4. L’Imitazione del Bambino Gesù

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

In questo tempo natalizio accogliamo il Signore nella Sua semplicità, nella Sua innocenza, e nella Sua umiltà. AmiamoLo così, ed amandoLo imitiamoLo così. ‘Imparate da me’ ci dice, ‘Che sono mite ed umile di cuore.’

L’imitazione di Cristo è l’unico scopo della vita umana: per questo siamo stati creati, ossia secondo la Sua immagine; questo è il fondamento della nostra dignità, della nostra eccellenza come uomini; questo è la misura della nostra gloria eterna in cielo. Bisogna imitarLo in tutto ciò che sappiamo di lui: in tutto ciò che faceva ed era – ed era anche un bambino.

Nostro Signore Gesù Cristo ci insegna che bisogna divenire come bambini per entrare nel regno di Dio – come bambini innanzitutto verso Dio: per mezzo della semplicità e dell’innocenza nella preghiera e nella confessione, dicendo tutto a Lui ed al Suo ministro con una grande semplicità, senza nascondere niente; per mezzo della nostra umiltà, sapendo che Lui è tutto e noi non siamo niente.

Bisogna divenire come bambini anche verso il prossimo, nella semplicità e nell’innocenza dei nostri rapporti con lui, ed anche nel pregare per i nostri nemici (ovvero per coloro che ci offendono), senza mai parlare male di loro. Bisogna anche essere umili con tutti e non cercare il nostro interesse nel primo luogo, ma piuttosto la gloria di Dio in tutte le cose.

E così, carissimi fedeli, abbiamo meditato sulla Gloria di Dio nell’arco dei cieli come la luce increata ed eterna, annunciata dagli angeli alla notte della Sua natività, e poi apparso in terra come un piccolo Bambino.

Questo Bambino bisogna amare ed imitare per poterci avvicinare a Lui senza paura, per provare, nelle parole di nuovo di don Guéranger, ‘meno spavento all’annuncio terribile che ci fa il Vostro profeta il quale, superando i secoli con la rapidità della Vostra parola, ci preannunzia già l’avvicinarsi di quel giorno terribile in cui Voi verrete all’improvviso, ardente nel Vostro furore con le labbra piene d’indignazione e la lingua simile ad un fuoco divoratore. Oggi non facciamo che sperare, e aspettiamo una Venuta del tutto pacifica: siateci propizio nell’ultimo giorno; ma ora lasciate che Vi diciamo con uno dei Vostri pii servi, il venerabile Pierre de Celles…:

Sì, venite, o Gesù, ma nelle fasce, non nelle armi; nell’umiltà, non nella grandezza; nella mangiatoia, non sulle nubi del cielo; nelle braccia della Madre Vostra , non sul trono della Vostra Maestà; sull’asina, e non sui Cherubini; verso di noi, e non contro di noi; per salvare e non per giudicare; per visitare nella pace e non per condannare nel furore. Se venite così, o Gesù, invece di fuggire da Voi, è verso di Voi che correremo’.

Anzi, carissimi amici, se noi avremo vissuto semplici, innocenti, umili come bambini Lui ci accogliera come bambini, e ci dirà: ‘Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite, perché di questi è il Regno di Dio.’

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Consigli per Santificarsi

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Un vecchio catechismo ci dà dei consigli diversi per progredire verso la perfezione: ‘non guardarsi intorno camminando per strada, evitare discorsi inutili, non urlare, non ridere in modo chiassoso, non lamentarsi subito per la sfortuna, possibilmente non mangiare fuori pasto, non dormire troppo a lungo, ritirarsi ogni tanto in solitudine, non parlare di se stessi senza motivo, e non contraddire nessuno, per quanto possibile.’ Se siamo disordinati, aggiungiamo, negligenti, trascuranti, trascurati, perfezioniamoci anche là. Utili sono anche i piccoli atti di mortificazione: renunziare ai nostri capricci, a piccoli piaceri a tavola (non prendendo sempre tutto ciò che ci piace) a regolare la temperatura di casa così che divenga sempre assolutamente perfetta per i nostri gusti.

Padre di Caussade nei suoi scritti sull’abbandono alla divina Provvidenza esprime la santità in termini della ‘docilità all’ordine di Dio’: ‘In realtà’ lui scrive ‘la santità si reduce ad un’unica cosa: la fedeltà all’ordine di Dio. Questa fedeltà è altrettanto accessibile a tutti, sia nel suo esercizio pratico sia nel suo esercizio passivo.

‘La pratica attiva della fedeltà consiste nel compimento dei doveri che ci sono imposti sia dalle leggi generali di Dio e della Chiesa; sia dallo stato particolare che abbiamo abbracciato. Il suo esercizio passivo consiste nell’accettare amorevolmente tutto ciò che Dio ci invia ad ogni istante.’

Sant Alfonso Maria de’ Liguori, invece, nel suo piccolo libro’ La pratica di amare Gesù Cristo’ che lui descrive come ‘la più devota ed utile di tutte le altre’ opere, riassume i tratti principali della via della perfezione e della santificazione nei seguenti tre appunti:

1) Nelle tribolazioni della vita: malattie, dolori, povertà, perdita di parenti o beni, persecuzione di ogni tipo, desolazione dello spirito: sopportazione con pazienza, rassegnazione, uniformità alla volontà di Dio;

2) Dolcezza con tutti: con superiori, suddetti e qualsiasi persona, anche quando un altro ci ingiuria, o quando occorre richiamare qualcuno;

3) Mai arrabiarsi, mai invidiare, cercare il gusto di Dio in tutto, e mai noi stessi, umiltà, distaccco di tutto il creato per attaccarsi solo a Dio

In una parola, tutta la santità, secondo sant’ Alfonso, consiste nell’amore di Dio.

Un’ultima parola sulla sofferenza. Abbiamo visto che la vita spirituale che conduce alla santità esige una lotta ed il sacrificio. E questo è davvero nostro compito come battezzati. San Pietro scrive (1.2.5): ‘Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo.’

Il sacrificio di cui parliamo coinvolge il distacco da se stessi e l’aderenza a Dio. Questo processo viene espresso da Nostro Signore con le parole seguenti: ‘Se qualcuno vuol venire dietro a Me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e Mi segua’ (Mt 16.24).

Ma allo stesso tempo che questa via della seguela di Cristo è una via di sacrifizio e di morte, è una via che conduce alla Risurrezione ed alla vita; e allo stesso tempo che ci svuotiamo di noi stessi ci riempiamo di Lui Stesso che ci dà la vera vita e la vera felicità. E se seguiamo Cristo in questa vita, Lo seguiremo alla vita eterna, alla nostra Beatitudine ad alla gloria del Suo Santissimo Nome. Amen.

Deo Gratias!

