La pace

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Il Signore dice: ‘Io penso pensieri di pace e non di afflizione’ Queste parole esprimono il desiderio del Signore che noi siamo in pace. Perciò, se non siamo in pace: se soffriamo afflizione, tenebre, disturbi, o profondi affanni, non conduciamo ancora pienamente la vita che per noi il Signore vuole, e bisogna chiederci come possiamo vivere meglio secondo la Sua volontà in tutti gli aspetti della vita, o forse in un aspetto particolare. Perché quando viviamo secondo la Sua volontà siamo in pace, e più viviamo secondo la Sua volontà, più profonda è la pace.

Il Signore non vuole l’afflizione per noi, bensì la pace: il profeta Simeone dichiara che Iddio è venuto illuminare coloro che erano nelle tenebre e nell’ombra della morte, per indirizzare i nostri piedi sulla via della pace; similmente, la parola con la quale il Signore iniziò l’opera della Redenzione, tramite l’amabasciata dell’Arcangelo san Gabriele, era ‘Ave’, che significa Pace e Gioia; il coro degli angeli nel cielo alla natività del Signore cantavano ‘Pace agli uomini di buona volontà’. Così anche alla fine della vita terrena, alla veglia della Sua uscita da questo mondo, il Signore dice agli apostoli: ‘La pace vi lascio, la mia pace vi do; e, Risorto dalla morte, annunzia loro: ‘La pace sia con voi.’

Cos’è la pace? Sant’Agostino la definisce come ‘la tranquillità dell’ordine’. Un stato sarà in pace in se stesso quando è ordinato quando i rapporti tra i suoi membri sono ordinati; sarà in pace con altri stati quando i rapporti con essi sono ordinati; un’anima sarà in pace in se stessa quando è ordinata; e sarà in pace col mondo esterno, con Dio e col prossimo, quando agisce verso di loro in maniera ordinata.

Quando è ordinata un’anima? Quando è ben’ordinata? Quando le sue facoltà operano come devono. Le facoltà dell’anima sono la conoscenza, la volontà, e le facoltà dei sensi, ovvero (semplificando) le emozioni e la fantasia. La conoscenza opera come si deve quando conosce Dio e le cose nel loro rapporto a Dio: questa è la Fede; la volontà opera come deve quando vuole bene a Dio, quando ama Dio, e tutti gli uomini in Dio: questa è la Carità; le emozioni operano come devono quando sono controllate, regolate, moderate dalla ragione (ovvero dalla conoscenza e dalla volontà) cosicché la Carità, la speranza, la gioia si indirizzino ai beni veri: ciò che è davvero buono; e l’odio, la paura, la tristezza si indirizzino ai mali veri, come il peccato. Quando l’anima è ben ordinata in questo mondo, possiede la pace.

È troppo facile perdere la pace quando pecchiamo, quando ci sbagliamo, quando qualcuno ci ferisce, anche con solo una parola. Perdiamo la pace: siamo assaliti da disturbi, ansia, persino l’orrore. Perdiamo fiducia in Dio, ci allontaniamo da Lui. Bisogna quardare i tempi attuali anche come tempi di prova e di tentazione: tentazione di perdere la pace. Bisogna offrire la sofferenza a Dio, escludere i pensieri negativi dall’anima, riempendola piuttosto di atti di Fede, Speranza e di Carità verso Dio. Questo è vero anche nel caso del peccato: ci confessiamo, andiamo avanti serenamente col proponimento di ammigliorarci.

Nostro Signore Gesù Cristo, Principe della pace, ci dice: ‘Vi do la mia pace: non come il mondo dà: vi do io.’ Perché il mondo non dà la pace, ed il cuore del figlio del mondo non possiede la pace, perché le facoltà della sua anima non sono ordinate e non funzionano come si devono. La sua conoscenza conosce esclusivamente le cose di questo mondo: conosce le cose terrene; la sua volontà vuole e ama solo il proprio benessere; le sue passioni (staccate dalla ragione e dalla volontà) tumultuano, cercando le proprie gratificazioni e tormentandolo. Il figlio del mondo cerca la gioia e la felicità costanti, e trova l’afflizione; l’uomo di Dio cerca la volontà del Signore sempre e trova la pace: il suo premio in terra è la pace, che è la condizione della più grande gioia e felicità possibili quaggiù, ma che nasce sopratutto dal combattimento, dalla pazienza, dalla negazione di se stessi, e dal portare la croce; il suo premio in cielo sarà la Beatitudine eterna.

Chiediamo la grazie di acquistare queste benedizioni per l’intercessione della Madonna, Regina della pace, mentre indirizziamo i nostri piedi sulla via della pace.  Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

I misteri gaudiosi

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Meditiamo i misteri gaudiosi del santo Rosario, ispirati dai testi di sant’ Alfonso de’ Liguori presi dal suo libro ‘Le glorie di Maria.’

  1. L’Annunziazione

Fu rivelato ad una certa monaca che l’Arcangelo Gabriele era venuto portando la sua grande ambasciata proprio mentre la Madonna stava sospirando e pregando Iddio con maggior desiderio di mandare al mondo un Redentore.

L’Arcangelo entra e dice: ‘Ave, piena di Grazia, il Signore è con te.’ Come ha reagito a questo saluto del tutto straordinario? Leggiamo che la Madonna fu turbata a queste parole  –  non turbata alla vista di un angelo, o ad un avvenimento così eccelso, bensì  turbata alle sue parole – ovvero alle lodi così eccelse espresso in esse. Come ha detto a santa Brigida: ‘Non volevo la mia lode, ma solo quella del Creatore e del Datore di ogni bene: Volevo solo che Lui fosse lodato e benedetto.’

Qua, dunque, la Madonna rivela la sua profonda umiltà, e quando l’Arcangelo spiega il progetto di Dio per lei, rivela inoltre la sua perfetta obbedienza: ‘Ecco l’ancella del Signore, facciasi di me secondo la tua parola.’

E appena proferite quelle parole, subito il Figlio di Dio divenne anche il figlio di Maria. ‘O fiat potente’ esclama san Tommaso da Villanova, ‘o fiat efficace, o fiat sopra ogni altro venerando! perché cogli altri fiat Iddio creò la luce, il cielo, la terra, ma con questo fiat di Maria, un Dio divenne uomo come noi.’

  1. La Visitazione

La scena cambia e ci troviamo in viaggio con la Beatissima Vergine Maria verso la casa della sua cugina, santa Elisabetta. La santa carità la spinge ad andare frettolosamente nella montagna per essere vicina a sua cugina nel tempo della sua gravidanza.

‘Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno’ esclama santa Elisabetta. La salute con lode, come lo aveva fatto l’Angelo. Ma la santissima Vergine ci rivela di nuovo la sua profonda umiltà: Non trattenendosi su queste grandi lodi, lei rivolge la nostra attenzione piuttosto su dio stesso, Creatore e Datore di queste grandi cose: ‘Magnificat anima mea Dominum: l’anima mia magnifica il Signore, ed il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore…’

Ora, questa Visitazione di Maria (come spiega sant’Alfonso) porta un cumulo di grazie alla casa di Elisabetta: Lei fu ripiena dello Spirito santo ed il suo figlio, san Giovanni Battista, viene santificato già nel suo grembo. Queste grazie, che sono le prime che sappiamo essersi fatte sulla terra dal Verbo Incarnato, sono un modello per tutte le altre, in quanto passano attraverso la santissima Vergine Maria: perché tutte le grazie che abbiamo ricevute e riceveremo passano attraverso le mani immaculate di nostra Regina Maria, Mediatrice di tutte le grazie.

  1. La Natività

Ecco la santissima Vergine accanto al suo Figlio Divino, adesso manifestato agli uomini. I pastori hanno raccontato alla Sacra Famiglia come un angelo gi aveva proclamato che: ‘Oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore che è il Cristo Signore’, e come poi una moltitudine dell’esercito celeste era apparsa che lodava Dio e diceva: ‘Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà.’

Questa volta non sono rapportate parole della Madonna: leggiamo solo che: ‘Maria da parte sua serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.’ La vediamo piuttosto assorta nella contemplazione delle cose di Do, di Dio che adesso lei può tenere nelle sue braccia immaculate; la vediamo come la possiamo immaginare prima della Annunziazione e della Visitazione: in silenzio, raccolta, pregando, tutta la sua bell’anima concentrate e protesa verso Dio, il suo Salvatore.

Prendiamo questa figura serena della Madonna assorta nella contemplazione come modello della propria preghiera.

 

  1. L’Offerta di Gesù nel Tempio

Nel quarto e nel quinto mistero subentrano elementi di sofferenza nei misteri gaudiosi, anticipando le sofferenze che mediteremo nei misteri dolorosi: di fatti solo i misteri gloriosi sono esclusivamente gaudiosi.

Le sofferenze di questa Madre così buona e così devota non tarderanno, dunque, a venire. Ecco nel quarto mistero il profeta Simeone nel Tempio, che dopo aver ricevuto il divin Figlio tra le braccia, le predice che quel suo Figlio dev’essere ‘il segno di contradizione e di persecuzione degli uomini, e che perciò la spada del dolore deve trapassarle l’anima.

La stessa Vergine disse a santa Matilda che a questo avviso del profeta Simeone, tutta la sua allegria se le convertita in mestizia, sapendo adesso in particolare e più distintamente le pene e la morte spietate che aspettavano il povero Figlio.

Rivelò la Madonna a santa Brigida che, vivendo in terra, non aveva infatti un’ora in cui questo dolore alla sofferenza del suo Figlio, non la trafiggesse: ‘NutrendoLo, pensavo al fiele ed all’aceto; rivolgendoLo nelle fascie, pensavo alle funi con le quali sarebbe legato portando la croce su cui sarebbe crocifisso; e Lo figuravo morto, quando Lo vedevo addormentato. Ed ogni volta che Lo vestivo della Sua tunica, pensavo che un giorno Gli sarebbe stata strappata da sopra per crocifiggerLo; e quando miravo quelle Sue sacre mani e piedi, pensavo ai chiodi che L’avevano da trafiggere: I miei occhi’, disse a santa Brigida, ‘si riempivano di lagrime, ed il mio cuore fu straziato dal dolore.’

  1. Lo Smarrimento di Gesù

Nel quinto mistero meditiamo lo smarrimento di Gesù.

Sant’Alfonso scrive: ‘Chi nasce cieco poco sente la pena d’essere privo di vedere la luce del giorno, ma a chi un tempo ha avuto gli occhi e goduta la luce, troppo duro poi si rende con la cecità il vedersene privo.’ E così era per la santissima Vergine Maria che, avendo conosciuto Dio, che è la luce increata, nella persona del Suo Figlio, ne venne privata.

Origine dice che per l’amore che questa santissima Madre portava al suo Figlio, patì più in questa perdita di Gesù, che qualunque martire non abbia sofferto di dolore nella sua morte. La sofferenza era particolarmente acuta, dice un pio commentatore, in quanto la sua umiltà le faceva credere essere indegna di starGli più vicino ad assisterGli in questa terra ed avere cura di un tanto tesoro – pensava forse che lei abbia commessa qualche negligenza per cui Egli l’aveva lasciata.

Sant’Alfonso conclude: ‘Infelice e misere veramente sono quell’anime che hanno perso Dio. Se pianse Maria la lontananza del Figlio per tre giorni, quanto dovrebbero piangere i peccatori che hanno persa la divina grazia, a cui dice Dio: ‘Voi non siete il mio popolo, ed io non sarò Vostro Dio’ (Osea).

Carissimi fedeli, se qualcuno che legge queste parole non sia nello stato di grazia, che provi a ricuperarla quanto prima; altrimenti preghiamo di non perderla mai, assieme alla dolce presenza del Signore nel cuore. Ma ancor più preghiamo di avvicinarci sempre di più a Dio, secondo l’esempio della santissima Vergine Maria: la nostra Amica, la nostra Madre, la nostra Regina. Amen.

Le passioni nell’economia di salvezza

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nel suo commentario su Salmo 9, sant’Agostino pone le passioni nel contesto dell’economia di salvezza. In un’anima ancor imperfetta il demonio regna, almeno fino a un certo qual grado. Prima di ricevere la Grazia santificante col battesimo, o dopo averla persa tramite il peccato mortale, regna supremo; ma continua a regnare in modo meno potente, anche quando l’anima pecca in modo solo veniale, o manca alla perfezione tramite le proprie debolezze. In collaborazione col primo uomo, il demonio ha creato, per così dire, le tre concupiscenze, quelle degli occhi, della carne, e della propria eccellenza, cioè la superbia. Inoltre ha disordinato le passioni, mediante le quali operano le concupiscenze, fonti di ogni peccato. Le concupiscenze vengono intese come i suoi satelliti, le passioni disordinate come il suo popolo, e l’anima come una città.

Le lance del nemico sono venute meno per sempre; e hai distrutto le città. Ma [si tratta di] quelle città sulle quali regna il diavolo, ove tengono luogo di senato consigli ingannatori e fraudolenti, alla cui autorità si accompagnano come sicari e ministri gli uffici di ciascuno dei membri: gli occhi per la curiosità, le orecchie per la lascivia o per le altre cose che siano volentieri ascoltate con spirito deteriore, le mani per la rapina o per qualsiasi altra scelleratezza o delitto, e le restanti membra [sottoposte] per scopi analoghi all’autorità tirannica, ossia che militano sotto ai perversi consigli.

‘La plebe di questa città è costituita da tutti i sentimenti sensuali e dai moti turbolenti dell’animo, che sollevano nell’uomo rivolte quotidiane. Infatti laddove si trova un re, un senato, dei ministri, un popolo, là esiste una città. E non vi sarebbero tali elementi nelle città malvagie, se prima essi non fossero nei singoli uomini, che sono come gli elementi e i germi delle città. Ha distrutto queste città [il Signore] quando ne ha scacciato il principe del quale è stato detto: il principe di questo secolo è stato gettato fuori. Dalla parola della verità sono devastati questi regni, tramortiti i malvagi consigli, i disonesti sentimenti domati, le funzioni delle membra e dei sensi assoggettate e poste al servizio della giustizia e delle buone opere; in modo che ormai, come dice l’Apostolo, non regni il peccato nel nostro corpo mortale e le altre cose che dice in questo passo. Allora l’anima è pacificata, e l’uomo è avviato alla conquista della pace e della beatitudine.’

La città viene conquistata dunque quando la parola della verità, la Fede, ci entra, portando con sé la conoscenza necessaria per superare le tre concupiscenze, ed il disordine delle passioni. In conseguenza la città, cioè l’anima, si sottometterà al regno pacifico del vero bene, del Sommo ed Infinito Bene che è Dio: Lo amerà e si rallegrerà in Lui.

Mi allieterò ed esulterò in Te. Non più in questo mondo, non nel piacere del contatto tra i corpi, non nei sapori del palato e della lingua, non nella soavità dei profumi, non nella giocondità dei suoni che svaniscono, non nelle forme multicolori dei corpi, non nella vanità delle lodi umane, non nel matrimonio o nei figli che morranno, non nelle superfluità delle ricchezze temporali, non nella investigazione di questo mondo, sia per le cose che si estendono nello spazio, sia per quelle che si svolgono nel succedersi del tempo; ma mi allieterò ed esulterò in Te, cioè nei segreti del Figlio, da cui si è impressa in noi la luce del Tuo volto, o Signore. Infatti li nasconderai – dice – nel segreto del Tuo volto.’ Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni e i loro veri oggetti

 + In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nell’ultimo articolo abbiamo meditato sull’oggetto della passione fondamentale cioè dell’amore. Ora guarderemo brevemente l’oggetto delle passioni individuali. Ricordiamo che le passioni si rapportano a ciò che sperimentiamo come bene o male: al bene o al male apparenti.

Amore, desiderio, gioia, speranza, disperazione si rapportano al bene apparente. L’amore si rapporta all’unione col bene: costituisce desiderio quando il bene è assente, e gioia quando è presente. La speranza sorge quando il bene è difficilmente raggiungibile; audacia quando mi viene la forza per raggiungerlo; disperazione quando è impossibile raggiungerlo.

Odio, ira, paura, avversione, tristezza si rapportano, invece, al male apparente. Odio, ira, e tristezza si rapportano al male presente: l’odio e l’ira ci si oppongono; la tristezza lo accetta. Paura e avversione si rapportano al male assente: la paura anticipa la sua venuta; l’avversione ci prepara per schivarlo.

Il nostro compito, come abbiamo già visto, è di indirizzare le passioni ai loro fini giusti: ossia di indirizzarle non al bene o male apparenti, bensì al bene o al male veri.

L’oggetto vero ed adeguato dell’amore, come abbiamo detto, è Dio Stesso, Nostro Signore Gesù Cristo, ‘il più tenero, il più generoso, il più devoto degli amici’. A Lui bisogna dare il cuore nelle meditazioni quotidiane, nel ringraziamento dopo la santa Comunione, nella pratica costante della presenza di Dio. In secondo luogo l’oggetto deve essere il bene principale che cerchiamo con la vita, che potrebbe essere la salvezza e la santificazione delle anime, anche delle nostre tramite il proprio lavoro su se stessi; l’esaltazione della santa Madre Chiesa, il bene della patria, dei figli che educhiamo e delle famiglie che sosteniamo, inoltre le amicizie buone e sovrannaturali. Questi beni bisogna dunque amare, godere, desiderare, sperare con incrollabile fiducia in Dio, e cercare con audacia: malgrado i costi e tutti i pericoli possibili.

La disperazione, secondo la sintesi di padre Tanquerey da cui citiamo in questo paragrafo, si trasforma in giusta diffidenza di sè, fondata sulla conoscenza della propria peccaminosità e debolezza, ma temperata dalla fiducia in Dio… L’odio e l’avversione si volgono al peccato, al vizio, ed a tutto ciò che vi conduce, come si legge in salmo 118: Iniquitatem odio habui. La paura, invece di essere deprimente sentimento che fiacca l’anima, si trasforma per il cristiano in fonte di energia: teme il peccato e l’inferno, santo timore che lo arma di coraggio contro il male; teme soprattutto Dio, premuroso di non offenderLo, e sprezza l’umano rispetto. La tristezza, piuttosto che fiaccarci come la paura o far scendere in malinconia, passa in dolce rassegnazione dinanzi alle prove che sono per il cristiano seme della gloria, oppure in tenera compassione per il Nostro Signore Gesù, paziente ed offeso a alle anime afflitte. L’ira, invece di toglierci la padronanza di noi stessi, si fa giusto e sano sdegno che ci rende più forti contro il male.

Dopo aver ordinato le passioni, non veniamo più scossi qua e là dai venti e dai flutti delle vicissitudini di questa vita: dalle circostanze esterne e dalle debolezze interne. La sensibilità sarà stata indirizzata al vero bene: a Dio Stesso ed ai beni del creato nel loro giusto orientamento a Lui. Le energie della vita emozionale e passionale saranno state indirizzate ai propri fini; molto peccato, molta imperfezione, molta sofferenza si possono ormai evitare; molto bene si può compiere. Con la mia collaborazione Dio ‘ha ordinato la Carità nella mia anima’: la Carità che mi è divenuta principio guida e mi condurrà in pace alla patria celeste. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le Passioni ed il vero bene

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Abbiamo guardato il male che ci possono recare le passioni disordinate. Una differenza essenziale tra i figli del mondo ed i cattolici che vogliono vivere piamente e devotamente in questo mondo, è che i primi vivono secondo le loro passioni, e i secondi si sforzano a controllarle ed a moderarle. I primi vanno dove li conducono la passione dell’amore (quella passione più fondamentale) e poi le altre passioni che la seguono. Le speranze e le gioie, il coraggio (o audacia) e la disperazione si rapportano all’acquisto, al possesso, o all’impossibilità di acquistare, quella cosa o persona che sperimentano come bene; la paura, l’ira, l’avversione, la tristezza si rapportano, invece, a ciò che sperimentano come male – nello stesso mondo apparente creato dai loro sentimenti. Bramano di essere appagati non ordinando e superando le passioni, bensì indulgendole: il ciò serve, però, come abbiamo già fatto notare, solo per aumentarle.

Il cattolico serio, invece, cerca di ordinare le passioni in modo giusto: assoggettando le passioni (o emozioni), vale a dire il cuore, all’intelletto ed alla volontà: all’intelletto illuminato dalla Ragione e dalla Fede, ed alla volontà accesa dalla Carità; indirizzando il cuore verso il vero bene, e staccandolo dal vero male: così che in fin fine sperimenterà come bene ciò che è davvero bene, e come male ciò che è davvero male; ed in fine si appagherà e raggiungerà la pace – la pace, secondo sant’Agostino, essendo nient’altro che la tranquillità dell’ordine.

Ora il vero bene, nel senso definitivo del termine, è Dio Stesso a la Sua Gloria. Se oriento la vita e tutti i miei sforzi a questo bene, dunque, se scelgo Lui come il vero bene personale, se Egli è il mio tesoro: presso Lui sarà anche il mio cuore: l’orientamento del cuore, tutto l’orientamento della sensibilità e dell’amore.

Ci sono diversi modi per cercare Dio e la Sua Gloria: il primo, che è anche quello diretto, è salvare le anime tramite l’azione e la preghiera; un secondo modo (indiretto) è amare il prossimo in altre maniere, tramite il servizio; un terzo modo (anche indiretto) è impegnarmi in un lavoro utile in istato di Grazia, con l’intento di glorificare Dio.

Prendiamo l’esempio di una madre che si prende cura del figlio. Ovviamente il cuore materno è fisso sul bene del figlio: sulla salute, sull’educazione intellettuale, morale, e sopratutto spirituale, affinché il figlio possa crescere come cristiano esemplare: responsabile, buono, felice, ed in grado di salvare e santificare l’anima.

E’ facile vedere che quando il cuore materno sarà fisso sul vero bene del figlio – vale a dire che l’amore viene indirizzato nel modo giusto verso il figlio – che tutte le altre passioni o emozioni si ordineranno corrispondentemente: le speranze, l’audacia, la paura, l’ira staranno tutte nella giusta relazione al bene ultimo del figlio; e che tutte queste emozioni (e il tipo di educazione che motivano ed informano) staranno nella giusta relazione a Dio ed alla Sua Gloria.

Quanto è importante, dunque, per un genitore, anzi per qualsiasi persona in qualsiasi stato di vita o in qualsiasi occupazione, fissare il cuore sul bene che lui è obbligato a compiere, e sul bene ultimo che questo bene deve promuovere: cioè la Gloria di Dio. Quanti frutti potrà produrre e quanto tempo dureranno, se l’intelletto, la volontà, le emozioni mirano a questi fini: quanti frutti in questa vita, e quanti nell’eternità! Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni: il male che ci recano

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Stiamo guardando il male che ci possono recare le passioni sregolate. A parte del peccato come tale ci sono cinque modi in cui danneggiano l’anima.

a) La logorano

‘Le passioni’, dice san Giovanni della Croce, ‘sono come i bambini irrequieti che non si riesce mai a contentare; chiedono alla madre ora questo ora quello, e non sono mai soddisfatti. Come si affatica e si stanca che scava cercando il tesoro che non trova, così si affatica e si stanca l’anima a conseguir ciò che gli appetiti le chiedono; e quand’anche finalmente lo consegua, pure sempre si stanca perché non resta mai perfettamente paga… è come il febbricitante che non sta mai bene finchè non gli passi la febbre e che ogni momento si sente crescere la sete…’

b) Tormentano l’anima

Abbiamo visto che le passioni, come bambini viziati, chiedono soddisfazione senza tregua, non stancandosi mai: anzi, più vengono appagate, più chiedono. Inoltre, più vive sono, più intenso il dolore che ci recano. Se la coscienza rilutta di concedergli la vittoria, si impazientiscono: rinnovano gli assalti sulla volontà per farla cedere ai sempre rinascenti desideri. Così logorano ed affliggono l’anima che ‘ne è desolata, agitata, turbata, come i flutti del vento.’

c) Accecano l’anima

Da moti impetuosi, corrono precipitosamente verso quegli oggetti che sentono di essere buoni, senza consultare la ragione, lasciandosi guidare unicamente dall’inclinazione o dal diletto. La passione dell’amore in particolare è orientata a possedere il suo oggetto – sia una cosa sia una persona – hic et nunc: qua e subito, senza badare né alla moralità dell’atto, né alle conseguenze. ‘La qual cosa’, dice padre Tanquerey, ‘turbando l’animo, tende a falsare il giudizio e ad oscurare la retta ragione; l’appetito sensitivo è cieco per natura, e se l’anima lo prende come guida, diviene cieca anch’essa; in cambio di lasciarsi guidare dal dovere, si lascia abbagliare dal momentaneo diletto.’

La forza della passione sregolata, offuscando la ragione ed il retto giudizio, li acceca nel suo impeto sfrenato verso il bene desiderato, come equi galoppanti, sollevando la polvere della strada, accecano gli occhi dell’auriga e finiscono per lanciare lui e se stessi nel fossato.

d) Infiacchiscono la volontà

‘Sballottata in vari sensi dalle passioni ribelli’, continua padre Tanquerey, ‘la volontà è obbligata a disperdere le forze e quindi ad indebolirle… simile a quei polloni inutili e succhioni che germogliano attorno al tronco di un albero, gli appetiti si vengono mano a mano sviluppando e rubano vigore all’anima… viene così il momento in cui, infiacchita, l’anima cade nel rilassamento e nella tiepidezza, pronta a tutte le transazioni.’

e) Macchiano l’anima

L’anima è chiamata ad unirsi a Dio, ad alzarsi al Suo livello, ed a divenire la Sua immagine. Unendosi invece alla creatura, abbassandosi al suo livello, e facendosi alla sua immagine, si contamina e si macchia di bruttezza. ‘Oso affermare, scrive san Giovanni della Croce, che un solo appetito disordinato, anche che non sia contaminato da peccato mortale, basta per mettere un’anima in tale stato d’oscurità, e di bruttezza, e di sordidezza, da divenire incapace di qualunque (intima) unione con Dio, finchè non se ne sia purificata. Che dire allora dell’anima che ha la bruttezza di tutte le sue passioni naturali, che è in balìa di tutti i suoi appetiti? A quale infinita distanza non si troverà dalla purezza divina? Né parole né ragionamenti possono far comprendere la varietà della sozzure che tanti diversi appetiti producono in un’anima… ogni appetito depone in modo suo la speciale sua parte di immondezza e di bruttezza nell’anima.’

*

Occorre dunque un lavoro per controllare e moderare, cioè per mortificare, le passioni sregolate, anche le più piccole, per raggiungere l’unione a Dio. Perché qualsiasi attaccamento che possiamo avere alle creature, compreso a noi stessi, impediscono l’attaccamento perfetto a Lui al quale siamo chiamati. I più pericolosi sono gli attacchi e le passioni abituali che svigoriscono la volontà, anche quando sono leggeri. San Giovanni della Croce osserva in riguardo: ‘che un uccello abbia la zampina legata da un filo sottile o da un filo grosso, poco importa: non gli sarà possibile volare se non dopo averlo spezzato.’

Esaminiamoci sulle proprie passioni: Sono da controllare e moderare? Ci logorano ed addolorano? Oscurano e si impadroniscono della ragione? Seducono la volontà? Se troviamo qualcosa in noi che non sia in ordine, ci mettiamo ad ordinarlo oggi stesso, non appoggiandoci solo sui propri sforzi, ma con l’aiuto della preghiera e della Grazia divina: per attaccarci unicamente a Dio, unendoci a Lui perfettamente, già durante questa vita terrena. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni: come gestirle

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni, come abbiamo già fatto notare, sono state disordinate dal Peccato originale. Sono difficili da gestire, soprattutto quelle che corrispondono al proprio temperamento: sia irascibile, malinconico, eccessivamente affettuoso e così via; ancor di più difficilmente gestibili dopo che una persona abbia acquistato abitudini cattive, come il cedere all’ira, alla tristezza, alla passione dell’amore senza la dovuta misura, oppure fino al peccato.

Poiché le passioni provengono dal cuore, ci spetta innanzitutto un lavoro su di esso: ossia tramite l’intelletto e la fantasia. Abbiamo già esposto i due pericoli inerenti all’uso della fantasia: che ci fa perdere tempo e porta al peccato mentale, e poi a sua volta, eventualmente anche al peccato dell’azione. Quando la passione è disordinata, proviamo a staccarci da essa. Se un uomo sposato ha concepito amore per una donna che non è la sua moglie, non deve soffermarsi su esso; un collerico che venne offeso da altrui non deve soffermarsi sull’offesa, e così via per tutte le passioni. Più da vicino, non si deve riflettere sulla causa della passione, ne immaginarci esprimerla, perché più la immaginiamo, più cresce il desiderio di agire; e più cresce il desiderio, più probabile è che agiremo. L’uomo sposato non deve fantasticare su come si comporterebbe in determinate circostanze; il collerico non deve fantasticare su come si vendicherebbe.

Quando le passioni sono eccitate, bisogna sfrenarle con un atto di volontà, accorgendosi che tali ruminazioni sono vuote e pericolose. La volontà comanda alla mente di pensare ad altro; comanda al corpo di non cedere agli impulsi della passione. Se si viene presi dall’ira, ad esempio, non si deve alzare la voce, gesticolare, assumere un’espressione di rabbia: piuttosto si taccia e si mantenga la calma. Se si incontra qualcuno per cui si ha un affetto disordinato si è cauti di non esprimerlo neanche in parole; se invece si incontra una persona per cui si ha un’antipatia, si è cauti ugualmente a non tradire i veri sentimenti del cuore.

Invece di trattenerci sulle passioni, bisogna indirizzare i pensieri e le energie a qualcosa di utile: se siamo da soli ci possiamo dire: Basta con i sogni! al lavoro! Se siamo in compagnia, possiamo far ricorso a quei atti che si oppongono alle passione in questione: a chi ci ha fatto arrabbiare, lo si tratti con calma, a chi a cui ci sentiamo attratti con sobria cortesia, a che ci è antipatico con bontà.

Quando una passione disordinata avrà acquistato una tendenza tale da spingerci verso il peccato, bisogna prendere il tempo per ritirarci e rifletterci. Immaginiamoci quanto male potremmo operare, se cedessimo a quella tendenza: quale sorpresa vivissima, quale dolore, quale umiliazione (se siamo in compagnia) creeremmo per una persona che ci ha irritati se lo insultassimo; o se è irascibile anche le: quale litigata, quale scandalo, quale pessima figura! Immaginiamoci quanto danno ci faremmo a noi stessi, opponendoci allo stesso scopo per cui siamo su questa terra: cioè per amare Dio ed il prossimo.

Similmente, un uomo sposato deve pensare agli effetti eventuali che certe libertà verso un’altra donna potrebbero causare: la sottintesa complicità, il desiderio e la speranza che in lei si potrebbero suscitare; la pena che potrebbe dare alla moglie; il sospetto che potrebbe evocare in altrui; il cammino del quale avrà già fatto il primo passo, e che conduce chi sa dove?

Riflettiamo, dunque, quando siamo da soli, su dove ci potrebbero portare le passioni disordinate, e prendiamo coraggio a sottometterle ad un rigoroso controllo. Serviamoci dell’intelletto e della fantasia non per intrattenerci su esse, ma piuttosto a considerare il loro pericolo e come evitarlo.

Vogliamo amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, e con tutta la forza? In questo caso allora finiamo di perdere tempo, e di condurre una vita di imperfezione, di pericolo, e di peccato, nuotando contro la ragione nel mare turbolente della natura caduta. Per superare la padronanza della passione in modo determinante, si deve sostituirla con un’idea, con un ideale, più grande, più forte, più nobile, più potente: l’idea di Dio: la Sua volontà per me, il mio desiderio di amarLo sopra ogni cosa fino all’unione definitiva a Lui in cielo. Questa idea superiore si può tradurre in una frase come ‘Deus meus et omnia’, ‘Dio mio e tutto’, ‘Tutto per Voi, o Dio’, ‘Dio mio, Misericordia’, ‘Tutto per la Vostra gloria.’

Per amore di Lui dunque intraprenderò questo lavoro su di me: l’autocontrollo, il non cedere alla passione disordinata dell’ amore, dell’odio, dell’ira, della tristezza o di qualsiasi altra passione nociva. Ciò mi porterà la calma, la pace, ed in fine la felicità. Più l’idea superiore possa sostituire quella inferiore, catturando la mente la volontà, e superando la tirannia delle passioni, più regnerà sul cuore. Così i sentimenti saranno sottomessi all’intelletto e alla volontà, e l’intelletto e la volontà sottomessi a Dio; il cuore sarà stato purificato ed indirizzato verso le cose del cielo, per poter guidarmi sopra il mare tempestoso di questo mondo fino nel porto sereno dell’Eternità.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni: caratterizzazione e disordine

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni: caratterizzazione e disordine

a) Caratterizzazione

Abbiamo già fatto notare che le passioni si rapportano a ciò che sentiamo come bene o male. In breve sintesi, le passioni principali si rapportano al bene o al male nel modo seguente: si sente la gioia (la gioia dell’amore) quando il bene è presente, cioè quando si gode del bene, unendosi ad esso; si sente desiderio (il desiderio dell’amore) quando il bene è assente, bramando ad unirsi ad esso, ad essere presente ad esso (o a lui o a lei, se il bene in questione è una persona). Si sente speranza quando si desidera il bene assente di cui l’acquisto è possibile, ma difficile. Si sente coraggio quando si è rafforzati per unirsi al bene di cui l’acquisto è possibile, ma difficile. Si sente disperazione quando l’acquisto del bene è impossibile.

Ecco le passioni più comuni che si rapportano al bene; quanto a quelle più comuni che si rapportano al male invece: l’odio è la passione di allontanare da noi il male; l’ira è quella di respingerlo violentemente; la paura fa allontanarci da un male assente difficile a schivarsi; l’avversione fa schivare il male che si sta avvicinando; la tristezza si cruccia del male presente insuperabile.

b) Disordine

Quanto al disordine delle passioni, ripetiamo che sono radicalmente disordinati in conseguenza del Peccato originale. Il disordine consiste innanzitutto nel loro attaccamento ad oggetti inadeguati, cioè falsi – come quando si concepisce l’amore per ognuno che passa per strada, sprecando energie psichiche nell’ammirare la loro bellezza, come ammirare le sempre mutevole forme e colori attraverso un caleidoscopio; oppure quando si concepisce timore, tristezza, ira rispetto a qualcosa che non è un male affatto – come un rimprovero.

Il disordine può consistere ugualmente nell’eccesso di una determinata passione: si può sentire un amore appassionato per qualcuno a cui occorre piuttosto l’amore di amicizia, o temere disordinatamente un incontro innocuo. Le passioni esercitano una forza particolare secondo il dato carattere di una persona: in un appassionato predomina l’amore; in un collerico l’ira; in un malinconico la tristezza. Esperienze di infanzia, soprattutto quelle traumatiche, predispongono l’individuo verso uno di questi tipi di carattere o rinforzano tendenze caratteriali già presenti in lui, esacerbando così le passioni. Le passioni vengono consolidate dalle abitudini, così che col passare del tempo divengono difficili da gestire o persino da discernere.

Ci possiamo poi trovare nella posizione che il salmista descrive con le parole seguenti: ‘Là hanno temuto dove non c’era il timore’ – vale a dire: dove non c’era motivo ragionevole per temere – un pensiero che si può anche applicare più largamente: Là hanno amato dove non c’era l’amore; odiato dove non c’era l’odio; là si sono arrabbiati dove non c’era la rabbia…

Abbiamo descritto le passioni come ‘moti impetuosi con una ripercussione sul corpo’. Stiamo proseguendo con calma le attività quotidiane: subitaneamente ci attaccano l’organismo: la paura stringe il cuore, mi fa impallidire; l’ira accende un fuoco spingendo verso la violenza; l’amore dilata il cuore, trascinando all’unione; la tristezza mi inonda, paralizzandomi. Quanto è duro dominare le proprie passioni, anche dopo anni di ascesi! Quanto è duro comportarsi sempre con calma e pace, e sempre secondo la fede e la ragione. La tempesta infuria: i venti, le onde, le correnti scuotono e sballottano la barca del corpo; la spazzano via dal corso.

Le passioni disordinate ci possono far male in modi diversi: ci possono trascinare nel peccato: la paura di disturbare qualcuno (il rispetto umano) mi chiude la bocca; l’ira ci fa offendere; l’amore disordinato contamina i rapporti con altrui, la tristezza ci fa pigri. Inoltre ci rubano la pace di animo, il prezioso bene. La pace dell’animo ci permette di vivere raccolti nella presenza di Dio e di essere aperti alle Sue ispirazioni; costituisce la maggior parte della felicità terrena.

Proviamo a lavorare sulle passioni: ad assoggettarle alla ragione ed alla fede: per poter compiere i vari doveri di questa vita come si devono, e vivere in una pace inalterabile in presenza del nostro amorevolissimo Dio.

Maria, Regina Pacis, ora pro nobis! 

Angele Pacis, ora pro nobis! 

Sancte Angele noster Custos, ora pro nobis!

Nos cum prole pia, benedicat Virgo Maria!  Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Introduzione

Continuiamo presentando il lavoro che occorre fare su se stessi. Avendo considerato i sensi, svolgiamo un sguardo adesso sulle passioni: altrimenti conosciute come le emozioni. Ora le passioni vengono descritte come: ‘moti impetuosi dell’appetito sensitivo rispetto a ciò che si sente come bene o male con una ripercussione sul corpo.’ L’amore, per esempio (la passione principale), è un movimento impetuoso verso un bene apparente, con una ripercussione fisica nella dilatazione del cuore; l’ira fa correre il sangue al cervello; la paura ci fa impallidire ecc.

I sensi e le passioni appartengono a ciò che si chiama la facoltà sensitiva dell’anima: la sua capacità di sentire. Questa facoltà la condividiamo con gli animali, come abbiamo già sopra accennato, che usufruiscono anche essi i sensi e le passioni. I sensi e le passioni servono a noi, come anche a loro, per discernere tra ciò che è proficuo e ciò che è nocivo nel mondo che ci circonda: per poter approfittare del positivo, ed evitare, o superare, il negativo.

Due sono le differenze, però, nella facoltà sensitivo, tra gli animali e noi. Le sensi e le passioni degli animali non sono in nessun modo soggetti alla razionalità; non sono neanche minimamente disordinati. I sensi e le passioni umani, invece, hanno una qualità razionale che trasforma il sentimento in qualcosa di comprensibile, e sono inoltre sottomessi alla padronanza della ragione; per di più sono disordinati in conseguenza del Peccato originale: non siamo come gli animali che sono sempre moderati nella ricerca dei piaceri dei sensi, e nell’uso delle passioni.

Il fatto che le passioni sono parzialmente disordinati e fuori controllo, non significa, però, che siano cattive di per se stesse, come mantengono i Stoici ed i Buddisti; piuttosto sono state create buone, poi danneggiate, ed ora vanno moderate: un’opera meritevole che fa parte (e non la minima parte) del lavoro che bisogna fare su se stessi.

Non siamo come gli animali, dunque, che hanno solo le passioni per aiutarli, e nient’altro: abbiamo noi una facoltà più alta di loro, cioè la razionalità: la ragione e la volontà. Le passioni ci indicano cosa c’è del bene e del male nel mondo intorno, ma bisogna valutare i loro dettami secondo la ragione, e poi agire in conformità alla realtà. Bisogna giudicare se la persona o la cosa che sentiamo di essere buona sia davvero buona; se quella che sentiamo di essere cattiva lo sia di fatti. Il nostro compito è di reagire al vero bene al vero male nel modo adeguato. Questa persona antipatica è nociva e da evitare? Questa persona simpatica è buona e da accogliere? Non ci lasciamo portare via dalle emozioni: dall’odio, dall’amore, dalla paura, dalla tristezza: ma controlliamole e moderiamole, utilizzandole come forze per fare il bene ed evitare o superare il male, e per divenire persone migliori.

In questa faccenda imitiamo nostro Signore Benedetto, e la Madonna, che erano, e sono, padroni completi delle passioni – non sopprimendole ma, immuni al Peccato originale, vivendole secondo lo stato di natura pura. Nostro Signore ad esempio, secondo la testimonianza della Sacra scrittura, sentiva la forza delle passioni, ma le adoperava in modo adatto alle circostanze: pianse su Gerusalemme; amava il discepolo san Giovanni; si arrabbiava contro i mercanti nel Tempio; fu preso dalla paura nell’orto: ma tutto secondo il giusto peso, la giusta misura e proporzione.

Sono loro i nostri modelli in questo ed in tutto. La moderazione delle passioni è una meta difficile, ma seguendo il loro esempio e chiedendo il loro aiuto, la raggiungeremo con sicurezza, alla loro eterna gloria.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

I sensi interni

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nel corso delle meditazioni sulla vita interiore, più particolarmente sul lavoro da compiere su se stessi, abbiamo prima considerato i sensi esterni. Passiamo adesso a guardare quegli interni. Ora i sensi interni sono due: la fantasia e la memoria. Mentre la memoria è indipendente dalla fantasia, la fantasia dipende tipicamente dalla memoria, tirando immagini da questa fonte di ricordi ricca e feconda, per combinarle e manipolarle come a noi piace.

Questi sensi esistono per fornirci della materia su cui possiamo operare; ci permettono anche di comunicare piacevolmente con altrui, servendoci di immagini amene e vivide prese dall’esperienza di vita. Comunque ci sono due pericoli inerenti all’uso di questi sensi che vale la pena da evocare.

Il primo è la perdita di tempo e di energie.

Il malinconico guarderà indietro su avvenimenti o periodi della vita quando le cose non andavano bene, su peccati, su fallimenti reali o immaginari: e di nuovo si considera come vittima, e si rattrista. Si sofferma sul negativo, si lascia affondare in un declino psichico; il superbo, invece, guarderà indietro sui suoi successi, reali o immaginari, medita sui doni naturali o sovrannaturali ricevuti, si indulge in autocompiacimento, egoismo, o arroganza; l’irascibile si nutrirà dell’ira alla memoria di offese; il libidinoso si pascerà sul pascolo della sensualità.

Quanto tempo si perde con tali fantasticherie, chiudendosi nel proprio mondo privato e suonando ripetutamente come un pezzo di musica o come un filmato i ricordi del passato! Quanto tempo prezioso, quante energie si perdono, che si sarebbero potute applicare a qualche utile attività: come fare del bene a qualcheduno o a se stessi, pregare, o semplicemente alzare il cuore a Dio, se questi pensieri ci vengono mentre camminiamo o lavoriamo. Così si sarebbero anche potuti guadagnare meriti per l’eternità. Bisogna dunque uscire da se stessi, dal mondo del passato: oscuro, difficile da comprendere e da valutare, prestandosi ad essere modellato secondo al temperamento del soggetto e ai propri sentimenti passeggeri.

Se il primo pericolo è dunque la perdita del tempo, l’inerzia, l’omissione, il secondo è il peccato.

Il malinconico si lascia scoraggiare, divenire pusillanimo, perdere fiducia in Dio, abbandonare la speranza; il superbo, l’irascibile, il libidinoso, si indulge nel vizio che lo caratterizza. Peccati mentali si commetteranno e spingeranno ad azioni. La fantasia crea sceneggiature dove il sognatore si immagina vittima, adulato, vendicatore, amante.

Il demonio entra per alzare il volume della musica, per così dire, o del filmato, per intensificare il colore delle immagini, per sopraffarci con quei ricordi vani e vuoti affinché viviamo nel passato o in un futuro immaginario, e giammai nel presente dove la salvezza si deve realizzare. Persino il cattolico impegnato a condurre una buona vita, o un vita migliore, o che vuol dare tutto per condurre la vita la migliore che possa, si può catturare queste reti del nemico, estese per coglierlo all’insaputa nell’uso dei sensi interni. Peccati passati, mancanze, errori, le sciocchezze della giovinezza assieme a tutte le sue inettitudini diverranno materia non per un resoconto sobrio e realista, ma per l’interna angoscia. ‘Cosa ho fatto della mia vita? Dovrò dare un conto di tutto quello nel giudizio, forse presto’. E così l’anima viene trascinato via da Dio, dal Creatore, dal Padre Celeste, di Cui il figlio prodigo dubita dell’amore, via dal Figlio Divino Che ha dato la vita per salvarlo, e che ha dato tutto per assicurargli l’eterna felicità. Falsa umiltà, che è piuttosto l’orgoglio, lo fa bramare di aver vissuto una vita perfetta, ma perché? per amor di Dio o per amor di sé? Sorge un senso di disperazione: tutto è perso, tristezza costante, uno spirito abbattuto, sconsolabile.

Bisogna gettare le nostre preoccupazioni su Dio e prendere coraggio. Viviamo nel presente: il presente è adesso. Il valore del passato è che ci insegna come agire nel presente e nel futuro. Le pene che ci portano le offriamo a Dio; alla luce del passato diveniamo umili, illuminati da uno spirito di compunzione, consapevoli della nostra debolezza, ma calmi, sereni, ed allegri.

Per quanto riguarda la memoria e la fantasia, impariamo a rigettare subito pensieri immorali, e non trattenerli né con la fantasia né con la volontà. Lo stesso vale per pensieri inutili, su cui osservano i santi che la mortificazione di pensieri inutili è la morte di pensieri immorali.

Il rimedio più efficace per superare i pericoli inerenti a questi due sensi è di applicarci con serio e con attenzione alle faccende del momento: studi, lavoro, impegni quotidiani; e se la mente è libera, alziamola a Dio. Proviamo a fare bene queste attività, guidando la memoria e la fantasia in modo forte con l’intelletto e la volontà.

In fine, popoliamo la memoria delle belle immagini della Sacra Scrittura e degli scritti sublimi dei santi – l‘immagine della Rosa rossa della Passione del Signore, quella di Nostra Signora, Stella del Mare, alzata lontano al di sopra dell’oceano tempestoso di questo mondo: chiamandoci via dal passato e dai peccati del passato, alla gloriosa aurora della vita eterna. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le virtù teologali

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Guardiamo adesso alla pratica delle virtù teologali per il convertito. Prima una parola su tutte e tre; poi consideriamo l’una dopo l’altra.

Introduzione

San Giovanni della Croce ci insegna di applicare le tre facoltà della mente all’oggetto delle tre virtù teologali: l’intelletto all’oggetto della Fede; la volontà a quello della Carità; e la memoria a quello della Speranza.

Ciò significa che l’intelletto, che è orientato verso la verità, si deve indirizzare verso la Verità Stessa, Dio santissima Trinità, e verso tutte le verità che sono incentrati su di Lui, essendo questo l’oggetto della Fede.

La volontà, invece, che è orientata verso il bene, si deve indirizzare verso il Bene Stesso che è sempre Dio santissima Trinità , per amare Lui ed il prossimo in Lui, cioè nello stato di grazia.

Quanto alla memoria, san Giovanni intende che bisogna utilizzare quel fondo di ricordi, di immagini e di conoscenze, che costituisce la nostra memoria, solo in vista dell’Eternità: per raggiungere l’eterna beatitudine, che è l’oggetto della Speranza.

Chiaramente le virtù teologali ci illuminano su come pensare ed agire in modo giusto in qualsiasi campo della vita. Vediamo adesso come ci possono illuminare rispetto alla conversione.

     a. La Fede

Abbiamo già accennato ad alcune verità di Fede relative alla conversione, alle quali aggiungeremo adesso delle altre: Peccati confessati nel sacramento della penitenza con la giusta contrizione vengono perdonati; normalmente, dopo la penitenza imposta dal confessore, occorre anche una riparazione, normalmente tramite sofferenze o su questa terra o in purgatorio; atti di contrizione (anche mentali) e sopratutto lo stato costante di contrizione che si chiama ‘compunzione’, valgono per questa riparazione; una parte essenziale della confessione è il proponimento di non peccare piu’, un proponimento che Dio ci aiuterà a mantenere con la Sua Grazia; la vita è un viaggio che conduce al Cielo, una battaglia nella quale il vincitore sarà premiato con la vita eterna.

Meditando su queste verità vorremmo mettere in valore due virtù in particolare che occorrono per un convertito: il coraggio e la gratitudine.

     i) Coraggio

Stiamo viaggiando verso il Cielo: viaggiando non solo temporalmente ma anche spiritualmente, sulla via del perfezionamento. Se stessimo attraversando la campagna e ci fossimo accorti alla sera di aver perso la strada, non ci sederemmo disperati senza avanzare, piuttosto ci faremmo coraggio, rintracceremmo i passi e ricominceremmo di nuovo. Così anche per la vita spirituale, bisogna prendere coraggio in due modi: per intraprendere la via difficile che si ha davanti, e per non lasciarsi abbattere dal pensiero dei peccati passati. Ricordiamoci che la via conduce al Cielo ed il Signore Stesso ci accompagnerà per raggiungerlo.

La vita viene intesa nella Sacra scrittura non solo come un viaggio, ma anche come una battaglia. Ora, se fossimo svantaggiati in guerra, non ci scoraggieremmo, nè abandoneremmo la lotta, ma ci raggrupperemmo e torneremmo all’attacco. Nella guerra in cui ci siamo impegnati abbiamo ancor più motivo di coraggio che in quasiasi altra guerra, essendo il Signore Stesso il Re. Nell’ Imitazione di Cristo (I 11) leggiamo: ‘Se… come soldati valorosi di Cristo, ci sforzassimo di non abbandonare la lotta, vedremmo subito scendere dal cielo l’aiuto del Signore, che sostiene chi combatte fiducioso nella Sua grazia; e anche ci procura Lui Stesso le occasioni di lotta affinchè vinciamo.’ La vita è un viaggio: viaggiamo; la vita è una battaglia: lottiamo.

D’altronde, la vita consiste nel bene e nel male, e conduce al bene (se ci impegnamo). Perchè meditare sul male e non sul bene? sul negativo piuttosto che sul positivo? su ciò che non è piuttosto che su ciò che è? Col peccato avevamo scavato un buco nella terra e ci siamo cascati dentro. Perchè tornare dentro il buco? Piuttosto ringraziamo Dio che non siamo nell’abisso senza fondo che è l’Inferno.

Anche per coloro che ci sono intorno, per la propria vita in società, è più bello prendere coraggio piuttosto che abbattarsi. Ognuno ha la propria croce: portiamo la nostra con serenità, e con gioia spirituale; così aiutiamo pure gli altri.

Santa Teresa d’Avila dice: ‘Se uno non è perfetto, è necessario maggior coraggio per camminare sulla via della perfezione che non divenire subito martire.’ (Vita 31.17). Procediamo dunque attaccando un difetto dopo l’altro, e chiediamo aiuto ai Martiri.

     ii) Gratitudine

Meditando sul bene che abbiamo ricevuto nella conversione e sul bene che ci aspetta in Cielo, pensiamo ai salmi che parlano spesso della peccaminosità e  delle sofferenze umane, e della misericordia divina che da esse ci salva, che ci riporta alla terra ferma: et iterum reduxisti me.

Ci conforta quando leggiamo nella sacra Scrittura dell’operazione della divina misericordia anche nella conversione dei più gandi patriarci e santi. Fu il re Davide stesso che scrisse i salmi della misericordia divina; ed anche san Pietro e san Paolo furono testimoni viventi di questa eccelsa virtù.

Scrive san Pietro Crisologo (sermone 8): ‘La misericordia libera i peccatori e salva i santi. Se non ci fosse stata, l’adulterio di Davide gli avrebbe fatto perdere la divina promessa; la negazione di san Pietro lo avrebbe privato del primato sugli altri apostoli; Paolo il bestemmiatore sarebbe rimasto perseguitatore. San Paolo lo riconosce quando dice: ‘Io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia.’ (I Tim. 1. 13). ‘Beati i misericordiosi, loro ottennerano la misericordia.’ (Mt. 5.7).’

Questo suscita in noi un sentimento di grande gratitudine. Se avessimo fatto un viaggio difficile e fossimo finalmente arrivati ad una cena, non passeremmo il tempo raccontando le miserie del viaggio, ma piuttosto ci allegreremmo con grande riconoscenza delle belle cose ottenute.

Dove sarei io adesso se Dio non mi avesse dato la Grazia della conversione? Dove avrei finito la vita? Quale posto si stava preparando per me nell’Inferno? Anche quando sono tentato ad occuparmi in modo ossessivo e morboso dei peccati passati occorre un deciso atto di gratitudine: non guardo il negativo del passato, bensì il positivo del presente; non la mia malvagità, ma la Bontà di Dio.

     b. La Speranza

La Fede ci porta dunque ad avere coraggio ed a ringraziare Dio: ci porta, in una parola, alla Speranza. Sant’Agostino, commentando il passo del vangelo di san Luca su chi cerca un pesce, un pane o un uovo, intende questi oggetti come la Carita’, la Fede, e la Speranza.

‘Quanto alla speranza, penso che si raffiguri nell’uovo. Non c’è speranza che nella misura di qualcosa che non è ancora realizzato, e l’uovo non è ancora il pollo… la speranza ci spinge a prendere qualche distanza dalle realtà presenti per vivere in attesa delle realtà venture: non torniamo sul passato, ma con l’Apostolo… ‘dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù’ (Fil. 13. 13-14)…

‘Mettiamo la nostra speranza in quello che non è ancora dato, ma che sarà e non passerà mai… Non siamo come la moglie di Lot: guardava indietro… e fu trasformata in una colonna di sale… Siate protesi, protesi con tutto il vostro essere, verso ciò che deve avvenire, senza più pensare al passato… ‘non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne.’ (2 Cor. 4. 18). Badate di non guardare indietro, sfidate lo scorpione che minaccia l’uovo: ecco, attacca con la coda, da dietro.’

Occorre un’ultima parola sulla fiducia. San Tommaso la chiama una forma intensa di speranza. Abbiamo già accennato che in momenti di angoscia al pensiero dei propri peccati, soprattutto nell’ora della morte, bisogna fare un atto di fiducia: ‘Gesù io confido in Voi’. Un atto di fiducia in Lui opera, si dice, come una saetta di oro che ferisce il Sacratissimo Cuore e Lo inclina infallibilmente alla misericordia.

     c. La Carità

Dopo la conversione, quando riflettiamo sui peccati passati e su tutto il tempo che abbiamo perso, quando ci paragoniamo con altri che hanno quasi sempre evitato il peccato, che sono fedeli a Dio e modelli di virtù già fin dall’età della ragione, ricordiamoci della parabola della vigna: Come mai sono stati premiati coloro che hanno lavorato solo l’ultima ora del giorno con lo stesso denaro di quelli che hanno lavorato tutta la giornata nel calore del sole, se non perchè hanno lavorato con un amore più grande, più fervoroso?

Scrive san Gregorio Magno nel sermone 33 su santa Maria Maddalena: ‘Cos’è l’amore se non un fuoco, ed il peccato se non la ruggine? Per quello le sono stati perdonati i suoi numerosi peccati. Come se il Signore avesse detto: ha dato interamente fuoco alla ruggine del peccato, poichè lei brucia del fuoco ardente dell’amore. La ruggine del peccato viene tanto più completamente decapata quanto più fortemente brucia il cuore del peccatore nel fuoco della carità’.

Il compito nostro sarà dunque di vivere il resto dei nostri giorni su questa terra unicamente per amore di Lui, in uno spirito di fervore, di immolazione, di oblazione, di compunzione: per la Sua gloria e per la santificazione delle nostre anime.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Lode a Dio

+ In nomine Pater et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Non è forse una meraviglia che siamo stati salvati dalla propria miseria, dal leone ruggente, dai tori, dal cane, dal lago della terra inferiore, dall’abisso, dalla notte eterna? La nostra conversione non è forse una meraviglia di Dio infinitamente più grande dei più grandi compimenti degli uomini? Concludiamo questa serie di discorsi, dunque, con un passaggio da sant’Agostinio sulle meraviglie di Dio.

‘Molte sono le meraviglie che Tu hai fatto, o Signore Dio mio’ scrive il santo, nel commentario sui salmi, riferendosi al figlio del mondo, aggiunge: ‘Vedeva le grandi cose degli uomini, intenda le meraviglie di Dio. Il Signore ha fatto molte cose mirabili: a queste volga il suo sguardo. Perché han perso valore per lui? Loda l’auriga che regge quattro cavalli che corrono senza cadere e senza farsi male: forse il Signore non ha compiuto miracoli spirituali di tal genere? Regga la lussuria, regga l’ignavia, regga l’ingiustizia, regga l’imprudenza, movimenti questi che troppo disciolti generano i vizi, li regga e li sottometta a se stesso, tenga le briglie e non sarà da essi trascinato via; li guidi dove vuole, non sia portato dove non vuole. Lodava l’auriga e sarà lodato come auriga; gridava affinché l’auriga fosse rivestito dell’abito del trionfo, sarà invece lui rivestito dell’immortalità. Questi doni, questi spettacoli, organizza Dio. Chiama dal Cielo: Vi guardo; combattete, vi aiuterò; vincete, vi incoronerò. Molte cose mirabili Tu hai fatto, o Signore Dio mio; e nei Tuoi pensieri non c’è chi Ti assomigli. 

‘Ora guarda l’istrione. L’uomo infatti con grande sforzo ha imparato a camminare sulla fune, e mentre è in equilibrio, tiene Te sospeso. Guarda ora l’Impresario di più grandi spettacoli. Costui ha imparato a camminare sulla fune, riuscirà forse a camminare sul mare? Dimentica il tuo teatro, osserva il nostro Pietro, che non è un funambolo ma, se così posso dire, un mariambolo. Cammina anche tu, non su quelle acque su cui, per simboleggiare un’altra cosa, camminò Pietro, ma su altre acque, poiché questo secolo è un mare: un mare che ha la sua nociva amarezza, ha l’ondeggiare delle tribolazioni, le tempeste delle tentazioni; ha nel suo seno uomini che, come i pesci, godono del male altrui e a vicenda si divorano; qui cammina, calca questo mare.

‘Vuoi guardare? Sii tu lo spettacolo. Non venir meno, guarda Colui che ti precede e dice: Siamo divenuti spettacolo per questo mondo, per gli angeli e per gli uomini. Calca il mare, se non vuoi essere sommerso dal mare. Ma non andrai, non camminerai sul mare, se prima non te lo avrà ordinato Colui che per primo ha camminato sul mare. Così dice infatti Pietro: Se sei Tu, comandami di venire a Te sulle acque. E poiché era Lui, ha udito la richiesta, ha soddisfatto il desiderio, ha chiamato colui che camminava, ha sollevato colui che stava per essere sommerso.

‘Queste meraviglie ha fatto il Signore, guardale; e la fede sia l’occhio dello spettatore. E fa’ anche tu altrettanto; perché anche se i venti soffieranno, anche se i flutti ruggiranno, e l’umana fragilità ti spingerà a qualche timore per la tua salvezza, hai Chi chiamare e dire: Signore, perisco! Non ti lascia perire Colui che ti ha ordinato di camminare. Poiché ormai cammini sulla Pietra, non aver paura in mare; se tu non poggiassi sulla Pietra, affonderesti nel mare, perché è appunto su tale Pietra che si deve camminare, perché essa non è sommersa dal mare.’ Deo Gratias!

+ In nomine Pater et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

L’impegno

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

‘Uscì il seminatore a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada… un’altra cadde fra i sassi… un’altra cadde tra le spine… e un’altra cadde sulla terra buona…’ (Mc. 4). In questa parabola nostro Signore Benedetto spiega che: ‘Il seminatore semina la parola’, la quale nel primo caso viene portata via da satana; nel secondo viene subito accolta dagli ascoltatori con gioia, ‘ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti, e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della parola, subito si abbattono.’ Nel terzo caso ‘sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e l’inganno della ricchezza e tutte le altre concupiscenze, soffocano la parola, e questa rimane senza frutto’; nel quarto caso, invece, la parola porta molto frutto.

La parola in ciascun caso presenta all’ ascoltatore una visione cristiana delle vita che ci può far comprendere ad esempio la sofferenza, la virtù, l’Eternità; comportando con se pure un invito alla conversione. Tre classi di persone non si convertiranno però, una classe, invece, sì.

La prima classe di persone viene raffigurata dalla terra dura lungo la strada. Secondo i padri della Chiesa ed i santi, queste persone hanno il cuore indurito dall’abitudine del peccato, che perciò non accoglie la parola di Dio. Satana di fatti porta subito via la parola a loro predicata e li spinge a tornare ai loro soliti peccati.

La seconda classe viene raffigurata dalla terra tra i sassi dove la terra, essendo sassosa, offre ai semi poco terra per le radici: Sono persone indurite dai piaceri, che vedono la parola di Dio come opposta ai loro libidini e vizi. Le persecuzioni private o pubbliche, minacciando la loro vita, le loro ricchezze e gioie, li fanno ammollare la parola. Quando l’avevano sentita, hanno odiato magari l’avarizia o il libidine, ma trovandosi susseguentemente di fronte all’oggetto del loro vizio, essendo induriti nelle cattive abitudini, di nuovo ci cedono.

La terza classe di persona è come la terra tra le spine: Qua il seme ha più terra, ma viene impedita dal crescere tramite le spine. Queste rappresentano le ricchezze e le sollecitudini del mondo che disturbano, pungono, e tormentano la mente; che la feriscono quando spingono al peccato, e impediscono al ricco di pensare sovente alle cose divine. Le spine soffocano e distruggono i semi crescenti della parola, prima che non possa portare il frutto maturo della virtù.

Le sollecitudini si possono intendere pure della moglie e della famiglia che preoccupano l’anima e non la permettono di raccogliersi in pace o di fiorire nella cura delle cose divine. Le ricchezze sono ingannatrici perché si presentano come il vero tesoro del cuore in cui sta la vera gioia, ma sono finite e offrono solo una gioia temporanea e surrogata; anzi l’amore per le ricchezze quante volte porta al peccato e fino all’Inferno?

La terra buona, invece, secondo san Tommaso, è la coscienza buona degli eletti, la mente dei santi. Ciò riceve la parola di Dio con gioia, desiderio, e con devozione del cuore, mantenendola in prosperità e in avversità, portandola avanti nel futuro per dare molto frutto.

Tra le quattro classi persone che accolgono la parola, dunque, tre non si convertono, cioè a causa dell’indurimento nel peccato e nei piaceri, le concupiscenze (soprattutto l’avarizia), e le sollecitudini della vita.

