La Presentazione

Dice Tertulliano che subito quando la Verità è entrata nel mondo, fu attaccata. Ciò viene espresso dalle Feste che immediatamente seguono la Festa del santo Natale. Il giorno dopo celebriamo la Festa del primo martire santo Stefano; poi quella di san Giovanni evangelista, venerato pure come martire in virtù della prova subita nell’oleo bollente che senza un miracolo gli avrebbe tolto la vita; poi il massacro dei santi Innocenti, seguito dal martirio di san Tommaso à Becket.

All’occasione della Presentazione del Signore nel Tempio, vengono profetizzate sofferenze imminenti per la Sacra Famiglia: il Signore viene descritto dal profeta Simeone come “un segno che sarà contraddetto” e alla Madonna viene detto che “una spada trafiggerà il cuore”.

I santi Padri intendono il termine “segno” in primo luogo rispetto alla nascita miracolosa del Signore, assieme a tutti i miracoli e misteri della Sua vita, morte, e risurrezione; lo intendono in secondo luogo rispetto alla Croce: il segno e simbolo fra tutti i segni e simboli che hanno mai esistito in questo mondo; lo intendono in terzo luogo rispetto al Signore Stesso, che come Immagine del Dio Invisibile è un segno, si può dire, ancor più eloquente e potente della stessa Croce.

Quando san Simeone predice che il segno sarà contraddetto, significa che i miracoli ed i misteri della Fede, cioè in una parola la Fede stessa, sarà contraddetta, contestata, storta, e rigettata; significa che la Croce (che rappresenta la morte di Dio per salvare l’uomo – se l’uomo si umilia davanti ad essa ed unisce le sue sofferenze a quelle del Signore) – che la Croce sarà disprezzata e ripudiata; significa in fine che il Signore Stesso, immagine del Dio invisibile, sarà posto come “il bersaglio delle frecce, nelle parole del profeta Geremia: posuit me quasi signum ad sagittam: sarà attaccato, schernito, ed odiato.

Alla luce delle profezie di san Simeone, l’offerta del Signore nel Tempio assume un senso ancor più solenne di quello puramente legale. “Verrà il giorno”, commenta san Bernardo, “nel quale questa vittima non sarà offerta nel Tempio né tra le braccia di Simeone; bensì fuori della città tra le braccia della croce. Verrà il giorno nel quale non sarà riscattata dal sangue altrui, bensì con il proprio Sangue riscatterà gli altri: perché il Padre Lo inviò per la redenzione del Suo popolo.” In quel giorno, il giorno del sacrificio vespertino, l’anima della Madonna sarà trafitta da una spada, vedendo la Passione e la Morte del suo Figlio, Che lei ama più della propria vita.

Dice sant’Alfonso che siamo su questa terra per lavorare e per soffrire. Sappiamo anche che se vogliamo seguire il Signore, bisogna soffrire. Ma questa sofferenza non è da vedere come negativa, bensì come qualcosa da offrire a Lui, da unire alle Sue sofferenze, per unirci a Lui nella Sua pena, per partecipare (anche modestamente) alla redenzione del mondo.

Il Signore Si è offerto nel Tempio e in croce; Si è offerto a Dio Padre in ogni momento della vita terrena, come si offre a Lui eternamente nel mistero della santissima Trinità. La Madonna L’ha offerto a Dio Padre in modo formale nel Tempio e quando stava accanto alla croce sul monte Calvario. Noi dobbiamo offrire la nostra sofferenza a Lui: anzi dobbiamo offrire noi stessi completamente a Lui nel santo sacrificio della Messa, in tutta la nostra vita, accogliendo interamente nella nostra vita la Fede, la Croce, e nostro Signore Gesù Cristo Stesso, a Cui sia ogni onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

La Divina Provvidenza

Il fatto che le faccende quotidiane e soprattutto le preoccupazioni, difficoltà, dolori, e sofferenze tendono ad assorbire tutta la nostra attenzione, e divenire per noi l’unica realtà, ci può fuorviare dalla consapevolezza di un’altra realtà, una realtà più alta, quella di Dio, dove Egli opera sempre e solo per il nostro bene. In sintesi, tendiamo a dimenticare l’esistenza della Divina Provvidenza. In questo contesto procediamo citando l’inizio, logico e chiaro, del trattato del libro famoso del padre gesuità Jean-Baptiste Saint- Jure: la Fiducia nella Divina provvidenza: segreto di pace e di felicità.

La Volontà di Dio ha fatto e governa tutte le cose. Trattando della Volontà di Dio, san Tommaso insegna, dopo sant’Agostino, che Essa è la ragione, la causa di tutto ciò che esiste. Infatti: «Il Signore – dice il Salmista – ha fatto tutto ciò che ha voluto, in cielo, sulla terra, nel mare e in tutti gli abissi”. È scritto anche nel libro dell’Apocalisse: «Degno siete, Signore Dio nostro, di ricevere gloria, onore e potenza, perché avete creato tutte le cose e per la Vostra Volontà furono e sono state create».

È dunque la Volontà divina che ha tratto dal nulla i cieli, coi loro abitanti e le loro magnificenze, la terra con tutto ciò che porta sulla sua superficie e rinserra nel suo seno: in una parola, tutte le creature visibili e invisibili, animate ed inanimate, ragionevoli e prive di ragione, dalle più elevate alle più basse.

Ora, se il Signore ha prodotto tutte queste cose, come dice l’apostolo san Paolo, seguendo il consiglio della Sua Volontà, non è sovranamente giusto e ragionevole, ed anzi assolutamente necessario, che siano da Lui conservate e governate, secondo il consiglio del Suo volere? E infatti: Cosa mai potrebbe sussistere, dice il Saggio, se Voi non lo voleste? o come esisterebbe ciò che da Voi non fosse creato?

Tuttavia le opere di Dio sono perfette, sta scritto nel Cantico di Mosè. Sono così compiuti in modo tale che il Signore Stesso, il Cui giudizio è retto e rigoroso, costatò, dopo averle create, che erano buone eppure molto buone. Ma è evidente che Colui che fondò la terra con la sapienza e stabilì i cieli con l’intelligenza, non poteva portare meno perfezione nel governo che nella formazione delle sue opere. Inoltre, come si degna sempre di ricordarci, se la Sua Provvidenza continua a prendersi cura di tutte le cose, le dispone con misura, numero, e peso, con giustizia e con misericordia. E nessuno può dirgli: Cosa fate? Infatti, se assegna alle Sue creature il fine che desidera, e sceglie di condurle ad esso con i mezzi che Gli piacciono, non può assegnare loro che un fine sapiente e buono, né dirigerli verso questo fine se non con mezzi altrettanto sapienti e buoni.

Non siate dunque degli sconsiderati, ci avverte l’Apostolo; ma studiate bene quale sia la volontà di Dio; affinché, compiendola, possiate ottenere l’effetto delle Sue promesse: cioè la felicità eterna, poiché sta scritto: Il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno.

La Sepoltura di Gesù

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Ver. 57. Venuta la sera, giunse un uomo ricco di Amimatea, chiamato Giuseppe, il quale era divenuto anche lui discepolo di Gesù. Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra sulla porta del sepolcro, se ne andò.

La sera si stava avvicinando, ma non era ancora venuta, ed era necessario che fosse sepolto prima della sera, quando iniziò il sabato (in cui dovevano riposarsi).

Un certo uomo ricco: Perché un uomo povero non avrebbe avuto il coraggio di fare una richiesta del genere, dice S. Girolamo.

Chiamato Giuseppe. Cristo venne al mondo da Giuseppe, il promesso sposo della Vergine, e fu sepolto da un altro Giuseppe. Giuseppe significa « aumentato », cioè per grazia di Dio. Poiché, come il Patriarca Giuseppe abbondava in castità e affetto per suo padre, così Giuseppe, il marito della Vergine, eccelleva in castità; e questo Giuseppe, ancora una volta, era eminente per il suo tenero amore per Cristo, suo padre spirituale, quando ora era morto. S. Marco lo chiama nobile Consigliere (βουλευτής). Si suppone che sia stato un consigliere di Gerusalemme, dal momento che ha vissuto e fatto il suo luogo di sepoltura lì. Maldonato suppone di aver preso parte al Consiglio sulla presa e l’uccisione di Cristo, ma che non era d’accordo con il resto. Il quale anche lui era discepolo di Gesù, e così desiderava svolgere gli ultimi uffici per il suo Maestro.

Ver. 58. È venuto da Pilato. « Venne coraggiosamente », dice S. Marco, perché sebbene, per paura dei giudei, fosse un discepolo segreto, eppure intraprese senza paura questo difficile lavoro; poiché era sia rafforzato da Cristo che spinto dalla Beatissima Vergine. « Da questo possiamo vedere », dice Vittore di Antiochia, « la sua grande risoluzione e audacia, perché ha quasi sacrificato la propria vita per amore di Cristo, attirando su di sé i sospetti dei suoi nemici, i giudei »; e S. Crisostomo, « L’audacia di Giuseppe è altamente da ammirare, quando per amore di Cristo incorse in pericolo di morte e si espose all’odio generale ». S. Luca e S. Marco dicono, « che anche lui stesso aspettava il Regno di Dio ». Sperava, cioè, attraverso Cristo, nell’amore celeste, e così ha rischiato il pericolo per amor Suo.

E pregò il corpo di Gesù. S. Anselmo (Dial. De Pass.) Dice che è stato rivelato a se stesso dalla Beatissima Vergine che Giuseppe ha dato questo motivo, tra gli altri, per la sua richiesta, che Sua Madre stava morendo di dolore per il suo unico Figlio, e che era irragionevole che la Madre innocente dovrebbe morire così come il Figlio; ma che sarebbe stata una consolazione per lei seppellirlo. Concede dunque a lei, per quanto afflitta, questo favore. È probabile, inoltre, che egli abbia affermato la santità e l’innocenza di Gesù, che Pilato conosceva bene, e che quindi il Suo Corpo non avrebbe dovuto essere gettato via con quelli dei criminali nella Valle dei Cadaveri, adiacente al Golgota, ma era degno di onorevole sepoltura, che era pronto a fornire…

Quindi (avendo sentito e approvato le ragioni di Giuseppe) Pilato comandò che il corpo fosse consegnato. Affinché potesse in tal modo dargli una sorta di soddisfazione per averLo condannato a morte, e anche alleviare la sua stessa condotta dandogli un’onorevole sepoltura, come se Lo avesse condannato per costrizione…

S. Marco aggiunge: « Ma Pilato si meravigliò se fosse già morto », perché i ladri non erano ancora morti, e anche (dice Eutimio) perché si aspettava che Gesù sarebbe morto lentamente essendo un Uomo Divino, superando di gran lunga gli altri in resistenza. « Ma quando seppe dal centurione che era morto, diede il corpo a Giuseppe » (Marco XV. 45).

Ver. 59. E quando Giuseppe ebbe preso il corpo, lo avvolse in un panno di lino pulito. Un simile tessuto si adattava bene a questo corpo purissimo. Sindone è un panno tessuto del lino più fine e delicato, così chiamato da Sidone, dove è stato realizzato per la prima volta. I giudei vi avvolgevano i cadaveri, si legavano mani e piedi con bende e la testa con un tovagliolo (Giovanni XI. 44). Così fece Giuseppe con Cristo (Giovanni XIX. 40). S. Girolamo da questo condanna i sontuosi funerali dei ricchi e aggiunge: « Ma possiamo prendere questo per significare, in senso spirituale, che colui che riceve Gesù in una mente pura lo avvolge in un panno di lino pulito ».