La Pazienza

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

  1. La Natura della Pazienza


In varie domeniche dell’anno liturgico, la liturgia romana ci propone il tema della carità. Cos’è la carità? Alcuni ritengono che sia il dare soldini ai mendicanti per strada, invece è qualcosa di ben diverso. La carità è Dio: Deus caritas est:
– La carità nel primo luogo è quell’amore che costituisce la natura di Dio Stesso;
– in secondo luogo è quell’amore con la quale Egli ci ama;
– in terzo luogo è l’amore con il quale noi amiamo Lui ed il prossimo in Lui.


La carità è un amore sovrannaturale, che, come tale, richiede da parte dell’uomo il battesimo e lo stato di Grazia. Il Dalai Lama, ad esempio, tra tutte le sue virtù, non possiede la carità; qualcuno nello stato di peccato mortale non possiede la carità. Il Dalai Lama si deve fare battezzare ed il peccatore si deve convertire: altrimenti non potranno amare Dio come Egli lo vuole: ovvero con la carità, e non si potranno salvare.


‘Nella sera della vita saremo esaminati sulla carità’, dice san Giovanni della Croce. Questo esame, carissimi amici, è un affare di importanza vitale, perché determinerà la nostra eternità. Se qualcuno muore senze la carità (ovvero nello stato di peccato mortale) sarà condannato all’Inferno; se muore con la carità, invece, raggiungerà il Paradiso, ed il grado della sua carità determinerà il suo grado di gloria in Paradiso: il grado secondo cui potrà conoscere ed amare le infinite perfezoni di Dio per tutta l’eternità.


‘La Carità è paziente’ dice san Paolo, ed è su questa virtù che ci vogliamo soffermare oggi. La pazienza è un’alta virtù che san Paolo pone subito dopo la carità, come per dire che ne sia il componente principale. Nei proverbi 16.32 leggiamo che ‘il paziente è meglio del forte’, e ‘chi domina la propria anima è meglio del conquistatore di città.’ San Gregorio Magno, che regnava sulla santa Chiesa dall’ anno 590 all’anno 604, spiega che il paziente è meglio del forte in quanto è maestro non su città bensì su se stesso; espone la parola del Signore nel vangelo di san Luca ‘Nella pazienza possederete le vostre anime’ nello stesso senso: il paziente possiede la sua anima in quanto ne è il maestro, sottomettendola, come si deve, sotto la ragione.


Lo stesso papa insegna che per essere pazienti non basta un comportamento esterno: occorre anche la pazienza interna; non basta neanche uno spirito di tolleranza, ma anche uno spirito benigno – è per questo, infatti, che se reagiamo pazientemente ad un contrattempo o ad un’offesa, occorre che rimaniamo pazienti anche dopo: quando l’idea del contrattempo, e sopratutto dell’offesa, ci torna in mente. Lui spiega che il demonio si indegna molto se qualcuno reagisce ad un’offesa con pazienza. E perciò torna all’attacco più avanti per vindicarsi col ricordo dell’offesa, spingendo la persona con violenza a perdere controllo di se stesso, ed a peccare.


Così è la pazienza. È un tipo di carità che si può esercitare verso Dio e verso il prossimo spesse volte al giorno; è un tipo di mortificazione, si può dire, tramite la quale combattiamo le tre concupiscenze e le sottomettiamo alla ragione per possedere le nostre anime, un tipo di mortificazione, inoltre, per sopportare un male che Dio ci manda, piuttosto di un male scelto da noi: per questo è anche più meritevole. Santa Teresa d’Avila dice che è meglio sopportare con pazienza tutte le contrarietà ed avversità di una giornata, che non digiunare a pane ed acqua per tutto un anno.
Fiat! Fiat!


+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Pazienza e la Sofferenza

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.


San Paolo esprime un altro aspetto della carità con le parole: ‘omnia suffert’: tutto soffre, ciò che ricorda la Passione del Signore che viene evocata nel vangelo del giorno stesso in cui la liturgia ci presenta il brano di san Paolo sulla carità: ‘Il Figlio dell’Uomo sarà consegnato ai pagani, schernito, oltraggiato, coperto di sputi, e dopo averLo flagellato, Lo uccideranno…’ La pazienza, come abbiamo visto, è un componente della carità: tutte e due virtù hanno un aspetto sofferente. La vera carità si mostra e si colma nella sofferenza: così anche la vera pazienza.


La parola ‘pazienza’ deriva dalla radice ‘pati’ che significa soffrire. È qualcosa di doloroso, come ogni tipo di mortificazone; pur essendo quasi insignificante in confronto con la Passione del Signore, deriva il suo bene dalla sua unione con essa.


Come scrive una certa madre superiora ormai beatificata: ‘MirateLo bene pendere su da quel tronco, tutto spasimante per vostro amore; e poi paragonate il vostro dolore di capo col Suo, trafitto da mille pungentissime spine; mettete al confronto il vostro dolore di stomaco col Suo: Egli ha tutte le ossa fuori del suo luogo; o che spasimo doveva sentire tutta la Sua santissima vita fatta una sola piaga! La vostra stanchezza confrontatela: Egli non ha dove posare il Suo divin capo, e tutta la Sua santissima vita sta tutta pendente da tre chiodi ed Egli è tutto una sola piaga. Ci viene detta una parola aspra e pungente, ci viene fatto un torto, un’ingiuria; quell’anima che porta impressa nel suo cuore la Passione di Gesù Cristo, subito si acquieta, anzi si consola nel vedersi partecipe dei Suoi disonori.’


Siamo nati nel Peccato Originale; abbiamo peccato personalmente; abbiamo contratto cattive abitudini. Dio ci manda prove per lavorare su noi stessi, per ammorbidire quei sassolini acuti e fastidiosi che siamo noi, per noi stessi e per altri. Chiediamo a Lui la grazia di essere docile alla Sua divina Volontà: per migliorarci e perfezionarci sulla via dura di questa vita, affinchè, nelle Sue parole, nella pazienza possiamo possedere le nostre anime. Amen.


+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Via della Perfezione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Con la conversione (la prima, o anche la seconda) viene spesso un gran desiderio della perfezione. Il convertito si precipita nella lettura della vita dei santi, nella preghiera, sopratutto vocale, volendo ad ogni costo precipitarsi subito, catapultarsi per così dire, verso la santità con tutte le forze dell’anima.

La via della santificazione, però, è lenta: è organica come ogni tipo di sviluppo attraverso il tempo ed ogni tipo di progresso. Come scrive il cardinal Gasparri nel suo catechismo: ‘una piantina non può divenire un albero nello spazio di una notte; un’alta montagna non si può scalare in pochi minuti’. Ci vuole tempo, e bisogna ricordarsi che questa vita non è come il volo di un catapulto, bensì un cammino verso una meta: un cammino, una via, una strada, un viaggio, un impegno in cui tutto conta per l’eternità, in cui ogni passo, sprofondandosi costantamente nell’eternità, si guadagna un significato eterno.