E noi, quando magari un amico ci ha invitati ad un piccolo ritiro, una notte di preghiera, una conferenza spirituale, un pellegrinaggio; o quando abbiamo ammirato qualcuno per la sua devozione o virtù, o abbiamo sentito una frase di critica intesa per un altro ma che valeva anche per noi – quando in tal modo la parola di Dio ci ha toccati, quale frutto ci ha portato? Gli uccelli l’hanno subito portata via? La abbiamo subito accolta con gioia, ma poi siamo tornati ad una vita di piacere? O le sollecitudini della vita, la ricerca di guadagno, la sensualità, o l’orgoglio l’hanno soffocata?

Oppure ci siamo impegnati? e abbiamo portato frutto, molto — o poco? Guardando in dietro sul passato sicuramente ci ricordiamo di momenti di spiritualità che abbiamo condivisi con amici che hanno reagito diversamente: per uno significò poco o niente, per un altro una gioia passeggera, per un altro la svolta determinante della vita.

Dopo aver ricevuto la grazia iniziale, occorre un impegno per farla fruttificare: una battaglia contro il peccato mortale o contro le tre concupiscenze, un distacco del cuore dalle preoccupazioni della vita, che servono solo come fonti di mortificazioni da offrire a Dio, per poter crescere nella Carità, nella pazienza e nell’umiltà, per guadagnarci meriti per l’Eternità.

Molto utile per questo impegno è di mantenere vivo in mente il ricordo della grazia iniziale: il pensiero dell’Eternità, della Passione del Signore, o del bell’esempio di virtù che abbiamo testimoniato, il senso del nostro nulla, o della morte. Questo ci mette in confronto con la realtà affinché non viviamo più in un mondo di fantasia e di sogni, ma secondo la realtà, realisticamente: per la salvezza delle nostre anime.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La compunzione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

‘Il pubblicano, invece, fermatosi a distanza, non osava neanche alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto, dicendo: “O Dio abbi pietà di me, peccatore.” ’ Questa è l’espressione classica della contrizione, che ha un gran potere presso Dio. Sant’ Antonio da Padova commenta: ‘Il pubblicano… non osa avvicinarsi a Dio, affinché Dio si avvicini a lui; non osa guardare, per essere da Dio guardato; si percuote il petto, si punisce da sé, perché Dio lo risparmi; confessa il suo peccato perché Dio lo perdoni. E Dio lo perdona perché lui riconosce il suo peccato.’

La Chiesa insegna che la contrizione ha gradi diversi, e nel suo grado più alto, quello della contrizione perfetta, basta per il perdono dei peccati, anche fuori dal sacramento della Penitenza. Ma non possiamo mai presumere di aver raggiunto quel grado di contrizione, non potendolo verificare. Per questo san Pio X insegna nel catechismo che, se siamo nello stato di peccato mortale, bisogna sempre confessarci sacramentalmente prima di ricevere la santa Comunione.

La preghiera russa ‘Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, abbia pietà di me, peccatore’ deriva dalla preghiera del pubblicano, e viene tipicamente recitata in modo costante, in risposta alla parola del Signore di pregare sempre. Ciò insegna che la contrizione possa avvenire come atto (ad esempio la frase che si recita dopo l’autoaccusa delle colpe in confessione come ‘atto di contrizione’), oppure come uno stato costante dell’anima.

Questo stato di contrizione viene espresso nel salmo 50: ‘… iniquitatem meam ego cognosco: et peccatum meum contra me est semper. Tibi solo peccavi, et malum coram te feci… Conosco la mia iniquità: e il mio peccato è sempre contro di me. A te solo ho peccato, e ho fatto male davanti a te.’

La contrizione, come stato costante dell’anima, si chiama ‘compunzione’. Consiste in un atteggiamento di odio e di rifiuto dei propri peccati passati e della propria malvagità, nonché di umiliazione davanti alla Maestà infinita di Dio. Comporta con sé la sfiducia completa in noi, e la fiducia completa in Dio, in Dio solo, nella Sua infinita misericordia.

Se l’atto di contrizione è potente per cancellare i nostri peccati, lo è ugualmente la compunzione: ‘Un cuor umiliato e contrito, o Signore, non disprezzerai’. Facciamo notare che il latino cor humiliatum et contritum si traduce giustamente come ‘un cuore umiliato’ e non (come talvolta si trova) un ‘cuore umile’; e che contritum nel latino ha un senso più estremo della parola italiana ‘contrito’, il cui significato letterale è esser affranti dal dolore, ridotti alla polvere.

La compunzione è capace non solo di cancellare i peccati, ma anche di santificarci. Padre Faber scrive: ‘Se c’è qualcosa che possa durare tanto a lungo quanto la nostra vita è il sentimento di compunzione. Ha avuto un ruolo attivo nel nostro ritorno a Dio, e non c’è una vetta di santità così alta che essa non scali con noi.’ Si legge ad esempio nella biografia di san Luigi Gonzaga che il suo atteggiamento costante di compunzione per parole peccaminose che abbia pronunciate nella fanciullezza (pur essendo inconsapevole del loro senso) contribuisse non poco alla sua santificazione.

Si dice che il demonio negli ultimi momenti della vita tenta spesso in modo più forte di far perdere l’anima all’uomo: Questo lo fa, soprattutto mostrandogli i suoi più gravi peccati per sedurlo alla disperazione e alla sfiducia in Dio. Abbiamo già accennato al pericolo di lasciarci inondare da quei flutti di dolore. Il modo migliore di uscirne è di fare subito atti fervorosi di fiducia in Dio.

La necessità della compunzione si vede quando si riflette sullo scopo della vita. Lo scopo della vita non è semplicemente di raggiungere il cielo senza morire nel peccato mortale, bensì di raggiungere quel grado di gloria in cielo che Dio provvede per noi dall’eternità: lo scopo non è semplicemente vivere senza staccarci completamente da Dio, bensì perfezionarci, santificarci ed unirci quanto intimamente possibile a Dio ed alla Sua Gloria.

Dunque, per il motivo di santificarci, ciò che ci occorre non è solo fare atti puntuali di contrizione per liberarci (con la grazia divina) dal peccato, bensì lo stato costante di contrizione: occorre la compunzione. Siamo tutti peccatori. Come dice san Giovanni Evangelista: ‘Se diciamo che non abbiamo peccato, siamo bugiardi’. Dunque utilizziamo il ricordo amaro dei nostri peccati per santificarci.

La compunzione cancella i peccati e ci santifica: la compunzione ha una forza straordinaria presso Dio. San Girolamo scrive: ‘Umile lagrima del cuore: tu sei una regina, tu sei onnipotente; tu non temi il tribunale del Giudice, tu imponi silenzio ai tuoi accusatori; nulla ti arresta; tu hai accesso al trono della grazia, e non te ne allontani mai con le mani vuote; e la pena che tu causi al demonio è per lui più terribile della stessa pena dell’Inferno. Tu trionfi sull’Invincibile, tu leghi ed obblighi l’Onnipotente. La sola preghiera Lo intenerisce, ma l’anima che piange pregando, Gli è irresistibile: la preghiera è un olio che Lo dispone ad esaudire, le lagrime sono uno strale che gli ferisce il cuore, e Lo forza ad agire.’

E’ vero che non tutti abbiamo la grazia di piangere il nostro peccato con le lacrime degli occhi, come nei primi tempi della Chiesa e nella tradizione della Chiesa orientale. Il padre certosino Augustino Guillerand commenta che le lacrime di cui si tratta qui sono ‘le lagrime autentiche del cuore’, le quali possono essere facilmente soffocate dallo sforzo di produrre ciò che è solo il loro segno esterno… sono un movimento interamente interno e spirituale che viene suscitato solamente dallo spirito d’amore: lo deve chiedere con piena fiducia e poi tranquillamente aspettare.

E’ una fiamma chiara e pura che salta in alto come da un bracere nascosto; illumina la mente e tocca le corde del cuore; smuove l’anima fino nelle sue profondità, facendola vibrare quasi da un fremito celeste, che la solleva sopra di sè, così da far esclamare: ‘Mio Dio!’ in un modo tutto nuovo. Poi la distanza che la separa da Colui Che si fa conoscere a questo modo, il ricordo dei peccati che hanno causato quell’abisso, Gesù in croce Che espiava i nostri peccati, la Madonna ai Suoi piedi, l’Inferno che punisce il peccato senza toglierne il debito: tutti questi pensieri ci sgorgano nella mente, cessando di essere pensieri e divenendo immagini. Tutto ciò preme l’anima come un frutto maturo e fa scorrere lagrime suavi ed inebrianti dagli occhi.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La contrizione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen. 

Dopo una conversione, una questione importate da risolvere è come guardare i peccati passati. San Giovanni Cassiano asserisce che è molto salutare riflettere su di essi. Ed è vero che questo esercizio ci porta presto all’umiltà. Quando siamo tentati di parlare, oppure pensare, male degli altri, un rimedio sicuro e sempre pronto è proprio quello di rivoltare lo sguardo verso noi stessi: voglio gettare una pietra, ma chi sono io per farlo? Non avrei peccato pure io? Sono forse meglio di lui o di lei? Se non ho peccato nello stesso suo modo, avrei peccato in altri modi, e pure modi più colpevoli: lui ha peccato per debolezza, forse; io invece per malizia – ad esempio pensando male di lui, come ora; oppure io ho ricevuto molte grazie a cui non son stato fedele; lui meno grazie, ma ne è stato fedele; se lui avesse ricevuto le grazie che ho ricevuto io, sarebbe forse già santo.

Quando siamo tentati al peccato, oppure quando ci sentiamo gonfiare dall’orgoglio, pensando anche che siamo meglio degli altri, o che gli altri o anche Dio Stesso si devono sottomettere a noi, pensiamo ai nostri peccati passati e così diveniamo presto sobri ed umili.

Un pericolo

Ma qua c’è un pericolo per coloro che meditano intensamente sui peccati e che sono inoltre portati agli scrupoli o alla superbia.

Gli scrupolosi, meditando sui peccati passati, possono cadere nell’ansia, nella tristezza smisurata, nello scoraggiamento, e persino nella disperazione, pensando al male commesso, alla rigorosa severità del giudizio, ed alle pene del Purgatorio o persino dell’Inferno. Circumdederunt me dolores mortis, mi circondarono i dolori della morte: mi sento consegnato spiritualmente alla stessa morte; mi afferra la paura della morte fisica quando sarò giudicato per ogni male compiuto su questa terra; mi afferra la paura della morte eterna che potrei aver meritato.

I superbi corrono lo stesso rischio: perché riconoscere la propria peccaminosità li priva della consolazione di quel mondo della fantasia in cui così beatamente vivevano finora, dove erano loro gli dei: ormai quel mondo è tutto crollato e non vedono se stessi più che come un nonnulla, degni solo della condanna.

Il demonio si insinua volentieri in questo subbuglio dell’anima per farci maggiormente soffrire, aumentando o accentuando i tormenti con cui ci affliggiamo, suscitando immagini vergognose nella memoria: ‘Hai fatto questo, hai fatto quello, ti ricordi? Vedi come ti sei comportato verso Dio; verso te stesso; verso i genitori, il prossimo, il marito, la moglie, i figli!’

Oggigiorno non pochi fedeli reagiscono dicendo: ‘Bisogna perdonare se stessi’. Il beato Cardinal Newman constata invece: ‘Non dobbiamo mai perdonare noi stessi.’ Infatti bisogna essere realisti e riconoscere che, peccando, abbiamo agito liberamente contro Dio, il Sommo Bene, e che Lui solo ci può perdonare. Riconoscere questo infatti ci rende umili e più graditi a Lui. Se la sofferenza al pensiero dei peccati passati ci troppo opprime, bisogna staccarcene e affidarci interamente all’infinita Misericordia di Dio.

San Giovanni della Croce ci ammonisce di trattenerci sul pensiero del passato solo fin quanto ci serva all’umiltà, ma non di più. Se ci porta all’autolesionismo e ci allontana da Dio, come il nostro nemico desidera, bisogna resistere e non riflettere più sul passato. ‘Il vostro avversario, il diavolo gira cercando chi possa divorare: a cui bisogna resistere forti nella fede. E Voi, o Signore, abbiate misericordia di noi. Grazie a Dio… cui resistite fortes in fide. Tu autem Domine miserere nobis. Deo gratias.’

Il difetto dominante

I. La sua natura
Ciascuno di noi ha un temperamento particolare che comprende tutto il nostro modo di sentire, giudicare, simpatizzare, volere ed agire. Questo temperamento va perfezionato da ognuno di noi mediante la pratica delle virtù cristiane. Ciò che può impedire quest’opera di perfezionamento, oppure eventualmente portarci alla rovina eterna, è ciò che si chiama ‘il difetto dominante.’

Padre Garrigou-Lagrange OP lo descrive come: ‘Il nostro nemico domestico albergante al nostro interno… talvolta è come una fessura nel muro che appare solido ma non lo è: come una crepa, impercettibile a volte ma profonda, sulla splendida facciata di un palazzo: un palazzo che un scossa vigorosa potrebbe far crollare fino alle fondamenta.’

Allo stesso modo come una crepa, possiamo scorgere il nostro difetto dominante, ma pensare che esso sia superficiale e non scavi in profondità; oppure, scorta in passato ma intonacata, non la si nota più. Prudenza impone, invece, che, se la crepa nel muro viene vista, la si esamini e se ne valuti la profondità: forse c’è effettivamente un problema strutturale che minacci l’intiero edificio.

Esempi di difetti dominanti sono: la debolezza morale, la pigrizia, la gola, la sensualità, l’irascibilità, e la superbia. Il difetto dominante può informare e caratterizzare il nostro temperamento intiero, compromettendo la nostra virtù dominante, la quale è, per citare di nuovo Padre Garrigou – Lagrange: ‘La felice tendenza della nostra natura’, la quale dovrebbe svilupparsi e crescere con l’aiuto della Grazia. Questa virtù dovrebbe se stesso determinare il temperamento di ognuno.

Valutiamo l’esempio di qualcuno di temperamento passivo, paziente, docile e rassegnato, la cui difetto dominante e’ la debolezza morale, la cui virtù dominante è la dolcezza. Se il difetto dominante prende il sopravvento, la persona sarà preda del rispetto umano, della codardia morale, dell’ irriflessiva conformità alle convenzioni ed alle mode del Mondo, preda dell’indulgenza eccessiva, fino al punto talvolta di perdere completamente le sue forze, anche fisiche.

Non sarà più dolce e mite, bensì semplicemente debole; sebbene si consideri, come anche tutti gli altri lo considerino, dolce, mite, buono, e gentile. La vera dolcezza è andata schiacciata, soppressa, e distrutta dalla debolezza morale. Similmente, alcuno di un temperamento forte può avere come virtù dominante la forza d’animo nell’affrontare l’ingiustizia; come difetto dominante, invece, l’irascibilità e la rabbia. Il pericolo per costui è il dar libero sfogo alla sua irascibilità, cosicché la sua forza d’animo degeneri in violenza irragionevole nelle parole, nelle opere, e nei pensieri, il che può procurare danni indicibili agli altri, ma sopratutto a se stesso.

E’ essenziale quindi, innanzitutto, riconoscere il difetto dominante e poi combatterlo. Scoprendo la debolezza morale in noi, avremo da contrastarla, chiedendo assiduamente a Dio di farci forti, per far fronte ai nostri doveri ed alle nostre responsabilità, ed alle spiacevoli sfide che in continuazione la vita ci pone, anche se nessuno ci osservi per riprenderci per il fatto di essere negligenti o disimpegnati.

Accorgendoci, invece, che siamo irascibili, bisogna lavorare su noi stessi con la Grazia di Dio and sottomettere la nostra irascibilità ad un controllo rigoroso, e di conseguenza, imparare la dolcezza e la docilità, anche se (come nel caso di sant’ Ignazio Loyola e san Francesco de Sales) questo può comportare un lavoro di molti anni.

Ma in fin dei conti, se siamo al mondo per perfezionarci, non trattasi qua di un lavoro importante? – almeno sullo stesso livello dei doveri del nostro stato di vita, dei nostri impegni quotidiani, e delle opera di carità tramite cui possiamo cercare di aiutare il prossimo. Non si devono amare se stessi, allora, come si ama il prossimo? E il proprio perfezionamento morale non è forse il vero amore per se stessi?

Se le motivazioni di tutto il nostro agire sono viziate – dall’orgoglio per esempio, allora sarà viziato anche tutto il nostro agire; se siamo deboli, invece, allora rinunciamo a molte azioni buone che avrebbero portato a loro volta a molte conseguenze positive; se siamo irascibili e rabbiosi, combiniamo attorno di noi, secondo la parola dello stesso padre Garrigou-Lagrange, ‘ogni tipo di disordine’; se siamo critici verso gli altri e nutriamo e coltiviamo le antipatie, allora contravveniamo costantemente al comandamento del nostro Signore di amare il prossimo.

Col passare del tempo, il difetto dominante diviene abitudine, ed informa e colora tutto il nostro temperamento, cosicchè divenga per noi cosa naturale sentire, giudicare, pensare, ed agire secondo la sua influenza; e perciò diviene per noi difficile riconoscere la presenza di quel difetto, perchè di esso ci siamo gia’ totalmente impregnati.

Oppure, se lo individuiamo, difficilmente lo ammetteremmo – soprattutto se siamo superbi. Ma se pure individuiamo la presenza di questa crepa nel muro, e la ammettiamo altresì, rifuggiamo dal volerla esaminare se siamo moralmente deboli, o se temiamo la conversione, e, con ciò, il dover cambiare le abitudini e la vita intera.

Nel frattempo entra il demonio con le sue astuzie. Lui conosce bene il nostro difetto: ci lavora sopra sin dall’inizio della nostra vita. E` lui stesso che ha intonacato la crepa e l’ha verniciata, o aiutatoci a farlo. Aumenta la nostra cecità nel non vederla, la nostra superbia nel non ammetterla, la nostra paura di dover poi ricostruire tutto l’edificio, se ciò si ha da fare.

II. Come scoprire il difetto

Abbiamo detto che il difetto dominante può informare e colorare il nostro temperamento intiero: il modo in cui sentiamo, giudichiamo, simpatizziamo, eserciamo la volontà, e agiamo. Se lo potessimo identificare, per trasformarlo, potremmo gradualmente cambiare il temperamento per il meglio e divenire persone migliori: più amorevoli verso Dio e verso il prossimo; più in pace; più pieni della luce della Grazia; più felici; più in grado di diffondere la luce di Dio in questo mondo e nel Cielo.

Sarebbe una grande grazia, dice padre Garrigou-Lagrange, incontrare un santo che ti potesse dire: “Questa è il tuo difetto dominante; questa è la tua virtù dominante. Con questa virtù devi vincere il difetto, e poi informare e colorare tutto ciò che fai, pensi, e dici: i tuoi sentimenti, i tuoi desideri, la tua visione di tutto.” Questa virtù è, per così dire, il veicolo nel quale bisogna avanzare attraverso il mondo con generosità e determinazione sulla via dell’unione con Dio.

Sarebbe davvero una grazia trovare un tale santo, ma altrimenti come possiamo scoprire il difetto dominante? Scoprirlo all’inizio della vita spirituale o della nostra conversione, è cosa relativamente facile. Ma col passare del tempo, ci abituiamo, e giudichiamo tutte le cose nella sua luce; si impadronisce dell’anima, e, scendendo poi nel più profondo del nostro essere, si presenta persino come parte di noi stessi. Ci abituiamo: anzi ci identifichiamo con esso e non ce ne possiamo più separare. Dopo essersi ben radicato in noi (osserva il nostro colto e saggio teologo) ripugna ad essere smascherato e combattuto, perché vuol regnare in noi e su di noi: si nasconde, anche dietro l’apparenza di virtù.

La debolezza si traveste negli abiti poveri dell’umiltà; l’orgoglio in quelli della magnanimità; l’ira nell’apparenza di giustizia e di santo zelo. L’uomo, il maestro dell’ autoinganno, finisce per vantarsi proprio di quel difetto che è il suo peggior nemico, e lo esalta come se fosse una virtù. Se il prossimo ci accusa di quel difetto, rispondiamo con convinzione: “Caro mio, avrò pure tanti difetti ma ti assicuro che questo non è fra loro.” Anche se lo dovesse menzionare il Direttore spirituale, scuotiamo solennemente la testa, e le giustificazioni si presentano prontamente alla mente. Di fatti il difetto dominante eccita facilmente le passioni: le comanda come maestro ed esse obbediscono all’istante. Il suo bell’aspetto e la sua forza ci spingono verso l’impenitenza. Vediamo un esempio notevole in Giuda il traditore, pessimus mercator: la parsimonia conduce all’avarizia, l’avarazia alla tradizione, la tradizione all’impenitenza.

Intanto, il nemico della nostra anima che conosce quel difetto, ne fa uso per suscitare problemi dentro di noi ed intorno a noi: conflitti, scontri, sgradevolezze, e tumulti: tempeste nella anima, tempeste negli incontri con altrui. Nella cittadella della vita interiore, il difetto dominante rappresenta il punto debole, non difeso dalle virtù. Qui regna come un nemico all’interno delle mura: nascosto, travestito, e potente. Il demonio conosce il difetto, quel nemico interno: sa precisamente dove si situa e lavora con esso per distruggere la cittadella. Se noi stessi lo ignoriamo, allora non lo possiamo combatterlo. Se non lo possiamo combattere, non possiamo avere una vera vita interiore, e perciò faremo solo pochi progressi in questo mondo.

Come dunque trovarlo? Primo con la preghiera: “Mio Dio, che cosa è che mi fa resistere alla Vostra Divina Grazia? Vi prego di darmi la forza di sottomettermi ad essa. Liberatemi dai miei legami, per quanto possa essere doloroso.” Secondo, esaminiamo la nostra anima con realismo spietato: Qual è il tema delle mie solite preoccupazioni – al mattino quando mi sveglio e quando sono da solo? Dove se ne volano i pensieri e i desideri spontaneamente? Qual’ è per me la solita causa della tristezza e della gioia? Qual’è in genere la motivazione delle azioni e dei peccati? Qual’è per me la natura delle tentazioni, ed il motivo della resistenza alla Grazia (in particolare quando mi allontana dalle preghiere o mi distrae in esse)? Terzo, cosa criticano gli altri in me: – il mio Direttore spirituale, se ne ho uno; la mia famiglia; quelli con cui vivo; quelli che mi conoscono meglio? Quattro, in che modo mi ispira lo Spirito Santo in momenti di vero fervore? Che cosa mi chiede di sacrificare per amore di Lui? Se mettiamo in pratica queste misure con sincerità e costanza di spirito, ci troveremo faccia a faccia con quel nemico interiore che ci rende schiavi. Nostro Signore ci dice nel Vangelo di san Giovanni (8,34): “Chiunque ha commesso il peccato è schiavo del peccato.”

San Giacomo e san Giovanni volevano chiamare il fuoco dal cielo su una città che rifiutava di riceverli. Ma il Signore rimproverò questi ‘Figli del Tuono’ (Boanerges), dicendogli: “Non sapete di che spirito siete. Il Figlio dell’uomo non è venuto per distruggere, ma per salvare” (Lc. 9.55). Ma già all’Ultima Cena vediamo San Giovanni contentarsi solo a posare tranquillo la testa sul Cuor Divino del Salvatore; e alla fine della vita fece poco altro, si dice, che non di ripetere in continuazione: “Figliuoli miei, amatevi l’un l’altro.” Non aveva perso nulla dell’ardore né della sete di giustizia, ma si erano spiritualizzati ed elevati mediante una straordinaria dolcezza.

III. Come vincere il difetto dominante

Quando, con la grazia di Dio, avremo scoperto il nostro difetto dominante, bisogna prendere la ferma decisione di vincerlo. Per fare ciò, occorre un vero e stabile fervore della volontà, una ‘prontezza della volontà nel servizio di Dio’, che, secondo San Tommaso, è l’essenza della vera devozione. Ora ci sono tre mezzi principali per superare il difetto dominante: 1) la preghiera; 2) l’esame di coscienza; 3) la sanzione.

1.) La preghiera

Una volta che Dio avrà risposto alla mia preghiera per mostrarmi quale sia il difetto dominante, dovrei essere assidua e fervente nell’implorare il Suo aiuto per vincerlo. Se sono debole, pregherò: “O Dio, mia forza, datemi la forza!”; se sono irascibile: “O Dio, mia pazienza, datemi la pazienza!”; se sono sensuale: “Mio Dio e mio tutto!”… e così via. I santi hanno pregato nei seguenti modi: san Luigi Bertrand: “Signore, qui bruciare, qui tagliare, qui prosciugare tutto ciò che mi impedisce di venire a Voi, affinché possiate salvarmi per l’eternità.” San Nicola di Flue: “Mio Signore e mio Dio, prendete tutto che in me mi ostacola da Voi; Mio Signore e mio Dio, datemi tutto che mi porta a Voi; Mio Signore e mio Dio, toglietemi da me stesso e datemi interamente a Voi.”

2.) L’esame di coscienza

È assai utile fare ogni sera un esame di coscienza particolare sul difetto dominante: non solo un esame generale che è utile a tutti come parte delle preghiere serali, e cioè per valutare la vita spirituale in genere; ma il dare uno sguardo concentrato a quella debolezza in particolare che tante volte in passato è stata la causa della mia rovina.

Sant’Ignazio di Loyola considera molto benefico che i principianti annotino ogni settimana il numero di volte in cui hanno ceduto a quel difetto dominante che vuole regnare in loro come un tiranno. Padre Garrigou-Lagrange commenta: “È più facile ridere di questa pratica che non di esercitarla fruttuosamente.” Se teniamo conto dei soldi che spendiamo e riceviamo, perché non dovremmo tenere conto di ciò che perdiamo e guadagniamo nel campo spirituale, che sono poi perdite e guadagni per l’eternità?

3.) La sanzione

È anche molto utile imporre a noi stessi una sanzione o una penitenza ogni volta che cadiamo in questo difetto. La penitenza può assumere la forma di una preghiera particolare, un momento di silenzio, o una mortificazione esteriore o interiore. Questo ci aiuterà ad essere più prudenti per il futuro, e ripara la colpa e soddisfa la pena per essa dovuta. In questo modo molte persone sono guarite, per esempio, dal pronunciare bestemmie o maledizioni, obbligandosi a fare l’elemosina ogni volta che cadevano.

Nel combattimento arduo contro il difetto predominante bisogna armarci di coraggio. Potremmo essere tentati alla pusillanimità, particolarmente da parte del diavolo, pensando innanzitutto che non saremo mai in grado di sradicarlo, mai in grado di dominare noi stessi. Ma non conviene far pace con i nostri difetti: altrimenti abbandoneremmo del tutto la vita interiore, assieme all’unico scopo che abbiamo in questa vita che è cioè la perfezione. Dio ci ha comandato di essere perfetti, quindi deve essere possibile: ossia con la Sua Grazia. Il Concilio di Trento dichiara con Sant’Agostino: “Dio non comanda mai l’impossibile, ma, nel darci i Suoi precetti, ci comanda di fare ciò che possiamo e di chiedere la Grazia per fare ciò che non riusciamo.”

Un’altra tentazione alla pusillanimità viene dal paragonarci ai santi canonizzati. Ci scoraggiamo e ci diciamo che la lotta contro i difetti convenga solo a loro, perche solo loro vengono chiamati a raggiungere le regioni più alte di spiritualità e di santità, che non sono dunque per noi. Eppure, come abbiamo già detto, nostro Signore ci ha comandato tutti di essere perfetti: di amarLo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, tutte le forze, e di amare il prossimo come noi stessi. Questo, dunque, è compito di tutti, anche se il nostro amore potrebbe non essere mai così straordinario come quello dei santi canonizzati, con tutte le grazie e doni straordinari che avrebbero ricevuti.

Prima di vincere il difetto dominante, le nostre virtù sono poco più di buone inclinazioni e non vere e solide virtù con radici profonde. Quando, però, con l’aiuto di Dio, vinciamo il difetto, le virtù, sotto i raggi nutrienti della Carità, divengono ferme e forti. La Carità, cioè l’amore di Dio e delle anime, viene a regnare nelle nostre anime attraverso la virtù dominante; trasforma il nostro temperamento, rendendoci più veri, più noi stessi: noi stessi senza i nostri difetti, noi stessi nella Carità, in Dio. La pace entrerà nell’anima assieme alla gioia interiore che porta con sé: la pace che è la tranquillità dell’ordine che abbiamo ristabilita nelle anime con la mortificazione, cioè con la lotta contro il proprio male.

Ci apriamo a Dio come un fiore che si apre al sole: non facciamo più di noi stessi il centro di tutto, come quando regnava in noi il difetto dominante. Ormai facciamo riferire tutto solo a Dio: pensando sempre a Lui, vivendo sempre per Lui, e riconducendo a Lui tutti quelli che incontriamo. Dio ha esaudito la nostra preghiera: ci ha tolti da noi stessi per farci interamente Suoi; non abbiamo perso nulla: solo il nostro male; e abbiamo guadagnato il nostro vero essere: il nostro vero essere in Lui.

Deo Gratias!

La grazia iniziale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Vari sono i motivi della conversione: un raggio di luce sovrannaturale può entrare nel cuore per illuminarci sulle verità della Fede, guardando ad esempio un quadro del Signore nell’orto di Getsemani o sentendo un canto della Chiesa ed accorgendoci subitaneamente che il Signore ha davvero vissuto su questa terra e davvero ha sofferto un’infinità di dolore per noi, per ciascuno di noi: Ave verum Corpus natum ex Maria Virgine… vere passum, immolatum in cruce pro homine.

Oppure ci può convertire la sofferenza personale: la perdita di una fortuna, di una madre, o di un figlio amato da noi sopra ogni altro – tragedie di qualunque genere che ci fanno cercare l’abbraccio amorevole di Colui Che solo conosceva e conosce la amarezza della sofferenza fino alla fine: usque in finem, e il solo Che può consolare un cuore spezzato dal dolore.

Un altro impeto può essere l’intuizione della propria miseria, paragonandoci magari con una persona di grande virtù di cui uno dice ‘Tutto ciò che faceva era perfetto.’ ‘Quanto sono misero’, mi dico cominciando a guardare l’elenco di tutti i miei peccati, la mancanza di impegno, la superficialità di tutto ciò che faccio, la pigrizia, la tiepidezza, l’inaffidabilità, l’egoismo.

Un altro motivo ancora è il pensiero dell’Eternità, osservando la vanità ed il carattere passeggero delle cose quaggiù: la nullità dei progetti e delle speranze di questo mondo, l’instabilità della felicità terrena, l’appassire della giovinezza, della bellezza, della vita che corre come un fiume verso il mare; la morte che richiama conoscenti e famigliari, con cui un giorno mi diverto e che un altro giorno non ci sono più; o leggendo un libro come ‘L’Apparecchio alla morte’ di sant’Alfonso de’ Liguori, riflettendo sulle Verità eterne: sulla morte e sul giudizio che inesorabilmente mi aspettano, così mi stacco dalla vita presente e comincio a bramare la vera vita, la vita nella pienezza, nella sua stabilità eterna.

Guardiamo questa donna dura e superba, ricca, spiritosa, come è ridotta: il marito l’ha lasciata per un’altra, il figlio è morto in un incidente, prende un lavoro semplice ma non sa ancora come pagare le tasse. La sofferenza l’ha invecchiata e non è più l’oggetto di lode o di ammirazione dei conoscenti. Fa compassione agli amici: ‘Poverina, ha perso tutto! La vita com’è crudele!’ Ed in fatti perso che ha l’amore, la fortuna, la bellezza, non ha più su cui appoggiarsi – se no su Dio. Va a trovarLo nel Santissimo Sacramento, ‘si versa il suo cuore alla Sua presenza’, versa il nardo dell’alabastro spezzato del cuore davanti a Dio: la sua unica speranza. Torna alla pratica della fede, si confessa, assiste alla santa Messa, prega. Il tempo passa e pian piano il cuore si trasforma, si amorbidisce, ed ella diviene una persona compassionevole, un appoggio, una madre, per molti.

E quest’altra donna, umile e generosa, di cuore buono ed affettuoso, portata dalle circostanze della vita nelle cattive compagnie. Si dà il cuore e l’affetto agli uomini, si lancia la barca dell’anima sul mare agrodolce degli affetti umani, nel mare turbulento delle passioni: sballottata dalle onde, dalle correnti e dai venti dell’amore impuro, della rabbia, della tristezza, della disperazione, nella notte delle menzogne e dei tradimenti, perso il timone, persa la bussola, perso Dio: dans la nuit éternelle emportés sans retour.

Già superato i settanta anni frequenta sempre le compagnie mondane, ricercata ed amata per la personalità allegra ed attraente: beve, ride, racconta storie sconcie, avida di pettegolezze, dando scandalo e cattivo esempio. Un giovane, però, vedendola, e commosso di compassione e di timore per la sua salvezza, comincia a svolgere ogni giorno preghiere fervorose per lei a Dio. Mesi passano, anni, fin quando un giorno, guardando i funerali del papa e meditando sul suo coraggio e la sua forza di spirito, all’istante si converte. Assiste ad un corso di catechismo, diviene membro della Chiesa, si confessa, comincia a pregare, cambia vita. Il cuore, fatto per Dio, si stacca da amori minori e si attacca a Lui; si raccoglie in se stessa, si raggiunge la pace profonda. ‘E’ un’altra persona!’ dicono gli amici.

Non dimentichiamo di pregare per la conversione dei peccatori, anche per i conoscenti e per i propri famigliari. Chi sa chi abbia pregato per noi e per quanto tempo, mentre anche noi eravamo lontani da Dio, sul mare amaro del mondo, persi, senza orientamento, rei di morte; quando abbiamo detto: Io sono perfetto, ‘io sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla’, invece ero ‘né caldo né freddo… infelice, miserabile, povero, cieco, e nudo.’ (Apc. 3.)

Emitte lucem tuam et veritatem tuam: ipsa me deduxerunt et adduxerunt in montem sanctum tuum et in tabernacula tua: Mandate la Vostra luce e la Vostra Verità, o Signore, nelle tenebre della mia anima, e nelle tenebre di tante altre: nelle tenebre dell’ignoranza e del peccato, per illuminarci sullo stato dell’anima, come lo è in rapporto a Voi, o Eterna Verità, Eterna Bontà, il nostro Ultimo Fine, la nostra Eterna Felicità! Conduceteci al Monte santo Vostro, cioè alla Vostra santa Chiesa, ed al Vostro tabernacolo, affinché ci possiamo dimorare con Voi tutti i giorni della nostra vita.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La carne: il nemico interno

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

I tre nemici dell’uomo

‘La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti’ (Efesini 6, 12).

La nostra battaglia non è dunque una battaglia fisica contro nemici fisici che ci possono arrecare danni meramente fisici: come la sofferenza di questa vita e la morte del corpo; bensì una battaglia spirituale contro nemici spirituali: perché il male vero e proprio è un male spirituale, cioè offendere Dio e soffrirne le conseguenze che sono i patimenti eterni e la morte eterna, sia del corpo che dell’anima. Il male fisico paragonato con questo male è di poco conto. ‘Piacesse a Sua Maestà’, dice santa Teresa d’Avila, ‘che temessimo ciò che dobbiamo temere e che comprendessimo che ci può venire un danno maggiore da un solo peccato veniale, che da tutto l’inferno unito assieme.’

Questa è la battaglia di cui consiste tutta la nostra vita con i progressi, con le cadute, con le vittorie e le sconfitte, con le ferite, con il coraggio che susciteremo o con la codardia a cui cederemo, e, in una parola, con la gloria con cui saremo premiati alla fine o la vergogna con cui saremo puniti.

Chi sono i nostri nemici se non sono gli uomini,le bestie, e le malattie? Sono tre di numero: il Mondo, la Carne, ed il Demonio, o piuttosto tutta una milizia di demoni, radunata assieme per rubarci del nostro bene più prezioso che è cioè l’anima immortale: per conservare questa dai loro attacchi, per purificarla e per perfezionarla siamo stati creati, e stiamo lottando ad ogni momento della vita.

Fare il bene ed evitare il male: fare il dovere verso Dio ed il prossimo, il dovere dello stato della vita, fare il bene che ci ispirano lo Spirito Santo e l’angelo custode; evitare gli atti, le parole, i pensieri cattivi: Agendo così facciamo progressi nella vita spirituale e guadagnamo vittorie; non agendo così cadiamo in dietro, soffriamo ferite, sconfitte, diveniamo preda al Demonio.

Come agiscono i nostri nemici? Il Demonio agisce o direttamente sull’anima introducendo pensieri o immagini cattive, sconcie, contro la carità, la castità, e tutte le virtù cristiane, suscitando o aumentando passioni sregolate; agisce indirettamente tramite il Mondo, ossia tramite gli uomini che sono i nemici di Gesù Cristo. Questi uomini possono essere o consapevoli o inconsapevoli: tentando di abbinare il loro inveterato edonismo con una pratica superficiale della fede e delle virtù. I massmedia, le cattive compagnie, l’esempio di personaggi pubblici, sono tutte trame per far passare il messaggio diabolico e mortifero: ‘Coroniamoci di rose prima che avvizziscano.’

Ma il Demonio ed il Mondo non ci possono fare il minimo male, se non attraverso il terzo nemico che è la Carne. Questo è il nemico interno: il nemico dentro al castello, dentro alla cittadella dell’anima. I nemici esterni non possono entrare nell’intimità della persona senza la collaborazione del nemico interno che regna sull’anima da tiranno nascosto e crudele.

Ora la Carne significa la dimensione morale della natura caduta: una delle conseguenze del Peccato Originale di cui il demonio fu l’istigatore e, per così dire, lo scenografo. Consiste nella concupiscenza degli occhi, nella concupiscenza della carne (nel senso stretto) e nella superbia della vita, o, in altre parole: possessi, piaceri, onori goduti in modo disordinato: senza riferimento a Dio, distolti dal loro giusto orientamento a Dio. Costituisce la fonte interna del peccato che è un movimento che ci allontana da Dio e porta verso l’uomo; via dall’infinito verso il finito, via dall’ordine verso il caos; via dall’essere verso il nulla. Questo disordine dell’uomo e’ ciò di cui il demonio approfitta per attaccarci o direttamente o indirettamente, portandoci alla rovina.

………………….

Le tre concupiscenze come fonte di peccato

Nel commentario sui salmi sant’Agostino constata che: ‘questi tre generi di vizi, cioè il piacere della carne, la superbia, e la curiosità, racchiudono tutti i peccati. Mi sembra che essi siano elencati dall’apostolo Giovanni, quando dice: non vogliate amare il mondo, perché tutte le cose che stanno nel mondo sono concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita.’ Lo stesso sant’Agostino fa notare in seguito che sono le stesse tentazioni con cui il demonio tenta il Signore Stesso, dopodiché l’evangelista commenta che il demonio parte: ‘dopo avere esaurito ogni tentazione.’

Immagini che le illustrano

Le tre concupiscenze sant’Agostino le vede espresse nelle immagini seguenti:‘gli animali del campo, gli uccelli del cielo, e i pesci del mare che percorrono le vie del mare.

‘In modo quanto mai preciso sono raffigurati negli animali dei campi gli uomini immersi nei piaceri della carne, stato dal quale non si innalzano a niente di arduo, a niente di faticoso. Infatti il campo è anche la via larga che conduce alla morte, ed è nel campo che è ucciso Abele…

‘Vedi poi ora negli uccelli del cielo i superbi, a proposito dei quali leggiamo: hanno messo la loro bocca in cielo. Guarda come siano trasportati in alto dal vento coloro che dicono: innalzeremo la nostra lingua, le nostre labbra sono con noi, chi è il nostro Signore?

‘Considera anche i pesci del mare, cioè quei curiosi che percorrono le vie del mare, ossia ricercano nell’abisso di questo mondo le cose temporali; le quali, simili alle vie che si aprono nel mare, all’istante svaniscono e scompaiono come l’acqua che subito si ricompone dopo aver fatto posto alle navi che passano o a qualsiasi altra cosa che transita o nuota in essa. Non ha detto infatti soltanto: camminano per le vie del mare, ma percorrono, mostrando così lo sforzo tenacissimo di coloro che ricercano le cose vane e passeggere’.

Come vincere il nemico interno

La vita, come abbiamo detto, è una battaglia spirituale che vinceremo se ci impegniamo a condurre una buona vita. Abbiamo visto più precisamente che il nemico principale con cui devono collaborare i nemici esterni per poterci far male è quello interno: la Carne. Per questo i nostri sforzi si devono concentrare su vincere quel nemico: agendo così, vinceremo la battaglia intiera, e il demonio non ci potrà più toccare.

‘Questi demoni ci spaventano tanto’ scrive santa Teresa d’Avila, ‘perché noi ci vogliamo spaventare con i nostri attaccamenti agli onori, alle ricchezze, ai diletti: e allora essi, unendosi con noi che ci facciamo nemici di noi stessi, amando e cercando ciò che dovremmo aborrire, ci faranno molto danno, poiché, consegnando nelle loro mani le nostre armi con le quali dovremmo difenderci, li induciamo a combatterci. Questa è cosa che fa molta compassione.

‘Ma se noi aborriamo tutte queste cose per Dio, ci abbracciamo alla Croce e cerchiamo di servire veramente il Signore, vedremo che il Demonio fugge queste verità come noi la peste. Egli è l’amico delle menzogne, anzi è la menzogna stessa. Non verrà a patti con chi cammina nella verità.

‘Ma quando il Demonio s’accorge che l’intelletto è oscurato, abilmente cerca di accecarlo del tutto: se vede uno già tanto cieco da porre il suo riposo in cose vane come sono le cose di questo mondo che sembrano un giuoco da bambini, subito egli comprende che costui è un bambino, lo tratta come tale e osa lottare con lui e anche molte volte.’

Prendiamo dunque sul serio ciò che è serio, e la salvezza dell’anima è ciò che è il più serio che ci sia. Cosa ci attrae, cosa ci trascina, cosa ci fascina ancora? La carne, i possessi, gli onori? l’indulgenza, la gola, la sensualità, il denaro, l‘avarizia, la curiosita’, le conoscenze inutili, la superbia, l’egoismo, l’ammirazione e la lode? Impegniamoci per vincere questi costituenti delle tre concupiscenze per toglierci dal potere del demonio.

‘La vita non è un giuoco’ scrive san Giovanni Crisostomo, ‘poiché non finisce nel riso, bensì piuttosto porta danni estremi su coloro che non sono intenzionati ad ordinare le proprie vie con severità.’ Amen.

Deo Gratias.

I sensi esterni

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Innanzitutto mediteremo sui sensi esterni. La prima cosa da dire sui sensi esterni è che nello stato della natura caduta essi cercano piaceri fino ad un grado disordinato, senza occuparsi troppo della questione della loro liceità. Si può dire di fatti che il corpo cerca soprattutto i piaceri illeciti senza badare ai dettami delle facoltà superiori dell’anima: cioè dell’intelletto e della volontà. I sensi, e parliamo qua principalmente dei sensi della vista, dell’udito, del gusto, e del tatto, sono come porte aperte tramite cui entrano nell’anima impressioni, tra le quali si insinua furtivamente il sottile veleno dei proibiti diletti.

Per questo motivo occorre un’attenzione tutto particolare nell’uso dei quattro sensi: a ciò che guadiamo, ascoltiamo, gustiamo, e tocchiamo.

Quanto alla vista è già chiaro che bisogna evitare l’oscenità, ma anche non soffermarci su ciò che ci possa eccitare la sensualità, e condurre più avanti a pensieri o fantasie fuori luogo. Per mantenere uno spirito di raccoglimento ci è utile altresì di non cedere costantemente ad uno spirito di curiosità – guadando in giro a tutti che passano o, come gli animali, a tutto ciò che si muove intorno.
Quanto all’udito, non ascoltiamo niente che sia contraria alla purezza, alla carità, all’umiltà e alle virtù cristiane, perchè, come dice san Paolo: ‘le conversazioni cattive corrompono i buoni costumi.’ O non sappiamo come una sola parola, oppure un’allusione o persino una insinuazione possa bastare per seminare nel cuore un’idea malsana che più tardi si può coltivare e trasformare in desiderio? Ma anche se non siamo a rischio di esser trascinati verso i desideri più bassi, tali discorsi ci tolgono la pace, terniscono la purezza di un’anima che ama Dio, e tirano un velo di oscurità sopra la luce della speranza pura ed innocente. I discorsi contro la carità, invece, nelle parole di padre Tanquerey su cui ci appoggiamo in questo articolo, ‘causano divisioni perfino nelle famiglie, diffidenze, inimicizie, rancore.’

Se ci troviamo in cattive compagnie, non partecipiamo alle loro conversazioni, vigiliamo anche sulle minime parole, cambiamo discorso, testimoniamo uno spirito autenticamente cattolico, o, se possibile, ci sottraiamo e evitiamo di frequentare tale persone pel futuro. A cosa servono queste compagnie d’altronde, se no di perdere tempo prezioso, e di contaminare l’anima sia moralmente che spiritualmente?

Per mantenere uno spirito di raccoglimento, è bene inoltre, come abbiamo già fatto notare nel caso della vista, di non ascoltare tutto ciò si dice intorno, per non mancare a niente. ‘Cosa?’ chiediamo, ‘Cosa ha detto?’ quando qualcuno fa un’osservazione che abbia forse interessato o fatto ridere tutti i presenti. Raccogliamoci piuttosto, tacciamo e non indulgiamo sempre la curiosità.

Quanto al gusto, da evitare è l’eccesso di quantità, varietà, e raffinatezza. La quantità può essere o nei pasti o nel mangiare fuori pasti; la varietà viene proposta dal consumismo della società che ci trascina verso una cornucopia sempre crescente di prodotti ricercati. Perché collaborare? E a cosa serve la raffinatezza? Come mai cerchiamo il migliore in tutto? Siamo modesti nel mangiare! E’ cosa buona fare un piccolo rinunzio ad ogni pasto: a volte non prendere di più di qualcosa che ci piace, a volte non prendere il sale o lo zucchero. Proviamo in somma ad evitare ogni eccesso: anzi a non soddisfare pienamente ognuno nostro più piccolo desiderio. Pensiamo al Re dei re che ha scelta liberamente la povertà in tutte le cose.

Una parola sul tatto. Ovviamente occorre la massima cautela nei rapporti con altrui per quanto riguarda questo senso che, più di tutti gli altri, è preda alla natura caduta. Non prendiamo delle libertà con altrui, sapendo bene che non solo noi ma anche loro sono vulnerabili al disordine sensuale.

*

Vediamo come occorre un lavoro costante e serio sull’anima. Questo lavoro, per essere efficace, però, si deve abbinare ad un lavoro parallelo sul corpo. Il corpo in fatti è unito strettamente all’anima e questi due principi della persona umana si influiscono potentemente a vicenda. San Paolo scrive: ‘Castigo il corpo e lo riduco in schiavitù’. Nostro Signore Gesù Cristo aveva raccomandato ai discepoli la pratica moderata del digiuno e dell’astinenza, la mortificazione della vista e del tatto. Abbiamo già accennato sopra a queste pratiche, ma vogliamo concludere con qualche altro consiglio sul lavoro da fare sul corpo: non solo lodevole di per se stesso, ma che anche tende a consolidare e rinforzare il rispetto e controllo che dovremmo avere di noi stessi.

La modestia del corpo e la buona creanza ci forniscono un largo campo di mortificazione: portare vesti richieste dalla propri condizione: decenti, semplici, modeste, pulite, senza vanità o affettazioni; camminare modestamente, schivare un contegno singolare, tenere il corpo dritto, non abbandonarci mollemente sulla sedia o sull’inginocchiatoio; non cambiare posizione troppo di frequente, evitare movimenti bruschi e gesti disordinati. Sono mezzi di mortificarci senza pericolo per la salute, senza attirare l’attenzione, e che ci danno intanto grande padronanza sul corpo, e di conseguenza, anche sull’anima: come anche conviene a membra di Cristo, tempi dello Spirito Santo, chiamati a servirLo fedelmente con tutta la vita. Amen. Deo Gratias!

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

I doni dello Spirito Santo

+ In nomine Patri et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

A Pentecoste lo Spirito Santo scese sugli apostoli – nella compagnia della Santissima Madre di Dio – con i Suoi sette doni, affinchè loro andassero tra la gente, ubbidendo al comandamento del Signore: ‘Andate ed insegnate a tutti i popoli’. Questi sette doni vengono comunicati ad ogni cristiano nel battesimo, vengono completati nella Cresima, e sono accessibili a noi quando conduciamo una buona vita e li chiediamo nella preghiera.

Ora, si possono dividere i doni in due categorie: la categoria dei doni intellettuali che illuminano l’intellegenza, e la categoria dei doni affettivi che rafforzano la volontà.

I doni puramente intellettuali sono la scienza, l’intelletto, ed il consiglio.
La Scienza dà un’intuizione sulle cose create nel loro rapporto a Dio: un’intuizione per esempio sulla natura: il sole, l’acqua, i fiori, e gli uccelli. San Francesco godeva di questo dono, guardando le creature (ad esempio nel Cantico del sole) come figli di Dio, creature che lo muovevano alla gioia, al ringraziare ed al glorificare Dio incessantamente. Oppure il dono della scienza può dare un’intuizione sullo stato della nostra anima nel suo rapporto con Dio: un’intuizione di ciò di cui ha bisogno per la sua santificazione. È salutare chiedere il dono di scienza per conoscere in particolare il proprio vizio dominante: cosa principalmente ci muove al peccato? Una volta scoperto, questo vizio si può combattere; una volta vinto ci libera dal vincolo del male.

Il dono dell’Intelletto, invece, dà un’intuizione sulle verità della Fede in se stesse o nel loro rapporto l’una coll’altra – un’intuizione che può avvenire quando, leggendo la Sacra Scrittura, capiamo più profondamente qualche verità di Fede, come la Presenza Reale di Nostro Signore Gesù Cristo.

Il dono del Consiglio è la perfezione della prudenza: ci dice cosa fare o consigliare agli altri, quando una decisione è importante o difficile, e quando la ragione non ci basta. Il dono del consiglio possedevano in alto grado santi come santa Caterina da Siena; di questo dono parla il Signore quando dice: ‘Quando vi consegneranno nella loro mani, non preoccupatevi di come o di cosa dovrete dire, perchè vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire’. Nell’ora delle decisioni importanti e difficili bisogna sempre pregare per questo dono. Troppo spesso agiamo su un impulso o sul parere della prima persona che incontriamo. Dimentichiamo che Dio ha un progetto per noi in tutto, e se chiediamo aiuto a Lui, Lui ci illuminerà.

Il quarto dono di cui trattiamo è quello della Sapienza. Questo dono è allo stesso tempo intellettuale ed affettivo. È come un raggio di sole che illumina e riscalda simultaneamente: illumina l’intelligenza e riscalda il cuore. Per questo, rinforza la Fede, la Speranza, e la Carità e tutte le altre virtù. Fornisce un’intuizione sia sulle cose create che sulle verità di Fede, assieme ad un gusto di loro, permettendoci di vederle e di goderle nella loro fonte e nel loro principio più alto Che è Dio Stesso. In virtù della sua pienezza e della sua sublimità questo dono vale come il dono più perfetto dello Spirito Santo.

Un esempio ne è l’intuizione ricevuta da qualche pio fedele sulla Paternità di Dio, che, già con la pronuncia dell’unica parola ‘Pater’ all’inizio del Pater Noster, non potesse andare oltre, talmente fu afferrato dal mistero del Padre Divino.

Adesso guardiamo i doni puramente affettivi: la pietà, la fortezza, il timore di Dio.

La Pietà è la Carità verso Dio come il nostro Padre. San Paolo esprime questo dono con le parole seguenti: ‘Avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo ‘Abba Pater’’ Questa Carità è allegra, generosa, ed affettuosamente ubbediente; comprende la Carità anche verso coloro che partecipano alla santità di Dio: La Santissima Madre di Dio, i santi, la Chiesa (da Sposa Immacolata di Cristo).

Il dono della Fortezza, invece, ci da la forza di compiere e di soffrire grandi cose per Dio, ossia con fiducia e senza paura – fino all’eroismo ed al martirio. Lo Spirito Santo afferra l’anima e le dà un potere che supera tutti gli ostacoli interni ed esterni. Il dono della fortezza possedeva in alto grado santo Stefano che ‘pieno dello Spirito Santo’, ‘pieno di grazia e di fortezza faceva grandi prodigi e miracoli tra il popolo’.

Questo dono ci permette ad esempio di rimanere raccolti tutta la giornata, di non lamentarci mai, di sopportare amichevolmente una persona antipatica o molesta, di non soddisfare in primo luogo i propri desideri, bensì di cedere a quelli degli altri, di accettare tutte le critiche, sia giuste che ingiuste, che si possono fare di noi. Se siamo deboli di carattere, se siamo preda al rispetto umano, se portiamo una croce pesante, preghiamo per questo dono.

Il Timor di Dio infine è una specie di reverenza verso Dio Nostro Padre. La pietà fu la carità verso Dio Padre; il timor di Dio è la riverenza verso di Lui. Questo timore non disturba l’anima, ma fa che l’anima non volle offendere il Padre benamato; ispira un senso della grandezza di Dio, un senso di pentimento profondo, anche per i nostri errori più piccoli, ed un desiderio di cercare la volontà di Dio in tutto. Effettua un rispetto per Dio ed anche per il prossimo come fratello o sorella in Cristo.

*

Preghiamo per godere dei sette doni dello Spirito Santo: preghiamo che ci illumini l’intelligenza e rafforzi la volontà: soprattutto affinchè possiamo vedere più chiaramente cosa vuole Dio che facciamo della vita in tutti i dettagli; e poi metterlo in pratica.

I sette doni sono come sette vele di una barca sulla quale ognuno di noi prende il largo. Il litorale dal quale siamo usciti è Iddio, origine e fonte di tutto essere; il litorale verso il quale ci rechiamo è Iddio, fine ultimo di ogni cosa e perfezione di tutto essere; il vento che riempie le vele della barca nel suo viaggio attraverso il mare amaro e perfido di questa vita è Iddio Spirito Santo, Suave Donatore di tutti i doni della Carità, a Cui, con il Padre ed il Figlio, sia ogni lode, gloria, ed onore per tutti i secoli dei secoli. Amen.

La Santa Eucarestia

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

(sintesi della dottrina raccolta da padre Tanquerey nel suo Compendio della teologia ascetica e mistica)

2. La Santa Comunione

La Santa Comunione effettua un’unione a Nostro Signore, una nuova unione oltre a quell’ adesione per mezzo della Fede, oltre a quell’ incorporazione per mezzo del battesimo. è un’unione che il Signore esprime con la frase: ‘Come Io vivo per il Padre, così colui che si ciba di Me vivrà per Me.’ Quest’unione è insieme fisica e spirituale.

È un’unione fisica in quanto riceviamo ‘veramente, realmente, e sostanzialmente’ il Corpo, Sangue, Anima, e Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, come il Concilio di Trento dogmaticamente lo definisce. L’unione è intima quanto quella che esiste tra il cibo e colui che se l’assimila, con questa differenza però che (nelle parole di sant’Agostino, Conf. 7, 10): ‘Non sarai tu che trasformerai in Me, come il cibo corporale: sarai tu trasformato in Me’. Quest’unione tende a rendere la nostra carne più sottomessa allo spirito e più casta, e depone in lei un germe d’immortalità.

L’unione è anche spirituale, unendo le nostre facoltà dell’ intelligenza, della volontà e del cuore a quelle del Signore. Per questo motivo la nostra intelligenza viene indirizzata verso Dio e le cose di Dio, verso le verità della Fede e le massime evangeliche, così che possiamo giudicare tutto alla luce di Dio, e sopratutto la vanità e la follia del Mondo e delle sue massime; la nostra volontà debole, incostante, egoista viene informata dalle energie Divine così che possiamo dire con San Paolo ‘Io posso tutto in Colui Che mi fortifica’; il nostro cuore viene infiammato d’amore per Dio e per le anime così che possiamo dire con i discepoli di Emmaus: ‘Non ci ardeva forse il cuore?’ alla Sua presenza.

Gradualmente dunque i nostri pensieri si modificano mentre ci chiediamo: Che farebbe il Signore Gesù se fosse al mio posto? I desideri volano verso la gloria di Dio e la nostra salvezza e dei nostri fratelli; il cuore si aderisce sempre più intimamente a Dio per Cui intraprendiamo grandi cose; i fratelli li amiamo cercando il loro bene spirituale piuttosto che godendo il loro affetto per noi e il nostro per loro.

Una parte di questo influsso Divino su di noi lo possiamo attribuire allo Spirito Santo Che vive nell’anima del Signore e, assieme al Padre, abita nella Sua Persona Divina. A Lui attribuiamo le grazie attuali che riceviamo ormai in abbondanza, le ispirazioni, la forza e l’amore, assieme alla Sua protezione e guida.

Ma a causa dell’abitazione della Divine Persone l’Una nell’Altra, è presente nell’anima non solo lo Spirito Santo, ma anche tutta La Santissima Trinità. Unendoci al Verbo Incarnato nella Santa Comunione dunque, ci uniamo anche ad Ella. La Santissima Trinità viene a noi ed in noi ‘fa dimora’ (Gv.14.23) cioè in tutta la Sua pienezza e nelle Sue relazione reciproche Divine. L’abitazione della Santissima Trinità nell’anima ci rende come un prolungamento del Verbo Incarnato e ci rende amabile alla Stessa Trinità. In questo modo la Santa Comunione è davvero un anticipato Paradiso: esse cum Jesu dulcis Paradisus (Imitazione di Cristo 1.2.8).

*

Per trarre il massimo profitto dalla santa Comunione bisogna circondarla con le dovute preghiere e disposizioni.

Preparazione

1) La preparazione deve comprendere un amore verso il Signora innanzi tutto attivo, cioè per mezzo dell’adempimento fedele dei doveri del proprio stato di vita per piacere a Lui. Il Signore disse in fatti: ‘Chi Mi ama osserva i Miei comandamenti’; e, parlando di Se Stesso rispetto al Padre: ‘Ciò che piace a Lui sempre lo faccio ’ (Gv 8.29).

2) Poi l’amore si deve cristallizzare in desiderio ardente di unirci a Lui nella Santa Eucarestia, sentendo vivamente la nostra impotenza e povertà, sospirando a Lui Che solo può fortificarci ed appagare il cuore, ed imitando infine il Suo desiderio di unirSi a noi con il quale disse: ‘Desiderio desideravi hoc Pascha manducare vobiscum.’ (Lc 22.15).

3) In terzo luogo ci dobbiamo preparare con una sincera umiltà, fondata sulla Sua grandezza e santità, e sulla propria bassezza ed indegnità, svuotando il cuore dell’egoismo e aprendolo all’intrata del Divin Re.

Risposta

La risposta da parte nostra alla santa Comunione comporta la preghiera mentale, e poi tutti i quattro tipi di preghiera vocale che abbiamo enumerati sopra.

1) Susseguentemente alla santa Comunione la prima preghiera deve essere un atto di silenziosa adorazione, di annientamento, di intiera donazione di noi stessi a Colui che ci si dà intieramente a noi. Scrive padre Tanquerey: ‘Nulla fa meglio penetrare Gesù nel più intimo dell’anima nostra quanto quest’atto di annientamento di noi stessi; povere creature, è questo per noi il modo di darci a Colui Che è tutto’.

2) Poi parliamo in modo intimo, semplice, affettuoso, ma sempre rispettoso, al Maestro ed all’Amico, Che è allo stesso tempo Dio. Ci apriamo alle Sue comunicazioni Divine, sia alle Sue parole che alle Sue disposizioni interiori ed alle Sue virtù.

3) RingraziamoLo per il dono sublime di Sè Stesso nella santa Comunione, ma anche per tutti i Suoi doni e lumi, nonche per le sofferenze e le croci che Lui, nella Sua onniscienza e nel Suo infinito amore per noi, si degna di affidarci;

4) Ci offriamo e doniamo a Lui come Lui si dona a noi nella santa Comunione, pentendoci del nostro passato e dichiarandoci pronti a fare tutti i sacrifici necessari per trasformare e riformare la nostra vita, sopratutto in un punto particolare, come può essere di superare il vizio dominante o progredire in una determinata virtù;

5) Preghiamo per tutti i nostri cari, per la Chiesa, il papa, e tutte le intenzioni le più pressanti di oggi. ‘Non temiamo di rendere la nostra preghiera universale’ dice padre Tanquerey, ‘quanto più è possibile: è questo in sostanza il miglior mezzo d’essere esauditi.’

‘Infine si termina chiedendo a Nostro Signore’, aggiunge lo stesso pio autore ‘…la grazia di restare in Lui come Egli resta in noi, e di fare tutte e ciascuna delle nostre azioni in unione con Lui, in ispirito di ringraziamento. Si affida a Maria quel Gesù da Lei così ben custodito, perchè ci aiuti a farLo crescere nel nostro cuore; e così, riconfortati dalla preghiera, si passa al lavoro.’

Deo Gratias!

La Santa Eucarestia

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

(sintesi della dottrina raccolta da padre Tanquerey nel suo Compendio della teologia ascetica e mistica)

1. L’Assistenza alla santa Messa

Nella santa Messa viene reso presente il sacrificio di Sè Stesso sul Monte Calvario di Nostro Signore Gesù Cristo. In quanto la santa Messa è identica al santo Sacrificio, lo rende presente in modo reale davanti ai fedeli; in quanto il sacrificio è offerto da Nostro Signore Stesso viene offerto in modo definitivo e perfetto. La santa Messa dà dunque ai fedeli assistenti l’occasione di godere delle grazie che emanano dal santo Sacrificio riccamente, secondo il principio tomista: ‘Più vicino si è alla fonte di una cosa più riccamente si gode della cosa’. Come devono assistere? Chiediamo prima con quale spirito e poi con quale azione.

Con quale spirito devono assisterci dunque? Con uno spirito di modestia, di annichilamento e di umiliazione, di timore reverenziale e devozione di fronte all’infinita Maestà di Dio ed alla Sua morte sacrificale per amore di noi, per quale scopo Si degna con infinita condescendenza ed umiliazione scendere sull’altare ed immolarSi davanti agli occhi di noi, miseri peccatori. Si assiste inoltre con uno spirito di detestazione dei propri peccati che furono la causa della morte sacrificale del Signore.

Con quale azione ci devono assistere? Coll’unirsi al santo Sacrificio del Monte Calvario, offrendo il sacrificio di Se Stesso del Divin Agnello al Padre ed aggiungendo ad esso il sacrificio di sè. Unendoci al Sacrificio, come assistenti alla santa Messa o, più ancora, da celebranti, rendiamo a Dio tutti gli omaggi che Gli sono dovuti, facendo nostri gli omaggi dell’Uomo Dio al Padre Divino.