Per questo il corpo di Cristo nella Messa è posto solo in un panno di lino molto pulito e fine. Questo si chiama corporale, dal Corpo di Cristo che contiene al suo interno, come in una tomba. S. Giovanni aggiunge che Nicodemo portò mirra e aloe per ungere e profumare il corpo (Giovanni XIX. 39). Perché questi impedivano ai corpi di putrefarsi.

Misticamente: Eutimio desidera che noi profumiamo di questi unguenti quando riceviamo il corpo di Cristo nel nostro petto, come in una nuova tomba. « Anche noi », dice, « quando riceviamo il Corpo di Cristo all’altare, ungiamoLo con odori dolci, cioè mediante atti virtuosi e contemplazione… ».

Ver. 60. E lo depose nella sua tomba nuova, che aveva scavato nella roccia. S. Giovanni aggiunge (XIX. 41) che era in un giardino. Era « una nuova tomba », per timore che chiunque altro che vi era stato sepolto potesse essere supposto (dice S. Crisostomo) o fingere (S. Girolamo) di essere risorto. S. Agostino dice misticamente: come nessuno prima o dopo di Lui fu concepito nel grembo della Vergine, così nessuno prima o dopo di Lui fu sepolto in questa tomba.

Nella roccia. « Perché se fosse stato costruito con molte pietre e le fondamenta fossero crollate, si sarebbe potuto dire che il corpo fosse stato portato via », dice S. Girolamo. Beda, in Marco XV., descrive completamente la sua forma: « Che era così alta che un uomo difficilmente poteva toccarne la parte superiore. Il suo ingresso era a est. A nord c’era il luogo in cui giaceva il Signore, rialzato sopra il resto del pavimento e aperto a sud ». Anche Adrichomius lo descrive, e aggiunge « che Giuseppe ha dato la sua tomba a Cristo, che fu così sepolto nella tomba di uno sconosciuto ».

« Colui che non aveva una casa Sua quando era vivo (dice Teofilatto), non ha una Sua tomba, ma è posto nella tomba di un altro, ed essendo nudo è vestito da Giuseppe ». « È sepolto », dice S. Agostino (Serm. CXXXIII. De Temp.), « Nella tomba di un altro, perché è morto per la salvezza degli altri. Perché aveva bisogno di una tomba tutta Sua, che non aveva alcuna vera causa di morte in se stesso? Perché aveva bisogno di una tomba sulla terra, il cui seggio era per sempre in cielo? Che cosa aveva a che fare con una tomba, che per lo spazio di tre giorni ha riposato nel Suo letto piuttosto che giaceva morta nella tomba? »

Anagogicamente: Cristo significava così che Lui e i Suoi erano estranei sulla terra e che il paradiso era il loro vero paese. S. Antonio, S. Efrem, S. Francesco e altri preferirono essere sepolti nella tomba di un altro, e non nella propria, secondo il modello di Cristo. Qui, quindi, si è adempiuta la profezia di Isaia (XI. 10), « E il Suo sepolcro sarà glorioso ». Da qui anche l’abitudine dei pellegrinaggi a Gerusalemme per tanti secoli. Da qui l’erezione da parte di S. Elena della Chiesa del Santo Sepolcro, con il suo splendore ineguagliabile, che racchiude sotto lo stesso tetto anche il luogo della crocifissione, della risurrezion. Da qui il desiderio di Goffredo di Buglione, e di altri re dopo di lui, di seppellire nello stesso luogo, e anche l’istituzione di un ordine cavalleresco.

Infine, quella tomba era in un giardino, perché Adamo aveva peccato in un giardino. Quindi anche Cristo ha iniziato la Sua Passione in un giardino e l’ha completata venendo seppellito in un giardino. E anche questo per espiare la sentenza pronunciata su Adamo; e, inoltre, che potesse formare e piantare un bellissimo giardino, fiorente con i fiori e i frutti di tutte le virtù, cioè la Sua Chiesa. Notate qui che il corpo di Cristo fu deposto nel sepolcro, come sulla Croce, con la testa e il viso rivolti in modo da guardare lontano da est e verso ovest. Così Beda e Adrichomius.

Osserva, Cristo, non appena spirò, discese con la sua anima nel Limbus Patrum e rallegrò i patriarchi manifestando loro Se Stesso e la Sua Divinità. Liberò anche le anime del Purgatorio e diede loro il primo giubileo generale. Egli manifestò anche loro la Sua Divinità e li rese benedetti (vedere 1 Piet. Iii. 19). Anche i diavoli, e gli empi all’inferno, condannò alla punizione perpetua, come il loro Signore, il loro giudice e il loro trionfante Vincitore. L’anima di Cristo vi rimase fino al terzo giorno, quando uscì con i Patriarchi e altri santi, riprese il suo corpo e risuscitò nella gloria. Quindi fece riprendere i loro corpi ai Patriarchi e risorgere insieme a Lui. L’ordine, il modo e il tempo in cui queste cose sono avvenute è menzionato all’inizio del cap. xxviii. Osservate, la Divinità di Cristo, la Persona Divina del Verbo, è sempre rimasta ipostaticamente unita sia al Suo corpo nella tomba che alla Sua anima nel Limbus.

E rotolò (aiutato dai suoi servi e da Nicodemo) una grande pietra alla porta del sepolcro. Che nessuno possa portare via il corpo; o, piuttosto, la Sapienza Divina così lo ordinò, affinché gli ebrei dopo la risurrezione non negassero il fatto, e sostenessero che gli Apostoli, che avevano rubato il corpo, avevano inventato coraggiosamente il racconto. E per la stessa ragione Dio ha voluto che il suo corpo fosse sepolto da coloro, come Giuseppe e Nicodemo, che erano degni di credito, e che fosse sigillato e sorvegliato dagli ebrei, affinché in questo modo la Sua Morte e la successiva Risurrezione potessero essere chiaramente noto a tutti. Ora il corpo del Signore, mentre era ancora nella tomba, diede davvero un’indicazione e un preludio (per così dire) della Sua risurrezione, rimanendo incorrotto per tre giorni; essendo in verità un corpo vergine e santo, plasmato dallo Spirito Santo, e come tale dimora per sempre.

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La fine di Giuda

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Poi Giuda, che Lo aveva tradito, quando vide che era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti ed agli anziani, dicendo: ‘Ho peccato, perché hotradito sangue innocente’, ma quelli dissero: ‘Che ci riguarda? Veditela tu’. Ed egli, gettate le monete d’argento nel temiop, si allontanò e andò ad impiccarsi.

Giuda, quando vendette Cristo, non si aspettava che sarebbe stato ucciso, ma si sarebbe limitato ad essere preso, per dare a loro una certa soddisfazione, o in qualche modo sfuggire, come prima, dalle loro mani. Ma trovandoLo condannato a morte, ha sentito la gravità del suo peccato. E pentendosi, quando era troppo tardi, di ciò che aveva fatto, si condannò da solo e si impiccò. « Il diavolo è così astuto », dice S. Crisostomo, « che non permette a un uomo (a meno che non sia molto vigile) di vedere in anticipo la grandezza del suo peccato, per timore che debba pentirsi e rifuggire da esso. Ma non appena un peccato è completamente compiuto, gli permette di vederlo, e così lo travolge di dolore e lo spinge alla disperazione. Giuda rimase impassibile davanti ai numerosi avvertimenti di Cristo; ma quando l’atto fu compiuto, fu portato a un pentimento inutile ».

Che era stato condannato. Da Caifa, cioè, e da tutto il Consiglio, e che presto sarebbe stato condannato da Pilato per la loro autorità e per la loro urgente importunità.

Si pentiva non con un pentimento vero e genuino, poiché questo include la speranza del perdono, che Giuda non aveva; ma con un pentimento forzato, tortuoso e disperato, frutto di una coscienza malvagia e rimpianto, come i tormenti dei perduti.

Riportò i trenta pezzi o d’argento ai sommi sacerdoti: ossia per rescindere il suo patto. Come se avesse detto: « Restituisco i soldi; da parte vostra, restituite a Gesù la libertà ». Così S. Ambrogio (in Luc. XXII), « Nelle cause pecuniarie, quando il denaro viene restituito, la giustizia è soddisfatta ». E S. Ilario, « Giuda ha restituito i soldi che avrebbe potuto esporre la disonestà degli acquirenti ». E S. Ambrogio: « Benché il traditore non fosse stato assolto, tuttavia l’impudenza dei giudei fu smascherata; poiché, sebbene svergognati dalla confessione del traditore, insistettero malvagiamente sull’adempimento del patto ».

Ho peccato in quanto ho tradito il Sangue innocente: perché cosa c’è di più innocente dell’Agnello immacolato? cosa è più puro della purezza di Gesù Cristo?

Ma dissero, che cosa ci importa? Veditela tu: Esegui ciò che hai iniziato. Sopporta la punizione della colpa che possiedi. Non abbiamo colpa in noi stessi. Ma è colpevole di morte lui in quanto falso Cristo, e quindi insistiamo su questo. Ora, poiché si rifiutavano di riprendersi il denaro, Giuda lo gettò nel tempio e si impiccò, disperando della vita di Gesù e della sua stessa salvezza. Perché sicuramente non avrebbe agito in questo modo se i sommi sacerdoti avessero ritirato i soldi e liberato Gesù. Fino a un certo punto, quindi, il suo pentimento era giusto, ma quando lo spingeva alla disperazione era sbagliato. « Guarda come erano riluttanti », dice S. Crisostomo, « a vedere l’audacia della loro condotta, che ha notevolmente aggravato la loro colpa. Perché era una chiara prova che erano stati portati via da un’audace ingiustizia, e non avrebbero desistito dai loro malvagi disegni, nascondendosi scioccamente nel frattempo sotto un mantello di finta ignoranza ».

E gettate le monete d’argento nel tempio, se ne andò e si impiccò. Li portò prima alla casa di Caifa, o certamente a quella di Pilato, dove i capi dei sacerdoti stavano perseguendo il loro caso; e poi, rifiutandosi di prenderli, li gettarono nel tempio perché i sacerdoti li raccogliessero. Alcuni dei sommi sacerdoti erano probabilmente lì, ma comunque gettandoli nel tempio li dedicò, come prezzo del Santissimo Sangue, a usi sacri e pii, se i sacerdoti si rifiutavano di riprenderli.

Se ne andò e si è impiccò. Giuda poi aggiunse al suo peccato precedente l’ulteriore peccato di disperazione. Non era un peccato più odioso, ma uno più fatale per se stesso, come spingerlo nelle profondità dell’inferno. Avrebbe potuto, nel suo pentimento, chiedere (e sicuramente aver ottenuto) perdono a Cristo. Ma, come Caino, ha disperato il perdono; e si è impiccato lo stesso giorno, appena prima della morte di Cristo. Perché non sopportava il pesante rimorso di una coscienza accusatrice. Così S. Leo. Davide aveva profetizzato riguardo a lui: « Che un’improvvisa distruzione », ecc. (Sal. XXXV. 8). Così S. Leone, « O Giuda, tu eri il più malvagio e miserabile degli uomini, perché il pentimento non ti ha richiamato al Signore, ma la disperazione ti ha trascinato verso la tua rovina! » E ancora: « Perché diffidi della bontà di Colui che non ti ha respinto dalla comunione del Suo Corpo e Sangue, e non ti ha rifiutato il bacio della pace quando sei venuto a prenderlo? »

Alcuni dicono che Giuda si sia impiccato a un fico, l’albero proibito della tradizione ebraica e quello del malaugurio.

