La pace

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Il Signore dice: ‘Io penso pensieri di pace e non di afflizione’ Queste parole esprimono il desiderio del Signore che noi siamo in pace. Perciò, se non siamo in pace: se soffriamo afflizione, tenebre, disturbi, o profondi affanni, non conduciamo ancora pienamente la vita che per noi il Signore vuole, e bisogna chiederci come possiamo vivere meglio secondo la Sua volontà in tutti gli aspetti della vita, o forse in un aspetto particolare. Perché quando viviamo secondo la Sua volontà siamo in pace, e più viviamo secondo la Sua volontà, più profonda è la pace.

Il Signore non vuole l’afflizione per noi, bensì la pace: il profeta Simeone dichiara che Iddio è venuto illuminare coloro che erano nelle tenebre e nell’ombra della morte, per indirizzare i nostri piedi sulla via della pace; similmente, la parola con la quale il Signore iniziò l’opera della Redenzione, tramite l’amabasciata dell’Arcangelo san Gabriele, era ‘Ave’, che significa Pace e Gioia; il coro degli angeli nel cielo alla natività del Signore cantavano ‘Pace agli uomini di buona volontà’. Così anche alla fine della vita terrena, alla veglia della Sua uscita da questo mondo, il Signore dice agli apostoli: ‘La pace vi lascio, la mia pace vi do; e, Risorto dalla morte, annunzia loro: ‘La pace sia con voi.’

Cos’è la pace? Sant’Agostino la definisce come ‘la tranquillità dell’ordine’. Un stato sarà in pace in se stesso quando è ordinato quando i rapporti tra i suoi membri sono ordinati; sarà in pace con altri stati quando i rapporti con essi sono ordinati; un’anima sarà in pace in se stessa quando è ordinata; e sarà in pace col mondo esterno, con Dio e col prossimo, quando agisce verso di loro in maniera ordinata.

Quando è ordinata un’anima? Quando è ben’ordinata? Quando le sue facoltà operano come devono. Le facoltà dell’anima sono la conoscenza, la volontà, e le facoltà dei sensi, ovvero (semplificando) le emozioni e la fantasia. La conoscenza opera come si deve quando conosce Dio e le cose nel loro rapporto a Dio: questa è la Fede; la volontà opera come deve quando vuole bene a Dio, quando ama Dio, e tutti gli uomini in Dio: questa è la Carità; le emozioni operano come devono quando sono controllate, regolate, moderate dalla ragione (ovvero dalla conoscenza e dalla volontà) cosicché la Carità, la speranza, la gioia si indirizzino ai beni veri: ciò che è davvero buono; e l’odio, la paura, la tristezza si indirizzino ai mali veri, come il peccato. Quando l’anima è ben ordinata in questo mondo, possiede la pace.

È troppo facile perdere la pace quando pecchiamo, quando ci sbagliamo, quando qualcuno ci ferisce, anche con solo una parola. Perdiamo la pace: siamo assaliti da disturbi, ansia, persino l’orrore. Perdiamo fiducia in Dio, ci allontaniamo da Lui. Bisogna quardare i tempi attuali anche come tempi di prova e di tentazione: tentazione di perdere la pace. Bisogna offrire la sofferenza a Dio, escludere i pensieri negativi dall’anima, riempendola piuttosto di atti di Fede, Speranza e di Carità verso Dio. Questo è vero anche nel caso del peccato: ci confessiamo, andiamo avanti serenamente col proponimento di ammigliorarci.