Come si uniscono i fedeli al Sacrificio? spiritualmente. Il sacrificio infatti viene offerto fisicamente da Nostro Signore, sacramentalmente dal sacerdote, e spiritualmente dai fedeli. Per capire più da vicino come si uniscono spiritualmente al Sacrificio, guardiamo innanzitutto e brevemente, i fini del Sacrificio.

Ora il Sacrificio della santa Messa viene compiuta per quattro fini: per l’ adorazione, il ringraziamento, l’espiazione, e la petizione. I fini, fin quanto vengono espressi in parole, costituiscono inoltre i quattro generi di preghiera vocale. Questa preghiera, essendo offerta nella santa Messa dall’Uomo Dio, rappresenta il paradigma e l’esemplare della preghiera (vocale), o in altre parole La Preghiera in assoluto.

I fedeli si uniscono alla santa Messa unendosi spiritualmente al Sacrificio per questi fini, dunque: per adorare e ringraziare Dio, per espiare i peccati, e per chiedere grazie a Dio, sia per il mondo intiero, che per persone particolari, come per se stessi e per i propri cari.

Si uniscono a questi fini o assimilandoli semplicemente nel cuore, o esprimendoli con le parole della santa Messa. Nel secondo modo compiono in modo insigne i propri obblighi di preghiera vocale.

In di più possono approfittare dell’occasione la più proficua che ci sia per praticare pure la preghiera mentale – cioè la meditazione e la contemplazione: ossia sugli misteri ineffabili che vengono compiuti davanti a loro, e sopratutto sulla Passione e sulla Morte del Signore.

Così facendo i fedeli possono progredire lontano sulle orme della perfezione, ma saremo anche premiati da Dio che risponde generosamente alla nostra devozione. In risposta all’adorazione ed al ringraziamento offertiGli dalla santa Messa, Si china con infinita condescenza verso di noi. Quando Lo adoriamo e ringraziamo, offrendoci a Lui in ispirito di sacrificio e di gratitudine, Si occupa dei nostri interessi spirituali, tra cui la nostra santificazione che occupa il primo posto.

Rispetto all’espiazione, ci elargisce grazie attuali ed il dono della penitenza, e, secondo il concilio di Trento, quando siamo contriti e pentiti, la remissione dei peccati anche i più gravi e di una parte almeno della pena temporale dovuta al peccato – in proporzione delle disposizioni con cui vi assistiamo. La remissione della pena temporale, secondo lo stesso concilio, vale sia per i vivi che per defunti.

Rispetto poi alla petizione ed aià nostri bisogni anche da noi non espressi, Dio ci elargirà tutte le grazie di cui abbiamo bisogno come membri del Corpo mistico: per la salute dell’anima e del corpo, ‘pro spe salutis et incolumitatis suae’, per la salvezza ed il progresso spirituale.

*

Osserva padre Tanquerey: ‘Chiunque entra in questa corrente di preghiera liturgica con le disposizione volute è sicuro di ottenere per sè e per tutti quelli che gli premono le più copiose grazie’. Ciò che è già efficace per i fedeli da soli è tanto più efficace quando assistono alla santa Messa in persona e si uniscono devotamente all’azione sacrificale ed alle intenzioni del Sacerdote e Vittima divina.

La Confessione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

i) Peccati mortali

Il peccato mortale si deve confessare con sincerità ed umiltà:
a) secondo la specie ed il numero;
b) già all’inizio della confessione (non nascondendolo tra peccati veniali o imperfezioni);
c) indicandone la causa e chiedendone il rimedio;
d) suscitando una profonda contrizione col fermo proposito di evitare cadute future assieme alle occasioni.

Dopo l’assoluzione occorre un vivo e abituale sentimento di penitenza col desiderio di riparare l’offesa con una vita austera e mortificata e con un amore generoso.

ii) Peccati veniali deliberati

Questi peccati, commessi nella consapevolezza di offendere Dio, ma preferendo il proprio piacere egoista a Lui, sono grandi ostacoli alla perfezione, soprattutto se sono frequenti e vi si è attaccati. Esempio ne sono la maldicenza, l’attacco alla propria volontà, al proprio giudizio o al giudizio temerario, il nutrire affezioni naturali e sensibili. Tali peccati ci vincolono alla terra e ci impediscono di prendere lo slancio verso l’amore divino.

Anche in questo caso bisogna accusarci a fondo, palesare la natura e le cause dei peccati, principalmente di quelli che maggiormente ci umiliano, pentircene, e fare un proponimento assolutamente di evitarli nel futuro.

iii) Peccati di fragilità

Se è impossibile evitare questo tipo di peccato completamente, possiamo comunque diminuirne la quantità. Nella confessione possiamo indicarne in genere i tipi e la frequenza e poi concentrarci su un tipo, indicandone le cause: come per esempio la distrazione nella preghiera per mancanza di coraggio di rispingerla prontamente. Ne segue il proponimento di combattere questo tipo di peccato, un esame di coscienza particolare ogni giorno a riguardo, con un conto da rendere nella prossima confessione. Impegnandoci in questo modo di combattere seriamente i peccati, anche di fragilità, aumentiamo in noi la grazia e la forza per evitare ulteriori cadute e per perfezionarci nelle virtù.

*

La contrizione

Per suscitare in noi la contrizione basta riflettere sull’offesa che abbiamo recata a Dio ed il danno a noi stessi. Il peccato è sempre una resistenza alla Sua Volontà, un’ingratitudine da parte di un figlio ed un intimo amico. ‘Non è un nemico che mi oltraggia… ma tu, tu che eri come un altro me stesso, il mio confidente ed il mio amico; vivevamo insieme in una dolce intimità.’ (Sal 54.13-5).

Allo stesso tempo il peccato mortale fa perdere l’amicizia di Dio e Lo caccia dall’anima; il peccato veniale, invece, rende meno intima ed attiva in essa questa divina amicizia; impaccia la nostra attività spirituale; ne diminuisce le energie per il bene; aumenta l’amor del piacere e predispone al peccato mortale – ciò che è particolamente chiaro nell’ambito della purezza, dove la linea di confine tra il mortale ed il veniale è tenue, ed il piacere seducente. Che queste considerazioni ci aiutino a pentirci dei nostri peccati e fare un buon proponimento, come abbiamo accennato sopra.

Per assicurarci che possediamo lo spirito di contrizione ci possiamo accusare anche di qualche peccato grave del passato, già confessato, sucitandone di nuovo il pentimento. In questo modo riceveremo l’assoluzione in modo proficuo e purificheremo e fortificheremo la nostra anima con la grazia divina per i combattimenti futuri.

I Sacramenti

+In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Un sacramento non solo dà, restituisce, o aumenta la Grazia santificante, ma presta pure una propria grazia ‘sacramentale’ alla persona. Ciò viene inteso come un vigore speciale della Grazia santificante, o come un diritto a grazie attuali speciali, per poter più facilmente adempire a tempo opportuno i doveri imposti dal sacramento ricevuto.

Il Signore ci dice: ‘Domandate e riceverete’(Mt 7.7) e ‘Tutto ciò che domanderete al Padre nel nome Mio ve lo darò’(Gv 17.23). Ne segue con certezza che se chiediamo in unione col Signore di ricevere più grazie da un sacramento, Dio ce le elargirà. Il frutto sarà più grande se lo chiediamo con ardore: ‘Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia, (cioè la santità) perchè saranno saziati’ (Mt 5.6); più grande sarà anche se lo chiediamo con la generosità pronta a dare tutto a Dio, e rifiutarGli niente.

Mezzi per progredire nella vita spirituale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

I Sacramenti
Un sacramento non solo dà, restituisce, o aumenta la Grazia santificante, ma presta pure una propria grazia ‘sacramentale’ alla persona. Ciò viene inteso come un vigore speciale della Grazia santificante, o come un diritto a grazie attuali speciali, per poter più facilmente adempire a tempo opportuno i doveri imposti dal sacramento ricevuto.

Il Signore ci dice: ‘Domandate e riceverete’(Mt 7.7) e ‘Tutto ciò che domanderete al Padre nel nome Mio ve lo darò’(Gv 17.23). Ne segue con certezza che se chiediamo in unione col Signore di ricevere più grazie da un sacramento, Dio ce le elargirà. Il frutto sarà più grande se lo chiediamo con ardore: ‘Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia, (cioè la santità) perchè saranno saziati’ (Mt 5.6); più grande sarà anche se lo chiediamo con la generosità pronta a dare tutto a Dio, e rifiutarGli niente.

1) La Confessione

i) Peccati mortali

Il peccato mortale si deve confessare con sincerità ed umiltà:
a) secondo la specie ed il numero;
b) già all’inizio della confessione (non nascondendolo tra peccati veniali o imperfezioni);
c) indicandone la causa e chiedendone il rimedio;
d) suscitando una profonda contrizione col fermo proposito di evitare cadute future assieme alle occasioni.

Dopo l’assoluzione occorre un vivo e abituale sentimento di penitenza col desiderio di riparare l’offesa con una vita austera e mortificata e con un amore generoso.

ii) Peccati veniali deliberati

Questi peccati, commessi nella consapevolezza di offendere Dio, ma preferendo il proprio piacere egoista a Lui, sono grandi ostacoli alla perfezione, soprattutto se sono frequenti e vi si è attaccati. Esempio ne sono la maldicenza, l’attacco alla propria volontà, al proprio giudizio o al giudizio temerario, il nutrire affezioni naturali e sensibili. Tali peccati ci vincolono alla terra e ci impediscono di prendere lo slancio verso l’amore divino.

Anche in questo caso bisogna accusarci a fondo, palesare la natura e le cause dei peccati, principalmente di quelli che maggiormente ci umiliano, pentircene, e fare un proponimento assolutamente di evitarli nel futuro.

iii) Peccati di fragilità

Se è impossibile evitare questo tipo di peccato completamente, possiamo comunque diminuirne la quantità. Nella confessione possiamo indicarne in genere i tipi e la frequenza e poi concentrarci su un tipo, indicandone le cause: come per esempio la distrazione nella preghiera per mancanza di coraggio di rispingerla prontamente. Ne segue il proponimento di combattere questo tipo di peccato, un esame di coscienza particolare ogni giorno a riguardo, con un conto da rendere nella prossima confessione. Impegnandoci in questo modo di combattere seriamente i peccati, anche di fragilità, aumentiamo in noi la grazia e la forza per evitare ulteriori cadute e per perfezionarci nelle virtù.

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La contrizione

Per suscitare in noi la contrizione basta riflettere sull’offesa che abbiamo recata a Dio ed il danno a noi stessi. Il peccato è sempre una resistenza alla Sua Volontà, un’ingratitudine da parte di un figlio ed un intimo amico. ‘Non è un nemico che mi oltraggia… ma tu, tu che eri come un altro me stesso, il mio confidente ed il mio amico; vivevamo insieme in una dolce intimità.’ (Sal 54.13-5).

Allo stesso tempo il peccato mortale fa perdere l’amicizia di Dio e Lo caccia dall’anima; il peccato veniale, invece, rende meno intima ed attiva in essa questa divina amicizia; impaccia la nostra attività spirituale; ne diminuisce le energie per il bene; aumenta l’amor del piacere e predispone al peccato mortale – ciò che è particolamente chiaro nell’ambito della purezza, dove la linea di confine tra il mortale ed il veniale è tenue, ed il piacere seducente. Che queste considerazioni ci aiutino a pentirci dei nostri peccati e fare un buon proponimento, come abbiamo accennato sopra.

Per assicurarci che possediamo lo spirito di contrizione ci possiamo accusare anche di qualche peccato grave del passato, già confessato, sucitandone di nuovo il pentimento. In questo modo riceveremo l’assoluzione in modo proficuo e purificheremo e fortificheremo la nostra anima con la grazia divina per i combattimenti futuri.

 

Le indulgenze

+In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Introduzione

Abbiamo già fatto notare che un qualsiasi atto buono compiuto in istato di Grazia per un fine sovrannaturale possiede un triplice valore: meritorio, sodisfattorio, ed impetratorio. Il valore sodisfattorio comprende a sua volta un triplice elemento: di propiziazione (rendendoci propizi a Dio ed inclinandoLo a perdonarci); di espiazione (cancellando colpa); e di sodisfazione nel senso stretto (annullando in parte o in tutto la pena dovuta al peccato).

Se ogni atto buono ha il valore di annullare, fino ad un certo grado, la pena dovuta al peccato, ad alcuni atti buoni in particolare viene prestato dalla Santa Madre Chiesa questo valore in modo formale. Questi atti si chiamano ‘indulgenziati’.

Per guadagnare l’indulgenza che accompagna un tale atto occorre l’intenzione almeno generale di approfittarne. L’indulgenza la può applicare il fedele a se stesso o ai defunti.

Ci sono due tipi di indulgenze: l’indulgenza plenaria e quella parziale. Il primo tipo libera la persona in questione di tutta la pena dovuta ai propri peccati e può essere guadagnata solo una volta al giorno; la seconda la libera in modo parziale e può essere guadagnata più volte al giorno.

L’Indulgenza plenaria in genere

Per guadagnare l’indulgenza plenaria, si devono compiere inoltre all’atto stesso le tre condizioni seguenti:
1) la Confessione sacramentale;
2) la santa Comunione;
3) preghiere per il santo Padre (bastanno un Pater ed un Ave).

Note:
i) Queste tre condizioni si possono compiere anche nei giorni prima o dopo l’atto, anche se conviene comunicarsi e pregare per il santo Padre il giorno stesso dell’atto indulgenziato;
ii)  una sola Confessione vale per indulgenze plenarie su più giorni, mentre le altre condizioni si devono ripetere ogni volta che si vuol guadagnare l’indulgenza;
iii)  la persona deve essere priva di qualsiasi aderenza al peccato, pure veniale. Se invece la persona è attaccata al peccato o se l’atto o le condizioni vengono compiuti solo parzialmente, l’indulgenza sarà, anche essa, solo parziale;
iv)  normalmente quando l’atto consiste in una visita ad un luogo, si reciti durante la visita il Credo ed il Pater; quando la visita è legata ad un determinato giorno, si può farla da mezzogiorno della veglia fino a mezzanotte del giorno stesso.

Procediamo offrendo ora un elenco delle indulgenze individuali che si possono guadagnare:
1) quotidianamente;
2) su deteminati giorni; e
3) in determinate circostanze.

Indulgenze plenarie concesse:

1. Quotidianamente
a) Rosario in chiesa o in oratorio, in famiglia, in comunità religiosa etc;
b) Adorazione eucaristica per almeno 30 minuti;
c) Via Crucis davanti stazioni legitimamente erette, o quella papale per radio o televisione;
d) Lettura (o ascolto) della sacra Scrittura per almeno 30 minuti;
e) Recita dell’Akathistos (almeno una parte sostanziosa).

2. In determinati giorni
a) Fine anno: partecipazione devota, in una chiesa o oratorio, al canto o alla recita solenne del Te Deum;
b) Capo d’anno: lo stesso per Veni Creator;
c) Settimana per l’unità dei cristiani: assistenza ad una ceremonia ed alla conclusione;
d) nei Venerdì di Quaresima: dopo la S. Comunione davanti ad un crocifisso la recita di En ego… (Eccomi…)
e) Giovedì santo: alla fine della S. Messa in Coena Domini recita pia del Tantum ergo;
f) Venerdì santo: partecipazione pia alla venerazione liturgica della Croce;
g) Sabato santo (o nell’anniversario del battesimo): rinnova liturgica delle promesse battesimali;
h) Pentecoste: Veni Creator (come (b) sopra);
i) Corpus Domini: partecipazione pia alla processione;
j) Festa dei SS. Pietro e Paolo: visita ad una basilica minore o ad una cattedrale (recitando un Credo ed un Pater); o l’uso devoto di un oggetto pio benedetto da un vescovo: cioè rosario, crocifisso, croce, scapulare, o medaglie, recitando una formula di professione di Fede;
k) Festa del Sacro Cuore: recita pubblica dell’atto di Riparazione al Sacro Cuore;
l) 2 agosto (Porziuncula): visita di una basilica, cattedrale, o chiesa parrochiale (recitando piamente un Credo ed un Pater).
m) 1-8 novembre: visita devota ad un cimitero, pregando per i defunti.
n) 2 novembre (o in altro giorno in cui la Festa di Tutti i defunti viene spostata, o che viene stabilito dall’Ordinario): visita pia ad una chiesa o oratorio (recitando piamente un Credo ed un Pater).
o) Festa di Cristo Re: recita pubblica della Consecrazione del genere umano a Cristo Re.

3. In circostanze particolari
a) In articulo mortis: la benedizione apostolica. Viene raccomandato l’uso di un crocifisso o di una croce. L’ indulgenza vale anche se il moribondo ha già lucrato un’altra indulgenza plenaria lo stesso giorno. Se un sacerdote non può assistere, la Santa Madre Chiesa elargirà l’indulgenza anche senza le tre solite condizioni, se il fedele è ben disposto ed era abituato a pregare.
b) Pia assistenza fisica, per televisione, o per radio, alla recita papale del Rosario o alla benedizione papale Urbi et Orbi, o alla benedizione del proprio vescovo secondo la formula prescritta,
c) Prima S. Messa pubblica di un sacerdote; nonché quella del 25. 50. 60. o 70. anniversario dopo l’ordinazione sacerdotale, rinnovando la risoluzione di compiere fedelmente i doveri; similmente per l’ anniversario 25. 40. 50. dell’ordinazione episcopale di un vescovo. L’ indulgenza vale per il ministro sacro come anche per i fedeli assistenti.
d) Partecipazione religiosa al rito di chiusura di un congresso eucaristico.
e) Assistenza ad una celebrazione liturgica per il fondatore di un istituto di vita consecrata e società di vita apostolica (recitando piamente un Credo ed un Pater).
f) Assistenza nell’anno susseguente ad una canonizzazione o beatificazione, alle solennità nel onore del nuovo santo o beato in una chiesa o un oratorio (recitando piamente un Credo ed un Pater).
g) Visita, nel giorno della festa del titolare, di una basilica minore, una cattedrale, un santuario (internazionale, nazionale o diocesano), o una chiesa parrochiale (recitando piamente un Credo ed un Pater).
h) Esercizi spirituali di almeno 3 giorni interi.
i) Rinnova delle promesse battesimali nell’anniversario del battesimo.
j) Atto di consecrazione di una famiglia al Sacro Cuore o alla Sacra Famiglia (se possibile con un sacerdote o diacono), recitando una formula approvata davanti all’ immagine rispettiva.
k) Visita ad un altare o ad una chiesa il giorno della dedica (recitando piamente un Credo ed un Pater).
l) Partecipazione agli uffici di una chiesa il giorno che è ‘stazione’.
m) Partecipazione pia alla celebrazione di una giornata mondiale destinata ad un fine religioso (come per la gioventù).
n) Visita ad una delle quattro basiliche patriarcali di Roma, o con altri pellegrini e esprimendo durante la visita la sottomissione filiale al santo Padre; visita ad un cattedrale durante la celebrazione liturgica della Sede di San Pietro o il giorno della dedica dell’arcibasilica di San Salvatore Laterano (recitando piamente in ogni caso un Credo ed un Pater).
o) Ricezione della, o assistenza pia alla, prima Santa Comunione.
p) Assistenza ad alcune predicazioni della sacre Missioni ed alla chiusura solenne.
q) Pia visita alla chiesa dove si tiene un sinodo diocesano (recitando piamente un Credo ed un Pater).
r) Visita a basilica minore o santuario (internazionale, nazionale o diocesano) una volta l’anno in un giorno scelto dal fedele (recitando piamente un Credo ed un Pater).
s) Assistenza ad un ufficio celebrato dal Visitatore il giorno della Visita pastorale.

Indulgenze parziali

a) Santa Eucarestia e contrizione
Visita al Santissimo, preghiera approvata davanti al Santissimo (come Tantum ergo), Comunione spirituale, ringraziamento dopo la santa Comunione; esame di coscienza (sopratutto per prepararsi alla Confessione), atto di contrizione secondo una formula legittima.

b) Preghiere
Recita del Rosario (a parte di 1a e 3b sopra), Magnificat, Angelus, Regina Caeli, Salve Regina, Sub tuum etc.; preghiera approvata all’Angelo custode, a san Giuseppe, ai santi Pietro e Paolo, al santo del giorno; preghiera mentale; recita pia del Credo o un atto di Fede, Speranza, o Carità secondo una formula approvata; recita di un piccolo ufficio approvato; preghiera approvata per il santo Padre, per il vescovo, o per i benefattori; preghiera approvata di supplica o di ringraziamento: all’inizio o alla fine del lavoro, del pasto, e della giornata; rinnovamento delle promesse battesimali; preghiere della Chiesa orientale.

c) Devozioni e atti pii
Segno di croce devoto, uso devoto di un oggetto pio benedetto (cfr. 2j sopra) da un sacerdote o diacono; lettura o ascolto della sacra Scrittura per meno di una mezz’ora; pia invocazione durante il compimento dei doveri o nell’avversità; atto di misericordia; atto di astinenza, testimonianza di Fede.

d) Visite ed impegni
Ritiro/riflessione mensile, assistenza alla predicazione della Parola di Dio; visita ad una chiesa o ad un oratorio durante le solennità in onore di un nuovo santo o beato; preghiera approvata per l’unità dei cristiani; partecipazione ad una novena o alle litanie approvate; visita ad un cimitero pregando per i defunti; la recita del Requiem Aeternum, delle lodi o del vespro dell’ufficio dei defunti; visita pia alle catacombe.

Consigli generali

a) alzandosi la mattina conviene fare l’intenzione di guadagnare tutte le indulgenze possibili durante la giornata;

b) a coloro che si confessano almeno ogni due settimane, ed ogni giorno comunicano e recitano il santo Rosario in chiesa (o adorano il Santissimo per almeno una mezz’ora), viene consigliato di aggiungere un Pater ed un’Ave per il santo Padre, per poter guadagnare ogni giorno l’indulgenza plenaria.

Deo Gratias!

Il merito

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il merito è uno dei tre valori che possiede ogni atto buono libero e compiuto nello stato di Grazia per un fine sovrannaturale. Il merito aumenta la Grazia in noi ed il diritto alla gloria celeste; il valore sodisfattorio cancella la colpa del peccato e ne annulla la pena dovuta; il valore impetratorio invece costituisce una domanda di nuove grazie, essendo ogni buon atto simile ad una preghiera a Dio per i propri bisogni o per quelli dei nostri cari.

Più da vicino, il merito è un diritto ad una ricompensa per un’opera compiuta solo su questa terra, perchè, essendo libero, non può comprendere la nostra operazione in Paradiso o la nostra sofferenza in Purgatorio, dove non abbiamo più la scelta tra l’ amare Dio o meno. La ricompensa è celeste ed eterna, come conviene all’Agente principale dell’opera Che è Dio, ed alla deiformità della nostra vita e collaborazione con Lui. Il grado del merito viene determinato dagli elementi seguenti:
1) la santità del soggetto;
2) l’intenzione
3) il fervore con cui agisce; e
3) il tipo di opera che compie.

1. La Santità del soggetto

Il grado di santità del soggetto corrisponde al grado di unione a Nostro Signore Gesù Cristo. Piu vicini siamo alla fonte di Grazia, il Capo del Corpo Mistico, più pienamente ci elargirà la Sua Grazia, e più pienamente opererà in noi. Qua si verifica la parola di San Paolo (Gal 2.20): ‘Io vivo, non più io, ma vive in me Cristo’. In conclusione possiamo dire: Più valore ha la persona, più valore l’opera.

2. L’Intenzione

L’intenzione è la qualità principale dei nostri atti, anche se il valore morale dipende anche dal tipo di atto che si compie. Così per esempio un aborto deliberato compiuto per una buona intenzione non può mai essere un atto buono. Dato, però, che il tipo di atto non sia oggettivamente sbagliato, l’intenzione è ‘l’occhio’ che illumina l’atto e lo dirige al debito fine; è l’anima che lo ispira e che lo dà valore al cospetto di Dio. ‘Si oculus tuus erit simplex, totum corpus lucidum erit’.

Questa intenzione può essere o attuale o virtuale, (cioè esplicito o implicito), e San Tommaso ritiene che un qualsiasi atto lecito compiuto nello stato di Grazia sia un atto di Carità, almeno virtuale, e dunque anche meritorio. Ogni atto buono infatti si riconduce ad una virtù, ed ogni virtù converge alla Carità, essendo essa la regina che comanda a tutte le virtù. Così anche mangiare per rifarsi le forze è meritorio. Ma è pur vero che se vogliamo che i nostri atti divengano meritori quanto più possibile, occorre un’ intenzione attuale: più pura l’intenzione, più grande sarà il merito. Se mangiare per rifarsi le forze è già meritorio, sarà chiaramente più meritorio mangiare per rifarsi la forze per meglio lavorare per Dio e per le anime.

Essendo la Carità la regina delle virtù ne segue anche che l’intenzione attuale più perfetta è quella della Carità: più perfetta della speranza ed il timore; più perfetta di ogni altra intenzione.

L’intenzione attuale bisogna rinnovare spesso, perchè, essendo la volontà e la memoria dell’uomo deboli e volubili, possiamo divertire l’intenzione anche durante lo stesso atto, e ciò che abbiamo cominciato per amore di Dio, viene contaminato o deviato dalla diritta via dall’egoismo, dalla curiosità, o dalla sensualità (per evocare la triplice concupiscenza). Come spiega il padre Tanquerey: ‘Quando una nave salpando da Genova fa rotta per New York, non basta dirigere la prora una volta per sempre verso questa città, ma poichè la marea, i venti, e le correnti tendono a farla deviare, bisogna continuamente ricondurla, per mezzo del timone, verso la meta. Così è della nostra volontà: non basta ordinarla una volta, e neppure ogni giorno, a Dio’.

Facciamo notare che per aumentare i meriti è possibile aggiungere intenzioni alle nostre azioni oltre alla Carità, come quella di docilità verso superiori, espiazione per peccati passati, riconoscenza a Dio – ma non è prudente farlo a costo di perdere la pace dell’ anima. Padre Tanquerey suggerisce che è meglio ‘abbracciare quelle che spontaneamente ci si presentano e subordinarle alla Divina Carità.’

3. Il Fervore

Il fervore o l’intensità con cui si opera è un altro fattore che aumenta il merito di un nostro atto. Ovviamente si può operare con poco sforzo, con negligenza, oppure con slancio e persino con tutta l’anima. Senza dubbio un’anima fervorosa può guadagnare ogni giorno una quantità grande di meriti e divenire in poco tempo molto perfetto. ‘Perfezionatosi in breve, compì una lunga carriere – consummatus in brevi, explevit tempora multa (Sap 4.13).

4. L’Atto

Il tipo di atto è rilevante al merito che si guadagnerà. Abbiamo già visto che un atto di Carità sarà più meritorio di atti di altre virtù. Chiaramente anche la grandezza e la durata dell’atto influirà sul merito. Una grande donazione avrà più merito di una piccola (della stessa persona); soffrire per una giornata avrà più merito che non per un’ora.

Il merito si aumenterà anche dalla difficoltà dell’atto: in quanto richiederà maggior amor di Dio o sforzo più energico e sostenuto. Così resistere ad una tentazione violenta è più meritorio che non resistere ad una leggera; praticare la dolcezza per un collerico sarà più meritorio che non per un timido.

*

Per santificare noi stessi bisogna dunque prima santificare le nostre azioni. I meriti ce li guadagniamo sempre quando siamo nello stato di Grazia, ma ce ne possiamo guadagnare molti di più, se agiamo con un’intenzione attuale e ripetuta, con fervore e generosità, con perseveranza ed energia: se in fine con ogni nostra azione ci impegniamo ad amare Dio o il prossimo in Dio con tutta l’anima. Così sfruttiamo degli atti più comuni della vita per ottenere grandi cose. Non erano d’altronde gli atti del Nostro Divin Redentore e quelli della Sua Santissima Madre a Nazareth anche loro solo atti ‘comuni’?

‘Dal primo svegliarsi del mattino fino al risposo della sera’,
scrive Padre Tanquerey, ‘centinaia sono gli atti meritori che un’anima raccolta e generosa può compire; perchè non solo ogni azione, ma, quando si prolunga, ogni sforzo per farla meglio, per esempio, per cacciar le distrazioni nella preghiera, per applicare la mente al lavoro, per schivare una parola poco caritatevole, per rendere al prossimo il minimo servizio; ogni parola ispirata dalla Carità; ogni buon pensiero da cui si trae profitto; in una parola, tutti i movimenti interni dell’anima liberamente diretti verso Dio sono altrettanti atti meritori che fanno crescere Dio e la Grazia nell’anima nostra… non c’è mezzo più efficace, più pratico, più facile a tutti per santificarsi… per elevare in breve tempo un’anima al più alto grado di santità.’

Il mezzo pratico di convertire a questo modo tutti i nostri atti in meriti è di:
1) raccoglierci un momento prima di operare;
2) rinunziare ad ogni intenzione naturale e cattiva;
3) unirci a Nostro Signore, nostro Modello e Mediatore;
4) offrire l’azione a Dio per mezzo di Lui.

La difficoltà della vita spirituale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La vita umana è una lotta. Noi, deboli e miseri, siamo mandati via su una strada stretta e pericolosa attraverso un terreno pieno di nemici, coll’avvertimento: ‘Siate perfetti!’ Bisogna esserlo pure, perchè il nostro compito è niente meno che di raggiungere il Paradiso: idealmente senza passare neanche per il Purgatorio.

Il primo nemico di noi siamo noi stessi, cioè la natura umana caduta: la Carne: la triplice concupiscenza: la concupiscenza degli occhi che cerca immoderatamente di possedere oggetti ed informazioni, ossia con avarizia o con curiosità; la concupiscenza della carne (nel senso stretto) che cerca di soddisfare immoderatamente i sensi, le emozioni, l’immaginazione, e la fantasia; la concupiscenza della propria eccellenza, cioè ‘la superbia della vita’ (o semplicemente la superbia), che cerca di adorare e glorificare se stessi al luogo di Dio.

La triplice concupiscenza viene assecondata dalle altre facoltà dell’anima, ferite anche loro dal Peccato Originale: l’intelletto che fa fatica a mantenersi nella contemplazione del Vero oggettivo: nella contemplazione di Dio e delle cose di Dio – ma cade spesso nell’errore e nelle cose di questo mondo; e la volontà, riluttante a sottomettersi all’ordine del Bene oggettivo: ai precetti di Dio e quelli della santa Madre Chiesa.

Il secondo nemico dell’uomo è il Mondo, che è niente altro che il luogo di fioritura della natura caduta e manifestazione esterna del disordine perverso interno, di cui i figli, vivendo sfrenatamente la triplice concupiscenza, seducono l’individuo a partecipare alla vita loro, o lo terrorizzano se rifiuta. Il terzo nemico è il demonio stesso, creatore e maestro della natura caduta, e principe del Mondo.

Inoltre al male morale verso il quale l’uomo è violentamente spinto sia da dentro che da fuori, viene in aggiunta il male fisico e psicologico, conseguenze ulteriori del Peccato Originale. Una madre si rallegra alla nascita del figlio, ma, come fa notare Lucrezio, il bambino nasce piangendo: la vita come lo illustra il Re Salomone nel libro Ecclesiastico, si caratteriza infatti di sofferenza e di morte, d’incostanza, delusioni, ingiurie, fallimenti, umiliazioni, perdite di ogni tipo, contro tutto del quale bisogna coraggiosamente far fronte, superando ciò che possiamo superare ed accettando il resto. Tutto passa, tutto perisce quaggiù: solo Dio rimane, solo Dio è, assieme alla Sua Parola Eterna.

Solo alzando la mente ed il cuore verso di Lui, quindi, e verso la Sua Santissima Madre possiamo ottenere la stabilità e la pace. L’intelletto e la volontà, malgrado il loro indebolimento, mantengono comunque un orientamento verso Dio: come il Vero Assoluto e il Bene Infinito: Che ci fornisce delle regole per attraversare il terreno ostile di questa vita e la forza per lottare contro il male.

La lotta alla quale si riduce tutta la lotta quaggiù è quella interna, perchè il Mondo ed il demonio non fanno altro che stuzzicare e sollecitare le tendenze peccaminose e le concupiscenze che già si trovano dentro l’uomo. La lotta è dunque quella tra le facoltà inferiori e superiori dell’anima: tra la Carne e lo Spirito, tra l’uomo vecchio, soggetto al Peccato Originale, e l’uomo nuovo dotato dalla Grazia.

Ma l’uomo nuovo che possiede la buona volontà sicuramente vincerà: perchè non sopporterà a nessun costo di perdere Dio dalla propria anima: il suo Bene supremo, il Bene supremo in assoluto; e Dio lo assisterà nella lotta: Qui docet manus meas ad proelium: anzi lotterà in lui e gli presterà una collaborazione a questa lotta assieme ad una copia di meriti che gli dà diritto ad un premio e ad una gloria sempiterni.

Dio e lui sono infatti strettamente uniti: ‘Voi in Me ed Io in voi’ (Gv 14.20), ‘Rimanete in Me ed Io in voi’ (Gv 15.4): l’uomo nuovo vivendo in Cristo in quanto membro del Suo Corpo Mistico; e Cristo vivendo in lui per la Grazia, col Suo amore, con le Sue virtù, coi Suoi doni, con le Sue grazie, le Sue dolci comunicazioni e comunione per assisterlo nel viaggio verso l’Eternità.

Dall’uomo vecchio non ci possiamo mai completamete liberare; lo possiamo solo indebolire ed incatenare, fortificandoci contro i suoi assalti brutali con le virtù, i sacramenti, e la preghiera. Da principio la lotta sarà violenta; dopo, più calma, mentre progrediamo lentamente ad uno stato paragonabile all’Integrità Originale prima della Caduta, quando le facoltà inferiori dell’anima erano ancor sotto il controllo completo della ragione, e l’intelletto e la volontà fissi in Dio.

Così goderemo di una pace maggiore, presagio della vittoria definitiva. ‘Ormai non sento in me nè grandi gioie nè grandi afflizioni’ scrive santa Teresa d’Avila (Vita 40. 22), ‘Se alle volte ne provo qualcuna, passa… presto… Anche se volessi rallegrarmi di quel contento o rattristarmi di quella pena, mi sarebbe impossibile… Il Signore ormai si è degnato di svegliarmi a quella vita in cui non si provano tutti quei sentimenti che prima erano in me così vivi, appunto perchè non ero nè mortificata, nè morta alle cose del mondo, e non vuole più che io ricada nella mia passata cecità.

Quando infine avrò combattuto la buona battaglia, terminato la corsa, conservato la Fede (2 Tim 4.7-8), vedrò Colui per Cui ho combattuto, Che ha combattuto con me ed in me, Che m’ha portato Lui Stesso al termine della corsa, Che m’ha conservato la fede: e Lui mi incoronerà della ‘corona della giustizia’ e mi darà il premio che sarà Lui Stesso, alla gloria del Suo Santissimo Nome. Amen.

La vita spirituale e Cristo

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Qual’è il rapporto tra la vita spirituale e Nostro Signore Gesù Cristo?

1) Cristo è il Capo del Corpo Mistico che è la Chiesa; noi ne siamo le membra, e dunque viviamo la vita spirituale in Lui;

2) Cristo ci ha redenti tramite la Morte in croce, e perciò ha meritato per noi la vita spirituale e tutto ciò che comporta;

3) Cristo ci ha mostrato con le Sue dottrine e col Suo esempio come vivere, e perciò è anche Insegnante e Modello di questa vita.

In sintesi Nostro Signore è al contempo principio vitale e meritorio, come anche Insegnante e Modello, della vita spirituale. Per quello abbiamo il diritto ed il privilegio del tutto gratuito di chiamare la vita spirituale ‘la Vita Cristiana’.

1. Cristo, principio vitale

Ego sum vitis, vos palmites, dice il Signore (Gv 15.5): Io sono la vite, e voi i tralci. Questa parola significa che noi facciamo parte di Lui; che la nostra vita fa parte della Sua vita; e che riceviamo la nostra vita da Lui come i tralci della vite ricevono la propria vita dal ceppo a cui sono uniti.

Ma Cristo non è solo la fonte della nostra vita spirituale, bensì anche il Capo. Ciò significa che Lui ha la preminenza su di noi; che ci dirige e muove; e che Lui ci anima e vivifica con i Suoi doni, con le Sue virtù e grazie. ‘Abbiamo visto la Sua gloria’ (Gv 1.14 e 16) … ‘come l’Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità… Dalla Sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto, e grazia su grazia’. Il Concilio di Trento aggiunge (S.6 c.8): ‘Cristo Gesù come capo verso le membra… fa scorrere la virtù sui battezzati in modo costante’.

Ora, in virtù dell’unione intima a Nostro Signore della quale godiamo come membra del Suo Corpo Mistrico, possiamo non solo vivere, ma anche meritare, in Lui e con Lui. Questo è vero delle nostre sofferenze: ‘Se partecipiamo ai Suoi patimenti ‘ dice san Paolo (Rom 8.17), ‘sarà per partecipare alla Sua gloria’. Ma sono meritorie non solo le nostre sofferenze, bensì anche tutti i nostri atti cristiani compiuti nello stato di Grazia, e meglio sono compiuti, più sono meritori.

2. Cristo, principio meritorio

‘A causa della tanto grande carità con cui ci amò’, (dichiara lo stesso Concilio, S. 6.7) ‘la Sua Santissima Passione sul legno della croce ci meritò la giustificazione e sodisfece per noi.’ La Sua Morte ci ha donato infatti la stessa vita spirituale, di cui non avremmo potuto godere altrimenti; ci ha elargito i sacramenti, in primo luogo il battesimo che ci toglie il Peccato Originale ed è la porta a tutti gli altri, e poi la Confessione e la santa Messa dove ci comunica sempre più grazie. A parte queste grazie ci saranno innumerevoli altre con cui ci elargisce per progredire nella santità. Nelle parole di san Paolo: Dio ci benedisse in Cristo con ogni sorta di benedizione spirituale (Ef 1.3) Benedixit nos in omni benedictione spirituali in caelestibus in Christo Jesu‘ – ‘grazie di conversione’ commenta padre Tanquerey, ‘ grazie di perseveranza, grazie per resistere alle tentazioni, grazie per trarre profitto dalla tribolazione, grazie di consolazione, grazie di rinnovamento spirituale, grazie di nuova conversione, grazie di perseveranza finale’. Tutto Egli ci meritò, e ci assicura inoltre che tutto ciò che chiederemo al Padre in Suo Nome, vale a dire appoggiandoci sui Suoi meriti, ci sarà concesso.’

3. Cristo, Insegnante e Modello della Vita spirituale

Nel Discorso della montagna, nelle parobole, in tutte le Sue sante istruzioni, il Signore inculcava costantamente un corpo di dottrine così comprensivo e perfetto, che, chiarificato ed approfondito dalla Chiesa e dai suoi Dottori attraverso i secoli, ha bastato per santificare una quantità innumerevole di fedeli.

Quanto all’esempio che ci ha lasciato della propria vita, sant Agostino fa osservare che coloro che gli uomini avevano sotto gli occhi erano troppo imperfetti da servire da modelli, mentre Dio, Che è la Santità stessa, a loro sembrava troppo distante. E allora l’Eterno Figlio di Dio si fa uomo e ci mostra coi Suoi esempi come si può perfezionarsi su questa terra.’Ecco il mio Figlio, nel quale Mi sono compiaciuto’, dice Dio Padre al Battesimo ed anche alla Trasfigurazione. Ci invita con questa frase di imitare Suo Figlio, per divenire anche noi l’oggetto della Sue Divine compiacenze. ‘Impara da Me, che sono mite ed umile di cuore’ dice il Signore (Mt 11.21). ‘Vi ho dato l’esempio perchè come ho fatto io, facciate anche voi’ (Gv 13.15). Cos’è, infine, la vita spirituale (nel senso morale) se non l’imitazione di Cristo?

Imitando le virtù e le azioni del Nostro Divin Modello, progrediamo nella vita spirtuale, dunque, ma anche meramente meditandole. Meditando la Sua umiltà, purezza, mortificazione e tutte le altra Sue virtù siamo eccitati ad imitarle non solo per la forza persuasiva della Sua Persona, ma anche per l’efficacia delle grazie che ci meritò praticandole. Lo stesso vale per gli avvenimenti della Sua vita Divina terrestre. Meditando l’Incarnazione impariamo a rinunziare a noi stessi ed unirci alla Divina Volontà; meditando sulla crocifissione impariamo a crocifiggere la carne e le sue concupiscenze; meditando sulla Morte impariamo a morire al peccato.

*

In sintesi, noi viviamo in Lui come membra del Suo Corpo Mistico; Lui vive in noi per la Grazia; ci ha dato tutti i mezzi necessari per imitarLo, anzi per trasformarci in Lui, cosi che possiamo dire con san Paolo: Vivo non più io, ma vive in me Cristo (Gal 2.20); e dire con le parole del Canone Romano: per Lui, con Lui, e in Lui rendiamo ogni onore e gloria a Dio Padre onnipotente, nell’unità della Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen:  Per Ipsum, et cum Ipso et in Ipso est Tibi, Deo Patri Omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti, omnis honor et gloria, per omnia saecula saeculorum. Amen.

La grandezza della vita spirituale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Guarda davanti a questo liceo agli allievi che stanno qua oziosi. Ascolta i loro discorsi inutili, volgari ed osceni, le loro risate. Guarda negli occhi quando tacciono, e dimmi cosa vedi là: non è il vuoto, la desolazione, la morte? Guarda invece quest’altro in disparte che non partecipa alle loro conversazioni. Guardane la modestia e mitezza. Negli occhi non c’è una luce? Nel sorriso non c’è la bontà e la pace? – come se conoscesse, possedesse, anzi, come se già vedesse qualcosa o qualcuno più grande di tutto ciò che trascorre davanti, di tutto ciò che c’è in questo mondo finito e passeggero?

L’anima nello stato di Grazia che crede in Dio Santisima Trinità, che ama Lui con la Divina Carità ed il suo prossimo in Lui, brilla di una meravigliosa bellezza che presta poi alla persona intiera. I Padri lo paragono a cera molle nella quale è impressa il sigillo della Divina Somiglianza, o (secondo san Basilio) a quei corpi trasparenti che, ricevendo la luce del sole, ne sono come penetrati, e acquistano e diffondono tutto intorno a loro un incomparabile fulgore. Così l’anima in istato di Grazia, simile ad un globo di cristallo, illuminato dal sole, riceve la Luce Divina, risplende di vivo fulgore, e lo trasmette intorno a sè. Similmente l’immagine che abbiamo già visto del ferro immerso nell’ardente braciere, esprime non solo il modo in cui Dio si unisce all’anima e le presta la propria somiglianza, ma anche la profonda penetrazione di Dio nel più intimo dell’anima, lo splendore, l’ardore, e la pieghevolezza dell’anima alle Divine ispirazioni.

La Grazia è per essenza assolutamente sovrannaturale ed eleva la natura e l’operazione dell’uomo ad un livello a cui non ha nessun diritto, ne facoltà di raggiungere. Quale creatura infatti potrebbe mai pretendere il diritto di divenire figlio adottivo, amico, e tempio di Dio; di conoscere, amare, e possedere Lui nella Sua più intima natura e poi di vederLo faccia a faccia per tutta l’eternità? Scoprire lo Stesso Dio Trinitario nell’anima non è altro che scoprire il tesoro nascosto nel campo. Non è questo possesso il maggior bene di cui possiamo godere quaggiù, per il quale dovremmo essere pronti a sacrificare tutto ciò che abbiamo?

Mai rischiamo di perdere Dio dalla nostra anima tramite il peccato mortale: di perdere l’immagine del Suo sigillo sull’anima, di perdere la luce del Suo sole, il calore del Suo amore; di scambiarli con il vuoto, la desolazione, e la morte. Anzi, non rischiamo pure di offuscare o diminuirli neanche con il peccato veniale o con qualsiasi imperfezione. Santa Teresa d’Avila vedeva in una visione il Signore nell’anima come in uno specchio, e capiva come il peccato oscura quello specchio; in un’altra visione vedeva Lui come ‘un splendidissimo diamante, molto più grande dell’Universo’ e disse ‘Tutto ciò che noi facciamo si riflette in questo diamante, perchè racchiude in sè ogni cosa… mi è di afflizione profonda il pensiero che in quella purissima chiarezza si riflettevono cose tanto abbominevoli come sono i miei peccati’.

Con quale premura bisogna dunque coltivare la Vita Divina in noi: per rendere ogni giorno l’immagine Divina nell’anima più rassomigliante al suo Divin Esemplare; per far splendere la Sua Luce più chiaramente in noi; per farci penetrare più intimamente e profondamente dal fuoco divorante dell Divinità; per farci infine più degni di vivere la vita in Lui: la Verità, la Bontà e la Bellezza Diamantine, Infinite, ed Eterne.

Fare questa opera di perfezionamento e di santificazione su di noi stessi è già nel nostro interesse spirituale, in quanto la nostra eterna Beatitudine corrisponderà ai meriti che avremmo guadagnati così. Ma più di quello dobbiamo a Dio tutti gli sforzi che possiamo fare per tre altri motivi: per giustizia, per divenire templi degni per contenere lo Spirito Santo: ‘Alla Vostra Casa conviene la santità per la lunghezza dei giorni – Domum tuam decet sanctitudo in longitudine dierum‘ (sal.92); per riconoscenza alla Sua infinita generosità verso di noi – essendo il modo migliore per mostrare la gratitudine verso un benefattore l’utilizzare un beneficio per il fine per cui ci è stato concesso. Ma ancor più di quello il nostro motivo deve essere l’amore: perchè ci ha creati e redenti, perchè è morto per noi, e Si è dato a noi sacramentalmente nella santa Eucarestia, e spiritualmente con la Grazia, in modo del tutto gratuito, in anticipo della Sua unione definitiva a noi in Cielo. Amen.

La natura della vita spirituale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

(sintesi del trattamento di Padre Adolfo Tanquerey, nel Compendio di teologia ascetica e mistica)

‘Se uno Mi ama, osserverà la Mia parola, e il Padre Mio lo amerà, e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui’ (Gv. 14.23). Queste parole esprimono l’abitazione della Santissima Trinità nell’anima del giusto – ciò che avviene quando una persona è nello stato di Grazia.

Dio è già presente nell’anima in modo naturale, dove Egli è Creatore e Sovrano Padrone, e noi siamo i Suoi servi, la Sua proprietà; ma con la Grazia dei sacramenti, soprattutto del battesimo e della penitenza, Egli entra nell’anima in modo sovrannaturale, per stabilire una relazione diretta tra l’anima e Se Stesso come è nella Sua intima natura: come la Santissima Trinità.

Cos’è la Grazia? La Grazia è una qualità dell’anima che la rende partecipe della vita stessa di Dio, come un pezzo di ferro, tenuto dentro le fiamme, assume il calore ed il colore del fuoco. L’anima, anzi la persona umana intiera, diviene in seguito partecipe della vita divina, o ‘consorte della natura divina’ secondo l’espressione di san Pietro. In quanto tale non d i v i e n e Dio o uguale a Dio, ma solo simile a Lui: ‘deiforme’.

La Grazia rende Dio presente all’anima nella Sua essenza, in modo vero e reale, tale di essere posseduto, visto, ed amato direttamente dall’anima. Si tratta dunque dell’unione dell’anima a Dio nel possesso, nella visione, e nell’amore per Lui, che è in sostanza dello stesso genere dell’unione che avviene in Cielo: l’unione della Visione Beatifica. La prima unione è dello stesso genere del secondo, dunque, ed è anche orientata a trasformarsi in essa nel corso del tempo.

Dentro l’anima Dio è presente, ossia è presente con tutte le operazioni delle Tre Persone Divine: Il Padre genera il Figlio; il Padre ed il Figlio si amano a vicenda infinitamente; da questo amore procede lo Spirito Santo, vincolo reciproco dei Due, ma distinto da loro.

La Santissima Trinità è presente in noi non solo nella Sua essenza, però, ma anche moralmente: per assisterci come Padre, Figlio, e Spirito Santo nel nostro cammino verso il Cielo.

Egli è il nostro Padre e noi siamo i Suoi figli adottivi: adottivi non nel senso legale ed artificioso, però, ma in senso reale. ‘Ha dato potere di divenire figli di Dio’ (Gv 1.12); ‘… per essere chiamati figli di Dio e lo siamo realmente’ (1Gv 3.1). ‘Abbiamo infatti ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo ‘Abba Padre’… e se siamo figli, siamo anche eredi. Eredi di Dio, coeredi di Cristo’ (Rom 8.15-7). Nel Discorso della montagna (Mt 5-7) Nostro Signore Gesù Cristo descrive il rapporto paterno come quello di un padre che conosce perfettamente il suo figlio, ascolta le sue preghiere fatte in segreto, conosce i suoi bisogni, e prende cura di lui. In un altro luogo ( Gv 3.16) esprime l’amore del Padre in termini del sacrificio che fece del proprio Figlio.

Dio ci aiuta non solo da Padre, ma anche da Figlio, e più precisamente da Amico. Questa amicizia si caratterizza di una certa uguaglianza (anche se ovviamente non è piena) e di un’intimità e famigliarità per mezzo di dolci comunicazioni e comunione.

Le dolci comunicazioni vengono espresse nella parola del Signore: ‘Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi’ (Gv 15.15). Non solo ai Suoi discepoli ha fatto conoscere ciò, però, ma anche a noi tramite il Suo insegnamento durante la vita terrena e tramite la Santa Chiesa; nonché tramite tutte le ispirazioni interne al nostro spirito, quando per mezzo del Suo Spirito suggerisce a noi ‘tutto ciò che avrà detto a voi’ (Gv 14. 26).

La dolce comunione, invece, viene espressa della parola: ‘Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la Mia voce e Mi apre la porta, Io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con Me’ (Apc 3. 20). Tommaso à Kempis parla similmente di:’ Frequenti visitazioni coll’uomo interiore, dolce parlare, grata consolazione, molta pace, una famigliarità assai meravigliosa’ (Im II 1.1). Non è questa la nostra parte d’altronde nella pratica della presenza di Dio?

Dio è presente a noi anche nella Persona dello Spirito Santo, in quanto Santificatore. Egli ci forma per divenire un tempio degno per contenere Lui assieme a tutta la Santissima Trinità, guidandoci nel cammino della perfezione tutto il lungo della nostra vita. Ci elargisce ed aumenta le virtù teologali della Fede, Speranza, e Carità; le virtù cardinali infuse della Prudenza, Giustizia, Fortezza, e Temperanza; i sette Doni, come quello del Consiglio che perfeziona la Prudenza affinché possiamo giudicare ciò che bisogna fare, e la Forza per operare e patire lietamente e intrepidamente grandi cose, superando tutti gli ostacoli, e perseverando sino alla fine. Ci manda grazie attuali ad ogni momento della vita. Così potremo dire coll’Apostolo (Fil 1.6): ‘Colui che ha iniziato in voi questa opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Gesù Cristo’.

È pur vero che in un certo qual modo Dio tratta i Suoi figli, anche i peccatori, anche i non credenti, sempre come Padre, Figlio, e Spirito Santo, o, più precisamente, si può sempre attribuire alle diverse Persone della Santissima Trinità le varie relazioni di Dio con gli uomini: in quanto provvede per i loro bisogni, ascolta le loro preghiere, bussa all porta dei loro cuori, e li assiste con grazie attuali; ma per coloro che non sono nello stato di Grazia mancheranno l’intimità e la dolce comunione: non si siederà per cenare con loro; e mancheranno pure le virtù infuse e i doni dello Spirito Santo.

Infine, la vita spirituale è questa: Contenere la Santissima Trinità nell’anima tramite la Grazia; vivere nella presenza del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo: essere l’oggetto dell’amore premuroso del Padre, l’oggetto famigliare ed intimo del Figlio, l’oggetto del potere santificatore dello Spirito Santo, Spirito dell’amore reciproco del Padre e del Figlio. Contenere dentro dell’anima, ed essere in rapporto diretto ed intimo con, queste Tre Persone, i Tre Ospiti invisibili dell’anima: Che sono presenti per collaborare con noi e per aiutarci a raggiungere il Cielo: Quando la Grazia si trasformerà nella Gloria, e la conoscenza velata si trasformerà nella Visione beatifica: la Visione degli stessi dolci ospiti dell’anima come sono in Se Stessi nella loro Gloria infinita, alla nostra eterna Beatitudine. Amen.

Paradiso

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Paradiso è il luogo della felicità eterna: quella felicità descritta dai Santi Padri della Chiesa come una esenzione da ogni male e il godere di ogni bene.

La esenzione di ogni male è descritta nell’Apocalisse nei termini seguenti: ‘Non avranno più fame, ne avranno più sete, ne li colpirà il sole, né arsura di sorta; e Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate…’ Il godere di ogni bene invece viene descritto da San Paolo: ‘quelle cose che occhio non vide ne orecchio udì, ne mai entrarono nel cuore dell’uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano’.

1. La Visione di Dio

Anche se non possiamo descrivere la qualità di questa felicità o beatitudine, possiamo almeno dire in cosa consiste, e questo è il possesso di Dio: perché come Dio è la somma di ogni perfezione, ne segue che il possesso di Dio colma completamente ogni desiderio che possiamo avere per tutto ciò che è Vero e Bene, e per ciò costituisce la perfetta felicità.

Questo possesso di Dio è descritto anche in termini della conoscenza, o visione, di Dio. Nostro Signore Gesù Cristo + il cui Nome sia sempre adorato, dice: ‘Questa è la vita eterna, che conoscano Te l’unico vero Dio e Colui che hai mandato, Gesù Cristo’; e San Giovanni scrive: ‘Sappiamo che quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché Lo vedremo così come Egli è – sicuti est‘.

Il nome di questa visione è la Visione beatifica a cui San Paolo accenna quando scrive: ‘Ora vediamo come in uno specchio, ma allora vedremo a faccia a faccia…’ Il motivo per cui bisogna essere simili a Dio per poter vederLo, è che per vedere o comprendere una cosa, bisogna assomigliarsi in qualche modo a questa cosa. Per vedere il Divino occorre dunque, in qualche modo, essere divini o partecipare in modo adeguato nella Divinità di Dio. Questo avviene tramite l’infusione nell’anima di ciò che si chiama Lumen Gloriae, la luce della gloria: in questa luce vedremo Dio che è la Luce – in lumine tuo videbimus lumen.

2. La Pace

Dottori eminenti della Chiesa hanno insegnato che tre doni seguono il possesso dell’infinita felicità e questi sono la gloria, l’onore, e la pace. Parlando della pace, Sant’Agostino ne distingue tre specie: pace in noi, pace tra di noi, e pace con Dio. Questa pace è riempita di gioia, amore, e lode, di cui la gioia più grande sarà cantare le Misericordie di Dio per tutta l’eternità: un inno alla gloria della grazia di Cristo mediante il Sangue di cui siamo stati liberati. In breve, come continua il Santo alla conclusione della sua opera, la Città di Dio: Là taceremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo. Ecco cosa sarà alla fine senza fine, perché cos’è il nostro fine se non da raggiungere quel regno che non ha fine?

Il Cielo sarà il luogo, infine, dove, nelle parole dello stesso santo, sarà compiuto il precetto di Dio: ‘Fate silenzio e sappiate che Io sono Dio’ (Salmo 45,11). ‘Questo sarà davvero il più grande dei sabati, un sabato che non conosce tramonto. Noi stessi diverremmo questo settimo giorno, restaurati da Lui e perfezionati dalla Sua più grande grazia; staremmo nel Suo riposo per l’eternità; vedremo che Lui è Dio e saremmo riempiti di Lui, quando Lui sarà tutto in tutti: ossia la soddisfazione di tutti i nostri desideri’.

*

La meditazione sulla morte, sul Giudizio e sull’Inferno ci può motivare alla conversione per paura; quella sul Paradiso ci può motivare per amore: Siamo creati per uno scopo ed uno scopo solo: per amare Dio il Bene Infinito, per godere della felicità e della pace eterna in Lui. Se falliamo in questo, avremo fallito in tutto. Serviamoci dunque di questa breve vita per raggiungere questo scopo: per l’intercessione della Beatissima ed Immacolata Madre di Dio alla Gloria dell’Altissimo. Amen.

Giudizio Universale

SECONDO IL CATECHISMO DI TRENTO

 

+In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

C’è un duplice giudizio: uno particolare e uno generale. Il giudizio particolare avviene subito dopo la nostra morte, quando ognuno di noi si farà giustissimo esame davanti a Dio di quanto ha operato, detto e pensato; il giudizio generale avviene alla fine del mondo davanti a tutte le persone che hanno vissuto o vivranno su questa terra. Dopo il giudizio particolare l’anima sarà consegnata al paradiso, all’inferno o al purgatorio; dopo il giudizio generale l’anima riunita al corpo procederà al paradiso o all’inferno (poiché il purgatorio non durerà che fino al giudizio generale). Il duplice giudizio corrisponde al duplice carattere dell’uomo che è allo stesso tempo individuale e membro della società umana. Nel giudizio particolare sarà giudicato come individuo; nel giudizio generale sarà giudicato come membro delle società.

Le ragioni del giudizio generale (o universale) sono umane e divine: derivando dalla condizione umana e dalla volontà di Dio.

Ora la condizione umana è tale che tutto ciò che facciamo e diciamo può avere un effetto buono o cattivo sugli altri: mediante il nostro comportamento e le nostre parole diamo un esempio a tutti coloro che ci osservano o ascoltano. I nostri figli, amici, dipendenti eccetera, se ci apprezzano, tendono a imitarci. Se viviamo moralmente e bene, esercitiamo una buona influenza su di loro; se non viviamo moralmente e bene, esercitiamo una cattiva influenza su di loro. Ma non solo questo, ma anche i nostri atti puramente mentali possono influire sugli altri: le nostre preghiere per esempio, le maledizioni o il male che avremmo potuto augurare loro. La giustizia esige che questo bene o male venga scrupolosamente indagato e ciò esige un giudizio universale.

La giustizia esige in più che i giusti ricuperino innanzi all’assemblea di tutti gli uomini la loro fama che è spesso lesa, mentre gli ingiusti che godono spesso della buona riputazione siano rivelati come sono in realtà. Finalmente poiché facciamo il bene o il male con anima e corpo è giusto anche ricevere la nostra ricompensa (della gloria o del castigo eterno) con anima e corpo. Ciò richiede una risurrezione universale antecedente.

La ragione divina del giudizio universale è di mostrare l’infinita sapienza e giustizia di Dio attraverso la storia umana: di strappare i veli dell’ignoranza degli uomini e la loro sfiducia nella sua misericordia per rivelare l’amore e la provvidenza paterna di Dio: come un filo d’oro nella tappezzeria della storia: dalla creazione dell’uomo fino alla fine del tempo.

L’esito del giudizio generale è il paradiso o l’inferno. Ai giusti nostro Signore Gesù Cristo, Re e Giudice di tutto il genere umano, dirà:”Venite benedetti dal Padre mio, possedete il regno preparato a voi fino dalla fondazione del mondo”; agli ingiusti dirà: “Via da me maledetti, al fuoco eterno, preparato per il diavolo ed i suoi angeli.” Qui le prime parole “via da me” esprimono la pena del danno per la quale gli empi saranno privati per sempre dalla luce della visione divina; “maledetti” significa che la loro disgrazia non sarà alleviata ma piuttosto accompagnata da ogni maledizione. Le parole “al fuoco eterno” esprimono la pena del senso nell’inferno paragonabile con il più acerbo dolore sensibile della terra. Le parole “preparato per il diavolo e per i suoi angeli” esprimono la mancanza totale di ogni consolazione o sollievo perché la compagnia dei diavoli non può che aumentare la nostra miseria.

Paradiso

 SECONDO LE IMMAGINI DELLA SACRA SCRITTURA

Fra Angelico

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Per aiutarci a comprendere cos’è il Paradiso, mediteremo su tre immagini che si trovano nell’Apocalisse (21, 2-3): ‘Vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal Cielo da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: ‘Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini…’

a) Il Tabernacolo

Nell’Antico Testamento troviamo varie immagini del Paradiso che esprimono raccoglimento, accoglienza, sicurezza, e vicinanza a Dio, come quelle della casa o della tenda (tabernaculum). Guardiamo la seconda immagine. Nel Salmo leggiamo: Abiterò nella Vostra tenda per sempre: inhabitabo in tabernaculo tuo in saecula. Abitare nella tenda significa evidentemente abitare in un rapporto stretto con quello che già abita nella tenda, e trovare presso di lui protezione dal caldo: cioè da tutte le sofferenze di questa vita.

La tenda è immagine adatta per il Paradiso in questo modo, ma anche in quanto nell’Antico Testamento si chiamava ‘Tenda’ il ‘Santo dei santi’, il luogo dove si trovava l’Arca dell’alleanza e gli altri oggetti più sacri del popolo d’Israele (cfr. Eb 9. 3-4). Dopo la fondazione della Chiesa, invece, questa parola assume un senso ulteriore, ovviamente, che è quello del tabernacolo dentro la chiesa: il posto che contiene il ‘Santo dei santi’ per eccellenza: la vera dimora del Signore sulla terra. La frase: inhabitabo in tabernaculo tuo in saecula diviene quindi espressione di una vicinanza particolarmente stretta ed intima a Dio Stesso.

Ma la parola tabernaculum acquista un senso ancor più profondo nell’ Epistola di san Paolo agli Ebrei (9.11-12), dove l’Apostolo parla di ‘un tabernacolo nuovo, non fabbricato dalle mani degli uomini’, cioè la Sacratissima Umanità di Nostro Signore Gesù Cristo. ‘Abitare nel tabernacolo’ significa allora infine vivere eternamente nel Signore Stesso.

*

Per capire meglio la portata delle due altre immagini del paradiso, cioè quelle della Sposa e della Città santa, bisogna tenere in mente qualche dottrina cattolica sul Cielo e sulla Chiesa. Il Cielo, o piuttosto Gli abitanti del Cielo, sono gli angeli ed i beati; insieme costituiscono la Chiesa Trionfante. La Chiesa, invece, è allo stesso tempo la Sposa Immacolata di Cristo, ed il Suo Corpo Mistico.

b) La Sposa

L’amore sponsale, o matrimoniale, è immagine del Paradiso, in primo luogo, in quanto rappresenta l’amore tra Dio e l’anima. Lo rappresenta, essendo l’amore matrimoniale il tipo di amore umano il più stretto, più forte, più immenso, e più duraturo in assoluto. Nell’Antico Testamento l’amore di Dio per l’anima viene rappresentato in questi termini nel Cantico dei cantici. Se l’amore matrimoniale appare nel primo libro della Bibbia con l’unione di Adamo ed Eva, appare nell’ultimo libro nel contesto dell’amore di Dio per l’uomo: ‘Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!». E chi ascolta ripeta: «Vieni!». Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita. Colui che attesta queste cose dice: «Sì, verrò presto!». E San Giovanni aggiunge alla fine: Amen. Vieni, Signore Gesù’ (Apc 22. 17 e 20).