Ora era l’avarizia che spingeva Giuda a questo destino. « Ascolta questo », dice S. Crisostomo; « Ascoltatelo, dico, avidi. Riflettete nella vostra mente su ciò che ha sofferto. Poiché entrambi ha perso i suoi soldi, ha commesso un crimine e ha perso la sua anima. Tale era la dura tirannia della cupidigia. Non gli piaceva il suo denaro, né questa vita presente, né quella che deve venire. Li ha persi tutti in una volta, e avendo perso la buona volontà anche di coloro ai quali lo aveva tradito, finì per impiccarsi ».

Questa confessione di Giuda, quindi (non a parole, ma nei fatti), era una chiara prova dell’innocenza di Cristo, e sicuramente avrebbe dovuto impedire ai giudei di ucciderLo, se avessero avuto solo la minima quantità di vergogna. Ma la loro ostinata malizia non poteva essere frenata nemmeno da questo strano presagio.

Simbolicamente: Beda osserva (in Atti I.), « La sua punizione conveniva. La gola che aveva pronunciato la parola di tradimento fu strozzata dal cappio. Colui che aveva tradito il Signore degli uomini e degli angeli era sospeso a mezz’aria, aborrito dal Cielo e dalla terra, e le viscere che avevano concepito l’astuto tradimento si spezzarono e caddero ». S. Bernardo, anche, Dice: « Giuda, quel collega dei poteri dell’aria, scoppiò a pezzi nell’aria, come se né il Cielo avrebbe ricevuto né il la terra sopporta il traditore di Colui che era vero Dio e uomo, e che venne per operare la salvezza in mezzo alla terra ».

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Consiglio contro Gesù

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Venuto il mattino, tutti i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farLo morire.

« Vedi qui », dice S. Girolamo, « l’ansia dei Sacerdoti per il male », i loro piedi erano pronti a spargere sangue. Erano spinti dal loro odio amaro di Cristo e dall’istigazione di Satana. Era la mattina di venerdì, solo poche ore prima della Sua crocifissione, quando Caifa, che lo aveva già processato e condannato la sera prima, convocò così presto il grande Concilio del Sinedrio. Era per ottenere la Sua condanna da parte di tutto il Corpo, che avrebbe assicurato la successiva condanna da parte di Pilato.

S. Leone dice: « Questa mattina, o giudei, hanno distrutto il vostro tempio e altari, vi hanno portato via la Legge e i Profeti, vi hanno privato del vostro regno e sacerdozio, e hanno trasformato tutte le vostre feste in guai senza fine ».

Per metterLo a morte. Ovvero, come potevano farlo senza ostacoli o tumulti, e anche con quale tipo di morte, come, ad esempio, quella della Croce, la più ignominiosa di tutte. Alcuni membri del Consiglio erano probabilmente seguaci e amici di Cristo; e questi molto probabilmente si sono assentati, o non sono stati convocati, o mandati via altrove, per paura di difenderLo. Ma se qualcuno di loro era presente, o pronunciava una sentenza a Suo favore, o erano costretti dal clamore degli altri a tacere; come Nicodemo e Giuseppe di Arimataea. Notate che questo malvagio Consiglio ha sbagliato non solo di fatto, ma anche di fede. Perché ha pronunciato che Gesù non era il Cristo né il Figlio di Dio, ma che era colpevole di morte, poiché aveva affermato falsamente di essere entrambi: tutte le affermazioni sono errate ed eretiche.

E quando Lo ebbero legato, Lo portarono via e Lo consegnarono a Ponzio Pilato, il governatore. « Perché », come dice S. Girolamo, « era l’usanza ebraica di legare e consegnare al giudice coloro che avevano condannato a morte ». Ecco allora Sansone legato da Dalila, Cristo dalla sinagoga. Origene dice in verità: « Legarono Gesù che scioglie i legami; io vado avanti »; che scioglie le catene, e dice: « Rompiamo i loro legami a pezzi. Poiché Gesù era legato affinché potesse liberarci prendendo su di Sé i legami e la punizione dei nostri peccati ».

Hanno portato. Caifa, ovvero, e tutti gli altri membri del Consiglio, per schiacciare con il peso della loro autorità sia Gesù che Pilato allo stesso modo. Perché se Pilato si fosse rifiutato di ratificare la loro sentenza, avrebbero potuto accusarlo di mirare alla sovranità di Giuda, e di essere quindi un nemico di Cesare, e così costringerlo in questo modo, anche contro la sua volontà, a condannarlo a morte.

Consegnato a Ponzio Pilato. Perché? Alcuni pensano, da quanto si dice nel Talmud, che agli ebrei fosse proibito mettere a morte qualcuno. Ma il fatto era che i romani avevano tolto ai giudei il potere della vita e della morte. Anania fu deposto dal Sommo Sacerdozio per aver ucciso il Signore e altri, senza il consenso del governatore romano. La lapidazione di S. Stefano fu solo uno scoppio di furore popolare.

C’erano anche altri motivi:

  1. Per rimuovere da se stessi il discredito della Sua morte, come se fosse nata solo dall’invidia;
  2. Disonorarlo il più possibile, facendoLo condannare da Pilato alla morte ignominiosa della crocifissione, la punizione dei ribelli. Loro stessi Lo avevano condannato per blasfemia, che era stata punita con la lapidazione;
  3. DisonorarLo maggiormente facendoLo morire come profano, anche da uno che profanava egli stesso la santa festa della Pasqua.

Ma ai giudei fu inflitta una punizione di rappresaglia; poiché come hanno consegnato Cristo a Pilato, così sono stati consegnati a loro volta per essere distrutti da Tito e Vespasiano.

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

4. L’Imitazione del Bambino Gesù

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

In questo tempo natalizio accogliamo il Signore nella Sua semplicità, nella Sua innocenza, e nella Sua umiltà. AmiamoLo così, ed amandoLo imitiamoLo così. ‘Imparate da me’ ci dice, ‘Che sono mite ed umile di cuore.’

L’imitazione di Cristo è l’unico scopo della vita umana: per questo siamo stati creati, ossia secondo la Sua immagine; questo è il fondamento della nostra dignità, della nostra eccellenza come uomini; questo è la misura della nostra gloria eterna in cielo. Bisogna imitarLo in tutto ciò che sappiamo di lui: in tutto ciò che faceva ed era – ed era anche un bambino.

Nostro Signore Gesù Cristo ci insegna che bisogna divenire come bambini per entrare nel regno di Dio – come bambini innanzitutto verso Dio: per mezzo della semplicità e dell’innocenza nella preghiera e nella confessione, dicendo tutto a Lui ed al Suo ministro con una grande semplicità, senza nascondere niente; per mezzo della nostra umiltà, sapendo che Lui è tutto e noi non siamo niente.

Bisogna divenire come bambini anche verso il prossimo, nella semplicità e nell’innocenza dei nostri rapporti con lui, ed anche nel pregare per i nostri nemici (ovvero per coloro che ci offendono), senza mai parlare male di loro. Bisogna anche essere umili con tutti e non cercare il nostro interesse nel primo luogo, ma piuttosto la gloria di Dio in tutte le cose.

E così, carissimi fedeli, abbiamo meditato sulla Gloria di Dio nell’arco dei cieli come la luce increata ed eterna, annunciata dagli angeli alla notte della Sua natività, e poi apparso in terra come un piccolo Bambino.

Questo Bambino bisogna amare ed imitare per poterci avvicinare a Lui senza paura, per provare, nelle parole di nuovo di don Guéranger, ‘meno spavento all’annuncio terribile che ci fa il Vostro profeta il quale, superando i secoli con la rapidità della Vostra parola, ci preannunzia già l’avvicinarsi di quel giorno terribile in cui Voi verrete all’improvviso, ardente nel Vostro furore con le labbra piene d’indignazione e la lingua simile ad un fuoco divoratore. Oggi non facciamo che sperare, e aspettiamo una Venuta del tutto pacifica: siateci propizio nell’ultimo giorno; ma ora lasciate che Vi diciamo con uno dei Vostri pii servi, il venerabile Pierre de Celles…:

Sì, venite, o Gesù, ma nelle fasce, non nelle armi; nell’umiltà, non nella grandezza; nella mangiatoia, non sulle nubi del cielo; nelle braccia della Madre Vostra , non sul trono della Vostra Maestà; sull’asina, e non sui Cherubini; verso di noi, e non contro di noi; per salvare e non per giudicare; per visitare nella pace e non per condannare nel furore. Se venite così, o Gesù, invece di fuggire da Voi, è verso di Voi che correremo’.

Anzi, carissimi amici, se noi avremo vissuto semplici, innocenti, umili come bambini Lui ci accogliera come bambini, e ci dirà: ‘Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite, perché di questi è il Regno di Dio.’

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

3. La Natività Spirituale

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Ogni Natale brilla una nuova luce della gloria di Dio quando il Bambino Gesù in modo spirituale nasce di nuovo nel mondo – il santo Natale non essendo solamente una ricorrenza o celebrazione della Sua nascita passata, bensì una nuova nascita nel senso spirituale.

Questa nuova luce, questa nascita spirituale del Signore avviene in noi: portando agli occhi della mente ed ai cuori nuove grazie divine, e meglio ci saremo preparati, più ricche ed abbondanti saranno.

Ora il Nostro Signore Gesù sarebbe potuto venire in questo mondo da adulto, come Adamo, ma è venuto da bambino. Perché? Forse proprio perché voleva nascere in noi, nelle menti e nei cuori, e voleva essere accolto da noi ed in noi come un bambino.

Desiderebbe dunque che noi Lo accogliamo come un Bambino, che noi ci relazioniamo a Lui come ad un bambino: un desiderio che Lui esprime nel passo del vangelo di san Marco: ‘Chi avrà ricevuto uno di questi piccoli in nome mio, riceve me.’

Quali sono le virtù che Lui ci ha manifestate nella Sua vita terrena che sono proprio quelle di un bambino? Forse sopratutto la semplicità, l’innocenza, l’umiltà. Cristo come Dio è semplice ed innocente: è la semplicità e l’innocenza stesse, la semplicità essendo Un Dio; l’innocenza essendo la Bontà e la santità stesse.

Anche come Uomo, Cristo è semplice ed innocente: le Sue parole e la Sua dottrina sono semplici e comprensibili a tutti, pure ai bambini; e non c’è pretesa, né pericolo, né il più piccolo inganno in Lui. Come Uomo è pure l’umiltà in persona – Lui Che si è spogliato di sé Stesso ovvero della Sua gloria divina per divenire uomo e schiavo, per essere crocifisso per noi. Ma a Natale vediamo l’umiltà di Nostro Signore in modo particolare: Gli angeli cantano l’inno della sua Gloria in cielo e Lui nasce come un bambino in terra e per terra.