La precipitazione ci ruba la pace dell’anima, spesso comporta con sè l’impazienza e la frustrazione alle cadute inevitabili (anche per coloro pieni di buona volontà) e non è sovrannaturale. La motivazione e l’atteggiamento che ci devono accompagnare sulla via della perfezione sono piuttosto quelli della speranza, tramite cui vediamo tutto alla luce della Fede e ci affidiamo a Dio, la forza, il coraggio, la pazienza, la perseveranza, il portare la croce. La via della perfezione è una sfida: abbiamo il coraggio di accettarla e di abbracciarla con calma: perché Dio lo vuole, e se ci mettiamo la nostra buona volontà, Egli ci aiuterà a raggiungere la meta di questa via che è Lui Stesso: la nostra eterna beatitudine.

Man mano che avanziamo sulla via di perfezione, una crescente carità si manifesterà tanto nella preghiera quanto in tutte le azione che compiamo.

La preghiera si semplifica: la preghiera vocale, come del santo rosario, si mantiene, ma si ci aggiunge la preghiera mentale: la meditazione o la contemplazione. A coloro che iniziano la pratica della preghiera mentale viene raccomandato trovare uno spazio quottidiano di 20-30 o almeno 10 minuti per essa.

La meditazione si fà idealmente su un brano del vangelo, caratteristicamente sul Signore Stesso, leggendolo lentamente, assaporandone il contenuto, e lasciandoci eventualmente anche toccare o commuovere da esso. La contemplazione, invece, comincia con uno slancio del cuore verso Dio, o presente nel tabernacolo in chiesa o nello spirito a casa ad esempio, ed un atto di unione spirituale con Lui. Ne segue un tempo di unione consapevole a Lui.

Di fatti caratteristica della vita di coloro che pregano in questo modo contemplativo è ‘la pratica della presenza di Dio’. E’ vero che Dio è presente dapertutto, ma è presente nell’anima dei giusti in modo speciale. Sant’ Agostino dice che Egli è più vicino a noi che noi non siamo a noi stessi. La pratica della presenza di Dio è la consapevolezza di questa Sua presenza. La pratica comincia con uno sforzo regolare per poi divenire automatica. La beata Elisabetta della santa Trinità scrive: ‘il mio cuore è sempre con Lui: car mon coeur est toujours avec Lui.

Abbiamo detto che una maggiore carità si manifesta nell’azione di colui che tende alla perfezione. Infatti questa carità comincia ad estendersi in tutte le sue azioni: il compimento di tutti i doveri dello stato di vita: del lavoro, della famiglia, verso i dipendenti, verso il prossimo, dove il soggetto prova ad essere perfetto in tutto, per amore di Dio. Questo si fà con la pratica di tutte le virtù: con la carità si prova ad essere amichevoli a tutti; con la pazienza ad accettare tutte le difficoltà con perfetta rassegnazione; con la moderazione regolando le passioni: la rabbia, la paura, la tristezza, l’affetto disordinato.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Mezzi di Perfezione secondo Sant’Alfonso

+ In nomine Patris et Filii Spiritus Sancti. Amen.

In questo articolo citiamo i mezzi di perfezione consigliati da sant’Alfonso.

A. Gli Atti più Importanti:

1) Fuga di ogni peccato volontario, benché veniale. Se per disgrazia commettiamo qualche difetto, guardiamoci bene dall’innervosirci con noi stessi. Piuttosto pentiamoci e facciamo atti di amore a Cristo, promettendogli, col Suo aiuto, di non peccare più;

2) Desiderio di raggiungere la perfezione dei santi, e soffrire tutto per la gloria di Dio. Se non avvertiamo questo desiderio, preghiamo Gesù Cristo che ce lo conceda, altrimenti non faremo alcun passo sulla via della perfezione;

3) Decisione seria di giungere alla perfezione. Chi non ha tale fermezza, risulta fragile e perdente nelle prove. La persona decisa, invece, con l’aiuto di Dio che non le manca mai, è sempre vincente;

4) Due ore, o almeno una, di meditazione al giorno, e non lasciarla mai, senza una vera necessità, anche se avvertiamo sensi di noia, aridità, o altro;

5) Comunione frequente;

6) Mortificazioni esterne come digiuni. Per quello essenziale di avere un direttore spirituale, in quanto tali mortificazioni, fatte senza il consiglio del direttore, sono occasioni di vanagloria e di intralcio alla santità;

7) Preghiera incessante a Gesù Cristo per tutte le nostre necessità, ricorrendo all’intercessione del nostro angelo custode, dei santi e particolarmente dell divina Madre Maria, Mediatrice di tutte le grazie. Dalla preghiera dipende ogni bene.

B. Petizioni di Preghiera

Bisogna anzitutto chiedere ogni giorno a Dio il dono della perseveranza nella Sua grazia. Questa grazia l’ottiene solo chi la chiede; cho non la chiede, non la ottiene e si danna;

Chiediamo a Lui il Suo santo amore ed una perfetta uniformità alla Sua volontà; ma chiediamo tutto e sempre per i meriti di Gesù Cristo.

Queste preghiere dobbiamo farle la mattina, appena svegli, e poi rinnovarle nella meditazione, durante la partecipazione all’ Eucarestia, nella visita al S.mo Sacramento, e la sera nell’esame di coscienza. Particolarmente nelle tentazioni dobbiamo chiedere aiuto a Dio di resistere, in modo particolare se sono contro la castità, invocando i Nomi di Gesù e Maria. Chi prega vince; chi non prega resta sconfitto.

C. Rimedi alle Tentazioni e Desolazioni di Spirito

Contro le tentzioni, due sono i rimedi: la rassegnazione e la preghiera. La rassegnazione perché, anche se le tentazioni non vengono da Dio, tuttavia è Lui che le permette per il nostro bene. E per moleste che siano, non ci dobbiamo innervosire ma piuttosto rassegnarci alla volontà di Dio che le permette, ed affidarci alla preghiera, l’arma più forte e sicura per vincere i nemici.

I cattivi pensieri, per quanto blasfemi e ripugnanti, non sono mai peccato, se vi manca il nostro deliberato consenso.

Nell’assalto delle tentazioni è di grande efficacia rinnovare il proposito di voler morire anziché offendere Dio; come anche segnarci col segno della croce, con l’acqua benedetta, e confidarle al confessore. Ma il rimedio più efficace resta la preghiera a nostro Signore Gesù Cristo ed alla Madonna.

Nelle desolazioni di spirito, poi, riconosciamoci meritevoli dell’ essere trattati così e rassegniamoci alla volontà di Dio, abbandonandoci tra le sue braccia.

