira più che all’intima unione con Dio: Lo cerca da per tutto… si attacca a Lui e gode della Sua presenza. La meditazione diviene affettuosa e prolungato sguardo su Dio e sulle cose divine sotto l’influsso… dei doni dello Spirito Santo’: ecco la via unitiva.

Deo Gratias!

Mezzi di santità

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Come iniziare il cammino della santità? Innanzitutto bisogna volerci santificare. Quando uno chiese a san Tommaso se fosse possibile santificarsi, rispose:’ Sì, se vuoi.’ La volontà è l’unica cosa che sta alla nostra completa disposizione: la possiamo utilizzare per fare o il bene o il male, o talvolta il bene e talvolta il male: spetta a noi.

Dio ci comanda di amare con tutto il nostro essere, e ci spiega anche come amare, dicendo: ‘Chi mi ama tiene i miei comandamenti.’ I comandamenti comprendono tutta la vita spirituale: che si può esprimere con questo principio: evitare il male (ovvero il peccato) e fare il bene. In questo discorso vogliamo offrire un quadro molto generale della vita spirituale sotto l’aspetto di questo principio.

  1. a) Evitare il peccato

Il peccato, sopratutto quello mortale, dev’essere il nostro primo bersaglio, non dimenticando che vincere un peccato abituale può superare le forze umane e dunque richiede ricorso alla grazia di Dio con preghiere costanti e fervorose. La confessione regolare è di importanza capitale per contrastare il peccato. La Chiesa ci comanda di confessarci ‘una volta all’anno’, ma questo specifica solo il minimo indispensabile: meglio sarebbe ogni mese, o per persone che stanno cominciando un cammino spirituale, o già avanzati su esso, ogni settimana. La confessione ci presta la grazia per poter combattere il peccato: luce per poter vedere la volontà di Dio e lo stato dell’anima, e la forza per poter agire di maniera decisa e forte.

Per evitare meglio il peccato, bisogna conoscerne la fonte. La fonte del peccato è triplice e consiste nei tre nemici dell’uomo: il mondo, la carne, ed il demonio.

Il mondo è il luogo dove operano i nemici di Gesù Cristo, anche al loro insaputo, che vogliono sedurre i Suoi amici o terrorizzarli per associarsi a loro. I figli del mondo si manifestano sopratutto nei mass media e nelle cattive compagnie.

La carne significa le tre concupiscenze della natura caduta: quella degli occhi – l’avarizia e la curiosità; quella della carne – la gola e l’impurezza; e quella della propria eccellenza – la superbia.

Il demonio, invece, utilizza gli altri nemici e le nostre debolezze morali o psichiche per farci cadere nel peccato.

  1. b) Fare il bene

Per fare il bene, bisogna coltivare le virtù. La virtù teologale della fede: approfondendo la conoscenza di Dio e della rivelazione, nonche la santa fiducia in Lui; la speranza, fissando lo sguardo sul nostro fine ultimo, il cielo, e vedendo tutte le cose di questa vita alla luce della fede; la Carità ovvero l’amore del battezzato in istato di Grazia che consiste nel compiere atti indirizzati a Dio o al prossimo per Dio e per amor di Dio: e più amore gli atti contengono, più porteranno alla santità e più glorificheranno Dio.

Le quattro virtù cardinali sono essenziali per la perfezione morale: la giustizia negli affari economici e nei rapporti con altrui: corrispondendo ad ognuno il suo debito; la temperanza, ovvero delle emozioni nel controllare eccessi nell’ira, nella paura, nella tristezza – secondo il proprio temperamento; e poi la castità che è la temperanza nell’ambito carnale; la virtù della fortezza, parlando ad esempio senza rispetto umano, e finalmente la prudenza che si rapporta alle azioni, che comprende le deliberazioni prima di agire ed il chiedere consigli a coloro che abbiano maggior esperienza o saggezza di noi.

La preghiera è essenziale per ogni tappa della vita spirituale: la preghiera di mattina, offrendo la giornata a Dio e chiedendo il Suo aiuto per fare la Sua divina volontà e per essere protetti contro ogni male; la preghiera di sera, ringraziandoLo ed esaminando la coscienza, avendo ricorso sempre anche alla Madonna ed al nostro angelo custode; le preghiere prima e dopo i pasti, l’angelus alle sei di matina, a mezzogiorno, e alle sei di sera; il santo Rosario ed una meditazione ogni giorno per almeno 10 minuti, idealmente sul vangelo.

Ecco dunque un quadro molto generale della vita spirituale che, preso sul serio, costituisce il cammino verso il cielo: il cammino di perfezione e di santità.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Natura e possibilità della santità

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

‘Siate santi perché Io sono santo’ dice il Signore quattro volte nel libro Levitico; e Nostro Signore Gesù Cristo ci dice nel vangelo di san Matteo (5): ‘Siate voi dunque perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste.’ La santità e la perfezione sono di fatti la stessa cosa, perché la santità è nient’altro che la perfezione dell’amore. Questa perfezione viene descritta nel vangelo di san Marco (12) con le parole seguenti: ‘Amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, e con tutta la tua forza… ed il prossimo tuo come te stesso.’

Qualcuno può obiettare però che non si può divenire perfetti: è perfetto solo Dio. Rispondiamo dicendo che ci sono due tipi di perfezione: la perfezione di Dio che è una perfezione assoluta, e la perfezione dell’uomo che è una perfezione partecipata, ovvero alla perfezione di Dio; ed una perfezione relativa, ovvero alla natura umana. Questa perfezione partecipata e relativa è possibile per noi, anche se non proviene da noi, bensì da Dio solo, tramite la Grazia.

Un’altra obiezione eventuale all’idea di una chiamata alla santità è di ordine più personale: ‘Io divenire santo? Impossibile! Non sarei mai io un san Francesco, un sant’Antonio, una santa Caterina da Siena, una santa Gemma Galgani! Sono debile, mediocre, non sarebbe mai possible.’ Bisogna rispondere che Dio non chiede mai l’impossibile: se ci chiede di divenire santi, dev’essere possibile – ma come? Troviamone la soluzione nella parabola dei talenti (Mt. 25) di cui citiamo adesso solo una parte: ‘… colui che aveva ricevuto cinque talenti ne presentò altri cinque, dicendo: ‘Signore, mi hai consegnato cinque talenti, ecco ne ho gaudagnato altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prende parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele in poco, ti darò autorità su molto; prende parte alla gioia del tuo padrone…’

Intendiamo questa parabola dunque con rapporto alla santità. I talenti sono la capacità per essa: colui che ne riceve cinque, ne riceve una capacità grande; colui che ne riceve due, riceve una capacità meno grande; chi invece ne riceve solo uno riceve una capacità ancor meno grande. Il Signore dà ad ognuno una determinata capacità per la santità, e vuole che ognuno se ne serva pienamente: ciò che avevano fatto i servi che avevano ricevuto i cinque ed i due talenti. Il fatto che ognuno di loro si è servito pienamente della capacità – il fatto che la sua santità correspose alla sua capacità – si manifesta nella quantità di talenti che acquistava: colui che ne aveva ricevuti cinque, acquistava ancora cinque; colui che ne aveva ricevuti due, acquistava ancora due. Il fatto che ognuno di loro divenne santo si manifesta nelle parole identiche che indirizzava a loro il padrone: ‘Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prende parte alla gioia del tuo padrone.’ Il servo cattivo invece, come si ricorderà, non si serviva della capacità sua e quindi venne dannato.

I grandi santi, quelli canonizzati, ne hanno ricevuto una grande capacità, e l’hanno esercitata pienamente; noi invece che ne abbiamo ricevuto una capacità meno grande, dobbiamo comunque esercitarla pienamente, che con la Grazia di Dio e con l’intercessione della Madonna e di tutti i santi sicuramente lo faremo alla Gloria della santissima, una ed indivisa Trinità. Amen. Deo gratias!

I misteri gaudiosi

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Meditiamo i misteri gaudiosi del santo Rosario, ispirati dai testi di sant’ Alfonso de’ Liguori presi dal suo libro ‘Le glorie di Maria.’

  1. L’Annunziazione

Fu rivelato ad una certa monaca che l’Arcangelo Gabriele era venuto portando la sua grande ambasciata proprio mentre la Madonna stava sospirando e pregando Iddio con maggior desiderio di mandare al mondo un Redentore.

L’Arcangelo entra e dice: ‘Ave, piena di Grazia, il Signore è con te.’ Come ha reagito a questo saluto del tutto straordinario? Leggiamo che la Madonna fu turbata a queste parole  –  non turbata alla vista di un angelo, o ad un avvenimento così eccelso, bensì  turbata alle sue parole – ovvero alle lodi così eccelse espresso in esse. Come ha detto a santa Brigida: ‘Non volevo la mia lode, ma solo quella del Creatore e del Datore di ogni bene: Volevo solo che Lui fosse lodato e benedetto.’

Qua, dunque, la Madonna rivela la sua profonda umiltà, e quando l’Arcangelo spiega il progetto di Dio per lei, rivela inoltre la sua perfetta obbedienza: ‘Ecco l’ancella del Signore, facciasi di me secondo la tua parola.’

E appena proferite quelle parole, subito il Figlio di Dio divenne anche il figlio di Maria. ‘O fiat potente’ esclama san Tommaso da Villanova, ‘o fiat efficace, o fiat sopra ogni altro venerando! perché cogli altri fiat Iddio creò la luce, il cielo, la terra, ma con questo fiat di Maria, un Dio divenne uomo come noi.’

  1. La Visitazione

La scena cambia e ci troviamo in viaggio con la Beatissima Vergine Maria verso la casa della sua cugina, santa Elisabetta. La santa carità la spinge ad andare frettolosamente nella montagna per essere vicina a sua cugina nel tempo della sua gravidanza.

‘Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno’ esclama santa Elisabetta. La salute con lode, come lo aveva fatto l’Angelo. Ma la santissima Vergine ci rivela di nuovo la sua profonda umiltà: Non trattenendosi su queste grandi lodi, lei rivolge la nostra attenzione piuttosto su dio stesso, Creatore e Datore di queste grandi cose: ‘Magnificat anima mea Dominum: l’anima mia magnifica il Signore, ed il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore…’

Ora, questa Visitazione di Maria (come spiega sant’Alfonso) porta un cumulo di grazie alla casa di Elisabetta: Lei fu ripiena dello Spirito santo ed il suo figlio, san Giovanni Battista, viene santificato già nel suo grembo. Queste grazie, che sono le prime che sappiamo essersi fatte sulla terra dal Verbo Incarnato, sono un modello per tutte le altre, in quanto passano attraverso la santissima Vergine Maria: perché tutte le grazie che abbiamo ricevute e riceveremo passano attraverso le mani immaculate di nostra Regina Maria, Mediatrice di tutte le grazie.

  1. La Natività

Ecco la santissima Vergine accanto al suo Figlio Divino, adesso manifestato agli uomini. I pastori hanno raccontato alla Sacra Famiglia come un angelo gi aveva proclamato che: ‘Oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore che è il Cristo Signore’, e come poi una moltitudine dell’esercito celeste era apparsa che lodava Dio e diceva: ‘Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà.’

Questa volta non sono rapportate parole della Madonna: leggiamo solo che: ‘Maria da parte sua serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.’ La vediamo piuttosto assorta nella contemplazione delle cose di Do, di Dio che adesso lei può tenere nelle sue braccia immaculate; la vediamo come la possiamo immaginare prima della Annunziazione e della Visitazione: in silenzio, raccolta, pregando, tutta la sua bell’anima concentrate e protesa verso Dio, il suo Salvatore.

Prendiamo questa figura serena della Madonna assorta nella contemplazione come modello della propria preghiera.

 

  1. L’Offerta di Gesù nel Tempio

Nel quarto e nel quinto mistero subentrano elementi di sofferenza nei misteri gaudiosi, anticipando le sofferenze che mediteremo nei misteri dolorosi: di fatti solo i misteri gloriosi sono esclusivamente gaudiosi.

Le sofferenze di questa Madre così buona e così devota non tarderanno, dunque, a venire. Ecco nel quarto mistero il profeta Simeone nel Tempio, che dopo aver ricevuto il divin Figlio tra le braccia, le predice che quel suo Figlio dev’essere ‘il segno di contradizione e di persecuzione degli uomini, e che perciò la spada del dolore deve trapassarle l’anima.

La stessa Vergine disse a santa Matilda che a questo avviso del profeta Simeone, tutta la sua allegria se le convertita in mestizia, sapendo adesso in particolare e più distintamente le pene e la morte spietate che aspettavano il povero Figlio.

Rivelò la Madonna a santa Brigida che, vivendo in terra, non aveva infatti un’ora in cui questo dolore alla sofferenza del suo Figlio, non la trafiggesse: ‘NutrendoLo, pensavo al fiele ed all’aceto; rivolgendoLo nelle fascie, pensavo alle funi con le quali sarebbe legato portando la croce su cui sarebbe crocifisso; e Lo figuravo morto, quando Lo vedevo addormentato. Ed ogni volta che Lo vestivo della Sua tunica, pensavo che un giorno Gli sarebbe stata strappata da sopra per crocifiggerLo; e quando miravo quelle Sue sacre mani e piedi, pensavo ai chiodi che L’avevano da trafiggere: I miei occhi’, disse a santa Brigida, ‘si riempivano di lagrime, ed il mio cuore fu straziato dal dolore.’

  1. Lo Smarrimento di Gesù

Nel quinto mistero meditiamo lo smarrimento di Gesù.

Sant’Alfonso scrive: ‘Chi nasce cieco poco sente la pena d’essere privo di vedere la luce del giorno, ma a chi un tempo ha avuto gli occhi e goduta la luce, troppo duro poi si rende con la cecità il vedersene privo.’ E così era per la santissima Vergine Maria che, avendo conosciuto Dio, che è la luce increata, nella persona del Suo Figlio, ne venne privata.

Origine dice che per l’amore che questa santissima Madre portava al suo Figlio, patì più in questa perdita di Gesù, che qualunque martire non abbia sofferto di dolore nella sua morte. La sofferenza era particolarmente acuta, dice un pio commentatore, in quanto la sua umiltà le faceva credere essere indegna di starGli più vicino ad assisterGli in questa terra ed avere cura di un tanto tesoro – pensava forse che lei abbia commessa qualche negligenza per cui Egli l’aveva lasciata.

Sant’Alfonso conclude: ‘Infelice e misere veramente sono quell’anime che hanno perso Dio. Se pianse Maria la lontananza del Figlio per tre giorni, quanto dovrebbero piangere i peccatori che hanno persa la divina grazia, a cui dice Dio: ‘Voi non siete il mio popolo, ed io non sarò Vostro Dio’ (Osea).

Carissimi fedeli, se qualcuno che legge queste parole non sia nello stato di grazia, che provi a ricuperarla quanto prima; altrimenti preghiamo di non perderla mai, assieme alla dolce presenza del Signore nel cuore. Ma ancor più preghiamo di avvicinarci sempre di più a Dio, secondo l’esempio della santissima Vergine Maria: la nostra Amica, la nostra Madre, la nostra Regina. Amen.

San Pio X

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

San Pio X, nato a Riesi nell’anno 1835, provenne da una modestissima famiglia rurale. Studiò nel seminario di Padova con risultati eccellenti, ed operava per quasi 20 anni poi nelle parrocchie di Tombolo e di Salzano. A quarant’anni fu chiamato dalla curia di Treviso dove diviene direttore spirituale del seminario e canonico della cattedrale. A 50 anni fu elevato all’episcopato di Mantova – una prova che la santa Sede considerava disperata, ma dove uscì di nuovo vincitore. A quasi 60 anni diviene cardinal patriarca di Venezia, riuscendo a guadagnare i cuori di tutti: dal popolo più semplice, alla nobiltà, ai politici, ed ai visitatori illustri della città. A quasi 70 anni entrò nel conclave con la fama di uomo di alto profilo spirituale, che non aveva cercato nessuna promozione e non era mai fallito in nessuna prova. Da papa è noto tra l’altro per la sua riforma del diritto canonico, della musica sacra, della curia romana, dei seminari, e dell’Azione cattolica; anche per la sua promozione della santa Comunione frequente e di quella per i fanciulli.

Ci sarebbe molto da dire sulle sue virtù sacerdotali e personali: la mortificazione, le quattro ore di sonno che non oltrepassava sin dalla gioventù, l’evitare l’ozio, la rigorosa povertà, la dedicazione al lavoro ed agli studi, la carità verso i fedeli a lui affidati, i miracoli frequentissimi che accompagnavano le sue udienze papali; ma vogliamo volgere lo sguardo adesso su due suoi compimenti particolari: ovvero sulla promozione della fede e sul conflitto con la Francia. Questi compimenti si realizzano su due campi di importanza sempre più attuale: sul campo dottrinale dell’insegnamento ecclestiastico, e sul campo politico del rapporto tra Chiesa e stato.

1. La promozione della fede

Durante l’intera vita sacerdotale, considerava l’insegnamento del catechismo come il primo suo dovere: Già da cappellano di Tombolo iniziò a scrivere istruzioni catechetiche; da parroco di Salzano scrisse un primo catechismo; da vescovo di Mantova lavorava per giungere ad un catechismo unico e definitivo; da papa promulgò il celebre catechismo che porta il suo nome e che si può considerare addirittura come coronamento della sua missione papale.

Quest’opera si caratterizza per la sua precisione, chiarezza, e per la trattazione di tutte le verità della fede senza alcuna diluizione. Scritta in forma di domanda e risposta, si può illustrare con i seguenti esempi: “Chi adunque vi ha messo a questo mondo? Iddio; A qual fine vi ha messo a questo mondo? perchè avessi a conoscerlo, ad amarlo, a servirlo in questa vita, e poi andarlo a godere in paradiso… Chi è Dio? il Creatore, il Padrone del cielo e della terra; perchè dite Creatore del cielo e della terra? Perchè Dio è colui che ha fatto il cielo e la terra.”

Se san Pio X combatteva per la fede in modo positivo con la catechesi, combatteva in modo negativo coll’attacco contro il modernismo che definiva: “la sintesi di tutte le eresie.” Particolarmente da notare in questa battaglia sono l’enciclica Pascendi, il Sillabo degli errori ed il sodalitium, l’associazione da lui fondata per indagare e per sradicare l’eresia nascente.

La voce del santo che si sente attraverso le condanne del modernismo è nient’altro che quella della Chiesa stessa, che anatematizza da sempre tutto ciò che possa minacciare, relativizzare o contaminare l’assolutezza e la purezza della fede – anche se la mente moderna, ottenebrata, come lo è, dalla concupiscenza e dal soggettivismo sembrerebbe non comprendere più il fatto che se una cosa è vera, il suo contrario dev’essere falso.

2. Il conflitto con la Francia

La politica anticattolica del governa francese era cominciata durante gli ultimi anni di papa Leone XIII e culminò nella legge di denuncia del Concordato e di separazione nell’anno 1905. La legge prevedeva che la gestione della cose del culto, a cominciare dal possesso degli edifici sacri, passasse ai laici sotto vigilanza prefettizia.

Rifiutarsi di accettare la legge significava perdere tutto il patrimonio immobiliare ed affrontare realmente l’ignoto materialmente e spiritualmente. La maggior parte dei vescovi francesi fu favorevole a cedere ed a trattare col governo, ma l’ultima parola spettava al papa. La decisione gli costava notti di insonnia e di profonda angoscia, ma poi, con l’enciclica Gravissimo officii del 1906, oppose un rifiuto totale.

Nelle parole del padre Dal Gal dalla biografia di san Pio X, su cui ci basiamo per questa sezione: ‘La sua condotta fu di una chiarezza cristallina. Messo da parte ogni sotterfugio politico, egli considerò solo l’aspetto religioso della questione. Cioè il fatto che le associazioni, sovvertendo la costituzione della Chiesa, avrebbero “violato i sacri diritti che tengono alla vita stessa della Chiesa”. Perciò le respinse. Davanti al problema di principio, non cercò alcun compromesso e scelse la strada più impervia. Disse di aver anteposto il “bene” della Chiesa ai suoi “beni”; ed affermò: “Meglio la libertà con la povertà che la ricchezza con la schiavitù.” A che gli chiedeva come avrebbe potuto esercitare il suo ministero l’arcivescovo di Parigi senza casa, stipendio, e senza chiesa, rispose: “Si può sempre nominare arcivescovo un frate francescano, obbligato dalla regola di vivere in assolta povertà”. Con il segretario, che gli riportava le obiezioni dei suoi critici, disse: “Io mi consiglio davanti al Crocifisso e poi prendo le mie decisioni.”

Nella fermezza del papa c’era il desiderio di far ritrovare alla Chiesa la sua libertà, pur pagandola il prezzo più alto. La sua decisione, ed il discorso che pronunciò in seguito ai 14 vescovi da lui nominati per le sedi vescovili vacanti della Francia, sono tra gli atti i più alti della rettitudine e della semplicità cristiana del suo spirito, che non conosce compromesso quando si tratta di decidere tra il vero ed il falso, il bene ed il male.

*

Preghiamo san Pio X che la gerarchia ed il clero tornino alla proclamazione chiara, pura ed incontaminata dell’unica, vera fede; che la Chiesa torni a collaborare intimamente con lo Stato per proteggere tutti i cittadini dalla falsità dottrinale e morale affinche gerarchia, clero, Chiesa, e Stato possano efficacemente compiere il fine ultimo per cui esistono: la salvezza e la santificazione di tutti gli uomini.

San Pio X,  prega per noi! Amen.

San Giovanni della Croce

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

San Giovanni della Croce è dottore della Chiesa, che tra tutti i dottori della Chiesa ha saputo analizzare ed esporre in modo sintetico la vita spirituale dai suoi inizi col combattimento contro il peccato mortale, fino alle vette piu sublimi della mistica. È vissuto in Spagna tra 1542 e 1591, figlio di una famiglia povera, divenuto sacerdote per ubbidienza, ed insieme a santa Teresa d’Avila, responsabile della ripresa del rigore originario dell’ordine carmelitano: un lavoro che gli è costato disprezzo, bastonati, imprigionamento, e flagellazione.

La sua dottrina, espressa in poesia mistica e poi in commentari, che è riconosciuta dalla Chiesa cattolica propria come sua, si può formulare in questo modo: La vita sana dell’uomo consiste nel suo amore per Dio: l’unica cosa necessario in assoluto. Per raggiungere questo amore in modo pieno, occorre una disciplina ascetica costante, sia esteriore che interiore.

Quanto al lato esteriore, scrive (Salita I, 13.3) che la persona “abbia un costante desiderio di imitare Cristo in ogni azione, conformandosi con la propria vita a Lui. Deve meditare su di Lui per saperLo imitare e per potersi comportare in tutte le azioni come Lui si comporterebbe.”

Quanto al lato interiore, la persona deve raccogliere tutte le facolta mentali in Dio: la conoscenza si deve riempire con la Fede; la volontà con la Carita; mentre nell memoria tutti i ricordi si devono sostituire con la speranza; le emozioni si devono sottometere alle cose di Dio; l’immaginazione e la fantasia devono tacere; ed i sensi non devono cercare le proprie soddisfazioni, bensì essere utilizzati solo per compiere i doveri della persona, offrendo a Dio i piaceri che ne possono conseguire, piuttosto che non afferarli in modo egoista a se stessi. In una parola: Amare Dio, e spogliarsi per Dio di tutto ciò che non è Dio. In questa maniera la persona comprenderà tutto alla luce di Dio: riferendo a Lui quanto di vero, di buono, e di bello c’è nelle cose e nelle persone.

Una parte essenziale della vita interiore dell’uomo costituisce naturalmente la preghiera. Per primo c’è la preghiera vocale privata o liturgica, tanto in luogo solitario che in assemblea, davanti ad un quadro, oppure dinanzi a Cristo Crocifisso.

Secondo, c’è la preghiera meditativa che è in genere piu faticosa, perche è attività discorsiva, ovvero un riflettere, un ragionare alla ricerca di “qualche notizia ed amore di Dio” (Salita II, 14. 2). La persona si deve applicare parecchio per acquistare l’abitudine della meditazione, ovvero una certa facilità e piacevolezza a meditare: perciò deve scegliere tempi e luoghi nei quali i sensi e lo spirito sono meno ostacolati nell’elevarsi a Dio.

In terzo luogo c’è la contemplazione “acquisita” a cui conducono la preghiera vocale e la meditazione: ossia quell’attitudine interiore in cui la mente si pone in una conoscenza di Dio indistinta, pacifica, riposante, che suscita in essa diletto, amore, sapienza (Salita II,14.2). Chiaramente più si toglie dall’ambiente terreno con le pratiche di mortificazione (già enumerate), più si può attaccare a Dio nella contemplazione – e, come spiega il santo, quando una si stacca dal creato, si attacca per forza a Dio, in quanto il vuoto di per se stesso non esiste affatto.

Osserviamo che questa dottrina è tutto il contrario dell’ideale dell’uomo di oggi che conosce, vuole, e ricorda solo il mondo puramente naturale e che si lascia condurre dalle emozioni, dalla fantasia, dai sensi e dai piaceri verso tutto ciò che gli possa apparire buono.

Osserviamo altrettanto che questa dottrina, che consiste nell’annichilmento dell’io e della glorificazione di Dio, è tutto il contrario della filosofia moderna con la sua glorificazione dell’io ed con il suo rigetto di Dio.