Ecco la gloria del Signore nel più alto dei cieli,’ dice don Guéranger: ‘chi potrà vederla e non morire? Ora, contemplate lo stesso Signore sulla terra, nei giorni in cui ci troviamo. Lo racchiude il seno d’una vergine, colui che neanche i cieli potevano contenere. Il Suo splendore, lungi dall’oscurare gli Angeli, non è nemmeno percettibile ai mortali. Nessuna voce fa risuonare attorno a lui le celesti parole: Santo, Santo, Santo è il Signore Dio degli eserciti! Gli Angeli non dicono più: Tutta la terra è piena della sua gloria; perchè la terra è il teatro del suo abbassamento, d’un abbassamento così profondo che gli uomini stessi lo ignorano…

‘O Dio dell’Antica Alleanza, quanto sei grande, e chi non tremerebbe davanti a te? O Dio della nuova Alleanza, quanto Vi siete fatto piccolo, e chi non Vi amerebbe? Guarite il mio orgoglio, principio di tutte le mie ribellioni; insegnatemi a stimare ciò che Voi stimate. Voi creaste il mondo una seconda volta con la Vostra Incarnazione; e in tale creazione più eccellente della prima, operate nel silenzio, trionfate nell’annientamento. Anch’io voglio umiliarmi sul Vostro esempio, ed approfittare delle lezioni che un Dio è venuto a darmi da un luogo così eccelso. Abbassate dunque, o Gesù , tutte le mie alture; è questo uno dei fini della Vostra Venuta. Io mi offro a Voi, come al mio Signore: fate di me ciò che Vi piacerà.’

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

2. La luce dell’Incarnazione nelle tradizioni patristiche e liturgiche

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Per illustrare il mistero della concezione e del parto verginali della Madonna, adopera la Chiesa di nuovo, nella tradizione patristica e liturgica, l’immagine della luce.

Quanto alla tradizione patristica scrive san Bernardo: ‘Siccome lo splendore del sole riempie e penetra una finestra di vetro, senza infrangerla, e trapassa la sua forma solida con impercettibile sottigliezza, né nuocendola entrando, né rompendola uscendo: così il Verbo di Dio, lo Splendore del Padre, entrò nella camera verginale ed uscì dal grembo chiuso.’

Quanto alla tradizione liturgica, il prefazio delle s. Messa della Madonna utilizza l’immagine di luce per rappresentare la Natività di Colui Che è sia Figlio di Dio che Figlio della Vergine Immacolata: ‘… virginitatis gloria permanente, lumen aeternum mundo effudit, Jesum Christum, Dominum nostrum’: mentre la gloria della verginità permaneva, versava sul mondo la luce eterna: Gesù Cristo, Nostro Signore.’

Similmente, ma in modo più sviluppato, il prefazio del santo Natale dichiara: ‘Quia per incarnati Verbi mysterium, nova mentis nostrae oculis lux tuae claritatis effulsit: ut dum visibiliter Deum cognoscimus, per hunc in invisibilium amorem rapiamur.’ ‘Per il mistero del Verbo Incarnato una nuova luce della Vostra gloria ha brillato agli occhi della nostra mente: così mentre conosciamo Dio visibilmente, tramite Lui siamo rapiti all’amore delle cose invisibili’: in altre parole, noi, vedendo Dio Stesso nella Sua umanità, nella forma di Nostro Signore Gesù Cristo, siamo rapiti all’amore per Lui nella Sua Divinità. Questo passaggio dalla Umanità alla divinità che deve essere il nostro più fervoroso desiderio in ogni preghiera mentale, viene espresso nella parola del Signore Ego sum Janua, Io sono la porta, nella quale parola ci invita di passare attraverso della Sua sacratissima umanità, per entrare nella Sua Divinità.

Questo stesso prefazio si recitava, fino alle innovazioni liturgiche, anche nella festa del Corpus Domini (tra altre) per esprimere lo stesso passaggio dalle cose visibili alle cose invisibili. Si fà notare inoltre che il sacro concilio di Trento si serve di un linguaggio simile per parlare dei tratti della s. Messa come quello del silenzio del canone romano: ‘con cui le menti dei fedeli siano attratte da questi segni visibili della religione e della pietà, alla contemplazione delle altissime cose che sono nascoste in questo sacrificio.’

Quando il prefazio dice ‘una nuova luce della Vostra gloria’, parla della manifestazione della divinità in forma umana a Natale. Anteriormente, la luce di Dio aveva brillato sul mondo in altri modi: nella fede del popolo eletto e nelle grazie su di esso elargite; ma, con la nascità del bambino Gesù, ha brillato una nuova luce sul mondo, la luce per eccellenza, la stessa Luce increata di Dio.

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

1. La Luce della Natività

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Noi cattolici non vogliamo riempire le menti ed i cuori col buio, bensì con la luce: non con le tenebre dell’ignoranza e del peccato, che non erano mai più fitte di oggi, né nel mondo né nella Chiesa, ma con la luce della Fede e della carità; non col non-essere ma coll’essere; non col falso ma col vero, non col male ma col bene, con la bontà, e con la santità. Vogliamo alzare i cuori e rivolgere gli occhi alla luce eterna che sta per sorgere per noi nell’arco dei cieli, e splende nelle tenebre: e le tenebre non l’hanno superata, e le tenebre non l’hanno spenta.

In questa luce, in questo sole, ha posto Dio il Suo tabernacolo (salmo 19): posuit in sole tabernaculum suum: ovvero nel sole della Sua Divinità ha posto il tabernacolo della Sua umanità: il tabernacolo in cui è venuto abitare in mezzo a noi in terra (habitavit in nobis – il termine greco originale significando l’abitare in un tabernacolo, in una tenda).

Il termine ‘tabernacolo’ in questo salmo viene inteso anche della Beatissima Vergine Maria: che fu se stessa ‘posta nel sole’, in Dio, così che venne, nelle parole di san Bernardo ‘immersa nella luce inaccessibile.’ Ed in questo tabernacolo che è la Madonna, il vero cielo terrestre, Dio, nelle parole di sant’ Agostino ‘si unì alla natura umana come uno sposo ad una sposa’ e nella frase del libro Ecclesiastico (24.6) messa dalla Chiesa nella bocca della Madonna: ‘Ho fatto nei cieli che sorgesse la luce inestinguibile: ‘Ego feci in caelis, ut oriretur lumen indeficiens.’

Quanto all’uscire dal seno immacolato della Madonna, la Chiesa canta nel responsorio di Avvento le parole seguenti: ‘egressus eius sicut a principio dierum aeternitatis’: il Suo uscire fu come dal principio dei giorni dell’eternità, dove la generazione dalla Madonna viene paragonata con la generazione dal Padre Divino Che è il Principio dentro della Santissima Trinità, ‘il Principio senza principio’da Cui pocede il Figlio Divino fuori tempo nel mistero insondabile ed ineffabile della vita di Dio. In un altro posto, la santa Madre Chiesa applica alla nascita una frase simile del Cantico dei cantici (4.16): ‘Emissiones tuae paradisus’: le vostre emissioni – ciò che voi generate – è il paradiso.

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Trasfigurazione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Dio è una Trinità in Tre Persone divine: Padre, Figlio, e Spirito Santo. Ogni Persona ha una natura divina ed è Dio, ma non ci sono tre Dei bensì un solo Dio. Il Figlio, la Seconda Persona divina, oltre alla natura divina, assunse nell’Incarnazione una natura umana, e si chiamò Gesù Cristo. Gesù significa ‘Salvatore’; Cristo significa ‘Unto’ (o ‘Messia’).

Per gli scopi dell’Incarnazione questa Persona divina, Gesù Cristo, non rivela la Sua piena identità ai sensi di coloro che Lo circondano: non la rivela che durante il Battesimo e la Trasfigurazione, quando si manifesta anche come Dio. Durante la Trasfigurazine si manifesta inoltre come Messia, e più precisamente come Messia sofferente.

Si rivela come Dio mediante la luce con la quale brilla il Suo volto, con la quale le vesti divengono candide e la nuvola è luminosa; ma si rivela come Dio anche mediante la nuvola stessa, che significa la presenza di Dio (come nell’Antico Testamento sul monte Sinai). Ma il testimone ancor più forte della Sua Divinità è la voce del Suo Padre divino: ‘Questo è il Mio Figlio prediletto…’. Il Padre divino Lo chiama ‘Figlio’ nel senso pieno del termine: cioè Figlio secondo la popria natura, che è divina. Lo rivela dunque come il Suo Figlio divino. Ma questa rivelazione non è solo una rivelazione divina, è pure una rivelazione Trinitaria, essendo presente ogni Persona divina: il Figlio, il Padre (nella voce), e lo Spirito Santo (nella nuvola).

Nostro Signore Benedetto si rivela come Messia tramite la presenza di Mosè e di Elia, che rappresentano la Legge ed i Profeti che avevano annunziato il Messia e Gli avevano preparato la strada. Cristo era questo Messia che loro avevano previsto: in termini precisi era il compimento della Legge e l’Oggetto della profezia dell’Antica Alleanza. Cristo era questo Messia, dunque, ma non del genere che ci si aspettava a quell’epoca (ossia una figura politica di potere temporale), bensì un Messia sofferente. Si rivela come tale con il Suo discorso con Mosè ed Elia sulla Sua ‘dipartita’, ovvero sulla Passione e sulla Morte. Qui vediamo dunque la Legge ed i Profeti (quindi in un certo senso tutto l’Antico Testamento con la sua autorità divina) testimoniare un Messia sofferente.

Ora, la ragione per cui il Cristo voleva rivelarSi come Dio e come Messia sofferente era ovviamente per preparare i discepoli alla Sua Passione e Morte. Infatti sono gli stessi tre discepoli a cui darà una conoscenza privilegiata sia della Sua gloria che della Sua Passione: ossia gli stessi san Pietro, san Giacomo, e san Giovanni che Lo accompagnarono sul monte Tabor; Lo acompagneranno anche a Getsemani. E san Pietro in particolare si è già mostrato ignorante della piena portata e del vero significato della Passione: prima della Trasfigurazione quando il Signore profetizzò la Passione, il Principe degli Apostoli rimostrò con Lui, dicendo: ‘Dio Te ne scampi, Signore, questo non Ti accadrà mai!’, ma il Signore lo rimproverò severamente con le parole: ‘Lungi da Me satana–non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini.’

Tramite la Trasfigurazione, dunque, Cristo vuole dire ai discepoli: ‘Io sono il Messia, ma un Messia che deve soffrire: lo testimonia anche tutto l’Antico Testamento; e oltre al Messia sono anche Dio. Quando la Mia Passione comincerà, dunque, non ci si dovrà spaventare o scandalizzare, bensì avere fiducia e speranza, perchè Dio vuole così, e non solo questo, ma Io sono Dio Stesso’.

E quanto a noi, bisogna avere una profonda fiducia e speranza in Lui per tutte le difficoltà della vita; bisogna abbandonarsi completamente a Lui, cadendo, in spirito, con la faccia a terra davanti alla Sua Divina Maestà: e quando  la povera visione di questa nostra vita terrestre sarà passata, potremo sollevare gli occhi, e nessun altro vedremo tranne Gesù, per essere immersi allora, anche noi, nella luce della gloria celeste, e nel regno che non avrà termine.

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Il Buon Pastore

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Buon Pastore va alla ricerca della pecorella smarrita: ovvero, di noi quando abbiamo peccato; ci mette in spalla e ci porta a casa, ossia in Paradiso. In un altro brano chiama le Sue pecore, che Lo seguono perchè Lo conoscono (Lo conoscono nella fede), e perchè conoscono la Sua voce (la conoscono nell’insegnamento della Chiesa). E le pecore Lo seguono all’ovile, all’unico ovile che è l’una, santa, cattolica ed apostolica Chiesa: l’unico mezzo di salvezza; Lo seguono all’unico ovile che allo stesso tempo è immagine del Paradiso.