La sposa in questi esempi rappresenta, dunque principalmente, l’anima individuale amata da Dio, ma in altri brani rappresenta una comunità di persone: il Popolo di Israele nell’Antico Testamento e la Chiesa nel Nuovo. In questi casi si manifestano tutti e due aspetti della Chiesa che abbiamo menzionati sopra: l’aspetto di Sposa e l’aspetto di Corpo Mistico.

Nell’Antico Testamento dice il Signore al Suo popolo (Ger 13.3): ‘Ti ho amato con un amore eterno’; ed è a causa di questo amore sponsale per Israele, che Egli descrive la loro apostasia come ‘adulterio’. Similmente la sposa nella Cantico dei cantici si intende non solo come l’anima individuale (e sopratutto quella della persona più amata di Dio, cioè la Madonna) ma anche come la stessa Chiesa. Nel Nuovo Testamento, nella citazione dal libro dell’Apocalisse all’inizio di questo articolo, la Sposa e la Città santa vengono identificate.

Il concetto dell’amore sponsale tra Dio ed una comunità si manifesta anche nell’ immagine delle nozze, che può essere vista come uno sviluppo ed un completamento dell’idea dell’amore tra Dio ed una sposa individuale. ‘Il Regno dei cieli è come le nozze…’ dice il Signore. L’immagine delle nozze aggiunge esplicitamente alla semplice immagine della sposa l’aspetto comunitario del Paradiso, dunque, dove tutti si radunano insieme per festeggiare con gioia l’amore tra lo Sposo e la Sposa. O, più precisamente, ogni persona presente si rallegrerà all’amore tra Sposo e Sposa, ed allo stesso tempo sarà essa stessa la Sua Sposa.

c) La Città Nuova

Guardiamo adesso brevemente l’immagine della città nuova, o la Nuova Gerusalemme, coll’aiuto dei Padri della Chiesa.

Il fatto che il Cielo è visto come una città, mostra che è una comunità, anzi la comunità delle membra del Corpo Mistico di Cristo che è la Chiesa. Il fatto che è visto come una città, la città di Gerusalemme, esprime la sua santità e pace, essendo Gerusalemme la Città Santa, e il nome “Gerusalemme” significando visione di pace. E’ la nuova Gerusalemme in contrasto al vecchio che ha ucciso i suoi profeti e crocifisso il suo Salvatore.

I cittadini di questa Città celeste sono nutriti dall’albero di vita, godono del fiume d’acqua viva che scorre dal suo centro, e sono illuminati dal Signore Dio. L’albero di vita rappresenta la sacratissima umanità di Cristo, di Cui la morte sul legno della Croce fu la fonte della nostra vita; il fiume d’acqua viva che scorre dal Trono di Dio e dall’Agnello è lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio; è limpida come cristallo perché presta ai cuori e ai corpi degli eletti una purezza accecante che riflette i fuochi del Sole di giustizia, che è Cristo; la Luce della Città è Dio stesso, Che illumina le menti dei suoi cittadini, con le forme più alte della conoscenza.

Tramite queste ed altre immagini, l’Apocalisse, che significa ‘Rivelazione’, ci mostra che in Cielo Dio è tutto in tutti: Dio colma tutti i nostri desideri, diviene il nostro cibo, la nostra bevanda, la luce mediante la quale vediamo e noi saremo trasformati, corpo ed anima, per poter accoglierLo in noi in tutti questi modi.

*

Le immagini che fornisce la sacra Scrittura esprimono il Paradiso dunque come l’unione amorevole a Dio, intima e raccolta; un’unione alla Santissima Trinita’, a Nostro Signore Gesu’ Cristo, lo Sposo Divino; un’unione che avviene nel contesto dell’unione amorevole a tutto il Suo Corpo mistico: a tutta la Chiesa Trionfante. Questo amore reciproco tra ogni persona e Dio e l’amore di ogni persona per tutti gli altri membri della Chiesa, la riempirà di gioia: gioia in Dio, gioia in ogni altro, gioia all’amore di ogni altro per Dio.

Queste poche immagini ci danno una intuizione in ciò che è possedere,  conoscere, e vedere Dio: come una sposa e come una comunità la ragione d’esistenza intera di cui consiste in Dio e nell’amarLo e lodarLo.

*

Che queste considerazioni, carissimi fedeli, accendano i nostri cuori a cercare quella felicità, in confronto con cui la felicità di questo mondo è come un niente; perché essa è l’unico motivo per cui siamo stati creati, e solo essa può colmare i desideri più profondi e più intimi del cuore umano.

Cerchiamola dunque, con una vita buona e santa, con la Carità verso Dio e verso il prossimo, la Preghiera, ed i Sacramenti, a gloria di Dio Onnipotente.

+ In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

Il Direttore Spirituale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Guardiamo prima la necessità di un direttore (maestro spirituale/confessore regolare) rispetto ai pericoli della vita spirituale, e poi rispetto all’autorità della Chiesa; e dopo le qualità che convengono ad un tale.

1. La necessità di un direttore

i) nei pericoli della vita spirituale

Proveniamo da un bel regno, ed a quel bel regno dobbiamo tornare, ma tornare attraverso un paese selvaggio e pericoloso. Il terreno è ingannatore e pieno di pericoli; dapertutto ci sono nascosti nemici senza misericordia che ci vogliono uccidere ed impadronirsi delle nostre anime. Il Re che ci ha incaricati di tornare al Suo regno ci ha giustamente fatti accompagnare da un Suo servo che ci possa guidare attraverso il terreno e custodirci dai nemici feroci. Questo è l’Angelo Custode. Ma vuol farci accompagnare anche da un altro, non invisibile e puramente spirituale, bensì visibile ed al contempo spirituale e materiale, un nostro pari, ben versato nei pericoli del terreno e dei nemici che lo infestano, con cui ci possiamo intrattenere in ogni reciprocità, libertà, e franchezza; consigliare, ed obbedire prontamente per arrivare alla meta in sicurezza.

Scrive Padre Morando nella sua edizione delle Opere di santa Teresa d’Avila (Vita, volume iv): ‘Il confessore è padre, maestro, medico, giudice, e guida dell’anima che a lui si affida… Di esso si serve il Signore come di un secondo Angelo Custode per illuminarci, dirigerci, toglierci dai peccati, e dai vizi, riprenderci e guidarci sulla strada sicura della salute.

Bisogna fare dunque una buona scelta, perchè alle volte da questa dipende l’esito della confessione e il progresso spirituale. Scrive san Basilio: ‘Nella confessione dei peccati è da osservarsi la stessa regola che nello scoprire i mali del corpo: non si mostrano questi a uno qualsiasi, ma a coloro che sono esperti nel curarli.’

Senza un tale guida cosa diverremmo? diverremmo guide a noi stessi. Non è possibile che vediamo intieramente chiaro quando si tratta di noi stessi, dice san Francesco di Sales; non possiamo essere giudici imparziali in causa propria per una certa compiacenza ‘così segreta ed impercettibile che, se non si ha buona vista, non si può scoprire, e quelli stessi che ne son presi, non la concoscono se non la si fa loro vedere’.

Si manifesta la necessità di un direttore, infatti, in tutte e tre tappe della vita spirituale, che guarderemo adesso in dettaglio.

Per gli incipienti c’è bisogno all’inizio di un periodo lungo e laborioso di penitenza. I pericoli che questo periodo comporta sono:
i) la vana compiacenza nelle mortificazioni esterne, onde si guasta la salute, si cura con troppa indulgenza, e si cade poi nel rilassamento;
ii) la presunzione prematura di entrare in una tappa spirituale troppo alta, come quella dell’ amore, ciò che può condurre allo scoraggiamento, ed a nuove cadute;
iii) l’aridità spirituale onde le consolazioni sensibili iniziali spariscono, si abbandonano gli esercizi di pietà, e si cade nella tiepidezza. Il direttore ha il compito di ammonire ai figli spirituali che le consolazioni non dureranno per sempre; di assicurarli che l’aridità rassoda le virtù e purifica l’amore.

Per i progredienti, c’è bisogno di nuovo di luce per discernere le virtù da coltivare, per esaminare la coscienza, incoraggiamento per perseverare nel lungo e faticoso cammino verso la perfezione.

Per i perfetti, o piuttosto per coloro che si stanno avvicinando alla perfezione, un direttore è altrettanto indispensabile: per coltivare i doni dell Spirito Santo; per discernere le ispirazioni divine da quelle della natura o del demonio; per essere guidati nei tempi delle prove passive: dei profondi turbamenti, delle tentazioni, delle paure della divina giustizia; per essere discreti, umili, docili, e prudenti nei tempi di grazie contemplative: per conciliare la passività con l’attività.

ii) L’autorità della Chiesa

‘Dio, avendo costituita la Chiesa come società gerarchica’, (scrive Padre Tanquerey, su cui ci appoggiamo principalmente in questo articolo) ‘volle che le anime fossero santificate per mezzo della sottomissione al Papa e ai vescovi nel foro esterno e ai confessori nel foro interno’. Papa Leone XIII scrive: ‘Troviamo alle origini stesse della Chiesa una celebre manifestazione di questa legge: benchè Saulo, spirante minacce e carneficine, avesse inteso la voce di Cristo Stesso e gli avesse chiesto: ‘Signore, che volete ch’io faccia?’ pure fu inviato ad Anania in Damasco: ‘Entra in città e là ti sarà detto quel che devi fare’…’Cosi fu praticato nella Chiesa; questa è la dottrina unanimemente professata da tutti coloro che, nel corso dei secoli, rifulsero per scienza e santità.’

La necessità di un direttore spirituale per i monaci viene insegnata da san Giovanni Cassiano nell’occidente, e da san Giovanni Climaco nell’oriente. San Vincenzo Ferreri asserisce: ‘Chi ha un direttore al quale obbedisce senza riserva e in tutte le cose, arriverà molto più facilmente e più presto che non farebbe da solo, anche se fornito di vivissima intelligenza e di dotti libri in materia spirituale.’

Ciò che vale per i monaci vale anche per i laici. Sant’Alfonso insegna che uno dei doveri principali del confessore è quello di dirigere le anime. Le lettere di molti Padri della Chiesa, come San Girolamo e Sant’ Agostino testimoniano lo stesso bisogno da parte dei fedeli, come ci mostra d’altronde la natura stessa della vita spirituale, che tutti fedeli dovrebbero condurre in modo serio.

*

Dice il Padre Godinez: ‘Su mille persone che Dio chiama alla perfezione, dieci appena corrispondono, e su cento che Dio chiama alla contemplazione, novantanove mancano all’appello… Bisogna riconoscere che una della cause principali è la mancanza di maestri spirituali… Costoro sono, dopo la Grazia di Dio, i nocchieri che guidano le anime attraverso lo sconosciuto mare della vita spirituale. E se nessuna scienza, nessuna arte, per semplice che sia, può essere imparata senza un maestro che l’insegni, tanto meno si potrà imparare quell’alta sapienza della perfezione evangelica ove s’incontrano così profondi misteri… Stimo quindi cosa moralmente impossibile che, senza miracolo o senza masestro, un’anima possa per lunghi anni passare per ciò che vi è di più alto e di più arduo nella vita spirituale senza correr rischio di perdersi’.

2. Le qualità di un direttore

Santa Teresa insiste che un direttore sia dotto, prudente, e che abbia esperienza delle cose di Dio. Scrive: ‘… il demonio ci può tendere molti tranelli; perciò non vi sarà mai nulla di più sicuro che temere sempre più, procedere sempre con cautela, avere un maestro che sia dotto e non tacergli nulla: facendo così non potrà venire alcun danno’ (Vita 25); È molto importante… che il nostro maestro sia prudente, cioè di buon criterio, e abbia esperienza. Se oltre a ciò è anche dotto, è una grandissima fortuna’ (Vita 13).

Padre Morando aggiunge che il confessore deve essere anche uomo di Dio, discreto, paziente e zelante, non troppo severo, non troppo condiscendente. Per poter discernere il direttore adatto occorre una ricerca in buona fede e sincerità di cuore con preghiera fervorosa a Dio. Santa Teresa d’Avila cercava un confessore adatto per 18 anni. La Santa dice: ‘Se nonostante ogni sua ricerca, non lo può trovare, il Signore verrà certamente in suo aiuto, come ha sempre fatto con me, quantunque sia tanto miserabile’. Aggiunge che un direttore inadatto ‘invece di porgere rimedi alle anime, non fanno che inquietarle ed affligerle. Ma questa prova sarà tenuta da Dio in gran conto’ (Vita 40).

Una volta ‘trovato un buon confessore, il penitente non lo deve cambiare senza un giusto e grave motivo’, aggiunge il padre Morando. ‘Coll’essere stabile, conosce meglio lo stato ed i bisogni dell’anima; più fruttuosa e sicura riuscirà la direzione. Bisogna considerare il confessore come il rappresentante di Gesù Cristo, e quindi averne stima e rispetto, docilità e ubbidienza, tutto manifestargli e nulla nascondergli’.
Deo Gratias.

L’Inferno

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Sulle pene dell’Inferno scrive papa Benedetto XII nell Costituzione Benedictus Deus (1336): ‘Secondo l’ordinazione comune di Dio, le anime di coloro che muoino nel peccato mortale attuale scendono subito dopo la morte in Inferno, dove vengono tormentati di pene infernali.’ Secundum Dei ordinationem communem, animae decedentium in actuali peccato mortali mox post mortem suam ad inferna descendunt, ubi poenis infernalibus cruciantur.

1. Le Pene dell’Inferno

L’Inferno è principalmente il luogo di punizione per il peccato mortale. Questo peccato consiste nell’amare la creatura fino ad abbandonare Dio; viene definito come la conversione alla creatura e l’aversione da Dio: Conversio ad creaturam, aversio a Deo. La conversione alla creatura viene punita con la pena del senso, mentre l’aversione da Dio viene punita con la pena del danno.

a) La Pena del senso

La pena del senso affligge il peccatore principalmente nei sensi tramite cui ha offeso Dio, ma anche piu’ generalmente in tutti i cinque sensi. Tra le molte cose che potremmo dire su queste pene ci limitiamo solo ai sensi dell’olfatto e del tocco.

Quanto all’olfatto, i dannati emettono un puzzo così insopportabile, che, secondo San Bonaventura, se il corpo di un solo dannato fosse tirato fuori dall’Inferno, basterebbe a far morire per il miasma tutti gli uomini. Quanto al tocco, la pena caratteristica dell’Inferno è quella del fuoco, in quanto su questa terra la pena del fuoco è la peggiore di tutte. Ma c’è una tale differenza tra il nostro fuoco e quello dell’Inferno che il nostro sembrerebbe un dipinto in confronto a quello dell’Inferno, dice sant’Agostino, o freddo, come dice San Vincenzo Ferreri.

Un’altra pena particolare dell’Inferno è l’immobilità, espressa nelle parole dell’Apocalisse: ‘Egli pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente.’ Cioè il dannato dovrà restare per sempre nella medesima posizione in cui sarà caduto nell’Inferno nel giorno di Giudizio, senza poter cambiare posto, nè muovere più un piede o una mano, finchè Dio sarà Dio.

b) La Pena del danno

La pena del danno invece è la pena di aver perso Dio. Sant’Antonino scrive che non appena l’anima esce da questo mondo, capisce subito di essere stata creata per Dio. Perciò si slancia subito per andare ad abbracciare il Sommo Bene, il suo unico bene, ma essendo in peccato, verrà cacciata via da Dio. Tutto il suo Inferno consisterà nel rendersi conto che Dio è il Sommo Bene, degno di infinito amore, ma di trovarsi poi costretto ad odiarLo. Odi et amo, scrive il poeta romano… et excrucior: Odio ed amo, e ciò mi crocifigge.

2. L’Eternità dell’Inferno

Il peccato mortale è un’offesa infinita a Dio che richiede una punizione infinita, ma come la creatura non è in grado di subire una pena infinita nell’intensità, Dio ha giustamente disposto, spiega san Tommaso, che la sua pena sia infinita in estensione, cioè nella durata temporale.

Se fosse concesso ad un uomo di godersi di tutte le gioie di questa terra ogni giorno della sua vita, tranne per un’ora all’anno quando sarebbe orribilmente torturato, chi sarebbe così sciocco ad accettare una tale proposta? Ma la pena dell’Inferno non dura solo un’ora ma è eterna, e dopo migliaia di milioni di anni questa pena non avrà ancora cominciato.

Dall’Inferno non c’è scappatoio: non c’è ‘forse’. Se un’Angelo scendesse ad un dannato: ‘Uscirai dall’Inferno solo quando saranno passati tanti secoli quante sono le gocce dell’acqua del mare, le fronde degli alberi, ed i granelli della sabbia sul litore del mare’, sarebbe riempito di una gioa indicibile, ma questo termine non sarà mai. La tromba della divina giustizia di Dio non suonerà all’Inferno altro che: ‘Sempre, sempre, mai, mai.’

3. Il rimorso del dannato

Secondo San Tommaso ‘Il verme che non muore’ nella parola del Signore è il rimorso della coscienza. I rimorsi che tormenteranno di più il cuore dei malvagi saranno tre:

i) il poco per cui essi sono sati dannati;
ii) il poco che avrebbero potuto fare per salvarsi;
iii) il bene immenso che hanno perso.

Quanto al poco per cui si è dannato ed il poco che avrebbe potuto fare per salvarsi, l’infelice esclamera’: ‘Se io mi fossi mortificato e non avessi guardato quel certo oggetto; se avessi vinto il rispetto umano ed avessi evitato quell’occasione, quell’amico, o quella compagnia; non mi sarei dannato, non sarei ricaduto in peccato. Se mi fossi confessato ogni settimana ed avessi frequentato buona compagnia; se avessi letto ogni giorno una pagina di spiritualità e mi fossi raccommandato a Gesù e Maria.

Quanto al bene immenso che ha perso: ‘Ciò che in eterno affligerà di più il dannato, sarà vedere che ha perso il Cielo ed il Sommo Bene, cioè Dio, non già per sfortuna, o per ostilità degli altri, ma per propria colpa. Si accorgerà che era in suo potere, se solo avesse voluto, divenire eternamente felice: ma si renderà conto che lui stesso ha voluto invece precipitarsi con le proprie mani in quell’abisso di tormenti dal quale non potrà più uscire per tutta l’eternità.

Questi rimorsi saranno esacerbati dal ricordo di tutti i mezzi che Dio aveva dato al peccatore per salvarsi: l’esempio di amici virtuosi, i doni di natura: quali la buona salute, i beni materiali, i talenti che il Signore gli aveva dato allo scopo di impiegarli bene e farsi santo; e poi i doni della grazia: tanti lumi, tante ispirazioni e chiamate, tanti anni concessi per rimediare al male compiuto. ‘Che spade crudeli saranno tutte queste grazie ricevute per il cuore del povero dannato’ dice Sant’Alfonso, ‘quando vedrà che è finito il tempo in cui era possibile rimediare alla sua rovina eterna. Dovrà ammettere, nelle parole di Geremia: ‘È passata la stagione della messe, è finita l’estate, e noi non siamo salvati’.

*

‘Fratello mio’, dice il Santo, ‘se nel passato anche tu sei stato così stolto che hai voluto perdere il Paradiso e Dio per un infimo piacere, fà in modo di cercare presto un rimedio ora che c’e’ il tempo. Non voler continuare ad essere pazzo. Trema al pensiero di andare a piangere la tua pazzia in eterno’.

‘Chissà se questa riflessione… è l’ultima chiamata che Dio ti da. Chissà se ora non cambi vita, che il Signore non ti abbandoni al prossimo peccato mortale che commetterai.’

Nelle parole dello stesso Santo: ‘Mio Sommo Bene, quante volte Vi ho perso per un nonnulla, e ho meritato di perderVi per sempre! Ma mi consola sentire quello che scrive l’autore sacro: ‘Gioisca il cuore di chi cerca il Signore… O Maria, donatrice di pace ai peccatori, concedetemi di far pace con Dio. E poi tenetemi stretto sotto il Vostro manto, affinchè io non Lo perda piu’’.

 

Il Giudizio particolare

+ In nomine Patris et Fillii et Spiritus Sancti. Amen.

1. La comparsa davanti al Giudice

Secondo l’opinione comune dei teologi, il Giudizio particolare avviene al momento stesso, e nel medesimo luogo, della morte. Sarà Nostro Signore Stesso a giudicare l’anima, e verrà ‘ai buoni nell’amore, ma agli empi con tremore’ nella parola di Sant’Agostino. Per gli empi la condanna si annunzierà già dall’apparenza del Giudice: ‘L’ira del Re è messaggero di morte’ (Proverbi 16.14). ‘Che pena… provera’ l’anima nel vedere Gesu’, osserva Sant’Alfonso, ‘il Quale essa ha disprezzato durante la vita! Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto, e l’anima vedrà, allora adirato, senza più speranza di placarci, Lui, l’Agnello, il Quale ha avuto tanta pazienza durante la vita.’

Il Giudice verrà a giudicarli con le stesse piaghe con le quali lasciò questa terra. ‘Grande gioia di chi lo contempla, esclama l’Abbate Ruperto, grande timore di chi Lo attende’: le sue piaghe consoleranno i giusti ma spaventeranno i peccatori. Che cosa risponderà il peccatore a Gesù Cristo sotto l’aspetto della Sua Passione? La Sue sante piaghe diranno: Guardate l’effetto del tuo peccato e malvagita’! Guardate le fonti di perdono per coloro che si pentono! Guardate e tremete il tuo peccato e la tua impenitenza’.

2. L’Accusa

‘La corte sedette e i libri furono aperti’. I libri di cui parla l’Apocalisse saranno due: il vangelo e la coscienza. Nel vangelo si leggerà quanto l’accusato avrebbe dovuto fare; nella coscienza quanto ha fatto. Sulla bilancia poi della divina Giustizia, non saranno pesate né le ricchezze, né il prestigio, né la nobilità dei singoli, ma solo le opere.

Giungeranno allora gli accusatori, e per primo il demonio. Sant’ Agostino scrive: ‘Ci getterà in faccia tutto ciò che abbiamo fatto, in quale giorno e in quale ora abbiamo peccato.’ Quindi dirà al Giudice nelle parole di san Cipriano: ‘Io non ho sopportato per costoro né gli schiaffi, né i flagelli… O Signore, per questo reo io non ho patito nulla. Egli però ha abbandonato Voi Che siete morto per salvarlo, per farsi mio schiavo; e per tale ragione me lo prendo io.’

Anche gli angeli custodi lo accuseranno, come afferma Origine, testimoniando di quanti anni abbiano faticato attorno a lui in vano. Lo accuseranno atresi’ le mure tra le quali ha peccato, la coscienza, ed anche i peccati medesimi. Questi diranno, nella parole di San Bernardo: ‘Tu ci hai generati, siamo tue creature: non ci separeremo da te.’ Saranno in fine le piaghe stesse di Gesù ad accusare il reo secondo San Giovanni Crisostomo: ‘I chiodi si lamenteranno di te, le piaghe parleranno a tuo sfavore, la Croce di Cristo pronunziera’ il discorso finale contro di te.’

3. L’esame

Il Signore dice nel libro di Habakkuk: ‘In quel tempo perlustrerà Gerusalemme con lanterne’. La luce della lanterna, infatti, penetra in tutti angoli della casa. Padre Cornelio a Lapide spiega che Dio porrà davanti al reo gli esempi dei santi e ogni lume ed ispirazione che gli aveva dato durante la vita, come pure tutti gli anni concessi a lui per fare il bene.

Cosicchè in quel momento tu dovrai rendere conto di ogni sguardo, come ammonisce Sant’Anselmo, di ogni mancanza anche nelle opere buone: nelle confessioni nelle Sante comunioni e in tutte le altre. E ‘Se il giusto a stento si salverà’, dice San Pietro, ‘che ne sarà dell’empio e del peccatore?’ ‘Se si deve rendere conto di ogni parola oziosa, quale conto si dovrà rendere’, ci chiede San Gregorio, ‘per aver acconsentito a tanti cattivi pensieri ed a tante parole oscene?’

4. La sentenza

Infine, al momento del Giudizio, bisogna che l’anima abbia condotto una vita conforme alla vita di Gesù Cristo, per poter raggiungere la salvezza eterna. Cosa farà il peccatore? Farà come quel tale del vangelo, che giunse al banchetto senza le veste nuziale: tacque, non sapendo cosa rispondere. Il suo stesso peccato gli chiudera’ la bocca: ‘Ogni iniquità chiude la sua bocca’ (Ps. 106. 42).

Ecco alla fine il Giudice emettera’ la sentenza: ‘Venite benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo!’; oppure ‘Via da me maledetti nel fuoco eterno!’

Sant’ Eusebio dice che lo spavento dei peccatori nel momento in cui sentiranno il Giudice emettere la condanna sara’ tale, che se non fossero immortali, morirebbero di nuovo. San Tommaso da Villanova aggiunge: ‘Non ci sara’ più possibilità di pregare: non ci saranno più intercessori a cui ricorrere, né un amico, né il proprio padre. A chi dunque ricorreranno i malvagi? A Dio Che hanno disprezzato? Ai santi protettori o alla Madonna? Ma gli astri (che sono i santi) ‘cadranno dal cielo’, e la luna, che è la Madonna, ‘non dara’ più la sua luce’. ‘Maria’ dice Sant’Agostino, ‘si allontanerà dalla porta del Paradiso’.

*

‘Ahimè! con quanta sicurezza facciamo ed ascoltiamo questi discorsi, come se questa sentenza non ci riguardasse, o come se quel giorno non dovesse mai giungere’, dice San Tommaso da Villanova. Ma come sappiamo che anche noi non saremo condannati all’Inferno? Tanti dannati non prevedevano che sarebbero mandati in Inferno.

E cosa dobbiamo fare, quindi? Dobbiamo far quadrare i conti prima del Giudizio. San Bonaventura fa notare che i commercianti accorti spesso rivedono e fanno quadrare i conti per non andare in fallimento. ‘O mio Giudice’ dice Sant’Alfonso, ‘voglio che me giudichiate e mi puniate ora durante la vita: ora che e’ tempo di misericordia e mi potete perdonare, perche’ dopo la morte sara’ tempo di giustizia.

‘Sì, mio Dio, mi pento di cuore per tutte le ingiurie che Vi ho fatto. Giudicatemi dunque ora, o mio Redentore. Io detesto sopra ogni male, tutti i dispiaceri che Vi ho dato. Vi amo con tutto il mio cuore sopra ogni cosa. Propongo di amarVi sempre, e di morire piuttosto che di offenderVi. Maria, Madre mia, Vi ringrazio di tante misericordie che mi avete ottenute. Continuate a proteggermi sino alla fine’. Amen.

La lotta contro il demonio

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Tre mezzi essenziali per lottare contro il demonio sono:

1. Condurre una buona vita cristiana;
2. Palesare i suoi disegni;
3. Disprezzarlo.

1. Condurre una buona vita cristiana

San Paolo, dando consigli ai cristiani per intraprendere la battaglia spirituale contro i demòni (Ef 6, I Tess 5) parla della Sacra Scrittura, della Fede, Speranza, e Carità. Questi passi si intendono della vita di virtù in genere, ma guardiamo brevemente come li interpretano in particolare due maestri della vita spirituale: san Giovanni Cassiano e sant’Antonio del Deserto.

a) San Giovanni Cassiano

San Giovanni Cassiano scrive (Colazioni VII 5) che la Fede è il nostro ‘scudo’, in quanto può difenderci dalle ‘frecce infuocate della libidine e spegnerle con la paura del giudizio futuro e con la fiducia nel Regno dei cieli’(Ef 6.16).

Il ‘torace della Carità’, invece (I Tess 5.8), è ‘ciò che rinchiude e protegge i nostri organi vitali, e riceve i colpi mortiferi della tentazione, ne repelle l’impatto, ed impedisce alle armi del demonio di trafiggere il nostro intimo. La Carità supporta ogni cosa, crede ogni cosa, sostiene ogni cosa (I Cor 13.7)’.

Citando la parola di san Paolo ‘Per una casca, la speranza di salvezza (I Tess 5.8)’, il Santo dice: ‘Una casca è un protezione per il capo, ed il capo è Cristo. Bisogna fortificarlo contro ogni tentazione, con la speranza nel bene futuro come con una casca impenetrabile; in particolare bisogna conservare quella Fede illesa ed integra. Se perdiamo qualsiasi altro membro, possiamo essere impediti, ma possiamo sempre sopravvivere; senza testa, invece, nessuno è in grado di restare in vita’.

Citando la frase ‘la spada dello Spirito – che è la Parola di Dio – ’(Ef 6.17) lo stesso santo la riferisce alla spada a doppio taglio che raggiunge la divisione dell’anima e dello spirito (Ebr 4.12), e spiega che questa Parola divide e dissecca tutto ciò che trova in noi di terreno o di carnale.

b) Sant’Antonio del Deserto

Sant’ Antonio del Deserto (Vita sancti Antonii c.30) illustra i passi di san Paolo nel modo seguente: ‘Grande arma contro di loro è la vita giusta e la fede in Dio. Essi temono il digiuno degli asceti, le veglie, la preghiera, la mitezza dell’animo, il disprezzo del denaro e della gloria, l’umiltà, l’amore per i poveri, le elemosine, la mancanza di irascibilità, e soprattutto l’amore per Cristo.’

Lo stesso sant’ Antonio paragona il cristiano pauroso con quello che possiede la speranza. Il primo è preda del demonio; il secondo ne è piuttosto il vincitore (c.42): ‘Se… ci troviamo pieni di viltà e turbamento, subito essi, come ladroni che trovano un luogo incustodito, attaccano. Se poi ci vedono timorosi e turbati, maggiormente accentuano il terrore nelle loro fantasie e minacce, ed in seguito a queste, l’anima infelice verrà punita.’ Santa Teresa d’Avila scrive in modo comparabile (Vita c.31): ‘… essi fanno prova del loro potere solo con le anime codarde, che si arrendono senza combattere.’

‘Se invece ci trovano lieti nel Signore’, continua sant’ Antonio, ‘e preoccupati solo dei beni futuri, volti solo al regno dei cieli e pensieri che tutto è nelle mani del Signore, e che i demòni nulla possono contro il cristiano, non hanno la minima facoltà contro qualcuno.’ Similmente san Giovanni Bosco dice: ‘Il demonio ha paura di anime allegre’.

*

Bisogna ricordare che l’unico male vero è quello morale, il peccato; e il demonio non ha il potere di farci peccare che in collaborazione con noi, cioè con le nostre debolezze morali o psicologiche. Per quello, più perfetti siamo, meno potere ha su di noi. Dice santa Teresa, parlando degli oggetti delle concupiscenze (Vita c.25): ‘… se noi aborriamo tutte queste cose per Dio, ci abbracciamo alla Croce e cerchiamo di servire veramente il Signore, vedremo che il demonio fugge queste verità come noi la peste. Egli è l’amico della menzogne, anzi è la menzogna stessa. Non verrà a patti con chi cammina nella verità.’

2. Scoprire e palesare i disegni del demonio

Fratres: sobrii estote et vigilate, quia adversarius vester diabolus, tamquam leo rugiens , circuit quaerens quem devoret: cui resistete fortes in fide…(Fratelli, siate sobri e vigili, poiche il vostro avversario, il demonio, gira, cercando chi possa devorare: a cui resistete forti nella fede)

San Pietro ci ammonisce con queste parole di essere forti nella fede e di praticare le virtù (rappresentate dalla ‘sobrietà’); anche di essere vigili. Il motivo ne è che il demonio opera di nascosto, essendo un ingannatore. Ma se siamo vigili, possiamo scoprirne gli inganni e, scoprendoli e palesandoli, renderli inutili.

a) Scoprire i suoi disegni

Il demonio può facilmente operare dentro di noi con immagini, idee, sentimenti, e parole. Diamone due esempi di come agisce, nel primo esempio per suscitare l’amore, nel secondo per suscitare l’odio. Può facilmente evocare nella memoria l’immagine di qualche persona che ci è cara, e farlo ripetutamente, per suscitare un tipo di amore per quella persona che non ci convenga moralmente, ad esempio rispetto al nostro stato di vita (un caso ne esporremo nella prossima sezione). O può influire un senso di antipatia in noi ogni volta che il nome di un’altra determinata persona viene menzionata. In tutti e due esempi (e similmente con tutte le altre passioni) può presentare qualcosa di suo come qualcosa di nostro: come qualcosa anche di molto intimo a noi, che ci sembra dunque conforme all’ordine delle cose. Nel primo esempio si crea l’amore disordinato, nel secondo l’odio. Se scopriamo i suoi disegni, possiamo semplicemente non accettare di collaborare con questo suo giuoco, non prendendo sul serio l’immagine mentale o l’antipatia, e non appropriandocele.

b) Palesare i suoi disegni

Ciò che è di grande aiuto nel vincere il demonio è di palesarne i disegni. Per questo, è essenziale che ogni cattolico abbia un direttore spirituale per rivelargli tutte le sue tentazioni, eppure tutte le sue idee o i suoi desideri che sono di natura insolita ed anormale.

Diamone un esempio: un signore sposato concepisce un affetto forte per una donna che non è la sua moglie. (Possiamo immaginare questo affetto come conseguenza del processo che abbiamo delineato nel paragrafo sopra.) Quando la donna, dopo esser venuta trovare la copia a casa, sta per partire, lui insiste di accompagnarla alla macchina per poter salutarla in modo inappropriato per il suo stato di vita, cioe’ con passione. Sebbene sia un signore retto e buono, si sente spinto da questo desiderio che gli sembra pure conveniente e del tutto conforme all’ordine della cose ed all’affetto, anche nobile, che possa sentire per la donna, anche se non la saluterebbe così davanti alla sua moglie o altri famigliari.

Se lui prende coraggio a palesare questo desiderio al suo confessore, ne sarà forse subito liberato; altrimenti lo sarà per mezzo delle parole del confessore e dai propri sforzi in collaborazione con la grazia.

Sant’Antonio del deserto propone un altro modo per palesare le tentazioni del demonio (c.55), che è anche adatto agli eremiti, cioè di scrivere tutti i nostri peccati, moti dell’anima, e pensieri, come se dovessimo palesarli ad un altro. Questo porta ad un senso di vergogna ed al proponimento di non cedere a tali tentazioni per il futuro: Facendo così, superiamo il demonio ed il peccato.

3. Disprezzare il demonio

Il nostro atteggiamento verso il demonio dev’essere quello del disprezzo. Sant’ Antonio dice (c.42): ‘Se vogliamo disprezzare il Nemico, pensiamo sempre al regno dei cieli, e l’anima si rallegra nella speranza, guarderemo agli scherzi dei demòni, come si guarda il fumo, e li vedremo fuggire invece di inseguirci. Sono infatti essi… del tutto vili, poiché sempre in attesa del fuoco preparato per loro.’

Un altro motivo per disprezzarli è la loro impotenza. Per tentarci o attaccarci devono chiedere il permesso a Dio, come viene raccontato nella storia di Giobbe, e anche là il permesso non sarà dato oltre alle nostre forze. San Giovanni Cassiano ci ricorda (Col. VII 22) che gli spiriti maligni devono chiedere permesso pure per entrare in dei porci (Mt 8.31): il loro potere di entrare in un essere umano creato secondo l’immagine di Dio ne sarà ancora molto inferiore. Dice Santa Teresa d’Avila a riguardo: ‘vedo che non si possono muovere senza il permesso del Signore’. Anche quando ricevono il permesso di tentarci, lo fanno solo coll’inganno, presentando il falso come il vero ed il male come il bene, poiché, come abbiamo fatto notare sopra, non hanno nessuna propria forza per farci commettere il peccato.

Come li disprezziamo? Una volta che ci accorgiamo di ciò che ci tentano di fare, rigettiamo la tentazione, prendiamo coraggio, e resistiamo risolutamente. Ne diamo un esempio. Un demonio suggerisce ad un’anima sofferente che Dio Padre non l’ami, che l’abbia abbandonata, che Lui sia indifferente o persino un tiranno crudele. Questi suggerimenti li fa passare come pensieri proprii del soggetto. Questa sarebbe dunque una tentazione allo scoraggiamento, alla sfiducia verso Dio, ed alla disperazione. Il soggetto, quando capisce che questi pensieri vengono dal demonio, deve rigettarli e subito far ricorso a Dio con un atto di fiducia in Lui: ‘Gesù io confido in Voi!’, ‘Aiutatemi Gesù!’, ‘Deus in adiutorium meum intende!’

Il soggetto può anche affrontare il demonio direttamente, dicendo qualcosa come: ‘Tu chi sei? Via da me in nome di Gesù Cristo!’ Il demonio, che è debole e codardo, si allontanerà subito, gridando miseramente. Scrive santa Teresa a riguardo (c.31) che i veri cristiani devono ‘disprezzare questi spauracchi che il demonio mette lì per cercare di spaventarli. Sappiano che ogni volta che un’anima disprezza i demoni, essi si indeboliscono, mentre l’anima acquista dominio su loro.’

‘Piacesse a Sua Maestà che temessimo ciò che dobbiamo temere e che comprendessimo che ci può venire un danno maggiore da un solo peccato veniale che da tutto l’inferno unito assieme’ (Vita c.25). Non bisogna, dunque, avere paura del demonio. Infatti lui ha paura di noi in quanto battezzati e cresimati, e, se siamo sacerdoti, in quanto ordinati: ordinati anche al fine di scacciarlo.

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Aggiungiamo che se il demonio appare davanti a noi in persona, visibilmente o invisibilmente, nelle parole di santa Teresa d’Avila (Vita c.31): ‘… so per esperienza che per mettere in fuga i demòni in modo che non ritornino, non vi è cosa migliore dell’acqua benedetta. Essi fuggono anche innanzi alla Croce, ma subito ritornano. Ben grande deve essere la virtù dell’acqua benedetta!’ (Facciamo notare che ‘l’acqua benedetta’ a cui si riferisce santa Teresa, è quella esorcizzata, e i fedeli che la desiderano, ciò che è il loro diritto, devono specificare al sacerdote che sia esorcizzata – che non è da dare per scontato oggigiorno.)

L’autoinganno, un aspetto della superbia

Introduzione

L’articolo seguente è una piccola sintesi dell’opera dell’oratoriano Padre Frederick Faber, Self-Deceit. Qua intendiamo l’autoinganno come l’inganno di noi stessi che ci fa credere di possedere qualche buona qualità che invece non possediamo. Come tale, fa parte della superbia, che intendiamo come la nostra compiacenza in qualche nostra buona qualità (o da noi posseduta o non posseduta). Il trattato consiste dunque effettivamente in un’analisi dell’inganno inerente alla superbia, di cui l’autore apporta un’analisi profonda e psicologicamente rigorosa.

Lo scopo di questo articolo è di aiutarci ad essere veritieri con noi stessi, ed a scoprire ed ammettere le nostre mancanze: per poter lavorare su noi stessi moralmente, e per progredire sulla via dell’umiltà e della perfezione verso il Cielo.

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‘Un uomo veritiero è il più raro di tutti i fenomeni’, inizia il trattato del buon Padre Faber, ma aggiunge che sicuramente vale la pena passare due terzi della nostra vita unicamente sul lavoro di essere meno menzogneri di ciò che non siamo. Il primo passo verso l’essere veritieri è la consapevolezza che ci siamo lontani; il secondo passo ne è di fare un atto di determinazione virile per esaminarci su questo vizio fino in fondo.
Ne guarderemo nel seguente:
1) le fonti;
2) le varietà;
3) le caratteristiche; e
4) i rimedi.

I

LE FONTI DELL’AUTOINGANNO

Quali sono le fonti dell’autoinganno? Facendo parte della superbia, l’autoinganno appartiene alla ‘Carne’ o, in altre parole, alla Natura caduta. La Carne, il nemico interno dell’uomo, può motivare l’uomo in modo diretto, con i propri moti; o in modo indiretto, tramite il mondo esterno o il demonio. Guardiamo prima l’operazione diretta dell’autoinganno, poi la sua operazione indiretta.

1. Autoinganno diretto

Ci sono due motivi principali dell’autoinganno diretto: la paura di conoscerci come siamo, e l’egocentrismo.

a) L’autoconoscenza

L’autoinganno diretto opera tipicamente tramite la paura: la paura dello sconforto che ci porta la conoscenza delle proprie mancanze. Pochi uomini cercano la conoscenza di se stessi e pochi la vogliono: perché pochi desiderano il dolore (anche se è salutare), essendo l’autoconoscenza dolorosa sia nell’acquisizione, sia nel possesso.

Ci conosciamo poco, e preferiamo rimanere nell’ignoranza rispetto a noi stessi per evitare il dolore, benché conteniamo nell’anima una capacità quasi infinita per il male, come ci insegnano d’altronde le rivelazioni spiacevoli che ci sta facendo costantemente la vita quotidiana.

Ma che imprudenza ignorare queste rivelazioni, solo perché sono dolorose, quando dovremo rendere conto del male che ci rivelano sul giorno del Giudizio! E che disonestà ignorarle, sopratutto nella vita religiosa, quando tutti pretendono di amare Dio sopra ogni cosa! Una vita spirituale senza una bella porzione di inquietudine non è una vita spirituale affatto, ed una vita religiosa di cui il principio formale è il conforto e l’agio universali è del tutto risibile.

No, mentre la mancanza, o piuttosto il rigetto completo, dell’ autoconoscenza è la causa di tanti mali spirituali, un’autoconoscenza affidabile è la base di ogni principio sovrannaturale e di ogni virilità religiosa.

b) Egocentrismo

Un secondo genere di autoinganno diretto è l’egocentrismo. La vanità ne è il modo più universale. Tutti quanti apprezziamo noi stessi ad un prezzo assurdamente alto. Anche quando il buon senso ci impedisce di aprire la bocca, stiamo sempre commentando le proprie azioni tra noi e noi in maniera molto parziale, e spesso anche in maniera del tutto geniale e con enorme fantasia. Amiamo i propri progetti fino ad escludere completamente la gloria di Dio dalla sfera del nostro influsso. Niente è troppo esagerato per la vanità del nostro egocentrismo.

Ci sono tre cose, però, che la limitano: la nostra conoscenza del Mondo che si oppone alle assurdità dell’io; il senso dell’umorismo e del ridicolo, che è d’altronde un grande aiuto per la santificazione; e la Grazia stessa, che ci insegna a sopprimere questi moti smisurati di presunzione.

Un altro modo di egocentrismo è il soffermarsi su se stessi. L’io, secondo una legge della propria natura, deve per forza vedersi in modo sbagliato. La madre non può vedere nessun difetto nel bambino che sta accarezzando: agli occhi suoi la creatura bruttissima nelle braccia è del tutto meravigliosa. Ma l’io che coccola l’io – neanche la madre la più devota non si avvicina che minimamente a questi eccessi di fantasticherie. Soffermarsi su se stessi è un tipo di oppio spirituale: niente può uscirne fuori se non i fantasmi. Un esempio ne è il confondere sentimenti con fatti, desideri con pratiche, così che infine né l’autoingannato né nessun altro possa discernere tra sogno e realtà.

Un terzo modo di egocentrismo è l’autoscusare il male che facciamo. Anche qua stiamo quasi sempre commentando segretamente le nostre azioni, ossia scusando quelle cattive. Siamo pronti ad ammettere che alcune nostre azioni, o più spesso omissioni, sono cattive, ma riteniamo che ci sia qualcosa del tutto particolare nelle proprie circostanze che rendono queste azioni meno cattive in noi di ciò che non sarebbero in altri. Sarà talvolta il nostro temperamento, talvolta la nostra salute, talvolta la nostra posizione, talvolta la provocazione che avremmo ricevuta. A volte ci perdoniamo con il più leggero rimprovero, perché ci sembra sfortunato che si sia manifestato una piccola nostra debolezza, quando il nostro carattere abbia pure un altro lato molto buono che non è mica da trascurare; anzi, ci sembra anche giusto di rammentarcene in questa situazione per darci conforto o qualche piccola ricompensa. E insomma chi ha un carattere integro o completamente equilibrato?

2. Persone o cose esterne

Quanto al mondo esterno, ci sono principalmente tre cose che fomentano l’autoinganno: la lode, la lettura spirituale, e la manipolazione delle guide spirituali.

a) La lode

Tutti cercano la lode. Uomini saggi, dignitosi, e seri si ammorbidiscono, uomini freddi si scongelano, uomini che si vantano di essere particolarmente al di sopra dell’opinione pubblica, si mostrano servili, bassi, permalosi, adulatori, falsi, e vanitosi; ma sono quelli silenziosi che la amano più di tutti altri. Loro sono i ‘rimuginatori’, ed il cibo che rimuginano è l’io, che, strano a dire, non trovano amaro per niente.

Come cammelli assettati nel deserto, che succhiano con gusto l’acqua la più fangosa, così siamo noi per la lode: quasi senza tener conto della sua qualità; né di quanto sia assurda, immeritata, esagerata; né da quale fonte poco critica – femminile o infantile – possa provenire. La apprezziamo, ci teniamo, ce ne nutriamo le briciole in un modo di cui ci dovremmo vergognare. Ci vuole la lode: se non viene, facciamo il muso. Com’è che non sorridiamo ad un’operazione così assurda?

Forziamo altri ad ingannarci parlando loro di noi stessi – della nostra pratica religiosa, del nostro carattere, o delle nostre particolarità. Abbiamo un scelta, però: dovremmo tenere molto più segreta la nostra vita interiore, oppure palesarla più pienamente. La via media è di mentire. Giusto sarebbe non parlare dell’io affatto. Tutto il parlare di se stessi è misero e squallido infatti, ma sarebbe difficile identificare una pratica della perfezione cristiana più dura da evitare. Se ci siamo mai sforzati di stare zitti su noi stessi per un periodo considerevole, sappiamo che ci sono delle cose che sembrano facili da fare, ma che sono in realtà quasi impossibili.

Comunque, se vogliamo parlare di noi stessi, dovremmo dire molto più di ciò che non diciamo. Se informiamo la gente quanto riscalda il cuore l’amore di Dio, dovremmo aggiungere che gli stessi cuori si riscaldano ugualmente con un buon bicchiere di vino o con un buon boccone; se palesiamo le nostre pratiche di preghiera, dovremmo palesare ugualmente il nostro attaccamento a bei vestiti e mobiletti. Altrimenti stiamo mentendo: facendo credere che siamo molto più elevati spiritualmente che non lo siamo, e suscitando lode, rispetto, ed ammirazione, che non servono a niente che non di aumentare l’autoinganno.

Ahimè! l’idolatria degli affetti domestici ci fa cadere in un tipo di felice ottimismo nelle nostre famiglie: un ottimismo che è meravigliosamente poco sospettoso della propria assurdità. E’ come vivere in aria saturata da lussuoso incenso che riesce quasi quasi a soffocare la voce della coscienza. Uno dei primi principi della vita spirituale è che ognuno deve essere ai propri occhi ciò che è agli occhi di Dio, ma ci sono poche donne e meno uomini che non sono ai propri occhi ciò che sono agli occhi della famiglia, ed è da temere che il punto di vista di Dio e quello della famiglia sono lungi da essere identici nella grande maggioranza dei casi.

b) La lettura spirituale

Quando un libro spirituale non ci mortifica e ci abbassa, sicuramente ci gonfia e ci rende menzogneri. Nessun’anima trama una tela più spessa attorno a sé di colei che si abitua a leggere libri spirituali che sono al di sopra della propria condizione spirituale, o che non le convengono in qualche altro modo: è un errore, sopratutto nei convertiti, considerare grazie ordinarie come quelle straordinarie; se stiamo sempre leggendo dell’amore puro e disinteressato per Dio, è facile ritenere che anche il nostro amore per Lui sia così; pensieri eroici sono infettivi, e presto noi ce ne gonfiamo, ma non portano mai ad atti eroici – anche perché non ci sforziamo a compiere tali atti. Pensieri eroici prestano un’aria di sentimentalità alla nostra religione, e tutto è là.

c) Manipolazione della direzione spirituale

Non abbiamo già deciso a metà ciò che vogliamo, ancor prima di consultare la nostra guida? Non è il nostro intento di sollecitare da lui il verdetto che ci auguriamo noi, piuttosto di non conoscere un suo giudizio calmo, raggiunto senza passione né pressione? Tutto questo è opera selvaggia, quando ci teniamo conto di Dio, dell’anima, e delle possibilità eterne.

3. Il demonio

Il demonio ci riempie di aspirazioni che non convengono né alla nostra natura, né alla grazia che abbiamo ricevuta: non convengono né alle nostre disposizioni, né alle buone qualità del nostro carattere, e non ci trasformano neppure. Anzi, sviluppano ciò che bisogna sopprimere e lasciano incustoditi i posti deboli dell’anima. Queste aspirazioni convengono ad altri, ma non a noi. L’opera di Dio è dappertutto un’opera di ordine, il quale il demonio si impegna a disturbare quanto può. Nella vita spirituale lo fa riempiendo persone devote di aspirazioni sconvenienti.

Quando il demonio riesce a trascinare tali persone a compiere le azioni a cui aspirano, lui effettivamente oppone a Dio tutto ciò che è di meglio e di meno egoista nella nostra natura: un’anima attiva che si mette a contemplare, cadrà o nell’ipocondria o nella mondanità; un contemplativo, invece, che si mette a lavorare, cadrà o nella malinconia o nell’illusione. Uno che si dedica a molta preghiera mentale quando dovrebbe stare piuttosto a casa a cucire, o con i poveri, diviene una simulazione presuntuosa, gonfia, stupefatta, della santità interiore, che disturberebbe pure il buon umore di un angelo.

In ultimo, il nostro nemico spirituale ci sta sempre spronando alla fretta: questa è la cosa più fatale di tutto ciò che è fatale. Qualcuno si lamenterà di una delicatezza di coscienza che si è indurita; del focolare freddo dove bruciavano allora le fiamme del divin amore; della vicinanza a Dio che si è ritirata ormai come la bassa marea; su cento grazie grandi a portata di mano, ma adesso solo parole. Ma la causa di tutto quanto non è proprio la fretta? Essere lenti: ecco l’insegnamento di san Francesco di Sales e di Fénélon. La fretta porta sempre alle tenebre.

Tutto il potere del regno del peccato si basa sull’autoinganno -sconcertante, lo ammetto, ma non per forza scoraggiante. Non vuoi amare Dio, ma poi ti lamenti che un predicatore ti abbia sconcertato: hai bisogno di essere sconcertato, altrimenti non crescerai; hai bisogno di un amore semplice di Gesù, come quello di un bambino: un amore che passa al di sopra di tutti questi pericoli senza quasi accorgersene. Altrimenti la vita spirituale è fin troppo malaticcia. Ci vuole un amore precipitoso, robusto, sano per Dio, un amore esteriore, pieno di aria fresca; ci vuole il pensiero di Dio, quello genuino: grave, sobrio, generoso, sincero: un esorcismo inesorabile contro ogni malaticcità.

II

LE VARIETA’ DELL’AUTOINGANNO

1) Non farsi consigliare

Le illusioni della vita spirituale sono senza numero. Uno trascura i doveri che Dio gli ha dati e passa tutta la giornata in chiesa, pensando che lui sia uno dei favoriti di Dio. Anche religiosi si possono scambiare singolarità per perfezione. C’è una falsa modestia, una falsa umiltà, una penitenza illusoria, una preghiera illusoria. L’illusione si trova dappertutto, e spesso deriva dal non farsi consigliare.

Il non farsi consigliare può essere conseguenza di una tentazione di tacere. Uno fa progetti o senza consulenti o solo con coloro che rispecchiano le proprie idee. Cova progetti e travisa lunghezza di tempo per maturità di deliberazione. I progetti scintillano ed oscillano attraverso le preghiere, così che gli sembrano di brillare di una sanzione quasi divina, e infine, senza traccia di egoismo e con ogni rispettabilità possibile, pensa di procedere con prudente riserva. Questa forma di autoinganno tende di divenire incurabile.

2) Farsi troppo consigliare

Un altro è loquace, e chiede parere a molti direttori diversi, oppure a tutte le persone che incontra. La causa ne è una coscienza poco tranquilla. Ma la sua disonestà sta sempre crescendo, perché più chiede consigli, più crede di essere docile; mentre invece più pareri sente, più diviene confuso, e più segue la propria volontà. Questo genere di persona sta sempre intraprendendo iniziative e sempre fallendo.

3) Compiacenza

L’autocompiacenza, quando esiste, sembra una qualità innata, che prende la propria infallibilità come punto fisso della bussola. Se è davvero innata, sarà più difficile da vincere che non le tendenze che derivano da circostanze esterne o dal peccato abituale. Ma non bisogna disperare neanche qui. L’autofiducia di tali persone è così forte che non ammettano di essersi sbagliati in nessuna circostanza. Se qualche cosa va storto, sarà a causa di un motivo esterno che nessuno avrebbe potuto prevedere e che anche la prudenza non avrebbe impedito. Se ciò che avranno fatto non era comunque la cosa migliore in assoluto, sarebbe stato comunque la migliore nelle circostanze. Agiscono sulla base di ispirazioni, guardano tutti gli esiti delle loro azioni come provvidenziali (anche se falliscono), e si muovono in un’atmosfera del tutto sovrannaturale e miracolosa. Ascoltano consigli in uno spirito di mortificazione con mitezza ammirevole. Ma che sconveniente questo consigliare! La loro posizione, il loro nome, i loro antecedenti, avrebbero dovuto esentarli dal ricevere consigli, da persone semplici e un po’ sfacciate che loro ritengono inferiori. Ritengono che la loro biografia sarà scritta un giorno, chi sa? ma forse possiamo dire di questi signori (senza offendere la Carità), che non sono candidati molto probabili per la canonizzazione.

4) Lo spirito censorio

Ci sono uomini così convinti di aver ragione che si propongono come la misura per giudicare altri. Non farlo, secondo loro, sarebbe un atto di falsa umiltà. Giudicano gli altri tutta la giornata, come se fosse l’unico scopo della loro vita, e come se fosse fuori luogo se facessero altro. Mentre gli autoingannatori compiacenti amano riflettere che abbiano ragione, quelli censori preferiscono riflettere che gli altri abbiano torto. I secondi sono dunque meno amabili, ma comunque hanno ragione spessissime volte. Il mondo é molto cattivo e la stramaggioranza della gente ha torto; si può quindi guadagnare un tipo di reputazione, profetizzando cose cupe, spaventando altri con sarcasmo e diffamazione, pur evitando le trappole in cui cadono gli altri. Pochi, anche tra i buoni, mirano a qualcosa di alto nella vita, e qualche briciola di successo basterà per soddisfare quelle anime che sono capaci di inghiottire tutto un mare di adulazione.

I censori sono normalmente calmi e tranquilli a causa dell’incrollabile placidità della loro autofiducia. Sono anche freddi, ed opposti all’ entusiasmo; non capiscono facilmente l’anima di qualcuno che agisca per amore. Per quello, intendono la libertà di spirito come la proclamazione senza rossore di quell’infrequenza di preghiera, di quella poca coscienziosità, e quella tiepidezza nel pentimento che vivono loro, ma di nascosto. Una teologia rigorosa è un modo a buon mercato per godere della rispettabilità. Chi rappresenta come dura la strada che porta in Cielo, è sottomesso o all’autoindulgenza o al rispetto umano.

Questo tipo di autoinganno è uno dei più comuni, e difficile da sanare, perché il suo cuore è inaccessibile. Sembra richiedere il colpo di un grande peccato per fare entrare nell’anima la luce della salutare vergogna.

5) L’Ambizione

L’ambizione mira ad un oggetto lontano che si acquista solo lentamente. Ha bisogno della pazienza ma non la possiede: l’ambizione è una passione impaziente, precipitosa, impetuosa, irreale, che tende a scambiare mezzi per fini e atti singoli per abitudini. Se, con la grazia di Dio, l’ambizioso riesce a fare un atto di generosità verso di Lui, suppone di aver già acquisito un’abitudine santa. L’esperienza contraria gli da fastidio. Ha adottato pratiche di preghiera al di sopra delle sue capacità, o familiarità nella preghiera che ha sminuito la sua reverenza verso Dio. Osa a lamentarsi con Dio. Si augura di fare contemplazione senza le fatiche antecedenti della meditazione; si augura di soffrire senza aver mai mortificato il corpo; vorrebbe servire Dio con un amore puro e disinteressato, ma non si è mai particolarmente pentito dei suoi peccati. Le tappe iniziali della vita spirituale le ha trascorse con un salto solo, imitando i santi in ciò che non era da imitare, e si trova ormai in cose altissime in aporia totale sia per esse sia per gli esercizi più comuni della Fede. Finisce nello scoraggiamento e nell’abbandonare la religione del tutto. E’ una condizione incurabile e neanche molto fuori comune.

6) La scrupolosità

Continenti vasti della presunzione la più puerile si stanno scoprendo ogni anno nelle anime dei scrupolosi. Sono consumati dallo spirito censorio, che esercitano unicamente su cose irrilevanti, mentre senza scrupolo alcuno danno scandalo, non resistono né alla loro passione dominante né alla tentazione abituale, e non cercano di evitare le occasioni del peccato. Non si interessano al comportamento degli altri, né alla loro sensibilità. Sono acerbi, poco affabili, difficili da trattare. Gli sciocchi lo interpretano come santità. Nella scrupolosità c’è un pozzo profondo di tranquilla autoesaltazione; sulla superficie l’agitazione religiosa.

7) La falsa umiltà

L’autoinganno della falsa umiltà è vicino a quello della scrupolosità, ma è forse ancora meno facile da sanare. L’autoinganno è segno della debolezza, sia intellettuale che morale, e quasi tutti hanno almeno un punto in cui sono deboli in tutti e due questi sensi. Non dovremmo essere dunque sorpresi se troviamo alcune persone, apparentemente forti e trasparenti, che non siano vittime anche di questa forma di autoinganno.

Tutti sentono che l’umiltà sia la virtù santa per eccellenza, e perciò tutti cercano di acquisirla. Ma è straordinariamente difficile da acquisire, in quanto pare quasi impossibile alla natura di credersi così poco buona che si lo deve credere se si crede di non essere umili. Bisogna quindi raccorciare i tempi necessari per acquisirla.

Sfortunatamente alcuni santi hanno parlato male di se stessi. Dunque dobbiamo fare lo stesso noi, anche se non crediamo ciò che diciamo, e non concediamo minimamente il diritto ad altri di crederlo. Ognuno ha il suo piccolo cerchio di adulatori come un insetto ha i parassiti. Questi sono o troppo sciocchi o troppo poco sinceri per essere contenti del nostro inganno, mentre noi, trovandolo un eroismo a basso prezzo, non ci tiriamo indietro. Ma questo inganno porta alla cecità spirituale. Perché il falso umile ignora ciò che nella vita spirituale è la cosa più necessaria da sapere: cioè la propria mancanza di coraggio. Il motivo ne è che non si è mai messi veramente alla prova. Ritiene nella sua abiezione artificiale, che ormai è divenuta reale (senza divenire vera), che deve mirare solo alle cose basse per Dio. E così fa ciò che è al di sotto delle sue forze, senza mai mirare ciò che è o sul suo livello oppure al di sopra di esso. Inoltre, malgrado la sua mancanza particolarmente odiosa di generosità, non è comunque esente di una certa superbia nella sua sicurezza in sé e nella sua pretesa discrezione.

III

LE CARATTERISTICHE DELL’INGANNO

La prima caratteristica è il suo potere quasi illimitato. L’autoinganno è una tentazione, anzi, più di un tentazione: è una legge della debolezza dell’ anima, una caricatura della grazia: anticipa e segue l’azione, la propone, la sostiene, la accompagna, si scioglie in essa, la loda nel suo amor proprio, la biasima nella sua falsa umiltà; ci illumina e ci acceca; opera sia nell’azione che nel riposo; si nasconde e si rivela. Compagno intollerabile! Mai affaticato, indifferente alle condizioni della strada, imitatore dell’angelo custode, sempre trionfante, sempre deridente, approfittando pure della Grazia per acquisire nuove opportunità e nuovi teatri d’azione.

Una seconda caratteristica è che è inveterato. Né vittorie ripetute lo vincono, né mortificazioni. Anzi, tutti mezzi contro di esso sembrano di fortificarlo. E’ onnipresente, non si può afferrare, né fermare, né staccare dalle circostanze della vita. Non ci aiuta esperienza, né vigilanza, essendo l’autoinganno sempre diverso. Agisce in modo passivo, pacifico, vuole vivere con noi, in noi, anzi, vuol essere una sorta di anima per noi: per questo motivo è così inveterato.
Poi, si assume l’apparenza del bene, come si aspetterebbe d’altronde dal primo ministro del demonio. Ma sarebbe più preciso dire non che assume l’apparenza del bene, bensì che la porta sempre, travestendosi sempre in un’infinità di modi. Così ci fa compiere l’opera del demonio, facendoci credere (non sempre con una fede interamente buona) che sia l’opera di Dio.

Il punto debole dell’autoinganno è che sia doloroso da toccare (quando si riesce comunque a toccarlo). Siamo tutti sensibili ad alcune critiche del nostro comportamento, delle nostre pratiche o abitudini, dei nostri atteggiamenti: ad altre critiche, invece no. Perché questo? Non lo sappiamo, ma è una scoperta che dovremmo indagare senza esitare; è un dono della Provvidenza che ci avrebbe potuto aiutare ad evitare tanti danni.

Un’altra caratteristica è la sua coesistenza col bene. Si sceglie il migliore di tutto, e si attacca a ciò che è del più eccellente. Una sola goccia di questo veleno disturba la quantità più grande del bene, e una quantità moderata ne neutralizza una quantità sproporzionata. Ipocrisia non vive a lungo se non in compagnia di un pochino di pietà; così anche l’autoinganno prende dimora presso il bene, per nutrirsene e riscaldarsene.