Per dare un’idea degli scritti di san Giovanni, vogliamo adesso considerare brevemente la prima metà della sua poesia ‘La notte oscura’ che serve come testo da lui commentato nella sua opera ‘Salita del Monte Carmelo.’ Si tratta dell’anima, che in una notte oscura esce da una casa addormentata per una scala segreta, guidata dalla luce del suo cuore per incontrare qualcuno fuori della casa.

Lui spiega che la notte oscura è lo stato di purificazione dell’anima nei sensi e nell’intelletto; la casa è addormentata inquanto l’anima non è più disturbata dagli appetiti; la scala segreta e la luce del cuore sono la fede che è la sua guida verso l’unione a Dio nella contemplazione in questa vita, e nella beatitudine eterna nella prossima.

‘In una notte oscura, con ansie di amore tutta infiammata (o felice ventura!) – uscii, né fui notata, stando già la mia casa addormentata. Nella felice notte segretamente, senza esser veduta, senza nulla vedere, senza altra guida o luce fuor di quella che in cuore mi riluce. Questa mi conduceva, più sicura che il sol del mezzogiorno, laddove mi attendeva Chi ben conoscevo, e dove nessun altro si vedeva…’

Carissimi amici, è la mia speranza che qualcuno, sentendo questi pochi elementi, questi singoli frammenti, dell’armonia celeste della dottrina del santo, si proporrà di metterla in pratica nella vita. La vita è breve e ci aspetta l’eternità. Passiamo dunque questi nostri brevi anni sulla terra solo preparandoci per raggiungere quel grado di gloria e di beatitudine che Dio ci apparecchia da sempre.

San Giovanni della Croce ci insegna di dare ‘tutto per Tutto’: di dare tutto il finito, il passeggiero, e transitorio di questo mondo per ricevere l’Infinito, l’Immutabile, e l’Eterno del cielo: di dare tutta la nostra vita a Lui, per ricevere da Lui tutta la Sua vita divina: all gloria del Suo Santo Nome e per la nostra eterna felicità. Amen.

L’Assunzione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

 I   La Dormizione

In questa meditazione vogliamo considerare il carattere della morte della Beatissima Vergine Maria.

In virtù dell’eccellenza e dell’eccelsa santità della Beatissima Vergine Maria ella è morta come uno che si addormenta. Perciò la sua morte viene descritta più precisamente come ‘dormizione’. Se si chiedesse perché non avrebbe potuto evitare completamente la morte, la risposta deve essere perché Iddio voleva la Madonna tutta simile a Gesù, essendo morto il Figlio, conveniva che ancor morisse la Madre. Ora questa morte fu caratterizzata da due tratti: dalla sua dolcezza e dalla sua felicità.

A questo riguardo insegna sant’Alfonso che di sono 3 cose rendono amara la morte: ‘Lattaccamento alla terra, il rimorso dei peccati, l’incertezza della salute.’ Mentre la Beatissima Vergine ‘morì tutta distaccata, come sempre visse, dai beni mondani; morì con somma pace di coscienza; morì con certezza della gloria eterna.’

 

  1. Il Suo Distacco dalle Cose di questa terra.

Ebbene nell’Eccclestiasticus si legge (41): ‘O morte quanto è amaro il ricordo di te agli uomini che hanno la pace nei loro possessi.’ Similmente il Signore ci dice che è difficile che un uomo ricco si salvi – un uomo che ha messo la fiducia nelle cose di questo mondo. Mentre la morte dei santi non è amara, bensì dolce, amabile e preziosa, perché muoiono distaccati dal mondo: muoiono nel Signore: ‘Beati i morti che muoiono nel Signore’ (Apc. 14.13).

Ora la Madonna fu l’esemplare il più insigne di questo spirito di distacco. Sant’Alfonso scrive: ‘Sin dall’età di 3 anni lasciò i suoi parenti ed andò a rinserrarsi nel Tempio per attendere solamente a Dio, distaccato dalle robe, contentandosi di vivere sempre povera, sostendandosi colle fatiche delle mani, distaccata dagli onori, ed amando la vita umile ed abietta – benché le toccasse l’onor di regina per ragione della discendenza che traeva dai re d’Israele. Rivelò la stessa Vergine a sant’ Elisabetta benedettina, che quando fu lasciata nel Tempio dai suoi parenti stabilì nel cuore di non aver altro padre, e non amar altro bene, che Dio.’

L’introito della Festa dell’Assunzione cita la frase seguente del libro dell’Apocalisse: ‘Un grande segno apparve in cielo: una donna vestita del sole, con la luna sotto i piedi’ (12.1). Quest’immagine viene attribuita dalla teologia alla Beatissima Vergine Maria assunta nella gloria. Sant’Alfonso scrive: ‘Per la luna spiegano gli interpreti significarsi i beni di questa terra che sono caduchi e mancano come manca la luna. Tutti questi beni la Madonna non li ebbe mai nel cuore ma sempre li disprezzò e le tenne sotto i piedi.’

Un’altra immagine della sacra Scrittura che ci indica il suo distacco da questo mondo è quella della tortorella nella frase: ‘La voce della tortorella si udì nella nostra campagna’ (Cant. 2. 12), perché la tortorella è un uccello solitario. Una terza immagine è quella della persona ‘che ascende per lo deserto’ nello stesso Cantico dei cantici (3.6). Ruperto di Deutz commenta: ‘In tale guisa ascendeste per lo deserto perché avevate un’anima solitaria.’ In breve, la Madonna era distaccata dalle cose di questo mondo e quindi la sua morte era dolce.

 

  1. la Sua Pace di Coscienza

Per citare ancora sant’Alfonso: ‘I peccati fatti nella vita sono quei vermi che maggiomente affligono e rodono il cuore dei poveri peccatori moribondi, i quali, dovendo allora tra breve presentarsi al divino tribunale, si vedono circondati in quel punto dai loro peccati che lo spaventano e lor gridano intorno al dir di san Bernardo: ‘Siamo opera tua. Non ti abbandoniamo.’ Si può aggiungere che questo vale soprattutto per i peccati non perdonati, ma anche per i peccati perdonati, perché anche questi affligono la coscienza col rimorso, col rimorso per tempo perso o persino per tutta una vita sprecata, per occasioni mancate per amare Dio e progredire nella santità. Tutti questi peccati divengono vermi, come anche la coscienza stessa diviene verme all’ora della morte, e per i dannati diviene il verme che non muore mai.

La Santissima Vergine Maria invece non poteva essere afflitta da alcun rimorso di coscienza perché era completamente libera dal peccato: sia originale che attuale. Quanto al peccato originale, citiamo la Bolla Ineffabilis di beato Pio IX: ‘Dal primo istante della sua concezione per mezzo di una grazia ed un privilegio singolare di Dio Onnipotente, in virtù dei meriti di Cristo Gesù Salvatore del genere umano, fu preservata immune da ogni macchia del peccato originale.’ Quanto invece al peccato attuale, il concilio di Trento dichiara: la Chiesa mantiene che la Beata Vergine, mediante un privilegio speciale di Dio, poteva evitare tutti peccati, anche veniali, durante tutta la sua vita (S. VI c. 23). Così la frase del cantico dei cantici si può applicare a le: ‘Tutta bella sei tu, o mia diletta, e macchia non è in te.’

Sant’Alfonso commenta: ‘Dacchè ebbe l’uso di ragione cioè dal primo istante della sua immaolata concezione nell’utero di sant’Anna, sin d’allora cominciò con tutte le sue forze ad amare il suo Dio, e così seguì a far semore più avanzandosi nelle perfezione e nell’amore in tutta la sua vita. Tutti i suoi pensieri, i desideri, gli affetti non furono che di Dio: non disse parola, non fece moto, non diede occhiata, non respirò, che non fosse per Dio e per la sua gloria, senza mai storcere un passo, senza mai distaccarsi un momento dall’amore divino.’ Il santo descrive come tutti questi atti le si fecero intorno al suo beato letto e, consolandola, dicevano: Siamo opere delle tue mani: non ti abbandoniamo.’

 

  1. La Sicurezza della Madonna sull’Eterna Salute

I peccatori che muoiono con dubbio della loro salute temono con un grande spavento di passare ad una morte eterna, mentre i santi si rallegrano nella loro grande speranza di andare a possedere Iddio nel cielo. ‘San Lorenzo Giustiniani, stando vicino alla morte e sentendo i suoi famigliari che piangevano intorno disse: ‘Andate altrove a piangere: se volete stare qui con me, avete da godere come godo io in vedermi aprire la porta del paradiso ed unirmi col mio Dio.’ Similmente san Luigi Gonzaga , quando ricevette le notizie della morte, esclamò: ‘Mi sono rallegrato quando mi hanno detto: andremo nella casa di Dio: ‘Laetatus sum in his quae dicta sunt mihi: in domum Dei ibimus.’

Eppure gli altri santi non avevano la certezza della divina grazia, ne della propria santità, come ne era la Madonna, che già dalla parola dell’Arcangelo Gabriele aveva somma certeza di esssere l’oggetto del sommo favore di Dio: Ave Gratia plena, Dominus tecum, Benedicta tu in mulieiribus… invenisti gratiam apud Deum.’ Quanta era la sua certezza della propria salvezza, tanta era la sua allegria alle notizie della morte, del suo transito imminente al possesso pieno e definitivo di Dio.

 

  1. La Causa della Morte della Beatissima Vergine Maria

Sant’ Alfonso argomenta che il principio della sua vita era il principio della sua morte. Il principio della sua vita, e dunque anche della sua morte, era l’amore divino.

Bernardino da Bustis scrive che la Madonna, per privilegio singolare non conceduto ad alcun altro santo, amava e stava amando sempre attualmente Dio in ogni istante della sua vita e con tanto ardore che dice san Bernardo esservi stato necessario un continuo miracolo acciocchè ella avesse potuto vivere in mezzo a tante fiamme.

Della Madonna fu già detto dei sacri cantici: ‘Chi è costei che ascende per il deserto quasi colonna di fumo dagli aromati di mirra, e d’incenso, e di ogni polvere e profumerie’ (Cant. 3.6): Un pio autore commenta: ‘La sua totale mortificazione figurata nella mirra, le sue ferventi orazioni significate nell’incenso, e tutte le sante sue virtù unite alla sua perfetta carità verso Dio, accendevano in lei un incendio così grande, che la sua bell’anima, tutta sacrificata e consumata dal divino amore, s’alzava continuamente a Dio qual verghetta di fumo, perché internamente consumata in olocausto dall’incendio dell’amor divino, da lei vampava soavissima fragranza.’

Sant’Alfonso conclude: ‘Qual visse l’amante Vergine, tale morì. Siccome l’amore divino le die la vita, così le die la morte, morendo ella come comunemente dicono i dottori ed i santi Padri, non di altra infermità che di puro amore, dicendo sant’Ildefonso che Maria o non doveva morire, o solo morire di amore. Amen.

 

                        II   L’Assunzione

 In salmo 132.8 si legge: ‘Su via, o Signore, al vostro riposo, voi e l’arca della vostra santificazione.’ I teologi applicano questo passo non solo all’introduzione dell’arca del testamento nella città di Davide, ma anche all’ Ascensione del Signore e all’Assunzione della Beatissima Vergine Maria in cielo. Ella era l’arca della nuova allenaza, l’arca della santificazione del Signore nel senso che ella fu santificato dalla presenza del Signore nel suo seno: benedetta fra le donne perché benedetto il frutto del suo seno Gesù. A questo riguardo scrive san Bernardo: ‘Ascenda per la Vostra santissima Madre, Maria, già santificata nel concepirVi.’

Quanto alla pompa con la quale la beatissima Vergine entrasse in cielo, era più nobile e gloriosa di quella dell’arca del testamento, di quella con la quale il profeta Elia fu trasportato in cielo, eppure di quella con la quale il Redentore Stesso era asceso in cielo: Ovvero l’arca del testamento fu accompagnata dal re Davide e da tutta la casa d’Israele; il profeta Elia fu accompagnato da un gruppo di angeli (in forma di un cocchio di fuoco, come vogliono gli interpreti); il Redentore fu accompagnato da tutti gli angeli; mentre per accompagnare la Beatissima Vergine Maria (dice l’abbate Roberto) venne il Medesimo Re del Cielo con tutta la Sua corte celeste: San Bernardino da Siena, san Pier Damiani, e sant’Anselmo condividono questo sentimento – sant’Anselmo dicendo che il Redentore volle ascendere al cielo prima che vi pervenisse la Madre, non solo per apparecchiarle il trono in quella reggia, ma ancora per far più gloriosa la sua entrata nel paradiso, con accompagnarla Egli Stesso, unito a tutti gli spiriti beati.

L’abbate Guerico fa così parlare su ciò il Verbo Divino: ‘Io per dar gloria a mio Padre discesi dal cielo a terra; ma poi per rendere onore alla Madre mia, ascesi di nuovo in paradiso per poter poi venire ad incontrarla ed accompagnarla con la mia presenza al paradiso’. Per questo san Pier Damiani chiama l’Assunzione più gloriosa dell’Ascensione.

 Per avere un’intuizione sull’incontro tra il Signore e la Beatissima Vergine durante l’Assunzione ci possiamo volgere con sant’Alfonso al cantico dei cantici: questo libro della sacra Scrittura esprime la carità tra Cristo e la Sua Sposa immacolata la Chiesa, più particolarmente le anime perfette, ma soprattutto la Sua Vergine Madre, la stessa Immacolata.

Il passo seguente si presta in modo speciale all’assunzione: ‘Su, via, amica mia, colomba mia, bella mia, e vieni. L’inverno è passato e recesso.’ L’inverno si riferisce secondo questa interpretazione alle sofferenze della Beatissima Vergine sulla terra: alle sofferenze di colei che era e chè è la Regina dei martiri, e che ha sofferto più di tutti gli uomini insieme dall’inizio fino alla fine dei tempi. Sant’Alfonso commenta: ‘Su, Madre mia cara, mia bella e pura colomba, lascia questa valle di pianti, dove hai tanto sofferto per amor mio. Vieni coll’anima e col corpo a godere il premio della tua santa vita: se hai molto patito in terra, assai maggiore è la gloria che io ti ho preparata in cielo.’

Un altro passo citato da sant’Alfonso è il seguente: ‘Vieni da Libano, sponsa mia, vieni da Libano, vieni è sarai incoronata.’ Lui commenta: ‘Vieni… a sedere a me vicino, vieni a ricevere la corona che ti darò di Regina dell’Universo.’ Deo gratias.

 

La Gloria dell’Assunta, parte 1

‘Se mente umana, asserisce san Bernardo, ‘non può arrivare a capire la gloria immensa che Dio ha preparato in cielo a coloro che in terra L’hanno amato, come ci avvisò l’Apostolo, chi mai giungerà a comprendere quale goria abbia apparecchiata alla Sua diletta madre che L’ha partorito, che in terra L’ha amato più di tutti gli uomini; anzi, fin dal primo istante ch’ella fu creata, L’amava più di tutti gli uomini e di tutti gli angeli uniti insieme.’ Sant’Alfonso osserva: ‘Ha ragione dunque la santa Chiesa di cantare alla festa dell’Assunzione (avendo la Madonna amato Dio più di tutti gli angeli) che: ‘ella sia stata sopra tutti gli angeli sublimata in cielo.’

In verità la Santa Vergine si è esaltata sopra degli angeli in modo che (secondo l’abate Guglielmo) lei non vede sopra di se collocato altri che il suo Figlio, Che è l’Unigenito di Dio, o in modo che (secondo Giovanni Gersone) costituisce in cielo una gerarchia a parte, la più sublime di tutte, e la seconda dopo Dio. Sant’Antonio suggiunge che siccome senza paragone differisce la padrona dai servi, così senza paragone è maggiore la gloria di Maria di quella degli angeli. In fatti questa verità è gia espressa nella frase di salmo 44: ‘La regina sta alla sua destra’ che sant’Atanasio spiega dicendo: ‘Maria venne collocata alla destra di Dio.’

La posizione preminente della Santissima Vergine si capisce quando si considerano le sue opere. Se è certo che Dio rimunera secondo i meriti, siccome scrisse l’Apostolo: ‘Rende a ciascuno secondo le sue opere’ certamente, dice san Tommaso, la Vergine superò il merito di tutti gli uomini ed gli angeli, e dunque dovette esser innalzata sopra tutti gli ordini celesti. In somma soggiunge san Bernardo: ‘Si misuri la grazia singolare che ella acquistò in terra; e quindi si misuri la gloria singolare che ella ottenne in cielo.’

Secondo l’espressione di la Colombière, la gloria della Madonna fu una gloria piena, una gloria compiuta, a differenza di quella che hanno in cielo gli altri santi. Perché gli altri santi avrebbero potuto meritare una gloria più grande se avessero servito ed amato Iddio con maggior fedeltà, e benché non desiderino in cielo niente più di quel che godono, nulladimeno in fatti avrebbero di che desiderare. Mentre la Beatissima Vergine Maria desidera niente e niente ha ché desiderare. Non ha mai peccato, non ha mai perso, neanche offuscato, la divina grazia. ‘Non fece azione che non meritasse, non disse parola, non ebbe pensiero, non die respiro che non lo dirigesse alla maggior gloria di Dio; in somma, non mai si raffreddò o si fermò un momento di correre a Dio, niente mai perdeva per sua negligenza, cosicché sempre corrispose alla grazie con tutte le sue forze ed amò Dio quanto Lo poteva amare.

Sant’Alfonso osserva che ogni santo, corrispondendo alla grazia ricevuta, si è reso eccellente in qualche virtù: chi nell’apostolato, chi nella penitenza, chi nella sofferenza, chi nella contemplazione; che percio la Chiesa dice di ciascuno nel testo della santa Messa: ‘Nessuno si trovò che lo pareggiasse’ (non est inventus similis illi), ma ‘La Santissima Vergine, essendo stata ripiena di tutte le grazie, fu sublime più di ciascun santo in ogni sorta di virtù: fu apostola degli apostoli, regina dei martiri mentre pati piu di tutti, fu gonfaloniera delle vergini, l’esempio dei coniugati, unì in se una perfetta innocenza con una perfetta mortificazone; unì in somma nel suo cuore tutte le virtu piu eroiche che avesse mai praticate alcun santo. Per cui di lei fu detto: ‘Alla tua destra si sta la regina in manto d’oro, con ogni varietà d’ornamenti’ poichè, come dice un pio autore: ‘Tutte le grazie, i pregi, i meriti degli altri santi tutti si trovano congregati in Maria.’

 

La Gloria dell’Assunta, parte 2

In quest’ultima predica all’onore dell’Assunta ricordiamo la dottrina dell’Assunzione, sempre insegnata dalla santa Madre Chiesa, come fu definita dogmaticamente da papa Pio XII nell’anno 1950 con le parole seguenti: ‘Sull’autorita di Nostro Signore Gesu Cristo, dei beati apostoli Pietro e Paolo e sulla nostra, proncunciamo, dichiariamo, e definiamo come dogma divinamente rivelato che l’Immacolata Madre di Dio, Maria sempre Vergine, quando il corso della sua vita terrena era compiuto, fu assunta corpo ed anima nella gloria del cielo.’

Ebbene, la gloria della Beatissima Vergine Maria è tale che ella viene paragonata col sole. San Basilio dice: ‘Siccome lo splendore del sole eccede lo splendore di tutte le stelle insieme unite, così la gloria della divina Madre supera quella di tutti i beati.’ San Pier Damiani aggiunge che: ‘Siccome la luce delle stelle e della luna scomparisce quasi queste più non vi siano al comparire del sole, così la Madonna oscura talmente nella gloria lo splendore degli uomini e degli angeli, che in cielo questi quasi non compariscono.’

Quindi asserisce san Bernardino da Siena con san Bernardo che i beati partecipano in parte della divina gloria, ma la Vergine in certo modo ne è stata talmente arricchita che, pur una creatura, non possa piu unirsi a Dio di quel che e unita Maria. San Bernardo asserisce: ‘Con ragione si presenta Maria ammentata di sole [nell’immagine dell’Apocalisse], lei che ha penetrato l’abisso della divina sapienza così che (quanto la condizione di creatura lo permette) appare come immersa nella luce inaccessibile.’ Sant’Alberto Magno dice inoltre che la nostra regina contempla Dio molto da vicino ed incomparabilmente piu che tutti gli altri spiriti celesti.

In fine, il sole che è la Beatissima Vergine Maria dà luce e gioia ai beati. San Bernardino scrive che siccome gli altri pianeti sono illuminati dal sole, così tutti i beati ricevono luce e gaudio maggiore dalla vista di Maria, e che la Madre di Dio, salendo al cielo, ha accresciuto il gaudio a tutti i suoi abitanti. San Pier Damiani dice che i beati non hanno maggior gloria in cielo, dopo Dio, che di godere la vista di questa bellissima regina, e san Bonaventura scrive: ‘Dopo Dio la maggiore nostra gloria ed il maggio nostro gaudio ci viene da le.’ Deo gratias!

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni nell’economia di salvezza

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nel suo commentario su Salmo 9, sant’Agostino pone le passioni nel contesto dell’economia di salvezza. In un’anima ancor imperfetta il demonio regna, almeno fino a un certo qual grado. Prima di ricevere la Grazia santificante col battesimo, o dopo averla persa tramite il peccato mortale, regna supremo; ma continua a regnare in modo meno potente, anche quando l’anima pecca in modo solo veniale, o manca alla perfezione tramite le proprie debolezze. In collaborazione col primo uomo, il demonio ha creato, per così dire, le tre concupiscenze, quelle degli occhi, della carne, e della propria eccellenza, cioè la superbia. Inoltre ha disordinato le passioni, mediante le quali operano le concupiscenze, fonti di ogni peccato. Le concupiscenze vengono intese come i suoi satelliti, le passioni disordinate come il suo popolo, e l’anima come una città.

Le lance del nemico sono venute meno per sempre; e hai distrutto le città. Ma [si tratta di] quelle città sulle quali regna il diavolo, ove tengono luogo di senato consigli ingannatori e fraudolenti, alla cui autorità si accompagnano come sicari e ministri gli uffici di ciascuno dei membri: gli occhi per la curiosità, le orecchie per la lascivia o per le altre cose che siano volentieri ascoltate con spirito deteriore, le mani per la rapina o per qualsiasi altra scelleratezza o delitto, e le restanti membra [sottoposte] per scopi analoghi all’autorità tirannica, ossia che militano sotto ai perversi consigli.

‘La plebe di questa città è costituita da tutti i sentimenti sensuali e dai moti turbolenti dell’animo, che sollevano nell’uomo rivolte quotidiane. Infatti laddove si trova un re, un senato, dei ministri, un popolo, là esiste una città. E non vi sarebbero tali elementi nelle città malvagie, se prima essi non fossero nei singoli uomini, che sono come gli elementi e i germi delle città. Ha distrutto queste città [il Signore] quando ne ha scacciato il principe del quale è stato detto: il principe di questo secolo è stato gettato fuori. Dalla parola della verità sono devastati questi regni, tramortiti i malvagi consigli, i disonesti sentimenti domati, le funzioni delle membra e dei sensi assoggettate e poste al servizio della giustizia e delle buone opere; in modo che ormai, come dice l’Apostolo, non regni il peccato nel nostro corpo mortale e le altre cose che dice in questo passo. Allora l’anima è pacificata, e l’uomo è avviato alla conquista della pace e della beatitudine.’

La città viene conquistata dunque quando la parola della verità, la Fede, ci entra, portando con sé la conoscenza necessaria per superare le tre concupiscenze, ed il disordine delle passioni. In conseguenza la città, cioè l’anima, si sottometterà al regno pacifico del vero bene, del Sommo ed Infinito Bene che è Dio: Lo amerà e si rallegrerà in Lui.

Mi allieterò ed esulterò in Te. Non più in questo mondo, non nel piacere del contatto tra i corpi, non nei sapori del palato e della lingua, non nella soavità dei profumi, non nella giocondità dei suoni che svaniscono, non nelle forme multicolori dei corpi, non nella vanità delle lodi umane, non nel matrimonio o nei figli che morranno, non nelle superfluità delle ricchezze temporali, non nella investigazione di questo mondo, sia per le cose che si estendono nello spazio, sia per quelle che si svolgono nel succedersi del tempo; ma mi allieterò ed esulterò in Te, cioè nei segreti del Figlio, da cui si è impressa in noi la luce del Tuo volto, o Signore. Infatti li nasconderai – dice – nel segreto del Tuo volto.’ Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni e i loro veri oggetti

 + In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nell’ultimo articolo abbiamo meditato sull’oggetto della passione fondamentale cioè dell’amore. Ora guarderemo brevemente l’oggetto delle passioni individuali. Ricordiamo che le passioni si rapportano a ciò che sperimentiamo come bene o male: al bene o al male apparenti.

Amore, desiderio, gioia, speranza, disperazione si rapportano al bene apparente. L’amore si rapporta all’unione col bene: costituisce desiderio quando il bene è assente, e gioia quando è presente. La speranza sorge quando il bene è difficilmente raggiungibile; audacia quando mi viene la forza per raggiungerlo; disperazione quando è impossibile raggiungerlo.

Odio, ira, paura, avversione, tristezza si rapportano, invece, al male apparente. Odio, ira, e tristezza si rapportano al male presente: l’odio e l’ira ci si oppongono; la tristezza lo accetta. Paura e avversione si rapportano al male assente: la paura anticipa la sua venuta; l’avversione ci prepara per schivarlo.

Il nostro compito, come abbiamo già visto, è di indirizzare le passioni ai loro fini giusti: ossia di indirizzarle non al bene o male apparenti, bensì al bene o al male veri.