Nostro Signore Gesù Cristo, Principe della pace, ci dice: ‘Vi do la mia pace: non come il mondo dà: vi do io.’ Perché il mondo non dà la pace, ed il cuore del figlio del mondo non possiede la pace, perché le facoltà della sua anima non sono ordinate e non funzionano come si devono. La sua conoscenza conosce esclusivamente le cose di questo mondo: conosce le cose terrene; la sua volontà vuole e ama solo il proprio benessere; le sue passioni (staccate dalla ragione e dalla volontà) tumultuano, cercando le proprie gratificazioni e tormentandolo. Il figlio del mondo cerca la gioia e la felicità costanti, e trova l’afflizione; l’uomo di Dio cerca la volontà del Signore sempre e trova la pace: il suo premio in terra è la pace, che è la condizione della più grande gioia e felicità possibili quaggiù, ma che nasce sopratutto dal combattimento, dalla pazienza, dalla negazione di se stessi, e dal portare la croce; il suo premio in cielo sarà la Beatitudine eterna.

Chiediamo la grazie di acquistare queste benedizioni per l’intercessione della Madonna, Regina della pace, mentre indirizziamo i nostri piedi sulla via della pace.  Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

I doni dello Spirito Santo

+ In nomine Patri et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

A Pentecoste lo Spirito Santo scese sugli apostoli – nella compagnia della Santissima Madre di Dio – con i Suoi sette doni, affinchè loro andassero tra la gente, ubbidendo al comandamento del Signore: ‘Andate ed insegnate a tutti i popoli’. Questi sette doni vengono comunicati ad ogni cristiano nel battesimo, vengono completati nella Cresima, e sono accessibili a noi quando conduciamo una buona vita e li chiediamo nella preghiera.

Ora, si possono dividere i doni in due categorie: la categoria dei doni intellettuali che illuminano l’intellegenza, e la categoria dei doni affettivi che rafforzano la volontà.

I doni puramente intellettuali sono la scienza, l’intelletto, ed il consiglio.
La Scienza dà un’intuizione sulle cose create nel loro rapporto a Dio: un’intuizione per esempio sulla natura: il sole, l’acqua, i fiori, e gli uccelli. San Francesco godeva di questo dono, guardando le creature (ad esempio nel Cantico del sole) come figli di Dio, creature che lo muovevano alla gioia, al ringraziare ed al glorificare Dio incessantamente. Oppure il dono della scienza può dare un’intuizione sullo stato della nostra anima nel suo rapporto con Dio: un’intuizione di ciò di cui ha bisogno per la sua santificazione. È salutare chiedere il dono di scienza per conoscere in particolare il proprio vizio dominante: cosa principalmente ci muove al peccato? Una volta scoperto, questo vizio si può combattere; una volta vinto ci libera dal vincolo del male.

Il dono dell’Intelletto, invece, dà un’intuizione sulle verità della Fede in se stesse o nel loro rapporto l’una coll’altra – un’intuizione che può avvenire quando, leggendo la Sacra Scrittura, capiamo più profondamente qualche verità di Fede, come la Presenza Reale di Nostro Signore Gesù Cristo.

Il dono del Consiglio è la perfezione della prudenza: ci dice cosa fare o consigliare agli altri, quando una decisione è importante o difficile, e quando la ragione non ci basta. Il dono del consiglio possedevano in alto grado santi come santa Caterina da Siena; di questo dono parla il Signore quando dice: ‘Quando vi consegneranno nella loro mani, non preoccupatevi di come o di cosa dovrete dire, perchè vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire’. Nell’ora delle decisioni importanti e difficili bisogna sempre pregare per questo dono. Troppo spesso agiamo su un impulso o sul parere della prima persona che incontriamo. Dimentichiamo che Dio ha un progetto per noi in tutto, e se chiediamo aiuto a Lui, Lui ci illuminerà.

Il quarto dono di cui trattiamo è quello della Sapienza. Questo dono è allo stesso tempo intellettuale ed affettivo. È come un raggio di sole che illumina e riscalda simultaneamente: illumina l’intelligenza e riscalda il cuore. Per questo, rinforza la Fede, la Speranza, e la Carità e tutte le altre virtù. Fornisce un’intuizione sia sulle cose create che sulle verità di Fede, assieme ad un gusto di loro, permettendoci di vederle e di goderle nella loro fonte e nel loro principio più alto Che è Dio Stesso. In virtù della sua pienezza e della sua sublimità questo dono vale come il dono più perfetto dello Spirito Santo.