L’autoinganno cresce con l’età. Alcune erbacce crescono nell’anima quasi per caso; altre muoiono se non vengono nutrite; alcune si impiantano con un solo atto di peccato e non crescono affatto; mentre l’autoinganno cresce inevitabilmente. Più si allarga la vita, più si allargano le facoltà per l’inganno. L’unica cosa che è fatale per l’autoinganno è la semplicità. Se potessimo essere perfettamente semplici, potremmo infliggere un colpo mortale su questo mostro. Ma la vita moltiplica le cose, imbroglia i nostri motivi, ci distrae l’attenzione, ci complica l’agire, ci confonde con la sua rapidità, versatilità, contraddittorietà, imperiosità, fertilità. E tutto questo apre la porta all’autoinganno: dove entra in silenzio se ha il tempo, o con rumore se non ce l’ha. Una cosa è certa, però: La fonte corre più copiosamente ogni anno, e se la Grazia non facesse evaporare le acque proprio mentre saltano, saremmo rovinati.

L’autoinganno cresce anche nella misura in cui l’anima progredisce nella vita spirituale. Eccezione fatta per le grazie le più alte che riguardano l’unione mistica a Dio (che sono comunque raggiunte solo da pochi), le operazioni delle grazie intermediarie sono soggette ad illusioni più di quelle basse.

Come esempio prendiamo la preghiera. L’autoinganno si nutrisce dalla preghiera e dalla contemplazione. La preghiera ci conduce in un mondo nuovo, dove si parla una lingua diversa, dove il paesaggio e i colori sono diversi. Nella natura ciò che più inganna è la luce: ci inganna su distanza e grandezza; scambiamo fantasia per realtà, vediamo cose a rovescio: così anche nel mondo della preghiera. Un altro punto comune ai due mondi è il principio che la luce acquista colori solo brillando attraverso il buio. Nella preghiera ci sono colori che difficilmente sono da attribuire all’oggetto o all’atmosfera; luci possono abbagliare e confondere. L’abitudine è l’unica sicurezza nelle cose sovrannaturali, ma la grazia ci ruba di quella sicurezza, spostandoci sempre più in alto.

L’autoinganno si distingue anche per il modo eccellente in cui si serve del tempo. Afferra le nuove grazie subito quando appaiano, e le svia per i propri scopi. La forza di una tentazione sta soprattutto nella sua opportunità. La natura umana, debole e incapace di sostenere sorprese, cede quasi sempre a ciò che è opportuno, sia per il bene che per il male. Il nostro guadagno annuale di grazie è grande, ma l’autoinganno ne prende molte tasse. Sappiamo che siamo molto più poveri di ciò che possa sembrare, ma non sappiamo mai quanto. Gestire la grazia con discrezione è uno degli oggetti più difficili della vita spirituale.

L’autoinganno infesta talvolta la natura, talvolta la grazia. Sfrutta dei nostri momenti di debolezza, dei nostri punti deboli; diviene quasi indistinguibile dal carattere naturale, già indebolito, scardinato, e sconvolto dal peccato. E poi cediamo al nostro carattere, dispensandoci di questo e quello, ritenendo che abbiamo il diritto di agire come ci pare, e la barca affonda nel mare. Non abbiamo potuto distinguere tra sfiducia in natura e sfiducia in grazia; tra sfiducia in sé e sfiducia in Dio.

L ’autoinganno si insinua poi nelle parti del carattere che abbiamo deciso di privilegiare, e diviene la legge della vita: mentiamo a noi stessi e facciamo della menzogna una legge.

L’autoinganno infine è umiliante, ciò che è il motivo principale per chi cerca di evitare l’autoconoscenza. Gli inizianti ne sono esempi tipici. Scatenati nei campi larghi dell’ascetismo e nei boschi grandi della meditazione, cadono nella gola spirituale, scoprono l’inganno, e poi rinunziano a tutto, preferendo condurre ormai vite confortevoli.

IV

RIMEDI DELL’AUTOINGANNO

C’è qualche cosa di sostanziale nel creato? C’è qualcuno di reale? C’è vita spirituale affatto? Tali domande ci facciamo, con la nostra irritazione quasi scusabile, quando ci si presenta in ogni chiarezza davanti gli occhi il tema dell’inganno spirituale. L’io è miserabilmente petulante, come ce ne possiamo accorgere quando l’io si introverte su se stesso: toglie la freschezza pure dalla nostra adorazione, e getta una luce malaticcia sulle nostre pratiche di devozione che dovrebbero giacere nella luce tranquilla dell’amore disinteressato.

Dovremmo smettere di coltivare uno spirito interiore, per paura dell’ autoinganno, della lebbra introvertita e marcia dell’auto contemplazione, dell’indegna schiavitù di una vita pia? Ma quale sarebbe l’alternativa?
– Dedicarci solo alla devozione esterna, come quella del tutto consumata dai pregiudizi triviali, dalle singolarità, dalle gelosie, dalla golosità, dall’ ipocondria, dall’egocentrismo: consumata infine da qualcosa peggiore dalla vile scrupolosità, dalla preghiera pignola, dall’introversione soffocante, dalla permalosità, dalla mortificazione fino all’amarezza ed allo spirito critico: solo perché la grazia non ha potuto superare la loro incapacità per essere dolci.
– Oppure dedicarci solo all’azione, come quegli uomini intellettuali, robusti di corpo e di carattere, che sembrano riuscire in tutto? Ma scappare via da una vita pia non tutta sana, non vuol dire scappare via da se stessi.

Meglio sarebbe sanare la vita spirituale: adottando un odio saggio di se stessi, esercitandosi nella pazienza, esaminando la coscienza in modo serio. Coloro che nutriscono un’avversione per la vita spirituale stanno facendo l’opera del demonio anche senza esserne consapevoli.

Perché sto dicendo ciò? Perché non troveremo rimedi all’autoinganno tanto specifici né definiti quanto ci potremmo augurare. L’autoinganno è una roba cattiva, quasi irreparabile. Bisogna considerare la sua riparazione come un male necessario ed indispensabile; e quando qualcosa è indispensabile per Dio, bisogna iniziare quanto prima e anche con uno spirito allegro: Nella misura, infatti, in cui ci abbassiamo sempre più profondamente nella nostra falsità, ci avviciniamo sempre di più al grande Veritiero Che è Dio. E l’auto abbassamento ci fa coraggio. E’ strano, ma è comunque così.

In genere possiamo dire che la conoscenza del proprio autoinganno costituisce quasi quasi la sua guarigione. Per quello mi son soffermato così a lungo su di esso. Una volta che ce ne accorgiamo, l’occasione e le circostanze ci indicheranno le armi con cui si deve combattere. Non gli piace essere conosciuto: si traveste e fiorisce nel nascondimento; quando viene visto invece, lo fa tremare un senso di colpa; quando una luce forte lo rivela, si perde la testa e fa un gesto involontario. Conoscere questo nostro nemico, ci facilita mirarlo, dunque, ma anche lo rende codardo spogliandogli la forza.

Poi, più semplice è il nostro comportamento, più debole l’autoinganno, e meno frequenti le sue occasioni. La semplicità nel mondo spirituale è come la luce nel mondo naturale: la luce cambia tutto ciò che tocca: privo della luce ogni tipo di vita languisce; simile è la semplicità. E’ il nemico particolare dell’autoinganno.

Quando uno fa una serie di scoperte, cioè che sia vittima costante dell’ autoinganno e che la base della vita interiore sia stata un’illusione, gli sarà spesso prudente rimodellare e semplificare il suo sistema spirituale, facendo atti di purezza d’intenzione, cioè rendendo attuale la pia intenzione delle sue azioni, piuttosto che virtuale o abituale.

Non converrà a tutti, agli scrupolosi per esempio: e se non converrà, non li renderà felici. Se ci rendiamo infelici, ci rendiamo incapaci di servire Dio. Che serviamo Dio mentre brilla il sole: così, quando manderà le tenebre, Lo serviremo meglio. Intanto, le tenebre false sono peggiori della luce falsa, così che se, attualizzando le nostre intenzioni per la gloria di Dio, ci ottenebreremo lo spirito piuttosto che illuminarlo, potremo essere sicuri che questa non sia la strada per noi.

Non cerchiamo di combattere l’autoinganno esaminando eccessivamente la coscienza nè i motivi per tutto ciò che facciamo. Tutto deve procedere pian piano nella vita spirituale, anche le nostre cadute. Se non troviamo subito ciò che cerchiamo tra i motivi profondi del nostro agire, alziamo la testa e guardiamo il cielo.

Non dimentichiamo che la guarigione dell’autoinganno dura tutta una vita. Per questo richiede la perseveranza, e nell’ultima analisi la speranza: la speranza che tiene chiaro è fermo l’occhio della Fede. Lo scoraggiamento gli è dunque fatale. Più a lungo deve durare uno sforzo, meno sopporterà lo scoraggiamento. Ma è proprio questo che vuol produrre in noi l’autoinganno: imbrogliando, complicando, confondendo, inventando stratagemmi, moltiplicando attacchi, trascurando le convenzioni della guerra, logorando la speranza. Una volta che ci mettiamo a sedere ed a disperare, sarà improbabile che ci sarà permesso di rialzarci.

Non bisogna essere superbi o cercare la gloria nelle battaglie contro l’autoinganno. Ci sono battaglie che non diano grande onore, o che lascino i vincitori sporchi e sfigurati. Non entreremo mai nelle città morali che avremo vinte in marcia di trionfo: torneremo a casa abbattuti. Piuttosto ci dovremo accontentare delle vittorie piccole e dei successi modesti: con buon umore e con grande pazienza.

Meditazione sugli attributi di Dio è un’altra difesa contro l’autoinganno: per poter meglio imitarLo; per farci impregnare dallo spirito della Verità, Che è Lui; per uscire da noi stessi verso gli oggetti della Fede; per contemplare Lui piuttosto che noi stessi; per acquisire un santo timore di Lui, reverenza, adorazione che abbassa se stessa davanti a Dio. Aggiungiamo che un effetto particolare e positivo della reverenza è di rendere l’uomo naturale e semplice verso il prossimo.

Bisogna coltivare una devozione così interiore che renda possibile, essere moderati nel parlare, evitando sopratutto i temi della propria vita spirituale e del carattere di altri.

Cerchiamo di camminare solo con la Fede: deve essere per noi strada, luce, circostanze, atmosfera, tutto: ecco la nostra sicurezza, ecco anche tutta la nostra perfezione. Non cerchiamo segni provvidenziali esterni come guida di condotta; non lasciamoci trascinare da un consiglio casuale, da una parola attribuita a qualche religioso santo, oppure a qualche nostro penitente.

Occorre un grande fiducia in Dio come abitudine di mente ed emozione di cuore, per non accusare Dio del male che facciamo noi: Quando le illusioni e le complicazioni della vita spirituale ci conducono a situazioni che ci sembrano quasi senza uscita, siamo tentati a pensare che chi ci abbia ingannati fosse Dio piuttosto che noi stessi.

Cosa ci farà reale, quindi? il Volto di Dio. Il prima tocca regale dell’ Eternità non solo ci sveglierà, ma anche ci guarirà in fondo: dell’inganno ci potrà guarire solo il Re.

Chiaramente, dunque, la difesa più efficace contro questo male in terra sarà ciò che più si avvicina al suo rimedio in cielo: ossia servire Dio con un amore personale. L’amore per Dio ha questa proprietà: di renderci reali. La comunione con Dio scoglie la nostra irrealtà. L’amore imita ciò che ama: amiamo Gesù ed imitiamo la Sua semplicità. Quando guardiamo fuori di noi stessi in Fede amorevole, si diminuiscono i processi interni e si semplificano parecchio; e poi semplificandosi crescono in maestà. Quando la vita interiore si reduce ad una sola operazione della Grazia, siamo più al sicuro; quando molte cose avvengono in noi simultaneamente, c’è poca crescita e molto inganno.

Bisogna guardare fuori di noi verso Dio; passare verso di Lui; appoggiarci su di Lui; imparare ad essere una sola cosa con Lui; far sì che l’amore per Lui bruci l’amor proprio, fin quando esso non esista più, fin quando ci uniamo completamente a Lui. Fuori Dio tutto è irreale, tutto falso. La falsità è una condizione della creatura. E quanto è doloroso per noi, ma anche per coloro che sono molto meglio di noi, scoprire che non siamo altro che irrealtà ed ipocrisie indeliberate ed irrimediabilmente pretenziose! E’ un pensiero sobrio, ma anche confortante, che il tempo verrà per tutti quando non giocheremo più ruoli: né con altri né con noi, neppure con Dio.

La carità come mezzo per superare se stessi

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Parlando della Carità, nel senso del nostro amore verso Dio, scrive sant’Alfonso: ‘Quale oggetto mai più nobile, più grande, più potente, più ricco, più bello, più buono, più pietoso, più grato, più amabile, più amante, poteva darci Dio ad amare che Se Stesso?… Chi è più grande? è il Signore del tutto; Chi più potente? con un cenno di Sua Volontà ha creato il mondo e con un altro cenno può distruggerlo quando vuole; Chi più ricco? possiede tutto; …Chi più pietoso? Un peccatore basta che si umilii dinanzi a Dio e subito lo perdona; Chi più grato? Dio non lascia senza premio qualunque cosa che facciamo per Suo amore; Chi più amabile? Iddio è così amabile che i santi, col solo vederLo ed amarLo in Cielo, godono un tale gaudio che li rende appieno beati e contenti in eterno…’

Dio è dunque l’oggetto perfetto del nostro amore: non c’è un altro oggetto che ci possa rendere felici né in questa vita, né nell’altra. Anzi, tutti gli altri oggetti ci rendono infelici: e tutto la nostra infelicità deriva dal non amare Dio. Una persona medita sui suoi successi e sulle sue umiliazioni, sulle offese o sui complimenti che riceve d’altrui; un’altra passa il suo tempo davanti allo specchio: ‘Quanto sono bello! Quanto sono brutto!’; un altro depresso, un altro ossessionato da altre persone; un altro ancora che cerca di possedere informazioni o oggetti senza limite. E poi ci sono coloro che non riescono a staccarsi dal male del mondo, della Chiesa, dei parenti, o da quello che devono subire se stessi: tutti chiusi nel proprio piccolo mondo, il mondo di se stessi, o almeno il mondo finito di quaggiù.

Il nostro mondo è coperto di nuvole, e non riusciamo a vedere il cielo bello ed infinito sopra di noi. Siamo vittime di noi stessi: dei nostri sensi e dei nostri sentimenti, dei nostri piccoli piaceri o delle nostre sofferenze: di ciò che è più basso in noi, piuttosto che dalla ragione e dalla Fede. Siamo retti dalla nostre concupiscenze che ci portano ad amare noi stessi, gli oggetti dei sensi, ed i possessi: ad amare tutto ciò che è finito piuttosto che ciò che è infinito. Siamo catturati, rinchiusi, legati senza uscio, e in fine preda del demonio.

C’è un solo rimedio: l’amore per Dio: per uscire dall’inferiore verso il superiore, dal finito verso l’infinito, da noi stessi, povere creature, verso Dio, Creatore e Somma dei ogni perfezione. Bisogna vedere i beni e i mali di questa vita, i suoi piaceri e i suoi dolori, come occasioni per ringraziare Dio, per esercitare la pazienza, la perseveranza, la rassegnazione – per offrire tutto a Dio, ed in fine per crescere nella perfezione spirituale e per avvicinarci a Lui. Non sono beni o mali assoluti, bensì relativi: per condurre al Bene Assoluto Che è Lui. Questo richiede un lavoro di distacco delle cose di questa terra, e soprattutto da noi stessi, per poter vedere le cose come sono alla luce del sole che è Dio, e per orientarci in tutto ciò che facciamo a Lui.

Come acquistiamo l’amore per Dio? Nostro Signore Gesù Cristo dice chiaramente: ‘Chi mi ama tiene i miei comandamenti’. I comandamenti, come sappiamo, comprendono tutta la vita morale – ad esempio il comandamento di non uccidere comprende la proibizione di parlare male di altri; il comandamento di non dare falsa testimonianza comprende la proibizione di mentire. I comandamenti di amare Dio ed il prossimo comprendono ugualmente tutta la vita morale. Un aspetto di questa vita morale è la preghiera: la preghiera ci unisce a Dio, ci unisce il cuore a Dio affinché possiamo amarLo sempre meglio. La preghiera mentale in particolare – la meditazione (soprattutto sulla passione) e la contemplazione – ci fa conoscere ed amare Dio.

Per amare Dio bisogna anche pregare per amarLo. Il Salmo 17 comincia: ‘Diligam te Domine, Fortitudo mea’: Qua il Signore viene chiamato la mia Fortezza, il mio Firmamento, Rifugio, Liberatore, Aiutante, Protettore, Salvezza, Sostenitore. In questa preghiera riconosciamo il Suo amore per noi nel sostenerci, nel proteggerci, nel salvarci; riconosciamo che Lui solo è la nostra fortezza e forza, e preghiamo di amarLo come tale. Ci ricordiamo dell’inno tedesco: Ich will Dich lieben, meine Staerke.

L’amore verso Dio è essenzialmente un amore della volontà, ma quando si perfeziona, diviene anche un amore sensibile, un amore sentito: un amore che sovrabbonda sui sentimenti per superare tutte le altre forme di amore che ci possano motivare.

Per acquistare l’amore per Dio, e l’amore perfetto per Dio, chiediamo l’aiuto della Beatissima Vergine Maria, Lei che era ed è interamente consumata nell’incendio dell’amore Divino. Questo è il nostro destino nell’eternità, che bisogna iniziare in tutto ciò che facciamo quaggiù.

La morte del peccatore

Francis_Borgia

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Insegna san Girolamo: ‘Di centomila peccatori che sono vissuti male, appena uno merita indulgenza da Dio alla morte’: Vix de centum millibus, quorum mala vita fuit, meretur in morte a Deo indulgentiam unus. Aggiunge san Vincenzo Ferrer esser ‘Maggior miracolo il salvarsi uno di costoro, che risuscitare un morto’.

La ragione di questa difficoltà quasi insuperabile di salvarsi è, cioè, che il peccatore, invece di ammollirsi alle grazie ed alle chiamate di Dio, sempre più si è indurito: così che alla morte non sarà più capace di pentirsi. Giobbe dichiara (41.15): ‘Il suo cuore è duro come la pietra, saldo come l’incudine del fabbro’: Cor eius indurabitur quasi lapis, et stringetur quasi malleatoris incus. In altre parole, ogni peccato mortale che commette è come un nuovo colpo sull’incudine, che rende quell’incudine sempre più duro. Nell’Ecclesiastico (3. 27) leggiamo similmente: ‘Il cuore duro andrà a finir male, e chi ama il pericolo vi perirà’: Cor durum habebit male in novissimo; et qui amat periculum, peribit in illo.

Sant’Alfonso, su cui dottrina questo articolo è una piccola sintesi, insegna che il cuor indurito, assieme alla mente ottenebrata e l’abito cattivo, renderà la conversione del peccatore moralmente impossibile. Dio consegnerà la sua anima a tutti i vizi: ‘Ne toglierò la siepe ed essa sarà devastata’ (Isaia 5.5): toglierà la siepe del santo timore ed il rimorso della coscienza, e la lascerà nelle tenebre, così che il peccatore, abbandonato in quel profondo di peccati, disprezzerà tutto: ammonizioni, scomuniche, grazia di Dio, castighi, Inferno; si burlerà della sua stessa dannazione. Leggiamo nei Proverbi (18.3): ‘L’empio, giunto nel profondo dei peccati, disprezzerà’: Impius, cum in profundum peccatorum venerit, contemnit.

Anche se il peccatore si confessa prima della morte, la sua confessione sarà mancante: ‘La penitenza di un infermo è inferma’ dice Sant’ Agostino. E come può pentirsi dei suoi peccati, d’altronde, se la sua confessione non è motivata dall’amore o dal timore verso Dio, bensì solo dal timore dell’Inferno e della dannazione eterna? Come può odiare quel peccato che ha amato fino alla morte? Come può amare quel nemico che sino ad ora ha odiato, o odiare quella persona che sino ad allora ha amata? ‘Oh che montagna da superare!’ esclama sant’Alfonso.

Per di più, l’ora della morte è sempre incerta: ‘Nell’ora che non pensate verrà il Figlio dell’Uomo’(Lc 12.40); ma per l’uomo di cattiva vita la morte è anche sempre improvvisa. Col peso della malattia, con le visite dei medici e le attenzioni dei parenti, con gli affari del mondo ancora da sistemare, gli ultimi giorni saranno sempre giorni di tenebre e confusione, nei quali sarà difficile, anzi moralmente impossibile, l’aggiustare una coscienza imbrattata di peccati. ‘La loro anima perirà nella tempesta’ si legge nel libro di Giobbe (Job 36.14): Morietur in tempestate anima eorum.

E poi ‘Il demonio scende a voi con ira grande, sapendo di aver poco tempo’ (Apoc 12.12): Descendit diabolus ad vos habens iram magnam, sciens quod modicum tempus habet. In morte, il demonio mette tutta la sua forza per non lasciarsi scappare di mano quell’anima che sta per uscire da questa vita, scorgendo dalle circostanze del morbo, che poco tempo gli resta per guadagnarla per sempre. Il concilio di Trento, parlando dell’Estrema Unzione, insegna chiaramente che il nemico in nessun tempo combatte con tanta violenza per farci perdere, e diffidare della divina misericordia, quanto alla fine di nostra vita.

Il momento della morte è incerta: per quello bisogna prepararsi per esso costantemente. Sistemiamo i nostri conti quanto prima per non trovarci sorpresi in un momento inopportuno. Se siamo nel peccato mortale, o persino nel peccato mortale abituale, cerchiamo l’aiuto di un confessore e direttore di coscienza già oggi. Se abbiamo amici o parenti di cattiva vita, preghiamo per loro incessantemente e offriamo per loro tutte le nostre croci e tutti i nostri sforzi: Affinché ci convertiamo tutti e siamo tutti salvati alla Gloria ed all’onore dell’infinita Misericordia di Dio. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Raccomandiamo al gentile lettore la lettura dell’ ‘Aparecchio alla morte’ di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Edizioni Gribaudi.

Non giudicate

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nostro Signore Gesù Cristo ci comanda di non giudicare. Facciamo notare innanzitutto che Egli non sta parlando della valutazione oggettiva di situazioni , di fatti, o di comportamenti. Egli ci ha elargito infatti l’intelligenza anche affinché noi possiamo valutare queste cose e agire in modo adatto in conseguenza. Diamo come esempio una dichiarazione di un membro della Gerarchia. Se la troviamo non in conformità alla Fede cattolica, siamo tenuti a rigettarla. Ciò che il Signore proibisce qui è di giudicare individui, come il membro della Gerarchia in questione, o le persone con cui veniamo in contatto.

Tipicamente le critiche derivano dalla superbia. Critico gli altri, ma mi sento al di sopra della critiche io. Come Adamo ed Eva, anche noi abbiamo mangiato dell’albero della conoscenza del bene e del male, e pensiamo, cioè, di conoscere il bene ed il male, anzi di poterlo stabilire, ed in questo modo di essere come Dio: Giudice degli uomini e perfetti in noi stessi.

Questa superbia è particolarmente evidente quando qualcuno mi giudica o fa qualcosa che limiti, secondo il mio modo di vedere, i miei diritti. ‘Guai a lui! Come si permette di giudicare o di non rispettare me? Io sono perfetto’ – mi dico tra me e me – ‘sono come Dio! (ma forse non lo sapeva?)’ La superbia in questi casi è la superbia ferita: la vanità ferita. E più il mio critico ha ragione, più violenta sarà la mia reazione. Su un livello più profondo, infatti, la sua critica mi fa adirare contro me stesso, sapendo che lui abbia ragione (almeno in parte) ma non volendo ammetterlo; volendo apparire perfetto e dunque in dovere di difendere la mia reputazione.

Alla base del giudicare è la negatività. O non abbiamo forse osservato quanto spesso le persone, ed in primo luogo noi, si può dire, parliamo in modo negativo quando ci incontriamo: Queste notizie brutte! Le guerre! La crisi della Chiesa! Questa mia sofferenza! La sofferenza della mia famiglia! E poi le critiche – e quante critiche e quanta negatività! Dopo l’incontro ci salutiamo piuttosto con tristezza, con un senso di contaminazione. Il male è entrato anche nell’ incontro tra amici, che dovrebbe essere occasione di gioia. L’unica persona che ne è contenta è il demonio.

Piuttosto di criticare, bisogna essere umili. Quest’altra persona che son tentato di criticare: forse agiva in malafede, mi devo dire, oppure forse no. Mentre io ho agito o agisco spesso in malafede. Dirò una piccola preghiera per lui. Se qualcuno mi critica, normalmente avrà ragione, almeno in parte. Bisogna esaminarci la coscienza attentamente, e se la critica è giusta, accettarla. ‘Sì, hai ragione, proverò a correggermi’.

L’umiltà porta alla pace dell’anima. Se sono in pace, non ho motivo di essere negativo. Le circostanze della vita sono difficili forse, ma sono come Dio le ha decretate o permesse: farò ciò che posso, Egli farà il resto. Alzerò il cuore a tutto ciò che è vero e buono: che questo sia l’oggetto dei miei pensieri e della mie parole. Piuttosto che di criticare gli altri, mi rallegrerò delle loro virtù come lo farò in Cielo, ricordandomi della parole di san Paolo (Fil 4.8): ‘Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri’.

Nostro Signore Gesù Cristo ci insegna di non giudicare, in un discorso sulla Carità. Pratico la Carità verso il prossimo evitando di giudicarlo. La pratico ugualmente ammonendogli di correggersi: purché il mio motivo sia di aiutarlo a progredire sulla strada della perfezione cristiana, piuttosto che di umiliarlo. ‘Amico mio, aiutami a togliere la pagliuzza del tuo occhio’: sono parole che possono esprimere o un rimprovero ipocrita, oppure la Carità fraterna, conseguenza di un lavoro serio antecedente su me stesso.

Il Signore ci spiega che ciò che diamo sarà ciò che riceveremo: con la misura con cui misuriamo, sarà misurato a noi. Se giudichiamo saremo giudicati; se condanniamo saremo condannati; se trattiamo gli altri con la Carità, saremo trattati anche noi con la Carità.

Sì, la Carità cristiana è infine l’unica regola di condotta della vita quaggiù: per promuovere la pienezza della Vita e dell’Essere per il prossimo come anche per noi; per aprirci all’Essere ed al Bene infiniti di Dio; e per esserne riempiti qua e nel Cielo. Amen.

Sia lodato Gesù Cristo! Sia sempre lodato!

La Fede e l’eresia

LA FEDE E L’ERESIA
vari autori

Gli disse Gesù: Io sono la Via, la Verità, e la Vita.
Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. (Gv.14.6)
1. Prefazione
2. Introduzione

I LA FEDE

A. La Preambula Fidei
3. L’ Ateismo
4. La Dimostrazione dell’Esistenza di Dio
5. La Credibilità della Fede
6. L’Obbligo della Fede

B. La Fede di per sé stessa
7. L’Oggetto della Fede
8. La Luce della Fede
9. L’Immutabilità della Fede
10. L’Infallibilità della Fede

II L’ERESIA

A. L’Eresia di per sé stessa
11. La Definizione dell’Eresia
12. Martin Lutero
13. Il Modernismo
14. L’Ecumenismo

B. L’Anti-Religione Eretica
15. La Gnosi all’Inizio dei Tempi
16. La Gnosi nella Càbala Pervertita
17. La Gnosi ai Nostri Tempi
18. Il Neo-Gnosticismo

CONCLUSIONE MORALE

19. Il Bene della Fede
20. Il Male dell’Eresia

1. PREFAZIONE

Il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha dichiarato un anno della Fede che ha avuto inizio nell’ottobre 2012. Viste l’ignoranza e la confusione quasi universali in materia di Fede, bisogna ammettere che i tempi ci sono ormai maturi.

Come viene concepita la Fede cattolica di solito? Come un sistema di varie credenze che hanno vari oggetti; sono opinioni di ordine naturale, non-verificabili e mutabili; opinioni che ci aiutano a comportarci in modo giusto. Come tale la Fede è messa sullo stesso livello delle altre religioni; l’uomo pretende il diritto di scegliere la religione che a lui sembra giusta, e rinunzia ad imporre la propria Fede o religione agli altri. Allo stesso tempo concetti come dogma, infallibilità, eresia, ed anatema vengono rigettati come totalitari, o semplicemente irrilevanti.

Questa concezione, diffusa oggigiorno anche tra cattolici, si oppone all’insegnamento costante della santa Chiesa cattolica. La Chiesa insegna che la Fede è un insieme di dottrine unite dal loro oggetto che è Dio: Dio come è di per Sé Stesso. Queste dottrine non sono opinioni di ordine naturale, non-verificabili e mutabili: bensì costituiscono una conoscenza sovrannaturale e certa (e perciò anche evidente) di Verità immutabili; non semplicemente ci aiutano a comportarci in modo giusto, ma piuttosto sono necessari a questo fine e così per raggiungere il Cielo.

Perciò occorrono i dogmi e gli anatemi per dichiarare le dottrine cattoliche e per condannare le eresie in modo infallibile; occorre l’evangelizzazione per insegnare la Fede, e, data l’occasione, il martirio per difenderla. Nelle parole di San Cipriano: ‘Non è un cristiano chi teme di morire per la Verità’.

Per tutti questi motivi, la Fede cattolica non può essere messa sullo stesso livello delle altre religioni. L’uomo non ha il diritto di scegliere la religione a seconda di come si sente, ma piuttosto il dovere di scegliere quella che è vera. A questo fine deve adoperare la sua intelligenza e la sua volontà in modo adeguato, e così facendo raggiungerà la Fede cattolica.

Vediamo qua due visioni distinte della natura della Fede: una visione falsa ed una visione giusta.

Come si può caratterizzare la visione falsa? Fa parte di quel soggettivismo radicale che informa lo spirito moderno, che rende difficile il capire ragionamenti logici e persino lo stesso concetto della Verità oggettiva. La sua causa immediata sembra essere il falso Ecumenismo (cfr. capitolo 12); la sua causa mediata (che, più generalmente, è anche la causa del soggettivismo moderno) sarebbe l’allontanamento dell’uomo moderno dall’ordine oggettivo (cfr. capitolo 13). Questo allontanamento, a sua volta, sembra derivare dalla filosofia moderna e dal Protestantesimo; ed ultimamente dall’impeto della volontà creata di emanciparsi da Dio.

La visione giusta della Fede, invece, ci fornisce una materia ampia e ricca di riflessione, di cui, però, non si può trattare adeguatamente in modo breve. Per questo ci limiteremo nelle pagine che seguono a presentare in modo semplice e conciso alcuni aspetti della Fede e dell’Eresia che riteniamo di particolare importanza o rilevanza attuali.
2. INTRODUZIONE

La Fede è una virtù teologale, assieme alla Speranza e la Carità. Nelle parole del Catechismo Maggiore di san Pio X (859-860): ‘La Fede, la Speranza, e la Carità si chiamano virtù teologali, perché hanno Dio per oggetto immediato e principale, e ci sono infuse da Lui. Le virtù teologali hanno Dio per oggetto immediato, perché con la Fede noi crediamo in Dio, e crediamo tutto ciò che Egli ha rivelato; con la Speranza speriamo di possedere Dio; con la Carità amiamo Dio e in Lui amiamo noi stessi ed il prossimo’.

Guardando adesso la Fede in particolare, cominciamo con alcune definizioni e chiarificazioni, e poi esponiamo la struttura di questo libretto.

1. Definizioni

Innanzitutto distinguiamo tra la virtù (o habitus) della Fede e l’atto della Fede. La virtù della Fede è quello stato d’anima che acquista un infante tramite il battesimo o che possiede una persona di cui diciamo che ‘ha la Fede’. L’atto della Fede, invece, è quell’atto esplicito di assenso alle verità della Fede che pone un adulto quando raggiunge la Fede o che può porre una persona che già possiede la Fede.

A. La Virtù della Fede

Per prima cosa presentiamo due definizioni della virtù della Fede: quella di san Paolo e quella del Concilio Vaticano I. La prima definizione, secondo san Tommaso (Summa II II q.4, a.1), è la base di tutte altre che si possono dare della Fede; mentre la seconda definizione, essendo dogmatica, ne possiede la più grande autorità.

La definizione di san Paolo (Ebr. XI 1) è: ‘La Fede è sostanza delle cose che si sperano e prova delle cose che non si vedono. ’

La definizione del Concilio Vaticano I è: ‘La Fede è una virtù sovrannaturale per mezzo della quale, con l’aiuto e sotto l’ispirazione della divina grazia, crediamo essere veri i misteri rivelati da Dio. Questo non per l’intrinseca verità delle cose intelligibili alla luce naturale della ragione, ma per l’autorità del Dio rivelante che non può né ingannarsi né ingannare ’(Sess. 3, Const. de fide cath. c.3).

B. L’Atto della Fede

Presentiamo la definizione dell’atto della Fede di san Tommaso (Summa II II q.2, a.9): L’atto della Fede è ‘l’atto dell’intelletto che assente alla Verità divina, sotto l’impero della volontà che viene mossa da Dio mediante la Grazia ’.
2. Chiarificazioni

La parola ‘Fede’ ha due sensi: la conoscenza sovrannaturale, che è il senso soggettivo del termine (fides qua creditur), e l’oggetto di questa conoscenza, che è il suo senso oggettivo (fides quae creditur).

Altre chiarificazioni della nozione della Fede sono le tre distinzioni di sant’Agostino: credere Deo, credere in Deum, credere Deum. Il primo termine significa che si crede sull’autorità di Dio; il secondo significa che si crede tramite un atto di assenso in Dio; il terzo significa che Dio è l’oggetto della Fede.

Si notano altrettanto le distinzioni scolastiche tra prima Veritas in dicendo che significa Dio come l’autorità della Fede in quanto il Veritiero, e la prima Veritas in essendo che significa Dio come oggetto della Fede in quanto l’Essere Stesso.

3. La Struttura del Libretto

La prima parte del libro tratta della Fede.

La prima sezione riguarda la Preambula Fidei, cioè le considerazioni razionali che inclinano alla Fede. Capitolo 3 presenta un’esposizione, e poi una confutazione, dell’Ateismo, sopratutto nelle sue due forme principali: il Pessimismo ed il Panteismo; capitolo 4 presenta la dimostrazione dell’esistenza di Dio; capitolo 5 tratta della credibilità della Fede che è l’autorità di Dio, la prima Veritas in dicendo; capotolo 6 tratta del ruolo della volontà nel credere al quale la definizione di san Tommaso dell’atto della Fede accenna. Spiega perché la Fede non è soltanto razionale ma anche obbligatoria.

La seconda sezione della prima parte del libro tratta della Fede di per sé stessa. Capitolo 7 tratta della Fede nel suo senso oggettivo: l’oggetto della conoscenza sovrannaturale. Si è chiamato sopra ‘sostanza’, ‘verità divina’, ‘Dio’, oppure ‘prima Veritas in essendo’; capitolo 8 tratta della Fede nel suo senso soggettivo: la conoscenza sovrannaturale. Questa conoscenza viene intesa come un tipo di luce che, come insegna il Concilio Vaticano I, è altra rispetto alla luce naturale; capitolo 9 tratta dell’immutabilità della Fede, nel senso oggettivo. Ciò deriva dal fatto che il suo oggetto, l’oggetto della conoscenza sovrannaturale, è sostanza, verità, Dio: la prima Veritas in essendo; capitolo 10 tratta dell’infallibilità della Fede, o più precisamente dei dogmi della Fede. Ciò deriva dal fatto che Dio Stesso li ha rivelati, Che è il Veritiero Stesso, la prima Veritas in dicendo.

Nella seconda parte del libretto trattiamo dell’Eresia.

Nella prima sezione la consideriamo nel sensu stricto. Capitolo 11 la definisce; capitolo 12 ne dà un esempio nelle dottrine del principe degli Eresiarchi che è Martin Lutero; capitolo 13 presenta il Modernismo che è quella posizione dottrinale moderna che (nella parola di Pascendi) costituisce ‘l’insieme di tutte le eresie’; capitolo 14 ne dà un esempio insigne nell’Ecumenismo;

Se nella prima sezione di questa seconda parte del libretto abbiamo trattato dell’Eresia in sensu stricto come negazione del dogma, nella seconda sezione ne trattiamo in sensu lato come negazione della Divina Rivelazione. Questo lo facciamo in riferimento alla Gnosi, che è niente altro che l’Anti-Religione Eretica, rivale per eccellenza della Fede cattolica.

Il capitolo 15 tratta della Gnosi come fu presentata dal Demonio ai nostri protoparentes. L’Eresia consiste in questo caso della negazione della Divina Rivelazione a loro; capitolo 16 tratta della Gnosi come perversione della Càbala. Qui l’Eresia consiste nella negazione della Divina Rivelazione contenuta nella Fede ebraica precristiana; capitolo 17 identifica le stesse dottrine nel mondo di oggi; capitolo 18 le identifica nella Chiesa contemporanea, dove portano più accuratamente il nome di ‘Neo-Gnosticismo’.

Il libro finisce con una conclusione morale sulla Fede e l’Eresia, constatando il bene della prima e il male della seconda. In capitolo 19 esponiamo la definizione della Fede di San Paolo; in capitolo 20 presentiamo il commentario dei Padri della Chiesa su un passo dell’Apocalisse che tratta dell’Eresia.

I L A F E D E

A. LA PREAMBULA FIDEI

3.L’ATEISMO

Gli uomini hanno sempre creduto in Dio, in qualsiasi cultura ed epoca della storia; le eccezioni sono state poche e limitate a filosofie individuali e alle loro scuole. Questo fatto, come anche i fatti dei miracoli, corroborano gli argomenti a favore dell’esistenza di Dio.

Oggigiorno invece, l’ateismo sta divenendo rapidamente un fenomeno di massa, ed acquistando persino una certa rispettabilità nella coscienza comune. Questo prodotto di massa dei tempi moderni riveste due forme: l’ateismo positivo e l’ateismo negativo.

L’ateo positivo sostiene che Dio non esiste; l’ateo negativo, o l’agnostico, sostiene che non possiamo sapere se Dio esista, e non lo potremo sapere: Ignoramus et ignorabimus.

L’ateismo si concretizza in due modi: l’ateismo teorico, cioè l’ateismo sostenuto come teoria; e l’ateismo pratico, cioè l’ateismo vissuto: ossia da persone che vivono come se Dio non esistesse.

Vogliamo guardare le radici filosofiche e teologiche dell’ateismo, e poi, più brevemente, quelle psicologiche e morali.
I Le radici filosofiche dell’Ateismo

Le radici filosofiche sono due: il materialismo e l’idealismo.

Il materialista sostiene che solo la materia esiste e dunque Dio, non essendo materia, non può esistere. Il materialista sostiene l’ateismo ‘positivo’, quindi.

L’idealista, invece, sostiene che l’uomo conosce solo le proprie idee: il contenuto della mente, dunque l’uomo non può conoscere Dio: non può essere sicuro della sua esistenza, il concetto di Dio essendo un concetto di un Essere fuori della nostra mente. Vediamo che l’idealista sostiene l’ateismo ‘negativo’: l’agnosticismo.

Queste due teorie, materialismo e idealismo, che sembrano aver fatto molto per promuovere l’ateismo contemporaneo, non corrispondono alla realtà.

Il materialismo è inadeguato poiché la materia sola non può fornire una spiegazione adeguata della realtà. Occorrono princìpi più alti per spiegare la complessità dell’universo: la sua divisione in generi e specie ad esempio; per spiegare, inoltre, l’ordine e l’agire delle cose; per spiegare il fatto della conoscenza e della volontà. Occorrono princìpi più alti che, nell’analisi finale, non possono che derivare da un Creatore, Dio.

L’idealismo è anch’esso inadeguato poiché chiaramente non sono le nostre idee che conosciamo, il contenuto della nostra mente, bensì le cose esterne alla nostra mente tramite le nostre idee, e fra queste cose esterne c’è anche, come in seguito dimostreremo, Dio.

Ora per essere credibile, l’ateo deve non solo dimostrare che Dio non esiste, ma anche deve spiegare l’esistenza e la natura dell’universo senza ricorrere a Lui. Difatti si tenta di spiegare l’esistenza dell’universo con un’esplosione di gas, il così detto Big Bang, e la natura dell’universo con il puro caso e l’evoluzione, ma questo tentativo fallisce.

L’esplosione di gas non spiega l’esistenza dell’universo, in quanto lascia senza spiegazione l’esistenza antecedente del gas; e in quanto l’universo è ordinato, e un’esplosione invece è un principio di disordine, piuttosto che un principio di ordine. Anche se spiegasse l’esistenza dell’universo, non spiega la sua successiva conservazione in esistenza.

Inoltre il caso non costituisce una spiegazione adeguata della natura dell’universo perché questa tesi è così improbabile da essere completamente trascurabile. Per il funzionamento dell’occhio, per esempio, occorre che operino simultaneamente tredici processi fisici distinti: un fatto, in effetti, che non potrebbe essere prodotto dal caso. Lo stesso vale per l’evoluzione, come lo stesso Darwin ammette.

In più, il principio dell’evoluzione non basta a spiegare la natura dell’uomo, poiché un uomo possiede un’anima spirituale che non può provenire da un principio inferiore com’è la materia, cioè il corpo di un animale, com’è stato dichiarato da Pio XII nell’Enciclica Humani generis.

In sintesi, l’ateismo filosofico fallisce in quanto non può né dimostrare che Dio non esiste, né spiegare l’esistenza dell’universo senza ricorso a Lui.

II Le radici teologiche dell’Ateismo

Le radici teologiche sono due: il pessimismo ed il panteismo.

1. Il Pessimismo

Il pessimista sostiene che l’esistenza del male sia incompatibile con l’esistenza di Dio, cioè di un Dio infinitamente potente e buono. Sant’ Agostino risponde che Dio è così potente e buono che può anche trarre il bene dal male. Ciò illustreremo prima a riguardo del male morale e poi del male fisico.

La possibilità del male morale deriva dalla facoltà umana del libero arbitrio, ma questa facoltà è allo stesso tempo la fonte, e l’unica fonte, di un bene più grande, che è, cioè, il bene morale.

Quanto al male morale di per se stesso, esso è la condizione necessaria per il pentimento, per la manifestazione della misericordia di Dio per i peccatori e le loro vittime, e per la manifestazione della Sua giustizia.

Quanto al male fisico, offre l’occasione all’uomo per progredire nelle virtù morali di docilità, pazienza, perseveranza, integrità morale, distacco, umiltà, saggezza, e infine per trionfare su tutte le sue sofferenze e tutti i suoi oppressori.

Questa è dunque la risposta filosofica al pessimismo.

La risposta teologica è come segue: Dio ha di fatti voluto l’universo senza male e lo ha creato come tale nel giardino dell’Eden, il Paradiso Terrestre. Il male fu introdotto dal demonio in collaborazione coll’uomo.

Più in dettaglio si può dire che Dio ha voluto, e vuole, l’amore delle Sue creature. Dio difatti è la Somma di tutte le perfezioni e ha creato l’universo per rifletterle. Tra queste perfezioni in primo luogo sta l’amore, che Lui desidera che sia riflettuto nelle Sue creature razionali. Ma per amare, occorre il libero arbitrio. Il libero arbitrio, però, può essere abusato per fare il male. Questo è avvenuto nel giardino dell’Eden, ciò che ha condotto al male fisico e ha reso l’uomo incline al male morale.

2. Il Panteismo

Il termine ‘Panteismo’ deriva dalle due parole greche pan (tutto) e theos (Dio), e denota la teoria che l’universo e Dio sono una sola cosa. Possiamo distinguere tra tre forme di panteismo: una forma realista, una forma emanativa, ed una forma evolutiva.

La forma realista sostiene una stretta identità tra Dio e l’universo (vide per esempio la filosofia di Spinoza); la forma emanativa pretende che l’universo emana da Dio (vide per esempio la corrente panteista di Plotino); la forma evolutiva che l’universo evolve verso Dio (vide per esempio Hegel).

Possiamo descrivere queste posizioni rispettivamente ed in modo generico così: Dio è l’universo; Dio diviene l’universo; l’universo diviene Dio.

La forma del panteismo più netta è senza alcun dubbio quella realista, che sostiene l’identità stretta tra Dio e l’universo. Vogliamo guardare un esempio di questa teoria nella filosofia di Spinoza.

Spinoza identifica Dio con l’universo, che chiama ‘Sostanza’. Secondo lui la Sostanza è infinita, perfetta, eterna, unica. Dio, o Sostanza, ha due aspetti: un aspetto mentale ed un aspetto materiale, che sono come due mondi diversi. Tutto ciò che esiste appartiene perciò o al mondo mentale, o al mondo materiale, o a tutti e due.

L’uomo appartiene a tutti e due i mondi: in virtù del suo corpo appartiene al mondo materiale; in virtù della sua anima al mondo mentale. La sua anima fa parte dell’anima infinita di Dio, i suoi pensieri sono tutti pensieri di Dio. Questo deve bastare per evocare la sua filosofia, che, come possiamo già vedere è radicalmente sbagliata.

Cosa possiamo dire sul panteismo di Spinoza e sul panteismo in genere?

Innanzitutto osserviamo che una qualsiasi teologia coerente deve spiegare il rapporto tra Dio e l’universo: la sua unione all’universo e la sua distinzione dall’ universo. Per Spinoza l’unione di Dio all’universo è unione di stretta identità; la sua distinzione dall’universo è una distinzione solo apparente.
Prendiamo l’esempio di una pietra. Secondo la filosofia di Spinoza, la pietra è Dio; è distinta da Dio solo in apparenza. Ma come può darsi che una pietra, finita, contingente, ed imperfetta possa essere Dio che è infinito, necessario, e perfetto? Come può essere Dio? O come può essere un’apparenza o aspetto di Dio?

Prendiamo un altro esempio, quello di un anima. Come può darsi che un’ anima, che, secondo l’esperienza di autocoscienza, è un soggetto individuale, sia Dio? O come può darsi che il suo pensiero sia il pensiero di Dio? – io so che il mio pensiero è il mio pensiero. O come può darsi che il mio pensiero, se è cattivo, sia il pensiero di Dio, Che è per definizione buono?

Vediamo che l’errore del panteismo è, tentando di identificare l’universo con Dio, di tentare di identificare il finito, l’imperfetto, il contingente, il male con l’infinito, il perfetto, il necessario, il bene; e di identificare un soggetto con un altro soggetto.

Abbiamo detto che una qualsiasi teologia coerente deve spiegare il rapporto tra Dio e l’universo. Come spiega questo rapporto la teologia cattolica perenne? Come spiega l’unione, e come spiega la distinzione, tra Dio e l’universo?

Spiega l’unione di Dio con l’universo in termini di Immanenza: Tutto ciò che esiste, esiste in Dio partecipando alla Sua esistenza e alle Sue perfezioni. Dio è immanente ad ogni cosa, avvolgendola, contenendola, dominandola, ed essendo presente a ciò che è di più intimo ad ogni cosa, cioè al suo stesso essere.

La teologia cattolica perenne spiega la distinzione di Dio dall’universo in termini della Trascendenza. La Trascendenza significa l’assoluta indipendenza dall’universo. Questa indipendenza deriva dall’aseità di Dio: aseitas: il fatto che Lui esiste di per Sé Stesso.

Il fatto della Trascendenza di Dio implica che Dio ha una natura completamente diversa da quella dell’universo, ossia una natura divina; implica che l’universo non si può identificare con Dio, che non può emanare da Dio, che non può divenire Dio. Implica piuttosto che l’universo è stato creato da Dio, cioè liberamente ed ex nihilo. Ne consegue che Dio possiede l’intelletto e la volontà, ed è dunque anche un essere personale.

Possiamo esprimere il rapporto tra universo e Dio nei termini seguenti: l’universo è assolutamente dipendente da Dio (Immanenza), e Dio è assolutamente indipendente dall’universo (Trascendenza). Possiamo identificare l’errore del panteismo nella negazione della Trascendenza di Dio o, in altre parole, nella dottrina dell’immanenza assoluta di Dio .
In questa maniera la ragione dimostra la falsità del panteismo. La Fede la dimostra invece con il dogma della creazione.

Nel Credo professiamo: Credo in unum Deum, creatorem coeli et terrae. Se
Dio è Creatore dell’universo, non può essere una sola cosa con esso.

Nell’analisi finale il panteismo è il tentativo di ridurre Dio all’universo e in quanto tale è una forma di ateismo, benché un ateismo travestito e glorificato.

III Le radici psicologiche dell’Ateismo

Dietro a posizioni filosofiche e teologiche giacciono spesse volte atteggiamenti psicologici. Così uno assume una posizione atea perché da bambino è stato deluso nella preghiera ad esempio – il caso di alcuni filosofi come Bertrand Russell – oppure ha sofferto alle mani di un padre tirannico. Tali persone dovrebbero accordare alla ragione il suo dovuto primato sulle emozioni, e intraprendere quel lavoro faticoso su se stessi che è essenziale ad una vita adulta e matura, e sopratutto al perfezionamento morale ed alla santificazione.

IV Le radici morali dell’Ateismo

S. Agostino dice: “L’ateo ha sempre motivi molto validi per negare l’esistenza di Dio”. In altre parole l’uomo affetta l’ignoranza di Dio per poter peccare. Similmente il salmista dice: “L’insensato disse nel suo cuore: Non c’è Dio” (salmo 13 e 52), dove la parola ebraica per “insensato” significa l’uomo rude, sia fisicamente che moralmente.

Bisogna dire, dunque, che la possibilità dell’ateismo risiede nella debolezza morale dell’uomo. Bisogna aggiungere che l’ateismo viene reso possibile dalla debolezza intellettuale dell’uomo poiché, come abbiamo visto, gli argomenti per l’ateismo sono fallaci, e poiché, come attestano la Sacra Scrittura, la Tradizione, e, come vedremo nel terzo capitolo, gli argomenti per l’esistenza di Dio sono evidenti. Per questo, nessuno può perseverare nell’ateismo a lungo tempo senza colpa. Così S. Paolo scrive nella Lettera ai romani (1. 21): Gli atei sono inscusabili: inexcusabiles.

L’ateismo si può descrivere come un’ ‘Antireligione’. Si relaziona alla religione nei modi seguenti: Nega il suo principio formale che è l’esistenza di Dio, ma ne possiede alcune caratteristiche, cioè una propria visione della realtà, sostenuta in modo categorico, che guida il comportamento dei suoi aderenti, e gode di una larga diffusione.

In quanto l’ateismo è largamente diffusa oggi, e si basa sull’ autodelusione per poter vivere in tranquillità, si può descrivere inoltre come ‘l’Oppio del popolo’.

Noi che sappiamo che Dio esiste e non solo che esiste, ma che ha sofferto in agonia indicibile per noi fino alla morte in Croce, dobbiamo vivere in un modo degno del Suo amore: con ringraziamento, umiltà, sottomissione, docilità, e profonda devozione.

Avendo trattato dell’ateismo nelle sue due forme diverse principali, ci rivolgeremo adesso alla dimostrazione dell’esistenza di Dio.

4. IL TEISMO

(La Dimostrazione dell’Esistenza di Dio)

La Chiesa dichiara dogmaticamente ed infallibilmente che si può conoscere l’esistenza di Dio sia con la sola ragione, sia con la Fede. Dire che si può conoscere l’esistenza di Dio con la sola ragione, significa che si può logicamente dimostrare che Dio esiste.

Il Concilio Vaticano I dichiara: ‘Dio, nostro Creatore e Signore, può essere conosciuto con certezza tramite le cose create per mezzo della luce naturale della ragione’. Chi lo nega viene anatemizzato. Il Giuramento Antimodernista dell’anno 1910, aggiunge che: ‘Dio può essere conosciuto con certezza tramite le cose create per mezzo della luce naturale della ragione, come causa di effetti, e quindi anche dimostrato’.

Tramite la ragione conosciamo Dio meditando sull’universo, guardandolo come creato, come l’effetto dell’operazione divina. Tramite la ragione conosciamo Dio come causa dell’universo, dunque, come la sua causa ed il suo fine ultimo. Tramite la Fede, invece, conosciamo Dio nel mistero nella Sua intima natura, cioè come Santissima Trinità.

Ci possiamo chiedere più precisamente: Cos’è nell’universo che bisogna meditare più da vicino, per giungere all’esistenza di Dio? La Sacra Scrittura dà una risposta triplice a questa domanda: la natura, la coscienza, e la Provvidenza.

I La Natura
Il libro della Sapienza (13. 5) dice: ‘Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conclude al loro creatore.’ Similmente scrive S. Paolo nella lettera ai Romani (1. 20): ‘Le Sue perfezioni invisibili possono essere contemplate coll’intelletto nelle opere da Lui compiute, come la Sua eterna potenza e divinità… così che loro (cioè gli atei) sono inscusabili.’

Possiamo dire in illustrazione di questa dottrina che le meraviglie, l’armonia, la bellezza, l’ordine, la complessità, la grandezza, e la sublimità del creato è tale che non potrebbe essere altro che opera di Dio. Abbiamo già visto che la teoria del caso e dell’evoluzione è interamente incapace di spiegare l’ordine e la complessità del mondo. Possiamo aggiungere che è molto meno probabile che l’universo esistesse come lo è per puro caso che se tutte le enciclopedie del mondo venissero in esistenza come conseguenza di una esplosione di una immensa fabbrica di carta ed inchiostro.

II La Coscienza

La seconda prova accennata nella Sacra Scrittura riguarda la coscienza. San Paolo scrive di nuovo nella stessa Lettera ai Romani (2.15): ‘Essi (cioè i pagani) dimostrano che quanto la legge esige è scritta nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano, ora li difendono.’

Possiamo dire in sintesi che il fatto della coscienza dimostra l’esistenza di Dio, in quanto la coscienza rivela una legge oggettiva; ma una legge oggettiva richiede un Creatore, ossia un Legislatore, e questo legislatore non può che essere Dio.

Un esempio ne potrebbe essere la legge di non uccidere una persona innocente. Tutti gli uomini di buona volontà di tutte le culture e di tutti i tempi hanno sempre riconosciuto questo come una legge morale oggettiva, che obbliga tutti. Ma da dove viene, se non dal Creatore dell’uomo, che così esprime la Sua volontà come Legislatore, su come l’uomo si deve comportare nella società?

III La Provvidenza

La terza prova è quella della Provvidenza. S. Paolo scrive (nella stessa Lettera 14.17): ‘(Dio) non ha cessato di dare prova di Sé, beneficando, concedendovi dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendovi cibo e riempiendo di letizia i vostri cuori.’

Difatti, come potremo spiegare l’abbondanza e la disponibilità costanti di tutte le cose necessarie per l’umanità: per conservarla in esistenza, assisterla, guarirla, e renderla felice, se non con il riferimento alla Divina Provvidenza?
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Tali meditazioni, tali riflessioni, con il ricorso al principio di causalità dimostrano con certezza l’esistenza di Dio. Forniscono la base per la dimostrazione tecnica filosofica della Sua esistenza, come esposta soprattutto dal principe dei filosofi e dei teologi che è San Tommaso d’Aquino.

San Tommaso d’Aquino medita nelle sue famose ‘Cinque Vie’ su cinque fatti propri al creato per dimostrare l’esistenza di Dio: il fatto che è mobile, causato, contingente, composto ed imperfetto, molteplice ed ordinato. Appoggiandosi sempre sul principio di causalità, dimostra che questi fatti non possono che derivare dall’Essere immobile, non causato, necessario, semplice e perfetto; dall’Essere Che allo stesso tempo è l’intelligenza che crea ed ordina tutto l’universo. L’Essere che possiede tutte queste caratteristiche è nient’altro che Dio Stesso.

I filosofi moderni come Hume e Kant, nei loro tentativi arditi di rifiutare tali argomenti, si sono compiaciuti di negare il principio di causalità (in un modo o in un altro). Ma, così facendo, hanno negato uno dei primi principi della metafisica e dello stesso pensiero: un principio per di più, che è autoevidente. In seguito hanno rinunziato alla possibilità di spiegare le cose e alla possibilità stessa del pensiero.

Secondo la parola di uno dei più grandi teologi dello scorso secolo, Padre Garrigou – Lagrange OP: ‘Bisogna scegliere: o Dio o l’assurdità radicale’ .

5. LA CREDIBILITA’ DELLA FEDE

In questo capitolo esaminiamo i motivi della Fede, ossia la sua credibilità.

Cominciamo con la definizione del Concilio Vaticano I, che abbiamo citato nell’ Introduzione: ‘La Fede è una virtù sovrannaturale per mezzo della quale, con l’aiuto e sotto l’ispirazione della divina grazia, crediamo essere veri i misteri rivelati da Dio. Questo non per l’intrinseca verità delle cose intelligibili alla luce naturale della ragione, ma per l’autorità del Dio rivelante che non può né ingannarsi né ingannare’.

Vediamo qui che non è la ragione, bensì l’autorità di Dio, che è il motivo della Fede. Questo motivo lo chiamiamo interno e sovrannaturale. Il fatto che non è la ragione che sia il nostro motivo di Fede ci distingue dai sedicenti ‘razionalisti’, che pretendono che la sola ragione sia affidabile: che la sola ragione sia il metodo per raggiungere la Verità assoluta; che non ci sia un’altra specie di motivo per assentire alla Verità; che non ci sia una Luce superiore; e che non ci sia altra Verità superiore a quella che raggiunga la ragione.

Noi invece professiamo che la ragione non è l’unico mezzo affidabile per raggiungere la verità: bensì che c’è un altro mezzo, cioè per raggiungere la Verità assoluta, e questo è la Fede; che c’è un’altra specie di motivo per assentirle, cioè l’autorità di Dio; che c’è una Luce superiore, cioè la Luce della Fede; e che c’è una Verità superiore, cioè la Verità della Fede.

Come è che i razionalisti danno una tale importanza alla ragione? Forse perché ritengono che la ragione ci possa dare una certezza assoluta delle cose e vogliono avere una certezza di questo grado sulla Verità assoluta. Quando riflettiamo un attimo, però, vediamo che la ragione purtroppo non può darci la certezza assoluta su molte cose: non sappiamo con certezza assoluta quasi nulla nella nostra vita: non sappiamo con certezza assoluta per esempio che i nostri genitori siano davvero i nostri genitori, o che i nostri amici non siano in verità i nostri nemici. Se la ragione non può darci la certezza assoluta di tante cose nella nostra vita, dunque, come dovrebbe darci una tale conoscenza sulla Verità assoluta?

Possiamo concludere che la ragione non è per forza un fondamento completamente sicuro quando si tratta della Verità assoluta. Di fatti, per raggiungere la Verità assoluta, abbiamo bisogno di un altro tipo di motivo, un tipo che i razionalisti non apprezzano, forse perché non è scientifico neppure intrinseco alla mente, come la certezza della ragione.

Questo è il motivo della credibilità, la specie di certezza normale nella nostra vita: una certezza che si basa sulla parola di un altro, sull’autorità di un altro; la certezza, per esempio, che i nostri genitori sono davvero i nostri genitori, e che i nostri amici sono davvero i nostri amici. Questa è la specie di certezza, la certezza di credibilità, che ci fa assentire alla Fede. Come abbiamo appena detto, è la specie di certezza che si basa sulla parola di un altro, sull’autorità di un altro che, in questo caso, è nessun altro che Dio stesso, e non c’è né autorità più grande, né fondamento del credere più solido o più sicuro.

Qualcuno potrebbe obiettare, chiedendo: come sappiamo che il contenuto della Fede provenga davvero da Dio e che la Bibbia e l’insegnamento della Chiesa non siano soltanto delle fabbricazioni dell’uomo? L’evidenza sta nei miracoli, nelle profezie, e nella natura della Chiesa stessa. Questi elementi costituiscono un secondo motivo di credibilità che chiamiamo ‘esterno’ e ‘naturale’. Il primo motivo, l’autorità di Dio, essendo interno e sovrannaturale, è il motivo determinante dell’atto di Fede, mentre il secondo motivo, essendo esterno e naturale, ha un ruolo piuttosto corroborativo.

Nostro Signore Gesù Cristo confermava le Sue parole con segni e miracoli e i Suoi santi hanno fatto lo stesso. La conversione di quasi tutto quanto il mondo dal paganesimo a Cristo e la santificazione di tante anime, malgrado le concupiscenze della natura caduta che si oppongono all’ascesi cattolica (come per esempio alla mortificazione e la castità); malgrado tutte le persecuzioni e gli ostacoli del Mondo, della Carne, e del Demonio; e per mezzo di predicatori umili e semplici, è un miracolo che attesta altrettanto la Verità di questa predicazione; come anche la propagazione della Chiesa, la sua santità, la sua inesauribile fecondità per ogni bene, la sua unità e stabilità invincibili.

Come aspetto di questo motivo naturale ed esterno della Fede si può menzionare la sua profondità. La Chiesa cattolica predica Dio Amore Che si dà fino alla morte di Croce per noi: la Chiesa cattolica ci dà la spiegazione più profonda della vita umana e di ciò che c’è di più profondo in essa, cioè la sofferenza e l’amore.

Nessun altra cosiddetta ‘fede’ o ‘religione’ è paragonabile con il cattolicesimo in questi riguardi, e nessun’altra proclama alcuna di queste verità che non abbia preso dal cattolicesimo stesso.

Possiamo dunque concludere che la Fede si basa sulla certezza, la certezza della credibilità ed in questo senso è inoltre ragionevole, anche se non dipende dalla sola ragione. Ma proprio per questo motivo la Fede esige l’umiltà ed il sacrificio: il sacrificio dell’intelletto. Esige in particolare il sacrificio del desiderio di conoscere tutto con le proprie forze, con la certezza scientifica ed intrinseca della ragione che richiamano i razionalisti.

Siamo dunque umili e accettiamo la Fede e tutto ciò che contiene, come siamo anche obbligati perché, come dice il Signore: ‘Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno’.
6. L’OBBLIGO DELLA FEDE
Dopo aver esaminato i motivi di credere, vogliamo in questo capitolo considerare il dovere di credere, anche se questa tematica non appartiene tipicamente al preambulo della Fede.

Citiamo di nuovo il Concilio Vaticano I: ‘La Fede è una virtù sovrannaturale per mezzo della quale, con l’aiuto e sotto l’ispirazione della divina grazia, crediamo essere veri i misteri rivelati da Dio. Questo non per l’intrinseca verità delle cose intelligibili alla luce naturale della ragione, ma per l’autorità del Dio rivelante che non può né ingannarsi né ingannare’.