L’oggetto vero ed adeguato dell’amore, come abbiamo detto, è Dio Stesso, Nostro Signore Gesù Cristo, ‘il più tenero, il più generoso, il più devoto degli amici’. A Lui bisogna dare il cuore nelle meditazioni quotidiane, nel ringraziamento dopo la santa Comunione, nella pratica costante della presenza di Dio. In secondo luogo l’oggetto deve essere il bene principale che cerchiamo con la vita, che potrebbe essere la salvezza e la santificazione delle anime, anche delle nostre tramite il proprio lavoro su se stessi; l’esaltazione della santa Madre Chiesa, il bene della patria, dei figli che educhiamo e delle famiglie che sosteniamo, inoltre le amicizie buone e sovrannaturali. Questi beni bisogna dunque amare, godere, desiderare, sperare con incrollabile fiducia in Dio, e cercare con audacia: malgrado i costi e tutti i pericoli possibili.

La disperazione, secondo la sintesi di padre Tanquerey da cui citiamo in questo paragrafo, si trasforma in giusta diffidenza di sè, fondata sulla conoscenza della propria peccaminosità e debolezza, ma temperata dalla fiducia in Dio… L’odio e l’avversione si volgono al peccato, al vizio, ed a tutto ciò che vi conduce, come si legge in salmo 118: Iniquitatem odio habui. La paura, invece di essere deprimente sentimento che fiacca l’anima, si trasforma per il cristiano in fonte di energia: teme il peccato e l’inferno, santo timore che lo arma di coraggio contro il male; teme soprattutto Dio, premuroso di non offenderLo, e sprezza l’umano rispetto. La tristezza, piuttosto che fiaccarci come la paura o far scendere in malinconia, passa in dolce rassegnazione dinanzi alle prove che sono per il cristiano seme della gloria, oppure in tenera compassione per il Nostro Signore Gesù, paziente ed offeso a alle anime afflitte. L’ira, invece di toglierci la padronanza di noi stessi, si fa giusto e sano sdegno che ci rende più forti contro il male.

Dopo aver ordinato le passioni, non veniamo più scossi qua e là dai venti e dai flutti delle vicissitudini di questa vita: dalle circostanze esterne e dalle debolezze interne. La sensibilità sarà stata indirizzata al vero bene: a Dio Stesso ed ai beni del creato nel loro giusto orientamento a Lui. Le energie della vita emozionale e passionale saranno state indirizzate ai propri fini; molto peccato, molta imperfezione, molta sofferenza si possono ormai evitare; molto bene si può compiere. Con la mia collaborazione Dio ‘ha ordinato la Carità nella mia anima’: la Carità che mi è divenuta principio guida e mi condurrà in pace alla patria celeste. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le Passioni ed il vero bene

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Abbiamo guardato il male che ci possono recare le passioni disordinate. Una differenza essenziale tra i figli del mondo ed i cattolici che vogliono vivere piamente e devotamente in questo mondo, è che i primi vivono secondo le loro passioni, e i secondi si sforzano a controllarle ed a moderarle. I primi vanno dove li conducono la passione dell’amore (quella passione più fondamentale) e poi le altre passioni che la seguono. Le speranze e le gioie, il coraggio (o audacia) e la disperazione si rapportano all’acquisto, al possesso, o all’impossibilità di acquistare, quella cosa o persona che sperimentano come bene; la paura, l’ira, l’avversione, la tristezza si rapportano, invece, a ciò che sperimentano come male – nello stesso mondo apparente creato dai loro sentimenti. Bramano di essere appagati non ordinando e superando le passioni, bensì indulgendole: il ciò serve, però, come abbiamo già fatto notare, solo per aumentarle.

Il cattolico serio, invece, cerca di ordinare le passioni in modo giusto: assoggettando le passioni (o emozioni), vale a dire il cuore, all’intelletto ed alla volontà: all’intelletto illuminato dalla Ragione e dalla Fede, ed alla volontà accesa dalla Carità; indirizzando il cuore verso il vero bene, e staccandolo dal vero male: così che in fin fine sperimenterà come bene ciò che è davvero bene, e come male ciò che è davvero male; ed in fine si appagherà e raggiungerà la pace – la pace, secondo sant’Agostino, essendo nient’altro che la tranquillità dell’ordine.

Ora il vero bene, nel senso definitivo del termine, è Dio Stesso a la Sua Gloria. Se oriento la vita e tutti i miei sforzi a questo bene, dunque, se scelgo Lui come il vero bene personale, se Egli è il mio tesoro: presso Lui sarà anche il mio cuore: l’orientamento del cuore, tutto l’orientamento della sensibilità e dell’amore.

Ci sono diversi modi per cercare Dio e la Sua Gloria: il primo, che è anche quello diretto, è salvare le anime tramite l’azione e la preghiera; un secondo modo (indiretto) è amare il prossimo in altre maniere, tramite il servizio; un terzo modo (anche indiretto) è impegnarmi in un lavoro utile in istato di Grazia, con l’intento di glorificare Dio.

Prendiamo l’esempio di una madre che si prende cura del figlio. Ovviamente il cuore materno è fisso sul bene del figlio: sulla salute, sull’educazione intellettuale, morale, e sopratutto spirituale, affinché il figlio possa crescere come cristiano esemplare: responsabile, buono, felice, ed in grado di salvare e santificare l’anima.

E’ facile vedere che quando il cuore materno sarà fisso sul vero bene del figlio – vale a dire che l’amore viene indirizzato nel modo giusto verso il figlio – che tutte le altre passioni o emozioni si ordineranno corrispondentemente: le speranze, l’audacia, la paura, l’ira staranno tutte nella giusta relazione al bene ultimo del figlio; e che tutte queste emozioni (e il tipo di educazione che motivano ed informano) staranno nella giusta relazione a Dio ed alla Sua Gloria.

Quanto è importante, dunque, per un genitore, anzi per qualsiasi persona in qualsiasi stato di vita o in qualsiasi occupazione, fissare il cuore sul bene che lui è obbligato a compiere, e sul bene ultimo che questo bene deve promuovere: cioè la Gloria di Dio. Quanti frutti potrà produrre e quanto tempo dureranno, se l’intelletto, la volontà, le emozioni mirano a questi fini: quanti frutti in questa vita, e quanti nell’eternità! Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni: il male che ci recano

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Stiamo guardando il male che ci possono recare le passioni sregolate. A parte del peccato come tale ci sono cinque modi in cui danneggiano l’anima.

a) La logorano

‘Le passioni’, dice san Giovanni della Croce, ‘sono come i bambini irrequieti che non si riesce mai a contentare; chiedono alla madre ora questo ora quello, e non sono mai soddisfatti. Come si affatica e si stanca che scava cercando il tesoro che non trova, così si affatica e si stanca l’anima a conseguir ciò che gli appetiti le chiedono; e quand’anche finalmente lo consegua, pure sempre si stanca perché non resta mai perfettamente paga… è come il febbricitante che non sta mai bene finchè non gli passi la febbre e che ogni momento si sente crescere la sete…’

b) Tormentano l’anima

Abbiamo visto che le passioni, come bambini viziati, chiedono soddisfazione senza tregua, non stancandosi mai: anzi, più vengono appagate, più chiedono. Inoltre, più vive sono, più intenso il dolore che ci recano. Se la coscienza rilutta di concedergli la vittoria, si impazientiscono: rinnovano gli assalti sulla volontà per farla cedere ai sempre rinascenti desideri. Così logorano ed affliggono l’anima che ‘ne è desolata, agitata, turbata, come i flutti del vento.’

c) Accecano l’anima

Da moti impetuosi, corrono precipitosamente verso quegli oggetti che sentono di essere buoni, senza consultare la ragione, lasciandosi guidare unicamente dall’inclinazione o dal diletto. La passione dell’amore in particolare è orientata a possedere il suo oggetto – sia una cosa sia una persona – hic et nunc: qua e subito, senza badare né alla moralità dell’atto, né alle conseguenze. ‘La qual cosa’, dice padre Tanquerey, ‘turbando l’animo, tende a falsare il giudizio e ad oscurare la retta ragione; l’appetito sensitivo è cieco per natura, e se l’anima lo prende come guida, diviene cieca anch’essa; in cambio di lasciarsi guidare dal dovere, si lascia abbagliare dal momentaneo diletto.’

La forza della passione sregolata, offuscando la ragione ed il retto giudizio, li acceca nel suo impeto sfrenato verso il bene desiderato, come equi galoppanti, sollevando la polvere della strada, accecano gli occhi dell’auriga e finiscono per lanciare lui e se stessi nel fossato.

d) Infiacchiscono la volontà

‘Sballottata in vari sensi dalle passioni ribelli’, continua padre Tanquerey, ‘la volontà è obbligata a disperdere le forze e quindi ad indebolirle… simile a quei polloni inutili e succhioni che germogliano attorno al tronco di un albero, gli appetiti si vengono mano a mano sviluppando e rubano vigore all’anima… viene così il momento in cui, infiacchita, l’anima cade nel rilassamento e nella tiepidezza, pronta a tutte le transazioni.’

e) Macchiano l’anima

L’anima è chiamata ad unirsi a Dio, ad alzarsi al Suo livello, ed a divenire la Sua immagine. Unendosi invece alla creatura, abbassandosi al suo livello, e facendosi alla sua immagine, si contamina e si macchia di bruttezza. ‘Oso affermare, scrive san Giovanni della Croce, che un solo appetito disordinato, anche che non sia contaminato da peccato mortale, basta per mettere un’anima in tale stato d’oscurità, e di bruttezza, e di sordidezza, da divenire incapace di qualunque (intima) unione con Dio, finchè non se ne sia purificata. Che dire allora dell’anima che ha la bruttezza di tutte le sue passioni naturali, che è in balìa di tutti i suoi appetiti? A quale infinita distanza non si troverà dalla purezza divina? Né parole né ragionamenti possono far comprendere la varietà della sozzure che tanti diversi appetiti producono in un’anima… ogni appetito depone in modo suo la speciale sua parte di immondezza e di bruttezza nell’anima.’

*

Occorre dunque un lavoro per controllare e moderare, cioè per mortificare, le passioni sregolate, anche le più piccole, per raggiungere l’unione a Dio. Perché qualsiasi attaccamento che possiamo avere alle creature, compreso a noi stessi, impediscono l’attaccamento perfetto a Lui al quale siamo chiamati. I più pericolosi sono gli attacchi e le passioni abituali che svigoriscono la volontà, anche quando sono leggeri. San Giovanni della Croce osserva in riguardo: ‘che un uccello abbia la zampina legata da un filo sottile o da un filo grosso, poco importa: non gli sarà possibile volare se non dopo averlo spezzato.’

Esaminiamoci sulle proprie passioni: Sono da controllare e moderare? Ci logorano ed addolorano? Oscurano e si impadroniscono della ragione? Seducono la volontà? Se troviamo qualcosa in noi che non sia in ordine, ci mettiamo ad ordinarlo oggi stesso, non appoggiandoci solo sui propri sforzi, ma con l’aiuto della preghiera e della Grazia divina: per attaccarci unicamente a Dio, unendoci a Lui perfettamente, già durante questa vita terrena. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni: come gestirle

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni, come abbiamo già fatto notare, sono state disordinate dal Peccato originale. Sono difficili da gestire, soprattutto quelle che corrispondono al proprio temperamento: sia irascibile, malinconico, eccessivamente affettuoso e così via; ancor di più difficilmente gestibili dopo che una persona abbia acquistato abitudini cattive, come il cedere all’ira, alla tristezza, alla passione dell’amore senza la dovuta misura, oppure fino al peccato.

Poiché le passioni provengono dal cuore, ci spetta innanzitutto un lavoro su di esso: ossia tramite l’intelletto e la fantasia. Abbiamo già esposto i due pericoli inerenti all’uso della fantasia: che ci fa perdere tempo e porta al peccato mentale, e poi a sua volta, eventualmente anche al peccato dell’azione. Quando la passione è disordinata, proviamo a staccarci da essa. Se un uomo sposato ha concepito amore per una donna che non è la sua moglie, non deve soffermarsi su esso; un collerico che venne offeso da altrui non deve soffermarsi sull’offesa, e così via per tutte le passioni. Più da vicino, non si deve riflettere sulla causa della passione, ne immaginarci esprimerla, perché più la immaginiamo, più cresce il desiderio di agire; e più cresce il desiderio, più probabile è che agiremo. L’uomo sposato non deve fantasticare su come si comporterebbe in determinate circostanze; il collerico non deve fantasticare su come si vendicherebbe.

Quando le passioni sono eccitate, bisogna sfrenarle con un atto di volontà, accorgendosi che tali ruminazioni sono vuote e pericolose. La volontà comanda alla mente di pensare ad altro; comanda al corpo di non cedere agli impulsi della passione. Se si viene presi dall’ira, ad esempio, non si deve alzare la voce, gesticolare, assumere un’espressione di rabbia: piuttosto si taccia e si mantenga la calma. Se si incontra qualcuno per cui si ha un affetto disordinato si è cauti di non esprimerlo neanche in parole; se invece si incontra una persona per cui si ha un’antipatia, si è cauti ugualmente a non tradire i veri sentimenti del cuore.

Invece di trattenerci sulle passioni, bisogna indirizzare i pensieri e le energie a qualcosa di utile: se siamo da soli ci possiamo dire: Basta con i sogni! al lavoro! Se siamo in compagnia, possiamo far ricorso a quei atti che si oppongono alle passione in questione: a chi ci ha fatto arrabbiare, lo si tratti con calma, a chi a cui ci sentiamo attratti con sobria cortesia, a che ci è antipatico con bontà.

Quando una passione disordinata avrà acquistato una tendenza tale da spingerci verso il peccato, bisogna prendere il tempo per ritirarci e rifletterci. Immaginiamoci quanto male potremmo operare, se cedessimo a quella tendenza: quale sorpresa vivissima, quale dolore, quale umiliazione (se siamo in compagnia) creeremmo per una persona che ci ha irritati se lo insultassimo; o se è irascibile anche le: quale litigata, quale scandalo, quale pessima figura! Immaginiamoci quanto danno ci faremmo a noi stessi, opponendoci allo stesso scopo per cui siamo su questa terra: cioè per amare Dio ed il prossimo.

Similmente, un uomo sposato deve pensare agli effetti eventuali che certe libertà verso un’altra donna potrebbero causare: la sottintesa complicità, il desiderio e la speranza che in lei si potrebbero suscitare; la pena che potrebbe dare alla moglie; il sospetto che potrebbe evocare in altrui; il cammino del quale avrà già fatto il primo passo, e che conduce chi sa dove?

Riflettiamo, dunque, quando siamo da soli, su dove ci potrebbero portare le passioni disordinate, e prendiamo coraggio a sottometterle ad un rigoroso controllo. Serviamoci dell’intelletto e della fantasia non per intrattenerci su esse, ma piuttosto a considerare il loro pericolo e come evitarlo.

Vogliamo amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, e con tutta la forza? In questo caso allora finiamo di perdere tempo, e di condurre una vita di imperfezione, di pericolo, e di peccato, nuotando contro la ragione nel mare turbolente della natura caduta. Per superare la padronanza della passione in modo determinante, si deve sostituirla con un’idea, con un ideale, più grande, più forte, più nobile, più potente: l’idea di Dio: la Sua volontà per me, il mio desiderio di amarLo sopra ogni cosa fino all’unione definitiva a Lui in cielo. Questa idea superiore si può tradurre in una frase come ‘Deus meus et omnia’, ‘Dio mio e tutto’, ‘Tutto per Voi, o Dio’, ‘Dio mio, Misericordia’, ‘Tutto per la Vostra gloria.’

Per amore di Lui dunque intraprenderò questo lavoro su di me: l’autocontrollo, il non cedere alla passione disordinata dell’ amore, dell’odio, dell’ira, della tristezza o di qualsiasi altra passione nociva. Ciò mi porterà la calma, la pace, ed in fine la felicità. Più l’idea superiore possa sostituire quella inferiore, catturando la mente la volontà, e superando la tirannia delle passioni, più regnerà sul cuore. Così i sentimenti saranno sottomessi all’intelletto e alla volontà, e l’intelletto e la volontà sottomessi a Dio; il cuore sarà stato purificato ed indirizzato verso le cose del cielo, per poter guidarmi sopra il mare tempestoso di questo mondo fino nel porto sereno dell’Eternità.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni: caratterizzazione e disordine

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni: caratterizzazione e disordine

a) Caratterizzazione

Abbiamo già fatto notare che le passioni si rapportano a ciò che sentiamo come bene o male. In breve sintesi, le passioni principali si rapportano al bene o al male nel modo seguente: si sente la gioia (la gioia dell’amore) quando il bene è presente, cioè quando si gode del bene, unendosi ad esso; si sente desiderio (il desiderio dell’amore) quando il bene è assente, bramando ad unirsi ad esso, ad essere presente ad esso (o a lui o a lei, se il bene in questione è una persona). Si sente speranza quando si desidera il bene assente di cui l’acquisto è possibile, ma difficile. Si sente coraggio quando si è rafforzati per unirsi al bene di cui l’acquisto è possibile, ma difficile. Si sente disperazione quando l’acquisto del bene è impossibile.

Ecco le passioni più comuni che si rapportano al bene; quanto a quelle più comuni che si rapportano al male invece: l’odio è la passione di allontanare da noi il male; l’ira è quella di respingerlo violentemente; la paura fa allontanarci da un male assente difficile a schivarsi; l’avversione fa schivare il male che si sta avvicinando; la tristezza si cruccia del male presente insuperabile.

b) Disordine

Quanto al disordine delle passioni, ripetiamo che sono radicalmente disordinati in conseguenza del Peccato originale. Il disordine consiste innanzitutto nel loro attaccamento ad oggetti inadeguati, cioè falsi – come quando si concepisce l’amore per ognuno che passa per strada, sprecando energie psichiche nell’ammirare la loro bellezza, come ammirare le sempre mutevole forme e colori attraverso un caleidoscopio; oppure quando si concepisce timore, tristezza, ira rispetto a qualcosa che non è un male affatto – come un rimprovero.

Il disordine può consistere ugualmente nell’eccesso di una determinata passione: si può sentire un amore appassionato per qualcuno a cui occorre piuttosto l’amore di amicizia, o temere disordinatamente un incontro innocuo. Le passioni esercitano una forza particolare secondo il dato carattere di una persona: in un appassionato predomina l’amore; in un collerico l’ira; in un malinconico la tristezza. Esperienze di infanzia, soprattutto quelle traumatiche, predispongono l’individuo verso uno di questi tipi di carattere o rinforzano tendenze caratteriali già presenti in lui, esacerbando così le passioni. Le passioni vengono consolidate dalle abitudini, così che col passare del tempo divengono difficili da gestire o persino da discernere.

Ci possiamo poi trovare nella posizione che il salmista descrive con le parole seguenti: ‘Là hanno temuto dove non c’era il timore’ – vale a dire: dove non c’era motivo ragionevole per temere – un pensiero che si può anche applicare più largamente: Là hanno amato dove non c’era l’amore; odiato dove non c’era l’odio; là si sono arrabbiati dove non c’era la rabbia…

Abbiamo descritto le passioni come ‘moti impetuosi con una ripercussione sul corpo’. Stiamo proseguendo con calma le attività quotidiane: subitaneamente ci attaccano l’organismo: la paura stringe il cuore, mi fa impallidire; l’ira accende un fuoco spingendo verso la violenza; l’amore dilata il cuore, trascinando all’unione; la tristezza mi inonda, paralizzandomi. Quanto è duro dominare le proprie passioni, anche dopo anni di ascesi! Quanto è duro comportarsi sempre con calma e pace, e sempre secondo la fede e la ragione. La tempesta infuria: i venti, le onde, le correnti scuotono e sballottano la barca del corpo; la spazzano via dal corso.

Le passioni disordinate ci possono far male in modi diversi: ci possono trascinare nel peccato: la paura di disturbare qualcuno (il rispetto umano) mi chiude la bocca; l’ira ci fa offendere; l’amore disordinato contamina i rapporti con altrui, la tristezza ci fa pigri. Inoltre ci rubano la pace di animo, il prezioso bene. La pace dell’animo ci permette di vivere raccolti nella presenza di Dio e di essere aperti alle Sue ispirazioni; costituisce la maggior parte della felicità terrena.

Proviamo a lavorare sulle passioni: ad assoggettarle alla ragione ed alla fede: per poter compiere i vari doveri di questa vita come si devono, e vivere in una pace inalterabile in presenza del nostro amorevolissimo Dio.

Maria, Regina Pacis, ora pro nobis! 

Angele Pacis, ora pro nobis! 

Sancte Angele noster Custos, ora pro nobis!

Nos cum prole pia, benedicat Virgo Maria!  Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Introduzione

Continuiamo presentando il lavoro che occorre fare su se stessi. Avendo considerato i sensi, svolgiamo un sguardo adesso sulle passioni: altrimenti conosciute come le emozioni. Ora le passioni vengono descritte come: ‘moti impetuosi dell’appetito sensitivo rispetto a ciò che si sente come bene o male con una ripercussione sul corpo.’ L’amore, per esempio (la passione principale), è un movimento impetuoso verso un bene apparente, con una ripercussione fisica nella dilatazione del cuore; l’ira fa correre il sangue al cervello; la paura ci fa impallidire ecc.

I sensi e le passioni appartengono a ciò che si chiama la facoltà sensitiva dell’anima: la sua capacità di sentire. Questa facoltà la condividiamo con gli animali, come abbiamo già sopra accennato, che usufruiscono anche essi i sensi e le passioni. I sensi e le passioni servono a noi, come anche a loro, per discernere tra ciò che è proficuo e ciò che è nocivo nel mondo che ci circonda: per poter approfittare del positivo, ed evitare, o superare, il negativo.

Due sono le differenze, però, nella facoltà sensitivo, tra gli animali e noi. Le sensi e le passioni degli animali non sono in nessun modo soggetti alla razionalità; non sono neanche minimamente disordinati. I sensi e le passioni umani, invece, hanno una qualità razionale che trasforma il sentimento in qualcosa di comprensibile, e sono inoltre sottomessi alla padronanza della ragione; per di più sono disordinati in conseguenza del Peccato originale: non siamo come gli animali che sono sempre moderati nella ricerca dei piaceri dei sensi, e nell’uso delle passioni.

Il fatto che le passioni sono parzialmente disordinati e fuori controllo, non significa, però, che siano cattive di per se stesse, come mantengono i Stoici ed i Buddisti; piuttosto sono state create buone, poi danneggiate, ed ora vanno moderate: un’opera meritevole che fa parte (e non la minima parte) del lavoro che bisogna fare su se stessi.

Non siamo come gli animali, dunque, che hanno solo le passioni per aiutarli, e nient’altro: abbiamo noi una facoltà più alta di loro, cioè la razionalità: la ragione e la volontà. Le passioni ci indicano cosa c’è del bene e del male nel mondo intorno, ma bisogna valutare i loro dettami secondo la ragione, e poi agire in conformità alla realtà. Bisogna giudicare se la persona o la cosa che sentiamo di essere buona sia davvero buona; se quella che sentiamo di essere cattiva lo sia di fatti. Il nostro compito è di reagire al vero bene al vero male nel modo adeguato. Questa persona antipatica è nociva e da evitare? Questa persona simpatica è buona e da accogliere? Non ci lasciamo portare via dalle emozioni: dall’odio, dall’amore, dalla paura, dalla tristezza: ma controlliamole e moderiamole, utilizzandole come forze per fare il bene ed evitare o superare il male, e per divenire persone migliori.

In questa faccenda imitiamo nostro Signore Benedetto, e la Madonna, che erano, e sono, padroni completi delle passioni – non sopprimendole ma, immuni al Peccato originale, vivendole secondo lo stato di natura pura. Nostro Signore ad esempio, secondo la testimonianza della Sacra scrittura, sentiva la forza delle passioni, ma le adoperava in modo adatto alle circostanze: pianse su Gerusalemme; amava il discepolo san Giovanni; si arrabbiava contro i mercanti nel Tempio; fu preso dalla paura nell’orto: ma tutto secondo il giusto peso, la giusta misura e proporzione.

Sono loro i nostri modelli in questo ed in tutto. La moderazione delle passioni è una meta difficile, ma seguendo il loro esempio e chiedendo il loro aiuto, la raggiungeremo con sicurezza, alla loro eterna gloria.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

I sensi interni

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nel corso delle meditazioni sulla vita interiore, più particolarmente sul lavoro da compiere su se stessi, abbiamo prima considerato i sensi esterni. Passiamo adesso a guardare quegli interni. Ora i sensi interni sono due: la fantasia e la memoria. Mentre la memoria è indipendente dalla fantasia, la fantasia dipende tipicamente dalla memoria, tirando immagini da questa fonte di ricordi ricca e feconda, per combinarle e manipolarle come a noi piace.

Questi sensi esistono per fornirci della materia su cui possiamo operare; ci permettono anche di comunicare piacevolmente con altrui, servendoci di immagini amene e vivide prese dall’esperienza di vita. Comunque ci sono due pericoli inerenti all’uso di questi sensi che vale la pena da evocare.

Il primo è la perdita di tempo e di energie.

Il malinconico guarderà indietro su avvenimenti o periodi della vita quando le cose non andavano bene, su peccati, su fallimenti reali o immaginari: e di nuovo si considera come vittima, e si rattrista. Si sofferma sul negativo, si lascia affondare in un declino psichico; il superbo, invece, guarderà indietro sui suoi successi, reali o immaginari, medita sui doni naturali o sovrannaturali ricevuti, si indulge in autocompiacimento, egoismo, o arroganza; l’irascibile si nutrirà dell’ira alla memoria di offese; il libidinoso si pascerà sul pascolo della sensualità.