Un esempio ne è l’intuizione ricevuta da qualche pio fedele sulla Paternità di Dio, che, già con la pronuncia dell’unica parola ‘Pater’ all’inizio del Pater Noster, non potesse andare oltre, talmente fu afferrato dal mistero del Padre Divino.

Adesso guardiamo i doni puramente affettivi: la pietà, la fortezza, il timore di Dio.

La Pietà è la Carità verso Dio come il nostro Padre. San Paolo esprime questo dono con le parole seguenti: ‘Avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo ‘Abba Pater’’ Questa Carità è allegra, generosa, ed affettuosamente ubbediente; comprende la Carità anche verso coloro che partecipano alla santità di Dio: La Santissima Madre di Dio, i santi, la Chiesa (da Sposa Immacolata di Cristo).

Il dono della Fortezza, invece, ci da la forza di compiere e di soffrire grandi cose per Dio, ossia con fiducia e senza paura – fino all’eroismo ed al martirio. Lo Spirito Santo afferra l’anima e le dà un potere che supera tutti gli ostacoli interni ed esterni. Il dono della fortezza possedeva in alto grado santo Stefano che ‘pieno dello Spirito Santo’, ‘pieno di grazia e di fortezza faceva grandi prodigi e miracoli tra il popolo’.

Questo dono ci permette ad esempio di rimanere raccolti tutta la giornata, di non lamentarci mai, di sopportare amichevolmente una persona antipatica o molesta, di non soddisfare in primo luogo i propri desideri, bensì di cedere a quelli degli altri, di accettare tutte le critiche, sia giuste che ingiuste, che si possono fare di noi. Se siamo deboli di carattere, se siamo preda al rispetto umano, se portiamo una croce pesante, preghiamo per questo dono.

Il Timor di Dio infine è una specie di reverenza verso Dio Nostro Padre. La pietà fu la carità verso Dio Padre; il timor di Dio è la riverenza verso di Lui. Questo timore non disturba l’anima, ma fa che l’anima non volle offendere il Padre benamato; ispira un senso della grandezza di Dio, un senso di pentimento profondo, anche per i nostri errori più piccoli, ed un desiderio di cercare la volontà di Dio in tutto. Effettua un rispetto per Dio ed anche per il prossimo come fratello o sorella in Cristo.

*

Preghiamo per godere dei sette doni dello Spirito Santo: preghiamo che ci illumini l’intelligenza e rafforzi la volontà: soprattutto affinchè possiamo vedere più chiaramente cosa vuole Dio che facciamo della vita in tutti i dettagli; e poi metterlo in pratica.

I sette doni sono come sette vele di una barca sulla quale ognuno di noi prende il largo. Il litorale dal quale siamo usciti è Iddio, origine e fonte di tutto essere; il litorale verso il quale ci rechiamo è Iddio, fine ultimo di ogni cosa e perfezione di tutto essere; il vento che riempie le vele della barca nel suo viaggio attraverso il mare amaro e perfido di questa vita è Iddio Spirito Santo, Suave Donatore di tutti i doni della Carità, a Cui, con il Padre ed il Figlio, sia ogni lode, gloria, ed onore per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Gioia

In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti.