Vediamo che ciò che ci induce a credere non è né ragionamento, né l’evidenza dell’oggetto della Fede, bensì la volontà. La spiegazione per ciò è che le verità che sono l’oggetto della Fede non sono evidenti in sé come le verità naturali, per esempio 2+2=4, e dunque non sono sufficienti per impellere l’intelletto all’assenso. C’è bisogno quindi di un atto della volontà per elicitare quell’assenso.

San Tommaso d’Aquino descrive l’atto di Fede (che abbiamo citato nell’Introduzione) come ‘un atto dell’intelletto che assente alla Verità divina sotto l’impero della volontà mossa da Dio mediante la Grazia’ (Summa II.II.q. 2.a. 9), dove la volontà possiede la principalità, e l’intelletto aderisce alla Verità perché lo vuole: quia vult (Contra Gent. I.3 c.40).

La Fede, anche se non è conseguenza di ragionamenti, non è per questo irrazionale né un annullamento della ragione, bensì ragionevole. San Paolo la chiama ‘un ossequio ragionevole’ (Rom.12.1). Come abbiamo appena evocato nell’ultimo capitolo, si crede su un lato sull’autorità di Dio Stesso, e su un altro lato sull’evidenza dei miracoli, dell’espansione e della santità della Chiesa, e della vita, la dottrina, e l’esempio di Nostro Signore Gesù Cristo: questi sono i sensi in cui è ragionevole.

La Fede è libera: si può accettare o no. ‘Se qualcuno vuole fare la volontà di Dio, lui conoscerà la dottrina’, dice il Signore (Gv.7.17), e beato Ludolfo il certosino commenta: ‘O discorso pieno di consolazione! Venite dunque, ignoranti che non conoscete la dottrina, per illuminarvi. Dio non chiede che una cosa: la semplice disposizione del cuore: Se qualcuno volesse, conoscerà. Non dite: ‘Non so dove è la verità, ed ignoro ciò che Dio chiede di me’. Volete e basta! Volete, e conoscerete!’ Basta dunque volere: basta volere per avere la Fede, basta volere anche per divenire santi. E dove voglio mettere la mia fiducia, d’altronde, se non in Dio? se non nella Verità assoluta da Dio rivelata?’

Ci sono persone comunque che dicono che vorrebbero credere, ma non possono. Cosa devono fare? Innanzitutto devono conoscere il contenuto della Fede: principalmente nostro Signore Gesù Cristo Stesso, soprattutto nella Sua Passione. Ricordiamoci della parola di san Giovanni Evangelista (19, 34-35): ‘uno dei soldati gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera, e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate’. Similmente dopo il racconto del dubbio e della conversione susseguente di san Tommaso, e come conclusione di tutto il vangelo, scrive (20. 30-31): ‘Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome’.

Poi devono vivere in un modo che corrisponda alla Fede. Questo, però, può esser loro difficile, perché le persone che fanno fatica a credere sono tipicamente figli del Mondo, e il Mondo si oppone diametralmente alla Fede. Per di più, il Mondo è peccaminoso e soggioga i suoi figli ai suoi propri modi di pensare e di agire, ottenebrandone le intelligenze, così che trovano quasi impossibile uscire dal suo dominio o scorgere ‘l’illuminazione del vangelo della gloria di Cristo che è immagine di Dio’ (2. Cor. 4. 4). Da queste persone viene richiesto un atto coraggioso di volontà, che ammonta ad una vera e propria conversione: riconoscendo che esiste fuori di loro un principio che li supera, e umiliandosi ed assoggettandosi a questo principio, che è niente altro che Dio Stesso.

In un tale caso, e anche generalmente, occorrono l’umiltà e l’obbedienza per credere. Questa è ‘L’ubbidienza alla Fede’ di cui parla san Paolo (Rom. I.5). Per ciò i superbi ed i disubbidienti non accetteranno la Fede. I Farisei del vangelo riconoscono che Nostro Signore Gesù Cristo è verace, e lo dicono anche, ma non Lo accettano; vedono i Suoi miracoli, ma non credono. E gli agnostici, gli atei, gli eretici, che sanno ciò che è la Fede (e non sono semplicemente ignoranti e confusi), ma non la accettano o la rifiutano, non possiedono le virtù dell’umiltà né dell’ubbidienza, ma, come dice il Signore, preferiscono le tenebre alla luce, perché le loro opere sono cattive.

Ma la Fede non è solo una possibilità per tutti, bensì anche un dovere: un dovere per ogni uomo, perché Dio ‘vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità’, che è la Fede (I Tim.2.4). L’uomo non ha il diritto di credere o di non credere, o di credere ciò che vuole lui. Non ha neanche il diritto di credere ‘secondo la sua coscienza’ intesa, nel senso sbagliato, dei suoi sentimenti. Piuttosto ha il dovere di credere secondo la sua coscienza intesa nel senso giusto, come un giudizio, come un’applicazione di principi morali oggettivi su un atto concreto, in questo caso sull’atto della Fede. E l’applicazione di questi principi detta che deve accettare la Fede.

Per questo, chi non crede, fallisce nel suo dovere. Anzi, come dice il Signore: ‘Chi non crederà sarà condannato’ (Mc.16.16), ed in un altro luogo: ‘Se non credete che Io Sono, morirete nel vostro peccato.’ (Gv.8.24). Sant’Agostino commenta: ‘Cosa bisogna credere? Bisogna credere che Gesù è: ‘quia Ego Sum’, bisogna credere che Egli è Colui Stesso che ha detto a Mosè: ‘Ego Sum Qui Sum’: bisogna confessare la Sua Divinità’.

L’atto di Fede è libero, dunque, e bisogna essere libero perché Dio vuole che l’uomo Lo ami (come abbiamo detto nel capitolo sull’Ateismo), e solo un atto libero può costituire l’amore. Difatti l’atto di amore che è l’atto di Fede illumina la mente con la Verità divina, così che l’uomo in seguito possa amare Dio pienamente e in tutte le cose.

Vediamo che l’atto di Fede è anche un atto di amore; anzi, come abbiamo accennato nell’ultimo capitolo, un atto di sacrificio: un sacrificio di ciò che è la facoltà la più alta e la più nobile dell’uomo, cioè l’intelligenza: è un sacrificio dell’intelligenza a ciò che è ancora più alto e più nobile di essa, cioè la Verità assoluta e definitiva che è Dio Stesso. Questo sacrificio conduce ad un secondo sacrificio, ossia della volontà al Bene assoluto e definitivo che è Dio stesso. E così la Fede conduce alla Carità, che è un sacrificio di tutto ciò che non è Dio, per santificare l’uomo e per trasformarlo in Dio.

Questo sacrificio dell’intelligenza e della volontà non danneggia l’anima, però, come il sacrificio che fa colui che rifiuta la Fede, che piega l’anima su se stessa e la degrada, nel fine di compiere quell’atto che è il più misero di tutti gli atti, che è l’adorazione di se stesso. Piuttosto il sacrificio che è l’atto di Fede porta l’anima alla ‘sua somma e nobilissima elevazione’, nelle parole di padre Tomas Tyn OP, che consiste nella sua soggezione totale a Dio.

B. LA FEDE DI PER SE’ STESSA

7. L’OGGETTO DELLA FEDE

Ora l’oggetto della Fede è la Verità sovrannaturale conosciuta mediante la Grazia. Cosa significa ‘Verità’ in questa frase? Nei termini più generali, la verità è la corrispondenza tra un’idea e una cosa: in altre parole tra un’idea e la realtà. La Verità che è l’oggetto della Fede è la Verità, la Realtà, fin quanto è conoscibile: la Verità ontologica. Questo senso di verità viene espresso ad esempio nella frase:‘Io cerco la Verità’. Qui ‘la Verità’ significa la realtà delle cose fin quanto è conoscibile.

L’oggetto della Fede è la Verità fin quanto è conoscibile: la Realtà fin quanto è conoscibile. La Chiesa insegna che questa verità, questa realtà, è nient’altro che Dio stesso, Che è la Verità, la Realtà, e l’Essere, nel senso supremo ed assoluto dei termini.

Dire che Dio è la Verità, o la Realtà, fin quanto è conoscibile, implica che la conoscenza di Dio dipende dal soggetto che Lo conosce: L’uomo, essendo finito ed imperfetto, può conoscere Dio solo in modo finito ed imperfetto, ossia con la Fede; mentre Dio può conoscere Se Stesso in modo infinito e perfetto, perché in Dio c’è una corrispondenza e unità perfette tra Soggetto Che conosce, e Oggetto Che è conosciuto.

Abbiamo detto che l’oggetto della Fede viene conosciuto mediante la Grazia; nel prossimo capitolo vedremo che la Grazia è una luce sovrannaturale che ci fa conoscere Dio come è di per Sé Stesso. Ora la Chiesa distingue tra la Fede, che è una luce sovrannaturale che ci fa conoscere Dio come è di per Se Stesso; e la ragione, che è una luce naturale che ci fa conoscere Dio come la causa e il fine di tutto il creato. Questo abbiamo già visto sopra in capitolo 4.

Se chiediamo cosa bisogna credere per conoscere Dio come è di per Se Stesso, la Chiesa risponde con San Paolo che bisogna ‘credere che Egli esiste e che Egli ricompensa coloro che Lo cercano’ (Ebr.11.6). San Tommaso d’Aquino, Sant’Alfonso, ed altri teologi, insieme alla prassi universale della Santa Chiesa Cattolica, ci insegnano che bisogna credere inoltre il mistero della Santissima Trinità e in Cristo Redentore, come accenna San Giovanni nel suo vangelo: ‘Questa è la vita eterna, che conoscano Te, l’unico vero Dio, e Colui che hai mandato, Gesù Cristo’.

Per conoscere Dio come è di per Sé Stesso, per avere la Fede, bisogna credere queste dottrine dunque: più in dettaglio, bisogna credere queste dottrine esplicitamente e tutti gli altri dogmi della Fede implicitamente.

Nell’ultima analisi dobbiamo credere pienamente in Gesù Cristo, perché se crediamo pienamente in Gesù Cristo, crediamo tutti i dogmi della Fede: crediamo nel Dio-Uomo: la Seconda Persona della Santissima Trinità fatta carne: per redimerci, per giudicarci, e per rimunerarci nella prossima vita. Se crediamo in Gesù Cristo, crediamo la Verità che è Dio fin quanto è conoscibile: come san Giovanni scrive nel prologo del suo vangelo: ‘Dio nessuno lo ha mai visto; proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui Lo ha rivelato’.

In sintesi, Nostro Signore Gesù Cristo è l’oggetto della Fede: Lui stesso, Che ha detto:‘Io sono la Verità’, è la Verità che è l’oggetto della nostra Fede, una verità più sublime di tutte le verità naturali: Jesu… veritas sublimior, come cantiamo alle lodi nella festa dei Confessori.

Le sedicenti ‘altre’ fedi o religioni, presentano altre visioni della realtà incompatibili con la visione cattolica. Poiché la visione cattolica è vera, (per cui esporremo i motivi in seguito), le altre sono false. Se sono false, e lo sono, non vengono da Dio ma dall’uomo e/o dal demonio:‘Omnes dii gentium Daemonia: tutti gli dei delle genti sono demòni’ (Salmo 95.5). San Paolo dice nella Seconda Epistola ai Corinzi (6.16): ‘Quale unione tra la luce e le tenebre? Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele ed un infedele? Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli?’

Le altre religioni sono false, e dunque da rigettare, mentre i loro aderenti sono da convertire e da istruire, affinché possano assumere il dolce giogo di Cristo: Lui è solo da accogliere, solo da abbracciare, solo da servire, solo da seguire, da adorare, e da testimoniare fino alla morte, perché Lui è l’unica manifestazione della Verità suprema ed assoluta di tutte le cose, fin quanto è conoscibile all’uomo: perché Lui è la Verità, e non solo la Verità ma anche la Via e la Vita, e chi conosce Lui, conosce la Via e avrà la Vita: la vita di Grazia in questo mondo, e la vita di Gloria nel Cielo. Amen.
8. LA LUCE DELLA FEDE

Il fine ultimo dell’uomo è di unirsi a Dio nel Cielo nella visione beatifica, alla gloria di Dio e alla beatitudine eterna dell’uomo. Ma come è possibile, può chiedere qualcuno, che l’uomo, un essere naturale che appartiene al creato, possa unirsi a Dio, un Essere sovrannaturale, che, come abbiamo spiegato sopra, trascende assolutamente il creato intero?

L’uomo è naturale, Dio è sovrannaturale; senza un aiuto speciale di Dio, dunque, l’uomo non potrebbe mai unirsi a Lui. Tentare di unirsi a Dio con le proprie forze puramente naturali, sarebbe come tentare di costruire una torre di Babele, con l’idea di salire su di essa per incontrarLo qualche parte al di là delle nuvole. Comunque, se le nostre forze naturali non possono condurci al nostro fine ultimo da sole, possono già prepararci, perché per mezzo delle forze naturali dell’uomo, più precisamente della sua intelligenza e della sua volontà, le due facoltà principali dell’anima, l’uomo può in maniera naturale conoscere ed amare Dio.

Per mezzo della sua intelligenza, cioè tramite la luce della ragione, può conoscere Dio: può dimostrare di fatti ‘con certezza’, secondo la parola infallibile di san Pio X nel Giuramento Antimodernista, che Dio esiste, che Dio è l’inizio ed il fine di tutte le cose: l’inizio nel senso che è il Creatore; il fine nel senso che è il Giudice ed il fine ultimo dell’uomo: l’inizio ed il fine, Alpha ed Omega. E’ poiché l’uomo può conoscere Dio come tale, può anche amarLo come tale, cioè come Creatore e fine ultimo, e come Colui in Cui esiste tutto ciò che è di vero, di buono, e di bello.

Ma per conoscere Dio come è di per Sé Stesso, per amare Dio come è di per Sé Stesso nella Sua intima natura: per elevare l’intelligenza umana e la volontà umana ad un livello sovrannaturale, bisogna avere un aiuto speciale di Dio, cioè la Grazia.

La Grazia è assolutamente sovrannaturale: è al di sopra della natura creata intera: un dono gratuito di Dio elargito sull’uomo nei sacramenti. Viene data inizialmente nel Battesimo e, se è persa, viene restituita nella Confessione o nell’ Estrema Unzione. E’ una qualità dell’anima che permette all’intelligenza di conoscere Dio in modo sovrannaturale, cioè alla luce della Fede; che permette alla volontà di amare Dio ed il prossimo in Dio in modo sovrannaturale, cioè con la Carità.

Vediamo che ci sono due ordini di conoscenza, due luci: la luce della ragione e la luce della Fede: la luce della ragione che è una luce naturale, e la luce della Fede che è una luce sovrannaturale.

Vediamo anche che ci sono due oggetti di conoscenza: l’oggetto della ragione che consiste nelle conclusioni alle quali ci può condurre il ragionamento; e l’oggetto della Fede che consiste nei misteri in Dio nascosti, nelle parole del Concilio Vaticano I: ‘che non possono essere noti se non divinamente rivelati’.

La ragione e la Fede sono compatibili. Il Concilio Vaticano I, nella Costitutizione Dei Filius, dichiara: ‘Benchè la Fede sia sopra la ragione, non è in nessun senso contrario ad essa, e non può darsi mai qualsiasi reale disaccordo tra la Fede e la ragione, poiché il Dio che rivela i misteri della Fede e la infonde in noi è lo stesso che ha infuso il lume della ragione nell’animo umano; Dio non può quindi negare Se stesso, né la verità contraddire la verità’.

Dunque, la ragione e la Fede sono due tipi di luce: il primo naturale, il secondo sovrannaturale. Esse ci prestano aiuto per attraversare, per così dire, la notte oscura di questo mondo. Non sono incompatibili: sono solo diverse. I loro oggetti sono anche diversi: sono due tipi di verità: il primo naturale, il secondo sovrannaturale. Anche loro non sono incompatibili, ma solo diverse, perché questi due tipi di verità appartengono alla stessa realtà, all’una, unica realtà costituendone due dimensioni.

Diamo l’esempio di un cammino attraverso un bosco durante la notte: la luna ci mostra il bosco e la torcia ci mostra il cammino dentro al bosco: si tratta di due luci compatibili ma diverse, che ci mostrano entrambe un’unica realtà.

La Fede non è un insieme di credenze come nelle altre religioni; non è un’esperienza o sentimento che viene da dentro dell’uomo come pretendono i Modernisti; ma è una Luce, una conoscenza data da Dio.

Cosa ci mostra questa luce? Il suo oggetto non è una fabbricazione, una verità parziale, come nelle altre religioni, bensì, come abbiamo esposto nel primo capitolo, è la Verità tutta intera che, nell’analisi finale, è Dio Stesso.

La luce della Fede ci rivela il suo oggetto in modo oscuro in questo mondo. Nell’altro mondo questa luce di Fede si trasformerà nella luce della Gloria che ci rivelerà il suo oggetto chiaramente (dentro dei limiti del soggetto finito che siamo): ‘Adesso vediamo come nello specchio e ora faccia a faccia’(1. Cor.13,12). Questo oggetto è ‘Dio come è’, sicuti est: la visione per la quale siamo stati creati, per la quale siamo stati dotati dell’anima, della conoscenza, e della Fede.

Proviamo a santificarci, dunque, nella notte oscura di questa vita terrena, per l’intercessione della Santissima Vergine Maria, Sedes Sapientiae e Mater Boni
Consilii, per godere più pienamente e perfettamente della luce Divina in cielo, alla Gloria del Santissimo Nome di Dio. Amen.
9. l’IMMUTABILITA’ DELLA FEDE

Talvolta qualcuno dirà: ‘Comunque la Chiesa è molto cambiata’ e pensiamo subito al suo insegnamento ed alla sua liturgia. Il tema di questo capitolo sarà il suo insegnamento. In quale senso, dunque, è cambiato l’insegnamento?

Fino, forse, a cinquant’anni fa, gli uomini della Chiesa presentavano una visione della realtà, a cui abbiamo accennato nei capitoli scorsi, di Dio Uno e Trino, assolutamente trascendente e sovrannaturale, al di sopra di tutto il creato; Che elargisce sugli uomini la grazia sovrannaturale, illuminando la loro conoscenza con la Fede, e accendendo la loro volontà con la Carità, affinché l’uomo si possa elevare ed unire a Lui quaggiù e nel Cielo.

A questo fine creò la Chiesa, a cui ha affidato la Grazia dei Sacramenti, e tutte le verità della Fede e della morale (soprattutto i dieci comandamenti), di cui l’uomo avrà bisogno per il suo viaggio attraverso il deserto di questo mondo. Coloro che seguono questa strada, apparecchiata per loro da Dio, raggiungeranno il Cielo; coloro che non la seguiranno, finiranno nell’Inferno. La strada che conduce al Cielo è stretta e richiede ascesi e mortificazione, anche se porta con sé la pace e la più profonda felicità possibile in questo mondo; la strada che conduce all’Inferno è larga invece, non richiede sforzi e porta con sé piaceri, ma piaceri passeggeri che cedono poi alla tristezza e spesso alla disperazione.

Da circa cinquant’anni, invece, molti uomini della Chiesa presentano un’altra visione della realtà: La Grazia e l’ordine sovrannaturale non sono più menzionati. La Fede cattolica sarebbe secondo loro un sistema di credenze sullo stesso livello di quello dei protestanti, o di qualsiasi altra confessione cristiana, o di quello di qualsivoglia religione. La Fede non sarebbe più necessaria per raggiungere il Cielo, quindi. Ma neanche il Battesimo sarebbe necessario, né l’appartenenza alla Chiesa cattolica: il Battesimo sarebbe una mera convenzione, e la Chiesa solo un raggruppamento di persone con le stesse credenze. Non sarebbe necessaria neppure la Carità, l’amore sovrannaturale, ma basterebbe l’amore in senso assai vago e indefinito: come si rivela nell’Ecumenismo, o nel matrimonio di cui viene ormai presentato come la prima finalità.

Questo amore e la gioia a cui conduce, costituiscono un vangelo ‘positivo’ opposto ad un vangelo ‘negativo’ che si interessa alla mortificazione, al peccato, e all’Inferno. Si può specificare il vangelo ‘positivo’ come l’allontanamento dall’ordine oggettivo a cui abbiamo già accennato nella Prefazione: l’allontanamento dall’ordine oggettivo sia naturale che sovrannaturale: dalla realtà e dalla verità oggettive, dall’autorità, dalle leggi, e dalla giustizia, verso l’ordine soggettivo: verso l’amore, la comunione, e la gioia.

L’insegnamento è cambiato, dunque. La nostra domanda perciò è: Quale insegnamento è giusto: quello tradizionale o quello moderno? O forse l’insegnamento tradizionale era giusto allora, ma ormai l’insegnamento moderno è giusto? Diamo un esempio: la Fede e la Carità sono necessarie alla salvezza, o non lo sono? Oppure, erano necessarie nel passato, ed ora non lo sono più?

La risposta è chiara come la luce: l’insegnamento tradizionale è giusto e quello moderno è falso. La Fede e la Carità sono necessarie per la salvezza e lo saranno sempre.

Perché è giusto l’insegnamento tradizionale? Perché l’insegnamento tradizionale è l’insegnamento delle verità oggettive che la Chiesa ha ricevute da Dio Stesso, secondo le parole del Signore: ‘Quando però verrà lo Spirito di verità, Egli vi guiderà alla verità tutta intera’. L’insegnamento tradizionale è insegnamento di verità oggettive, dunque, che come tali sono immutabili, immutabili come le verità della matematica: Se due più due fa quattro oggi, lo farà anche domani. Questo insegnamento tradizionale della Chiesa non è cambiato, dunque, non cambierà, e non può cambiare, come la Chiesa stessa di per se stessa non è cambiata, non cambierà, e non può cambiare.

Ciò che è cambiato è quello che alcuni uomini della Chiesa insegnano oggigiorno, che non è più la Verità, bensì la falsità, l’irrealtà, e la fantasia: senza senso, e fuorviante della strada della salvezza .

Come sappiamo che l’insegnamento tradizionale ad esempio sulla necessità della Fede e della Carità per la salvezza, o sulla Santissima Trinità, sui privilegi sublimi della Beatissima Vergine Maria, sull’Incarnazione, sulla Morte e la Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo è vero? Lo sappiamo sull’autorità di Dio che parla attraverso la Chiesa, perché, come abbiamo già detto, è l’autorità di Dio che è il motivo della Fede.

La Chiesa, dunque, col sostegno dello Spirito di Verità che è lo Spirito Santo, insegna le Verità della Fede. Inoltre ne ha definito un gran numero (comprese quelle evocate nell’ultimo paragrafo) come Dogmi: da credere come divinamente rivelate per ogni membro della Chiesa cattolica, così che, chi li nega, anche se solo uno di loro, sarà escluso dalla comunione della Chiesa.

I Modernisti che insegnano dottrine opposte non possono cambiare l’insegnamento cattolico, dunque: non ne hanno il potere, perché quell’insegnamento è immutabile; non ne hanno l’autorità, la competenza, perché hanno l’autorità e la competenza, il munus docendi, solo per insegnare il Depositum Fidei: le Verità della Fede. ‘Non abbiamo infatti alcun potere contro la verità’, dice san Paolo (2. Cor 13. 8), ‘ma per la verità’.

I Modernisti sono come professori incaricati d’insegnare la matematica, i quali insegnano infatti che due più due fa tre. Possono cambiare la natura della matematica? No; Possono cambiare qualsiasi delle sue verità individuali? No; Hanno l’autorità, la competenza? No; Hanno il potere? No.

Cosa possiamo dire di questi professori? Che sono professori di matematica mancanti; anzi non sono professori di matematica affatto: sono ciarlatani ed ingannatori: che, impiegati per insegnare la matematica, chiamandosi matematici e campandoci, insegnano altre cose, travestendole da matematica, e frustrando così gli scopi stessi dei loro datori di lavoro.

E così è anche per i Modernisti. La loro colpa e più grave, però, perché ciò che è in gioco non è solo la formazione scolare dei loro allievi, bensì la salvezza eterna delle anime dei fedeli. Che la Chiesa li smascheri quindi quanto prima, che li dichiari eretici e li licenzi!

Ora i Modernisti di solito presentano le loro nuove dottrine o senza giustificazione, o colla giustificazione che siano uno ‘sviluppo’ dell’insegnamento cattolico anteriore. Dietro a questa giustificazione giace storicamente la pretesa che l’oggetto della Fede sia l’esperienza religiosa, di cui l’espressione cambia e si sviluppa attraverso i tempi .

La Chiesa cattolica, invece, ha condannato queste due proposizioni. Ha condannato la prima proposizione, che la Fede si riduce all’esperienza religiosa, nel decreto Lamentabili e nell’Enciclica Pascendi di san Pio X; e ha condannato la seconda proposizione, che il dogma cambia e si sviluppa, nell’Enciclica Humani Generis di Papa Pio XII. La Chiesa insegna che il dogma, secondo il suo contenuto, è di origine veramente divina; che il dogma è l’espressione della verità oggettiva; e che il suo contenuto è immutabile.

Non c’è dunque cambiamento né sviluppo nel contenuto del dogma. Se sentiamo qualcuno rigettare una dottrina tradizionale o proclamarne una nuova; se lo sentiamo parlare di sviluppo, di cambiamento, o di novità, possiamo già sapere che ciò che si propone non è cattolico. Di fatti per i Padri della Chiesa il ‘nuovo’ è proprio l’essenza dell’Eresia. Come scrive l’Apostolo (Gal.1.9): ‘Se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema!’

L’unico genere di sviluppo o cambiamento che attinge al dogma è lo sviluppo della sua espressione, che nel corso dei secoli diviene più chiara e più profonda, ma, nelle parole di san Vincenzo Lerino (citate nella Costituzione Dei Filius del Concilio Vaticano I): ‘solo nello stesso dogma, nello stesso senso, e nello stesso modo di intendere: in eodem dogmate, eodem sensu, eademque sententia’.

In sintesi, le Verità della Fede che la Chiesa ha ricevuto da Dio stesso con l’incarico di insegnarle nel corso dei secoli, non cambiano e non possono cambiare. Solo la loro espressione può cambiare, ma divenendo sempre più chiara e più profonda: come la luce del sole che cresce fin dall’aurora sino a mezzogiorno, ma rimane la stessa luce, nelle parole di san Vincenzo Lerino.

La ragione definitiva per la quale l’oggetto della Fede non può cambiare è che il suo oggetto, come abbiamo già visto, e nell’ultima analisi, è Dio stesso. Lui stesso è quel sole, quel sole increato che noi percepiamo nel corso del nostro passaggio attraverso il deserto di questo mondo: che percepiamo in modo debole all’aurora, in modo forte a mezzogiorno. Lui stesso è quel sole che manda i suoi raggi, che ‘emette la sua luce e la sua Verità’, per illuminare le nostre menti con la Fede, così che possiamo dire col salmista: ‘nella Vostra luce vedremo la luce’.

Lui stesso è quel sole che in questo mondo non possiamo guardare direttamente con gli occhi a causa dell’eccesso della Sua Divina gloria, ma che vedremo nel prossimo mondo: quando la luce della Grazia si trasformerà nella luce di Gloria; quando Lo vedremo faccia a faccia; e quando, nelle parole dell’Apocalisse: ‘Non vi sarà più notte e non avremo più bisogno di luce di lampada, perché il Signore Dio ci illuminerà, e regneremo con Lui nei secoli dei secoli’. Amen.

10. L’ INFALLIBILITA’ DELLA FEDE

Avendo trattato dell’immutabilità delle verità della Fede, vogliamo trattare ora dell’infallibilità di una parte di queste verità, ossia quelle che si chiamano ‘i dogmi’. I dogmi sono quelle verità della Fede che sono già state proposte dalla Chiesa da credere come tali.

Se le verità della Fede sono immutabili in quanto hanno come oggetto Dio Che è il Vero Stesso: la prima Veritas in essendo; i dogmi sono infallibili in quanto sono insegnati da Dio Che è il Veritiero Stesso: la prima Veritas in dicendo.

Per comprendere meglio la natura del dogma, esporremo adesso brevemente 1) l’infallibilità della Chiesa; 2) l’oggetto; e 3) il soggetto di questa infallibilità.

1) L’Infallibilità della Chiesa

Il Vangelo di san Matteo conclude con queste parole di nostro Signore Gesù Cristio ai suoi Apostoli: ‘Mi è stato dato ogni potere in cielo ed in terra, andate dunque, e ammaestrate tutte le nazioni … insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’ (Mt. 28. 18-20).
Con queste parole il Signore elargisce sulla Chiesa, in forma degli Apostoli e dei loro successori, il munus docendi, l’ufficio di insegnare, così istituendo la Chiesa Docente. Questo munus docendi della Chiesa è una partecipazione a quello del Signore, e può essere esercitato in modo infallibile (come abbiamo appena detto) in quanto il Signore è il Veritiero Stesso Che non può né ingannarsi, né ingannare: ‘qui nec falli, nec fallere possit’ (cfr. Concilio Vaticano I).

Il Signore garantisce l’infallibilità dei dogmi colle parole: ‘Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’, e con le parole durante l’Ultima Cena: ‘Io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga sempre con voi, lo Spirito di verità’ (Gv.14,16-17).

2) L’Oggetto dell’Infallibilità

Qual’ è l’ambito di questo insegnamento? L’ambito di questo insegnamento viene espresso con le parole ‘tutto ciò che vi ho comandato’ ed è la Rivelazione intera. La Rivelazione, o il Depositum Fidei, ha due fonti che sono la Sacra Scrittura e la Tradizione orale, e consiste in ciò che si chiamano ‘le verità della Fede’ (in senso ampio), o ‘le verità della religione’. Queste verità si distinguono nelle verità della Fede (in senso stretto) e nelle verità della morale.

Le verità della religione, in quanto proposte dalla Chiesa da credere come tali, sono i dogmi. Solo queste verità sono state dichiarate in modo infallibile, così che chi le nega cade nell’Eresia. Non tutte le verità della religione sono ancora dogmi, ma solo quelle che sono già state proposte dalla Chiesa da credere come tali. Le altre si possono chiamare ‘dogmi’ solo nel senso virtuale o materiale del termine.

3) Il Soggetto dell’Infallibilità

Il Concilio Vaticano I (Sess.3 cap.3) dichiara: ‘… tutto deve essere creduto con Fede divina e cattolica che è contenuto nella Parola di Dio, scritta o tramandata, e che è stato proposto dalla Chiesa da credere come divinamente rivelato, sia con giudizio solenne o con il suo magistero ordinario ed universale’.
.
Il testo conciliare appena citato insegna che, come abbiamo illustrato in sezione (1) sopra, il soggetto dell’Infallibilità è la Chiesa. Più precisamente è l’Episcopato intero in unione al Papa, o il Papa solo.

Un soggetto dell’Infallibilità è l’Episcopato intero dunque, secondo la parola di san Cipriano: ‘La Chiesa è nei Vescovi’. I Vescovi sono infallibili quando dichiarano un dogma o ‘con giudizio solenne’ (cfr. il testo citato) o ‘con il suo magistero ordinario ed universale’. Nel primo caso dichiarano un dogma in ‘modo straordinario’, e nel secondo caso in ‘modo ordinario’.

Lo dichiarano in modo straordinario in un Concilio generale ed ecumenico (nel senso che tutti i Vescovi cattolici del mondo vengono invitati e in numero sufficiente assistono per poter rappresentare l’Episcopato intero). Solo il Papa può convocare e chiudere un tale Concilio; si svolge sotto di lui come il suo Capo e non può mai contraddirlo. Il Papa presta ai Vescovi una partecipazione al suo proprio potere per gli scopi del Concilio, ma può confermare e promulgare le loro decisioni solo lui.

I Vescovi dichiarano un dogma in modo ordinario quando lo dichiarano in virtù del ‘magistero ordinario ed universale’ della Chiesa, nelle parole del testo conciliare sopra citate. Questo avviene quando insegnano dottrine cattoliche nelle loro diocesi unanimemente tra di loro e con il Papa. Esempi ne sono i catechismi diocesani (prima di esser stati contaminati dal Modernismo).

Un soggetto di infallibilità è dunque l’Episcopato intero assieme al Papa; l’altro è il Papa. Il Concilio Vaticano I (Sess. 4. cap. 4) proclama che: ‘il Papa, quando parla ex cathedra, cioè quando definisce come Pastore e dottore di tutti i cristiani in virtù della sua suprema ed apostolica autorità, che una dottrina della Fede o della morale è da tenere dalla Chiesa Universale, gode, in virtù dell’assistenza divina a lui in san Pietro promessa, dell’infallibilità colla quale il divin Redentore ha voluto che la Sua Chiesa fosse istruita nel definire una dottrina della Fede o della morale  …’

Il Concilio Vaticano I in questo passo descrive l’infallibilità del Papa in termini dell’infallibilità che il Signore ha elargito sulla Sua Chiesa. Ciò significa che il Papa è un soggetto dell’Infallibilità della Chiesa.

Ci sono vari motivi per cui il Papa deve essere infallibile: lui è la ‘Pietra’ che garantisce l’unità e la sicurezza della Chiesa (Mt. 16.18); lui ha ricevuto il potere di legare e di sciogliere (Mt. 16.19) che comprende il potere di esporre il vangelo; lui ha ricevuto il mandato di pascere il gregge dei fedeli (Gv. 21. 15-17) che comprende l’insegnamento della verità e la difesa contro l’errore; e lui ha ricevuto il mandato di ‘confermare i suoi fratelli’ (Lc. 22. 31-33), cioè nella Fede di fronte a tutti i pericoli che si possono dare nel corso dei secoli.
Il Papa esercita la sua infallibilità sempre ‘con giudizio solenne’. Aggiungiamo a questo punto che i dogmi proposti con giudizio solenne (o dalla Papa o dall’Episcopato intero) si chiamano più precisamente i ‘dogmi definiti’. Si definiscono in forma degli anatemi, dei canoni, dei simboli, e delle professioni della Fede.

Il Concilio Vaticano II non ha proclamato dogmi, perché ci mancava l’intenzione . Ci sono constatazioni dogmatiche dentro di esso, ma solo come reiterazione di dogmi già definiti antecedentemente . Piuttosto di proclamare dogmi, questo Concilio ha di fatti oscurato dogmi, ad esempio il dogma che fuori la Chiesa non c’è salvezza.
II L’ E R E S I A

A. L’ERESIA DI PER SE’ STESSA
11. LA DEFINIZIONE DELL’ERESIA

La parola ‘eresia’ viene dal verbo greco haireisthai che significa ‘scegliere’ o ‘prendere per sé stessi’ e consiste nello scegliere, o prendere per sé stessi, ciò che si vuole credere, piuttosto che di accettare tutto ciò che Dio rivela tramite la Chiesa.

Questa scelta si distingue per la sua falsità: è una scelta falsa, un esercizio falso del libero arbitrio, in quanto è una scelta della falsità piuttosto della verità: ossia della verità che è l’oggetto della Fede. Questa scelta (nel caso di un’Eresia formale, vide infra) si distingue inoltre per la sua superbia, perché è un rifiuto di sottomettersi all’autorità di Dio e della Chiesa, e di umiliare l’intelletto davanti alla Fede.

Nell’epoca contemporanea l’eresia si insinua nella Chiesa tipicamente in modo implicito: tramite l’Oscurantismo. Questo oscurantismo fa parte del fenomeno che si chiama ‘il Modernismo’. Ne parleremo in dettaglio in un capitolo successivo.

Cos’è esattamente l’eresia? Il codice di Diritto Canonico constata: ‘Vien detta Eresia l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per Fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa ’.

Ora, il termine tecnico per la verità di cui si tratta qui è ‘dogma’. Il dogma, come abbiamo detto nell’ultimo capitolo, è una verità divinamente rivelata, che viene proposta dal magistero della Chiesa da credere come tale. Ricordiamo che il Concilio Vaticano I dichiara: ‘Si deve credere per Fede divina e cattolica tutto ciò che è contenuto nella parola di Dio, scritta o tramandata, e che dalla Chiesa viene proposto da credere come divinamente rivelata, sia con un giudizio solenne sia nel magistero ordinario e universale ’.

Come abbiamo spiegato nel capitolo precedente, questo giudizio solenne può essere dato o dal Papa o da un Concilio ecumenico, e costituisce la definizione del dogma. Il magistero ordinario e universale, invece, consiste nell’insegnamento costante della Chiesa, ad esempio nei catechismi promulgati dall’episcopato (prima del fenomeno del Modernismo).

Il criterio per sapere che una determinata dottrina appartenga al Magisterio
ordinario e universale della Chiesa (come alla Tradizione orale in genere,) è
che la dottrina sia trasmessa ‘ovunque, in ogni tempo, e da tutti: quod ubique,
quod semper, quod ab omnibus’, secondo la formula di san Vicenzo Lerino.

Bisogna precisare che l’eresia, quanto a una verità sola della Fede, comporta con sé la perdita totale della Fede, perché rigettare o dubitare in modo ostinato di una sola verità, è rigettare l’autorità di Dio su cui si basa la Fede intera.

L’Eresia si distingue in eresia formale ed eresia materiale.

L’Eresia formale viene definita nel Codice con il termine ‘ostinato’, o ‘pertinax’ in latino: negazione ostinata, dubbio ostinato. L’eresia materiale, invece, è la negazione o dubbio non ostinato di una verità di Fede. In altre parole un’Eresia formale comprende non solo un errore dell’intelletto, ma anche un atto deliberato della volontà, mentre un’Eresia materiale comprende solo un errore dell’intelletto.

Un esempio di un’eresia formale è la negazione di Martin Lutero che la santa Messa è un sacrificio; un esempio di eresia materiale è la negazione del primato del Papa da parte di un protestante cresciuto nell’ignoranza, che sarebbe pronto a correggere questo errore se ne fosse adeguatamente istruito.

L’eresia è la negazione di una verità rivelata della Fede, di un dogma. Tipicamente la Chiesa condannava l’eresia con l’anathema dichiarando, per esempio: ‘Se qualcuno dicesse che i Sacramenti della nuova legge siano più o meno di sette, anathema sit’ (Concilio di Trento s.7, can.1). L’infallibilità della Chiesa si estende sia ai dogmi che agli ‘anatemi’, dichiarando la Fede nel primo caso in modo positivo, e nel secondo caso in modo negativo.

Ora ‘Anathema sit’ significa ‘sia escluso’, e dichiara che un eretico formale è escluso dalla Chiesa cattolica: che non appartiene ad essa. Se muore nell’eresia senza esserne pentito, viene condannato all’Inferno.

Oggigiorno l’eresia e l’anathema vengono considerate come fantasie crudeli e vuote della Chiesa cattolica o, nelle parole di Dietrich von Hildebrandt in ‘La vigna devastata’, come ‘fanatismi medioevali’. Il Concilio Vaticano II ha evitato l’anathema e ha proposto di ‘usare la medicina della misericordia, invece di imbracciare le armi del rigore’, e la Gerarchia e il Clero hanno mantenuto questo atteggiamento negli anni successivi.

Bisogna dire a questo punto, però, che quel genere di misericordia non è autentico, bensì costituisce un tipo di amore falso caratteristico del Modernismo e più particolarmente dell’Ecumenismo (cfr. capitolo 13 e 14 infra). Bisogna ricordare che le prime tre opere di misericordia (spirituali) sono: consigliare i dubbiosi; insegnare agli ignoranti; ed ammonire i peccatori; e come scrive Romano Amerio in Iota Unum: ‘nella mente della Chiesa la condanna stessa dell’errore è opera di misericordia’. Questo è chiaro perché la verità, la verità della Fede, è la luce che ci conduce al cielo. Se qualcuno spegne questa luce, non vede più la strada che deve seguire, e dunque si perde.

E’ un’opera di misericordia da parte della Chiesa; anzi un dovere grave di dire a questa persona che lei sta nell’errore e di punirla, affinché lei si penta e torni alla vera strada. Questo ammonimento e questa punizione devono essere pubblici affinché altri ne sappiano la gravità e non vengano anche loro contaminati dello stesso errore. ‘Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo taglialo, e gettalo via da te: è meglio per te entrare nella Vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno’ (Mt.18,1-20). Questa parola del Signore si applica bene all’esclusione di un eretico dal corpo sano della Chiesa.

In breve, chi non ha capito il significato dell’eresia e dell’anatema non ha capito il significato della Fede.

‘Bisogna assalire il Cielo con la preghiera’, scrive Dietrich von Hildebrandt, ‘… che la grande parola ‘Anathema sit’ risuoni di nuovo contro tutti gli eretici e soprattutto contro coloro che formano la quinta colonna della Chiesa’, perché le dichiarazioni dell’eresia e dell’anatema sono opere di misericordia e di amore, che mirano al bene eterno dei fedeli: dichiarazioni che separano la luce dalle tenebre, il vero dal falso, e ci mostrano la strada stretta che sola conduce al Cielo: che con la Grazia di Dio, l’aiuto della Santissima Madre Sua, e con una buona vita, raggiungeremo sicuramente alla Gloria del Suo Santo Nome. Amen.
12. MARTIN LUTERO

In questi tempi caratterizzati da grande ignoranza e radicale confusione, quando anche agli uomini della Chiesa cattolica dei più alti livelli piace lodare ed inneggiare Martin Lutero, vorremmo brevemente esporre e valutare la sua teologia.

I La teologia di Martin Lutero

La teologia di Martin Lutero nei suoi tratti principali si può sintetizzare in quattro sue dottrine: Sola Scriptura, Sola Fides, Sola Gratia, e Solus Deus  Vogliamo rivolgere uno sguardo su queste dottrine alla luce della Fede cattolica.

1. Sola Scriptura

La prima dottrina, Sola Scriptura (sola la Scrittura), afferma che la Fede si basa solo sulla Sacra Scrittura, e che la Sacra Scrittura stessa interpreta la Sacra Scrittura (che significa in effetti poi che l’interpretazione è demandata alla persona che la legge), mentre la Chiesa Cattolica, in una dichiarazione del Concilio di Trento (s.4) ripresa nel Concilio Vaticano I (s.3 c.2), insegna, come abbiamo sopra evocato, che la Fede si basa sulla Rivelazione Divina (chiamata anche il Depositum Fidei), e comprende non la sola Sacra Scrittura (la parte scritta del Depositum Fidei), ma anche la ‘Tradizione’ (la parte orale del Depositum Fidei).
L’autorità sul Depositum Fidei non la possiede la singola persona, bensì la Chiesa. La Chiesa ha stabilito quali sono i Libri che appartengono alla Sacra Scrittura e la Chiesa interpreta questi Libri e i dati della Tradizione orale per stabilire i dogmi della Fede. Un esempio di un dogma dichiarato dalla Chiesa sulla base della Sacra Scrittura è l’Ascensione; un esempio di un dogma dichiarato dalla Chiesa sulla base della Tradizione orale è l’Assunzione.

2. Sola Fides

La Seconda dottrina, Sola Fides (sola la Fede) afferma che per la salvezza sia necessaria solo la Fede, e non la Fede e le opere come insegna la Chiesa. A questo riguardo il sacro Concilio di Trento (s.6 c.10) cita le parole seguenti dell’epistola di san Giacomo (2. 24): ‘Vedete che l’uomo viene giustificato dalle opere e non solo dalla Fede’.

Orbene, per la salvezza sono necessarie sia la Fede sia la Carità (o le opere di Carità), e mentre i falsi ecumenisti agiscono come se bastasse solo la Carità, Martin Lutero pretende che basti solo la Fede. L’azione di Lutero nei riguardi dell’epistola di San Giacomo, che riporta chiaramente la dottrina Cattolica, fu quella di cancellarla dal suo nuovo canone della Sacra Scrittura definendola semplicemente una ‘epistola di paglia’. Da ciò vediamo come Lutero fosse meno motivato dalla Sacra Scrittura che dai suoi propri presupposti soggettivi. Lo stesso vale per altre parti della Bibbia da lui cancellate.

Bisogna inoltre tenere a mente che Lutero intende la Fede in un senso ben diverso da quello cattolico. Per Lutero la Fede consiste nella fiducia che Dio nella Sua misericordia perdonerà l’uomo a causa di Cristo, mentre la Chiesa insegna che la Fede consiste nell’accettare la Rivelazione sull’autorità di Dio che la rivela.

Lutero comunque perse completamente la Fede cattolica già al primo momento quando rinnegò un articolo di Fede, perché, come abbiamo fatto notare nel capitolo scorso, chi nega anche un solo articolo di Fede nega l’autorità di Dio che l’ha rivelato.

3. Sola Gratia

Con la terza dottrina, Sola Gratia (sola la Grazia), Lutero afferma che col Peccato Originale la natura umana si fosse totalmente corrotta, e così l’uomo divenisse incapace di conoscere la verità religiosa e di agire liberamente o moralmente, cosicché la Grazia non potesse guarire l’uomo, ma solo coprire la sua peccaminosità. La Chiesa, invece, insegna che la natura umana è solo caduta e ferita, e può essere guarita dalla Grazia; l’uomo può conoscere la verità e possiede il libero arbitrio con cui collabora con la Grazia per agire moralmente, anche se ciò implica per lui spesso una grande lotta.

4. Solus Deus

La quarta dottrina, Solus Deus (solo Dio), significa che la Salvezza viene direttamente da Dio e non attraverso la Chiesa, il Sacerdozio, i Sacramenti, l’intercessione della Beatissima Vergine Maria e dei Santi. Lutero pretende che l’accesso a Dio avvenga direttamente. Non riconosce l’intima unione fra Dio e la Chiesa: Dio nella Sua divinità e Dio nella Persona di Nostro Signore Gesù Cristo.

a.) Dio infatti, in virtù della Sua Maestà sublime e divina, ha stabilito un ordine gerarchico in tutte le cose, sia naturali che sovrannaturali, sia in terra che in Cielo, sia in Purgatorio che in Inferno; e attraverso questo ordine gerarchico ed intermediario opera per i Suoi scopi ineffabili.
Quanto alla Redenzione, opera mediante il Fiat della Beatissima Vergine Maria; mediante l’Incarnazione, la Passione, e la Morte del Suo Divin Figlio; e, riguardo al particolare punto in discussione, mediante la Santa Chiesa Cattolica e i suoi Sacramenti.

b.) Dio inoltre, nella Persona di Nostro Signore Gesù Cristo, prolunga la Sua vita terrena ed il Suo operare terreno nella Sua Chiesa: la Sua vita terrena nella Chiesa quale Suo Corpo Mistico, ed il Suo operare attraverso i Sacramenti dove Egli opera in prima Persona. L’esempio più sublime e glorioso del Suo operare è indubbiamente la Santa Messa dove continua ad offrirSi e ad immolarSi al Padre in ogni momento del giorno e della notte in una santa Messa qualche parte nel mondo, e lo farà fino alla fine dei tempi.

Di fatto Lutero professa solo due Sacramenti: il Battesimo, e ciò che a lui piacque definire come ‘la cena’ in sostituzione della Santa Messa, a cui nega la natura sacrificale.
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Ecco dunque una breve sintesi della dottrina di Martin Lutero contenuta nei quarantuno Articoli condannati dal Papa Leone X con la ‘Damnatio in globo’ nella Bolla ‘Exsurge Domine’ 1520, ‘rispettivamente come eretici o scandalosi, o falsi od offensivi degli animi pii, o atti a sedurre le menti dei semplici’.
II La Natura Eretica della Teologia di Lutero

Ora, secondo il Codice di Diritto Canonico (CIC 1981 Can. 751) che abbiamo citato sopra, ‘Vien detta Eresia, l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per Fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa …’. Avendo negato delle verità della Fede, Martin Lutero è eretico, dunque, ossia un eretico formale. Anzi, in virtù della quantità di eresie che ha concepito ed insegnato, il numero di sette protestanti che ha generato, e il danno che in seguito ha recato alla Chiesa cattolica, merita di essere chiamato ‘Eresiarca’, o principe degli eretici, o piuttosto l’Eresiarca per eccellenza.

III Il Fallimento della Teologia di Lutero

Vogliamo adesso mostrare brevemente come fallisce la teologia di Lutero.

1. Con le parole ‘Sola Scriptura’, rigetta il ruolo della Chiesa riguardo la Sacra Scrittura, ma rigettando il ruolo della Chiesa, rigetta la Sacra Scrittura stessa perché la Chiesa ce ne fornisce il vero significato.
2. Con le parole ‘Sola Fides’, rigetta il ruolo delle buone opere, ma rigettando le buone opere rigetta anche la Fede perché la Fede senza le opere è morta (San Giacomo 2. 17).
3. Con le parole ‘Sola Gratia’ rigetta il ruolo del libero arbitrio, ma così facendo rigetta anche la Grazia, perché la Grazia santificante (prescindendo dal caso del Battesimo degli Infanti) è essenzialmente una collaborazione con il libero arbitrio.
4. Con le parole ‘Solus Deus’ rigetta il ruolo della Chiesa, ma così facendo rigetta anche Dio perché la Chiesa ci dà l’accesso a Dio, e la Chiesa è, in un certo senso Dio, nella forma del Corpo Mistico di Cristo.

In altri termini, nel voler ricercare l’essenza della Sacra Scrittura, della Fede, della Grazia e di Dio, Lutero in effetti li separa dalle altre realtà con cui sono necessariamente legate, ossia la Chiesa (Docente), le opere, il libero arbitrio, e la Chiesa (Santificante); e così facendo finisce per perderne l’essenza. In tutti questi quattro casi Lutero, rigettando elementi della Fede, smarrisce la comprensione della Rivelazione intera, come anche gli Ebrei, rigettando il Messia, smarrirono la comprensione della Rivelazione intera, giacché il Messia ne è la chiave. Così le parole del Signore si verificano per Lutero come si erano verificate per gli Ebrei: ‘a colui che non ha sarà tolto anche quello che ha’ (Mt.13,12).

IV L’Essenza della Teologia di Lutero

Se volessimo riassumere in una sola parola tutta la teologia di Martin Lutero questa sarebbe ‘soggettivismo’. Piuttosto di sottomettersi all’autorità della Chiesa per conoscere l’oggetto della Fede, per conoscere la vera interpretazione della Fede, nonché per accettare la Fede, Lutero preferisce stabilire da se stesso l’oggetto della Fede (ossia la Sacra Scrittura) e la sua vera interpretazione, e sostituisce l’atto di Fede (che secondo la Chiesa Cattolica consiste, come già detto, nell’accettare il corpo dei dogmi cattolici oggettivi) con uno stato mentale prettamente soggettivo assunto dalla persona nel proprio rapporto con Dio. La radice psicologica del soggettivismo sembra essere il pesante senso di colpa di Lutero che ritroviamo anche nella formulazione della sua dottrina di una natura umana totalmente corrotta.

Come mostra Romano Amerio in Iota Unum, questo soggettivismo viene espresso chiaramente nel suo Articolo 29, citato da san Pio X nella enciclica Pascendi : ‘Ci è dato un mezzo per snervare l’autorità dei Concili e contraddire liberamente ai loro atti e per proclamare liberamente tutto quello che ci sembra vero’. In questo senso le quattro dottrine sopra evocate si possono esprimere più accuratamente ‘Solus Martin Lutero’.
V. L’Eredità di Lutero

L’eredità di Lutero la troviamo non solo nelle sette protestanti, ma da circa cinquant’anni anche in seno della stessa Chiesa Cattolica e nella mentalità moderna in generale. Tra i cattolici d’oggi, l’eredità di Lutero (e del Protestantesimo) la troviamo nelle dottrine, talvolta mescolate con dottrine cattoliche, sull’autointerpretazione della Sacra Scrittura, in quegli atteggiamenti del concepire la Chiesa come istituzione di uomini e come ‘peccatrice’, e del concepire la Santa Messa come ‘cena commemorativa’ ove il sacerdote funge meramente da ‘presidente’.

Riscontriamo inoltre un soggettivismo radicale diffuso tra cattolici che non riescono a comprendere che la Fede è oggettivamente vera, e che la devono proclamare ed insegnare come tale, e invece cercano la comunione con altre confessioni o religioni nel nome di un Ecumenismo indefinito e vago; un soggettivismo radicale che si oppone ai concetti di dogma, eresia, ed anatema; un individualismo che cerca un diretto rapporto con Dio in tutto, prescindendo dalla Chiesa, dal sacerdozio o dai Sacramenti, in particolar modo santa Messa domenicale e Confessione.

Si riscontrano elementi protestanti particolarmente nel ‘movimento carismatico’ dentro la Chiesa Cattolica fin quanto questo costituisce un allontanamento da Chiesa, Dogmi, e Sacramenti, verso la sperimentazione del rapporto diretto con Dio.

Questi elementi sono presenti specialmente in quel gruppo carismatico conosciuto come ‘il Cammino Neocatecumenale’ che sostiene la peccaminosità radicale dell’uomo; nega la vera natura della Chiesa, il sacerdozio sacramentale, la natura sacrificale della Santa Eucarestia in favore di una concezione di ‘cena’ o festeggiamento; nega la Presenza Reale, almeno nei frammenti del Santissimo Sacramento; proibisce la santa Comunione sulla lingua; riserva dubbi sulla Transustanziazione; disconosce il Sacramento della Penitenza; e insegna l’autointerpretazione della Sacra Scrittura .

Luteranesimo e protestantesimo, per quanto al loro rapporto con la mentalità moderna, fanno parte, o promuovono, quella grande corrente di soggettivismo che spianò la strada a Cartesio, all’idealismo, alla filosofia moderna in generale, e che allontana il mondo da Dio e dal Vero, dal Bene, e dal Bello, verso l’ateismo ed il nichilismo.

Alla luce di queste considerazioni risulta difficile trovare il motivo per cui un cattolico possa lodare Martin Lutero.

VI I Presunti Meriti di Lutero

Alcuni lodano Martin Lutero per una sua sincerità, fiducia, chiarezza su cui basa le sue dottrine, e la sua coscienziosità, ma tali qualità non hanno alcun valore se non si rapportano alla realtà oggettiva: il Vero oggettivo, ed il Bene oggettivo. Tuttavia per Lutero non fu così, perché nella sua dottrina egli sostituisce la verità oggettiva con la sincerità; recide fiducia, chiarezza, e coscienziosità dai criteri oggettivi che a queste danno valore: recide la fiducia dall’autorità di Dio e della Chiesa, recide la chiarezza dalle proprietà intrinseche della verità, e recide la coscienziosità dalla legge morale oggettiva a cui è ordinata. Ne consegue che sincerità, fiducia, chiarezza, e coscienziosità divengano meri stati mentali soggettivi dell’individuo e moralmente indifferenti. Questi elementi rappresentano così solamente ulteriori manifestazioni del suo radicale soggettivismo.

Altri lodano Martin Lutero per aver attaccato gli abusi morali del Clero e della Gerarchia del suo tempo, anche se Lutero non potrà certo essere proposto come modello di moralità cristiana essendo sacerdote cattolico agostiniano ‘sposato’ con una suora religiosa, che ebbe a dire: ‘Pecca fortiter, Sed crede fortius: Pecca pure fortemente, ma sii ancora più forte nella tua Fede’.

In ogni caso il danno prodotto da certi uomini della Chiesa fu sicuramente inferiore a quello causato da Lutero: non tanto per la guerra civile che scatenò in Germania e per la divisione religiosa di tutta Europa, quanto per il danno recato ad innumerevoli anime immortali con la sua sfigurazione della Fede Cattolica.

No, il vero bene scaturito dalla Riforma di Martin Lutero è quello che Dio, nella Sua misericordia infinita, si è degnato di trarre da tanti e così grandi mali: il grande bene che fu il Sacro Concilio di Trento, che ha codificato e stabilito per sempre il Rito Romano antico e ha definito dogmaticamente la Fede Divina e Cattolica sulla Sacra Scrittura, sulla Tradizione, sul Peccato Originale, sulla Giustificazione tramite Fede e opere, sui meriti, sui sette Sacramenti, sul Purgatorio, sul Culto dei Santi e sulle Indulgenze, così che tutti i Cattolici di tutte le epoche successive potessero godere di quell’inesauribile fonte di grazia e di santità che è il Rito Romano antico, e che potessero conoscere queste Verità eterne, accettarle in spirito di devota sottomissione e umiltà, e vivere secondo queste alla gloria del Dio Trino ed Uno e per la salvezza delle loro anime. Amen.
13. IL MODERNISMO

Nel suo libro Athanasius, monsignor Rudolf Graber, vescovo di Ratisbona, spiega come il Demonio nel corso dei secoli attacca la santa Chiesa cattolica in modo sempre più raffinato, insidioso, ed intimo. Cominciava attaccando i fedeli con le persecuzioni, ma vedendo che esse conducevano piuttosto alla crescita della Fede, adottò un altro metodo: quello di attaccare la Fede stessa.

Con le eresie di Martin Lutero è riuscito a staccare un gran numero di fedeli dalla Chiesa cattolica; con le eresie e le dottrine eretizzanti e non-cattoliche che circolano allora riesce persino, attualmente, a contaminare la Fede di un gran numero di persone dentro la Chiesa stessa.

Questo grave pericolo alla Chiesa è stato esposto, profondamente analizzato, e condannato sotto il nome di ‘Modernismo’ di papa san Pio X nel sillabo Lamentabili Sane e nell’enciclica Pascendi Dominici Gregis, tutti e due dell’anno 1907. A quell’epoca le dottrine false si insinuavano nell’insegnamento non-ufficiale di vari membri della Chiesa. Oggi, invece, le stesse dottrine si sono insinuate nello stesso Magistero (come vedremo in seguito) e nella liturgia della Chiesa, cioè nel Novus Ordo Missae . Jacques Maritain nel suo libro Le Paysan de la Garonne (1966) constata: ‘Il Modernismo all’epoca di san Pio X era in confronto alla febbre moderna neomodernista solo un’innocua febbre da fieno’.

Cos’è il Modernismo? San Pio X lo descrive nella sua enciclica Pascendi come ‘L’insieme di tutte le eresie’. Abbiamo già citato la definizione dell’Eresia data nel codice di Diritto Canonico (CIC.751):‘Vien detta Eresia, l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per Fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa …’ Ora, colle parole ‘una qualche verità che si deve credere per Fede divina e cattolica’ viene definito il dogma cattolico. Dunque il Modernismo consiste nella negazione ostinata del dogma.

E’ chiaro, comunque, che il Modernismo comprende più che la sola negazione dei dogmi: comprende anche l’oscurazione dei dogmi, come vedremo più avanti. Ma non si limita neanche ai dogmi, bensì si estende a tutte le dottrine cattoliche tradizionali. San Pio X scrive nella stessa enciclica Pascendi che i Modernisti: ‘…fanno pompa di un certo disprezzo delle dottrine cattoliche, dei Santi padri, dei sinodi ecumenici, del magistero ecclesiastico…’ Si può dire in sintesi che il Modernismo costituisce la negazione o oscurazione di tutte le dottrine cattoliche tradizionali, sia quelle che sono state definite come dogmi, sia quelle che non sono state ancora definite come tali , in altre parole ha come bersaglio la Fede intera .

Si possono descrivere le dottrine moderniste come ‘ereticali’ quando negano un dogma; ‘eretizzanti’ quando oscurano un dogma; e semplicemente ‘non-cattoliche’ quando negano o oscurano una dottrina cattolica tradizionale.

Innanzitutto presenteremo due caratteristiche particolari del Modernismo: 1. l’ubiquità; 2. l’oscurantismo.

I Le Caratteristiche del Modernismo

1. L’Ubiquità

L’ubiquità concerne l’estensione del Modernismo.

Nel passato la Chiesa sempre condannava le eresie e le dottrine eretizzanti, e coglieva questa occasione per formulare più profondamente e più chiaramente le sue dottrine. In conseguenza, il ramo marcio della Chiesa, quello eretico, fu tagliato dal tronco sano; e il tronco sano, nutrito da un nuovo influsso della luce di Verità, poteva ancor più gloriosamente fiorire.

Da cinquant’anni invece, tali dottrine non sono più condannate, o se lo sono, lo sono di rado, in modo fievole, e senza sanzioni. In conseguenza, quasi tutto l’albero della Chiesa è ormai stato infestato da errori.

Questa infestazione, come già accennato, prende il suo spunto dal Magistero stesso, dall’insegnamento della Chiesa: della Gerarchia e del Clero. Il detto insegnamento costituisce un uso illegittimo del munus docendi affidato alla Chiesa da Nostro Signore Gesù Cristo, illegittimo e dunque anche fuori competenza: extra vires.

Osserviamo a questo punto che intendiamo il termine ‘Magistero’ come l’organo o lo strumento del munus docendi della Chiesa e ne distinguiamo due sensi: un senso positivo che si riferisce al suo esercizio legittimo; ed un senso neutro che utilizziamo in questo capitolo, che si riferisce al suo esercizio simpliciter, senza specificare se sia legittimo oppure illegittimo. Che il Magistero può essere esercitato in modo illegittimo, verrà dimostrato dagli esempi infra dati. E’ evidente, e solo da un ideologo può essere negato.

Il Modernismo dentro la Chiesa è difficile da combattere per vari motivi:

a) è difficile discernere in quanto ubiquito, onnipresente – Jacques Maritain parla dell’‘Apostasia immanente’. Ciò significa che è divenuto parte della fabbrica propria della Chiesa, o, in un’altra immagine, è divenuto troppo grande persino da vedere;
b) è difficile comprendere, in quanto tipicamente oscuro, come esporremo nella sezione seguente;
c) è difficile valutare, perché per essere valutato richiede conoscenze teologiche che non sono più insegnate nei seminari, o nelle parrocchie, o non esclusivamente insegnate;
d) è difficile accettare, perché richiede onestà intellettuale, e coraggio per affrontare la devastazione dottrinale della Chiesa di oggi;
e) è difficile criticare, soprattutto per un chierico, perché un tale sarà etichettato non solo come ‘duro’, ma anche ‘empio’ o persino ‘scismatico’ (o ‘cripto-scismatico’) verso la Chiesa, il Papa, e il Magistero (inteso solo nel primo senso del termine), e avrà da affrontare des mauvais quarts d’heure presso il suo Superiore o Vescovo, e forse anche la perdita del suo apostolato. Ovviamente più si consolida il Modernismo nel Magistero, ribadendo le nuove dottrine del Concilio Vaticano II in encicliche ed altri documenti successivi, più sarà difficile criticare.

2. L’Oscurantismo

L’oscurantismo concerne la comunicazione della dottrina falsa.

Abbiamo detto che il Modernismo costituisce la negazione e l’oscurazione della Fede. Nel primo caso la falsità è esplicita; nel secondo caso è implicita: è implicata, insinuata, suggerita, favorita, dall’Oscurantismo .