Quando Dio ci offre delle consolazioni, prepariamoci subito alle tribolazioni. Se poi manda desolazioni, umiliamoci e rassegniamoci alla Sua volontà. Profitteremo più con le desolazioni che con le consolazioni.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Trasfigurazione e l’Agonia nell’Orto

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Durante la Sua vita terrena, Nostro Signore Gesù Cristo nascondeva la Sua divinità, rivelandola solo due volte: al Battesimo ed alla Trasfigurazione. Al secondo avvenimento leggiamo: ‘Fu trasfigurato davanti a loro; il Suo volto brillò come il sole e le Sue vesti divennero candide come la luce… una nube luminosa Lo avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: ‘Questo è il Figlio Mio prediletto nel quale Mi sono compiaciuto.’ Qua la divinità del Signore si manifesta nella luce che è quella increata di Dio, ed, in modo trinitario, nella voce del Padre e nella nube dello Spirito Santo.

Il Signore manifesta la Sua divinità sul Monte Tabor, come più avanti manifesterà la Sua umanità nell’Orto di Getsemani. I testimoni sono gli stessi, i discepoli privilegiati: san Pietro, ed i fratelli san Giovanni e san Giacomo. Testimoniando gli avvenimenti sul Monte Tabor e nell’orto di Getsemani imparano in modo più potente e più eloquente che non con parole: ovvero che Gesù Cristo è allo stesso tempo Dio e Uomo, per poter prendere coraggio quando soffrirà, e speranza quando morirà.

Nell’Orto degli Ulivi, commenta Teofilatto, Gesù ‘porta con Sé solamente i tre discepoli che avevano contemplato la Sua gloria sul Monte Tabor, affinché coloro che videro la Sua potenza mirassero anche la Sua tristezza e scoprissero, in quella afflizione, che Egli era vero uomo. E poiché aveva assunto tutta quanta l’umanità, assunse anche i tratti caratteristici dell’uomo: il timore, l’angoscia, la naturale tristezza: è infatti logico che gli uomini vadano alla morte contro la propria volontà.’

Se il Signore manifesta la Sua divinità ai discepoli per rinforzarli quando Lui soffrirà, bisogna constatare che non saranno all’altezza di questo compito nel tempo della Passione. Perché quando li lascierà nell’Orto, chiedendoli di pregare e di vegliare con Lui, si addormenteranno, mentre Lui veglia, prega, e viene preso dalla tristezza, dall’angoscia, e dall’agonia, fino a venire bagnato di un sudore di sangue alla vista dei peccati che gli uomini avevano commessi e che commetterebbero fino alla fine dei tempi, e alla vista dei peccatori che non si sarebbero convertiti malgrado tutte le Sue sofferenze.

Va dai Suoi discepoli e li trova che dormono, e dice: ‘Così non siete stati capaci di vegliare neppure un’ora con me?’ Mi sono rivelato a voi, e voi sapete che sono Dio. Vi ho creati; Mi sono appena dato a voi nella santa Comunione; vi ho promesso il cielo. Adesso porto su di Me tutti i vostri peccati assieme a quelli dell’umanità intiera, e vi chiedo di vegliare un’ora con Me: non per soffrire con Me le pene che voi anche avete meritato, ma solo per tenerMi compagnia, come si farebbe ad un amico – e non siete stati capaci? Era troppo per voi?’

Non cerca una risposta, perché sa tutto, come san Pietro Glielo dirà, ma cerca di toccare la coscienza, di far chiedersi i discepoli : ‘Potevo vegliare? per ammettere che non lo avevano voluto e per fare il proponimento in seguito di vegliare per il futuro.

‘Non siete stati capaci di vegliare neppure un’ora con Me?’ E’ la domanda che risuona attraverso i secoli e viene rivolta anche a noi. Il Signore ha rivelato anche a noi la Sua divinità e la Sua umanità: non agli occhi del corpo, bensì a quelli dello spirito: nella Fede. Si è rivelato come Luce divina che abbiamo professato nel credo: lumen de lumine; si è rivelato come Figlio del Padre: ex Patre natum ante omia saecula; si è rivelato nel Suo rapporto allo Spirito Santo: qui ex Patre Filioque procedit; si è rivelato come uomo che ha sofferto e che è morto per noi: crucifixus etiam pro nobis, sub Pontio Pilato passus.

E noi, dunque, sapendo chi è Lui, abbiamo vegliato un’ora con Lui? – quell’ora della santa Messa domenicale, quando si immola per noi di nuovo: crucifixus etiam pro nobis. Abbiamo vegliato con Lui davanti al tabernacolo quando gli altri L’hanno abbandonato? Gli abbiamo tenuto compagnia là nel tabernacolo nel Suo stato di immolazione, come Corpo privo di sangue? Siamo stati capaci di vegliare con Lui per quell’ora che è la nostra vita povera e breve quaggiù, nel senso che ci ammonisce: ‘Vegliate perché non sapete nè il giorno nè l’ora’?, nel senso di condurre una buona vita nella Sua Grazia e nella Sua presenza, senza addormentarci nel peccato?

Lui ci pone questa domanda per toccare le nostra coscienza, affinché possiamo dire anche noi: ‘Sì, avrei potuto vegliare ma non l’ho fatto; adesso però voglio vegliare e non addormentarmi più, come i discepoli ai quali è tornato ben due volte il Signore e ha trovato che dormivano. Sì, voglio vegliare, assistere alla santa Messa con attenzione, andare a trovarLo in chiesa, meditare la Sua Passione e tutto ciò che ha sofferto per amore di noi. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Mezzi di Perfezione secondo sant’Alfonso

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

In questo articolo citiamo i mezzi di perfezione consigliati da sant’Alfonso.

A. Gli Atti più Importanti:

1.) Fuga da ogni peccato volontario, benché veniale. Se per disgrazia commettiamo qualche difetto, guardiamoci bene dall’innervosirci con noi stessi. Piuttosto pentiamoci e facciamo atti di amore a Cristo, promettendogli, col Suo aiuto, di non peccare più;

2.) Desiderio di raggiungere la perfezione dei santi, e soffrire tutto per la gloria di Dio. Se non avvertiamo questo desiderio, preghiamo Gesù Cristo che ce lo conceda, altrimenti non faremo alcun passo sulla via della perfezione;

3.) Decisione seria di giungere alla perfezione. Chi non ha tale fermezza, risulta fragile e perdente nelle prove. La persona decisa, invece, con l’aiuto di Dio che non le manca mai, è sempre vincente;

4.) Due ore, o almeno una, di meditazione al giorno, e non lasciarla mai, senza una vera necessità, anche se avvertiamo sensi di noia, aridità, o altro;

5.) Comunione frequente;

6.) Mortificazioni esterne come digiuni. Per quello essenziale di avere un direttore spirituale, in quanto tali mortificazioni, fatte senza il consiglio del direttore, sono occasioni di vanagloria e di intralcio alla santità;

7.) Preghiera incessante a Gesù Cristo per tutte le nostre necessità, ricorrendo all’intercessione del nostro angelo custode, dei santi e particolarmente dell divina Madre Maria, Mediatrice di tutte le grazie. Dalla preghiera dipende ogni bene.