Oggi siamo proprio nel mezzo della Quaresima, la Domenica laetare, quando anticipiamo nella liturgia la gioia della Pasqua e quella della vita eterna, simbolizzata dalla Santa Comunione a cui la moltiplicazione dei pani accenna.
Ma il tema che ho scelto per la predica di oggi è un tema diverso, un tema che dai primi tempi della Chiesa viene sempre ritenuto come il tema principale della meditazione. Il tema che ci porta, meditando, su di esso fra l’altro alla vera gioia spirituale.
Ludovico Blosio (benedettino del XVI secolo) asserisce che il considerare il leggere qualunque cosa della Passione, apporta più bene che ogni altro esercizio devoto, sant’Agostino dice persino che vale più una sola lacrima sparsa meditando la Passione di Nostro Signore che un pellegrinaggio a Gerusalemme, o tutto un anno di digiuno a pane ed acqua.
Il valore di queste meditazioni è soprattutto l’amore che ci guadagnano per Nostro Signore Gesù Cristo +.
Chi poi potrà non amare Gesù, chiede sant’Alfonso ( che è poi la sostanza di questa omelia), vedendoLo morire fra tanti dolori e disprezzi alfine di ottenere il nostro amore?
Un devoto solitario pregava Dio di insegnargli che cosa potesse fare per amarLo perfettamente, gli rivelò il Signore che per giungere al Suo perfetto amore non vi fosse esercizio più adatto che meditare spesso la Sua Passione.
Similmente fu rivelato da Dio ad un santo anacoreta che non vi è esercizio più alto ad infiammare i cuori del Divin Amore quanto il pensare alla morte di Gesù, e san Bonaventura parlando delle piaghe del Crocifisso le chiama “piaghe che impiagano i cuori più duri ed infiammano le anime più fredde”, Vulnera dura corda vulnerantia, et mentes congelatas inflammantia.

Voglio così meditare qualche aspetto della Passione del Signore proprio per accendere il nostro amore per questo Amore Crocifisso del Signore.

Il primo punto è che il Signore ha sofferto la punizione dovuta da ogni peccato (da Lui)mai commesso.
Sant’Ambrogio quando parla della Passione del Signore dice che Gesù Cristo ha dei Discepoli, ma nessuno uguale: discipulos habent, ares non habent.
I Santi hanno provato di imitare Nostro Signore nelle loro sofferenze per rendersi come Lui, ma chi ha raggiunto una sofferenza uguale a Lui? Davvero ha sofferto per noi più di tutti i penitenti, gli anacoreti, i martiri hanno sofferto, perchè Dio ha fatto ricadere su di Lui il peso di una soddisfazione rigorosa alla giustizia divina per i peccati degli uomini, Isaia dice “il Signore fece ricadere su di Lui l’iniquità di noi tutti”, et posuit Dominus in eoiniquitatem omnium nostrum (Is.53,6), e san Pietro dice ” Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno, qui peccata nostra ipse pertulitin corpore suo super lignum” (1Pt.2,24), san Tommaso d’Aquino scrive che “Gesù Cristo redimendoci non solo ha guadagnato la virtù e i meriti infiniti che appartenevano alle Sue sofferenze, ma ha scelto di soffrire una profondità di dolore sufficiente a soddisfare abbondantemente e rigorosamente tutti i peccati del genere umano”.
Questa Sua sofferenza comprende anche la vergogna personale del peccato, del peccatore, il Signore si fece tutt’uno con noi, con il capo e con il corpo, volle che le nostre colpe fossero considerate colpe sue e perciò pagò non solo con il Suo Sangue ma anche con la vergogna di questi peccati.
“L’infamia mi sta sempre davanti e la vergogna copre il mio volto” (Salmo 43),
“la vergogna mi copre la faccia; Tu conosci la mia infamia, la mia vergogna, il mio disonore” (Salmo 68).

Secondo punto: il Signore ha sofferto tutto il dolore dovuto al peccato.
Quando leggiamo le vite dei martiri, dice sant’Alfonso, ci pare al primo sguardo che alcuni abbiano sofferto dei dolori più amari di quelli del Signore, però san Bonaventura dichiara che il dolore di nessun martire poteva mai assomigliare in intensità ai dolori di Nostro Signore.
San Tommaso scrive che i dolori di Cristo erano i dolori più severi che si possono sperimentare in questa vita, san Bonaventura aggiunge che (Gesù) ha scelto di soffrire tanto dolore come se avesse commesso Egli stesso tutti i nostri peccati.
San Lorenzo Giustiniani scrive che in ognuno dei tormenti che ha subito, in virtù dell’agonia e dell’intensità della sofferenza, ha sofferto tanto quanto tutti i tormenti di tutti i Martiri insieme.
Il re Davide l’aveva predetto quando disse, nella persona di Cristo, nel Salmo 87: “Pesa su di me il tuo sdegno, sopra di me è passata la tua ira” – 8 Super me confirmatus est furor tuus; 17 In me transierunt irae tuae.
Sant’Alfonso commenta: “tutta l’ira di Dio che aveva concepito contro i nostri peccati, si è versata sulla Persona di Gesù Cristo + così che l’apostolo poteva dire di Lui che era divenuto peccato per noi, che era divenuto una maledizione per noi.