‘Io sono il Buon Pastore’, dice il Signore, ‘il buon Pastore offre la vita per le pecore.’ In questo tempo pasquale meditiamo sull’amore misericordioso del Signore Che ha offerto la vita per noi sul duro legno della croce, affinchè noi possiamo essere portati da Lui in spalla alla Sua casa e possiamo entrare in quella casa: nella santa Chiesa e nel Paradiso.

La frase ‘offre la vita per le pecore’ esprime soprattutto l’amore di nostro Signore Gesù Cristo verso di  noi, perchè questo è il più grande amore: quello di dare la vita per gli amici. Il fatto che il Signore dica ‘conosco le Mie pecore e le Mie pecore conoscono Me’ rappresenta la reciprocità di questo amore; il fatto che Egli lo paragoni con l’amore tra Lui ed il Padre quando dice ‘come il Padre conosce Me ed Io conosco il Padre’,  significa che questo amore divino è origine, fonte e causa dell’amore tra  Lui ed i Suoi fedeli, ed esprime anche la sua immensità.

Che la figura del Buon Pastore raffiguri in primo luogo l’amore, si manifesta altrettanto alla fine del vangelo di san Giovanni quando il Signore, chiedendo tre volte a san Pietro: ‘Simone, figlio di Giovanni, Mi ami tu?’ gli dice: ‘Pasci le Mie pecorelle’: san Pietro deve divenire anche lui buon pastore nel seguire Cristo ed in partecipazione con Lui; e per questo compito occorre l’amore.

Già nell’Antico Testamento troviamo la figura del Buon Pastore amorevole, anche se in maniera meno concreta e più misteriosa. ‘Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla, su pascoli erbosi mi fa riposare.’ In questo Salmo 22 Iddio si rivela come un buon pastore che ci conduce in Paradiso alla nostra eterna felicità e pace. Ci conduce attraverso la valle oscura della morte che è questa vita: la valle oscura dell’ignoranza, del peccato, della sofferenza, e della morte; la valle oscura sulla quale la luce increata del Cielo non cade, ma dove non dobbiamo temere alcun male perchè Egli è con noi, parlandoci con la voce dei Suoi comandamenti e operando per noi con i Suoi Sacramenti: il Sacramento del Battesimo  rappresentato dalle acque tranquille a cui ci conduce; il Sacramento della Penitenza che converte la nostra anima; i Sacramenti della Cresima, dell’Ordine, e dell’Estrema unzione che sono l’olio col quale ci cosparge il capo; i Sacramenti del Matrimonio e della santa Eucarestia che sono la mensa che ha preparata per noi; il Sacramento dell’Eucarestia in particolare, che è il nostro calice traboccante.

Lui è con noi con la voce e con le azioni, ma anche con la Stessa Presenza, tramite cui è presente dappertutto e soprattutto nelle anime dei giusti per la grazia, così che con un solo pensiero ci troviamo di nuovo nella Sua dolce compagnia.

Se viviamo con Lui, dunque, la felicità e la grazia ci saranno compagne tutti i giorni della vita, fin quando non perveniamo a quella mensa celeste ed a quel calice che sono anche immagini della vita eterna nella casa del Paradiso.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

 

L’uscire dal Padre ed il tornare a Lui

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

‘Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre’. Il Signore parla con queste parole del Suo uscire dal Padre al momento dell’Incarnazione e del Suo ritorno a Lui all’Ascensione. Parla del Suo rapporto col Padre nella Sua umanità, immagine del Suo rapporto col Padre nella Sua Divinità all’interno della Santissima Trinità: dove c’è un procedere dal Padre al Figlio, ed un procedere dal Figlio al Padre.

Come il Signore esce dal Padre e torna a Lui nella Sua umanità, anche noi usciamo dal Padre e torniamo a Lui. Usciamo dal Padre e veniamo nel mondo al nostro concepimento; torniamo al Padre e lasciamo il mondo alla morte.

Come il Signore è Figlio del Padre, anche noi siamo figli del Padre: Lui è Figlio di Dio secondo la natura, la natura Divina, la Divinità; noi invece lo siamo secondo l’adozione, secondo l’incorporazione in Cristo tramite il battesimo.

All’interno della Santissima Trinità Nostro Signore Gesù Cristo si unisce al Padre nell’amore, nel procedere dello Spirito Santo; nella Sua vita terrena va al Padre per mezzo dell’amore: per mezzo della vita intera vissuta per amore del Padre.

Anche noi andiamo al Padre, torniamo al Padre, per mezzo dell’amore. Non basta il battesimo: non basta l’incorporazione a Lui, Corpo Mistico, ovvero alla Chiesa; bisogna amarLo, amarLo con l’amore della Carità: con l’amore sovrannaturale, ossia in stato di grazia. Chi non è in stato di grazia non può amare Dio – nel modo che Lui richiede.

Come amiamo Dio? osservando i comandamenti, praticando le virtù la cui forma è la Carità: agendo per Lui e soffrendo per Lui, perchè anche la sofferenza può essere un modo di amare Dio. Ognuno ha la propria croce: c’è chi soffre fisicamente in ospedale; c’è chi soffre psichicamente a casa: ansie, paure, tristezze. Questo bambino viene maltrattato a scuola, quello a casa; questa persona soffre perchè i familiari sono lontano da Dio; quella per i debiti, quell’altra di solitudine.

Ognuno ha la sua croce. Non deve lamentarsi, nè rammaricarsi, ma portarla con pazienza per amore di Dio. Poichè di questo può essere sicuro: che la sua croce è precisamente quella che Dio ha scelto per lui, per guarirlo dei suoi peccati, per santificarlo e per salvarlo. Dio ci conosce e sa di cosa abbiamo bisogno per il nostro eterno bene.

Solo tramite l’amore che suscitiamo nelle azioni e sofferenze ci possiamo avvicinare a Lui: solo così possiamo tornare a Lui come il figliuol prodigo torna al Padre eterno dopo tutta una vita di peccato; solo così ci possiamo staccare dal mondo con tutte le sue attrazioni, pompe e false promesse.

Bisogna essere figli di Dio non solo di adozione, ma anche moralmente, dunque; bisogna trasformarsi in Lui mediante la Carità, così che Cristo viva in noi e che il Padre Lo ami in noi, e dica: ‘Questo è il Mio Figlio prediletto in cui Mi sono compiaciuto’; così che nell’ora della morte, per l’intercessione della Santissima Madre di Dio, il Padre riprenda l’anima che ci ha dato all’inizio della vita, per introdurla nell’amore eterno tra Sè ed il Suo Figlio, nell’unità dello Spirito Santo.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La moltiplicazione dei pani

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La moltiplicazione dei pani nelle mani del Signore e dei Suoi discepoli e la Sua distribuzione al popolo è simbolo ed anticipazione di un miracolo ineffabilmente più grande che è la santa Eucarestia: il pane che diviene nelle mani del Signore e dei Suoi ministri, attraverso i secoli, Gesù Cristo Stesso, il Cristo totale: Christus totus.

La Santa Madre Chiesa col miracolo dei pani ci mette dunque davanti agli occhi il miracolo della santa Eucarestia che è senza eccezione alcuna la cosa più grande e più preziosa del mondo intero, essendo Gesù Cristo Stesso, Che vive in mezzo a noi nella Presenza Reale. In questo mistero, secondo la parola di uno scrittore, Dio ha attraversato per così dire un’infinità di tempo e di spazio per dimorare in questo povero mondo: per avvicinarSi ed unirSi a noi, e noi con Lui. Per amore di Nostro Signore Gesù Cristo nella Presenza Reale bisogna essere pronti a dare la vita.

Si tratta non di una Presenza meramente spirituale, come quando due o tre persone sono riunite nel Suo Nome, bensì, ribadiamo, della Presenza Reale, sostanziale, di Nostro Signore, Corpo, Sangue, Anima, e Divinità: ciò che esige da noi l’onore più grande che ci sia, cioè l’adorazione.

L’adorazione dovuta al Santissimo fu stabilita dalla Chiesa nelle disposizioni seguenti: farsi un segno di croce entrando in chiesa; fare una genuflessione; stare zitti; mettersi umilmente in ginocchio quando viene sull’altare e quando viene alzato dal celebrante, con la parola usata da san Giovanni Battista quando, con gli occhi del corpo, vide il Salvatore così chiaramente come adesso noi Lo vediamo con gli occhi dello spirito: Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi! E poi siamo tenuti ad inginocchiarci per ricevere la santa Comunione (se siamo nello stato di grazia), riceverLa sulla lingua, fare un ringraziamento dopo.

Essendo il Signore realmente presente in chiesa, bisogna tacere non solo con la lingua, ma anche con la mente: scacciando pensieri sconvenienti e distrazioni, ed evitando di osservare gli altri; indirizzando piuttosto la mente ed il cuore verso Colui Che ci ha amati fino alla morte.

L’evangelista racconta che il popolo ‘fu saziato dal cibo che aveva ricevuto’, un’immagine del nostro saziamento nella santa Comunione: ciò che è se stessa immagine del saziamento definitivo dell’anima di Dio in Cielo. Perchè l’uomo fu creato per Dio e si può saziare solo di Dio: non dei beni fisici come i piaceri dei sensi; non dei beni spirituali finite, come sono la musica, la letteratura, le conoscenze di qualsiasi tipo; neanche della somma totale di tutte le bellezze di questo mondo, ma solo del sommo Bene Che è Dio. L’uomo fu creato da Dio: il suo intelletto per conoscere Dio e la sua volontà per amarLo. L’ intelletto per conoscere non le verità finite di questo mondo bensì la verità infinita che è Dio; la volontà per amare non i beni finiti di questo mondo, bensì il bene infinito che è Dio. L’uomo è stato creato in una parola per l’infinito, per il perfetto e per l’eterno.

Solo con Dio può essere saziato l’uomo, solo con Dio può trovare la pace: ‘Ci avete fatti per Voi, e il nostro cuore è irrequieto fin quando non trova la quiete in Voi’ dice sant’Agostino. Fecisti nos ad te: Ci avete fatti con un orientamento verso di Voi; e il cuore è irrequieto donec requiescat in Te: fin quando non trovi la sua quiete in Voi. L’amore è di due tipi: il desiderio per l’unione e l’unione stessa. Il desiderio è il dinamismo attivo che tende all’oggetto; l’unione è il riposo passivo nel possesso e nel godimento dell’oggetto. Siamo protesi verso Dio, e non troveremo la pace se non quando saremo definitivamente uniti a Lui.

Già su questa terra ci possiamo unire a Dio, poichè la santa Eucarestia è Gesù Cristo, e Gesù Cristo è Dio. Nostro Signore ci dice infatti nel vangelo di san Giovanni: ‘Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame, e chi crede in me non avrà più sete… i vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti… chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna’.

La santa Comunione ci unisce a Lui quaggiù, dunque, ma l’unione stabile ed eterna a Lui sarà solo in cielo. Là coloro che si uniscono a Voi ‘si saziano nell’abbondanza della vostra casa, e li dissetate al torrente delle vostre delizie. Ed in voi è la sorgente della vita, alla vostra luce vedremo la luce.’

Evitiamo il peccato, coltiviamo le virtù, preghiamo, compiamo i doveri dello stato di vita, per poter più degnamente riceverLo nella santa Comunione: per prepararci dopo la fine dei nostri giorni quaggiù ad unirci più intimamente a Lui in cielo nell’unione anticipata dalla santa Comunione.  Amen.

Il Signore risorto appare alla Madonna

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Potremmo descrivere quasi come una legge di natura che la prima persona a cui un figlio desidera comunicare una sua gioia intima è alla propria madre, sopratutto se la madre ha bisogna di consolazione; e più fortemente il figlio ama la madre e più fortemente gliela desidera comunicare. Ebbene, Nostro Signore Benedetto non è un’eccezione a questa legge, anzi la esemplifica in modo determinante.