Quanto tempo si perde con tali fantasticherie, chiudendosi nel proprio mondo privato e suonando ripetutamente come un pezzo di musica o come un filmato i ricordi del passato! Quanto tempo prezioso, quante energie si perdono, che si sarebbero potute applicare a qualche utile attività: come fare del bene a qualcheduno o a se stessi, pregare, o semplicemente alzare il cuore a Dio, se questi pensieri ci vengono mentre camminiamo o lavoriamo. Così si sarebbero anche potuti guadagnare meriti per l’eternità. Bisogna dunque uscire da se stessi, dal mondo del passato: oscuro, difficile da comprendere e da valutare, prestandosi ad essere modellato secondo al temperamento del soggetto e ai propri sentimenti passeggeri.

Se il primo pericolo è dunque la perdita del tempo, l’inerzia, l’omissione, il secondo è il peccato.

Il malinconico si lascia scoraggiare, divenire pusillanimo, perdere fiducia in Dio, abbandonare la speranza; il superbo, l’irascibile, il libidinoso, si indulge nel vizio che lo caratterizza. Peccati mentali si commetteranno e spingeranno ad azioni. La fantasia crea sceneggiature dove il sognatore si immagina vittima, adulato, vendicatore, amante.

Il demonio entra per alzare il volume della musica, per così dire, o del filmato, per intensificare il colore delle immagini, per sopraffarci con quei ricordi vani e vuoti affinché viviamo nel passato o in un futuro immaginario, e giammai nel presente dove la salvezza si deve realizzare. Persino il cattolico impegnato a condurre una buona vita, o un vita migliore, o che vuol dare tutto per condurre la vita la migliore che possa, si può catturare queste reti del nemico, estese per coglierlo all’insaputa nell’uso dei sensi interni. Peccati passati, mancanze, errori, le sciocchezze della giovinezza assieme a tutte le sue inettitudini diverranno materia non per un resoconto sobrio e realista, ma per l’interna angoscia. ‘Cosa ho fatto della mia vita? Dovrò dare un conto di tutto quello nel giudizio, forse presto’. E così l’anima viene trascinato via da Dio, dal Creatore, dal Padre Celeste, di Cui il figlio prodigo dubita dell’amore, via dal Figlio Divino Che ha dato la vita per salvarlo, e che ha dato tutto per assicurargli l’eterna felicità. Falsa umiltà, che è piuttosto l’orgoglio, lo fa bramare di aver vissuto una vita perfetta, ma perché? per amor di Dio o per amor di sé? Sorge un senso di disperazione: tutto è perso, tristezza costante, uno spirito abbattuto, sconsolabile.

Bisogna gettare le nostre preoccupazioni su Dio e prendere coraggio. Viviamo nel presente: il presente è adesso. Il valore del passato è che ci insegna come agire nel presente e nel futuro. Le pene che ci portano le offriamo a Dio; alla luce del passato diveniamo umili, illuminati da uno spirito di compunzione, consapevoli della nostra debolezza, ma calmi, sereni, ed allegri.

Per quanto riguarda la memoria e la fantasia, impariamo a rigettare subito pensieri immorali, e non trattenerli né con la fantasia né con la volontà. Lo stesso vale per pensieri inutili, su cui osservano i santi che la mortificazione di pensieri inutili è la morte di pensieri immorali.

Il rimedio più efficace per superare i pericoli inerenti a questi due sensi è di applicarci con serio e con attenzione alle faccende del momento: studi, lavoro, impegni quotidiani; e se la mente è libera, alziamola a Dio. Proviamo a fare bene queste attività, guidando la memoria e la fantasia in modo forte con l’intelletto e la volontà.

In fine, popoliamo la memoria delle belle immagini della Sacra Scrittura e degli scritti sublimi dei santi – l‘immagine della Rosa rossa della Passione del Signore, quella di Nostra Signora, Stella del Mare, alzata lontano al di sopra dell’oceano tempestoso di questo mondo: chiamandoci via dal passato e dai peccati del passato, alla gloriosa aurora della vita eterna. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le virtù teologali

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Guardiamo adesso alla pratica delle virtù teologali per il convertito. Prima una parola su tutte e tre; poi consideriamo l’una dopo l’altra.

Introduzione

San Giovanni della Croce ci insegna di applicare le tre facoltà della mente all’oggetto delle tre virtù teologali: l’intelletto all’oggetto della Fede; la volontà a quello della Carità; e la memoria a quello della Speranza.

Ciò significa che l’intelletto, che è orientato verso la verità, si deve indirizzare verso la Verità Stessa, Dio santissima Trinità, e verso tutte le verità che sono incentrati su di Lui, essendo questo l’oggetto della Fede.

La volontà, invece, che è orientata verso il bene, si deve indirizzare verso il Bene Stesso che è sempre Dio santissima Trinità , per amare Lui ed il prossimo in Lui, cioè nello stato di grazia.

Quanto alla memoria, san Giovanni intende che bisogna utilizzare quel fondo di ricordi, di immagini e di conoscenze, che costituisce la nostra memoria, solo in vista dell’Eternità: per raggiungere l’eterna beatitudine, che è l’oggetto della Speranza.

Chiaramente le virtù teologali ci illuminano su come pensare ed agire in modo giusto in qualsiasi campo della vita. Vediamo adesso come ci possono illuminare rispetto alla conversione.

     a. La Fede

Abbiamo già accennato ad alcune verità di Fede relative alla conversione, alle quali aggiungeremo adesso delle altre: Peccati confessati nel sacramento della penitenza con la giusta contrizione vengono perdonati; normalmente, dopo la penitenza imposta dal confessore, occorre anche una riparazione, normalmente tramite sofferenze o su questa terra o in purgatorio; atti di contrizione (anche mentali) e sopratutto lo stato costante di contrizione che si chiama ‘compunzione’, valgono per questa riparazione; una parte essenziale della confessione è il proponimento di non peccare piu’, un proponimento che Dio ci aiuterà a mantenere con la Sua Grazia; la vita è un viaggio che conduce al Cielo, una battaglia nella quale il vincitore sarà premiato con la vita eterna.

Meditando su queste verità vorremmo mettere in valore due virtù in particolare che occorrono per un convertito: il coraggio e la gratitudine.

     i) Coraggio

Stiamo viaggiando verso il Cielo: viaggiando non solo temporalmente ma anche spiritualmente, sulla via del perfezionamento. Se stessimo attraversando la campagna e ci fossimo accorti alla sera di aver perso la strada, non ci sederemmo disperati senza avanzare, piuttosto ci faremmo coraggio, rintracceremmo i passi e ricominceremmo di nuovo. Così anche per la vita spirituale, bisogna prendere coraggio in due modi: per intraprendere la via difficile che si ha davanti, e per non lasciarsi abbattere dal pensiero dei peccati passati. Ricordiamoci che la via conduce al Cielo ed il Signore Stesso ci accompagnerà per raggiungerlo.

La vita viene intesa nella Sacra scrittura non solo come un viaggio, ma anche come una battaglia. Ora, se fossimo svantaggiati in guerra, non ci scoraggieremmo, nè abandoneremmo la lotta, ma ci raggrupperemmo e torneremmo all’attacco. Nella guerra in cui ci siamo impegnati abbiamo ancor più motivo di coraggio che in quasiasi altra guerra, essendo il Signore Stesso il Re. Nell’ Imitazione di Cristo (I 11) leggiamo: ‘Se… come soldati valorosi di Cristo, ci sforzassimo di non abbandonare la lotta, vedremmo subito scendere dal cielo l’aiuto del Signore, che sostiene chi combatte fiducioso nella Sua grazia; e anche ci procura Lui Stesso le occasioni di lotta affinchè vinciamo.’ La vita è un viaggio: viaggiamo; la vita è una battaglia: lottiamo.

D’altronde, la vita consiste nel bene e nel male, e conduce al bene (se ci impegnamo). Perchè meditare sul male e non sul bene? sul negativo piuttosto che sul positivo? su ciò che non è piuttosto che su ciò che è? Col peccato avevamo scavato un buco nella terra e ci siamo cascati dentro. Perchè tornare dentro il buco? Piuttosto ringraziamo Dio che non siamo nell’abisso senza fondo che è l’Inferno.

Anche per coloro che ci sono intorno, per la propria vita in società, è più bello prendere coraggio piuttosto che abbattarsi. Ognuno ha la propria croce: portiamo la nostra con serenità, e con gioia spirituale; così aiutiamo pure gli altri.

Santa Teresa d’Avila dice: ‘Se uno non è perfetto, è necessario maggior coraggio per camminare sulla via della perfezione che non divenire subito martire.’ (Vita 31.17). Procediamo dunque attaccando un difetto dopo l’altro, e chiediamo aiuto ai Martiri.

     ii) Gratitudine

Meditando sul bene che abbiamo ricevuto nella conversione e sul bene che ci aspetta in Cielo, pensiamo ai salmi che parlano spesso della peccaminosità e  delle sofferenze umane, e della misericordia divina che da esse ci salva, che ci riporta alla terra ferma: et iterum reduxisti me.

Ci conforta quando leggiamo nella sacra Scrittura dell’operazione della divina misericordia anche nella conversione dei più gandi patriarci e santi. Fu il re Davide stesso che scrisse i salmi della misericordia divina; ed anche san Pietro e san Paolo furono testimoni viventi di questa eccelsa virtù.

Scrive san Pietro Crisologo (sermone 8): ‘La misericordia libera i peccatori e salva i santi. Se non ci fosse stata, l’adulterio di Davide gli avrebbe fatto perdere la divina promessa; la negazione di san Pietro lo avrebbe privato del primato sugli altri apostoli; Paolo il bestemmiatore sarebbe rimasto perseguitatore. San Paolo lo riconosce quando dice: ‘Io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia.’ (I Tim. 1. 13). ‘Beati i misericordiosi, loro ottennerano la misericordia.’ (Mt. 5.7).’

Questo suscita in noi un sentimento di grande gratitudine. Se avessimo fatto un viaggio difficile e fossimo finalmente arrivati ad una cena, non passeremmo il tempo raccontando le miserie del viaggio, ma piuttosto ci allegreremmo con grande riconoscenza delle belle cose ottenute.

Dove sarei io adesso se Dio non mi avesse dato la Grazia della conversione? Dove avrei finito la vita? Quale posto si stava preparando per me nell’Inferno? Anche quando sono tentato ad occuparmi in modo ossessivo e morboso dei peccati passati occorre un deciso atto di gratitudine: non guardo il negativo del passato, bensì il positivo del presente; non la mia malvagità, ma la Bontà di Dio.

     b. La Speranza

La Fede ci porta dunque ad avere coraggio ed a ringraziare Dio: ci porta, in una parola, alla Speranza. Sant’Agostino, commentando il passo del vangelo di san Luca su chi cerca un pesce, un pane o un uovo, intende questi oggetti come la Carita’, la Fede, e la Speranza.

‘Quanto alla speranza, penso che si raffiguri nell’uovo. Non c’è speranza che nella misura di qualcosa che non è ancora realizzato, e l’uovo non è ancora il pollo… la speranza ci spinge a prendere qualche distanza dalle realtà presenti per vivere in attesa delle realtà venture: non torniamo sul passato, ma con l’Apostolo… ‘dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù’ (Fil. 13. 13-14)…

‘Mettiamo la nostra speranza in quello che non è ancora dato, ma che sarà e non passerà mai… Non siamo come la moglie di Lot: guardava indietro… e fu trasformata in una colonna di sale… Siate protesi, protesi con tutto il vostro essere, verso ciò che deve avvenire, senza più pensare al passato… ‘non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne.’ (2 Cor. 4. 18). Badate di non guardare indietro, sfidate lo scorpione che minaccia l’uovo: ecco, attacca con la coda, da dietro.’

Occorre un’ultima parola sulla fiducia. San Tommaso la chiama una forma intensa di speranza. Abbiamo già accennato che in momenti di angoscia al pensiero dei propri peccati, soprattutto nell’ora della morte, bisogna fare un atto di fiducia: ‘Gesù io confido in Voi’. Un atto di fiducia in Lui opera, si dice, come una saetta di oro che ferisce il Sacratissimo Cuore e Lo inclina infallibilmente alla misericordia.

     c. La Carità

Dopo la conversione, quando riflettiamo sui peccati passati e su tutto il tempo che abbiamo perso, quando ci paragoniamo con altri che hanno quasi sempre evitato il peccato, che sono fedeli a Dio e modelli di virtù già fin dall’età della ragione, ricordiamoci della parabola della vigna: Come mai sono stati premiati coloro che hanno lavorato solo l’ultima ora del giorno con lo stesso denaro di quelli che hanno lavorato tutta la giornata nel calore del sole, se non perchè hanno lavorato con un amore più grande, più fervoroso?

Scrive san Gregorio Magno nel sermone 33 su santa Maria Maddalena: ‘Cos’è l’amore se non un fuoco, ed il peccato se non la ruggine? Per quello le sono stati perdonati i suoi numerosi peccati. Come se il Signore avesse detto: ha dato interamente fuoco alla ruggine del peccato, poichè lei brucia del fuoco ardente dell’amore. La ruggine del peccato viene tanto più completamente decapata quanto più fortemente brucia il cuore del peccatore nel fuoco della carità’.

Il compito nostro sarà dunque di vivere il resto dei nostri giorni su questa terra unicamente per amore di Lui, in uno spirito di fervore, di immolazione, di oblazione, di compunzione: per la Sua gloria e per la santificazione delle nostre anime.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Lode a Dio

+ In nomine Pater et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Non è forse una meraviglia che siamo stati salvati dalla propria miseria, dal leone ruggente, dai tori, dal cane, dal lago della terra inferiore, dall’abisso, dalla notte eterna? La nostra conversione non è forse una meraviglia di Dio infinitamente più grande dei più grandi compimenti degli uomini? Concludiamo questa serie di discorsi, dunque, con un passaggio da sant’Agostinio sulle meraviglie di Dio.

‘Molte sono le meraviglie che Tu hai fatto, o Signore Dio mio’ scrive il santo, nel commentario sui salmi, riferendosi al figlio del mondo, aggiunge: ‘Vedeva le grandi cose degli uomini, intenda le meraviglie di Dio. Il Signore ha fatto molte cose mirabili: a queste volga il suo sguardo. Perché han perso valore per lui? Loda l’auriga che regge quattro cavalli che corrono senza cadere e senza farsi male: forse il Signore non ha compiuto miracoli spirituali di tal genere? Regga la lussuria, regga l’ignavia, regga l’ingiustizia, regga l’imprudenza, movimenti questi che troppo disciolti generano i vizi, li regga e li sottometta a se stesso, tenga le briglie e non sarà da essi trascinato via; li guidi dove vuole, non sia portato dove non vuole. Lodava l’auriga e sarà lodato come auriga; gridava affinché l’auriga fosse rivestito dell’abito del trionfo, sarà invece lui rivestito dell’immortalità. Questi doni, questi spettacoli, organizza Dio. Chiama dal Cielo: Vi guardo; combattete, vi aiuterò; vincete, vi incoronerò. Molte cose mirabili Tu hai fatto, o Signore Dio mio; e nei Tuoi pensieri non c’è chi Ti assomigli. 

‘Ora guarda l’istrione. L’uomo infatti con grande sforzo ha imparato a camminare sulla fune, e mentre è in equilibrio, tiene Te sospeso. Guarda ora l’Impresario di più grandi spettacoli. Costui ha imparato a camminare sulla fune, riuscirà forse a camminare sul mare? Dimentica il tuo teatro, osserva il nostro Pietro, che non è un funambolo ma, se così posso dire, un mariambolo. Cammina anche tu, non su quelle acque su cui, per simboleggiare un’altra cosa, camminò Pietro, ma su altre acque, poiché questo secolo è un mare: un mare che ha la sua nociva amarezza, ha l’ondeggiare delle tribolazioni, le tempeste delle tentazioni; ha nel suo seno uomini che, come i pesci, godono del male altrui e a vicenda si divorano; qui cammina, calca questo mare.

‘Vuoi guardare? Sii tu lo spettacolo. Non venir meno, guarda Colui che ti precede e dice: Siamo divenuti spettacolo per questo mondo, per gli angeli e per gli uomini. Calca il mare, se non vuoi essere sommerso dal mare. Ma non andrai, non camminerai sul mare, se prima non te lo avrà ordinato Colui che per primo ha camminato sul mare. Così dice infatti Pietro: Se sei Tu, comandami di venire a Te sulle acque. E poiché era Lui, ha udito la richiesta, ha soddisfatto il desiderio, ha chiamato colui che camminava, ha sollevato colui che stava per essere sommerso.

‘Queste meraviglie ha fatto il Signore, guardale; e la fede sia l’occhio dello spettatore. E fa’ anche tu altrettanto; perché anche se i venti soffieranno, anche se i flutti ruggiranno, e l’umana fragilità ti spingerà a qualche timore per la tua salvezza, hai Chi chiamare e dire: Signore, perisco! Non ti lascia perire Colui che ti ha ordinato di camminare. Poiché ormai cammini sulla Pietra, non aver paura in mare; se tu non poggiassi sulla Pietra, affonderesti nel mare, perché è appunto su tale Pietra che si deve camminare, perché essa non è sommersa dal mare.’ Deo Gratias!

+ In nomine Pater et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Trasfigurazione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Dio è una Trinità in Tre Persone divine: Padre, Figlio, e Spirito Santo. Ogni Persona ha una natura divina ed è Dio, ma non ci sono tre Dei bensì un solo Dio. Il Figlio, la Seconda Persona divina, oltre alla natura divina, assunse nell’Incarnazione una natura umana, e si chiamò Gesù Cristo. Gesù significa ‘Salvatore’; Cristo significa ‘Unto’ (o ‘Messia’).

Per gli scopi dell’Incarnazione questa Persona divina, Gesù Cristo, non rivela la Sua piena identità ai sensi di coloro che Lo circondano: non la rivela che durante il Battesimo e la Trasfigurazione, quando si manifesta anche come Dio. Durante la Trasfigurazine si manifesta inoltre come Messia, e più precisamente come Messia sofferente.

Si rivela come Dio mediante la luce con la quale brilla il Suo volto, con la quale le vesti divengono candide e la nuvola è luminosa; ma si rivela come Dio anche mediante la nuvola stessa, che significa la presenza di Dio (come nell’Antico Testamento sul monte Sinai). Ma il testimone ancor più forte della Sua Divinità è la voce del Suo Padre divino: ‘Questo è il Mio Figlio prediletto…’. Il Padre divino Lo chiama ‘Figlio’ nel senso pieno del termine: cioè Figlio secondo la popria natura, che è divina. Lo rivela dunque come il Suo Figlio divino. Ma questa rivelazione non è solo una rivelazione divina, è pure una rivelazione Trinitaria, essendo presente ogni Persona divina: il Figlio, il Padre (nella voce), e lo Spirito Santo (nella nuvola).

Nostro Signore Benedetto si rivela come Messia tramite la presenza di Mosè e di Elia, che rappresentano la Legge ed i Profeti che avevano annunziato il Messia e Gli avevano preparato la strada. Cristo era questo Messia che loro avevano previsto: in termini precisi era il compimento della Legge e l’Oggetto della profezia dell’Antica Alleanza. Cristo era questo Messia, dunque, ma non del genere che ci si aspettava a quell’epoca (ossia una figura politica di potere temporale), bensì un Messia sofferente. Si rivela come tale con il Suo discorso con Mosè ed Elia sulla Sua ‘dipartita’, ovvero sulla Passione e sulla Morte. Qui vediamo dunque la Legge ed i Profeti (quindi in un certo senso tutto l’Antico Testamento con la sua autorità divina) testimoniare un Messia sofferente.

Ora, la ragione per cui il Cristo voleva rivelarSi come Dio e come Messia sofferente era ovviamente per preparare i discepoli alla Sua Passione e Morte. Infatti sono gli stessi tre discepoli a cui darà una conoscenza privilegiata sia della Sua gloria che della Sua Passione: ossia gli stessi san Pietro, san Giacomo, e san Giovanni che Lo accompagnarono sul monte Tabor; Lo acompagneranno anche a Getsemani. E san Pietro in particolare si è già mostrato ignorante della piena portata e del vero significato della Passione: prima della Trasfigurazione quando il Signore profetizzò la Passione, il Principe degli Apostoli rimostrò con Lui, dicendo: ‘Dio Te ne scampi, Signore, questo non Ti accadrà mai!’, ma il Signore lo rimproverò severamente con le parole: ‘Lungi da Me satana–non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini.’

Tramite la Trasfigurazione, dunque, Cristo vuole dire ai discepoli: ‘Io sono il Messia, ma un Messia che deve soffrire: lo testimonia anche tutto l’Antico Testamento; e oltre al Messia sono anche Dio. Quando la Mia Passione comincerà, dunque, non ci si dovrà spaventare o scandalizzare, bensì avere fiducia e speranza, perchè Dio vuole così, e non solo questo, ma Io sono Dio Stesso’.

E quanto a noi, bisogna avere una profonda fiducia e speranza in Lui per tutte le difficoltà della vita; bisogna abbandonarsi completamente a Lui, cadendo, in spirito, con la faccia a terra davanti alla Sua Divina Maestà: e quando  la povera visione di questa nostra vita terrestre sarà passata, potremo sollevare gli occhi, e nessun altro vedremo tranne Gesù, per essere immersi allora, anche noi, nella luce della gloria celeste, e nel regno che non avrà termine.

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

L’impegno

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

‘Uscì il seminatore a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada… un’altra cadde fra i sassi… un’altra cadde tra le spine… e un’altra cadde sulla terra buona…’ (Mc. 4). In questa parabola nostro Signore Benedetto spiega che: ‘Il seminatore semina la parola’, la quale nel primo caso viene portata via da satana; nel secondo viene subito accolta dagli ascoltatori con gioia, ‘ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti, e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della parola, subito si abbattono.’ Nel terzo caso ‘sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e l’inganno della ricchezza e tutte le altre concupiscenze, soffocano la parola, e questa rimane senza frutto’; nel quarto caso, invece, la parola porta molto frutto.

La parola in ciascun caso presenta all’ ascoltatore una visione cristiana delle vita che ci può far comprendere ad esempio la sofferenza, la virtù, l’Eternità; comportando con se pure un invito alla conversione. Tre classi di persone non si convertiranno però, una classe, invece, sì.

La prima classe di persone viene raffigurata dalla terra dura lungo la strada. Secondo i padri della Chiesa ed i santi, queste persone hanno il cuore indurito dall’abitudine del peccato, che perciò non accoglie la parola di Dio. Satana di fatti porta subito via la parola a loro predicata e li spinge a tornare ai loro soliti peccati.

La seconda classe viene raffigurata dalla terra tra i sassi dove la terra, essendo sassosa, offre ai semi poco terra per le radici: Sono persone indurite dai piaceri, che vedono la parola di Dio come opposta ai loro libidini e vizi. Le persecuzioni private o pubbliche, minacciando la loro vita, le loro ricchezze e gioie, li fanno ammollare la parola. Quando l’avevano sentita, hanno odiato magari l’avarizia o il libidine, ma trovandosi susseguentemente di fronte all’oggetto del loro vizio, essendo induriti nelle cattive abitudini, di nuovo ci cedono.

La terza classe di persona è come la terra tra le spine: Qua il seme ha più terra, ma viene impedita dal crescere tramite le spine. Queste rappresentano le ricchezze e le sollecitudini del mondo che disturbano, pungono, e tormentano la mente; che la feriscono quando spingono al peccato, e impediscono al ricco di pensare sovente alle cose divine. Le spine soffocano e distruggono i semi crescenti della parola, prima che non possa portare il frutto maturo della virtù.

Le sollecitudini si possono intendere pure della moglie e della famiglia che preoccupano l’anima e non la permettono di raccogliersi in pace o di fiorire nella cura delle cose divine. Le ricchezze sono ingannatrici perché si presentano come il vero tesoro del cuore in cui sta la vera gioia, ma sono finite e offrono solo una gioia temporanea e surrogata; anzi l’amore per le ricchezze quante volte porta al peccato e fino all’Inferno?

La terra buona, invece, secondo san Tommaso, è la coscienza buona degli eletti, la mente dei santi. Ciò riceve la parola di Dio con gioia, desiderio, e con devozione del cuore, mantenendola in prosperità e in avversità, portandola avanti nel futuro per dare molto frutto.

Tra le quattro classi persone che accolgono la parola, dunque, tre non si convertono, cioè a causa dell’indurimento nel peccato e nei piaceri, le concupiscenze (soprattutto l’avarizia), e le sollecitudini della vita.

E noi, quando magari un amico ci ha invitati ad un piccolo ritiro, una notte di preghiera, una conferenza spirituale, un pellegrinaggio; o quando abbiamo ammirato qualcuno per la sua devozione o virtù, o abbiamo sentito una frase di critica intesa per un altro ma che valeva anche per noi – quando in tal modo la parola di Dio ci ha toccati, quale frutto ci ha portato? Gli uccelli l’hanno subito portata via? La abbiamo subito accolta con gioia, ma poi siamo tornati ad una vita di piacere? O le sollecitudini della vita, la ricerca di guadagno, la sensualità, o l’orgoglio l’hanno soffocata?