Sia lodato Gesù Cristo.
In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti.

Castità

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

In una visione di Santa Gertrude la Grande, vissuta nel duecento in Germania ed
una delle più grandi mistiche della Chiesa Cattolica, l’evangelista San Giovanni le
apparve e le disse che come premio della sua insigne Castità: “Ho ricevuto in Cielo
un posto che si distingue per la sua dignità particolare in cui io, nella gloria e nel
Sovraluminoso Splendore raccolgo più direttamente i raggi di quell’amore che è ‘uno
Specchio senza macchia dell’attività di Dio e un riflesso della luce perenne’ ” (Sap.
7.26).

Vediamo che la Castità è una virtù di grande bellezza e splendore, una virtù difatti
che vale più di tutti i tesori di questa terra. Allo stesso tempo sappiamo che è una
virtù difficile da acquistare in quanto richiede un’ascesi intensa e continua, cosa che
si manifesta già nella parola stessa “castità” che viene dalla radice “castigare”.
S.Paolo dice: ”Castigo il mio corpo e lo trascino in schiavitù.”
Per non sposati, la castità consiste nell’astinenza da tutti atti e piaceri sessuali; per
sposati consiste nella moderazione in questi atti e piaceri, o in alternativa
nell’astinenza totale se tutti e due sono d’accordo nel farlo.

Un‘altra parola per la castità è la ‘purezza’ nel senso di purezza del cuore,
dell’amore. Questa parola ci mostra che la virtù in questione è qualcosa di assoluto ed
incontaminato. La ragione di questo è che qui si tratta del nostro amore per Dio o
immediatamente, o mediatamente tramite le creature.
Questa castità, questa purezza del cuore, perché è così difficile da acquistare?
Perché richiede una specie di castigazione di sé stessi? A causa del Peccato Originale,
che ha diminuito il controllo della ragione sui sensi (che comprendono anche le
emozioni), e perciò ha condotto alla ‘Concupiscenza’: la concupiscenza che è il
desiderio di soddisfare i sensi contro il giudizio della ragione. Ora la virtù che si
oppone a questo male è la virtù cardinale della temperanza o moderazione. La
temperanza nel campo della sessualità si chiama la castità.

Per l’uomo ferito nella sua natura dal Peccato Originale, è già abbastanza difficile
resistere alla tentazione della carne, ma nella nostra epoca, quando si riuniscono
insieme il Mondo, la Carne, e il Demonio in una vera e propria congiura contro
l’integrità dell’uomo, è divenuta ancor più dura la resistenza.
Il Mondo si manifesta nel cinema, nella televisione, in internet, libri, pubblicità,
musica, mode, e tutti i mass-media, ed anche nei programmi scolastici delle scuole,
che, nel nome della ‘letteratura’ introducono l’oscenità nei cuori della gioventù e
persino dei bambini, per non parlare dei corsi di educazione sessuale che seguono
l’idealogia pervertita e pervertente di ‘Gender’.

Satana, di cui la presenza è segnalata dalla natura universale e sistematica delle
sue operazioni, agisce qua in una maniera attenta e spietata. Il suo motivo è il suo
odio contro Dio che vuole ferire, attaccando l’uomo fatto secondo la Sua immagine e
somiglianza, particolarmente se membro del Corpo Mistico di Cristo. Opera qui con
un assalto brutale sugli occhi e sulla fantasia tramite immagini sempre più audaci,
con le sue promesse vuote, e le sue proposte di gioia senza nome, di felicità terrena,
intimità, e soprattutto dell’amore. Si insinua nella parte più intima e segreta della
persona, per contaminarla poi e attirarla verso di lui.