Non si può neanche concepire infatti la gioia che avrebbe sperimentato l’Uomo Dio compiendo la Missione divina di salvare l’umanità, l’atto di amore misericordioso di cui non ce n’è uno più grande; inconcepibile altrettanto è la consolazione che la comunicazione della gioia dovrebbe dare a Sua santissima madre. Lei infatti aveva attraversato tutto un mare amaro di sofferenze anticipate già dal momento dell’Annunciazione; e quanto all’amore che Lui le portava non c’era e non ci sarà mai un amore così grande e così sublime.

Non ci sorprenderà dunque di apprendere che secondo la tradizione della Chiesa, la prima persona a cui il Signore risorto è apparso fosse la Sua santissima Madre. Il fatto che non viene raccontato nei vangeli spiega la consuetudine che ciò che ci fu di più intimo e personale nella vita del Signore non fosse scritto in quelle pagine.

Possiamo quindi immaginare la Madonna a casa da sola, come lo era 34 anni prima, a leggere la sacra scrittura. La prima volta, secondo i padri della Chiesa, leggeva le profezie sull’avvento del Messia e sulla concezione verginale; questa volta chissà se stesse leggendo quelle sulla risurrezione, e si stesse chiedendo come avrebbe avuto luogo. La prima volta, per la porta, la finestra od attraverso il muro, entrava l’angelo; la seconda volta entrò suo Stesso Figlio Divino.

Apprendiamo la meditazione di questi avvenimenti da san Lorenzo Giustiniani (Passione di Cristo XXIII): ‘…andava dicendo tacita nel suo cuore: Credi che sia giunta l’ora in cui mio Figlio, vinte le potenze delle tenebre, liberatosi da ogni peso di mortalità, risorgerà vittorioso? Credi che riuscerò ancora a vedere il mio Gesù che l’anima mia tanto ama, in cui sono riposte tutti i tesori dei miei desideri e delle mie ansie? Che proprio non venga a me questo mio Figlio Unigenito che cerco con tanta attenzione, a cui guardo con tanto amore, che già possiedo con la mia carità e abbraccio con tanta tenerezza ed affetto? Venga, venga il mio Diletto nel talamo della sua ancella, mi mostri il suo volto, risuoni la sua voce al mio orecchio, perchè Lo veda davanti ai miei occhi, e Lo tocchi con le mie mani e Lo baci, Lo abbracci nella mia umiltà, che possa in Lui riprendersi e rifiorire la mia anima che già da tre giorni giace con Lui nell’oscurità del Suo sepolcro.

Mentre quella madre immacolata stava immerse in questi infuocati pensieri, ecco che vede davanti a sè raggiante di splendore sovrumano il suo diletto Figlio. Ella Lo riconosce, si prostra con la faccia a terra, Lo adora, Lo benedice, tocca i Suoi piedi, bagna di lacrime le Sue cicatrici. Ella non ebbe il dolore di sentirsi dire da Gesù quello che sentì dire la peccatrice perdonata, quasi un rifiuto, una proibizione: ‘Non mi trattenere, perchè non sono ancora salito al Padre; né venne chiamata come il discepolo incredulo a mettere le sua dite nelle ferrite lasciate dai chiodi per sanare quasi le piaghe del suo dubbio; no, non udì niente di tutto questo, ma forse piuttosto le dolcissime parole del Cantico: ‘O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perchè la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro.’

Così forse il Figlio andava penetrando il cuore della Ss. Vergine con espressioni di amore, mentre la Madre continuava ad abbracciare e baciare soavemente i piedi del suo Unigenito e la sua anima vibrava tutta di dolcezza ineffabile, piena di un gaudio che non ha confronti sulla terra. Il suo cuore si scioglieva in tenerezze ed affetti estasianti, e da quelle piaghe sanguinanti dai piedi sgorgava come un’onda fragrante…’

Ma forse la Vergine santissima era già rimasta troppo a lungo prostrata ai piedi del suo Signore: ecco, ora si leva, sorretta dalle mani stesse del suo Figlio e da Lui in forma sovrumana è illuminata, istruita su tutti i misteri della fede, sulla Gloria della risurrezione, sulle future condizioni della Chiesa, sul finale giudizio al chiudersi dei tempi, sulla beatitudine degli eletti nel Regno dei cieli, su tutte le verità attinenti alla fede cattolica. Ella doveva essere illuminata su ogni mistero, su ogni punto del credo affinchè la sua vita fosse norma, esempio, luce per le moltitudini dei fedeli.’ Poi, continua san Lorenzo, congedandosi da Lei ‘in un alone di splendore e letizia scomparve dal suo sguardo’.

+ In nomine Patris et Filli et Spiritus Sancti. Amen

Emmaus

‏+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Non ci ardeva il cuore nel petto …’

Nostro Signore Benedetto appare oggi a due Suoi discepoli: a Clèopa ed ad un altro, forse la moglie Maria, che stava ai piedi della Croce. Qualora avessero volto lo sguardo indietro all’incontro, quali motivi avrebbero potuto trovare per non meravigliarsi ed umiliarsi in profonda adorazione davanti a Dio; meditando sul fatto che il loro Maestro benamato, Che aveva sofferto ed era morto per loro in modo così crudele ed atroce, era davvero il Messia dell’Antica Alleanza, la Gloria del popolo eletto, anzi Dio Stesso; Che era risorto dai morti ed apparso a loro in forma di un ignoto compagno di viaggio; Che era venuto nella casa, celebrando la santa Eucarestia per loro, e poi scomparso dalla loro vista.

Non ci ardeva forse il cuore nel petto?’ si sono detti. È giusto, commenta san Lorenzo Giustiniani, che quelli casti e puri godano, credendo sinceramente e rettamente a Dio, del fatto che l’Unigenito si sia intrattenuto a parlare con loro in una forma così affettuosa e familiare. ‘È giusto che in quest’estasi si inebrino di fervore, si illuminino di sapienza, si infiammino d’amore al contemplare tanta tenerezza e umanità… udendo le onde divine della Sua Sapienza… Essi avranno sentito nell’anima gioie meravigliose mai provate, in quegli istanti supremi in cui il Verbo eterno del Padre parlava loro con la soavità ineffabile del Suo amore sovrumano. Le Sue parole si saranno irradiato come sprazzi di luce spirituale, la sua voce sarà effusa come rivoli di nettare celestiale, per cui i loro cuori saranno rimasti ineffabilmente inebriati, come pervasi di incontenibile letizia… mentre la loro mente era come sospesa in contemplazione sia per chi loro parlava sia per gli ineffabili discorsi che pronunciava. Era indubbio, essi avranno pur avvertito che nel Signore Gesù c’era qualcosa di divino: ma i loro occhi erano ancora troppo chiusi per riconoscerLo. Gustavano il sapore dolcissimo della Sua Sapienza ed in questa gioia il loro cuore bruciava dell’incendio dell’amore Divino.’

Il Signore spiegava a loro, come spiegherà più tardi agli Undici a Gerusalemme, come la Legge, i Profeti, e persino tutta l’Antica Alleanza parlava di Lui; ossia come avrebbe dovuto soffrire per entrare nella Sua gloria. E poi ‘quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed ecco si aprirono loro gli occhi e lo riconnobbero. Ma Lui sparì dalla loro vista.’ Dopo, racconteranno come Lo avevano riconosciuto nello spezzare il pane: fractio panis, la frase che significava la santa Eucarestia nella Chiesa primitiva.

Stolti e tardi di cuore…’

Perchè non Lo potevano riconoscere prima? perchè dubitavano, come ritengono alcuni Padri? Ebbene, come i Discepoli sulla via di Emmaus anche noi siamo in via, ovvero in via per il Cielo; come loro siamo anche noi accompagnati dal Signore, Che, se siamo in stato di grazia, è inoltre nelle nostre anime, nel mistero della Santissima Trinità. Come mai, quindi, non Lo riconosciamo neppure noi: perchè se Lo riconoscessimo, sicuramente Gli chiederemmo aiuto quando ne avessimo bisogno, condivideremmo con Lui le gioie, Gli offriremmo le sofferenze, ci daremmo completamente a Lui come Lui si è dato completamente a noi. E quando entra nella nostra casa nella santa Comunione, sotto il tetto dell’anima, come mai non Lo riconosciamo neanche là, unendoci a Lui più strettamente, ringraziandoLo che è venuto, e dopo imane sofferenze è morto e poi risorto per noi, e solo per noi? Siamo anche noi così ‘stolti e tardi di cuore’?

Resta con noi…’

Dopo aver parlato con loro sulla via, aveva fatto ‘come se dovesse andare più lontano.’ ‘Nei loro cuori’, dice san Lorenzo, ‘Egli era come uno straniero, un pellegrino e quindi avrebbe voluto andare lontano da loro’, ma facendo così sicuramente aveva anche un altro motivo, come quando stava per oltrepassare i Discepoli sul lago: ossìa voleva silenziosamente invitarli a chiamarLo presso loro, nella barca, nella casa, nel cuore.

Resta con noi perchè si fa sera ed il giorno già volge al declino.’ Resta con noi sul nostro viaggio in Cielo: resta con noi, non ci lasciare come il sole che sta declinando ora con una tale velocità sul paesaggio serotino della Terra santa, come le speci della santa Comunione che si sciolgono in noi e ci lasciano senza di Te; resta con noi nella casa dell’anima nella santa Comunione; non sparire dalla casa, non sparire dalla vista, non sparire dal cuore; resta con noi quando la luce di tutte le nostre speranze per questo mondo si appassiranno e si spegneranno, quando le ombre cadranno su questo nostro mondo e si infitteranno; resta con noi quando invecchieremo e farà sera, O Signore e Dio, quando il giorno volgerà al declino e il sole di questo mondo scenderà, tramonterà e sparirà, usque ad senectutem et senium, Deus, ne derelinquas me! Resta con noi per tutta la lunghezza del nostro viaggio e del nostro pellegrinaggio terrestre, Tu Che sei la nostra unica speranza nel tempo e nell’Eternità, fin quando una luce trasfigurata e più gloriosa non si alzi in un mondo più glorioso: la luce che sei Tu, O Lumen Christi, quando Ti vedremo in fine faccia a faccia, Tu Che abbiamo riconosciuto quaggiù nello spezzare il pane.