Oppure ci siamo impegnati? e abbiamo portato frutto, molto — o poco? Guardando in dietro sul passato sicuramente ci ricordiamo di momenti di spiritualità che abbiamo condivisi con amici che hanno reagito diversamente: per uno significò poco o niente, per un altro una gioia passeggera, per un altro la svolta determinante della vita.

Dopo aver ricevuto la grazia iniziale, occorre un impegno per farla fruttificare: una battaglia contro il peccato mortale o contro le tre concupiscenze, un distacco del cuore dalle preoccupazioni della vita, che servono solo come fonti di mortificazioni da offrire a Dio, per poter crescere nella Carità, nella pazienza e nell’umiltà, per guadagnarci meriti per l’Eternità.

Molto utile per questo impegno è di mantenere vivo in mente il ricordo della grazia iniziale: il pensiero dell’Eternità, della Passione del Signore, o del bell’esempio di virtù che abbiamo testimoniato, il senso del nostro nulla, o della morte. Questo ci mette in confronto con la realtà affinché non viviamo più in un mondo di fantasia e di sogni, ma secondo la realtà, realisticamente: per la salvezza delle nostre anime.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le Vergini sagge e stolte

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

‘Il regno dei cieli è simile a dieci vergini…’ dieci vergini, che, secondo san Girolamo, rappresentano l’umanità intera. ‘Uscirono incontro allo Sposo…’: uscirono in questo mondo per preparare l’anima per lo Sposo, per renderla degna di sposare, alla fine della vita, Colui Che desidera essere il loro Sposo per l’eternità.

‘Cinque di esse erano stolte e cinque sagge, le stolte presero le lampade, ma non presero con sè olio; le sagge, invece, insieme alle lampade presero anche dell’olio in piccoli vasi… lo sposo tardava…’ Il tempo della sua venuta fu sconosciuto; il tempo si prolungava, scorreva, e lui non veniva. Le vergini stolte pensavano ad altro, si assopirono, si addormentarono e dormivano portate via dal sonno. I sensi le trascinavano, staccandole dalla ragione e dalla volontà: afferrate dalla fantasia e dall’immaginazione, entravano nel mondo dei sogni; staccate dal Vero e dal Bene, staccate dal pensiero dello Sposo celeste che dovevano aspettare. Non vegliavano: si assopirono e si addormentarano, trascinate dalla notte, dalla notte del mondo, dalla notte del peccato.

‘A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo Sposo, andateGli incontro!’ A mezzanotte, nelle profondità della notte, dice Origene, quando il sonno è più profondo, quando il peccatore è massimamente abbandonnato alla trascuratezza, e nel momento in cui è minimamente atteso, lo Sposo arriva, proclamato dal grido degli Angeli, dice san Girolamo, e dalle trombe delle Potestà che Lo precedono.

Svegliate dalla notte di questo mondo, dalla notte dell’inganno del peccato, dell’inganno portato dallo stato del peccato mortale, quando la ragione è annebbiata, la visione spirituale dell’anima è indebolita, la volontà flaccida e debole, svegliate dall sonno si alzarano: Viene lo Sposo! Colui per il Quale, per tutta la vita a loro concessa, dovevano prepararsi ad incontrare. Ecco che viene! e la vita sta per finire, si avvicinano la Morte ed il Giudizio; e lo Sposo viene loro incontro per vedere se la loro anima sia degna di unirsi a Lui in un eterno sposalizio.

‘Si destarano e prepararano le loro lampade’, ovvero, dice sant’Agostino, si prepararano per render conto dei loro atti. Ma cos’è questo? Vedono che si spengono le loro lampade: le loro buone azioni non sono durate, non emettono più luce: nelle anime delle vergini stolte non c’è più la luce della Grazia divina.

Presto! ‘dateci del vostro olio’ dicono alle sagge, ‘perchè le nostre lampade si spengono. Viene lo Sposo, e noi non siamo pronte.’ Ma le sagge rispondono: ‘No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene’ – perchè ognuno sarà ricompensato per le proprie opere: i meriti e le grazie dell’uno non si possono comunicare all’altro. …‘Andate piuttosto dai venditori e compratevene! Comprate la grazia con le vostre opere, con una vita buona. Comprate la grazia col pentimento per i vostri peccati, ricevete il perdono nel sacramento della penitenza, e riacquistate la grazia. Ormai è giunta la notte, nella quale nessuno può più lavorare: è passato il tempo dei meriti; il tempo della misericordia ha compiuto il suo corso; è arrivato il tempo della giustizia: Coloro che vendono non vendono più, perchè è giunta la notte.’

‘Ora, mentre andavano per comprare l’olio, arrivò lo Sposo, e le vergini che erano pronte entrarono con Lui alle nozze.’ Erano pronte coloro che avevano condotto una buona vita con opere piene di carità, con la luce della Grazia che brillava nel cuore, che brillava dal volto; coloro che erano la luce del mondo, destinate a brillare per sempre nel regno del Padre come il sole. Erano state vigili, avevano tenuto l’olio, oppure, se forse lo avevano perso, lo avevano ricomprato con una confessione contrita.

‘…entrarono con Lui alle nozze e la porta fu chiusa – janua clausa est.’ Il tempo dei meriti e della misericordia è finito, ed il tempo della giustizia è iniziato. La porta è chiusa con la chiave di Davide: quando apre, nessuno chiude; quando chiude , nessuno apre. Le sagge sono entrate e non usciranno; le stolte rimaranno fuori.

‘Più tardi arrivarano anche le altre vergini ed incominciarono a dire: Signore, Signore aprici – Domine, Domine, aperi nobis! In disperazione ripetono: Domine, Domine, osserva san Tommaso, facendo appello all’Onnipotente ed all’Altissimo Dio, all’ Eterna Giustizia, il Quale per tutta la vita l’avevano disprezzato, a Cui mai avevano fatto ricorso, neanche come Padre amorevole: Padre di ogni misericordia ed amore.

Domine , Domine, aperi nobis!’ ‘Dal fondo stesso della natura’, dice padre Tanquerey parlando del peccatore al momento della morte, ‘dalle aspirazioni dell’anima e del cuore, dal’intiero suo essere, si sente irresistibilmente tratto verso Colui Che è il suo primo principio ed il suo ultimo fine, l’unica fonte della sua perfezione e della sua felicità, verso quel Padre così amabile e così amante che l’aveva adottato per figlio, verso quel Redentore che lo aveva amato fino a morir sulla croce per lui; ma intanto si sente inesorabilmente respinto da una forza invincibile, che forza non è altro che il suo peccato, nel quale è ormai irremediabilmente ed eternamente fisso dalla morte.

‘Molti mi diranno in quel giorno ‘Signore, Signore’ dice Nostro Signore Benedetto Gesù Cristo, e poi li dirò: ‘Non vi ho mai conosciuti, andate via da Me operatori di iniquità’. ‘In Verità vi dico: non vi conosco.’

Conosco e riconosco coloro in cui vedo l’immagine di Dio, che condividono la vita divina e la luce divina di Dio, la vita vera, la luce vera, dell’uomo: la vita nell’ultimo senso e la luce increata. Il Padre conosce e riconosce il Figlio nei Suoi figli fedeli e li accoglie nella vita eterna, come i Suoi figli benamati; li accoglie nelle nozze del Suo Figlio per partecipare alle gioie eterne del Regno con tutti gli eletti.

Ed il Figlio accoglie queste anime a Se Stesso in un amore eterno: le vergini sagge illuminate dalla luce delle loro opere buone e sante. Ma le altre non le conosce. Sono tratte irresistabilmente verso di Lui per tutta l’eternità, eppure non Lo potranno mai raggiungere.

E quindi, carissimi fedeli, se qualcuno che sta sentendo queste parole, mentre aspetta lo Sposo della sua anima, si è assopito ed addormentato, e la cui lampada non contiene nessun’opera duratura, ma si è spenta; se qualcuno che sta ascoltando si è stato trascinato nel sonno del peccato, nei piaceri chimerici e passeggeri di un mondo di fantasia vano e vuoto, che si svegli, prima che sia troppo tardi: perche il giorno già volge al declino e si avvicina la notte. Che si svegli dal sonno, che si prepari all’intercessione dell’Immacolata, per andare incontro a Colui da Cui e per Cui solo è stato creato: ‘Vegliate, perchè non conoscete nè il giorno nè l’ora.’

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Casa d’Oro

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nel libro dei Proverbi leggiamo : ‘La sapienza si è costruita una casa, ha intagliato le sue sette colonne.’ San Pier Damiani spiega: ‘Questa casa verginale è sostenuta da sette colonne perchè la venerabile Madre di Dio ha ricevuto i sette doni dello Spirito santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, e timor di Dio.’ E questi doni, insieme a tutte le virtù teologali con tutte le richezze della grazia e della natura la Madonna li ha ricevuti ad un grado sovreminente, così che san Tommaso asserisce che se Cristo possedeva perfettamente la pienezza di grazia, un certo inizio di essa pervenne anticipatamente nella Madre.

San Bonaventura paragona questa pienezza di grazia con un oceano in cui confluiscono i fiumi della grazia di tutti i santi: il fiume della grazia degli Angeli, il fiume della grazia dei Patriarchi e dei Profeti, il fiume della grazia degli Apostoli, dei Martiri, e dei Confessori confluiscono in Maria. Tutti i fiumi confluiscono nel mare che è Lei, e questo mare li contiene tutti.

Il divin Architetto, creando la Madonna, costruì il Suo santuario divino, oggetto delle Sue infinite compiacenze. Nelle parole di monsignor Gaume Ella fu la Sua colomba, l’unica, tutta bella, senza macchia nè ombra di macchia, bianca come il giglio, graziosa come la rosa, brillante come lo zaffiro, trasparente come il diamante, radiante di una luce così intensa e così pura, che, nelle parole di san Teodoro Studita, Dio Stesso si è unito sostanzialmente a Lei per opera dello Spirito Santo, e da Lei è nato come Uomo perfetto; un Essere infine così sublime nella santità che, secondo san Bernardo, a Dio non era propria altra Madre che Maria e a Maria non era proprio altro figlio che Dio.

E come i raggi del sole colorano, traversandola, una nuvola diafana, le bellezze interiori della Figlia del Re irradiavano dal Suo corpo virginale e la rendevano imparagonabilmente più bella , come spiega sant’Alberto Magno, di tutte le Sue figure nell’Antico Testamento: più bella di Eva, più bella di Rachele, più bella di Rebecca, la giovane vergine modesta scelta da Abramo per l’amato figlio Isacco; più bella di Ester, e più bella di Giuditta a cui Dio aveva aumentato la bellezza per renderla incomparabilmente bella agli occhi di tutti gli uomini.

Così era dunque il Santuario Divino, l’Arca della nuova alleanza, la Casa d’oro, l’opera più grande dello Spirito Santo dopo la sacratissima Umanità di nostro Signore Gesù Cristo; un’opera che viene paragonata ad una stella raggiante di santità e di gloria, lungi da questo mondo oscuro e caduto: la Stella del mare che mostra ai viaggiatori sull’oceano perfido ed amaro di questa vita, la via al porto celeste che è il suo Figlio; la Stella Mattutina che preannunzia quel giorno glorioso che non conosce tramonto, quel Sabato eterno quando ci riposeremo dai nostri lavori in Dio; la Stella che irradia sul mondo raggi di luce increata e che partorisce il Sole che preannunzia.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Buon Pastore

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Buon Pastore va alla ricerca della pecorella smarrita: ovvero, di noi quando abbiamo peccato; ci mette in spalla e ci porta a casa, ossia in Paradiso. In un altro brano chiama le Sue pecore, che Lo seguono perchè Lo conoscono (Lo conoscono nella fede), e perchè conoscono la Sua voce (la conoscono nell’insegnamento della Chiesa). E le pecore Lo seguono all’ovile, all’unico ovile che è l’una, santa, cattolica ed apostolica Chiesa: l’unico mezzo di salvezza; Lo seguono all’unico ovile che allo stesso tempo è immagine del Paradiso.

‘Io sono il Buon Pastore’, dice il Signore, ‘il buon Pastore offre la vita per le pecore.’ In questo tempo pasquale meditiamo sull’amore misericordioso del Signore Che ha offerto la vita per noi sul duro legno della croce, affinchè noi possiamo essere portati da Lui in spalla alla Sua casa e possiamo entrare in quella casa: nella santa Chiesa e nel Paradiso.

La frase ‘offre la vita per le pecore’ esprime soprattutto l’amore di nostro Signore Gesù Cristo verso di  noi, perchè questo è il più grande amore: quello di dare la vita per gli amici. Il fatto che il Signore dica ‘conosco le Mie pecore e le Mie pecore conoscono Me’ rappresenta la reciprocità di questo amore; il fatto che Egli lo paragoni con l’amore tra Lui ed il Padre quando dice ‘come il Padre conosce Me ed Io conosco il Padre’,  significa che questo amore divino è origine, fonte e causa dell’amore tra  Lui ed i Suoi fedeli, ed esprime anche la sua immensità.

Che la figura del Buon Pastore raffiguri in primo luogo l’amore, si manifesta altrettanto alla fine del vangelo di san Giovanni quando il Signore, chiedendo tre volte a san Pietro: ‘Simone, figlio di Giovanni, Mi ami tu?’ gli dice: ‘Pasci le Mie pecorelle’: san Pietro deve divenire anche lui buon pastore nel seguire Cristo ed in partecipazione con Lui; e per questo compito occorre l’amore.

Già nell’Antico Testamento troviamo la figura del Buon Pastore amorevole, anche se in maniera meno concreta e più misteriosa. ‘Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla, su pascoli erbosi mi fa riposare.’ In questo Salmo 22 Iddio si rivela come un buon pastore che ci conduce in Paradiso alla nostra eterna felicità e pace. Ci conduce attraverso la valle oscura della morte che è questa vita: la valle oscura dell’ignoranza, del peccato, della sofferenza, e della morte; la valle oscura sulla quale la luce increata del Cielo non cade, ma dove non dobbiamo temere alcun male perchè Egli è con noi, parlandoci con la voce dei Suoi comandamenti e operando per noi con i Suoi Sacramenti: il Sacramento del Battesimo  rappresentato dalle acque tranquille a cui ci conduce; il Sacramento della Penitenza che converte la nostra anima; i Sacramenti della Cresima, dell’Ordine, e dell’Estrema unzione che sono l’olio col quale ci cosparge il capo; i Sacramenti del Matrimonio e della santa Eucarestia che sono la mensa che ha preparata per noi; il Sacramento dell’Eucarestia in particolare, che è il nostro calice traboccante.

Lui è con noi con la voce e con le azioni, ma anche con la Stessa Presenza, tramite cui è presente dappertutto e soprattutto nelle anime dei giusti per la grazia, così che con un solo pensiero ci troviamo di nuovo nella Sua dolce compagnia.

Se viviamo con Lui, dunque, la felicità e la grazia ci saranno compagne tutti i giorni della vita, fin quando non perveniamo a quella mensa celeste ed a quel calice che sono anche immagini della vita eterna nella casa del Paradiso.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

 

L’uscire dal Padre ed il tornare a Lui

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

‘Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre’. Il Signore parla con queste parole del Suo uscire dal Padre al momento dell’Incarnazione e del Suo ritorno a Lui all’Ascensione. Parla del Suo rapporto col Padre nella Sua umanità, immagine del Suo rapporto col Padre nella Sua Divinità all’interno della Santissima Trinità: dove c’è un procedere dal Padre al Figlio, ed un procedere dal Figlio al Padre.

Come il Signore esce dal Padre e torna a Lui nella Sua umanità, anche noi usciamo dal Padre e torniamo a Lui. Usciamo dal Padre e veniamo nel mondo al nostro concepimento; torniamo al Padre e lasciamo il mondo alla morte.

Come il Signore è Figlio del Padre, anche noi siamo figli del Padre: Lui è Figlio di Dio secondo la natura, la natura Divina, la Divinità; noi invece lo siamo secondo l’adozione, secondo l’incorporazione in Cristo tramite il battesimo.

All’interno della Santissima Trinità Nostro Signore Gesù Cristo si unisce al Padre nell’amore, nel procedere dello Spirito Santo; nella Sua vita terrena va al Padre per mezzo dell’amore: per mezzo della vita intera vissuta per amore del Padre.

Anche noi andiamo al Padre, torniamo al Padre, per mezzo dell’amore. Non basta il battesimo: non basta l’incorporazione a Lui, Corpo Mistico, ovvero alla Chiesa; bisogna amarLo, amarLo con l’amore della Carità: con l’amore sovrannaturale, ossia in stato di grazia. Chi non è in stato di grazia non può amare Dio – nel modo che Lui richiede.

Come amiamo Dio? osservando i comandamenti, praticando le virtù la cui forma è la Carità: agendo per Lui e soffrendo per Lui, perchè anche la sofferenza può essere un modo di amare Dio. Ognuno ha la propria croce: c’è chi soffre fisicamente in ospedale; c’è chi soffre psichicamente a casa: ansie, paure, tristezze. Questo bambino viene maltrattato a scuola, quello a casa; questa persona soffre perchè i familiari sono lontano da Dio; quella per i debiti, quell’altra di solitudine.

Ognuno ha la sua croce. Non deve lamentarsi, nè rammaricarsi, ma portarla con pazienza per amore di Dio. Poichè di questo può essere sicuro: che la sua croce è precisamente quella che Dio ha scelto per lui, per guarirlo dei suoi peccati, per santificarlo e per salvarlo. Dio ci conosce e sa di cosa abbiamo bisogno per il nostro eterno bene.

Solo tramite l’amore che suscitiamo nelle azioni e sofferenze ci possiamo avvicinare a Lui: solo così possiamo tornare a Lui come il figliuol prodigo torna al Padre eterno dopo tutta una vita di peccato; solo così ci possiamo staccare dal mondo con tutte le sue attrazioni, pompe e false promesse.

Bisogna essere figli di Dio non solo di adozione, ma anche moralmente, dunque; bisogna trasformarsi in Lui mediante la Carità, così che Cristo viva in noi e che il Padre Lo ami in noi, e dica: ‘Questo è il Mio Figlio prediletto in cui Mi sono compiaciuto’; così che nell’ora della morte, per l’intercessione della Santissima Madre di Dio, il Padre riprenda l’anima che ci ha dato all’inizio della vita, per introdurla nell’amore eterno tra Sè ed il Suo Figlio, nell’unità dello Spirito Santo.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

il frutto della santa Messa

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Tre sono le categorie di persone che approfittano del santo sacrificio della Messa: inanzitutto la santa Chiesa cattolica. Prima dunque la Chiesa trionfante, ovvero gli angeli ed i santi del Paradiso, come prega il celebrante nell’offertorio: ‘anzitutto la gloriosa sempre vergine Maria, Madre del medesimo nostro Dio e Signore Gesù Cristo… e Vostri Apostoli e martiri… e tutti i Vostri santi…’; poi la Chiesa militante, ovvero noi battezzati sulla terra: ‘degnateVi in ogni parte del mondo di donarle pace, di proteggerla, di adunarla nell’unità e di governarla assieme al Vostro servo e nostro Papa…; in fine la Chiesa purgante, ovvero ‘i Vostri servi e serve che ci hanno preceduti con il segno della fede e che dormono il sonno della pace… ad essi concedete, Ve ne preghiamo un luogo di refrigerio, di luce e di pace.’

Bisogna però aggiungere che la santa Messa, essendo un sole spirituale così ricco e sovrabbondante di bontà, versa i raggi anche su di coloro che sono solo potenzialmente membri della Chiesa per beneficarli, soprattutto attirandoli all’unica arca di salvezza che è essa stessa.

La seconda categoria di persone che approfittano della santa Messa è quella prevista nell’intenzione del celebrante, la quale al solito viene da lui in modo specifico nominata nel memento dei vivi e dei defunti – la salvezza di un peccatore particolare ad esempio; o la consolazione, oppure la liberazione dal Purgatorio di una determinata anima.

La terza categoria è lo stesso celebrante con i fedeli che assistono, a cui si riferiscono le parole: ‘tutti i circostanti’, e ‘nobis quoque peccatoribus.’ Su tutte queste persone saranno elargite in abbondanza le grazie di Dio guadagnate dal santo sacrificio del monte Calvario.

Ora, le grazie ed i beni elargiti sui vivi sono in primo luogo di ordine sovrannaturale, tendendo alla santificazione ed alla salvezza delle anime; in secondo luogo sono di ordine naturale e temporale, purchè siano compatibili con quelli sovrannaturali. Difatti non c’è dono nè grazia così grande che non si possa chiedere mediante la santa Messa, essendo ciò che chiediamo creato e finito, e ciò che offriamo divino. Dice padre Martin von Cochem: ‘È impossibile che Iddio, Che vuole riccamente ricompensare anche un bicchiere di acqua fredda, non ci lascierà senza compenso, se Gli offriamo con riverenza il calice del Sangue di Suo Figlio Divino.’

Avendo parlato del frutto del santo sacrificio della Messa, vogliamo guardare adesso il frutto del Sacramento in particolare, ovvero della santa Comunione. Facciamo notare intanto che solo i fedeli nello stato di grazia possono riceverla, e riceverla con frutto.

Un primo frutto della santa Comunione è che ci unisce a Cristo, e che dunque ci aumenta la Grazia divina, le grazie infuse ed i doni dello Spirito Santo, come dichiara il sacro concilio di Firenze (1439): ‘…nutrendo, sostenendo, aumentando, riparando e dilettandoci in modo spirituale.’ Il sacro concilio di Trento descrive la santa Comunione inoltre come ‘cibo delle anime con cui siamo nutriti e confortati, vivendo della vita di Colui Che disse: ‘Chi mangia di Me, vivrà per Me.’’

Un secondo frutto del Sacramento è che ci fa ottenere la gloria eterna. Il concilio di Trento dichiara: ‘Egli voleva che fosse un pegno della nostra futura gloria e perpetua felicità’. Possiamo citare nuovamente san Giovanni capitolo VI a riguardo: ‘Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno’. Il motivo per cui la santa Comunione ci fa ottenere la gloria eterna è che contiene nostro Signore Gesù Cristo Che ci dona la gloria: la santa Comunione è un cibo che conforta l’anima affinchè possa perseverare fin quando ottenga questa gloria. Uno dei modi nei quali conforta l’anima è che la rende forte contro le tentazioni. San Giovanni Crisostomo scrive che la Comunione, essendo un segno della Passione, respinge gli attacchi dei diavoli che sono stati vinti dalla Passione.

Un terzo frutto della santa Comunione è che rimette vari peccati veniali e la pena per essi dovuta, come dichiara papa Benedetto XII con il suo libello agli Armeni, ed il sacro concilio di Trento. La santa Comunione ha questi effetti in quanto aumenta in noi la Carità.

La pienezza del frutto che verrà ricevuto dalla santa Messa e dalla santa Comunione dipende dalle disposizioni del soggetto che lo riceve: del celebrante, dei fedeli che assistono e comunicano, delle persone per le quali il frutto viene richiesto; dipende cioè dal grado della devozione e dall’apertura alla grazia divina: più grande la devozione, più grande sarà il beneficio.

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Concludiamo queste considerazioni con una citazione dall’Imitazione di Cristo, libro quarto, inizio del capitolo 17, che esprime con parole toccanti la santa devozione di un fedele accostandosi alla santa Comunione.

“Con devozione grandissima e con ardente amore, con tutto lo slancio di un cuore appassionato, io desidero riceverVi, o Signore, come Vi desiderarono nella Comunione molti santi e molti devoti, a Voi massimamente graditi per la santità della loro vita e per la loro infiammata pietà.

O mio Dio , amore eterno, che Siete tutto il mio bene, la mia felicità senza fine, io bramo riceverVi con intenso desiderio e con venerazione grandissima, quale mai potè avere o sentire santo alcuno. Anche se non son degno di sentire tutta quella devozione, tuttavia Vi offro tutto lo slancio del mio cuore, come se io solo avessi tutti quegli accesi desideri, che tanto Vi sono graditi. Chè anzi, tutto quel che un animo devoto può capire e desiderare: tutto questo io lo porgo e lo offro a Voi, con estrema venerazione, in pio raccoglimento. Nulla voglio tenere per me , ma voglio immolarVi me stesso e tutto quello che ho con scelta libera ed altamente gioiosa.”

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Il corona virus e la santa comunione nella mano

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

L’onore è l’atteggiamento dovuto ad un altro in virtù della sua dignità, cioè della sua eccellenza. L’adorazione, in particolare, è quell’onore che è dovuto a Dio, ossia in virtù della Sua eccellenza, o dignità, infinita. L’adorazione comprende un atteggiamento da parte nostra sia dell’anima che del corpo.

Quello dell’anima viene definita da Bossuet come: ‘il riconoscimento in Dio dell’altissima Sua sovranità e in noi della più profonda dipendenza.’ Quello del corpo, invece, quando stiamo davanti a Dio, ossia davanti a nostro Signore Gesù Cristo in chiesa, è stabilito dalla santa madre Chiesa in termini di silenzio, di genuflessioni, dell’inginocchiarsi, e degli inchini profondi. Per ricevere la santa Comunione, più precisamente, occorre l’inginocchiarsi alla balaustra ed il comunicarsi sulla lingua.

La seconda pratica, introdotta nei primi secoli e stabilita per la Chiesa Universale più di mille anni fa, fu abolita dai sedicenti riformatori nel cinquecento. Come abbiamo citato nel nostro libro: ‘Come è cambiato il rito romano’, il domenicano apostata Martin Bucer constata nella sua ‘Censura’: ‘Diviene il nostro dovere abolire dalle chiese… con tutta la purezza di dottrina, qualsiasi forma di adorazione del pane che vogliono che gli anticristi utilizzino e conservino nei cuori della gente più semplice.’ Per tali motivi anche i riformatori Zwingli e Clavino hanno imposto la comunione in piedi e sulla mano. La comunione in mano è divenuta in seguito una pietra miliare della negazione del dogma cattolico sulla Presenza Reale da parte dei protestanti.