Perché il Demonio si interessa ai peccati contro la castità? Solo perché sono
peccati gravi, peccati mortali. Ma perché sono gravi? Per capire questo, bisogna
chiederci qual’è lo scopo, il fine della sessualità. Nostro Signore ha creato tutto con
uno scopo, una finalità. La sessualità ha la finalità della procreazione, dice San
Tommaso, “come l’ occhio è fatto per vedere”. Ora, in quanto la procreazione, o più
precisamente la conservazione del genere umano in vita, è il bene naturale più
grande di tutti secondo San Tommaso, ne consegue che la corruzione di questo bene è
un gran male, secondo il proverbio scolastico: Corruptio optimi pessima est. Per
questo è un grave peccato la impurezza in castità.

Vogliamo sentire ciò che San Pio X dice sull’impurezza nel suo Catechismo. ‘E’
grande il peccato di impurezza?’ chiede lui, e risponde: ‘Il peccato di impurezza è un
peccato gravissimo ed abominevole dinanzi a Dio e agli uomini; avvilisce l’uomo
alla condizione dei bruti e lo trascina a molti altri peccati di impurezza e provoca i
più terribili castighi in questa vita e nell’altra’.

La peccaminosità particolare dell’impurezza sta nel fatto che questi peccati
vengono commessi contro il proprio corpo, secondo S.Paolo nella I lettera ai Corinzi.
Sono ancora più gravi quando la persona è battezzata, perché allora pecca anche
contro Nostro Signore Gesù Cristo di cui (in quanto Corpo Mistico) è membro, e
contro lo Spirito Santo, di cui è il tempio.

Aggiungiamo che ricevere la santa Comunione nello stato di peccato mortale che
è conseguenza di questo tipo di peccato, è un ulteriore peccato mortale, ossia un
sacrilegio. Lo stesso Catechismo insegna al riguardo : “Chi sa di essere in peccato
mortale che cosa deve fare prima di comunicarsi? Chi sa di essere in peccato mortale
deve, prima di comunicarsi, fare una buona confessione, non bastando l’atto di
contrizione perfetta senza la Confessione a chi è in peccato mortale, per comunicarsi
come conviene”.

I peccati contro la purezza sono tutti gravi: sia quei commessi da soli, sia con
qualcun altro, sia colla contraccezione, sia colla fantasia; sono ancora più gravi se la
persona in questione è battezzata, e, se si tratta di due persone, se uno dei due o tutti e
due sono sposati con un altro, se uno o due sono consacrati, o se tutti i due sono dello
stesso sesso. Anche è un peccato grave suscitare la passione sessuale, senza però
completare l’atto, perché è già l’inizio dell’atto e l’incontro fornisce l’occasione per
completare l’atto. Si ricordi che nell’atto di dolore si promette di ‘evitare le occasione
del peccato’.

Purtroppo nel mondo di oggi questi peccati non vengono più considerati come
peccati, ma persino come un diritto dell’uomo.
Come ci dobbiamo comportare da buoni cattolici? Noi cattolici dobbiamo nuotare
contro la corrente di una perversa generazione, perché solo chi nuota contro la
corrente può raggiungere l’acqua sana, fresca, e pura. Ascoltiamo gli Apostoli che
vissero in un’epoca simile alla nostra.
San Pietro scrive (I. 4. 2-4): non si deve “servire più alle passioni umane ma alla
volontà di Dio, nel tempo che gli rimane in questa vita mortale. Basta col tempo
trascorso nel soddisfare le passioni del paganesimo, vivendo nelle dissolutezze, nelle
passioni… per questo trovano strano che voi non corriate insieme con loro verso
questo torrente di perdizione e vi oltraggiano”.