B. Petizioni di Preghiera

Bisogna anzitutto chiedere ogni giorno a Dio il dono della perseveranza nella Sua grazia. Questa grazia l’ottiene solo chi la chiede; cho non la chiede, non la ottiene e si danna;

Chiediamo a Lui il Suo santo amore ed una perfetta uniformità alla Sua volontà; ma chiediamo tutto e sempre per i meriti di Gesù Cristo.

Queste preghiere dobbiamo farle la mattina, appena svegli, e poi rinnovarle nella meditazione, durante la partecipazione all’ Eucarestia, nella visita al S.mo Sacramento, e la sera nell’esame di coscienza. Particolarmente nelle tentazioni dobbiamo chiedere aiuto a Dio di resistere, in modo particolare se sono contro la castità, invocando i Nomi di Gesù e Maria. Chi prega vince; chi non prega resta sconfitto.

C. Rimedi alle Tentazioni e Desolazioni di Spirito

Contro le tentzioni, due sono i rimedi: la rassegnazione e la preghiera. La rassegnazione perché, anche se le tentazioni non vengono da Dio, tuttavia è Lui che le permette per il nostro bene. E per moleste che siano, non ci dobbiamo innervosire ma piuttosto rassegnarci alla volontà di Dio che le permette, ed affidarci alla preghiera, l’arma più forte e sicura per vincere i nemici.

I cattivi pensieri, per quanto blasfemi e ripugnanti, non sono mai peccato, se vi manca il nostro deliberato consenso.

Nell’assalto delle tentazioni è di grande efficacia rinnovare il proposito di voler morire anziché offendere Dio; come anche segnarci col segno della croce, con l’acqua benedetta, e confidarle al confessore. Ma il rimedio più efficace resta la preghiera a nostro Signore Gesù Cristo ed alla Madonna.

Nelle desolazioni di spirito, poi, riconosciamoci meritevoli dell’ essere trattati così e rassegniamoci alla volontà di Dio, abbandonandoci tra le sue braccia.

Quando Dio ci offre delle consolazioni, prepariamoci subito alle tribolazioni. Se poi manda desolazioni, umiliamoci e rassegniamoci alla Sua volontà. Profitteremo più con le desolazioni che con le consolazioni.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Servo Iniquo

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

“Il regno di Dio è simile ad un Re che volle regolare i suoi conti con i suoi servitori…” Il Re, secondo i padri della Chiesa, è nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo; i servitori sono le intelligenze create, ovvero gli angeli e gli uomini.

“… si è presentato davanti a Lui un servitore che gli doveva 10 mille talenti, e poiché non aveva niente da pagare, il Re ordinò che si vendesse lui, con la sua moglie e suoi figli, e tutto i suoi beni, affinchè il debito fosse pagato.” Ora, il servitore è il peccatore caricato del debito immenso del peccato che si è contratto, e che non potrà mai pagare con le proprie forze; la sua moglie è la concupiscenza; i suoi figli sono le sue azioni colpevoli nati dal consenso della volontà alla concupiscenza; i suoi beni sono il suo corpo e la sua anima, che saranno consegnati assieme al tormento.

“… il servitore, gettandosi ai suoi piedi lo supplicava , dicendo: ‘Dammi del tempo e ti pagherò tutto.’ Allora il maestro di questo servitore, avendone misericordia, lo lasciò andare e gli remise il debito.” Il peccatore dunque cade in ginocchio in ispirito di pentimento e di umiltà e chiede la mitigazione della sentenza, ed il Signore gli perdona tutto il debito.

“… Il servitore invece, incontrando un suo debitore che gli chiede la stessa mitigazione per un debito, però, molto inferiore, lo prende alla gola, e, mettendosi a strangolarlo, gliela rifiuta e lo consegna alla prigione, fin quando non venga pagato tutto il debito.” L’azione di afferrare l’altro servitore significa conservare nell’anima il ricordo delle sue offese; strangolarlo significa non ascoltare la sua giustificazione; consegnarlo in prigione è non perdonarlo ma augurargli l’Inferno.

“… Gli altri servitori che sono rimasti male racconteranno tutto al maestro. Il maestro fà convocare il servitore, gli rimprovera che non ha avuto misericordia del suo compagno come il maestro ne ha avuto di lui, e lo consegna agli esecutori della giustizia, fin quando tutto non fosse pagato.” Gli altri servitori sono gli angeli che mantengono l’ordine della giustizia nell’universo. L’azione del maestro nel convocare il servitore significa la sua convocazone davanti a Dio alla morte, che esce in un giudizio definitivo e senza appello. Il maestro che è misericordioso rispetto al pentimento e l’umiltà, si mostra implacabile rispetto all’ingratitudine e l’odio. La sua sentenza viene accettata dal peccatore in silenzio, poiché all’ultimo giudizio non si può più scusarsi. Viene consegnato agli esecutori della giustizia che sono i demòni dell’Inferno e ci rimarrà fin quando non venga pagato tutto: ovvero per tutto l’eternità, perchè nell’Inferno non c’è più redenzione.

Dunque carissimi fedeli, bisogna meditare queste cose con attenzione: 10,000 talenti sono il nostro debito con il Signore che abbiamo incorso tramite il peccato. Il Signore ce l’ha cancellato molte volte. 10 centesimi è il debito dovuto a noi dal fratello che ci ha offeso. Questo debito bisogna cancellarlo, avendo misericordia di lui come Dio l’ha avuta per noi. Altrimenti come possiamo pregare: ‘Rimetti a noi i nostri debiti come noi rimettiamo ai nostri debitori’?

E se non lo facciamo, cosa ci attende? ‘Un giudizio senza misericordia per chi non ha avuto misericordia’ ci insegna san Giacomo; e chi augurerà l’Inferno ad un altro deve attendere l’Inferno per se stesso, come la giusta ricompensa della sua malvagità. “E così sarà il Signore il Padre Celeste nei vostri confronti se ciascuno di voi non perdonate il suo fratello dal cuore.”

Siamo quindi misericordiosi. Così non solo evitiamo il peccato, ma anche riceveremo grandi beni spirituali. San Giovanni Crisostomo scrive: ‘Le offese dei vostri nemici, benignemente sopportate, vi procureranno un gran numero di beni: la remissione dei peccati, la pace, la liberazione dalla tristezza. Se qualcuno ti ruba le tue riccheze, rendetene grazie, e avrai tesori infiniti; se preghi per chi ti ha fatto torto, diverrai simile al Salvatore. Tu dai poco e riceverai grandi beni. Come mai vuoi che a te si renda giustizia? come mai disputare e domandare questo e quello – affinché Dio non ti rimetta niente? Piuttosto soffrire tutto da parte di tutti, e non desiderare altro che il Signore Stesso per la tua ricompensa.’

Deo Gratias!