Negli anni ‘60 la stessa pratica fu introdotta nella Chiesa cattolica dai sacerdoti dell’ Europa centrale come sfida a Roma, e poi diffusa sempre di piu’ tra i fedeli.

Prendere nelle mani non-consacrate il Sacrosanto Corpo del Signore, e tipicamente anche in piedi, spolverarNe i frammenti per terra, inghiottirLo camminando – si può descriverlo come ‘adorazione’? – fu escogitato proprio per rendere l’adorazione del tutto impossibile. Il clero ed i fedeli devono categoricamente rifiutare di partecipare a questo abuso.

In occasione del ‘coronavirus’, si incoraggiano forse i pochi cattolici praticanti che rimangono in Italia di pregare di più? Si invitano i non-praticanti a tornare ai sacramenti? Si organizzano notti di preghiera, processioni, pellegrinaggi? – come ha sempre fatto la Chiesa – nel quattrocento a Venezia ad esempio, nel cinquecento a Milano, nel settecento a Marsiglia. No, gli uomini di Chiesa chiudono le chiese; o le tengono aperte senza provvedere ai sacramenti dell’Eucarestia o della penitenza; oppure, se offrono il santo sacrificio della Messa in pubblico, insistono sulla Comunione in mano e proibiscono quella sulla lingua.

Una donna devota di famiglia albanese a noi conosciuta, di cui i parenti furono perseguitati ed uno zio vescovo martirizzato, fu trascinata qualche giorno fa in una chiesa vicino, con sua grande sofferenza e per la prima volta nella vita, di ricevere il Sommo Bene in mano; un bambino che aveva ricevuto la prima santa Comunione il sabato scorso fu indotto dalla madre questa domenica a riceverLa sulla mano, ciò l’ha fatto scoppiare in pianti.

Celebrando ed avendo sempre celebrato unicamente il rito romano antico, e potendo, per quello, dare la santa Comunione solo sulla lingua, l’autore di questo articolo, essendo in questi tempi in una diocesi afflitta dal virus, dove la Comunione sulla lingua viene vietata, si trovava in una certa difficoltà. Non essendo membro di un gruppo non sottomesso (o non pienamente e chiaramente sottomesso), al papa ed ai vescovi, si sentì obbligato ad ubbidire all’Ordinario del luogo, e sebbene à contre coeur, di non distribuire la santa Comunione ai fedeli affatto.

Ne abbiamo informato i fedeli prima della celebrazione della santa Messa domenicale, incoraggiandoli di fare la Comunione spirituale, e dicendo che sicuramente il Signore non gli avrebbe privato delle grazie sacramentali che altrimenti gli avrebbe date. Abbiamo esposto il Santissimo per una mezz’ora dopo la santa Messa, per avvicinarli di più a Sua Divina Maestà, almeno in modo spirituale.

Quanto grande non fu la nostra consolazione e gioia spirituale in seguito, dunque, di leggere durante la santa Messa le parole seguenti della Communio e della Postcommunio: ‘Manducaverunt et saturati sunt nimis, et desiderium eorum attulit eis Dominus: non sunt fraudati a desiderio suo… Quaesumus, omnipotens Deus: ut, qui celestia alimenta percepimus, per haec contra omnia adversa muniamur.’ Mangiarono e furono saziati grandemente, ed il Signore gli apportò il loro desiderio: non furono privati del loro desiderio… Chiediamo, onnipotente Dio, che noi che abbiamo ricevuto nutrimenti celesti, per mezzo di questi saremo difesi contro ogni avversità.

Non solo questa grazia, ma anche un’altra ci fu concessa susseguentemente, per ‘difenderci di ogni avversità’. Dopo aver celebrato nello stesso modo per i giorni successivi, abbiamo ricevuto poi dalla curia il privilegio insigne di poter distribuire di nuovo la santa Comunione sulla lingua.

Il demonio sta approfittando del corona virus per attaccare la Chiesa, indebolendo ed impoverendo ulteriormente in modo spirituale larghe zone delle terre che sono il cuore del cattolicesimo. Il virus, come ogni malattia o male fisico, è conseguenza del male spirituale, cioè il peccato. Il rimedio definitivo di un male spirituale si troverà solo in un bene spirituale, ossia la conversione del cuore: preghiere, ritorno ai sacramenti, ed, in una parola, l’Adorazione di Dio.

Sit nomen Domini Benedictum. Ex hoc nunc et usque in saecula. Amen.

La divina maternità spirituale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

‘Beato il seno che Ti ha portato e le mammelle che hai succhiato’, grida una voce dalla folla, potremmo supporre, mossa dallo Spirito Santo nella sua somiglianza al grido di sant’Elisabetta: ‘Benedetta tu tra le donne’. E nostro Signore risponde: ‘Beato piuttosto chi sente la Mia parola e chi la custodisce.’ Il passo assomiglia a quell’altro in cui nostro Signore, informato che Sua Madre ed i Suoi fratelli Lo stanno aspettando, dice: ‘Chi è Mia madre, chi sono i Miei fratelli? Coloro che fanno la volontà di Mio Padre, questi sono Miei fratelli, Mie sorelle, e Mia madre’.

Ma pare a prima vista che questi siano modi dispregiativi di parlare di Colei che viene chiamata da san Cirillo ‘la perla di questo mondo, una luce sempre brillante, la corona delle vergini, il scettro della fede’, e da sant’Efrem ‘la speranza dei padri, la gloria dei profeti, la lode degli apostoli, l’onore dei martiri, il gaudio dei santi, e la luce dei patriarchi’.

Quando riflettiamo più profondamente, però, vediamo che nostro Signore Benedetto non sta disprezzando Sua beatissima Madre con tali parole, ma piuttosto La sta lodando.

Beato il seno, ma ‘ancor più beato chi sente e custodisce la parola’ di Dio. Ma chi la sente e la custodisce maggiormente che non Sua Madre celeste? Poichè sente la parola dell’angelo che è la parola di Dio, in quanto è l’ambasciata di Dio nel senso ultimo del termine: l’annuncio di Dio della redenzione del mondo.

Lei sente questa parola dunque, e la custodisce e conserva poi come Verbo divino nel proprio seno, in una maniera di cui non ce n’è di più intima, dandoGli la stessa carne. Così che il Verbo divino, ovvero Dio Stesso che è il cielo, potesse abitare un altro cielo: il cielo terrestre del seno di Sua beatissima Madre.

Lei custodisce il Verbo Incarnato nel seno per nove mesi e poi per tutto il tempo della Sua vita nascosta a Nazareth, mentre ascolta la Sua voce, la voce del Beneamato. E dopo, Lo custodisce ancora nel tempo della Passione, stando accanto alla croce con tutta la propria autorità di Madre di Dio, di Regina dei martiri, Regina degli angeli, Regina del cielo e della terra.

Lei non solo Lo porta nel seno e Gli dà da succhiare, dunque, ma anche Lo ascolta e Lo custodisce in modo perfetto, fino alla fine. Facendo così, compie inoltre la volontà di Dio. In tutti questi modi diviene Madre di Dio nel senso spirituale inteso dal Signore, ossia in modo perfetto.

Che la divina Maternità spirituale della Madonna fu in un certo senso più grande di quella fisica, viene espresso dai padri della Chiesa, ad esempio da san Bernardo, quando dice che Lei concepì Dio nella mente prima di concepirLo nel seno, e che Dio amava talmente la sua bellezza spirituale che si unì a Lei prima nello spirito e poi nella carne.

Difatti la maternità spirituale e fisica sono così intimamente congiunte che non si possono quasi distinguere: la sua straordinaria elevatura spirituale era condizione per la sua maternità divina, e la sua maternità divina era allo stesso tempo condizione per la sua elevatura spirituale.

La divina maternità è il più alto e grande privilegio della Madonna, di cui non ce n’è mai stato uno più grande elargito sul creato. Che noi, meditando su di essa, raggiungiamo a una devozione sempre più profonda verso Colei che era ed è la creatura razionale più gloriosa e più perfetta di tutte. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

L’Annuciazione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il glorioso San Bernardo osserva che il santo Nome di Maria significa stella maris ciò che si adatta bene a Lei in quanto ‘come la stella emette il suo raggio senza corrompersi, così senza infrangere la sua integrità la Vergine partorì il Figlio. Il raggio non diminuisce lo splendore della stella e il Figlio non toglie l’integrità alla Madre.’ In un altro brano lo stesso santo paragona la sua Verginità a una stella e la sua Maternità a un’altra: due stelle che si illuminano a vicenda con i propri raggi.

Ora il fatto che il Figlio della santissima Vergine è una Persona Divina, fa che la Madonna è Madre di Dio, così che san Bernardo si immagina al momento dell’annunziazione il mondo intiero aspettare il suo fiat per l’avvento del Salvatore:

Tutta l’umanità prostrata ai vostri piedi l’attende’, scrive, ‘Rispondete presto, o Vergine; pronunziate, o Signora, la parola che terra ed inferi e persino il cielo aspettano. Anche il Re e Signore di tutti, quanto si è invaghito della vostra grazia, altrettanto desidera la vostra affermativa risposta: poichè per essa ha deciso di salvare il mondo.

Date la vostra parola, e accogliete la Parola, dite la vostra parola umana, e concepite la parola di Dio; pronunziate la vostra parola che passa, e stringete al vostro seno la parola che è eterna.’ E la Vergine risponde: ‘Il Verbo che in principio era presso Dio si faccia carne della mia carne, seconda la Vostra parola… il Verbo che io possa non solo udire con l’orecchio, ma vedere con gli occhi, toccare con le mani, portare sulle spalle: non la parola scritta e muta, ma la Parola incarnata e viva, stampata non in mute figure e tracciata su una pergamena senz’anima, ma impressa vivente e in forma umana nelle mie caste viscere, e ciò non per pittura di penna inerte, ma per opera dello Spirito Santo.’

Che queste brevi meditazioni servano ad accendere nei nostri cuori l’amore per il Cielo, il desiderio di passare la vita guadagnando meriti per l’eternità, ed il desiderio infine di vedere lassù dopo questo nostro esilio la Santissima Madonna, Vergine e Madre, ed il frutto Sacratissimo del suo seno Gesù.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La compunzione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

‘Il pubblicano, invece, fermatosi a distanza, non osava neanche alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto, dicendo: “O Dio abbi pietà di me, peccatore.” ’ Questa è l’espressione classica della contrizione, che ha un gran potere presso Dio. Sant’ Antonio da Padova commenta: ‘Il pubblicano… non osa avvicinarsi a Dio, affinché Dio si avvicini a lui; non osa guardare, per essere da Dio guardato; si percuote il petto, si punisce da sé, perché Dio lo risparmi; confessa il suo peccato perché Dio lo perdoni. E Dio lo perdona perché lui riconosce il suo peccato.’

La Chiesa insegna che la contrizione ha gradi diversi, e nel suo grado più alto, quello della contrizione perfetta, basta per il perdono dei peccati, anche fuori dal sacramento della Penitenza. Ma non possiamo mai presumere di aver raggiunto quel grado di contrizione, non potendolo verificare. Per questo san Pio X insegna nel catechismo che, se siamo nello stato di peccato mortale, bisogna sempre confessarci sacramentalmente prima di ricevere la santa Comunione.

La preghiera russa ‘Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, abbia pietà di me, peccatore’ deriva dalla preghiera del pubblicano, e viene tipicamente recitata in modo costante, in risposta alla parola del Signore di pregare sempre. Ciò insegna che la contrizione possa avvenire come atto (ad esempio la frase che si recita dopo l’autoaccusa delle colpe in confessione come ‘atto di contrizione’), oppure come uno stato costante dell’anima.

Questo stato di contrizione viene espresso nel salmo 50: ‘… iniquitatem meam ego cognosco: et peccatum meum contra me est semper. Tibi solo peccavi, et malum coram te feci… Conosco la mia iniquità: e il mio peccato è sempre contro di me. A te solo ho peccato, e ho fatto male davanti a te.’

La contrizione, come stato costante dell’anima, si chiama ‘compunzione’. Consiste in un atteggiamento di odio e di rifiuto dei propri peccati passati e della propria malvagità, nonché di umiliazione davanti alla Maestà infinita di Dio. Comporta con sé la sfiducia completa in noi, e la fiducia completa in Dio, in Dio solo, nella Sua infinita misericordia.

Se l’atto di contrizione è potente per cancellare i nostri peccati, lo è ugualmente la compunzione: ‘Un cuor umiliato e contrito, o Signore, non disprezzerai’. Facciamo notare che il latino cor humiliatum et contritum si traduce giustamente come ‘un cuore umiliato’ e non (come talvolta si trova) un ‘cuore umile’; e che contritum nel latino ha un senso più estremo della parola italiana ‘contrito’, il cui significato letterale è esser affranti dal dolore, ridotti alla polvere.

La compunzione è capace non solo di cancellare i peccati, ma anche di santificarci. Padre Faber scrive: ‘Se c’è qualcosa che possa durare tanto a lungo quanto la nostra vita è il sentimento di compunzione. Ha avuto un ruolo attivo nel nostro ritorno a Dio, e non c’è una vetta di santità così alta che essa non scali con noi.’ Si legge ad esempio nella biografia di san Luigi Gonzaga che il suo atteggiamento costante di compunzione per parole peccaminose che abbia pronunciate nella fanciullezza (pur essendo inconsapevole del loro senso) contribuisse non poco alla sua santificazione.

Si dice che il demonio negli ultimi momenti della vita tenta spesso in modo più forte di far perdere l’anima all’uomo: Questo lo fa, soprattutto mostrandogli i suoi più gravi peccati per sedurlo alla disperazione e alla sfiducia in Dio. Abbiamo già accennato al pericolo di lasciarci inondare da quei flutti di dolore. Il modo migliore di uscirne è di fare subito atti fervorosi di fiducia in Dio.

La necessità della compunzione si vede quando si riflette sullo scopo della vita. Lo scopo della vita non è semplicemente di raggiungere il cielo senza morire nel peccato mortale, bensì di raggiungere quel grado di gloria in cielo che Dio provvede per noi dall’eternità: lo scopo non è semplicemente vivere senza staccarci completamente da Dio, bensì perfezionarci, santificarci ed unirci quanto intimamente possibile a Dio ed alla Sua Gloria.

Dunque, per il motivo di santificarci, ciò che ci occorre non è solo fare atti puntuali di contrizione per liberarci (con la grazia divina) dal peccato, bensì lo stato costante di contrizione: occorre la compunzione. Siamo tutti peccatori. Come dice san Giovanni Evangelista: ‘Se diciamo che non abbiamo peccato, siamo bugiardi’. Dunque utilizziamo il ricordo amaro dei nostri peccati per santificarci.

La compunzione cancella i peccati e ci santifica: la compunzione ha una forza straordinaria presso Dio. San Girolamo scrive: ‘Umile lagrima del cuore: tu sei una regina, tu sei onnipotente; tu non temi il tribunale del Giudice, tu imponi silenzio ai tuoi accusatori; nulla ti arresta; tu hai accesso al trono della grazia, e non te ne allontani mai con le mani vuote; e la pena che tu causi al demonio è per lui più terribile della stessa pena dell’Inferno. Tu trionfi sull’Invincibile, tu leghi ed obblighi l’Onnipotente. La sola preghiera Lo intenerisce, ma l’anima che piange pregando, Gli è irresistibile: la preghiera è un olio che Lo dispone ad esaudire, le lagrime sono uno strale che gli ferisce il cuore, e Lo forza ad agire.’

E’ vero che non tutti abbiamo la grazia di piangere il nostro peccato con le lacrime degli occhi, come nei primi tempi della Chiesa e nella tradizione della Chiesa orientale. Il padre certosino Augustino Guillerand commenta che le lacrime di cui si tratta qui sono ‘le lagrime autentiche del cuore’, le quali possono essere facilmente soffocate dallo sforzo di produrre ciò che è solo il loro segno esterno… sono un movimento interamente interno e spirituale che viene suscitato solamente dallo spirito d’amore: lo deve chiedere con piena fiducia e poi tranquillamente aspettare.

E’ una fiamma chiara e pura che salta in alto come da un bracere nascosto; illumina la mente e tocca le corde del cuore; smuove l’anima fino nelle sue profondità, facendola vibrare quasi da un fremito celeste, che la solleva sopra di sè, così da far esclamare: ‘Mio Dio!’ in un modo tutto nuovo. Poi la distanza che la separa da Colui Che si fa conoscere a questo modo, il ricordo dei peccati che hanno causato quell’abisso, Gesù in croce Che espiava i nostri peccati, la Madonna ai Suoi piedi, l’Inferno che punisce il peccato senza toglierne il debito: tutti questi pensieri ci sgorgano nella mente, cessando di essere pensieri e divenendo immagini. Tutto ciò preme l’anima come un frutto maturo e fa scorrere lagrime suavi ed inebrianti dagli occhi.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La contrizione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen. 

Dopo una conversione, una questione importate da risolvere è come guardare i peccati passati. San Giovanni Cassiano asserisce che è molto salutare riflettere su di essi. Ed è vero che questo esercizio ci porta presto all’umiltà. Quando siamo tentati di parlare, oppure pensare, male degli altri, un rimedio sicuro e sempre pronto è proprio quello di rivoltare lo sguardo verso noi stessi: voglio gettare una pietra, ma chi sono io per farlo? Non avrei peccato pure io? Sono forse meglio di lui o di lei? Se non ho peccato nello stesso suo modo, avrei peccato in altri modi, e pure modi più colpevoli: lui ha peccato per debolezza, forse; io invece per malizia – ad esempio pensando male di lui, come ora; oppure io ho ricevuto molte grazie a cui non son stato fedele; lui meno grazie, ma ne è stato fedele; se lui avesse ricevuto le grazie che ho ricevuto io, sarebbe forse già santo.

Quando siamo tentati al peccato, oppure quando ci sentiamo gonfiare dall’orgoglio, pensando anche che siamo meglio degli altri, o che gli altri o anche Dio Stesso si devono sottomettere a noi, pensiamo ai nostri peccati passati e così diveniamo presto sobri ed umili.

Un pericolo

Ma qua c’è un pericolo per coloro che meditano intensamente sui peccati e che sono inoltre portati agli scrupoli o alla superbia.

Gli scrupolosi, meditando sui peccati passati, possono cadere nell’ansia, nella tristezza smisurata, nello scoraggiamento, e persino nella disperazione, pensando al male commesso, alla rigorosa severità del giudizio, ed alle pene del Purgatorio o persino dell’Inferno. Circumdederunt me dolores mortis, mi circondarono i dolori della morte: mi sento consegnato spiritualmente alla stessa morte; mi afferra la paura della morte fisica quando sarò giudicato per ogni male compiuto su questa terra; mi afferra la paura della morte eterna che potrei aver meritato.

I superbi corrono lo stesso rischio: perché riconoscere la propria peccaminosità li priva della consolazione di quel mondo della fantasia in cui così beatamente vivevano finora, dove erano loro gli dei: ormai quel mondo è tutto crollato e non vedono se stessi più che come un nonnulla, degni solo della condanna.

Il demonio si insinua volentieri in questo subbuglio dell’anima per farci maggiormente soffrire, aumentando o accentuando i tormenti con cui ci affliggiamo, suscitando immagini vergognose nella memoria: ‘Hai fatto questo, hai fatto quello, ti ricordi? Vedi come ti sei comportato verso Dio; verso te stesso; verso i genitori, il prossimo, il marito, la moglie, i figli!’

Oggigiorno non pochi fedeli reagiscono dicendo: ‘Bisogna perdonare se stessi’. Il beato Cardinal Newman constata invece: ‘Non dobbiamo mai perdonare noi stessi.’ Infatti bisogna essere realisti e riconoscere che, peccando, abbiamo agito liberamente contro Dio, il Sommo Bene, e che Lui solo ci può perdonare. Riconoscere questo infatti ci rende umili e più graditi a Lui. Se la sofferenza al pensiero dei peccati passati ci troppo opprime, bisogna staccarcene e affidarci interamente all’infinita Misericordia di Dio.

San Giovanni della Croce ci ammonisce di trattenerci sul pensiero del passato solo fin quanto ci serva all’umiltà, ma non di più. Se ci porta all’autolesionismo e ci allontana da Dio, come il nostro nemico desidera, bisogna resistere e non riflettere più sul passato. ‘Il vostro avversario, il diavolo gira cercando chi possa divorare: a cui bisogna resistere forti nella fede. E Voi, o Signore, abbiate misericordia di noi. Grazie a Dio… cui resistite fortes in fide. Tu autem Domine miserere nobis. Deo gratias.’

La moltiplicazione dei pani

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La moltiplicazione dei pani nelle mani del Signore e dei Suoi discepoli e la Sua distribuzione al popolo è simbolo ed anticipazione di un miracolo ineffabilmente più grande che è la santa Eucarestia: il pane che diviene nelle mani del Signore e dei Suoi ministri, attraverso i secoli, Gesù Cristo Stesso, il Cristo totale: Christus totus.

La Santa Madre Chiesa col miracolo dei pani ci mette dunque davanti agli occhi il miracolo della santa Eucarestia che è senza eccezione alcuna la cosa più grande e più preziosa del mondo intero, essendo Gesù Cristo Stesso, Che vive in mezzo a noi nella Presenza Reale. In questo mistero, secondo la parola di uno scrittore, Dio ha attraversato per così dire un’infinità di tempo e di spazio per dimorare in questo povero mondo: per avvicinarSi ed unirSi a noi, e noi con Lui. Per amore di Nostro Signore Gesù Cristo nella Presenza Reale bisogna essere pronti a dare la vita.

Si tratta non di una Presenza meramente spirituale, come quando due o tre persone sono riunite nel Suo Nome, bensì, ribadiamo, della Presenza Reale, sostanziale, di Nostro Signore, Corpo, Sangue, Anima, e Divinità: ciò che esige da noi l’onore più grande che ci sia, cioè l’adorazione.

L’adorazione dovuta al Santissimo fu stabilita dalla Chiesa nelle disposizioni seguenti: farsi un segno di croce entrando in chiesa; fare una genuflessione; stare zitti; mettersi umilmente in ginocchio quando viene sull’altare e quando viene alzato dal celebrante, con la parola usata da san Giovanni Battista quando, con gli occhi del corpo, vide il Salvatore così chiaramente come adesso noi Lo vediamo con gli occhi dello spirito: Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi! E poi siamo tenuti ad inginocchiarci per ricevere la santa Comunione (se siamo nello stato di grazia), riceverLa sulla lingua, fare un ringraziamento dopo.

Essendo il Signore realmente presente in chiesa, bisogna tacere non solo con la lingua, ma anche con la mente: scacciando pensieri sconvenienti e distrazioni, ed evitando di osservare gli altri; indirizzando piuttosto la mente ed il cuore verso Colui Che ci ha amati fino alla morte.

L’evangelista racconta che il popolo ‘fu saziato dal cibo che aveva ricevuto’, un’immagine del nostro saziamento nella santa Comunione: ciò che è se stessa immagine del saziamento definitivo dell’anima di Dio in Cielo. Perchè l’uomo fu creato per Dio e si può saziare solo di Dio: non dei beni fisici come i piaceri dei sensi; non dei beni spirituali finite, come sono la musica, la letteratura, le conoscenze di qualsiasi tipo; neanche della somma totale di tutte le bellezze di questo mondo, ma solo del sommo Bene Che è Dio. L’uomo fu creato da Dio: il suo intelletto per conoscere Dio e la sua volontà per amarLo. L’ intelletto per conoscere non le verità finite di questo mondo bensì la verità infinita che è Dio; la volontà per amare non i beni finiti di questo mondo, bensì il bene infinito che è Dio. L’uomo è stato creato in una parola per l’infinito, per il perfetto e per l’eterno.

Solo con Dio può essere saziato l’uomo, solo con Dio può trovare la pace: ‘Ci avete fatti per Voi, e il nostro cuore è irrequieto fin quando non trova la quiete in Voi’ dice sant’Agostino. Fecisti nos ad te: Ci avete fatti con un orientamento verso di Voi; e il cuore è irrequieto donec requiescat in Te: fin quando non trovi la sua quiete in Voi. L’amore è di due tipi: il desiderio per l’unione e l’unione stessa. Il desiderio è il dinamismo attivo che tende all’oggetto; l’unione è il riposo passivo nel possesso e nel godimento dell’oggetto. Siamo protesi verso Dio, e non troveremo la pace se non quando saremo definitivamente uniti a Lui.

Già su questa terra ci possiamo unire a Dio, poichè la santa Eucarestia è Gesù Cristo, e Gesù Cristo è Dio. Nostro Signore ci dice infatti nel vangelo di san Giovanni: ‘Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame, e chi crede in me non avrà più sete… i vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti… chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna’.

La santa Comunione ci unisce a Lui quaggiù, dunque, ma l’unione stabile ed eterna a Lui sarà solo in cielo. Là coloro che si uniscono a Voi ‘si saziano nell’abbondanza della vostra casa, e li dissetate al torrente delle vostre delizie. Ed in voi è la sorgente della vita, alla vostra luce vedremo la luce.’