Esempi della negazione di dottrine cattoliche abbiamo visti recentemente nei campi del matrimonio e della mariologia, da parte di certi prelati tra cui anche cardinali . Nella sezione presente invece, ci proponiamo di concentrare sull’ oscurazione della Fede, perché è questo il modo in cui il Modernismo contemporaneo preferisce operare, cercando di disseminare la zizzania della falsità mediante il Magistero stesso.
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Questo Oscurantismo opera secondo due metodi principali: il tacere e l’equivoco. Col tacere, una determinata dottrina non viene più insegnata; coll’equivoco, viene espressa in modo eretizzante o non-cattolico.

Guarderemo ciascun metodo alla sua volta.

a) Il Tacere

Abbiamo notato nel capitolo 9 che molte dottrine vengono taciute, ossia quelle considerate come ‘negative’: sull’esistenza dell’Inferno per esempio, sul Peccato mortale, e sulla santa Comunione sacrilega. Guardiamo la santa Comunione sacrilega. Questa dottrina non viene quasi mai più insegnata né predicata. Di fatti, il passo di san Paolo che lo condanna, che compare nel Rito romano antico sulla Festa del Corpus Domini e sul Giovedì Santo, è stato soppresso su tutte e due Feste nel Nuovo rito .

Chiaramente questo tacere, come qualsiasi altro tacere di dottrina, non è solo qualche cosa di neutro: la mancanza di compiere un atto; bensì qualche cosa di positivo: un vero atto, un atto di negazione. Perché se a qualcuno viene affidata una dottrina come principio morale da predicare, e poi non la predica, l’unica spiegazione possibile è che lui non la ritiene necessaria per la morale, e dunque, per tutti gli effetti possibili, la nega.

Se un operaio avverte il preside di una scuola che c’è un cavo elettrico scoperto in una certa stanza, ed ammonisce lo stesso di non far entrare gli alunni in questa stanza per il rischio di elettrocuzione, ma il preside tace nell’avvertimento, il suo tacere, per tutti gli effetti possibili, eguaglia ad una negazione del fatto in questione.

Al tacere delle dottrine cattoliche da parte dei modernisti, possiamo applicare la dichiarazione di papa Felice III sul Patriarca Acacio nel VI secolo: ‘Error cui non resistitur approbatur, et veritas quae minime defensatur, opprimitur: l’errore a cui non ci si oppone, deve considerarsi approvato, e la verità che viene difesa in modo minimale è oppressa’.
b) L’Equivoco

Il secondo metodo di oscurare una dottrina è l’equivoco o ambiguità. Mettiamo l’equivoco nel suo contesto.

Quanto alla testimonianza alla Fede, il cattolico assente a ciò che dichiara una dottrina e nega ciò che nega: dice sì al sì e no al no, come il Signore stesso ci insegna (Mt. 5,37): ‘Il vostro parlare sia sì, sì – no, no, ciò che è in più viene dal maligno’. L’eretico del passato, in vece, dice sì al no e no al sì; mentre l’eretico moderno, mediante l’equivoco, dice sì e no al sì, e sì e no al no.

Quanto all’epistemologia, bisogna dire che se un punto di forza della dottrina cattolica è la sua chiarezza, un punto di forza del Modernismo è la sua confusione. La chiarezza illumina la mente per accettare la verità, mentre la confusione confonde la mente per accettare la falsità.

Procediamo adesso a dare tre esempi dell’equivoco.

i) Le finalità del Matrimonio

Fino a qualche tempo fa, la santa Chiesa cattolica insegnava in modo costante che la finalità primaria del Matrimonio è la procreazione, e la finalità secondaria l’assistenza reciproca, o amore, degli sposi. Mentre nel Concilio Vaticano II, nel nuovo codice di Diritto Canonico, e in varie encicliche successive, si mette adesso l’amore al primo posto, e la procreazione al secondo (senza però esplicitamente definire l’amore come ‘finalità primaria’, né la procreazione come ‘finalità secondaria’).

Chiediamoci nello spirito del capitolo 9: La dottrina del passato era vera e la dottrina del presente è falsa? Oppure la dottrina del passato era falsa e la dottrina del presente è vera? Oppure la dottrina del passato era vera allora ma adesso è falsa? Oppure la dottrina del passato era vera in un senso e la dottrina del presente è vera in un altro senso? E in questo caso perché la dottrina del presente ha precedenza su quella del passato? And answer comes there none.

ii) La Santa Messa

Nella versione definitiva dell’Art.7 dell’Istitutio Generalis, l’introduzione ufficiale al Novus Ordo Missae, la Santa Messa viene presentata in questi termini: ‘Missa seu Cena dominica….memoriale Domini seu sacrificium eucharisticum: la Messa o la Cena del Signore…. la Commemorazione del Signore o il sacrificio eucaristico’. In altre parole la Santa Messa viene identificata con la Cena del Signore nel primo caso e con la Commemorazione del Signore nel secondo. Questo però è un equivoco. La Santa Messa è la Cena del Signore e la Commemorazione del Signore (cioè del Calvario) in un certo senso (non-essenziale), ma presentandola così simpliciter, suggerisce che lo sia essenzialmente: ciò che è una posizione protestante . In altre parole, presentare la Santa Messa in termini carichi di senso protestante è presentarla in senso protestante.

iii) Il Papato

Il professor Romano Amerio, nel suo contributo al ‘Congresso teologico sì sì no no’ Anno XXII. Numero 7, 30 aprile 1996 ‘La Dislocazione della funzione magisteriale’, cita una considerazione di papa Giovanni Paolo II nell’enciclica ‘Ut unum sint s.95: ‘di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunziando in alcun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova’, e commenta: ‘Che è come dire: E’ irrenunciabile, ma non è irrenunciabile. E’ un principio assoluto, ma non è un principio assoluto. L’infallibilità del papa è una rupe immota ‘però’… e quando dici ‘però’ hai già operato il cedimento’.
c) La Natura dell’Oscurantismo

In sintesi, abbiamo dato qualche esempio per mostrare come il Modernismo oscura la dottrina cattolica: oscura la dottrina cattolica sulla santa Comunione sacrilega; sull’ordine delle finalità del matrimonio; sulla natura sacrificale della santa Messa; e sul primato di Pietro.

Ma non solo oscura queste dottrine, bensì le oscura in favore dell’eresia e della falsità, perché tacere il sacrilegio eguaglia a negarlo; il rovescio nell’elencare le finalità del matrimonio insinua un rovescio nella loro valutazione; presentare la santa Messa in termini protestanti favorisce la teologia eucaristica protestante; e qualificare ciò che è assoluto lo relativizza.

Questo Oscurantismo può essere considerato come una specie di eclisse parziale o piena della Fede. E’ parziale quando si tratta di un equivoco che non ammonta ad una contraddizione formale; è piena quando si tratta di tacere completamente la dottrina cattolica, o quando la dottrina viene espressa in termini contraddittori: perché chi nega il principio di non-contraddizione in riguardo ad un determinato dogma nega la possibilità stessa della sua verità. Il risultato di tale negazione è una Fede senza verità: una Fede determinata solo da sentimenti e da atteggiamenti soggettivi, che non è più una Fede affatto.
II Le Conseguenze del Modernismo

Se l’Eresia del passato agisce come ‘un colpo di pugnale’ nelle parole dell’Abbé Dulac, l’Eresia modernista agisce come un veleno lento: così che si può andare a letto un giorno con la Fede e alzarsi all’indomani senza la Fede.

Il Modernismo agisce come un veleno lento in quanto, oscurando una dottrina della Fede, indebolisce la virtù della Fede: cioè indebolisce l’aderenza della volontà alla Verità rivelata. In questo modo il Modernismo fa dubitare su tutti i dogmi della Fede.

In conseguenza, i dogmi vengono additati come ‘problemi’: ‘il problema della Risurrezione’, ‘il problema del Peccato Originale’, ‘il problema dell’Inferno’, eccetera. I dogmi della Fede non sono problemi, però: sono verità sovrannaturali : sono problemi solo per coloro che negano la Fede.

La Fede diviene un ‘problema’, dunque, e viene relegata ad un posto vicino alle credenze di altre religioni, o viene trattata come una tematica tra una varietà di altre tematiche. Così la Fede viene sostituita da ‘favole’: ‘Rifiuteranno di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole: a veritate quidem auditum avertent, ad fabulas autem convertentur’ (2. Tim.4.4).

I membri della Gerarchia e del Clero, quindi, in un esercizio illegittimo del loro munus docendi, mettono in valore altre confessioni cristiane o altre religioni, oppure abbandonano in grande misura l’insegnamento della vera Fede in favore di tematiche come l’antropologia, la sociologia, la psicologia, o la politica. Rinunciando a definizioni ed anatemi, ricorrono nelle loro dichiarazioni ufficiali a cascate di parole intellettualizzanti ed impenetrabili , e nelle loro prediche a racconti e barzellette.

Il vuoto di questo insegnamento, una volta spogliato della sua sofisticazione, si manifesta chiaramente nella catechesi dei bambini. Quali visioni di verità e di santità vengono date a loro nei giorni puri della loro fanciullezza per radicarli nella Fede, nella vita dei sacramenti e delle virtù? O per richiamarli nelle loro ultime ore di vita all’abbraccio della Divina Misericordia? .

Oscurare un dogma, particolarmente negando il principio di non-contraddizione, ha un effetto ulteriore, però, e ancor più notevole, come abbiamo accennato alla fine della sezione antecedente, cioè non solo oscura la Fede intera, ma anche la nozione stessa della Verità. Poiché le dottrine cattoliche sono verità, ossia verità oggettive: anzi sono verità assolute e più certe delle verità dei sensi; e pretendere che allo stesso tempo e nello stesso modo possano essere e vere e false, è negare la possibilità stessa della Verità.

Fin quanto si allontana dalla concezione della verità e della realtà oggettive, si avvicina a quella della verità e realtà soggettive. Così facendo, però, si è sulla strada che conduce alla pazzia, perché la pazzia è niente altro che l’abbracciare la realtà soggettiva.

L’ordine del Vero cede all’ordine del Bene. La verità non viene più considerata come guida del comportamento, bensì ‘l’amore’: un amore però che non è più specificato dalla realtà. Questo amore, in quanto razionale, si manifesta nell’umanesimo, un umanesimo leggermente colorito dal cristianesimo con una tendenza verso l’attivismo; in quanto emozionale, si manifesta nel sentimentalismo e nella preoccupazione eccessiva per le sensibilità altrui.

L’oggettivo cede al soggettivo, e il fiume del Modernismo riaffluisce in quel vasto oceano di soggettivismo dal quale è provenuto.

14. L’ECUMENISMO

In principio era l’Ecumenismo, l’Ecumenismo era presso Dio e l’Ecumenismo era al di sopra di Dio.’

Quale esempio insigne del Modernismo, e più in particolare dell’Oscurantismo che opera tramite l’equivoco, presentiamo la dottrina dell’Ecumenismo.

Introduzione

Cos’è l’Ecumenismo? L’etimologia del termine ‘Ecumenismo’ è ‘oikoumenè’, la parola greca che significa ‘mondo’. Il termine ‘Ecumenismo’ significa dunque qualche cosa che riguarda tutto il mondo: qualche cosa di universale.

Orbene, il termine Ecumenismo (con il suo significato di universalismo), viene inteso in due sensi distinti: il primo senso è che tutto il mondo deve divenire cattolico; il secondo senso è che gli aderenti di tutte le confessioni cristiane o di tutte le religioni (come se ci fossero altre religioni fuori che la sola vera Religione cattolica) si devono unire fra di loro su un livello putativamente spirituale.

Il primo senso di Ecumenismo corresponde all’Evangelizzazione ed è il senso cattolico; il secondo senso – che purtroppo è il senso di gran lunga il più comune del termine – è il senso non-cattolico.

Che il primo senso sia cattolico è già chiaro nell’etimologia del termine ‘cattolico’ che significa ‘intiero’: viene dalla parola greca ‘holos’, e si rapporta, tra l’altro, a tutto il genere umano. Che il secondo senso è non-cattolico si manifesta nelle caratteristiche che adesso elencheremo: il vuoto, il sentimantalismo, ed il male.

I VUOTO
L’Ecumenismo (falso) è senza sostanza: è vuoto sia logicamente che moralmente

1) Vuoto logico

Ci sono due tipi di Ecumenismo falso. Il primo tipo è quello che mira all’unione di tutte le confessioni cristiane, o tutte le ‘religioni’ o ‘fedi’, ritenendo che tutte siano vere; il secondo tipo è quello che mira a quest’unione sulla base del loro denominatore comune più basso.

Presentiamo adesso le incoerenze logiche di ognuno.

a) L’Incoerenza del primo tipo d’Ecumenismo falso

Quanto al primo tipo, citiamo san Pio X nella Pascendi: ‘…i Modernisti non negano, concedono anzi, altri velatamente, altri apertissimamente, che tutte le religioni son vere…’ Il Papa si riferisce ad una concezione soggettivista della religione che si riduce all’esperienza personale che ognuno ha del Dio della propria religione, assieme al simbolismo che gli appartiene. Questa concezione, come abbiamo già osservato nel capitolo precedente sull’Immutabilità della Fede, è stata condannata da lui nel Decreto Lamentabili e nella sovracitata Enciclica Pascendi.

Non mancano comunque coloro che continuano ad affermare che tutte le fedi o religioni siano vere anche sulla concezione oggettiva della fede o religione. Bisogna rispondere che questa teoria offende il principio di non-contraddizione (cfr. il capitolo precedente) poiché c’è un’unica realtà e ogni fede o religione ne presenta una visione diversa ed esclusiva. Così che l’aderente convinto di qualsiasi fede o religione pretende che la sua visione sia giusta e le visioni degli aderenti delle altre siano false: pretende, in una parola, che la sua fede o religione sia l’unica vera fede o religione.

La santa Chiesa romana cattolica può andare ancora più lontano e dire non solo che la propria è l’unica vera fede e religione, bensì l’unica fede e religione in assoluto. Perché, come abbiamo visto nel primo capitolo, la Chiesa insegna che la Fede è un tipo di conoscenza, ossia conoscenza della realtà, cioè di Dio; e come c’è una sola realtà ed un solo Dio, non ci può essere più di una conoscenza di questa unica realtà, cioè di questo unico Dio. La Chiesa ci insegna inoltre che solo la Fede cattolica (insieme al battesimo) ci unisce a questo Dio, e che dunque la Fede cattolica è anche l’unica religione, poiché ‘religione’ non significa altro che la struttura spirituale che ci lega (ligat in latino) a Dio.

La popolarità della teoria che tutte le ‘fedi’ o ‘religioni’ siano oggettivamente vere ci mostra quanto l’uomo di oggi sia divenuto incapace del pensiero logico – anche se l’assurdità della teoria non la rende meno rispettabile agli occhi dei Modernisti.

b) L’Incoerenza del secondo tipo d’Ecumenismo falso

Il secondo tipo d’Ecumenismo riduce la Fede ad un’amalgama di credenze diverse che poi paragona con quelle delle altre ‘fedi’ o ‘religioni’ in ricerca di una base comune d’unione. La santa Chiesa Cattolica invece (come abbiamo constatato già nel primo capitolo) insegna che la Fede costituisce un’unità indivisibile, che deriva dal suo oggetto che è Dio come è di per Sé Stesso. Per questo motivo non è possibile prescindere da qualsia dottrina cattolica nell’ interesse della conformità ad altrui.

2) Vuoto morale

Ora l’Ecumenismo si presenta come un tipo di amore spirituale, ossia tra membri della Chiesa cattolica e coloro che sono fuori di essa: un tipo di amore che promuove il loro bene spirituale tramite un’unione spirituale con loro. Per valutare questo tipo di amore, guardiamolo alla luce dell’amore che la santa Madre Chiesa nutrisce per tutti gli uomini.

Questo amore si orienta verso il loro bene definitivo ed eterno in Cielo: la loro salvezza alla Gloria di Dio. Questo è il fine ultimo della Chiesa che Ella ricerca per mezzo dell’unione triplice con loro che consiste:
a) nell’unione sotto l’autorità della gerarchia cattolica;
b) nell’unione dei sette sacramenti; e
c) nell’unione della Fede cattolica.

Guardando l’amore ecumenico a questa luce, vediamo che non è un amore spirituale affatto, poiché non comprende né un’unione spirituale (in alcun senso sostanziale della parola) né un bene spirituale.

a) Mancanza di unione spirituale
i) L’unione ricercata dall’Ecumenismo è soltanto un’unione parziale, in quanto mancano uno o più dei tre elementi che costituiscono l’unione triplice, e perciò non è salvifica;
ii) L’unione spirituale ricercata dall’Ecumenismo non è salvifica dunque. Ma tipicamente non è neanche sovrannaturale, poiché L’Ecumenismo tipicamente riduce il Cattolicesimo alla Fede (intesa solo come un’insieme di credenze), e così facendo ignora i sacramenti, che elargiscono sull’uomo la Grazia sovrannaturale: il mezzo necessario per unirlo a Dio quaggiù e nel Cielo. Osserviamo che nei due documenti del Concilio Vaticano II Ad Gentes e Nostra Aetate (che riguardano il rapporto tra la Chiesa e le religioni non-cristiane) non occorre mai il vocabolo ‘sovrannaturale’ (cfr. Iota Unum s.253);

iii) L’unione spirituale ricercata dall’Ecumenismo tipicamente non è neppure morale, poiché tipicamente esso riduce la Fede a quelle dottrine che concernono la natura della Realtà e di Dio. Così facendo, però, trascura le dottrine morali che fanno una parte essenziale della Fede, e che sono necessarie per la vita eterna anche esse. La Fede in una parola è la luce che ci mostra la via al Cielo.

b) Mancanza di un bene spirituale

La Chiesa cattolica cerca l’unione spirituale triplice con altri, perchè sola questa può condurli al loro bene spirituale, cioè la vita eterna. L’Ecumenismo, invece, cerca un’unione inferiore che mira ad un bene inferiore: la pace o felicità terrena, che costituisce un bene meramente politica. In una parola, la Chiesa cerca un bene spirituale che mira alla vita eterna, mentre l’Ecumenismo cerca un bene terreno che mira alla vita presente. Questo bene terreno è al massimo solo un compito secondario della Chiesa, come conseguenza del Suo compito primario cioè il bene spirituale dell’uomo, e chiaramente non è mai da cercare a costo di quello spirituale.

Concludiamo che l’Ecumenismo non è il tipo d’amore che conviene tra la Chiesa e le altre religioni o confessioni. Il tipo d’amore che conviene è piuttosto l’Ecumenismo vero, o, secondo il termine più tradizionale e chiaro, l’Evangelizazzione, in quanto, come ogni tipo di amore razionale, mira al vero bene degli altri. Anzi, come abbiamo appena detto, mira al loro bene supremo che è la loro salvezza, che cerca di assicurare mediante la loro conversione.
II Sentimentalismo

1. La Natura dell’amore ecumenico

Forse qualcuno proverà a difendere questo falso Ecumenismo, che è la ricerca del bene terreno dell’uomo, sostenendo che sia comunque una forma di amore, anche se non un amore spirituale, e dicendo: ‘Basta l’amore’ e che nell’analisi finale l’amore è lo scopo della nostra vita, anzi che Dio Stesso è amore: nel senso che la Santissima Trinità è un mistero di amore tra le Tre Persone Divine.

. Procediamo dunque indagando più da vicino la natura dell’amore ecumenico, prima l’elemento di unione, poi il bene che viene mirato da questa unione.

a) Unione ecumenica

Inanzitutto chiediamo in cosa consistono le unioni ecumeniche. In primo luogo il ‘Dialogo’ (vide infra), e poi iniziative comuni quali assemblee interreligiose o interconfessionali o gesti diplomatici come può essere il piantare alberi o l’abbracciarsi.
Cosa unisce i partecipanti alle iniziative ecumeniche? Credenze ed ideali comuni, a prescindere da divergenze dottrinali. Questo principio viene tipicamente espresso collo slogan ‘E’ importante ciò che abbiamo in comune, non ciò che ci separa’. In rapporto alle altre religioni in particolare, viene spesse volte espresso collo slogan ‘Adoriamo lo stesso Dio’.
Il rimarchevole delle unioni ecumeniche è che prescinde dalla Verità oggettiva. Questo però è irrazionale poichè per rapportarsi con altre confessioni o religioni in modo razionale e realista, bisogna chiaramente prrendere in considerazione la verità intiera, e non soltanto una parte di essa: non solo credenze ed ideali comuni, ma anche differenze dottrinali.
Dopo un momento di riflessione possiamo vedere di fatti, che non è tanto ciò che ci accomuna alle altre confessioni e religioni che importa, quanto ciò che ci separa: poichè ciò che ci separa è la Fede, e la Fede tiene la chiave alla vita eterna.
Prendiamo l’esempio delle altre religioni monoteiste: Giudaismo ed Islam. Il fatto che loro ‘adorano lo stesso Dio’ che noi è irrelevante, perché il Dio che adorano loro è lo stesso che il Dio della Fede cattolica solo nel senso filosofico: come l’Essere Stesso, il Creatore e Fine di tutte le cose. Mentre il Dio che adorano loro non è lo stesso che il Dio della Fede cattolica nel senso teologico, poichè Dio nel senso teologico è la Santissima Trinità: ciò viene negato dal Giudaismo, dall’Islam, e da tutte le altre religioni monoteiste. Ma ciò che importa nei rapporti colle altre religioni è propria questa credenza nell’unico Dio nel senso teologico, la credenza che professiamo nel Credo con le parole: Credo in unum Deum: la credenza in Dio Santissima Trinità, perchè solo questa credenza è salvifica.
b) Il Bene Ecumenico

Abbiamo già parlato del bene mirato dall’Ecumenismo, che è cioè un bene prettamente terreno. Questo bene giustificherebbe di fatti l’iniziativa ecumenica se non ostaculasse il bene spirituale dell’uomo, come abbiamo già accennato, perseguendo in questo modo un fine secondario della Chiesa a costo del Suo fine primario. Per di più conduce ad una serie di mali ulteriori che elencheremo nella prossima sezione.
Il falso Ecumenismo è un amore non adatto, dunque. Il vero Ecumenismo, invece, è un amore giusto e vero, poiché, come ogni tipo di amore giusto e vero, mira al vero bene di altrui. Anzi, mira al suo bene supremo che è la sua salvezza, che cerca di assicurare mediante la sua conversione.

Che il tipo di amore proposto da questa forma di Ecumenismo falso non è adatto si può illustrare coll’immagine seguente: un numero di persone sta provando ad attraversare l’oceano. Alcune di queste viaggiano su una grande barca costruita per sopravvivere tempeste e ogni tipo di pericolo, e fornita di tutto ciò che occorre per un lungo traghetto. Altre persone viaggiano su barche più piccole: barche a vela, barche a remi; e altre ancora su galleggianti o anche solo nuotando. Solo la grande barca raggiungerà l’altra sponda con sicurezza; qualche altra barca riuscirà forse, ma con difficoltà; le altre barche e persone invece certamente non riusciranno. Le persone sulla grande barca non provano a convincere le altre a venire a bordo della loro barca ma solo si limitano a salutarle allegramente mentre passano. Come il lettore avrà capito: la grande barca è la Chiesa cattolica; l’oceano è il mondo; le persone fuori di questa barca sono coloro che non appartengono alla parte visibile della Chiesa.

Ovviamente è più facile e anche più piacevole, almeno a breve termine, di agitare la mano e sorridere beatamente ad un altro da una bella barca, che dirgli che sta nell’errore, convincerlo a lasciare la sua barca (che probabilmente gli piace anche), e di venire a bordo della propria. E se viene, ci sarà poi tutta la fatica di occuparsi di lui.

Abbiamo detto che l’Ecumenismo falso è un amore non adatto. Come lo possiamo caratterizzare più precisamente? In quanto prescinde dalla Verità oggettiva, è irrazionale come abbiamo già accennato, e per quello non costituisce l’amore razionale, bensì solo l’amore emozionale. Si può caraterizzare più precisamente come il sentimentalismo. In termini scolastici, è la passione dell’amore piuttosto che la virtù dell’amore.

Questo sentimentalismo ha fatto la sua prima apparizione ufficiale nella Chiesa nei testi del concilio Vaticano II, in un atteggiamento e linguaggio sentimentali e morbidi verso le altre religioni e soprattutto verso il mondo contemporaneo, e notevolmente anche nella sua nuova dottrina etica (a cui abbiamo accennato nel capitolo precedente) secondo cui la prima finalità del matrimonio è ‘l’amore’. Come surrogato del vero amore, della virtù dell’amore, l’amore emozionale è effeminato e svirilizzato. In virtù della mancanza di formazione e vigilanza del Clero e dei fedeli, si è potuto far passare per il vero amore.
c) Errore di base

L’errore di base dell’Ecumenismo, che è nel contempo uno degli errori principali del concilio Vaticano II come anche del Modernismo in genere, è questa stessa sostituzione dell’amore razionale, e più particolarmente della Carità, dall’amore emozionale.
Dalla perspettiva psicologica questo errore consiste nell’accordare la priorità logica ad un’operazione di una facoltà inferiore dell’anima, cioè della sensibilità, su quella di una facoltà superiore, cioè della volontà.
Dalla perspettiva metafisica, l’errore consiste nell’accordare la priorità all’ordine del Bene sull’ordine del Vero. Guardiamo adesso in dettaglio la questione metafisica.

i) A livello naturale

L’anima dell’uomo ha due facoltà principali: la conoscenza e la volontà (o amore razionale), e tutte e due si devono adoperare nell’agire. Il motivo più profondo ne è che tutte e due le facoltà sono necessarie all’uomo per glorificare Dio pienamente.

All’obiezione che ‘Basta l’amore’ rispondiamo coll’affermazione che è necessaria anche la conoscenza. E si deve precisare che la conoscenza ha la precedenza (logica) sull’amore, in quanto l’amore è cieco, e deve essere guidato dalla conoscenza: prima di amare, bisogna sapere cosa amare e come amare. Se un ubriaco mi chiede cento euro ed io glieli do, non sto praticando l’amore perché in questo modo, ossia dandogli soldi, non lo sto amando. E se qualcuno prova ad attraversare l’Oceano nuotando, non lo sto amando se gli agito solo la mano dalla mia bella barca mentre lo sorpasso.

ii) A livello sovrannaturale

A livello sovrannaturale si tratta della conoscenza della Fede, e dell’amore della Carità. Ambedue – Fede e Carità – si devono adoperare nell’agire dell’ uomo. Non basta avere la Fede per essere salvati; non basta amare per essere salvati; ma occorre e la Fede e la Carità.

Per di più, la Fede (come conoscenza sovrannaturale), ha la precedenza logica sulla Carità (come amore sovrannaturale). L’oggetto della Fede è Dio, la Santissima Trinità, e non possiamo amarLo con la Carità prima di conoscerLo con la Fede.

Ad un livello ancora più profondo, possiamo dire col professore Romano Amerio, nel suo libro ammirevole Iota Unum, che la conoscenza precede l’amore in definitiva nel mistero della Santissima Trinità Stessa, perché la conoscenza di Dio tramite il Verbo precede l’amore di Dio tramite lo Spirito Santo: il procedere del Figlio dall’Intelletto del Padre precede il procedere dello Spirito Santo dall’Amore reciproco del Padre e del Figlio. In questo modo possiamo dire che Dio, prima di essere un mistero di Amore, è un mistero di Verità .

Vediamo dunque che i falsi ecumenisti si sbagliano quando agiscono come se bastasse l’amore, perché – ribadiamo – sono necessarie sia la conoscenza sia l’amore, ove la conoscenza ha la precedenza sull’amore; la Fede sulla Carità; il Vero sul Bene.
III Il Male dell’Ecumenismo Falso

Abbiamo chiamato l’Ecumenismo (falso) un’amore surrogato. Chi l’ha inventato se non il Demonio, l’Imitatore di Dio ed il Maestro di ogni inganno? E’ invenzione sua, o piuttosto un uso nuovo di un’invenzione sua antica, che è cioè le false religioni: perchè creò le false, o non-cattoliche, religioni collo scopo di trascinare l’uomo via dal suo fine ultimo che è il Cielo. A questo fine l’Exterminator (cf. capitolo 20) badava attentamente a conservare in esse alcuni elementi del Vero e del Bene Oggettivi per renderle più attraenti ed accettabili alle sue vittime.

Nell’epoca contemporanea, dunque, ha trovato un nuovo uso per gli stessi elementi, presentandoli con parole quali: ‘E’ importante ciò che abbiamo in comune, non ciò che ci separa’. Così ha potuto orchestrare la grande Sciarada ecumenica del sentimentalismo per la corrosione della Fede cattolica: religioni surrogate orientate verso un’evangelizazzione surrogata tramite un amore surrogato.
In quali mali consiste questa corrosione della Fede cattolica?
1.) Il primo male dell’Ecumenismo lo abbiamo già menzionato, ossia che oscura la Fede. Essendo di fatti un’iniziativa modernista tipica, l’Ecumenismo è di per la sua natura oscurantista. Se il Papa abbraccia il Dalai Lama , se prega con lui o con qualche altro capo di Religione; se un sacerdote cattolico recita le parole di consacrazione della santa Messa assieme ad un ministro protestante, sembra che abbiano qualche uguaglianza spirituale tra di loro, ma quale precisamente?

Ciò che l’Ecumenismo oscura in particolar modo è l’unicità della Fede e Religione cattoliche, poichè mettendo la Fede e Religione cattoliche sul livello delle altre ‘Fedi’ o ‘Religioni’ , oscura il fatto che è l’unica vera Fede e Religione e l’unica che possa salvare l’uomo, contenendo in sé la pienezza delle dottrine e la pienezza dei sacramenti necessari per la salvezza.
2) Il cattolico che in qualche gesto ecumenico cerca solo ciò che si accomuna alle altre confessioni cristiane o ad altre religioni: chi cerca solo ciò che si unisce con queste, indebolisce la Fede (la propria ed eventualmente anche quella degli altri che ne sono i testimoni) in quelli articoli che lui tace.

Per esempio, chi cerca solo ciò che si unisce ai Luterani, tace, e in seguito anche indebolisce, la Fede, tra l’altro, nella natura sacrificale della santa Messa, nei sette Sacramenti, e nel culto alla Madonna; chi cerca ciò che si unisce agli ebrei o ai musulmani, tace, e poi indebolisce, la Fede nel mistero della Santissima Trinità, e nella divinità e la missione salvifica di Nostro Signore Gesù Cristo, che costituiscono, come abbiamo fatto notare in capitolo 7, proprio il nucleo essenziale della Fede.

3) Chi oscura ed indebolisce la Fede, diminuisce la possibilità stessa della salvezza (la propria o quella di coloro che sono testimoni del gesto).

4) L’Ecumenismo umilia la Chiesa, mettendo la Sposa Immacolata di Cristo sullo stesso livello delle invenzioni del Demonio.

5) Offende Nostro Signore Gesù Cristo in quanto Fondatore della Chiesa, mettendoLo sullo stessso livello dei fondatori delle altre ‘Religioni’ che Lo negano, rigettono, o blasfemano.

6) In quanto l’ecumenista oscura e tace la Fede, in quanto umilia la Chiesa ed offende Nostro Signore Gesù Cristo, incorre il dispiacere del Signore Stesso Che dice: ‘Chi si vergognerà di me e dell mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi’ (Lc. 9. 26).

7) Chi in questo processo di avvicinamento illegittimo verso altre religioni o confessioni addirittura nega anche un unico articolo di Fede, non solo indebolisce la sua Fede, ma pure diviene eretico e la perde completamente.

8) Chi nega la Fede intiera o il nucleo della Fede diviene apostata.

9) Sul livello globale, il Cattolicesimo in confronto con le altre confessioni sprofonda, mediante l’Ecumenismo, come possiamo ormai dolorosamente attestare, in una specie di vago umanesimo leggermente colorito dal cristianesimo .

10) In confronto colle altre religioni, invece, il Cattolicesimo si scioglie in una religione naturalista chiusa alla Grazia. Questa religione può rivestire una di due forme:
a) un’amalgama di tutte le religioni, che diviene una specie di vago umanesimo neppure colorito dal cristianesimo;
b) un’amalgama delle religioni monoteiste.

Questa seconda forma di religione a sua volta può essere di due tipi: il primo un vago deismo; il secondo un monoteismo che tiene salvo ciò che le tre grandi religioni monoteiste hanno in comune teologicamente, cioè grosso modo l’Antico Testamento. In questo caso il Cattolicesimo e l’Islam si sciolgono effettivamente nel Giudaismo, o più precisamente nella religione mondiale giudaico-massonica conosciuta come il‘Noachismo’ . Era proprio questo il motivo dell’Incarnazione, della Vita, della Passione, e della Morte in Croce tra spasimi atroci di dolore di Nostro Signore Gesù Cristo?
*

Il male dell’Ecumenismo è, dunque in sintesi, che oscura, tace, e indebolisce la Fede; diminuisce la possibilità della salvezza; umilia la Chiesa, offende e dispiace a Nostro Signore Gesù Cristo; tende verso l’eresia e l’ apostasia; spinge il cattolicesimo nella direzione dell’ umanesimo, deismo, e del Noachismo. Non ci deve dunque sorprendere che al periodo delle prime assemblee tra le varie confessioni non-cattoliche, la Chiesa dichiarò esplicitamente per la bocca del sommo pontefice Pio XI (Mortalium Animos 1928) che: ‘… è chiaro che la Sede Apostolica non può in nessun modo partecipare alle loro riunioni e che in nessun modo i cattolici possono aderire o prestare aiuto a sifatti tentativi; se ciò facessero darebbero autorità a una falsa religione cristiana assai lontana dall’unica Chiesa di Cristo.’ Chiaramente il principio che qua riguarda i rapporti tra la Chiesa e le altre comfessioni riguarda mutatis mutandis anche i rapporti tra la Chiesa e le altre religioni.

IV Le Origini dell’Ecumenismo

Rivolgiamo uno sguardo adesso sulle origini dei due tipi d’Ecumenismo.

Per sapere l’origine dell’Ecumenismo cattolico, bisogna guardare la natura di Dio Stesso. Dio è la Somma di ogni perfezione, Che ha creato tutte le cose per la propria gloria. Esse Lo glorificano in quanto Lo imitano: in quanto riflettono in sé stesse qualche cosa delle Sue infinite perfezioni. Il modo particolare in cui l’essere razionale Lo imita è tramite la sua ragione: ossia tramite la sua ragione può conoscere ed amare Dio, e così facendo imitarLo, in quanto Dio, come abbiamo già visto, conosce e ama Sé Stesso.

L’essere razionale può conoscere Dio come è di per Sé Stesso solo tramite quella conoscenza che è la Fede. La Fede gli è dunque essenziale per imitare Dio nel modo che gli è proprio: per glorificarLo da essere razionale e per compiere così lo scopo della sua esistenza.

La Fede gli è essenziale, dunque, ma lo è non solo in sé, ma anche per un motivo ulteriore, cioè per poter amare Dio come è di per Sé Stesso, tramite quel genere di amore che raggiunga Dio come è di per Sé Stesso, cioè la Carità. Abbiamo già spiegato a riguardo che bisogna conoscere una cosa prima di poter amarla.

Ecco dunque la ragione la più profonda perché occorre la Fede: ecco l’origine dell’Ecumenismo cattolico.

Quanto all’Ecumenismo non-cattolico, la sua origine può essere espressa più brevemente. Nel suo libro luminoso Il Concilio Vaticano II: Una storia mai scritta, il professor Roberto de Mattei scrive (I. 6 p.71): ‘L’ecumenismo nacque fuori dalla Chiesa cattolica e precisamente nell’ambiente missionario protestante, dove la molteplicità delle confessioni creava forti problemi al proselitismo.’

V Mezzi e fini dell’Ecumenismo

L’Ecumenismo cattolico avviene tramite l’insegnamento. Un compito imprescindibile della Chiesa è di insegnare la Fede: la Chiesa è in possesso della Fede tutta intiera che è la Verità assoluta ed immutabile, e deve insegnarla agli altri per la loro salvezza. La ragione ne è che per essere salvati devono conoscere Dio con la Fede ed amarLo con la Carità (di per Sé Stesso e tramite il prossimo), per glorificarLo quaggiù e in Cielo, come abbiamo appena accennato, e per salvare le loro anime.

L’Ecumenismo falso si esercita tramite il cosiddetto ‘Dialogo’. Questo viene inteso come una specie di relazione reciproca con l’altro, dove tutti e due stanno sullo stesso livello, dove l’uno è aperto all’altro e l’uno impara dall’altro vicendevolmente senza provare ad imporre la sua visione della verità sull’altro, in un processo di ricerca senza fine di una verità elusiva o mutabile, considerata meno importante del Dialogo stesso, o dello scambio ed amore fraterno che lo costituisce.

Per valutare questo concetto di Dialogo, bisogna spiegare che la santa Chiesa cattolica ha ricevuto la Verità da Dio Stesso che è la Verità tutta intiera. Nostro Signore Gesù Cristo, di Cui il Nome sia sempre adorato e benedetto, disse: ‘Io vi manderò lo Spirito della Verità, che vi condurrà alla Verità intera’. Questa verità è la Verità sovrannaturale, l’oggetto della Fede, la Verità assoluta e immutabile: più stabile della terra, delle stelle, della luna, e del sole, perché ‘il cielo e la terra passeranno, ma – dice il Signore – le mie parole non passeranno’.

Le parole del Signore, le Verità della Fede, sono immutabili e non cambieranno: neanche un iota cambierà, e nessun uomo di Chiesa ha l’autorità né il potere di cambiare il minimo dettaglio della Fede.

Ora, la santa Chiesa Cattolica ha ricevuto il mandato del Signore di predicare questa Fede, raccontato alla fine del vangelo di san Matteo con le parole: ‘Andate, dunque, e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato’; alla fine del vangelo di san Marco, con le parole: ‘Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura, chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato’; alla fine del vangelo di san Luca, con le parole: ‘Il Cristo doveva patire e risorgere e nel Suo nome saranno predicate a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati’.

Queste parole alla fine dei vangeli sono di fatti lo strumento per comunicare il contenuto dei vangeli alla intiera umanità: quegli avvenimenti e quelle parole dei trentatré anni di vita terrena dell’Adorabilissimo Figlio di Dio e di Maria che hanno cambiato per sempre la faccia di questa terra, e hanno determinato definitivamente il destino eterno di ogni uomo, dall’inizio dei tempi fino alla loro fine.

Questo mandato è il munus docendi, l’ufficio di insegnare di Nostro Signore Gesù Cristo Stesso. Questo Suo ufficio, assieme a quello di regere e quello di santificare, li ha tramandati alla Sua Chiesa Una, Santa, Cattolica, ed Apostolica, e ad ogni membro del Suo Clero.

Insegnare la Fede è dunque un ufficio, un compito, un obbligo, della Chiesa e del suo Clero: ‘Guai a me se non predico il vangelo’ dice san Paolo. Insegnare la Fede significa che la Chiesa, che è in possesso della Verità, la comunichi a qualcuno che non ne è ancora in possesso, a qualcuno che ne è ignorante, affinché questa persona venga in possesso di essa anche lui: affinché anche lui la conosca.
Non è un processo interminabile di dialogo, di discussione, di interessamento da parte della Chiesa alle opinioni false di altri, per cercare insieme una specie di amalgama del Vero e del Falso, nell’interesse di una convivenza puramente terrena, un fine puramente politico. E’ la comunicazione della Verità, dell’unica Verità: della Verità sovrannaturale e assoluta, la Verità che in fin dei conti è Nostro Signore Gesù Cristo Stesso che disse: ‘Io sono la Verità’, affinché ogni uomo venga alla conoscenza di questa Verità, e ogni uomo venga salvato.

Amen.
B. L’ANTI-RELIGIONE ERETICA

15. LA GNOSI ALL’INIZIO DEI TEMPI

Abbiamo spiegato sopra che la Fede è immutabile ed infallibile, e che si può sviluppare attraverso i secoli solo nella chiarezza e profondità della sua espressione. Abbiamo visto allo stesso tempo che negli ultimi anni dottrine si sono insinuate nel Magistero che non costituiscono né chiarimenti né approfondimenti della Fede, bensì piuttosto nuove dottrine, eretiche o eretizzanti, secondo il programma mortifero del Modernismo.

Ciò che ci vogliamo chiedere adesso a riguardo è se queste dottrine siano solamente misrappresentazioni o falsificazioni dei rispettivi articoli della Fede, oppure se formino nel loro insieme una nuova Religione addirittura. Lo studio che intraprenderemo in questa sezione del libro ci fornirà una risposta in termini della Gnosi.

Il grande teologo argentino Don Julio Meinvielle scrive: ‘In tutta la storia umana non ci sono che due modi fondamentali di pensare e di vivere, l’uno è cattolico ed è la tradizione ricevuta da Dio, tramite Adamo, Mosè, e Gesù Cristo; l’ altro gnostico e cabalistico (che) alimenta l’errore di tutti i popoli nel paganesimo e nell’apostasia, prima nel giudaismo e poi nello stesso cristianesimo’.

Il primo di questi grandi sistemi di pensiero e di vita è la Fede cattolica (compresa la sua fase precristiana), la seconda è la Gnosi. Il primo costituisce l’unica vera Fede, l’unica vera Religione. Il secondo, in quanto costituisce un corpo coerente di dottrine ed è largamente diffuso, in quanto nell’analisi finale à atea e si oppone essenzialmente all’una vera Religione, si può descrivere come un’ Anti-Religione o piuttosto come l’Anti-Religione per eccellenza. In quanto, allora, deriva la propria esistenza da un atto di eresia, da una negazione superba ed ostinato della Divina Rivelazione, si può descrivere più precisamente come ‘L’Anti-Religione Eretica’.
Come si può definire la Gnosi? La parola ‘gnosi’ viene dal greco gnosis, che significa ‘conoscenza’. Come vedremo in seguito, questa conoscenza viene intesa come una conoscenza arcana indirizzata all’autodivinizzazione dell’ uomo.

La Gnosi, il rivale perenne della Fede cattolica, si manifesta tra gli uomini per la prima volta nel Peccato Originale. Meditiamo dunque ora sul racconto di questo avvenimento primordiale nella Genesi.

‘Ora il serpente era astuto più di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna. ‘Davvero Dio vi ha detto di non mangiare di alcun albero di questo giardino?’ Rispose la donna al serpente: ‘Noi possiamo mangiare i frutti degli alberi che stanno in questo giardino, ma in quanto al frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ci ha detto – Non mangiatene, anzi neppure toccatelo, altrimenti morirete’. Allora il serpente disse alla donna: ‘No, voi non morirete, anzi Dio sa che il giorno in cui voi mangerete, vi si apriranno li occhi e sarete come Dio, conoscitori del bene e del male’: La donna vide che l’albero era buono a mangiarsi, piacevole agli occhi e desiderabile per avere la conoscenza. Colse perciò del suo frutto e ne diede all’uomo, che era con lei, il quale pure ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di ambedue e conobbero di essere nudi, intrecciarono delle foglie di fico e ne fecero delle cinture’.

L’avvenimento qua descritto, quello del Peccato originale, è stato sempre inteso ed insegnato dalla Santa Madre Chiesa come un avvenimento reale da parte del primo paio di uomini, Adamo e Eva. Fu un peccato di superbia e di disobbedienza a Dio, cagionato dalla seduzione del Demonio in forma di serpente: un’azione che, in quanto compiuta dai rappresentanti dell’umanità intera, ha recato danni non solo a loro ma anche ad essa.

Questo avvenimento costituisce allo stesso tempo il paradigma della Gnosi.

Innanzitutto osserviamo che la Gnosi si basa sulla negazione della Divina Rivelazione, sulla negazione della parola di Dio, cioè che il mangiare il frutto proibito avrà come conseguenza la morte. Questa negazione esprime la natura eretica della Gnosi, ossia, come abbiamo fatto notare nell’Introduzione, eretica in sensu lato: come negazione della Divina Rivelazione piuttosto che negazione del solo dogma.

Proseguiamo esaminando il sistema della Gnosi alla luce della Fede cattolica: prima nella sua concezione di Dio, poi nella sua concezione della pretesa conoscenza offerta all’uomo, e finalmente nella sua morale.

1) La Teologia gnostica

La caratteristica principale della teologia gnostica è il monismo. La ragione ne è semplice: se l’uomo può divenire Dio colle proprie sue forze, l’uomo deve partecipare alla natura di Dio: l’uomo e Dio devono possedere un’ unica natura, distinguendosi solo secondo il grado e la perfezione di questa natura.

La teologia gnostica è monista, dunque; la teologia cattolica invece è dualista, insegnando che l’uomo e Dio possiedono due nature diverse: la natura umana e la natura divina. Queste due nature non si distinguono solo ed essenzialmente nel loro grado di perfezione, bensì nella loro diversità ontologica.

Vediamo che la caratteristica principale della Gnosi, cioè il monismo, comprende in se un’altra caratteristica che è l’immanenza, perché se l’uomo e Dio possiedono la stessa natura, se non sono distinti nella loro natura, Dio deve essere immanente all’uomo.

La filosofia e teologia cattoliche insegnano, invece, come abbiamo visto nel nostro capitolo sul Panteismo, che Dio è trascendente all’universo. La filosofia insegna che Egli è assolutamente al di là e al di sopra dell’universo: assolutamente indipendente da esso. La teologia insegna lo stesso in quanto professiamo nel Credo che Dio è Creatore e Giudice del mondo: Egli, Che l’ha creato con un atto perfettamente libero di volontà, ed è anche il suo Maestro e Giudice, ne è per forza assolutamente indipendente.

Una altra caratteristica della teologia gnostica è la mutabilità di Dio. Secondo la Gnosi, Dio stesso è in processo di divenire. L’uomo diviene Dio, così che c’è un certo movimento e mutabilità in Dio.

La filosofia e teologia cattoliche, invece, insegnano che in Dio non c’è mutabilità, né movimento, né cambiamento, perché Dio è l’Essere stesso, la pienezza dell’essere, l’Atto puro in cui tutto è attualizzato.

Vediamo, in conclusione quindi, tre errori della teologia gnostica come già espressa nella Genesi: la tesi del monismo invece del dualismo; l’immanenza assoluta invece della trascendenza; la mutabilità invece dell’immutabilità di Dio, Atto puro.

La nostra analisi del Panteismo ci ha mostrato che la dottrina dell’ immanenza assoluta di Dio è logicamente insostenibile. Questo è perché il concetto di Dio, approfondito dalla riflessione teologica, è un concetto dell’ Essere necessariamente trascendente al mondo. Se noi neghiamo la trascendenza di Dio, sostenendo che Egli è solo immanente al mondo, neghiamo effettivamente la Sua stessa esistenza. Lo stesso vale per gli altri errori teologici della Gnosi: il monismo tra Dio e l’uomo, e la mutabilità di Dio.

2) La Conoscenza gnostica

A riguardo della concezione gnostica della conoscenza mediante la quale l’uomo si deve divinizzare facciamo le seguenti osservazioni:
a) La conoscenza di cui parla il brano della Genesi è di due tipi: il primo tipo è la conoscenza di come divinizzarsi, del mezzo ad un fine: cioè la conoscenza di una determinata pratica; il secondo tipo di conoscenza è il fine proposto ad Adamo ed Eva: cioè la conoscenza del bene e del male;
b) La conoscenza (in tutti e due casi) è puramente naturale;
c) E’ staccata dalla volontà: non è indirizzata a qualsiasi esercizio di volontà, a qualsiasi azione;
d) E’ ricercata per motivi di piacere, soprattutto sensuale: ‘L’albero era buono a mangiarsi, piacevole agli occhi, e desiderabile ad averne la conoscenza’;
e) E’ arcana: non è accessibile a tutti, bensì nascosta, anzi nascosta volontariamente da Dio, loro pretendono, per i suoi propri motivi questionabili.

Paragoniamo questa conoscenza offerta ai nostri primi parenti con la conoscenza di Dio secondo la Fede.

a) La conoscenza di Dio secondo la Fede è anche di due tipi: il primo tipo è la Fede stessa che è un mezzo per raggiungere il fine ultimo dell’uomo in Cielo; il secondo tipo di conoscenza è la visione beatifica, che è quel fine ultimo.
Come abbiamo già spiegato, la conoscenza di Dio che è la Fede, è la conoscenza della Santissima Trinità. Lo stesso vale per la conoscenza di Dio in Cielo. Si tratta dunque in tutte e due casi di una conoscenza infinitamente superiore a quella offerta ad Adamo ed Eva.
b) Questa conoscenza è una conoscenza sovrannaturale, un’illuminazione dell’intelletto per mezzo della Grazia o la Gloria rispettivamente; mentre, come abbiamo già detto, la conoscenza offerta ad Adamo ed Eva è di ordine prettamente naturale.
c) Inoltre la conoscenza di Dio è indirizzata verso l’esercizio della volontà nella Carità: per compiere ogni azione e condurre la vita intera per Dio in questo nostro esilio terreno, ed alla sua fine per riposarci e goderci di Lui in Cielo.
d) Il piacere non costituisce il motivo per cercare la conoscenza, ma è conseguenza di aver agito secondo questa conoscenza, conducendo una buona vita;
e) Finalmente la conoscenza di Dio quaggiù, cioè la Fede, non è arcana, ne nascosta da Dio, bensì rivelata agli uomini, col mandato di predicarla al mondo intero.
In conclusione, dunque, vediamo che la conoscenza gnostica non è che un pallido simulacro, un ingannevole surrogato, della vera conoscenza di Dio: Il suo oggetto non è la Santissima Trinità, il suo modo non è soprannaturale; è divorziato dalle buone opere, ricercato per piacere, e falsamente presentato come il vero Bene.

3) La Morale gnostica

Rivolgiamoci finalmente alla morale gnostica, come si manifesta nel brano della Genesi, paragonandola colla morale teologica cattolica.
a) Abbiamo definito la Gnosi come un sistema di autodivinizzazione. Come tale si oppone al cristianesimo che insegna la divinizzazione dell’uomo che proviene da Dio solo;
b) La prima divinizzazione è una trasformazione dell’uomo in Dio perdendo la sua identità, la seconda una partecipazione in Dio tenendo la sua identità;
c) Nella prima l’uomo si fà Dio ma senza Dio, invece di Dio, e malgrado Dio (San Massimo Confessore parlando del Peccato originale); nella seconda l’uomo si abbassa davanti a Dio.
d) La prima avviene tramite le sue forze naturali; la seconda tramite la Grazia soprannaturale di Dio.
e) La prima è una forma di autodeterminazione; la seconda una determinazione operata da Dio;
f) La prima avviene mediante una conoscenza naturale, e come ogni conoscenza naturale se ne impadronisce, si la domina, e si la assorbe nel soggetto; la seconda avviene mediante una conoscenza soprannaturale a cui il soggetto deve sottomettersi, sacrificando il suo intelletto alla Verità assoluta;
g) La prima conoscenza, come abbiamo detto, è divorziata dalle buone opere; la seconda è essenzialmente indirizzata ad esse;
h) La prima è motivata dal piacere, la seconda dall’amore;
i) La prima è accessibile solo ad una élite, la seconda a tutti.

In sintesi, la prima si caratterizza dalla superbia e dall’egoismo; la seconda dall’umiltà e dal sacrificio. In una parola si può dire che la Gnosi è l’egoismo elevato a stato di una religione.

La Gnosi permette di essere come Dio in un senso, cioè esercitando il libero arbitrio a fare tutto ciò che si desidera, ma al costo dell’eterna beatitudine. La Fede cattolica invece permette all’uomo di essere come Dio esercitando il libero arbitrio per rispettare l’ordine stabilito da Dio: l’ordine del Vero e del Bene oggettivo, per conoscere ed amare Dio quaggiù e nel Paradiso.

Nel Giardino dell’Eden ci sono due alberi: l’Albero della Conoscenza del bene e del male, e l’Albero della Vita. Per mangiare dal primo albero occorre la superbia, per mangiare dal secondo il sacrificio. Il primo rappresenta la Gnosi, la rivale perenne della Fede cattolica; il secondo rappresenta la Fede: perché il secondo è l’Albero della Croce i cui frutti sono tutte le grazie e le benedizioni quaggiù, e le gioie eterne nella patria celeste. Per avere le quali però, si deve passare attraverso la sofferenza, il sacrificio, portando la croce dietro al nostro Signore, al Cui Nome sia ogni Onore e Gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen.
I6. LA CA’BALA PERVERTITA

Abbiamo detto che la Gnosi si manifesta per la prima volta nella caduta dell’uomo.

Prima di continuare però, vogliamo segnalare che si manifesta nella sua essenza già prima: nella caduta degli angeli. L’essenza di una cosa viene determinata dal suo fine ultimo. L’essenza della Gnosi è dunque il tentativo da parte della creatura di divinizzarsi. Questo, però, era già avvenuto con la ribellione degli angeli. Lucifero e gli altri angeli hanno voluto farsi Dio, cioè senza Dio, con le proprie forze naturali. La conseguenza ne era la loro caduta e la loro trasformazione da angeli in demòni.

‘Quis ut Deus? ‘ replicò S. Michele Arcangelo, perché nessuno è come Dio, ma questa era precisamente la pretesa di Lucifero: di essere come Dio, e la stessa pretesa l’ha proposta, successivamente, ad Adamo ed Eva.

La Gnosi risale dunque, nella sua essenza, ai primi tempi dell’universo, al primo atto libero delle creature razionali. Da qui si sviluppa poi nel corso dei secoli per assumere un corpo teologico e morale sempre più ampio e sostanzioso. Prende strade diverse tra le religioni e le nazioni mondiali: una strada indù, una buddhista, ebrea; una strada persiana, egiziana etc.

Punteremo su quella ebrea, ritenendo con Don Julio Meinvielle che questa sia la forma di Gnosi più influente per il mondo moderno.

La Gnosi ebrea, ora, costituisce una perversione della Càbala. La Càbala, prima della sua perversione, era la tradizione orale del Vecchio Testamento. La Fede ebrea vera che è divenuta la Fede cattolica con l’Avvento del Signore, aveva una tradizione duplice, una tradizione scritta e una tradizione orale, precisamente come la Fede cattolica.

La tradizione orale, la Càbala primordiale, insegnava agli uomini le verità fondamentali della natura e della Grazia che potessero salvarli; parlava della natura di Dio, dei Suoi attributi, dei puri spiriti, e dell’universo invisibile;
parlava persino della Santissima Trinità e dell’Incarnazione del Signore già prima della Sua venuta.

Questa Tradizione sublime e mistica subisce, però, una perversione sotto l’influsso della Gnosi egiziana. La Gnosi egiziana risale a 3 millenni prima della venuta del Signore, e poi, naturalmente, fino all’inizio dei tempi. Questa perversione è avvenuta durante l’esilio del popolo ebreo in Egitto nel 14° secolo prima di Cristo, e poi a Babilonia nel 6° secolo, in modo ancor più deleterio.

Una parte di questo influsso consisteva in pratiche magiche ed una parte in dottrine false. Le dottrine false furono negazioni della Divina Rivelazione contenuta nella Fede ebraica precristiana, e dunque, come abbiamo spiegato nell’Introduzione, eresie in sensu lato, che si sono insinuate nella tradizione orale ebraica. Erano errori che rappresentano uno sviluppo di dottrine centrali della Gnosi. Le dottrine che vogliamo considerare adesso sono due:
1) La trasformazione dell’uomo in Dio;
2) il monismo tra Dio e l’uomo.

Guarderemo queste due dottrine nei loro vari sviluppi, prima alla luce della Fede, poi a quella della ragione.

1. La Trasformazione dell’Uomo in Dio

La dottrina della trasformazione dell’uomo in Dio viene elaborata come un processo di evoluzione, e comprende gli elementi seguenti:
a) Un uscire dal niente del mondo, dell’uomo, e di Dio;
b) La reincarnazione;
c) Il compimento e la realizzazione graduali di Dio e dell’uomo.

a) La Dottrina che Dio, il Mondo, e l’Uomo escano dal Nulla

La Fede ci insegna che Dio esiste eternamente e non ha un inizio nel tempo. Ci insegna altrettanto che il mondo e l’uomo non sono entrati in esistenza di per sé stessi, bensì Dio li ha creati e fatti dal niente, ex nihilo. Ma non dal niente come da una sostanza preesistente, bensì dal niente nel senso che non c’era nessuna sostanza preesistente.

La ragione insegna inoltre che niente può uscire dal niente, perché il niente, per definizione, non esiste.

b) La Reincarnazione

La Fede dice così nella Lettera agli ebrei (9.27): ‘E’ dato all’uomo una sola volta di morire, dopo di che viene il giudizio’. La Fede ci insegna inoltre che ci può dare uno sviluppo positivo dell’anima umana, ma non attraverso diverse reincarnazioni, bensì attraverso il suo perfezionamento morale e la sua santificazione.

La ragione insegna che la reincarnazione è impossibile perché ogni anima umana è il principio del proprio corpo umano: l’anima umana non può informare un corpo non-umano, e non può informare un corpo che non sia il proprio corpo.

c) Il Compimento e la Realizzazione graduale di Dio e dell’uomo
La Fede insegna che Dio è immutabile e non cambia. San Giacomo scrive (1. 16-17): ‘Non andate fuori strada, fratelli miei carissimi, ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce, nel quale non c’è variazione né ombra di cambiamento’.

La ragione ci dice in oltre che Dio è per definizione trascendente ed immutabile. Se qualcosa nell’uomo cambia, non è Dio.

Aggiungiamo un’ultima critica logica, che vale per tutte e tre queste dottrine
evoluzionistiche, cioè che: il maggiore non può derivare dal minore: la sostanza non può uscire dal nulla; Dio non può uscire dall’uomo; l’anima non può purificarsi da sola attraverso una serie di vite successive.

2. Il Monismo

Il monismo tra Dio e l’uomo viene elaborato nella direzione di tre monismi diversi:
a) Un monismo ontologico tra Dio e l’universo, dove l’universo viene considerato, in un certo qual senso, come divino; in altre parole si tratta del Panteismo;
b) Un monismo morale, dove il bene ed il male vengono considerati come parti integranti di un insieme più grande e più reale, che dunque non si distinguono realmente, un monismo morale che viene considerato in ultima analisi come Dio stesso;
c) Un monismo logico in cui il vero e il falso vengono conciliati anche loro, tra di loro.

a) Il Monismo tra Dio e l’universo (il Panteismo)

Bisogna rispondere a questo errore come abbiamo fatto all’errore del monismo tra Dio e l’uomo. La Fede insegna che Dio è Creatore: Credo in unum Deum, creatorem coeli et terrae. Dio è dunque interamente indipendente dall’universo, che Lui ha creato con un atto libero di volontà. Non è emanato da Lui secondo la Sua natura; non è venuto in esistenza necessariamente.

La ragione ci insegna, inoltre, che il concetto di Dio è un concetto di un Essere essenzialmente trascendente.

b) Il Monismo morale

lI monismo morale viene concepito in effetti come la tesi che il bene e il male siano una sola cosa e che il male esista in Dio.
La Fede ci insegna invece che il bene e il male sono dei principi distinti ed opposti fra di loro; che aderendo al bene l’uomo si salva, e aderendo al male si danna.

La Fede insegna ugualmente che Dio è infinitamente buono, il Padre delle luci, Che, per citare di nuovo San Giacomo (1.13): ‘non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male’.

La ragione, secondo la dottrina di San Tommaso, insegna che il bene e il male non formano un’unica cosa, in quanto il bene è l’essere stesso, ed il male ne è la privazione: ossia la privazione di un bene dovuto ad esso.

Il male non è in Dio, in quanto Dio è infinitamente e necessariamente buono. Come abbiamo detto delle altre perfezioni di Dio, cosi possiamo dire della Sua bontà: se non è buono non è Dio.

c) Il Monismo logico

Il monismo logico pretende che il vero e il falso formino anch’essi un’unica realtà. La Gnosi sostiene questo, per esempio, nel suo sincretismo, sostenendo che tutte le religioni e filosofie sono uguali.

La Fede insegna, per contrasto, che il Vero ed il Falso sono opposti, ed il Signore dice, come abbiamo già menzionato (Mt. 5. 37): ‘Le vostre parole siano: sì, sì, no, no. Il resto viene dal maligno’.

La ragione ribadisce che il falso è la negazione del vero. Come dice Aristotele, è impossibile che la stessa cosa, nello stesso tempo e nello stesso modo, possa essere e vera e falsa. Questo è il principio di non-contraddizione, uno dei primi principi del pensiero e della metafisica. Come abbiamo visto nel caso della causalità, se noi rinunciamo a questi primi principi, rinunciamo alla stessa razionalità e alla possibilità stessa di intendere o di spiegare qualsiasi cosa.

Don Julio Meinvielle sostiene che l’assurdità del monismo logico – che il vero e il falso formino insieme un’ unica realtà – è la conseguenza della teoria gnostica assurda che il mondo, l’uomo, e Dio escano dal nulla.

Noi diremo piuttosto che corrisponde a tutte le assurdità insegnate dalla Gnosi: l’uscire dal nulla, la reincarnazione, lo sviluppo di Dio nel mondo, il panteismo, la riconciliazione pretesa tra il bene e il male. Nell’analisi finale il monismo logico è conseguenza della tesi fondamentale della Gnosi: che l’uomo può divenire Dio. L’irrazionalità di questa tesi deriva dalla ribellione della volontà contro la Verità. Questa tesi infatti è nient’altro che l’espressione definitiva di quella ribellione.

Conclusione

In conclusione, come abbiamo detto della conoscenza naturale di Dio in rapporto alla sua negazione: ‘O Dio o l’assurdità radicale’, così possiamo dire anche della Fede in rapporto alla sua negazione, la Gnosi, la sua rivale perenne. Questo però non ci deve sorprendere, perché, come abbiamo già detto, la Gnosi, essendo un sistema panteista, è anche un tipo di ateismo.
17. LA GNOSI AI NOSTRI GIORNI

La Càbala pervertita si sviluppa ulteriormente nel periodo della nascita del cristianesimo e poi nel medioevo, terminando nell’opera di Mosè de Leòn. Entra nel mondo cristiano con Raimondo Lull, Gioachino da Fiore, e Pico della Mirandola; nel mondo moderno con Leibniz, Spinoza, Fichte, Schelling, Hegel, e finalmente col gesuita apostata Teilhard de Chardin.