Il Fattore Disonesto

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il fattore disonesto viene lodato dal Signore, e ci dice: “Fatevi degli amici con le ricchezze dell’iniquità.” Ciò no significa però che bisogna imitare il fattore nell sua disonestà, bensì nella prudenza con la quale tratta i beni di questo mondo: soprattutto i soldi, perché se li usiamo con prudenza, ci aiuteranno a raggiungere il cielo. Il catechismo di Trento fà menzione particolare in questo riguardo delle elemosine date per le sante Messe da requiem.

Sant’Agostino scrive: Ci arricchiamo non tenendo le ricchezze, bensì dandole via. Questo significa che se diamo via le ricchezze materiali, ci arriccheremo con le vere ricchezze: quelle spirituali . Se diamo soldi per il bene dei defunti, ad esempio, Dio ce ne ricompenserà, ma anche i defunti pregheranno per noi, ed avremo pure quella ricompensa spirituale: Quando moriremo, loro “ci accoglieranno nelle corti eterne”, per citare le parole alla fine della parabola.

E’ vero che assistere e venire in aiuto ai nostri defunti o con la santa Messa o con la preghiera è un tipo di elemosina ottimo, non solo per la ricompensa che ci sarà data, ma anche per motivi di pietà verso i famigliari, soprattutto per i gentiori se sono morti: il quarto comandamento ci obbliga sempre: anche dopo la loro morte.

Le pene del Purgatorio sono forti. In un libro sulle anime defunte, si racconta che una madre si presentava alla figlia dopo la morte, e la rimproverò dicendo: “Ingrata figlia mia! Perché mai hai smesso così presto di pregare per tua madre che brucio nelle fiamme del Purgatorio?” Se i nostri cari defunti non sono più visibili , esistono sempre, e hanno diritto al nostro aiuto.


Aiutiamoli dunque con sante Messe, con preghiere, con le offerte delle fatiche di questa vita, per ridurre i loro debiti ed anche i nostri, e per portarli al più presto in Cielo, dove ci accoglieranno un giorno nelle corti eterne alla gloria di Dio Trino ed Uno. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Buon Samaritano e gli Ebrei

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.


Secondo i Padri della Chiesa, la parabola del buon Samaritano ci spiega tra l’altro come l’antica alleanza viene superata da quella nuova. Il sacerdote che ignora l’uomo ferito dai ladri rappresenta il sacrificio dell’antica alleanza; il levita invece ne rappresenta la legge: Né l’antico sacrificio né l’antica legge possono salvare l’uomo caduto, ma solo il Signore Stesso, nella persona del Buon Samaritano.

Prima della venuta di Nostro Signore Gesù Cristo, l’antico sacrificio, la legge, la circonsione, il sinagoga, e la Fede nella Messia potevano salvare l’uomo; ma dopo la Sua venuta non lo potevano più. Perché la nuova alleanza che Nostro Signore ha stabilita con la Sua Passione e con la Sua Morte è il vero mezzo di salvezza per tutti gli uomini, dalla quale l’antica alleanza è solo figura, ombra, ed anticipo, e dalla quale tira la sua intiera efficacità.


Nella lettera agli ebrei, scrive san Paolo: ‘Entrando nel mondo Cristo dice: ‘Tu non hai voluto né sacrificio né offerta; un corpo invece Mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco Io vengo – poiché di Me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la Tua volontà’. San Paolo commenta: ‘Così Egli abolisce il primo ordine di cose per stabilirne il secondo. Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre.’

Con Nostro Signore Gesù Cristo, dunque:

-il sacrificio degli animali cede al sacrificio della Croce;
-la legge antica cede alla legge nuova;
-la circoncisione cede al battesimo;
-il sinagoga cede alla santa Chiesa cattolica;
-la Fede nel Messia che doveva venire cede alla Fede nel Messia che è venuto, ossia Nostro Signore Gesù Cristo Stesso.

E questo cambiamento avviene alla Sua Morte al momento preciso che il velo del Tempio viene squarciato.

Dopo quella scissione, gli ebrei non hanno più la Fede dunque, perché non hanno più la Fede nel Messia che è Gesù Cristo. Per questo, la santa Madre Chiesa prega per la loro conversione Venerdì santo (più chiaramente nel rito antico), come prega anche per la conversione degli eretici e dei pagani. Perché, come è scritto negli Atti degli Apostoli: ‘In nessun altro c’è salvezza, né sotto il cielo altro nome è stato dato agli uomini mediante il quale possiamo essere salvati.’

Solo nostro Signore Gesù Cristo può salvare l’uomo caduto, mettendolo sul Suo cavallo, ovvero mediante la Sua Sacratissima Umanità; curandolo coll’oleo e col vino dei sacramenti; portandolo all’albergo della Sua Santa Chiesa; affidandolo al maestro dell’alberrgo che è il papa; pagandogli i due denari che rappresentano, secondo vari santi Padri, la scienza e la Grazia; o i comandamenti della Carità verso Dio e verso il prossimo; oppure la promessa della vita presente e della vita futura, o, in modo ancor più sublime, l’amore recoproco tra Padre e Figlio nel seno del mistero insondabile della Santissima Trinità.

Bisogna dunque pregare per la conversione di tutti i non-cattolici all’unica vera Fede Cattolica; bisogna ringraziare il Buon Samaritano, il Dolcissimo Gesù, di averci guariti di tutti i nostri mali, di averci elargito la Fede, la Grazia, ed i comandamenti;di averci ospitati nella Sua Chiesa, di averci dato in fine la promessa della vita presente e futura, chiamandoci ad entrare nel mistero insondabile dell’amore reciproco ed eterno tra Padre e Figlio. Amen.

Sia lodato Gesù Cristo!

La Zizzania

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen


Nella parabola della zizzania, sentiamo come un uomo aveva seminato del buon seme nel suo campo, ma mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò zizzanie in mezzo al grano, e se ne andò. Il padrone dice ai servi: ‘Lasciate che l’uno e l’altro crescano insieme fino alla mietitura ed al momento della mietitura dirò ai mietitori: ‘Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio.’

Nostro Signor Benedetto spiega la parabola ai discepoli in questi termini: Il seminatore è il Figlio dell’uomo; il campo è il mondo; il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno; il nemico è il diavolo; la mietitura è la fine del mondo; i mietitori sono gli angeli; la fornace è l’Inferno; il granaio è il Paradiso.

Secondo l’interpretazione dei Padri della Chiesa, la parabola rappresenta la Chiesa dopo l’Ascensione del Signore. I servi sono i vescovi incaricati della coltivazione e della cura del campo fecondo che il Signore Stesso ha irrigato col sudore della fronte; il campo è il mondo intiero che già dall’inizio dei tempi ha una certa conoscenza di Dio e della Sua legge, una conoscenza portata alla sua pienezza dal vangelo di Cristo.

Mentre i vescovi si addormentano di un sonno di negligenza, il diavolo semina la corruzione: ovvero lo scisma e l’eresia; il Signore lascia convivere i buoni ed i cattivi fino alla fine dei tempi, affinché i buoni si possano maturare con pazienza ed i cattivi si possano convertire. Poi invierà i Suoi angeli per separarli e per consegnarli o al Paradiso o all’Inferno, dove i primi splenderanno come il sole nel regno del loro Padre; ed i secondi bruceranno per sempre con pianti e con stridore dei denti.