Evitiamo il peccato, coltiviamo le virtù, preghiamo, compiamo i doveri dello stato di vita, per poter più degnamente riceverLo nella santa Comunione: per prepararci dopo la fine dei nostri giorni quaggiù ad unirci più intimamente a Lui in cielo nell’unione anticipata dalla santa Comunione.  Amen.

Il Signore risorto appare alla Madonna

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Potremmo descrivere quasi come una legge di natura che la prima persona a cui un figlio desidera comunicare una sua gioia intima è alla propria madre, sopratutto se la madre ha bisogna di consolazione; e più fortemente il figlio ama la madre e più fortemente gliela desidera comunicare. Ebbene, Nostro Signore Benedetto non è un’eccezione a questa legge, anzi la esemplifica in modo determinante.

Non si può neanche concepire infatti la gioia che avrebbe sperimentato l’Uomo Dio compiendo la Missione divina di salvare l’umanità, l’atto di amore misericordioso di cui non ce n’è uno più grande; inconcepibile altrettanto è la consolazione che la comunicazione della gioia dovrebbe dare a Sua santissima madre. Lei infatti aveva attraversato tutto un mare amaro di sofferenze anticipate già dal momento dell’Annunciazione; e quanto all’amore che Lui le portava non c’era e non ci sarà mai un amore così grande e così sublime.

Non ci sorprenderà dunque di apprendere che secondo la tradizione della Chiesa, la prima persona a cui il Signore risorto è apparso fosse la Sua santissima Madre. Il fatto che non viene raccontato nei vangeli spiega la consuetudine che ciò che ci fu di più intimo e personale nella vita del Signore non fosse scritto in quelle pagine.

Possiamo quindi immaginare la Madonna a casa da sola, come lo era 34 anni prima, a leggere la sacra scrittura. La prima volta, secondo i padri della Chiesa, leggeva le profezie sull’avvento del Messia e sulla concezione verginale; questa volta chissà se stesse leggendo quelle sulla risurrezione, e si stesse chiedendo come avrebbe avuto luogo. La prima volta, per la porta, la finestra od attraverso il muro, entrava l’angelo; la seconda volta entrò suo Stesso Figlio Divino.

Apprendiamo la meditazione di questi avvenimenti da san Lorenzo Giustiniani (Passione di Cristo XXIII): ‘…andava dicendo tacita nel suo cuore: Credi che sia giunta l’ora in cui mio Figlio, vinte le potenze delle tenebre, liberatosi da ogni peso di mortalità, risorgerà vittorioso? Credi che riuscerò ancora a vedere il mio Gesù che l’anima mia tanto ama, in cui sono riposte tutti i tesori dei miei desideri e delle mie ansie? Che proprio non venga a me questo mio Figlio Unigenito che cerco con tanta attenzione, a cui guardo con tanto amore, che già possiedo con la mia carità e abbraccio con tanta tenerezza ed affetto? Venga, venga il mio Diletto nel talamo della sua ancella, mi mostri il suo volto, risuoni la sua voce al mio orecchio, perchè Lo veda davanti ai miei occhi, e Lo tocchi con le mie mani e Lo baci, Lo abbracci nella mia umiltà, che possa in Lui riprendersi e rifiorire la mia anima che già da tre giorni giace con Lui nell’oscurità del Suo sepolcro.

Mentre quella madre immacolata stava immerse in questi infuocati pensieri, ecco che vede davanti a sè raggiante di splendore sovrumano il suo diletto Figlio. Ella Lo riconosce, si prostra con la faccia a terra, Lo adora, Lo benedice, tocca i Suoi piedi, bagna di lacrime le Sue cicatrici. Ella non ebbe il dolore di sentirsi dire da Gesù quello che sentì dire la peccatrice perdonata, quasi un rifiuto, una proibizione: ‘Non mi trattenere, perchè non sono ancora salito al Padre; né venne chiamata come il discepolo incredulo a mettere le sua dite nelle ferrite lasciate dai chiodi per sanare quasi le piaghe del suo dubbio; no, non udì niente di tutto questo, ma forse piuttosto le dolcissime parole del Cantico: ‘O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perchè la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro.’

Così forse il Figlio andava penetrando il cuore della Ss. Vergine con espressioni di amore, mentre la Madre continuava ad abbracciare e baciare soavemente i piedi del suo Unigenito e la sua anima vibrava tutta di dolcezza ineffabile, piena di un gaudio che non ha confronti sulla terra. Il suo cuore si scioglieva in tenerezze ed affetti estasianti, e da quelle piaghe sanguinanti dai piedi sgorgava come un’onda fragrante…’

Ma forse la Vergine santissima era già rimasta troppo a lungo prostrata ai piedi del suo Signore: ecco, ora si leva, sorretta dalle mani stesse del suo Figlio e da Lui in forma sovrumana è illuminata, istruita su tutti i misteri della fede, sulla Gloria della risurrezione, sulle future condizioni della Chiesa, sul finale giudizio al chiudersi dei tempi, sulla beatitudine degli eletti nel Regno dei cieli, su tutte le verità attinenti alla fede cattolica. Ella doveva essere illuminata su ogni mistero, su ogni punto del credo affinchè la sua vita fosse norma, esempio, luce per le moltitudini dei fedeli.’ Poi, continua san Lorenzo, congedandosi da Lei ‘in un alone di splendore e letizia scomparve dal suo sguardo’.

+ In nomine Patris et Filli et Spiritus Sancti. Amen

Emmaus

‏+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Non ci ardeva il cuore nel petto …’

Nostro Signore Benedetto appare oggi a due Suoi discepoli: a Clèopa ed ad un altro, forse la moglie Maria, che stava ai piedi della Croce. Qualora avessero volto lo sguardo indietro all’incontro, quali motivi avrebbero potuto trovare per non meravigliarsi ed umiliarsi in profonda adorazione davanti a Dio; meditando sul fatto che il loro Maestro benamato, Che aveva sofferto ed era morto per loro in modo così crudele ed atroce, era davvero il Messia dell’Antica Alleanza, la Gloria del popolo eletto, anzi Dio Stesso; Che era risorto dai morti ed apparso a loro in forma di un ignoto compagno di viaggio; Che era venuto nella casa, celebrando la santa Eucarestia per loro, e poi scomparso dalla loro vista.

Non ci ardeva forse il cuore nel petto?’ si sono detti. È giusto, commenta san Lorenzo Giustiniani, che quelli casti e puri godano, credendo sinceramente e rettamente a Dio, del fatto che l’Unigenito si sia intrattenuto a parlare con loro in una forma così affettuosa e familiare. ‘È giusto che in quest’estasi si inebrino di fervore, si illuminino di sapienza, si infiammino d’amore al contemplare tanta tenerezza e umanità… udendo le onde divine della Sua Sapienza… Essi avranno sentito nell’anima gioie meravigliose mai provate, in quegli istanti supremi in cui il Verbo eterno del Padre parlava loro con la soavità ineffabile del Suo amore sovrumano. Le Sue parole si saranno irradiato come sprazzi di luce spirituale, la sua voce sarà effusa come rivoli di nettare celestiale, per cui i loro cuori saranno rimasti ineffabilmente inebriati, come pervasi di incontenibile letizia… mentre la loro mente era come sospesa in contemplazione sia per chi loro parlava sia per gli ineffabili discorsi che pronunciava. Era indubbio, essi avranno pur avvertito che nel Signore Gesù c’era qualcosa di divino: ma i loro occhi erano ancora troppo chiusi per riconoscerLo. Gustavano il sapore dolcissimo della Sua Sapienza ed in questa gioia il loro cuore bruciava dell’incendio dell’amore Divino.’

Il Signore spiegava a loro, come spiegherà più tardi agli Undici a Gerusalemme, come la Legge, i Profeti, e persino tutta l’Antica Alleanza parlava di Lui; ossia come avrebbe dovuto soffrire per entrare nella Sua gloria. E poi ‘quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed ecco si aprirono loro gli occhi e lo riconnobbero. Ma Lui sparì dalla loro vista.’ Dopo, racconteranno come Lo avevano riconosciuto nello spezzare il pane: fractio panis, la frase che significava la santa Eucarestia nella Chiesa primitiva.

Stolti e tardi di cuore…’

Perchè non Lo potevano riconoscere prima? perchè dubitavano, come ritengono alcuni Padri? Ebbene, come i Discepoli sulla via di Emmaus anche noi siamo in via, ovvero in via per il Cielo; come loro siamo anche noi accompagnati dal Signore, Che, se siamo in stato di grazia, è inoltre nelle nostre anime, nel mistero della Santissima Trinità. Come mai, quindi, non Lo riconosciamo neppure noi: perchè se Lo riconoscessimo, sicuramente Gli chiederemmo aiuto quando ne avessimo bisogno, condivideremmo con Lui le gioie, Gli offriremmo le sofferenze, ci daremmo completamente a Lui come Lui si è dato completamente a noi. E quando entra nella nostra casa nella santa Comunione, sotto il tetto dell’anima, come mai non Lo riconosciamo neanche là, unendoci a Lui più strettamente, ringraziandoLo che è venuto, e dopo imane sofferenze è morto e poi risorto per noi, e solo per noi? Siamo anche noi così ‘stolti e tardi di cuore’?

Resta con noi…’

Dopo aver parlato con loro sulla via, aveva fatto ‘come se dovesse andare più lontano.’ ‘Nei loro cuori’, dice san Lorenzo, ‘Egli era come uno straniero, un pellegrino e quindi avrebbe voluto andare lontano da loro’, ma facendo così sicuramente aveva anche un altro motivo, come quando stava per oltrepassare i Discepoli sul lago: ossìa voleva silenziosamente invitarli a chiamarLo presso loro, nella barca, nella casa, nel cuore.

Resta con noi perchè si fa sera ed il giorno già volge al declino.’ Resta con noi sul nostro viaggio in Cielo: resta con noi, non ci lasciare come il sole che sta declinando ora con una tale velocità sul paesaggio serotino della Terra santa, come le speci della santa Comunione che si sciolgono in noi e ci lasciano senza di Te; resta con noi nella casa dell’anima nella santa Comunione; non sparire dalla casa, non sparire dalla vista, non sparire dal cuore; resta con noi quando la luce di tutte le nostre speranze per questo mondo si appassiranno e si spegneranno, quando le ombre cadranno su questo nostro mondo e si infitteranno; resta con noi quando invecchieremo e farà sera, O Signore e Dio, quando il giorno volgerà al declino e il sole di questo mondo scenderà, tramonterà e sparirà, usque ad senectutem et senium, Deus, ne derelinquas me! Resta con noi per tutta la lunghezza del nostro viaggio e del nostro pellegrinaggio terrestre, Tu Che sei la nostra unica speranza nel tempo e nell’Eternità, fin quando una luce trasfigurata e più gloriosa non si alzi in un mondo più glorioso: la luce che sei Tu, O Lumen Christi, quando Ti vedremo in fine faccia a faccia, Tu Che abbiamo riconosciuto quaggiù nello spezzare il pane.

+In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il difetto dominante

I. La sua natura
Ciascuno di noi ha un temperamento particolare che comprende tutto il nostro modo di sentire, giudicare, simpatizzare, volere ed agire. Questo temperamento va perfezionato da ognuno di noi mediante la pratica delle virtù cristiane. Ciò che può impedire quest’opera di perfezionamento, oppure eventualmente portarci alla rovina eterna, è ciò che si chiama ‘il difetto dominante.’

Padre Garrigou-Lagrange OP lo descrive come: ‘Il nostro nemico domestico albergante al nostro interno… talvolta è come una fessura nel muro che appare solido ma non lo è: come una crepa, impercettibile a volte ma profonda, sulla splendida facciata di un palazzo: un palazzo che un scossa vigorosa potrebbe far crollare fino alle fondamenta.’

Allo stesso modo come una crepa, possiamo scorgere il nostro difetto dominante, ma pensare che esso sia superficiale e non scavi in profondità; oppure, scorta in passato ma intonacata, non la si nota più. Prudenza impone, invece, che, se la crepa nel muro viene vista, la si esamini e se ne valuti la profondità: forse c’è effettivamente un problema strutturale che minacci l’intiero edificio.

Esempi di difetti dominanti sono: la debolezza morale, la pigrizia, la gola, la sensualità, l’irascibilità, e la superbia. Il difetto dominante può informare e caratterizzare il nostro temperamento intiero, compromettendo la nostra virtù dominante, la quale è, per citare di nuovo Padre Garrigou – Lagrange: ‘La felice tendenza della nostra natura’, la quale dovrebbe svilupparsi e crescere con l’aiuto della Grazia. Questa virtù dovrebbe se stesso determinare il temperamento di ognuno.

Valutiamo l’esempio di qualcuno di temperamento passivo, paziente, docile e rassegnato, la cui difetto dominante e’ la debolezza morale, la cui virtù dominante è la dolcezza. Se il difetto dominante prende il sopravvento, la persona sarà preda del rispetto umano, della codardia morale, dell’ irriflessiva conformità alle convenzioni ed alle mode del Mondo, preda dell’indulgenza eccessiva, fino al punto talvolta di perdere completamente le sue forze, anche fisiche.

Non sarà più dolce e mite, bensì semplicemente debole; sebbene si consideri, come anche tutti gli altri lo considerino, dolce, mite, buono, e gentile. La vera dolcezza è andata schiacciata, soppressa, e distrutta dalla debolezza morale. Similmente, alcuno di un temperamento forte può avere come virtù dominante la forza d’animo nell’affrontare l’ingiustizia; come difetto dominante, invece, l’irascibilità e la rabbia. Il pericolo per costui è il dar libero sfogo alla sua irascibilità, cosicché la sua forza d’animo degeneri in violenza irragionevole nelle parole, nelle opere, e nei pensieri, il che può procurare danni indicibili agli altri, ma sopratutto a se stesso.

E’ essenziale quindi, innanzitutto, riconoscere il difetto dominante e poi combatterlo. Scoprendo la debolezza morale in noi, avremo da contrastarla, chiedendo assiduamente a Dio di farci forti, per far fronte ai nostri doveri ed alle nostre responsabilità, ed alle spiacevoli sfide che in continuazione la vita ci pone, anche se nessuno ci osservi per riprenderci per il fatto di essere negligenti o disimpegnati.

Accorgendoci, invece, che siamo irascibili, bisogna lavorare su noi stessi con la Grazia di Dio and sottomettere la nostra irascibilità ad un controllo rigoroso, e di conseguenza, imparare la dolcezza e la docilità, anche se (come nel caso di sant’ Ignazio Loyola e san Francesco de Sales) questo può comportare un lavoro di molti anni.

Ma in fin dei conti, se siamo al mondo per perfezionarci, non trattasi qua di un lavoro importante? – almeno sullo stesso livello dei doveri del nostro stato di vita, dei nostri impegni quotidiani, e delle opera di carità tramite cui possiamo cercare di aiutare il prossimo. Non si devono amare se stessi, allora, come si ama il prossimo? E il proprio perfezionamento morale non è forse il vero amore per se stessi?

Se le motivazioni di tutto il nostro agire sono viziate – dall’orgoglio per esempio, allora sarà viziato anche tutto il nostro agire; se siamo deboli, invece, allora rinunciamo a molte azioni buone che avrebbero portato a loro volta a molte conseguenze positive; se siamo irascibili e rabbiosi, combiniamo attorno di noi, secondo la parola dello stesso padre Garrigou-Lagrange, ‘ogni tipo di disordine’; se siamo critici verso gli altri e nutriamo e coltiviamo le antipatie, allora contravveniamo costantemente al comandamento del nostro Signore di amare il prossimo.

Col passare del tempo, il difetto dominante diviene abitudine, ed informa e colora tutto il nostro temperamento, cosicchè divenga per noi cosa naturale sentire, giudicare, pensare, ed agire secondo la sua influenza; e perciò diviene per noi difficile riconoscere la presenza di quel difetto, perchè di esso ci siamo gia’ totalmente impregnati.

Oppure, se lo individuiamo, difficilmente lo ammetteremmo – soprattutto se siamo superbi. Ma se pure individuiamo la presenza di questa crepa nel muro, e la ammettiamo altresì, rifuggiamo dal volerla esaminare se siamo moralmente deboli, o se temiamo la conversione, e, con ciò, il dover cambiare le abitudini e la vita intera.

Nel frattempo entra il demonio con le sue astuzie. Lui conosce bene il nostro difetto: ci lavora sopra sin dall’inizio della nostra vita. E` lui stesso che ha intonacato la crepa e l’ha verniciata, o aiutatoci a farlo. Aumenta la nostra cecità nel non vederla, la nostra superbia nel non ammetterla, la nostra paura di dover poi ricostruire tutto l’edificio, se ciò si ha da fare.

II. Come scoprire il difetto

Abbiamo detto che il difetto dominante può informare e colorare il nostro temperamento intiero: il modo in cui sentiamo, giudichiamo, simpatizziamo, eserciamo la volontà, e agiamo. Se lo potessimo identificare, per trasformarlo, potremmo gradualmente cambiare il temperamento per il meglio e divenire persone migliori: più amorevoli verso Dio e verso il prossimo; più in pace; più pieni della luce della Grazia; più felici; più in grado di diffondere la luce di Dio in questo mondo e nel Cielo.

Sarebbe una grande grazia, dice padre Garrigou-Lagrange, incontrare un santo che ti potesse dire: “Questa è il tuo difetto dominante; questa è la tua virtù dominante. Con questa virtù devi vincere il difetto, e poi informare e colorare tutto ciò che fai, pensi, e dici: i tuoi sentimenti, i tuoi desideri, la tua visione di tutto.” Questa virtù è, per così dire, il veicolo nel quale bisogna avanzare attraverso il mondo con generosità e determinazione sulla via dell’unione con Dio.

Sarebbe davvero una grazia trovare un tale santo, ma altrimenti come possiamo scoprire il difetto dominante? Scoprirlo all’inizio della vita spirituale o della nostra conversione, è cosa relativamente facile. Ma col passare del tempo, ci abituiamo, e giudichiamo tutte le cose nella sua luce; si impadronisce dell’anima, e, scendendo poi nel più profondo del nostro essere, si presenta persino come parte di noi stessi. Ci abituiamo: anzi ci identifichiamo con esso e non ce ne possiamo più separare. Dopo essersi ben radicato in noi (osserva il nostro colto e saggio teologo) ripugna ad essere smascherato e combattuto, perché vuol regnare in noi e su di noi: si nasconde, anche dietro l’apparenza di virtù.

La debolezza si traveste negli abiti poveri dell’umiltà; l’orgoglio in quelli della magnanimità; l’ira nell’apparenza di giustizia e di santo zelo. L’uomo, il maestro dell’ autoinganno, finisce per vantarsi proprio di quel difetto che è il suo peggior nemico, e lo esalta come se fosse una virtù. Se il prossimo ci accusa di quel difetto, rispondiamo con convinzione: “Caro mio, avrò pure tanti difetti ma ti assicuro che questo non è fra loro.” Anche se lo dovesse menzionare il Direttore spirituale, scuotiamo solennemente la testa, e le giustificazioni si presentano prontamente alla mente. Di fatti il difetto dominante eccita facilmente le passioni: le comanda come maestro ed esse obbediscono all’istante. Il suo bell’aspetto e la sua forza ci spingono verso l’impenitenza. Vediamo un esempio notevole in Giuda il traditore, pessimus mercator: la parsimonia conduce all’avarizia, l’avarazia alla tradizione, la tradizione all’impenitenza.

Intanto, il nemico della nostra anima che conosce quel difetto, ne fa uso per suscitare problemi dentro di noi ed intorno a noi: conflitti, scontri, sgradevolezze, e tumulti: tempeste nella anima, tempeste negli incontri con altrui. Nella cittadella della vita interiore, il difetto dominante rappresenta il punto debole, non difeso dalle virtù. Qui regna come un nemico all’interno delle mura: nascosto, travestito, e potente. Il demonio conosce il difetto, quel nemico interno: sa precisamente dove si situa e lavora con esso per distruggere la cittadella. Se noi stessi lo ignoriamo, allora non lo possiamo combatterlo. Se non lo possiamo combattere, non possiamo avere una vera vita interiore, e perciò faremo solo pochi progressi in questo mondo.

Come dunque trovarlo? Primo con la preghiera: “Mio Dio, che cosa è che mi fa resistere alla Vostra Divina Grazia? Vi prego di darmi la forza di sottomettermi ad essa. Liberatemi dai miei legami, per quanto possa essere doloroso.” Secondo, esaminiamo la nostra anima con realismo spietato: Qual è il tema delle mie solite preoccupazioni – al mattino quando mi sveglio e quando sono da solo? Dove se ne volano i pensieri e i desideri spontaneamente? Qual’ è per me la solita causa della tristezza e della gioia? Qual’è in genere la motivazione delle azioni e dei peccati? Qual’è per me la natura delle tentazioni, ed il motivo della resistenza alla Grazia (in particolare quando mi allontana dalle preghiere o mi distrae in esse)? Terzo, cosa criticano gli altri in me: – il mio Direttore spirituale, se ne ho uno; la mia famiglia; quelli con cui vivo; quelli che mi conoscono meglio? Quattro, in che modo mi ispira lo Spirito Santo in momenti di vero fervore? Che cosa mi chiede di sacrificare per amore di Lui? Se mettiamo in pratica queste misure con sincerità e costanza di spirito, ci troveremo faccia a faccia con quel nemico interiore che ci rende schiavi. Nostro Signore ci dice nel Vangelo di san Giovanni (8,34): “Chiunque ha commesso il peccato è schiavo del peccato.”

San Giacomo e san Giovanni volevano chiamare il fuoco dal cielo su una città che rifiutava di riceverli. Ma il Signore rimproverò questi ‘Figli del Tuono’ (Boanerges), dicendogli: “Non sapete di che spirito siete. Il Figlio dell’uomo non è venuto per distruggere, ma per salvare” (Lc. 9.55). Ma già all’Ultima Cena vediamo San Giovanni contentarsi solo a posare tranquillo la testa sul Cuor Divino del Salvatore; e alla fine della vita fece poco altro, si dice, che non di ripetere in continuazione: “Figliuoli miei, amatevi l’un l’altro.” Non aveva perso nulla dell’ardore né della sete di giustizia, ma si erano spiritualizzati ed elevati mediante una straordinaria dolcezza.

III. Come vincere il difetto dominante

Quando, con la grazia di Dio, avremo scoperto il nostro difetto dominante, bisogna prendere la ferma decisione di vincerlo. Per fare ciò, occorre un vero e stabile fervore della volontà, una ‘prontezza della volontà nel servizio di Dio’, che, secondo San Tommaso, è l’essenza della vera devozione. Ora ci sono tre mezzi principali per superare il difetto dominante: 1) la preghiera; 2) l’esame di coscienza; 3) la sanzione.

1.) La preghiera

Una volta che Dio avrà risposto alla mia preghiera per mostrarmi quale sia il difetto dominante, dovrei essere assidua e fervente nell’implorare il Suo aiuto per vincerlo. Se sono debole, pregherò: “O Dio, mia forza, datemi la forza!”; se sono irascibile: “O Dio, mia pazienza, datemi la pazienza!”; se sono sensuale: “Mio Dio e mio tutto!”… e così via. I santi hanno pregato nei seguenti modi: san Luigi Bertrand: “Signore, qui bruciare, qui tagliare, qui prosciugare tutto ciò che mi impedisce di venire a Voi, affinché possiate salvarmi per l’eternità.” San Nicola di Flue: “Mio Signore e mio Dio, prendete tutto che in me mi ostacola da Voi; Mio Signore e mio Dio, datemi tutto che mi porta a Voi; Mio Signore e mio Dio, toglietemi da me stesso e datemi interamente a Voi.”

2.) L’esame di coscienza

È assai utile fare ogni sera un esame di coscienza particolare sul difetto dominante: non solo un esame generale che è utile a tutti come parte delle preghiere serali, e cioè per valutare la vita spirituale in genere; ma il dare uno sguardo concentrato a quella debolezza in particolare che tante volte in passato è stata la causa della mia rovina.

Sant’Ignazio di Loyola considera molto benefico che i principianti annotino ogni settimana il numero di volte in cui hanno ceduto a quel difetto dominante che vuole regnare in loro come un tiranno. Padre Garrigou-Lagrange commenta: “È più facile ridere di questa pratica che non di esercitarla fruttuosamente.” Se teniamo conto dei soldi che spendiamo e riceviamo, perché non dovremmo tenere conto di ciò che perdiamo e guadagniamo nel campo spirituale, che sono poi perdite e guadagni per l’eternità?

3.) La sanzione

È anche molto utile imporre a noi stessi una sanzione o una penitenza ogni volta che cadiamo in questo difetto. La penitenza può assumere la forma di una preghiera particolare, un momento di silenzio, o una mortificazione esteriore o interiore. Questo ci aiuterà ad essere più prudenti per il futuro, e ripara la colpa e soddisfa la pena per essa dovuta. In questo modo molte persone sono guarite, per esempio, dal pronunciare bestemmie o maledizioni, obbligandosi a fare l’elemosina ogni volta che cadevano.

Nel combattimento arduo contro il difetto predominante bisogna armarci di coraggio. Potremmo essere tentati alla pusillanimità, particolarmente da parte del diavolo, pensando innanzitutto che non saremo mai in grado di sradicarlo, mai in grado di dominare noi stessi. Ma non conviene far pace con i nostri difetti: altrimenti abbandoneremmo del tutto la vita interiore, assieme all’unico scopo che abbiamo in questa vita che è cioè la perfezione. Dio ci ha comandato di essere perfetti, quindi deve essere possibile: ossia con la Sua Grazia. Il Concilio di Trento dichiara con Sant’Agostino: “Dio non comanda mai l’impossibile, ma, nel darci i Suoi precetti, ci comanda di fare ciò che possiamo e di chiedere la Grazia per fare ciò che non riusciamo.”