+In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le tentazioni di Cristo

 + In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen
     Le tentazioni di Cristo non sono tentazioni nel senso che Nostro Signore Benedetto fosse suscettibile alla tentazione, essendo Dio e possedendo un’umanità impeccabile, bensì tentazioni da parte del tentatore, del demonio, che tenta il Signore per vedere se Lui sia un mero uomo, e, se lo è, di farLo cadere, se possibile.
     Come farLo cadere? Tramite le tre fonti di peccato nell’uomo, cioè la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi, e la concupiscenza della propria eccellenza, ossia la superbia.
     Ora la concupiscenza della carne consiste nel desiderio immoderato di soddisfare i propri sensi: il demonio prova a suscitare questa concupiscenza tentando il Signore di trasformare le pietre in pani. La concupiscenza degli occhi, invece, consiste nel desiderio immoderato di possedere oggetti o informazioni: il demonio prova a suscitare questa concupiscenza tentando il Signore di possedere tutti i regni del mondo. La concupiscenza di sè, ovvero la superbia in fine, è oggetto della tentazione del Signore di gettarSi giù dal tempio per essere sorretto dagli angeli. Tre fonti di peccato, tre concupiscenze, tre tentazioni.
     Da dove vengono queste tre fonti di peccato, o piuttosto da dove viene quella che è la fonte delle due altre, cioè la superbia: dal Peccato originale; Adamo ed Eva si sono staccati da Dio ed attaccati a se stessi, così l’amore per Dio divenne un amore per se stessi. Cos’è l’amore per Dio, dunque, e come si è trasformato nell’egoismo?
     L’amore per Dio è un amore di dono completo di sè a Dio; similmente l’amore di Dio per noi e’ un amore di dono completo di Sè a noi, che comporta dunque che noi accogliamo Dio in noi stessi, che Lo possediamo, fin quanto ciò è possibile per noi esseri finiti e limitati.
     Ma loro non volevano darsi a Dio e non volevano possedere Dio. Quell’amore di dono reciproco divenne per loro un amore esclusivamente diretto all’afferrare ed al possedere in modo egoistico. E l’oggetto di questo amore non fu più Dio, bensì le cose create, amate in modo immoderato e disordinato: senza rapporto verso Dio, senza riferimento a Dio; senza glorificarLo, senza lodarLo, senza ringraziarLo.
     Ora l’atto di ribellione di Adamo ed Eva nello staccarsi da Dio e nell’attaccarsi a se stessi fu così violento che cambiò la stessa natura umana ed acquistò per questo il nome di ‘natura caduta’, la natura caduta con le sue tre concupiscenze: la concupiscenza della carne (per i piaceri dei sensi), la concupiscenze degli occhi (per gli oggetti e per le informazioni) e la superbia (l’amore per se stessi).
     Queste tre concupiscenze divennero in seguito le tre fonti di peccato per ogni uomo dopo Adamo: queste furono dunque il campo in cui il demonio, nella sua ignoranza, ha provato a far cadere persino il Signore. Con queste fece cadere gli ebrei: con la sensualità, l’avarizia, e sopratutto la superbia; con l’avarizia fece cadere Giuda.
     Con tutte e tre fa cadere l’uomo moderno: la sensualità in modi che non occorre neanche evocare; l’avarizia nel materialismo e nelle futili e smisurate ricerche su internet; la superbia nella stoltezza con cui egli presume di negare persino l’esistenza di Dio.

     Anche per ognuno di noi sono queste le fonti di ogni peccato. Dove sono tentato io? nella sensualità, nell’avarizia, nella curiosità, nella superbia? Di queste la più subdola è l’ultima, la superbia, che si chiama ‘il vizio sottile’, perchè sottile da scoprire e sottile da combattere. La invito, caro Lettore, a chiedersi dove si situa il campo di battaglia per Lei. Se vince le concupiscenze, si sottrae dal potere del demonio, raggiunge la pace, si santifica, si avvicina alla perfezione.

Che Dio e la Madonna ci aiutino, i Quali, mai sottomessi alle concupiscenze, hanno compassione per noi, nella nostra miseria. Chiediamo il loro aiuto e lottiamo fortemente per la salvezza dell’anima e per la Gloria di Dio.

 +In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Nel sepolcro

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen. 

Entrando con lo spirito nel sepolcro, vedo cogli occhi dell’anima il Sacrosanto Corpo di Nostro Signore, splendente nel silenzio e nel buio, di una luce tenue di oro chiaro. Il Corpo infatti è sempre unito alla Divinità, come lo è anche l’Anima, che alla morte lo lasciò per liberare i Giusti dal Limbo.

Vi vedo, o Signore, avvolto nella Sindone, il Volto coperto del velo, come per non mostrarci più le Sacre ferite, adesso che il dolore sia passato, e che finalmente il tempo stabilito dal Padre sia giunto. Consummatum est: Omnis consummationis vidi finem. Latum tuum mandatum nimis. È consumato: di ogni consumazione vidi la fine: il Vostro mandato è compiuto sino alla fine.

Vi vedo davanti a me, Presente nella Vostra Divinità, ma nascosto come nel tabernacolo. Il Corpo morto  rappresenta quello di Adamo, istigatore della propria morte e di quella di tutti i suoi discendenti, il Corpo rappresenta anche noi che abbiamo meritato la morte per tutti i nostri innumerevoli peccati. E su tutto il Corpo, ormai invisibili, le sacre ferite: le cinque ferite della crocifissione, le 5,475 ferite della flagellazione, le ferite delle spine nella testa e persino nel cervello, le ferite delle cadute e nel cuore. Tante ferite Vi abbiamo inflitte! Tante quante abbiamo meritate noi per la nostra malvagità!

O Signore Adorabile, questo dovrebbe essere il mio corpo morto, queste dovrebbero essere le mie ferite, giustamente meritate dal mio peccato: dal mio peccato contro Voi, O Bontà Infinita ed Amore Eterno; ma Voi le avete prese su di Voi in una sofferenza più profonda e vasta di un’infinità di oceani, ma guadagnando con essa il Paradiso, trasformando la morte in vita e le ferite nella costellazione più gloriosa di tutto il creato: l’abbellimento più glorioso della Vostra Sacratissima Umanità.

E così rimarrò prostrato davanti al Dio Uomo, per adorarLo nel buio e nel silenzio, adesso che il dolore sia passato: per ringraziarLo della Sua infinita misericordia verso di me, misero peccatore, donec ego vixero: lungo tutto il corso della mia vita. Amen.

La Resurrezione

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Quando le pie donne erano giunte al sepolcro, il sole era già alzato, il sole che alla morte del suo Creatore fu oscurato, ma che adesso alla Sua Resurrezione, si era alzato in perfetta armonia col suo Creatore: poiché allo stesso tempo del sole creato si alza il Sole Increato, il Sole di Giustizia, lo Splendore e la Gloria del Padre, la luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo.

E siccome tra le tenebre della notte e la luce del giorno il sole non era ancora visibile, ma nelle parole di san Girolamo “irradiava inanzi a se una rosea aurora”, così Nostro Signore Gesù Cristo non era ancora visibile, ma rivelava solo gradualmente la Sua resurrezione: il Suo più grande miracolo, il fondamento della nostra fede, il fondamento anche di tutta la nostra speranza nella futura gloria.

Questo miracolo si manifesta per primo nella pietra rimossa dal monumento, e poi nell’annuncio dell’angelo. Ma già l’apparenza dell’angelo anticipa il suo annuncio, in quanto (continuando il commentario patristico) lo splendore celeste della sua veste bianca proclama la gioia e la gloria pasquali – la gioia che il nemico è sconfitto, il Regno guadagnato, e che il Re della Pace che era cercato, ora è trovato e non si perderà mai più; mentre la sua giovinezza è segno del corpo risorto, ed il sepolcro vuoto segno della nostra futura resurrezione.

“Non abbiate paura” dice l’angelo, “Voi cercate Gesù Nazareno crocifisso: Egli è risuscitato”. Le pie donne non devono avere paura di vedere questo Suo compagno di Paradiso: piuttosto i figli di questo mondo devono intimorire alla rivelazione di misteri così sublimi. Ora il nome “Gesù Nazareno” è quello che stava sopra il Salvatore sulla croce, e l’angelo Lo chiama anche “il Crocifisso” – ma dopo la Resurrezione la croce non è più immagine di morte e di disgrazia bensì simbolo della vita e della gloria eterne.

“Ma andate” continua l’angelo, “dite a Suoi discepoli ed a Pietro: Egli vi procederà in Galilea…” San Pietro, che abbiamo ultimamente visto piangere la sua caduta, deve farsi coraggio tramite questo annuncio, ed assicurarsi che il Signore lo ami nonostante i suoi peccati.

Sì, carissimi fedeli, anche per noi è passata la notte del peccato, la notte quando abbiamo lasciato la compagnia del Signore per rinnegarLo e per tradirLo con i nostri peccati – “ed era notte” scrisse l’evangelista: questa notte è passata, perchè anche per noi il Signore è morto, ed anche per noi risorto dalla morte; e nel sacramento della Confessione ci perdona tutti i nostri peccati. Il giorno nasce ed Egli risorge nella gloria radiante della Sua Santità per non morire mai più: nostra luce, nostra vita, nostra gioia, e nostro unico premio in tutta l’eternità. Amen.

La Natività

Untitled we+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Beata Vergine, nell’episodio della Natività, “meditava tutte queste cose nel suo cuore”. La parola latina “conferens” suggerisce di fare dei paragoni, tra l’umano e il Divino: l’umano nella nascita di un bambino umano da una madre umana, nelle più povere e meschine condizioni; il Divino nella nascita di un Dio annunziata da un Arcangelo, predetta dalla concezione e dall’esultanza in grembo di San Giovanni Battista, dalle profezie di S. Elisabetta e S. Zaccaria, dalla moltitudine degli angeli e dalla stella.

E tra i segni dell’azione divina possiamo includere anche il carattere del parto in se stesso, e la presenza di angeli ministri.

Il parto non violò l’integrità verginale della Madre, così come non lo fece la Concezione, in quanto la Madre di Dio è perpetuamente Vergine: prima, dopo, e durante il parto; né il parto fu in modo veruno doloroso, perocchè i dolori delle nostre doglie non furono ereditati dalla Nostra Madre Santissima, in quanto ella era immune da ogni macchia del Peccato Originale. Perché laddove Eva, la madre di morte, partorì nel dolore come pena per il Peccato, la Beata Vergine, la Madre della Vita, partorì nella gioia, esente da ogni peccato.

La Madonna rivelò a Santa Brigida: “Egli uscì dal mio chiuso grembo verginale con indicibile gioia ed esultanza… io lo partorii… inginocchiata da sola in preghiera nella stalla. Perché con tale esaltazione e letizia dell’anima io l’ho partorito, ché non ebbi alcun travaglio né provai dolore veruno, ma subito Lo avvolsi nelle vesti pulite che io avevo già da lungi preparate”. Nel Discorso Angelico leggiamo: “Inoltre, quando il Figlio di Dio fu concepito, Egli entrò nell’intero corpo della Vergine con la Sua Divinità, cosicché, quando nacque con la Sua umanità e la Sua Divinità, Egli uscì versato attraverso il suo corpo, siccome tutta la dolcezza esce interamente dal seno della rosa, rimanendo la gloria della verginità nella Madre Sua”.

Dove si fermò Nostro Signore al momento della Sua nascita? Barradio asserisce ch’Ei s’adagiò sul terreno a cagione della Sua Divina umiltà, mentre, secondo una tradizione riportata dal Ribadaneira, la Beata Vergine non appena vide Cristo, fu colta da gran meraviglia per il Dio fatto uomo, e si prosternò a terra davanti a Lui, e con la più profonda riverenza e gioia del cuore Lo salutò con queste parole: “Tu sei venuto da me, che tanto Ti ho desiderato, o mio Dio! Mio Signore! Mio Figliuolo!”, non dubitando affatto di esser stata compresa da Lui, pur Bambino quale Egli è, e che ella dunque Lo adorò, baciandogli i piedi in quanto Egli era il suo Dio, le mani in quanto Egli era il suo Signore, il Suo volto in quanto Egli era il suo Figliuolo. Altri sono invece dell’opinione che Egli fu posto dagli angeli nelle braccia della Sua Beatissima Madre; altri ancora, tra cui S. Brigida e il padre Cornelio a Lapide, affermano che il Divino Bambino si alzò con la Sua stessa forza e si mise tra le braccia della Sua dolcissima Vergine Madre.