Vogliamo guardare adesso la Gnosi nel mondo contemporaneo, dove ci porta assai bene, sia fuori che dentro la Chiesa. Lasciando al prossimo capitolo una discussione della Gnosi dentro la Chiesa, la considereremo adesso brevemente nelle sue manifestazioni fuori della Chiesa. Là è presente nell’ateismo e nelle sette esoteriche.
1. L’Ateismo

E’ presente nell’ateismo in tre modi:
a) in quanto l’ateismo, colla sua dottrina dell’evoluzione, sostiene che l’uomo si evolva da qualcosa meno di lui e persino dal nulla;
b) in quanto l’ateismo, colla stessa dottrina, implica che questo principio da cui l’uomo procede ed in cui si scioglie poi, sia nel contempo la realtà superiore;
c) in quanto l’ateismo, negando Dio, effettivamente divinizza l’uomo.

Questo tipo di Gnosi, che è l’ateismo positivo, viene nutrito dalla filosofia moderna, cominciando con l’antropocentrismo di Cartesio, attraverso il materialismo e l’idealismo a cui abbiamo accennato sopra. Viene nutrita altrettanto dal Buddhismo, un sistema ateo che sostiene che l’uomo procede dal nulla e si scioglie poi nel nulla, ritenuto come la realtà superiore (‘Nirvana’).

2) Le Sette esoteriche

Il secondo tipo di Gnosi fuori della Chiesa si trova nelle sette esoteriche: il satanismo, la massoneria, la teosofia, l’antroposofia, e la cosiddetta New age, che sono i veri e propri eredi della Gnosi.

Il satanismo insegna dottrine già manifeste nella Gnosi antica: il politeismo, ed in particolare l’esistenza di due dei: un dio buono ed uno cattivo; la creazione dell’universo tramite un demiurgo; l’identificazione di lui con il dio cattivo. Viene aggiunto nel corso dei secoli la dottrina che il Dio dell’Antico Testamento sia anche lui il dio cattivo che vuole che l’uomo soffra, mentre Satana vuole liberarlo e renderlo felice. Il principio morale del satanismo è: fac quod vis: fai come vuoi.

Il satanismo esercita un’influenza importante sulle altre sette moderne sopracitate, su cui diremo adesso una breve parola.

La Massoneria è una società segreta che sostiene l’umanesimo razionalista e tipicamente ateo . Nel suo libro ‘La Massoneria attraverso i suoi documenti segreti’ scrive Léon de Poncins in conformità a ciò che abbiamo esposto spora sulla Gnosi: ‘Il grande segreto è in un certo senso l’eminente Sovranità dell’Uomo. E’ l’affermazione della supremazia dell’uomo di fronte alla Rivelazione… l’Uomo, dice la Massoneria, è un possibile Dio. Organizziamolo socialmente, internazionalmente, universalmente, e potrà prendersi gioco del Dio leggendario e da incubo che lo perseguita. E’ la liberazione dell’Uomo rispetto al divino’.

Stabilire un ordine mondiale politico-religioso d’ispirazione umanista è lo scopo centrale della Massoneria, tramite la distruzione dello stato (soprattutto monarchico) e della Chiesa . Si tenta di raggiungere il primo obiettivvo fomentando le Rivoluzioni, come quella russa, ed attaccando la società e la famiglia con mezzi che comprendono il divorzio e programmi educativi immorali nelle scuole ; il secondo infiltrando nella Chiesa i propri membri ed esercitando pressione su di essa per farla crollare da dentro dottrinalmente, liturgicamente , e moralmente.

Il razionalismo e l’ateismo della Massoneria formano la base del suo antagonismo particolare verso la Chiesa cattolica: per la pretesa della Chiesa di proclamare Verità sovrannaturali oggettive nella forma di dogmi e nella forma della Rivelazione divina (rispettivamente), di vivere, e di insegnare ad altri di vivere, secondo esse.

La Massoneria manifesta il satanismo in tre modi particolari: nei suoi riti pervertiti che comprendono il sacrilegio ed il sacrificio umano; nel suo scopo di distruggere la Chiesa cattolica; e nel suo scopo ulteriore e definitivo che è l’adorazione di sé stessi nel luogo di Dio .

Il principio umano supremo della Massoneria è il ‘Grande Architetto’ inteso con la tipica sua fluidità dottrinale talvolta come Dio, talvolta come l’uomo, e talvolta come il Demonio.

Fino dalla sua nascita nel settecento, la Massoneria, uno dei due più potenti nemici della Chiesa Cattolica e del suo fine ultimo – cioè la gloria di Dio tramite la salvezza delle anime, è il soggetto di almeno 14 condanne solenni da parte dei Sommi pontefici e del sant’Ufficio.

Il Concilio Vaticano II rappresenta invece una svolta nell’atteggiamento ufficiale della Chiesa nei suoi confronti. Secondo l’Abbé Daniel Leroux nel suo libro Pietro mi ami tu? (Edizioni Gotica p.92): ‘Tramite il cardinale Bea, i massoni ottenevano il decreto sulla libertà religiosa ed applaudivano alla vittoria del falso ecumenismo e della collegialità’. Lo stesso autore cita i discorsi di accoglienza in Vaticano da parte di papa Giovanni Paolo II ai massoni della ‘Trilaterale’ e della setta ebrea ‘B’nai B’rith’ che appellavano e principi umanisti putativamente comuni; indica come il nuovo codice di diritto canonico (di 1983) non scomunica più i membri della Massoneria, anzi non li menziona affatto .

La Teosofia, elaborata dalla signora Blavatska, sostiene che il male sia uno dei principali sostegni del mondo, una necessità per l’evoluzione e il progresso. Lo spirito del male, chiamato ‘Lucifero’, è l’energia attiva dell’universo, una legge che concilia gli opposti e produce l’armonia finale. Questa legge, secondo lei, libererà l’uomo dalle falsità (si riferisce chiaramente in primo luogo alla Fede cattolica) e otterrà la sua autoredenzione.

L’Antroposofia di Rudolf Steiner, invece, identifica lo spirito universale che armonizza gli opposti con lo ‘spirito di Cristo’, una dottrina adottata poi dall’apostata Teilhard de Chardin. L’armonia degli opposti comprende l’unione sincretista di tutte le religioni e filosofie. L’antroposofia sostiene la reincarnazione e la conoscenza soprasensibile dell’universo.

In questi due sistemi vediamo riproporsi vari elementi gnostici; nel secondo sistema fusi nel cristianesimo. Basti dire su queste teorie che opposti, quando sono contraddizioni, come nel caso del Vero e del Falso, del Bene e del Male, sono irreconciliabili di per la loro natura; e dunque parlare di ‘conciliarli’ è un nonsenso. In oltre lo ‘Spirito di Cristo’ viene proposto come Iddio immanente al mondo, mentre, come abbiamo già spiegato, Dio ne è assolutamente trascendente.

Il sistema New age si può descrivere come ‘la Gnosi Contemporanea’. Deriva principalmente dalla teosofia ma contiene elementi anche dell’antroposofia e di altre correnti gnostiche. Pretende di inaugurare una nuova era per il mondo e di offrire all’uomo l’unica strada della salvezza. Si presenta come scientifico e mistico allo stesso tempo. Come scientifico adotta lo slogan: ‘Pensare globalmente’ che significa guardare tutto in modo olistico come parte di un insieme, ma anche in modo sincretista, conciliando gli opposti come Vero e Falso, Bene e Male. Come mistico propone conoscenze e pratiche occulte per esperimentare ‘mondi più alti’, gli ‘UFO’, gli ‘spiriti’, ma sopratutto il proprio ‘io’ inteso come divino da sviluppare in questa vita, e in vite successive tramite la reincarnazione. Il sistema avoca il sentire piuttosto che l’intendere; è fondamentalmente irrazionale e soggettivista.

Presentiamo quattro elementi di questa Gnosi contemporanea, confutandoli alla luce della Fede e la Ragione.

a) L’Autodivinizzazione dell’uomo tramite una conoscenza arcana

Questa dottrina si manifesta in pratiche che mirano a sperimentare Iddio immanente. Vengono proposte da uomini che si presentano come ‘maestri spirituali’. Questo richiama la conoscenza piacevole offerta ad Adamo ed Eva nel mangiare il frutto proibito. Le pratiche in questione sono di fatti pratiche magiche per raggiungere uno stato di anima preternaturale, piuttosto di soprannaturale. Si tratta di sacramenti surrogati, proposti da maestri spirituali surrogati, da santi surrogati, da profeti surrogati, per raggiungere stati di unione a Dio che sono anch’essi surrogati. Si tratta infine di finzioni inventate dal grande Imitatore di Dio ed Inventore di ogni inganno, che è il Demonio .

Quanto all’idea del Dio immanente, ribadiamo che Dio è assolutamente
trascendente al mondo; è anche immanente in modo limitato, ma solo nel senso che è presente all’essere di ogni cosa. Ma questo non permette alla cosa, in quanto è sentiente come l’uomo, di avere una esperienza di Lui.

b) L’Arcana conoscenza

Questa dottrina in particolare si manifesta nella pretesa che la Chiesa nasconde delle Verità vitali al bene o alla felicità dell’uomo.

Come dice sant’Ireneo, i Gnostici hanno sempre preteso di possedere una conoscenza ‘più grande e più profonda’ di ciò che rivela la Chiesa. La loro critica della Chiesa a riguardo richiama il dubbio messo nella mente di Adamo ed Eva da Satana sulla buona volontà di Dio nel vietargli di mangiare dal frutto dell’Albero.

Qua possiamo chiedere quale conoscenza avrebbe dovuto nascondere la Chiesa cattolica quando ha rivelato all’uomo la Realtà nel suo senso definitivo: la Verità assoluta che è la Santissima Trinità? e quando gli ha rivelato tutti i mezzi per raggiungerLo, e così per compiere il suo fine ultimo, cioè l’eterna beatitudine? Quale conoscenza dovrebbe essere più grande o più profonda, più alta o più utile all’uomo?
c) Il Monismo ontologico, o Panteismo

Questa dottrina si esprime nella tesi gnostica diffusa anche tra vari cattolici oggi che l’anima umana sia una scintilla divina, o nella tesi che l’anima e Dio siano composti da materia sottile. Queste sono teorie tipicamente panteiste, e, nell’analisi finale, come abbiamo dimostrato sopra, atee. La Chiesa insegna invece che la materia e lo spirito sono due principi diversi, e che Dio è trascendente al mondo.

d) La realtà soggettiva

La tesi della realtà soggettiva è correlativa al monismo logico: alla tesi che il vero ed il falso possano coesistere.

Su questa tesi della realtà soggettiva si può dire quanto segue: l’intelletto è stato creato per conoscere la realtà come l’occhio è stato creato per vedere gli oggetti. La verità è la corrispondenza tra intellectus et res: l’intelletto da un lato e dall’altro lato la res, l’oggetto: la realtà oggettiva. Questa corrispondenza tra l’intelletto è la realtà oggettiva è la Verità, la Verità Oggettiva.

Tutto ciò che pensiamo e diciamo lo pensiamo e diciamo come espressione della realtà oggettiva. Se io penso che adesso sto leggendo un testo, che adesso ho mal di testa, lo penso come realtà oggettiva. Non posso negare la realtà oggettiva, la verità oggettiva delle cose, senza renunciare all’intelletto stesso, senza renunciare all’uso stesso della ragione. Anche se dico che la realtà è ‘soggettiva’, lo dico come espressione di ciò che io ritengo essere la realtà oggettiva.
.
Il concetto della realtà soggettiva ha senso solo per descrivere errori come quello di un pazzo o per parlare della sensibilità: del mondo privato di sensazioni, emozioni, e sentimenti. Voler prestare al concetto della realtà soggettiva qualche sostanza ontologica da sostituire la realtà oggettiva è pura fantasia ed illusione.

*

Ecco alcuni errori particolari della Gnosi contemporanea. Se volessimo identificare i suoi errori generali che condivide con tutti i sistemi gnostici, punteremmo sul panteismo e sull’egoismo. Abbiamo tentato di confutare il primo nel capitolo 3; ed il secondo nel capitolo 17.

Facciamo notare che oggigiorno tali errori gnostici si possono trovare pure tra fedeli cattolici, anche se si oppongono alla Fede. Nel prossimo capitolo guarderemo la Gnosi dentro la Chiesa cattolica: non tra i fedeli bensì tra il Clero e nel Magistero.

18. IL NEO-GNOSTICISMO

Se stiamo davvero di fronte ad una nuova religione, la nostra domanda adesso deve essere qual’è precisamente? Prima di esaminarla alla luce torbida della Gnosi, ci possiamo chiedere se sia semplicemente una nuova forma del Protestantesimo, dell’Umanesimo, o dell’Ateismo. Sicuramente la Fede cattolica, come viene presentata oggi, possiede una certa somiglianza ad ognuno di questi sistemi. Ma la somiglianza, secondo noi, deriva non da qualche caratteristica particolare all’uno o all’altro sistema, bensì da una caratteristica che tutti condividono: cioè il soggettivismo.

Abbiamo già argomentato che il principio essenziale della teologia di Martin Lutero, e dunque anche del Protestantesimo in genere, è quello del soggettivismo. Lo stesso principio si manifesta sia dentro dell’Umanesimo (anti-cristiano) che dentro dell’Ateismo, ossia nella forma dell’Antropocentrismo. Ma questo stesso spirito si manifesta ancor più chiaramente nella Gnosi, essendo la Gnosi, come la abbiamo già descritta, nient’altro che lo spirito dell’egoismo elevato allo stato di una religione.

Per poter qualificarsi come una forma di Gnosi, la nuova religione si deve non solo caratterizzare dal soggettivismo, però, ma chiaramente deve anche rivestire a sufficienza le qualità della Gnosi che abbiamo elencate nei capitoli 15 e 16.

Guardando adesso la nuova religione alla luce della Gnosi, possiamo vedere che le qualità della Gnosi che essa riveste sono in primo luogo il suo principio essenziale che è l’autodivinizzazione dell’uomo; poi la centralità accordata alla
conoscenza ed alla sensualità, al triplice monismo, e finalmente al principio dell’ evoluzione.
1) L’Autodivinizzazione dell’uomo

Questa tesi si manifesta ad esempio nella dichiarazione che l’uomo sia ‘L’unica creatura voluta per se stesso’ (Gaudium et Spes, una dichiarazione che il cardinal Schoenborn descrive come la chiave per comprendere il Nuovo Catechismo del quale era editore); e che l’uomo (almeno nel matrimonio) deve essere amato con un amore di ‘autodonazione totale’ (Familiaris Consortio). Facciamo notare che l’autodivinizzazione in questione non è piu considerata come un processo da intraprendere, bensì come un atto già compiuto.

Questo fenomeno nella sua estensione più larga si può descrivere come un antropocentrismo idolatro, o come l’interessamento unico al benessere, piacere, e sensibilità dell’uomo. Costituisce un nuovo e soffocante umanesimo, dove Dio è scartato e l’uomo messo al Suo posto. Questo nuovo umanesimo sta di fatti raggiungendo lo status di una vera e propria dottrina nella bocca del clero e anche della Gerarchia, e viene espressa negli abusi liturgici dove i Sacri misteri vengono celebrati (nella parola di Benedetto XVI) ‘come se Dio non esistesse.’

2) La Conoscenza

La Gnosi dentro la Chiesa si manifesta altrettanto nella ricerca dell’ esperienza di Dio. L’esperienza può prendere la forma di un incontro spirituale con nostro Signore Gesù Cristo, come nel ‘Movimento carismatico’ derivante dalla tradizione entusiasta protestante; o la forma di un incontro sacramentale col ‘Signore Risorto’ considerato proprio come l’essenza della santa Messa.

Una differenza tra questa conoscenza e quella gnostica tradizionale è che non è più arcana.

Un’aspetto importante di questa conoscenza di Dio è il piacere, o la gioia, che ricorda la natura piacevole della conoscenza gnostica. Il movimento carismatico e la Chiesa moderna in genere (sotto l’influsso di quel movimento) accentuano la gioia. Anzi, vedono la vita cristiana alla sua luce: se ci manca la gioia, la vita cristiana diviene per loro incomprensibile o persino insopportabile.
Questa gioia spirituale si esprime nell manifestazioni più festose della musica ecclestiatica moderna colla sua forte carica emozionale, col suo alto volume e con le sue melodie liriche, in contrasto marcato alla solennità ed alla sobrietà del canto gregoriano e del canto degli riti antichi orientali; ed alla profondità del primo nella sua gioia spirituale, nell’ordine e nell’armonia che infonde nelle sofferenze del cuore umano, e nella sua ineffabile nostalgia per la patria celeste.
3) La sensualità
Guardiamo di nuovo la frase della Genesi: ‘… l’albero era buono a mangiarsi, piacevole agli occhi e desiderabile per avere la conoscenza’. La frase descrive i primi momenti di concupiscenza da parte di Eva e si riferisce non solo alla conoscenza piacevole, ma anche e più generalmente, al piacere sensuale. Per di più, questo incontro primordiale tra la Donna ed il Demonio viene preso tradizionalmente come simbolo dell’imurezza alla quale condurrà l’incontro.
Nel magistero contemporaneo si manifesta uno slittamento nella dottrinale centrale della Chiesa sull’amore: dall’amore sovrannaturale della Carità all’amore naturale dei sensi – all’affetto, alla gioia, al sentimentalismo, ed alle sensibilità. La dottrina del magistero contemporaneo sul matrimonio è stata descritta persino come ‘l’amore sensuale assolutizzato’.
Nei sinodi sulla famiglia, vescovi si sono compiaciuti di guardare con benevolenza la convivenza extramtrimoniale e le unioni contro-natura. Nell’enciclica susseguente Amoris Laetitia osserviamo già nel titolo un interessamento per la gioia, e nel corpo del testo (§298 assieme a nota 329), una mossa per rilassare la proibizione e la condanna assolute da parte di nostro Signore Stesso dell’adulterio, a favore dell’amore sensuale. Qualche breve mese dopo, nel Giornale Mondiale della Gioventù fogliettini emananti della Commissione Pontificale della Famiglia furono distribuiti, pieni di oscenità e di satanismo. In una parola, uno spirito di sensualità è entrata nella mente degli uomini di Chiesa moderni che ricorda gli eccessi peggiori del Catarismo.

4) Il Monismo

Il Monismo si manifesta nei tre modi che abbiamo identificato sopra.

a) Il Monismo ontologico

Il monismo ontologico di cui si tratta qui è precisamente quello che abbiamo visto agli inizi dei tempi come implicito nell’autodivinizzazione dell’ uomo colle proprie forze: ossia la pretesa che Dio e l’uomo condividano la stessa natura. Ciò si manifesta nella Chiesa odierna nel tacere la Grazia, che è l’unico mezzo di unire il mondo naturale e soprannaturale. Si tace la Grazia e si punta piuttosto su un amore indefinito e vago come chiave al Cielo.

Un esempio concreto è la concezione che nostro Signore Gesù Cristo si sia unito ad ogni uomo con la Sua Incarnazione, inteso come atto salvifico. Un altro esempio ne è la concezione che ci siano mezzi di verità e di santificazione fuori dalla Santa Chiesa Romana Cattolica.

b) Il Monismo morale

Il monismo morale dentro della Chiesa di oggi consiste nell’atteggiamento che qualsiasi azione sia moralmente bene. Questo atteggiamento si manifesta nel tacere il peccato (sopratutto il peccato mortale) e l’Inferno: i fedeli non vengono più istruiti a confessarsi, soprattutto dopo il peccato mortale, ed a non ricevere mai la Santa Comunione in quello stato. Un peccato tipicamente taciuto è quello dell’impurezza. Questo corrisponde alla predilezione della Gnosi per la sensualità e per il libertinismo .

Il monismo morale si manifesta ugualmente nell’atteggiamento apparentato che tutti gli uomini saranno salvati poiché Dio è ‘Amore’ o infinitamente misericordioso (all’ esclusione della Sua infinita Santità e Giustizia).
c) Il Monismo logico

Il Monismo logico pretende che il Vero e il Falso possano coesistere. Supponendo che le dottrine tradizionali siano vere e quelle moderniste false, vediamo che il monismo logico ottiene nel seno della santa Chiesa cattolica di oggi: un parroco sostenendo dottrine come quella dell’Inferno, del Limbo, del Purgatorio, ed un altro in vece negandole; oppure, come abbiamo visto nei Sinodi dei Vescovi sul Matrimonio, un cardinale sostenendo dottrine cattoliche sul matrimonio, adulterio, divorzio, e la Santa Comunione, un altro invece negandole.

Il monismo logico non solo ottiene nella Chiesa di oggi, ma è anche la posizione officiale della gerarchia contemporanea, che ritiene tutte e due posizioni, quella ‘tradizionalista’ e quella ‘modernista’ (o progressista’), come valide e cattoliche. .
Alcuni membra della gerarchia tentano persino di armonizzare le due posizioni considerando l’una come ‘continuazione’ dell’altra, ma in realtà le due posizioni si escludono a vicenda, ed è chiaramente impossibile vedere il Vero diventi il Falso, per quanto a lungo si aspetti.
Il monismo logico implica il disprezzo della verità oggettiva (ed il favore per la verità soggettiva di cui abbaiamo parlato sopra). Questo disprezzo, nel caso della Fede, costituisce il disprezzo, oggigiorno comune, della Verità soprannaturale ed immutabile che è il Dogma.

Quanto al Dogma si può replicare come segue:
i) C’è una realtà oggettiva.
ii) Dio è quella realtà oggettiva in senso assoluto e definitivo.
iii) La Fede costituisce la conoscenza di questa realtà.
iv) La Fede non dà la conoscenza perfetta di Dio, poiché solo Dio può avere una conoscenza perfetta di Se stesso.
v) La Fede ci da comunque una conoscenza certa di Dio: più certa dell’evidenza dei nostri sensi.
vi) La Chiesa ha il compito divino di insegnare questa realtà, queste realtà, queste verità, per la salvezza degli uomini: di tutti gli uomini su questa terra.
vii) L’esercizio di questo compito gode dell’infallibilità.
viii) Le verità che la Chiesa insegna in questo modo sono, dunque, infallibili, e si chiamano ‘Dogmi’. Chi li nega si mette fuori della Chiesa: non è cattolico.
4) L’ Evoluzione

Il tipo di evoluzione gnostica che si trova nella Chiesa odierna è l’atteggiamento che le Verità della Fede si possano cambiare attraverso il tempo: la Verità di Fede, ad esempio, che la Chiesa era l’unica arca di salvezza nel passato, ma che ormai non lo è più. La gran parte della Gerarchia e del Clero sembra credere che le Verità della Fede siano mutabili, o almeno agisce e predica come se lo fossero.

Facciamo notare che questa posizione è solo sostenibile se si intende ‘Verità’ nel senso della scienza naturale: come espressione sempre più chiara di una realtà mutabile ed elusiva. Se si intende nel senso normale ed oggettivo, la posizione è evidentemente assurda.
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Osserviamo che gli elementi gnostici della autodivinizzazione dell’uomo, del triplice monismo, della tesi che la Verità si evolva attraverso del tempo si trovano tutti nell’ Ecumenismo falso, o non-cattolico. Ricordiamo che l’Ecumenismo ha due sensi: un senso cattolico ed un senso non-cattolico. Il senso cattolico è il tentativo di convertire tutti all’unica vera Fede. Il senso non-cattolico è il tentativo di promuovere qualche bene spirituale o morale, tipicamente vago ed indefinito, tramite incontri tra cattolici e cristiani di altre confessioni o seguaci di altre religioni. Questo tentativo è sincretista ed in quanto tale tipico della Gnosi, come abbiamo già osservato in capitolo 16.

L’Ecumenismo non-cattolico, come abbiamo esposto sopra, cerca l’unione tra i partecipanti sulla base di ciò che li accomuna. Per questo trascura la Grazia, la morale cattolica, e le Verità cattoliche nel loro insieme. Trascurando la Grazia, però, favorisce il monismo ontologico (ossia il Panteismo); trascurando la morale, favorisce il monismo morale (ossia che il bene ed il male possano coesistere); trascurando la Verità, favorisce il monismo logico (che il vero ed il falso possano coesistere). In oltre, esercitando il ‘Dialogo’, inteso come una ricerca infinita della verità (priva del principio di Iam satis est, come osserva Romano Amerio) esprime l’atteggiamento che la Verità si possa cambiare attraverso il tempo. Finalmente, non mettendo l’unico vero Dio nel centro dell’incontro e del mondo, per forza ci mette l’uomo.
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Concludiamo che la Nuove Religione che incontriamo oggi ha tratti sufficienti della Gnosi per chiamarsi ‘gnostica’. Più precisamente, si può chiamare ‘Neo-Gnosticismo’, perché questo è il termine che disegna quella mescolatura di dottrine cattoliche e non-cattoliche/gnostiche nellla quale la Chiesa primitiva stava per disintegrarsi, fin quando non fosse salvata dai santi e dottori della Chiesa. Il fatto che viene proposto oggi in una nuova forma giustifica il termine ‘Neo-Gnosticismo’.

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Per terminare questa sezione, torniamo al nostro inizio. Ci sono due modi in cui l’uomo può provare a divinizzarsi: tramite la Fede cattolica o tramite la Gnosi.

La Fede cattolica insegna che si divinizza in questa vita mediante nostro Signore Gesù Cristo, cioè per mezzo della Grazia e dei sacramenti, soprattutto il Battesimo e la Santa Eucarestia; non in virtù di pratiche magiche, bensì con la buona vita; non prendendo, bensì donando; non cercando sé stessi, bensì cercando Dio; non con la superbia, bensì con l’umiltà; non gonfiandosi, bensì annichilandosi; non tramite l’evoluzione, bensì tramite il progresso morale; non tramite l’Albero della Conoscenza del bene e del male: una conoscenza falsa, irrazionale, e fantasiosa, bensì tramite l’Albero della Vita.

L’Albero della Vita è l’Albero della Croce ed il suo prolungamento nella santa Messa. E’ l’albero che ci protegge dal calore di questo mondo crudele sotto la sua ombra dolce e pacifica; che ci nutrirà con i suoi frutti sublimi nell’eterna beatitudine del Cielo: se prendiamo la nostra croce su di noi e seguiamo Nostro Signore, come ci insegna: condividendo le Sue sofferenze quaggiù, per condividere la Sua Gloria in Cielo. Amen.

CONCLUSIONE MORALE

19. IL BENE DELLA FEDE

Meditiamo adesso sui benefici della Fede coll’aiuto della definizione della Fede di san Paolo, come viene interpretata da san Tommaso. Questa breve meditazione può servirci come una piccola sintesi di alcuni tratti principali della Fede sopra evocati. Nella sua epistola agli Ebrei XI,1 san Paolo scrive: ‘La Fede è sostanza delle cose che si sperano e prova delle cose che non si vedono.’

Notiamo per prima cosa che la Fede si riferisce al futuro: alle ‘cose che si sperano’, alle ‘cose che non si vedono’. Queste cose le possederemo nel futuro, le vedremo nel futuro, cioè nel Cielo. Queste cose sono le verità divine ed eterne che non sono altro che Iddio Stesso. In questo mondo quaggiù abbiamo una conoscenza oscura di queste cose; nell’altro mondo ne avremo una conoscenza chiara. Qui crediamo con la luce della Fede; la vedremo con la luce della Gloria: ‘Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto’ (Cor. I, 13).

Il secondo elemento di questa definizione che vogliamo meditare è l’espressione: ‘La Fede è sostanza’. Questo significa che la Fede ci dà (già in questo mondo) la comprensione dei suoi oggetti: cioè le verità divine ed eterne che sono Dio: così afferriamo quaggiù in modo iniziale e preparativo ciò che possederemo in Cielo in modo perfetto e definitivo.

Ebbene in cosa consiste questa comprensione di Dio, questa conoscenza di Dio? Evidentemente è una specie di unione con Dio, un’unione che la Sacra Scrittura paragona al matrimonio: nel libro di Osea (2, 20) leggiamo: ‘Ti fidanzerò con me nella Fede.’ Quando pensiamo in genere all’unione con Dio, pensiamo forse all’unione con Dio nel Cielo, o all’unione mistica con Dio su questa terra, come quella di un santo rapito nell’amore dell’Onnipotente. Dimentichiamo che la Fede in Sé stessa è già un’unione con Dio.

Ma questa comprensione, questa conoscenza di Dio, non è soltanto un’unione con Dio, ma anche la vita eterna stessa, perché questa comprensione amorevole di Dio sulla terra (che è la Fede) è già l’inizio della visione beatifica del cielo (che è la vita eterna). A questo riguardo ci dice il Signore: ‘Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo’ (Gv. 17, 3).

Il terzo elemento della definizione di S. Paolo che vogliamo guardare adesso è la parola ‘prova’. La Fede costituisce una prova, e comporta dunque una certezza assoluta. Se ciò non è la certezza della ragione, è la certezza la più grande che si possa raggiungere qui sulla terra su Iddio e sulle cose di Dio. Per citare il sacro Concilio di Trento: ‘Il verbo ‘credere’ significa il sicurissimo assenso, in virtù del quale l’intelligenza aderisce con fermezza e tenacia a Dio che rivela i propri misteri. Perciò chi crede (nel senso qui inteso) possiede indubbia e nettissima convinzione di qualcosa’. Il Catechismo Maggiore di san Pio X aggiunge (19) : ‘La parola Credo vuol dire: io tengo per verissimo tutto quello che in questi dodici articoli si contiene: e credo più fermamente queste cose, che se le vedessi cogli occhi miei…’.

In questo senso la Fede è una luce più forte di quella della ragione. In fatti la luce della ragione è solo un riflesso pallido di essa. Qualcuno potrebbe chiedere, però, a questo punto, perché si parla allo stesso tempo dell’oscurità della Fede. La risposta è che la Fede è chiara quanto al modo, e oscura quanto all’oggetto, della sua conoscenza. Il suo oggetto, come abbiamo già detto, è Iddio Stesso, Che non può essere compreso che imperfettamente ed oscuramente dalla conoscenza finita dell’uomo; il modo di conoscere questo oggetto invece è una luce forte, una certezza assoluta, perché unisce la mente direttamente e immediatamente alla Verità Stessa, Che è Dio.

In questa analisi breve della natura della Fede abbiamo visto il suo beneficio principale, cioè che ci dà la vita eterna già su questa terra, legata evidentemente ad una vita buona, alle opere buone, ed alla Carità (nel senso dell’amore sovrannaturale).

Il suo beneficio secondario è che ci insegna come arrivare a questa vita eterna mediante i nostri atti, o, in altre parole, come condurre una vita buona. In breve: la Fede è la nostra guida. La Fede dà la buona direzione alla nostra vita terrestre: ci insegna le grandi verità, tra le quali si trovano per esempio il fatto che c’è una vita dopo questa vita terrestre, e che Dio ricompensa il bene e punisce il male; la Fede ci dà i comandamenti, la predicazione, e l’esempio di Nostro Signore Gesù Cristo.

Infine in questo modo la Fede ci dà i mezzi per superare le tentazioni: Nella sua lettera agli Efesini S. Paolo ci parla del combattimento spirituale, scrivendo:‘Tenete sempre in mano lo scudo della Fede con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno’ (6, 16). San Pietro dice: ‘Il vostro nemico il diavolo come un leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella Fede.’ (1.5,8)

Tutto ciò che abbiamo meditato sulla Fede può essere espresso con l’ immagine della luce: la Fede è la luce nella quale vedo Iddio già in questo mondo; questa luce è la luce d’aurora che precede la luce del giorno nel quale vedrò Iddio nel cielo; la Fede è la luce che mi condurrà attraverso la valle oscura di questo mondo per unirmi a Lui in un’unione perfetta e stabile per tutta l’eternità.
20. Il MALE DELL’ERESIA

Oggigiorno il male dell’Eresia non viene più adeguatamente apprezzato. Un motivo per ciò è, come abbiamo già accennato, che il bene della Fede non viene adeguatamente apprezzato neanche esso. Il male dell’Eresia si capisce solo quando si capisce il bene della Fede. Se la Fede ci dà la conoscenza certa di Dio e l’unione a Lui: ossia la vita eterna già sulla terra, l’Eresia ce ne priva; se la Fede ci mostra la strada al cielo, l’Eresia ce ne svia; se la Fede ci aiuta a superare gli ostacoli su questa strada, l’Eresia li moltiplica.

Per mostrare il vero male dell’Eresia, guardiamo il commentario dei Padri della Chiesa su un passo dell’Apocalisse (all’inizio del capitolo 9) che hanno inteso di questo grave peccato contro la Fede. Guardiamone una sintesi fatta da Dom Jean de Monléon OSB nel suo libro Le Sens Mystique de l’Apocalypse , riflettendo soprattutto sulla sua rilevanza alla piaga attuale del Modernismo.

‘E il quinto Angelo suonò la tromba e vidi una stella che era caduta dal cielo sulla terra, e fu data a lei la chiave del pozzo dell’abisso. E lei aprì il pozzo dell’abisso e il fumo si elevò dal pozzo, come il fumo di una grande fornace, e s’oscurò il sole e l’aria per il fumo del pozzo. E dal fumo del pozzo uscivano delle cavallette sulla terra (…) e il tormento è come il tormento dello scorpione quando punge un uomo (…) E queste somiglianze di cavallette sono simili ai cavalli preparati al combattimento – E sulla testa avevano corone simili all’oro e le loro facce simili a quelle degli uomini. E avevano capelli come di donne, e i loro denti erano come denti di leoni. E avevano corazze come corazze di ferro e la voce delle loro ali era come voci di carri di numerosi cavalli correnti al combattimento (…) E avevano su di loro come re l’angelo dell’Abisso, il cui nome in ebraico è ‘Abadòn’, e in greco ‘Apollyon’, e in latino ha il nome di ‘Exterminator’…’

Ora, la stella caduta dal cielo è Lucifero, a cui fu data la chiave del pozzo dell’abisso che è il potere di chiudere alla grazia ed aprire al peccato il cuore degli eretici. ‘Aprì il pozzo’ cioè li spinse a pubblicare tutti gli errori e i disegni perversi che nascondevano nel loro fondo. ‘E il fumo si elevò’, cioè, la loro dottrina uscì accecante e opprimente come un fumo fitto per tutti coloro che lo respiravano. ‘E si oscurò il sole’, cioè, la Luce di Cristo che illumina la Sua Chiesa fu velata; ‘ – e l’aria’, ossia la Fede, perché questa virtù è necessaria alla vita sovrannaturale quanto l’aria alla vita naturale; ‘si oscurò l’aria’ come da una nebbia nella quale molti perdevano la via della verità.

‘E dal fumo del pozzo uscivano cavallette’ che sono gli eretici. Loro, incapaci di mantenersi in alto come le aquile o le colombe che sono i santi sulle ali delle loro virtù, si sforzavano in vano di alzarsi con salti indecorosi e disordinati come le cavallette, per ricadere di nuovo sulla terra, sulle loro preoccupazioni materiali. Gli eretici sono come scorpioni, in quanto si avvicinano dolcemente alle loro vittime, come se volessero accarezzarle, per poi ferirle mortalmente, subito, e all’improvviso.

Queste cavallette sono come cavalli pronti a correre in qualsiasi direzione senza discernimento, mettendo tutta la loro impetuosità e forza al servizio del loro cavaliere: il Diavolo. Sulle loro teste avevano ‘delle corone simili all’oro’, cioè una saggezza finta, ed un’intelligenza finta della Sacra Scrittura; e le loro facce erano ‘simili alle facce degli uomini’ perché proponevano delle massime puramente umanitarie, e davano l’impressione di agire e di parlare secondo la ragione. Ma sotto queste corone avevano dei ‘capelli di donne’, e sotto le loro facce dei ‘denti di leoni’: capelli di donne perché questa falsa saggezza non copriva che dei pensieri morbidi ed effeminati; denti di leoni perché erano sempre pronti a strappare e divorare le loro vittime.

Avevano intorno al petto delle corazze,‘come corazze di ferro’: i loro cuori induriti dai pregiudizi e princìpi falsi erano assolutamente impenetrabili ai tratti della verità. ‘E la voce delle loro ali era come voci di carri di numerosi cavalli correnti in combattimento’ cioè, incapaci di fornire argomenti ragionevoli per sostenere la loro dottrina, li sostituiscono con il tumulto delle loro parole. Questo tumulto consiste in dottrine le più contraddittorie che non possiedono nessun principio di unità se non la loro motivazione comune, che è l’odio verso la Sposa Immacolata di Cristo.

Il Re delle cavallette è l’angelo dell’abisso. Il suo nome viene dato in ebraico, greco, e latino per mostrare che vuole imitare Cristo di Cui il titolo regale fu iscritto nello stesso modo sulla croce. Che il titolo di Cristo viene scritto in tre lingue significa la Sua sovranità universale: il latino si riferisce al mondo visibile, allora soggetto a Roma; il greco si riferisce al mondo dell’intelligenza, dove la Grecia è maestra incontestabile; l’ebraico si riferisce al mondo sovrannaturale, essendo quella la lingua in cui Dio ha parlato agli uomini mediante i profeti e il Suo divin Figlio.

Il fatto che il nome del Diavolo venga dato nelle stesse lingue significa che vuole imitare Cristo nella propria pretesa alla sovranità universale. Il modo in cui vuole esercitare questa sovranità viene espresso nel nome stesso di ‘Sterminatore’: ossia colui che non ha altro disegno in tutte le sue nefande operazioni che di impedire agli uomini di raggiungere il loro termine. Mentre il Signore, il vero Re, ossia Condottiere, si occupa di condurre gli uomini al loro termine: il loro fine ultimo che è il Paradiso.
E così, alla fine di questo breve trattato sulla Fede e l’Eresia si rivela in piena luce il nemico della Fede e il Dottore delle Eresie . Agisce in questo modo non perché non ha la Fede e crede l’Eresia che dissemina, poiché lui ‘crede e trema’, bensì, come abbiamo appena detto, al fine di impedire all’uomo di raggiungere il Paradiso. Agisce, in una parola, come ‘Ingannatore’ che ‘non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna’ (Gv. 8.44).

Il suo avversario definitivo, come sempre, è Dio Stesso, Che vuol ferire rovinando gli esseri fatti a Sua immagine e somiglianza. In questo campo di battaglia opera come Ingannatore, contro Dio come Verità Stessa.

Il commentario dei Padri della Chiesa, che abbiamo brevemente esposto, ci mostra la vera natura ed il vero male dell’Eresia, anche se oggi non se ne parla più: anzi, come abbiamo spiegato sopra, si lasciano crescere e selvaggiamente sviluppare le eresie nel seno stesso della Chiesa.

Il nostro compito invece è di riconoscerle e di detestarle, perché piene di veleno mortale, e di pregare la Santissima Madre di Dio di liberarcene, perché lei sola, come preghiamo nel Terzo Notturno del comune delle sue Feste, ha distrutto tutte le eresie nel mondo intero. Gaude, Maria Virgo, cunctas haereses sola interemisti in universo mundo.

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

Laudetur Jesus Christus in Aeternum.

La lotta contro il demonio

 

Tre mezzi essenziali per lottare contro il demonio sono:
1. Condurre una vita buona cristiana;
2. Palesare i suoi disegni;
3. Disprezzarlo.
1. Condurre una buona vita cristiana
San Paolo, dando consigli ai cristiani per intraprendere la battaglia spirituale contro i demòni (Ef 6, I Tess 5) parla della Sacra Scrittura, della Fede, Speranza, e Carità. Questi passi si intendono della vita di virtù in genere, ma guardiamo brevemente come li interpretano in particolare due maestri della vita spirituale: san Giovanni Cassiano e sant’Antonio del Deserto.
a) San Giovanni Cassiano

San Giovanni Cassiano scrive (Colazioni VII 5) che la Fede è il nostro ‘scudo’, in quanto può difenderci dalle ‘frecce infuocate della libidine e spegnerle con la paura del giudizio futuro e con la fiducia nel Regno dei cieli’(Ef 6.16).

Il ‘torace della Carità’, invece (I Tess 5.8), è ‘ciò che rinchiude e protegge i nostri organi vitali, e riceve i colpi mortiferi della tentazione, ne repelle l’impatto, ed impedisce alle armi del demonio di trafiggere il nostro intimo. La Carità supporta ogni cosa, crede ogni cosa, sostiene ogni cosa (I Cor 13.7)’.

Citando la parola di san Paolo ‘Per una casca, la speranza di salvezza (I Tess 5.8)’,
Il santo dice: ‘Una casca è un protezione per il capo, ed il capo è Cristo. Bisogna fortificarlo contro ogni tentazione, con la speranza nel bene futuro come con una casca impenetrabile; in particolare bisogna conservare quella Fede illesa ed integra. Se perdiamo qualsiasi altro membro, possiamo essere impediti, ma possiamo sempre sopravvivere; senza testa, invece, nessuno è in grado di restare in vita’.

Citando la frase ‘la spada dello Spirito – che è la Parola di Dio – ’(Ef 6.17) lo stesso santo la riferisce alla spada a doppio taglio che raggiunge la divisione dell’anima e dello spirito (Ebr 4.12), e spiega che questa Parola divide e dissecca tutto ciò che trova in noi di terreno o di carnale.
b) Sant’Antonio del Deserto

Sant’ Antonio del Deserto (Vita sancti Antonii c.30) illustra i passi di san Paolo nel modo seguente: ‘Grande arma contro di loro è la vita giusta e la fede in Dio. Essi temono il digiuno degli asceti, le veglie, la preghiera, la mitezza dell’animo, il disprezzo del denaro e della gloria, l’umiltà, l’amore per i poveri, le elemosine, la mancanza di irascibilità, e soprattutto l’amore per Cristo.’

Lo stesso sant’ Antonio paragona il cristiano pauroso con quello che possiede la speranza. Il primo è preda del demonio; il secondo ne è piuttosto il vincitore (c.42): ‘Se… ci troviamo pieni di viltà e turbamento, subito essi, come ladroni che trovano un luogo incustodito, attaccano. Se poi ci vedono timorosi e turbati, maggiormente accentuano il terrore nelle loro fantasie e minacce, ed in seguito a queste, l’anima infelice verrà punita.’ Santa Teresa d’Avila scrive in modo comparabile (Vita c.31): ‘… essi fanno prova del loro potere solo con le anime codarde, che si arrendono senza combattere.’

‘Se invece ci trovano lieti nel Signore’, continua sant’ Antonio, ‘e preoccupati solo dei beni futuri, volti solo al regno dei cieli e pensieri che tutto è nelle mani del Signore, e che i demòni nulla possono contro il cristiano, non hanno la minima facoltà contro qualcuno.’ Similmente san Giovanni Bosco dice: ‘Il demonio ha paura di anime allegre’.
2. Palesare i disegni del demonio

Fratres: sobrii estote et vigilate, quia adversarius vester diabolus, tamquam leo rugiens , circuit quaerens quem devoret: cui resistete fortes in fide…(Fratelli, siate sobri e vigili, poiche il vostro avversario, il demonio, gira, cercando chi possa devorare: a cui resistete forti nella fede)

San Pietro ci ammonisce con queste parole di essere forti nella fede e di praticare le virtù (rappresentate dalla ‘sobrietà’); anche di essere vigili. Il motivo ne è che il demonio opera di nascosto, essendo un ingannatore. Ma se siamo vigili, possiamo scoprirne gli inganni e, scoprendoli, renderli inutili.

Per questo, è essenziale che ogni cattolico abbia un direttore spirituale e gli palesi tutte le sue tentazioni, eppure tutti i suoi desideri, particolarmente se sono di natura insolita. Diamone un esempio: un signore sposato concepisce un affetto forte per un’ donna che non è la sua moglie. Quando le, dopo venir trovare la copia a casa, sta per partire, lui insiste di accompagnarla alla macchina per poter salutarla in modo troppo affettuoso per il suo stato di vita. Sebbene è un signore retto e buono, si sente spinto da questo desiderio che gli sembra pure conveniente e del tutto conforme all’ordine della cose ed all’affetto, anche nobile, che può sentire per la donna, anche se non la saluterebbe così davanti alla sua moglie o altri famigliari.

Se lui prende coraggio di palesare questo desiderio al suo confessore, ne sarà forse subito liberato; altrimenti lo sarà per mezzo delle parole del confessore e dai propri sforzi in collaborazione con la grazia.

Sant’Antonio del deserto propone un altro modo per palesare le tentazioni del demonio (c.55), che è anche adatto agli eremiti, cioè di scrivere tutti i nostri peccati, moti dell’anima, e pensieri, come se dovessimo palesarli ad un altro. Questo porta ad un senso di vergogna ed al proponimento di non cedere a tali tentazioni per il futuro: Facendo così superiamo il demonio ed il peccato.
3. Disprezzare il demonio

Il nostro atteggiamento verso il demonio dev’essere quello del disprezzo. Sant’ Antonio dice (c.42): ‘Se vogliamo disprezzare il Nemico, pensiamo sempre al regno dei cieli, e l’anima si rallegra nella speranza, guarderemo agli scherzi dei demòni, come si guarda il fumo, e li vedremo fuggire invece di inseguirci. Sono infatti essi… del tutto vili, poiché sempre in attesa del fuoco preparato per loro.’

Un altro motivo per disprezzarli è la loro impotenza. Per tentarci o attaccarci devono chiedere il permesso a Dio, come viene raccontato nella storia di Giobbe, e anche là il permesso non sarà dato oltre alle nostre forze. San Giovanni Cassiano ci ricorda (Col. VII 22) che gli spiriti maligni devono chiedere permesso pure per entrare in porchi (Mt 8.31): il loro potere di entrare in un essere umano creato secondo l’immagine di Dio ne sarà ancora molto inferiore. Dice Santa Teresa d’Avila a riguardo: ‘vedo che non si possono muovere senza il permesso del Signore’. Anche quando ricevono il permesso di tentarci, lo fanno solo coll’inganno, presentando il falso come il vero ed il male come il bene, non avendo loro nessuna propria forza per farci commettere il peccato.

Come li disprezziamo? Una volta che ci accorgiamo di ciò che ci tentano di fare, rigettiamo la tentazione, prendiamo coraggio, e resistiamo risolutamente. Ne diamo un esempio. Un demonio suggerisce ad un’anima sofferente che Dio Padre non l’ami, che l’abbia abbandonata, che Lui sia indifferente o persino un tiranno crudele. Questi suggerimenti li fa passare come i propri pensieri del soggetto. Questa sarebbe dunque una tentazione allo scoraggiamento, alla sfiducia verso Dio, ed alla disperazione. Il soggetto, quando capisce che questi pensieri vengono dal demonio, deve rigettarli e subito far ricorso a Dio con un atto di fiducia in Lui: ‘Gesù io confido in Voi!’, ‘Aiutatemi Gesù!’, ‘Deus in adiutorium meum intende! ’

Il soggetto può anche affrontare il demonio direttamente, dicendo qualcosa come: ‘Tu che sei? Via da me in nome di Gesù Cristo!’ Il demonio, che è debole e codardo, si allontanerà subito, gridando miseramente. Scrive santa Teresa a riguardo (c.31) che i veri cristiani devono ‘disprezzare questi spauracchi che il demonio mette lì per cercare di spaventarli. Sappiano che ogni volta che un’anima disprezza i demoni, essi si indeboliscono, mentre l’anima acquista dominio su loro.’

Non bisogna avere paura del demonio. Infatti lui ha paura di noi in quanto battezzati e cresimati, e, se siamo sacerdoti, in quanto ordinati: anche al fine di scacciarlo.

*

Aggiungiamo che se il demonio appare davanti a noi in persona, visibilmente o invisibilmente, nelle parole di santa Teresa d’Avila (Vita c.31): ‘… so per esperienza che per mettere in fuga i demòni in modo che non ritornino, non vi è cosa migliore dell’acqua benedetta. Essi fuggono anche innanzi alla Croce, ma subito ritornano. Ben grande deve essere la virtù dell’acqua benedetta!’ (Facciamo notare che ‘l’acqua benedetta’ a cui si riferisce santa Teresa, è quella esorcizzata, e i fedeli che la desiderano, ciò che è il loro diritto, devono specificare al sacerdote che sia esorcizzata – che non è da dare per scontato oggigiorno.)

La Speranza

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La speranza è una tendenza verso un bene assente e difficilmente raggiungibile. Ne sono tre tipi: la speranza come passione, come sentimento, e come virtù teologale. La speranza come passione è un impulso dell’appetito sensitivo verso un bene sensibile – come un pasto per qualcuno che ha fame; la speranza come sentimento tende verso un bene morale – come l’esito positivo di un viaggio di un mercante; la virtù teologale, invece, tende verso un bene sovrannaturale: la felicità eterna Che è Dio.

La speranza come virtù teologale si fonde sulla Potenza e sulla Bontà Infinite di Dio Che me renderà possibile raggiungere questo fine, cioè tramite le Sue grazie con le quali devo collaborare. La speranza teologale si estende anche a tutti i mezzi necessari a questo fine, sia sovrannaturali come la pratica delle virtù, che naturali come le condizioni concrete di questa vita.

1. LA SPERANZA SOVRANNATURALE IN GENERE

Con padre Adolfo Tanquerey, su cui si appoggia particolarmente questo articolo, possiamo dire che la speranza sovrannaturale consiste principalmente in tre tratti: il desiderio dell’uomo per Dio come la sua Beatitudine eterna; la fiducia che Lui gli provvederà i mezzi per raggiungerLo; e la prontezza dell’uomo per collaborare a questo fine.

2. TRATTI DELLA SPERANZA

a) Il Desiderio per Dio

Il desiderio per Dio si può coltivare alzando il cuore a Lui nelle sofferenze e nelle gioie che incontriamo, eppure ad ogni momento della vita. Lo si può coltivare altrettanto amandoLo nella preghiera, e meditando sul Suo amore paterno per noi quaggiù e nel Paradiso.

Questo desiderio aiuta l’uomo a superare le inconvenienze della natura caduta, cioè le tre concupiscenze: quella della carne, degli occhi, e della propria eccellenza (o la superbia). Poiché il desiderio per Dio, Infinito ed Immutabile, stacca l’uomo dalle cose finite e passeggere di questa terra: cioè dai piaceri sensuali, dai beni creati, e dalla propria eccellenza, che sono gli oggetti delle tre concupiscenze.

b) La Fiducia in Dio

Il desiderio per Dio porta ugualmente alla fiducia in Lui, perché meditando sulle Sue infinite potenza e Bontà, l’uomo si convince che Dio lo soccorrerà in tutto per compiere il suo fine ultimo in Cielo. La sacra Scrittura ci insegna la stessa lezione: L’Antico Testamento dichiara: ‘Nessuno sperò in Dio e rimase deluso. Chi perseverò nei suoi mandati e fu abbandonato? o chi l’invocò e fu da lui disprezzato? Dio è pur sempre pietoso e compassionevole…’(Eccli II 11-12). Il Nuovo Testamento ci racconta similmente, ed in modo costante, come il Signore opera miracoli per coloro che mettono la loro fiducia in Lui, come ad esempio per il centurione, il lebbroso, ed il paralitico. E nostro Signore Gesù Cristo Stesso lo dice: ‘Amen, Amen vi dico, se chiedete qualsiasi cosa al Padre nel nome Mio, ve lo darà.’(Gv XVI 23). D’altronde, come può rifiutare a noi ogni mezzo per compiere la Sua Divina Volontà, quando ci ha già dato persino il proprio Figlio? ‘Dio, che non risparmiò il proprio Figlio, ma lo diede a morte per tutti noi, come non ci darà con Lui ogni cosa?’ (Rm VIII 32-44).

L’alzare il cuore a Dio in mezzo alle gioie di questa terra ed in mezzo alle nostre sofferenze e miserie è di fatti un mezzo assai efficace per conseguire la fiducia filiale in Lui. Scrive mons. d’Hulst: ‘Quando pare che la vita sorrida alle nostre terrene speranze, è cosa dura rigettar queste lusinghiere promesse che ci prendono dal lato debole; è cosa dura sottrarsi agli amplessi del piacere e dire alla felicità che ci si offre: ‘Tu non mi potresti bastare’. Quanto alle sofferenze, ci rammentiamo le parole del reale Salmista: Cum ipso sum in tribulatione, e Non timebo mala, quoniam tu mecum es’; quanto poi alle nostre miserie ed alle nostre debolezze, scrive San Vincenzo: ‘Tutto sta nel conoscerle e nell’amarne l’abiezione…senza fermarvisi che per fissarvi il saldo fondamento della confidenza in Dio, perché allora l’edificio è fabbricato sulla roccia, per guisa che, al venir della tempesta, rimane fermo.’

c) La Collaborazione alla Grazia di Dio

Per ottenere il fine al quale si orienta la speranza, bisogna collaborare con la Grazia di Dio nell’opera della nostra santificazione. Dio ci elargisce la Sua Grazia, ma non intende di sopprimere o sostituire la nostra attività, bensì piuttosto di provocarla, stimolarla, e renderla efficace. San Paolo esprime ciò nelle parole seguenti: ‘Per la grazia di Dio sono quello che sono, e la grazia sua verso di me non riuscì vana, ma più di tutti io faticai: non io però, ma la grazia di Dio che è con me’ (I Cor XV 10; Phil III 13-4). Ciò che operava lui insegnava pure agli altri: ‘Aiutando, esortiamo affinché non riceviate la Grazia di Dio invano’( II Cor VI 1), e in particolar modo a san Timoteo: ‘Lavora come un buon soldato di Cristo Gesù’( II Tim II 3), parole che spettano sia alla santificazione del suo discepolo, sia a quella del suo gregge.

Padre Tanquerey cita la famosa massima sulla collaborazione con Dio: ‘Nell’opera della nostra santificazione, tutto dipende da Dio; ma si deve pure operare come se tutto dipendesse da noi soli;’ ed aggiunge: ‘Dio infatti non ricusa mai la sua Grazia, onde in pratica non dobbiamo occuparci che dei nostri sforzi’.

Ci sono vari eccessi contrari alla speranza, specialmente per principianti, che toccano la collaborazione dell’uomo con la Grazia di Dio. Coloro che sono intaccati da questi eccessi danno o troppo peso o troppo poco peso alla Grazia o al proprio agire. Il primo eccesso è quello della presunzione. La presunzione si manifesta in due modi diversi. Il primo consiste nell’aspettarsi troppo da Dio: cioè il Paradiso e tutte le grazie per arrivarvi senza voler prendere i mezzi da Lui prescritti. Il secondo modo consiste nel porre superbamente tutta la fiducia in se stessi, esponendosi persino ai pericoli ed alle occasioni di peccato. Nel primo caso si dimentica che Dio non solo è buono, ma anche giusto e santo e che si offende al nostro peccato. Nel secondo caso si dimentica che ogni bene che possiamo fare è una collaborazione con Dio, e che se non vigiliamo e preghiamo, non potremo resistere alla tentazione. In una parola, san Paolo constata che: ‘Bisogna operare la nostra salvezza con timore e tremore’( Phil II 12).

Il secondo eccesso consiste nella disperazione o nello scoraggiamento. Il soggetto che ne soffre attribuisce troppo poco peso sia alla Grazia di Dio, sia ai propri sforzi. Questi stati d’anima derivano tipicamente dalla violenza della lotta contro il peccato, o dagli scrupoli: cosa che fa disperare, o almeno dubitare, della propria salvezza. San Paolo ci offre un esempio su come resistere: cioè di continuare a lottare ed allo stesso tempo di abbandonarsi fiduciosamente alla Grazia di Dio: Gratia Dei per Jesum Christum’(Rom VII 24-5).

3. VIVERE NELLA SPERANZA

Vivere nella speranza significa, dunque, desiderare Dio, mettere la nostra fiducia in Lui, fare tutto il possibile per condurre una buona vita in collaborazione con la Sua Grazia; significa vivere distaccati dai beni di questo mondo, accettare tutte le prove che Lui ci manderà come provenienti dalle Sue mani; significa vivere col mente ed il cuore in Cielo: ‘mente in caelestibus habitemus’, inter mundanas varietates ibi nostra fixa sint corda ubi vera sunt gaudia’; significa, infine, nelle parole della liturgia Pasquale: ‘Si consurrexistis cum Christo, quae sursum sunt quaerite, ubi Christus est in dextera Dei sedens, quae sursum sunt sapite, non quae super terram: Risorti con Gesù Cristo, nostro capo, non dobbiamo cercare e gustare le cose della terra, ma quelle del cielo, ove Gesù ci aspetta’.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La necessità della Fede

 

Il Concilio Vaticano Primo, citando la lettera agli Ebrei XI 6 , dichiara: “Senza la fede (…) è impossibile
essere graditi a Dio.” Qui la Chiesa dichiara la necessità della fede per la salvezza.
La Chiesa esprime la stessa dottrina quando dichiara la necessità del battesimo per la salvezza (a causa della relazione intima tra la fede e il battesimo). La Chiesa dichiara questa necessità per esempio nel Concilio di Trento con le parole: “Il sacramento del battesimo …è sacramento della Fede, senza cui nessuno raggiunge mai la giustificazione.” Questo insegnamento della Chiesa sulla necessità della Fede e del battesimo per la salvezza viene espresso chiaramente alla fine del Vangelo di San Marco: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato.”
La Chiesa esprime lo stesso insegnamento anche in termini dell’appartenenza alla Chiesa, perché essere fedele battezzato è essere membro della Chiesa. Nel Concilio Laterano Quarto la Chiesa dichiara nell’anno 1215: “Fuori della Chiesa nessuno affatto viene salvato”, e il beato Pio IX afferma nella sua Enciclica Singulari Quadam: “Sulla base della Fede è sicuro che nessuno possa raggiungere la salvezza fuori della Chiesa Romana Apostolica. Questo è l’unica arca di salvezza. Chiunque non entra qui perirà nell’ inondazione.”
Senza la Fede, senza il battesimo, fuori della Chiesa, non c’è salvezza: Extra Ecclesiam non est salus. Questo è dogma cattolico. Ma perché? Perché la fede è essenziale per la nostra salvezza? Abbiamo dato la risposta a questa domanda all’inizio delle nostre deliberazioni sulla Fede. Il nostro fine ultimo è soprannaturale: questo esige un mezzo soprannaturale per raggiungerlo: cioè la Fede.
Possiamo illustrare questa verità con l’immagine di un viaggio. Ora, quando facciamo un viaggio, dobbiamo sapere dove e come ci andiamo: dobbiamo conoscere la meta, e la via che ci porta a questa meta. Ebbene la vita è un viaggio, la meta è Iddio: La Santissima Trinità. La via che conduce a questa meta è Nostro Signore Gesù Cristo, Che prima di morire disse solennemente a noi: “Io sono la via… Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giov.14.6). Concludiamo che per arrivare alla meta del viaggio che è la nostra vita, dobbiamo conoscere i misteri della Santissima Trinità, e i misteri di Gesù Cristo cioè della sua Incarnazione e Redenzione. La nostra Fede comprende esplicitamente questi misteri (per così dire come il suo nucleo essenziale) ma anche implicitamente tutto ciò che Iddio ci ha rivelato e la Chiesa ci ha proposto di credere.
Dobbiamo concludere altresì che tutti che non credono saranno dannati? Per rispondere a questa domanda, bisogna considerare il versetto seguente della prima lettera a Timoteo (2, 4): “ Dio (…) vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità.” Ora poiché Iddio è onnipotente, possiamo dedurre da questa frase che è possibile per ognuno di essere salvato. Comunque, abbiamo visto che questo è possibile solo mediante la Fede, perché San Paolo scrive nella lettera agli Ebrei: “Senza la fede (…) è impossibile essere graditi a Dio.” La stessa dottrina viene espressa nella sua lettera a Timoteo col suo riferimento alla conoscenza della verità – cioè la verità soprannaturale: la Fede. E infatti San Paolo procede dopo questa frase parlando di Cristo Gesù come “unico mediatore fra Dio e gli uomini” e sulla Redenzione.
Ognuno può essere salvato dunque, ma solo tramite la Fede. Non è sufficiente vivere secondo la coscienza, e / o riconoscere l’esistenza di un Dio Creatore (soltanto), e / o seguire qualsiasi religione. Solo la Fede salva, ma tutti possono accedere alla Fede ed accettarla (se vogliono).

Ma quale è la situazione per coloro che vivono nell’ ‘ignoranza invincibile’, per esempio al di fuori della civiltà cristiana? Il beato Pio IX dichiara nella sua enciclica sopra citata: “Si può supporre con certezza che coloro che soffrono dell’ignoranza della vera religione, se questa ignoranza è invincibile, non sono colpevoli agli occhi del Signore.” Ma come possono queste persone accedere alla Fede? San Tommaso d’Aquino pronuncia il principio seguente: Se qualcuno fa ciò che rientra nelle proprie possibilità, Iddio non mancherà di concedergli ciò che gli è necessario. Ciò significa che se una persona vive nell’ignoranza invincibile e conduce una vita buona, accederà alla Fede. San Tommaso suggerisce che questo può capitare o tramite un’ispirazione interiore o tramite un predicatore umano o angelico.
Partendo dal fatto che la Fede è l’unico mezzo per raggiungere la salvezza, possiamo comprendere l’importanza dell’evangelizzazione. Iddio ci dà come comandamento di amare Lui e il nostro prossimo: amiamo il nostro prossimo soprattutto cercando il suo bene eterno: la sua salvezza – con la preghiera, con l’esempio, e con la predica. Abbiamo visto che il vangelo di San Marco termina con il comandamento agli apostoli di andare in tutto il mondo a predicare ed a battezzare; il Vangeli di San Matteo e di San Luca terminano in modo simile. Questo comandamento viene come conclusione logica dei vangeli, il veicolo per mezzo del quale i frutti dei vangeli, i frutti della vita, passione, morte e risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo possono essere diffusi nel mondo intero e essere goduti da tutti gli uomini. Questo è lo scopo del catechismo; questo è lo scopo dell’attività missionaria della Chiesa da duemila anni.
Questo scopo si esprime nella parola “cattolico” stessa che deriva dalla parola greca per intero, che significa, tra l’altro, la missione della Chiesa di diffondersi nel mondo intero. Questo scopo, finalmente, si esprime ugualmente nella parola ‘ecumenismo’ che deriva dalla parola greca per mondo – perché l’ecumenismo non ha altro scopo compatibile con la Fede che portare tutto il mondo “alla conoscenza della verità” – la verità soprannaturale, la Fede; e alla Chiesa Cattolica.
E la Chiesa è l’unica arca di salvezza che può portarci attraverso il mare turbolente di questo mondo, guidata dalla Stella Maris che è Maria, alla patria nell’aldilà: la Santissima Trinità,

a Cui ogni lode, onore, e gloria nei secoli dei secoli. Amen.