Un’altra tentazione alla pusillanimità viene dal paragonarci ai santi canonizzati. Ci scoraggiamo e ci diciamo che la lotta contro i difetti convenga solo a loro, perche solo loro vengono chiamati a raggiungere le regioni più alte di spiritualità e di santità, che non sono dunque per noi. Eppure, come abbiamo già detto, nostro Signore ci ha comandato tutti di essere perfetti: di amarLo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, tutte le forze, e di amare il prossimo come noi stessi. Questo, dunque, è compito di tutti, anche se il nostro amore potrebbe non essere mai così straordinario come quello dei santi canonizzati, con tutte le grazie e doni straordinari che avrebbero ricevuti.

Prima di vincere il difetto dominante, le nostre virtù sono poco più di buone inclinazioni e non vere e solide virtù con radici profonde. Quando, però, con l’aiuto di Dio, vinciamo il difetto, le virtù, sotto i raggi nutrienti della Carità, divengono ferme e forti. La Carità, cioè l’amore di Dio e delle anime, viene a regnare nelle nostre anime attraverso la virtù dominante; trasforma il nostro temperamento, rendendoci più veri, più noi stessi: noi stessi senza i nostri difetti, noi stessi nella Carità, in Dio. La pace entrerà nell’anima assieme alla gioia interiore che porta con sé: la pace che è la tranquillità dell’ordine che abbiamo ristabilita nelle anime con la mortificazione, cioè con la lotta contro il proprio male.

Ci apriamo a Dio come un fiore che si apre al sole: non facciamo più di noi stessi il centro di tutto, come quando regnava in noi il difetto dominante. Ormai facciamo riferire tutto solo a Dio: pensando sempre a Lui, vivendo sempre per Lui, e riconducendo a Lui tutti quelli che incontriamo. Dio ha esaudito la nostra preghiera: ci ha tolti da noi stessi per farci interamente Suoi; non abbiamo perso nulla: solo il nostro male; e abbiamo guadagnato il nostro vero essere: il nostro vero essere in Lui.

Deo Gratias!

La grazia iniziale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Vari sono i motivi della conversione: un raggio di luce sovrannaturale può entrare nel cuore per illuminarci sulle verità della Fede, guardando ad esempio un quadro del Signore nell’orto di Getsemani o sentendo un canto della Chiesa ed accorgendoci subitaneamente che il Signore ha davvero vissuto su questa terra e davvero ha sofferto un’infinità di dolore per noi, per ciascuno di noi: Ave verum Corpus natum ex Maria Virgine… vere passum, immolatum in cruce pro homine.

Oppure ci può convertire la sofferenza personale: la perdita di una fortuna, di una madre, o di un figlio amato da noi sopra ogni altro – tragedie di qualunque genere che ci fanno cercare l’abbraccio amorevole di Colui Che solo conosceva e conosce la amarezza della sofferenza fino alla fine: usque in finem, e il solo Che può consolare un cuore spezzato dal dolore.

Un altro impeto può essere l’intuizione della propria miseria, paragonandoci magari con una persona di grande virtù di cui uno dice ‘Tutto ciò che faceva era perfetto.’ ‘Quanto sono misero’, mi dico cominciando a guardare l’elenco di tutti i miei peccati, la mancanza di impegno, la superficialità di tutto ciò che faccio, la pigrizia, la tiepidezza, l’inaffidabilità, l’egoismo.

Un altro motivo ancora è il pensiero dell’Eternità, osservando la vanità ed il carattere passeggero delle cose quaggiù: la nullità dei progetti e delle speranze di questo mondo, l’instabilità della felicità terrena, l’appassire della giovinezza, della bellezza, della vita che corre come un fiume verso il mare; la morte che richiama conoscenti e famigliari, con cui un giorno mi diverto e che un altro giorno non ci sono più; o leggendo un libro come ‘L’Apparecchio alla morte’ di sant’Alfonso de’ Liguori, riflettendo sulle Verità eterne: sulla morte e sul giudizio che inesorabilmente mi aspettano, così mi stacco dalla vita presente e comincio a bramare la vera vita, la vita nella pienezza, nella sua stabilità eterna.

Guardiamo questa donna dura e superba, ricca, spiritosa, come è ridotta: il marito l’ha lasciata per un’altra, il figlio è morto in un incidente, prende un lavoro semplice ma non sa ancora come pagare le tasse. La sofferenza l’ha invecchiata e non è più l’oggetto di lode o di ammirazione dei conoscenti. Fa compassione agli amici: ‘Poverina, ha perso tutto! La vita com’è crudele!’ Ed in fatti perso che ha l’amore, la fortuna, la bellezza, non ha più su cui appoggiarsi – se no su Dio. Va a trovarLo nel Santissimo Sacramento, ‘si versa il suo cuore alla Sua presenza’, versa il nardo dell’alabastro spezzato del cuore davanti a Dio: la sua unica speranza. Torna alla pratica della fede, si confessa, assiste alla santa Messa, prega. Il tempo passa e pian piano il cuore si trasforma, si amorbidisce, ed ella diviene una persona compassionevole, un appoggio, una madre, per molti.

E quest’altra donna, umile e generosa, di cuore buono ed affettuoso, portata dalle circostanze della vita nelle cattive compagnie. Si dà il cuore e l’affetto agli uomini, si lancia la barca dell’anima sul mare agrodolce degli affetti umani, nel mare turbulento delle passioni: sballottata dalle onde, dalle correnti e dai venti dell’amore impuro, della rabbia, della tristezza, della disperazione, nella notte delle menzogne e dei tradimenti, perso il timone, persa la bussola, perso Dio: dans la nuit éternelle emportés sans retour.

Già superato i settanta anni frequenta sempre le compagnie mondane, ricercata ed amata per la personalità allegra ed attraente: beve, ride, racconta storie sconcie, avida di pettegolezze, dando scandalo e cattivo esempio. Un giovane, però, vedendola, e commosso di compassione e di timore per la sua salvezza, comincia a svolgere ogni giorno preghiere fervorose per lei a Dio. Mesi passano, anni, fin quando un giorno, guardando i funerali del papa e meditando sul suo coraggio e la sua forza di spirito, all’istante si converte. Assiste ad un corso di catechismo, diviene membro della Chiesa, si confessa, comincia a pregare, cambia vita. Il cuore, fatto per Dio, si stacca da amori minori e si attacca a Lui; si raccoglie in se stessa, si raggiunge la pace profonda. ‘E’ un’altra persona!’ dicono gli amici.

Non dimentichiamo di pregare per la conversione dei peccatori, anche per i conoscenti e per i propri famigliari. Chi sa chi abbia pregato per noi e per quanto tempo, mentre anche noi eravamo lontani da Dio, sul mare amaro del mondo, persi, senza orientamento, rei di morte; quando abbiamo detto: Io sono perfetto, ‘io sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla’, invece ero ‘né caldo né freddo… infelice, miserabile, povero, cieco, e nudo.’ (Apc. 3.)

Emitte lucem tuam et veritatem tuam: ipsa me deduxerunt et adduxerunt in montem sanctum tuum et in tabernacula tua: Mandate la Vostra luce e la Vostra Verità, o Signore, nelle tenebre della mia anima, e nelle tenebre di tante altre: nelle tenebre dell’ignoranza e del peccato, per illuminarci sullo stato dell’anima, come lo è in rapporto a Voi, o Eterna Verità, Eterna Bontà, il nostro Ultimo Fine, la nostra Eterna Felicità! Conduceteci al Monte santo Vostro, cioè alla Vostra santa Chiesa, ed al Vostro tabernacolo, affinché ci possiamo dimorare con Voi tutti i giorni della nostra vita.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La carne: il nemico interno

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

I tre nemici dell’uomo

‘La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti’ (Efesini 6, 12).

La nostra battaglia non è dunque una battaglia fisica contro nemici fisici che ci possono arrecare danni meramente fisici: come la sofferenza di questa vita e la morte del corpo; bensì una battaglia spirituale contro nemici spirituali: perché il male vero e proprio è un male spirituale, cioè offendere Dio e soffrirne le conseguenze che sono i patimenti eterni e la morte eterna, sia del corpo che dell’anima. Il male fisico paragonato con questo male è di poco conto. ‘Piacesse a Sua Maestà’, dice santa Teresa d’Avila, ‘che temessimo ciò che dobbiamo temere e che comprendessimo che ci può venire un danno maggiore da un solo peccato veniale, che da tutto l’inferno unito assieme.’

Questa è la battaglia di cui consiste tutta la nostra vita con i progressi, con le cadute, con le vittorie e le sconfitte, con le ferite, con il coraggio che susciteremo o con la codardia a cui cederemo, e, in una parola, con la gloria con cui saremo premiati alla fine o la vergogna con cui saremo puniti.

Chi sono i nostri nemici se non sono gli uomini,le bestie, e le malattie? Sono tre di numero: il Mondo, la Carne, ed il Demonio, o piuttosto tutta una milizia di demoni, radunata assieme per rubarci del nostro bene più prezioso che è cioè l’anima immortale: per conservare questa dai loro attacchi, per purificarla e per perfezionarla siamo stati creati, e stiamo lottando ad ogni momento della vita.

Fare il bene ed evitare il male: fare il dovere verso Dio ed il prossimo, il dovere dello stato della vita, fare il bene che ci ispirano lo Spirito Santo e l’angelo custode; evitare gli atti, le parole, i pensieri cattivi: Agendo così facciamo progressi nella vita spirituale e guadagnamo vittorie; non agendo così cadiamo in dietro, soffriamo ferite, sconfitte, diveniamo preda al Demonio.

Come agiscono i nostri nemici? Il Demonio agisce o direttamente sull’anima introducendo pensieri o immagini cattive, sconcie, contro la carità, la castità, e tutte le virtù cristiane, suscitando o aumentando passioni sregolate; agisce indirettamente tramite il Mondo, ossia tramite gli uomini che sono i nemici di Gesù Cristo. Questi uomini possono essere o consapevoli o inconsapevoli: tentando di abbinare il loro inveterato edonismo con una pratica superficiale della fede e delle virtù. I massmedia, le cattive compagnie, l’esempio di personaggi pubblici, sono tutte trame per far passare il messaggio diabolico e mortifero: ‘Coroniamoci di rose prima che avvizziscano.’

Ma il Demonio ed il Mondo non ci possono fare il minimo male, se non attraverso il terzo nemico che è la Carne. Questo è il nemico interno: il nemico dentro al castello, dentro alla cittadella dell’anima. I nemici esterni non possono entrare nell’intimità della persona senza la collaborazione del nemico interno che regna sull’anima da tiranno nascosto e crudele.

Ora la Carne significa la dimensione morale della natura caduta: una delle conseguenze del Peccato Originale di cui il demonio fu l’istigatore e, per così dire, lo scenografo. Consiste nella concupiscenza degli occhi, nella concupiscenza della carne (nel senso stretto) e nella superbia della vita, o, in altre parole: possessi, piaceri, onori goduti in modo disordinato: senza riferimento a Dio, distolti dal loro giusto orientamento a Dio. Costituisce la fonte interna del peccato che è un movimento che ci allontana da Dio e porta verso l’uomo; via dall’infinito verso il finito, via dall’ordine verso il caos; via dall’essere verso il nulla. Questo disordine dell’uomo e’ ciò di cui il demonio approfitta per attaccarci o direttamente o indirettamente, portandoci alla rovina.

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Le tre concupiscenze come fonte di peccato

Nel commentario sui salmi sant’Agostino constata che: ‘questi tre generi di vizi, cioè il piacere della carne, la superbia, e la curiosità, racchiudono tutti i peccati. Mi sembra che essi siano elencati dall’apostolo Giovanni, quando dice: non vogliate amare il mondo, perché tutte le cose che stanno nel mondo sono concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita.’ Lo stesso sant’Agostino fa notare in seguito che sono le stesse tentazioni con cui il demonio tenta il Signore Stesso, dopodiché l’evangelista commenta che il demonio parte: ‘dopo avere esaurito ogni tentazione.’

Immagini che le illustrano

Le tre concupiscenze sant’Agostino le vede espresse nelle immagini seguenti:‘gli animali del campo, gli uccelli del cielo, e i pesci del mare che percorrono le vie del mare.

‘In modo quanto mai preciso sono raffigurati negli animali dei campi gli uomini immersi nei piaceri della carne, stato dal quale non si innalzano a niente di arduo, a niente di faticoso. Infatti il campo è anche la via larga che conduce alla morte, ed è nel campo che è ucciso Abele…

‘Vedi poi ora negli uccelli del cielo i superbi, a proposito dei quali leggiamo: hanno messo la loro bocca in cielo. Guarda come siano trasportati in alto dal vento coloro che dicono: innalzeremo la nostra lingua, le nostre labbra sono con noi, chi è il nostro Signore?

‘Considera anche i pesci del mare, cioè quei curiosi che percorrono le vie del mare, ossia ricercano nell’abisso di questo mondo le cose temporali; le quali, simili alle vie che si aprono nel mare, all’istante svaniscono e scompaiono come l’acqua che subito si ricompone dopo aver fatto posto alle navi che passano o a qualsiasi altra cosa che transita o nuota in essa. Non ha detto infatti soltanto: camminano per le vie del mare, ma percorrono, mostrando così lo sforzo tenacissimo di coloro che ricercano le cose vane e passeggere’.

Come vincere il nemico interno

La vita, come abbiamo detto, è una battaglia spirituale che vinceremo se ci impegniamo a condurre una buona vita. Abbiamo visto più precisamente che il nemico principale con cui devono collaborare i nemici esterni per poterci far male è quello interno: la Carne. Per questo i nostri sforzi si devono concentrare su vincere quel nemico: agendo così, vinceremo la battaglia intiera, e il demonio non ci potrà più toccare.

‘Questi demoni ci spaventano tanto’ scrive santa Teresa d’Avila, ‘perché noi ci vogliamo spaventare con i nostri attaccamenti agli onori, alle ricchezze, ai diletti: e allora essi, unendosi con noi che ci facciamo nemici di noi stessi, amando e cercando ciò che dovremmo aborrire, ci faranno molto danno, poiché, consegnando nelle loro mani le nostre armi con le quali dovremmo difenderci, li induciamo a combatterci. Questa è cosa che fa molta compassione.

‘Ma se noi aborriamo tutte queste cose per Dio, ci abbracciamo alla Croce e cerchiamo di servire veramente il Signore, vedremo che il Demonio fugge queste verità come noi la peste. Egli è l’amico delle menzogne, anzi è la menzogna stessa. Non verrà a patti con chi cammina nella verità.

‘Ma quando il Demonio s’accorge che l’intelletto è oscurato, abilmente cerca di accecarlo del tutto: se vede uno già tanto cieco da porre il suo riposo in cose vane come sono le cose di questo mondo che sembrano un giuoco da bambini, subito egli comprende che costui è un bambino, lo tratta come tale e osa lottare con lui e anche molte volte.’

Prendiamo dunque sul serio ciò che è serio, e la salvezza dell’anima è ciò che è il più serio che ci sia. Cosa ci attrae, cosa ci trascina, cosa ci fascina ancora? La carne, i possessi, gli onori? l’indulgenza, la gola, la sensualità, il denaro, l‘avarizia, la curiosita’, le conoscenze inutili, la superbia, l’egoismo, l’ammirazione e la lode? Impegniamoci per vincere questi costituenti delle tre concupiscenze per toglierci dal potere del demonio.

‘La vita non è un giuoco’ scrive san Giovanni Crisostomo, ‘poiché non finisce nel riso, bensì piuttosto porta danni estremi su coloro che non sono intenzionati ad ordinare le proprie vie con severità.’ Amen.

Deo Gratias.

Le tentazioni di Cristo

 + In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen
     Le tentazioni di Cristo non sono tentazioni nel senso che Nostro Signore Benedetto fosse suscettibile alla tentazione, essendo Dio e possedendo un’umanità impeccabile, bensì tentazioni da parte del tentatore, del demonio, che tenta il Signore per vedere se Lui sia un mero uomo, e, se lo è, di farLo cadere, se possibile.
     Come farLo cadere? Tramite le tre fonti di peccato nell’uomo, cioè la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi, e la concupiscenza della propria eccellenza, ossia la superbia.
     Ora la concupiscenza della carne consiste nel desiderio immoderato di soddisfare i propri sensi: il demonio prova a suscitare questa concupiscenza tentando il Signore di trasformare le pietre in pani. La concupiscenza degli occhi, invece, consiste nel desiderio immoderato di possedere oggetti o informazioni: il demonio prova a suscitare questa concupiscenza tentando il Signore di possedere tutti i regni del mondo. La concupiscenza di sè, ovvero la superbia in fine, è oggetto della tentazione del Signore di gettarSi giù dal tempio per essere sorretto dagli angeli. Tre fonti di peccato, tre concupiscenze, tre tentazioni.
     Da dove vengono queste tre fonti di peccato, o piuttosto da dove viene quella che è la fonte delle due altre, cioè la superbia: dal Peccato originale; Adamo ed Eva si sono staccati da Dio ed attaccati a se stessi, così l’amore per Dio divenne un amore per se stessi. Cos’è l’amore per Dio, dunque, e come si è trasformato nell’egoismo?
     L’amore per Dio è un amore di dono completo di sè a Dio; similmente l’amore di Dio per noi e’ un amore di dono completo di Sè a noi, che comporta dunque che noi accogliamo Dio in noi stessi, che Lo possediamo, fin quanto ciò è possibile per noi esseri finiti e limitati.
     Ma loro non volevano darsi a Dio e non volevano possedere Dio. Quell’amore di dono reciproco divenne per loro un amore esclusivamente diretto all’afferrare ed al possedere in modo egoistico. E l’oggetto di questo amore non fu più Dio, bensì le cose create, amate in modo immoderato e disordinato: senza rapporto verso Dio, senza riferimento a Dio; senza glorificarLo, senza lodarLo, senza ringraziarLo.
     Ora l’atto di ribellione di Adamo ed Eva nello staccarsi da Dio e nell’attaccarsi a se stessi fu così violento che cambiò la stessa natura umana ed acquistò per questo il nome di ‘natura caduta’, la natura caduta con le sue tre concupiscenze: la concupiscenza della carne (per i piaceri dei sensi), la concupiscenze degli occhi (per gli oggetti e per le informazioni) e la superbia (l’amore per se stessi).
     Queste tre concupiscenze divennero in seguito le tre fonti di peccato per ogni uomo dopo Adamo: queste furono dunque il campo in cui il demonio, nella sua ignoranza, ha provato a far cadere persino il Signore. Con queste fece cadere gli ebrei: con la sensualità, l’avarizia, e sopratutto la superbia; con l’avarizia fece cadere Giuda.
     Con tutte e tre fa cadere l’uomo moderno: la sensualità in modi che non occorre neanche evocare; l’avarizia nel materialismo e nelle futili e smisurate ricerche su internet; la superbia nella stoltezza con cui egli presume di negare persino l’esistenza di Dio.

     Anche per ognuno di noi sono queste le fonti di ogni peccato. Dove sono tentato io? nella sensualità, nell’avarizia, nella curiosità, nella superbia? Di queste la più subdola è l’ultima, la superbia, che si chiama ‘il vizio sottile’, perchè sottile da scoprire e sottile da combattere. La invito, caro Lettore, a chiedersi dove si situa il campo di battaglia per Lei. Se vince le concupiscenze, si sottrae dal potere del demonio, raggiunge la pace, si santifica, si avvicina alla perfezione.

Che Dio e la Madonna ci aiutino, i Quali, mai sottomessi alle concupiscenze, hanno compassione per noi, nella nostra miseria. Chiediamo il loro aiuto e lottiamo fortemente per la salvezza dell’anima e per la Gloria di Dio.

 +In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

I sensi esterni

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Innanzitutto mediteremo sui sensi esterni. La prima cosa da dire sui sensi esterni è che nello stato della natura caduta essi cercano piaceri fino ad un grado disordinato, senza occuparsi troppo della questione della loro liceità. Si può dire di fatti che il corpo cerca soprattutto i piaceri illeciti senza badare ai dettami delle facoltà superiori dell’anima: cioè dell’intelletto e della volontà. I sensi, e parliamo qua principalmente dei sensi della vista, dell’udito, del gusto, e del tatto, sono come porte aperte tramite cui entrano nell’anima impressioni, tra le quali si insinua furtivamente il sottile veleno dei proibiti diletti.

Per questo motivo occorre un’attenzione tutto particolare nell’uso dei quattro sensi: a ciò che guadiamo, ascoltiamo, gustiamo, e tocchiamo.

Quanto alla vista è già chiaro che bisogna evitare l’oscenità, ma anche non soffermarci su ciò che ci possa eccitare la sensualità, e condurre più avanti a pensieri o fantasie fuori luogo. Per mantenere uno spirito di raccoglimento ci è utile altresì di non cedere costantemente ad uno spirito di curiosità – guadando in giro a tutti che passano o, come gli animali, a tutto ciò che si muove intorno.
Quanto all’udito, non ascoltiamo niente che sia contraria alla purezza, alla carità, all’umiltà e alle virtù cristiane, perchè, come dice san Paolo: ‘le conversazioni cattive corrompono i buoni costumi.’ O non sappiamo come una sola parola, oppure un’allusione o persino una insinuazione possa bastare per seminare nel cuore un’idea malsana che più tardi si può coltivare e trasformare in desiderio? Ma anche se non siamo a rischio di esser trascinati verso i desideri più bassi, tali discorsi ci tolgono la pace, terniscono la purezza di un’anima che ama Dio, e tirano un velo di oscurità sopra la luce della speranza pura ed innocente. I discorsi contro la carità, invece, nelle parole di padre Tanquerey su cui ci appoggiamo in questo articolo, ‘causano divisioni perfino nelle famiglie, diffidenze, inimicizie, rancore.’

Se ci troviamo in cattive compagnie, non partecipiamo alle loro conversazioni, vigiliamo anche sulle minime parole, cambiamo discorso, testimoniamo uno spirito autenticamente cattolico, o, se possibile, ci sottraiamo e evitiamo di frequentare tale persone pel futuro. A cosa servono queste compagnie d’altronde, se no di perdere tempo prezioso, e di contaminare l’anima sia moralmente che spiritualmente?

Per mantenere uno spirito di raccoglimento, è bene inoltre, come abbiamo già fatto notare nel caso della vista, di non ascoltare tutto ciò si dice intorno, per non mancare a niente. ‘Cosa?’ chiediamo, ‘Cosa ha detto?’ quando qualcuno fa un’osservazione che abbia forse interessato o fatto ridere tutti i presenti. Raccogliamoci piuttosto, tacciamo e non indulgiamo sempre la curiosità.

Quanto al gusto, da evitare è l’eccesso di quantità, varietà, e raffinatezza. La quantità può essere o nei pasti o nel mangiare fuori pasti; la varietà viene proposta dal consumismo della società che ci trascina verso una cornucopia sempre crescente di prodotti ricercati. Perché collaborare? E a cosa serve la raffinatezza? Come mai cerchiamo il migliore in tutto? Siamo modesti nel mangiare! E’ cosa buona fare un piccolo rinunzio ad ogni pasto: a volte non prendere di più di qualcosa che ci piace, a volte non prendere il sale o lo zucchero. Proviamo in somma ad evitare ogni eccesso: anzi a non soddisfare pienamente ognuno nostro più piccolo desiderio. Pensiamo al Re dei re che ha scelta liberamente la povertà in tutte le cose.

Una parola sul tatto. Ovviamente occorre la massima cautela nei rapporti con altrui per quanto riguarda questo senso che, più di tutti gli altri, è preda alla natura caduta. Non prendiamo delle libertà con altrui, sapendo bene che non solo noi ma anche loro sono vulnerabili al disordine sensuale.

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Vediamo come occorre un lavoro costante e serio sull’anima. Questo lavoro, per essere efficace, però, si deve abbinare ad un lavoro parallelo sul corpo. Il corpo in fatti è unito strettamente all’anima e questi due principi della persona umana si influiscono potentemente a vicenda. San Paolo scrive: ‘Castigo il corpo e lo riduco in schiavitù’. Nostro Signore Gesù Cristo aveva raccomandato ai discepoli la pratica moderata del digiuno e dell’astinenza, la mortificazione della vista e del tatto. Abbiamo già accennato sopra a queste pratiche, ma vogliamo concludere con qualche altro consiglio sul lavoro da fare sul corpo: non solo lodevole di per se stesso, ma che anche tende a consolidare e rinforzare il rispetto e controllo che dovremmo avere di noi stessi.

La modestia del corpo e la buona creanza ci forniscono un largo campo di mortificazione: portare vesti richieste dalla propri condizione: decenti, semplici, modeste, pulite, senza vanità o affettazioni; camminare modestamente, schivare un contegno singolare, tenere il corpo dritto, non abbandonarci mollemente sulla sedia o sull’inginocchiatoio; non cambiare posizione troppo di frequente, evitare movimenti bruschi e gesti disordinati. Sono mezzi di mortificarci senza pericolo per la salute, senza attirare l’attenzione, e che ci danno intanto grande padronanza sul corpo, e di conseguenza, anche sull’anima: come anche conviene a membra di Cristo, tempi dello Spirito Santo, chiamati a servirLo fedelmente con tutta la vita. Amen. Deo Gratias!

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.