San Paolo scrive (1. Tess. 4. 3-5, 7): “Perché questa è la volontà di Dio, la vostra
santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il
proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i
pagani che non conoscono Dio. Dio non ci ha chiamati all’impurezza, ma alla
santificazione.”
San Pio X insegna nel suo Catechismo che per mantenerci casti “Conviene
fuggire cattive compagnie, la lettura di libri e dei giornali cattivi, l’intemperanza, il
guardare immagini indecenti, gli spettacoli licenziosi, le conversazioni pericolose e
tutte le occasioni di peccato. Una persona che trova che le sue forze naturali sono
inadeguate a mantenere la castità deve pregare l’aiuto di Dio che non chiede mai
l’impossibile”.

Viene raccomandato il ricorso frequente al Sacramento della Penitenza, alla santa
Comunione quando la persona è in uno stato di Grazia, e la recita fervorosa del Santo
Rosario. Verrà dato l’aiuto necessario in modo particolare agli sposi mediante le
grazie che provengono dal Sacramento del Matrimonio.
Per fidanzati: come si devono comportare? Il fidanzamento non ha senso se non in
rapporto al matrimonio. In vista del matrimonio, però, si devono comportare in modo
modesto, puro, moderato e disciplinato, mai comportandosi in un modo in cui si
vergognerebbe essere visti ad esempio dai propri genitori.

Solo così si possono preparare a un matrimonio stabile e duraturo. La
preparazione peggiore al matrimonio è l’impurezza tra i fidanzati perché crea un
terreno edonistico incapace di sostenere una vita matrimoniale autentica fino alla
morte. Anzi, è il modo ottimo per distruggerla già prima che non venga in esistenza.
Talvolta qualcuno si chiede perché tanti matrimoni falliscono oggi. La risposta
deve essere perché vengono visti come qualcosa di ordine meramente naturale. I
sentimenti vengono glorificati, preparano un terreno fatale per il matrimonio,equando
dopo il matrimonio vengono meno,il rapporto si scioglie. C’è un edonismo
onnipresente, un ‘ignoranza sulla natura del matrimonio, la sua istituzione divina, la
sua natura sacramentale; non c’è preghiera, non c’è Fede. La Fede illuminata dalla
dottrina cattolica e vivificata dalla Carità, è la preparazione indispensabile per il
matrimonio e per qualsiasi altra scelta o azione della nostra vita.

Una parola sulla Castità perfetta. Questa specie di castità si distingue per un voto
o una promessa solenne e per il suo scopo che è cioè di dare sé stessi a Dio
completamente con il cuore indiviso. Una differenza particolare tra la vita
matrimoniale e la vita consacrata è la capacità della persona consacrata di darsi
completamente a Dio con cuore indiviso.

Anche se San Paolo ne parla esplicitamente, molti uomini della Chiesa di oggi
pretendono che tutti e due i tipi di vita siano sullo stesso livello. Non è vero. La
castità perfetta o verginità consacrata, è un segno più chiaro del matrimonio, dell’
unione di Cristo alla Sua Chiesa. Sappiamo che una caratteristica del matrimonio
sacramentale è il segno dell’Unione di Cristo alla Sua Chiesa, ma la vita consacrata
ne è un segno ancor più chiaro, come dice Papa Pio XII nella sua enciclica Sacra
Virginitas. Nella parola di S. Cipriano,queste anime consacrate sono uguali agli
angeli di Dio. Il loro amore possiede una purezza e splendore particolare.

La vita consacrata si caratterizza per i tre voti: i voti della castità, obbedienza, e
povertà. Questi voti combattono le tre concupiscenze conseguenti al Peccato
Originale. La prima è la concupiscenza degli occhi che è il desiderio di possedere
cose e informazioni in modo eccessivo: contro questa concupiscenza sta il voto di
povertà; la seconda è la concupiscenza della carne, di cui ho appena parlato: il voto in
questione è quello della castità; la terza è la concupiscenza della propria eccellenza,
la concupiscenza spirituale, la superbia della vita: il voto che contrasta questa
concupiscenza è quello della ubbidienza.