I Padri della Chiesa intendono questa parabola rispetto al male dello scisma e dell’eresia – come parecchie altre, ad esempio la parabola della casa edificata sulla roccia immune alle tempeste. Qualcuno forse dirà: ‘Non parliamo più in questi termini’ a cui risponderemmo: ‘Anche se quasi nessuno ne parla più, non significa che questi mali non esistano più.’ Anzi, lo scisma e l’eresia esistono sempre: crescono ed infestano sempre di più il campo fecondo della Chiesa.’

Ora, il bene della Fede è triplice:

  1. Ci dà la vita eterna già su questa terra, nel senso che ci dà la conoscenza certa di Dio, e l’unione stretta a Lui;
  2. Ci mostra con i suoi divini precetti la strada che conduce al Cielo;
  3. Ci aiuta a superare tutti gli ostacoli su questa strada che possano venire dal mondo, dalla carne, e dal diavolo.
    Il male dell’eresia invece si oppone ad ogni elemento di questo bene triplice, in quanto:
  4. Ci spoglia della vita eterna già su questa terra, spogliandoci della conoscenza certa di Dio e dell’unione stretta a Lui che ne segue;
  5. Ci svia dalla strada che conduce al Cielo;
  6. Ci moltiplica gli ostacoli su questa strada che ci impediscono a progredire verso la nostra meta.
    Colui che semina la ziazzania di questo male è davvero il diavolo stesso: inimicus fidei et hereticorum doctor secondo due suoi titoli nel grande esorcismo.
    Bisogna ringraziare Dio ogni giorno per il dono della fede e bisogna evitare lo scisma (come il sedesvacantismo) nonchè l’eresia, come un veleno mortale. Bisogna pregare l’intercessione della Beatissima Vergine Maria per liberare la Santa Chiesa Cattolica da questi mali, Lei che, come preghiamo nel terzo notturno del comune delle Sue feste, ha distrutto tutte le eresie nel mondo intiero:
    ‘Gaude, Maria Virgo, cunctas haereses sola interemisti in universo mundo.’
    Amen.

La Purificazione

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Nella Festa della Purificazione della Madonna ricordiamo le ceremonie nel Tempio di Gerusalemme prescritte per le madri alla conclusione di un ritiro di 40 giorni a casa dopo la nascita del loro primogenito. Questa purificazione venne fatta al contempo dell’offerta del loro figlio a Dio.

Per le altre madri questa offerta fu un semplice formalità, ma per la Madre di Dio fu una offerta reale del Figlio alla morte sull’altare della croce. Già col suo Fiat al glorioso sant’Arcangelo Gabriel aveva dato il suo consenso alla vita ed alla morte del suo Divin Figlio; ma con l’offerta nel Tempio sigillò, per così dire, questa offerta con un atto formale e solenne, e la applicò a tutte le circostanze concrete della Passione.

Ora Dio aveva voluto salvare l’uomo, ma per soddisfare la Sua Divina giustizia richiese la Passione e Morte del Suo Figlio. Conveniva inoltre che il Madre del Suo Figlio desse il suo consenso alla di Lui Immolazione, in quanto Egli era del tutto innocente, e non meritava alcun supplizio per propria colpa.

Come spiega san Girolamo, la Vergine Santissima era stata illuminata dalle sacre Scritture a sapere le pene che doveva patire il Redentore – che doveva essere tradito da un famigliare, abbandonato dai discepoli, soffrire sputi, schiaffi, e derisioni dalla gente; vituperato e rifiutato dagli uomini, saziato di ingiurie e villanie, trafitto da chiodo, collocato tra malfattori, appeso alla croce, e morire giustiziato per la salvezza degli uomini.

Ma come il Signore Stesso rivelò a santa Teresa, furono palesate alla Madonna con la parola di Simeone: ‘E anche l’anima tua stessa sarà trapassata dalla spada’ tutte le circostanze particolari dei dolori così esterni come interni, che dovevano tormentare il suo Gesù nella Sua Passione, così che poi ella potesse dare il suo consenso a tutto, con un’offerta espressa da sant’Alfonso nei termini seguenti: ‘Padre eterno, giacché Voi volete, unisco la mia alla Vostra santa Volontà e Vi sacrifico questo mio Figlio, mi contento che perda la vita per la Gloria Vostra e per la salute del mondo, e con ciò Vi sacrifico anche il mio cuore, tutto il mio essere in unione col sacrificio intiero del mio Figlio’.

Lo stesso sant’Alfonso spiega che questa sua generosità superò quella di tutti i martiri, in quanto questi offrivano la loro vita, mentre la Madonna santissima offriva la vita del Figlio che amava immensamente più che la vita propria; che questa offerta durava per tutta la sua vita, in quanto dovrebbe morire ad ogni istante della sua vita futura, essendo ad ogni istante assalita dal dolore della morte del suo diletto Gesù, ciò che era più crudele di ogni morte.

Meditando sull’offerta della Madonna a Dio, proponiamoci oggi di fare un’offerta della nostra vita a Lui, per tutta la durata della nostra vita, evitando il peccato, perfezionandoci in tutte le virtù, offrendo a Lui tutte le nostre gioie e pene: per fare penitenze dei nostri peccati, per sfruttare bene dei nostri giorni quaggiù, e per meritare poi la Beatitudine del Cielo, per l’intercessione della Santissima Vergine ed alla Gloria del Dio Uno e Trino. Amen.

Il prezzo da pagare

Nel suo libro ‘Il Prezzo da Pagare’, tradotto oramai in parecchie lingue, descrive un principe irakese della famiglia di Mohamed, un sogno fatto durante il servizio militare. Vede un uomo di insolita forza di attrazione e di bellezza, da lui sconosciuto, che dall’altra riva di un fiume gli dice: ‘Se vuoi attraversare questo fiume, devi mangiare del pane della Vita’. Racconta poi come scopre che questa figura è il Dio-Uomo Gesù Cristo, e come deve percorrere poi 13 anni prima di poter accostarsi al battesimo ed alla prima Comunione: un percorso che coinvolge la perdita della posizione sociale, le ricchezze, il potere, la riputazione, l’affetto dei famigliari, la casa, tutti i possessi, la patria; che coinvolge il rigetto da parte della gerarchia e dei fedeli cattolici di Irak, la persecuzione, la condanna a morte dall’ Ayatollah, ma anche dal proprio padre e dalla propria madre, la prigione, la tortura, l’arresto domiciliare, l’esilio, la persecuzione in Giordania, la perdita della salute fisica, la perdita della salute mentale della moglie, la paura costante di essere scoperti e traditi, il tentativo di assassinarlo da parte dei suoi fratelli e del suo zio.
Vediamo in questa narrazione come Nostro Signore, di Cui il nome sia benedetto per sempre, ha spogliato un uomo ricco, orgoglioso, e prepotente, membro tipico della società crudele e superficiale d’Islam, di tutto ciò che possedeva ed era, riducendolo allo stato di un cane, per riempirlo poi della propria vita divina, per santificarlo, e per renderlo testimone a Sé davanti al mondo intiero. ‘Ho sofferto’ scrive il principe, ‘e Dio lo sa quanto, ma sarei pronto a subire tutto di nuovo, fino al martirio.’
Talvolta mi dice qualcuno: ‘Vado alla santa Messa domenicale normalmente’ e rispondo : ‘Ma non sempre?’ e lui dice di no. ‘Come mai?’ ‘Non ho voglia.’ O talvolta, o forse anche spesso, qualcuno ammette di ricevere la santa Comunione nello stato di peccato mortale, anche senza farsene troppe domande. Forse siamo anche noi tra il loro numero, o forse siamo semplicemente indifferenti a tali peccati.
Carissimi fedeli: non penso che abbiamo ancora capito cosa o chi sia qua, cosa o chi riceviamo nella santa Comunione: che non sia pane, né pane benedetto; che non ci sia infatti niente di bianco, né di rotondo, né di sottile, né di leggero, ma che queste siano solo qualità senza sostanza. No, davvero non abbiamo capito che ci sia qualche cosa qua davanti a noi che è più grande e più bello di tutte le bellezze dell’Universo, ed infinitamente più sublime e glorioso di tutte le infinite costellazioni di tutte le stelle del cielo, in confronto al quale tutte le bellezze della natura e delle opere dell’uomo e di tutti gli uomini e di tutti i miriadi e miriadi degli angeli in tutta la loro gloria sono meno di una particella di polvere.
Davvero non abbiamo capito che ci sia qualcosa qua per cui dovremmo essere pronti a sacrificare tutti i nostri possessi, la nostra patria, l’affetto di tutta la famiglia e degli amici, la nostra salute, e tutto ciò che abbiamo e siamo; per cui dovremmo essere pronti a soffrire e morire: e questo è anche un bassissimo prezzo da pagare per ricevere nella nostra anima e nel nostro corpo la Seconda Persona della Santissima Trinità , il Verbo di Dio, riflesso purissimo della luce perenne di Dio, Iddio privo di sangue in istato di immolazione per amore di noi, in Cui, nella parola di san Tommaso d’Aquino, la dolcezza spirituale si gusta nella sua stessa sorgente: in Dio Stesso nella Sua infinita Bontà, nel Suo amore divino per me, nel Suo amore umano per me, nel Suo amore sacrificale e crocifisso per me.
Là, sull’altra riva del fiume, Egli, lo Stesso Verbo Incarnato, tramite Cui e per Cui è stato creato tutto ciò che è stato creato, mi aspetta e mi chiama a Sé. Mi chiama ad attraversare il fiume della vita umana che corre e corre, il fiume del tempo passeggero e finito di questo mondo, per entrare nel tempo stabile che è Lui. Mi chiama ad avvicinarmi a Lui dove sta sulla riva ulteriore nella stabilità dell’Eternità: per nutrirmi del pane della vita che è Lui, per avere la vita in Lui, per essere unito a Lui qua sulla terra e poi nel cielo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Il miracolo a Cana

‘Gesù disse loro: Riempite d’acqua le giare. E le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: Ora attingete e portate al maestro di tavola. E come ebbe assaggiato l’acqua divenuta vino, il maestro di tavola… chiamò lo sposo e gli disse: Tutti servono da principio il vino buono… ma tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono.’
In questo Suo primo miracolo Nostro Signore Gesù Cristo, il Verbo Divino, lo Splendore della luce perenne, manifesta la Sua Gloria al mondo. La trasformazione dell’acqua nel vino rappresenta tra l’altro, e secondo l’interpretazione dei Padri, la trasformazione della speranza di questa vita nelle gioie della vita eterna.
Riempite d’acqua le giare, Egli dice al fedele cristiano, al quale la Madre Celeste ha già istruito di fare tutto ciò che Egli dirà. Riempite d’acqua tuo cuore di pietra della lagrime della contrizione e della compunzione dei tuoi peccati: l’acqua della purificazione; riempitelo delle acque insipide della mortificazione quotidiana; della fedeltà faticosa ai tuoi doveri; dell’accettazione delle sofferenze delle pene, dei dolori, delle umiliazioni, e di tutti i mali e di contrattempi che Dio nella Sua Infinita saggezza, Bontà, e misericordia si degna di mandarti ogni giorno della tua vita.
Non lascia alcuno spazio agli spiriti inebrianti di questo mondo, ma riempite d’acqua le giare: fino all’orlo. Il comandamento è duro, e le acque amare; obbedisci comunque, perché alla fine del banchetto, alla fine della tua vita, poveri peccatori, attingerete il vino puro delle gioie e delle speranze celesti. Laddove avete seminato nelle lagrime, raccoglierete nell’allegria, e, pieni do gioia, direte poi allo sposo: Signore non siete come gli uomini – il mondo da prima ciò che incanta e non sente gustare le sua amarezze che quando sia consumata l’ubriachezza. Voi invece siete diverso: Voi ci proponete per prima cosa la contrizione e la compunzione del cuore, gli esercizi di della penitenza, il portare la croce; voi fate versare dai nostri occhi le lagrime della tribolazione, ma alla fine della vita trasformate le lagrime in cantico di ringraziamento, e la tribolazione in riposo.
Là, nella vita che ci aspetta, le lagrime beate che i nostri occhi avranno versato per terra si trasformeranno in torrenti di delizie; tutto ciò che avremo fatto per amore di Voi ed il sacrificio di tutta la nostra vita, che abbiamo versato come una libazione in onore di Voi, si trasformerà in una gloria che non appassirà mai; ed i nostri cuori saranno riempiti delle Vostre eterne ricompense in misura che hanno supportato con fedeltà, con pazienza, e con perseveranza le amarezze passeggere di questa vita.

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IN NOMINE PATRIS,

ET FILII,

ET SPIRITUS SANCTI.

AMEN.

DEUS IN ADIUTORIUM MEUM INTENDE.

DOMINUM AD ADIUVANDUM ME FESTINA.

GLORIA PATRI,

ET FILIO,

ET SPIRITUI SANCTO.

SICUT ERAT IN PRINCIPIO

ET NUNC ET SEMPER

ET IN SÆCULA SÆCULORUM.

AMEN.

LAUS TIBI DOMINE, REX ÆTERNÆ GLORIÆ.

NOS CUM PROLE PIA

BENEDICAT VIRGO MARIA!

SANCTE MICHAEL ARCHANGELE

PROTEGE NOS!

ANGELI CUSTODES NOSTRI

VIGILATE SUPER NOS!

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