Per mostrare che questo tipo di vita, la vita di perfetta castità, è più alta di quello
matrimoniale, il concilio di Trento dichiara infallibilmente che è beatius et melius,
vivere così: vuol dire più felice e migliore.

Con queste riflessioni sulla Castità perfetta, siamo tornati all’inizio di questa
conferenza: lo splendore della castità. La dottrina della Santa Chiesa Cattolica sulla
castità è logica anche se è considerata eccessiva dai figli del mondo. In verità però
non è eccessiva, ma molto realista: è un richiamo alla ragione e al buon senso, una
sfida alla maturità, alla responsabilità, alla integrità, ed al coraggio.

Non siamo irrazionali; non cediamo alle convenzioni di un mondo sempre più
degradato e pervertito; non seguiamo le nostre emozioni disordinate a causa del
Peccato Originale, che conducono, infine, solo al sentimento del vuoto, della
tristezza, e persino alla disperazione, per non parlare dell’Inferno. Bensì
controlliamoci e moderiamo le nostre emozioni con la facoltà più alta della Ragione
per vivere in pace e felicità, nella pienezza delle virtù.
In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

Amore

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.

In una frase profetica, il grande filosofo, oratore romano, Cicerone dichiarò “due cose rivelano l’amante: che fa del bene all’amato e che sopporta la sofferenza di croce, e quest’ultima cosa è il segno più grande dell’amore”.
Similmente san Pietro Crisologo, Vescovo e Dottore della Chiesa, dice che l’Amore di Dio per l’uomo non sarebbe stato soddisfatto se non avesse sofferto fino alla morte per lui. Riteneva che fosse troppo poco se non avesse mostrato il Suo amore verso di noi tramite la sofferenza, e san Gregorio Nazianzieno scrive: in nessun altro modo l’amore di Dio per noi poteva essere dichiarato.
Seguendo san Bernardo, san Bonaventura asserisce, nel suo trattato “la vita mistica”, le parole seguenti: “Nella passione e nel rosso della Passione si rivela l’ardore della Carità grandissima ed impareggiabile – e continua – come rosa chiusa dal notturno gelo, quando il Sole Levante la riscalda, si apre tutta e dai petali aperti mostra, nella sua porpora, un ardore giocondo, così il delizioso Fiore del Cielo, l’ottimo Gesù, che nelle lunghe età da dopo il Peccato di Adamo era chiuso dal freddo notturno, e non somministrava ancora pienezza di grazia ai peccatori finalmente, avvicinandosi la pienezza dei tempi, acceso dai raggi dall’Amore ardententissimo, si aprì tutto in ogni parte del Suo Corpo e la Fiamma della Rosa d’Amore rifulse nel rosso vivo del Sangue”.
Quando Nostro Signore Gesù Cristo + il cui Nome sia sempre Benedetto, ci chiede oggi di amarLo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente, ci chiede di amarLo fino alla sofferenza, il segno più grande dell’amore.
Di tenere i Suoi comandamenti fino al punto che ci fa soffrire lottando contro la nostra natura caduta, nei nostri desideri bassi e meschini, la nostra riluttanza di fare grandi sforzi compiendo i doveri nel nostro stato di vita, anche quando si sembrano insopportabili, facendo quel lavoro che è, nelle parole di santa Teresina ispirate dalla Sacra Scrittura, fra tutti il più penoso e che consiste in quello che si intraprende sopra se stessi per arrivare a vincersi, e infine, accettando ed offrendo a Dio, per l’intercessione della Madonna, senza lamentarsi, tutti gli sconforti, tutti i dolori e tutte le sofferenze che Dio, nei Suoi disegni e nel Suo amore insondabili per noi, si degna di mandarci per Amore di Lui, per glorificare il Suo Santo Nome e per la nostra eterna beatitudine.
Amen

In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti.
Sia lodato Gesù Cristo.