Per quanto riguarda la presenza di angeli ministri, padre Cornelio a Lapide commenta giustamente: “Se le stelle del mattino lodavano Iddio e tutti i Suoi Figli (ovverosia gli Angeli) si rallegravano della creazione del mondo, come dice Giobbe (38,7), quanto più devono aver gioito al momento dell’Incarnazione e della Natività del Verbo? Infatti, S. Paolo afferma (Eb 1,6): Quanto il Padre fece nascere il Suo primogenito nel mondo, Egli ordinò che tutti i Suoi Angeli Lo adorassero”. E possiamo facilmente immaginare che non solo nel cielo sopra i pastori, circondato da una nuova e maestosa luce divina, ma certamente pure nella stalla di Betlemme le schiere degli Angeli lo adorassero.

E lo stesso padre Cornelio a Lapide commenta: “Tutti gli Angeli accompagnarono Cristo loro Dio e Signore sulla terra, al modo in cui tutte le corti reali accompagnano un Re quando si reca da qualche parte. Provavano meraviglia del Dio Incommensurabile, come se si trovassero ridotto a concepibili dimensioni in una luce immensa, e Lo veneravano e Lo adoravano… E così avvenne che questa stalla era come se fosse diventata l’alto cielo del Paradiso, piena di Angeli, di Cherubini e di Serafini, i quali, lasciando il Cielo, venivano in terra ad adorare il loro Dio fatto uomo. Siffatta era l’opera dell’Incarnazione e della Natività del Verbo, finora inconcepibile, così come era del tutto incredibile per gli Angeli, in quanto era l’opera suprema e conveniente della Divina Potenza, Saggezza, Giustizia e Clemenza, la quale supera ogni capacità di comprensione degli uomini e degli Angeli.

E così la Madonna, nel silenzio, nella sua verginale modestia, nella sua celeste prudenza, nella sue quanto mai salde Fede e Speranza, contemplava tutte queste cose, sia umane che Divine, paragonando i segni di profondissima umità che vedeva con quanto ella conosceva della Suprema Maestà di Dio: la stalla con il cielo; le fasce con l’abito meraviglioso di cui è rivestito Colui che è “coperto di luce come da una veste” (salmo 104); la culla con il trono dell’Altissimo; le bestie con i Serafini: vedendo in esse tutta una meravigliosa armonia, tale da confermare la sua Fede, che l’unico Figlio di Dio, Quello che da Lei nacque, il Quale avrebbe, nel corso del tempo, sviluppato e portato a compimento suddetti misteri nella Redenzione del mondo.

E proprio come la Rivelazione di Dio sotto le spoglie di un bimbo neonato suscita meraviglia negli Angeli per la sublime novità, così eleva il cuore dell’umanità, e soprattutto della Madonna, all’adorazione della Divinità, siccome canta la Chiesa nel Prefazio di Natale: “Poiché dal mistero del Verbo Incarnato, la nuova luce del Vostro splendore rifulgette agli occhi della nostra mente, sicché, mentre venivamo a conoscere Dio visibilmente, siamo rapiti dal desiderio per le cose invisibili”. E così la Beata Vergine, tutti gli Angeli e gli uomini gioiscono assieme, e così anche noi, cari fedeli, gioiamo insieme e ringraziamo Iddio per esser venuto sulla terra per amor nostro, sicché pure noi possiamo amarLo come un piccolo bambino, come il nostro Dio, il nostro Redentore, il nostro Bene Infinito.

(Traduzione a cura di Traditio Marciana)

La Redenzione

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Se un padre dà al suo figlio un dono preziosissimo, e il figlio consapevolmente e deliberatamente lo distrugge, è obbligato il padre (dopo averlo punito) a dargli un altro dono? No, il padre è giustificato piuttosto di non dargli più niente. Ma cosa ha fatto Dio? Quando l’uomo (nella persona di Adamo e di Eva) aveva distrutto lo stato della natura elevata, cioè lo stato di vita di Grazia, di vita che non conosce ne sofferenza nè morte, dove l’intelligenza e la volontà sono chiare e forti, e dove le emozioni sono completamente sottomesse alla ragione: quando Adamo ed Eva avevano distrutto questi doni del Paradiso terrestre per se stessi e pure per tutto il genere umano in cui nome anche hanno agito, Dio gli ha dato un dono incomparabilmente più grande per redimerli: quello del Proprio Figlio.

Vediamo che la Redenzione è un dono gratuito di Dio: un atto di pura misericordia. Ma non solo la Redenzione stessa, ma anche il suo mezzo ed il suo modo sono atti di pura misericordia. Dio infatti avrebbe potuto redimere il mondo con qualsiasi mezzo o modo, ad esempio tramite un semplice atto di perdono; invece ha voluto redimerlo tramite l’Incarnazione e la Morte del Suo Divino e Benamato Figlio, Nostro Signore Gesù Cristo.

Perchè Dio ha voluto redimere l’uomo precisamente tramite l’Incarnazione? Nel suo trattato Cur Deus Homo? (Perchè Dio Uomo) spiega Sant’Anselmo che l’Incarnazione era necessaria se Dio voleva un’espiazione perfetta del peccato. Il peccato, essendo infatti un’offesa contro Iddio Infinito, costituisce un’offesa infinita a Lui, e dunque esige una riparazione infinita che solo Iddio può dare. Allo stesso tempo la riparazione per un peccato commesso da un uomo dev’essere compiuto da qualcuno che agisce nelle veci dell’uomo, in maniera vicaria: cioè da un uomo. Ma proprio questo è avvenuto nell’ Incarnazione, dove Dio ha compiuto la riparazione del peccato come uomo: ossia come Iddio – Uomo, Gesù Cristo.

Se il mezzo della Redenzione fu un atto di misericordia, lo era pure il suo modo. Poichè il Signore, come insegna la Bolla Unigenitus Dei Filius (1343), avrebbe potuto redimere il genere umano con solo ‘una goccia di sangue’, mentre ha versato il Suo Sangue ‘riccamente, per così dire, in ruscelli’ – come San Paolo dice nella sua Epistola ai romani: ‘Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la Grazia’.

Ma perchè Dio non era contento di versare una goccia di sangue per redimerci, ma voleva versarlo in ruscelli? San Giovanni Crisostomo risponde: ‘Ciò che bastava per la redenzione, non bastava per l’amore’; e San Tommaso d’Aquino aggiunge: ‘Cristo ha offerto a Dio più di ciò che l’espiazione dell’offesa del genere umano ha esigito, in quanto ha sofferto per amore.’

Fu dunque l’amore di Dio che L’ha spinto a soffrire così profondamente per noi; ma non solo il Suo amore: anche il suo desiderio di manifestarci il Suo amore. San Bernardo scrive: ‘Nella vergogna della Passione si manifesta la massima e l’incomparabile Carità’, e San Gregorio Nazianzeno scrive: ‘In nessun altro modo poteva essere dichiarato l’amore di Dio verso di noi’: in una parola, Dio ha manifestato il Suo amore inesprimibilmente grande verso di noi per farci amarLo.

Sant’Alfonso paragona l’uomo ingrato con un criminale in prigione, condannato al supplizio ed alla morte, per cui un amico caro e santo si offre per subire tutta la punizione da lui meritata: per liberarlo dalla prigione e per dargli una vita felice. Cosa farà questo criminale quando è liberato? Penserà spesso al suo amico a cui deve tutto, ci penserà con profondo affetto e gratitudine, le lagrime negli occhi? O invece quando un altro menziona questo atto straordinario della Carità del suo salvatore, risponderà: ‘Amico mio, senta! Parliamo d’altro! Cambiamo tema!’ come se il tema non lo riguardasse, come se questo suo salvatore che gli aveva dato tutto, non fosse mai esistito?’

E quale di queste due persone siamo noi? Pensiamo noi spesso alle indicibili sofferenze di nostro Signore per noi, ci pensiamo con gratitudine, con emozione ed amore? Oppure non ci tocca per nulla, e viviamo come ci sentiamo, provando forse di evitare i peccati più gravi, o forse anche no; seguendo i nostri istinti ed emozioni, cercando i nostri interessi in tutto; mai pregando, o mai seriamente; mai pensando a questo amore, di cui non c’è un più grande amore, questo amore che si è manifestato in una sofferenza che durò una vita intiera dal momento del concepimento di Nostro Amatissimo Signore Gesù Cristo nel Seno Immacolato di Sua Madre verginale, fino al momento del Suo ultimo respiro sul duro legno della Croce quando pronunziò l’ultima parola Consummatum est; una sofferenza che comprende in sé, fino al più alto grado, tutte le sofferenze e tutti gli oltraggi ai quali l’uomo si è mai stato soggetto; una sofferenza, infine, tramite cui ha amato non solo tutto il genere umano collettivamente, ma anche ogni membro di esso individualmente?

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Il Sacro Cuore di Gesù

Sacro Cuore+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Sacro Cuore di Gesù rappresenta il Suo amore per noi: il Suo amore Divino ed il Suo amore umano: il Suo amore come volontà e Suo amore come emozione. Questo amore, nel senso più profondo, è un amore sofferente e crocefisso, e per questo viene raffigurato incoronato di spine, ferito, con una croce sovrapposta, e bruciante ardentemente.

‘Io Che siedo sopra i serafini e cherubini, Che tengo tutto l’Universo nel Mio potere; Io il Re dei rei, Re come Dio, Re come uomo in virtù dell’Unione Hypostatica della Mia natura divina ed umana, e in virtù del riscatto del genere umano intiero; Io il Re di tutti gli uomini, anche dei giudei, dei mussulmani, degli ‘atei’, e di tutti gli altri che Mi negano o che nella loro presunzione mi disprezzano; Io il Re di tutti i popoli, di tutte le società e famiglie, e di tutti gli istituti, anche se Mi rifiutano: Io Mi sono umiliato per divenire uomo e per essere incoronato di spine da uomini ignoranti, vili, e malvagi, che si burlavano di Me, che si inginocchiavano e Mi salutavano ‘Salve Re dei giudei!’; che Mi schiaffeggiavano e Mi sputavano in faccia, mescolando la loro saliva col Sangue Preziosissimo del loro Salvatore.

‘Io Che sono supremamente ed assolutamente libero, Mi sono lasciato inchiodare su due pezzi di legno; Io Che sono la Bontà, la Misericordia, e la Giustizia in Persona, Mi sono lasciato condannare alla tortura, alla flagellazione, e alla morte più crudele; Io Che sono l’Eterna Beatitudine, ho scelto il dolore e la sofferenza infiniti; Io Che sono la Vita, ho subito la morte.

‘Ma non bastava neanche questo, perchè dopo la morte ho sofferto un nuovo oltraggio, il quale è in un certo senso il colmo di tutti gli altri: quando si è presa una lancia nella cui punta fu per così dire concentrati tutta la malizia, la malvagità, il disprezzo e l’odio del Mondo contro di Me, che poi fu piantata nel luogo proprio della mia Carità, nel Mio Sacratissimo Cuore. Ma persino in quest’ultimo oltraggio Io, Che nella Mia Divinità fui ancora unito al Mio corpo morto, non cercai la vendetta, ma anzi versai l’acqua ed il sangue, i mezzi della vostra salvezza.

‘Questo è dunque il Mio amore per voi, un amore che brucia, perchè sono venuto per far apportare il fuoco sulla terra, e come desiderei che già ardesse: come desiderei che tutti i cuori di tutti gli uomini di questa terra ardessero in una conflagrazione di amore per Me, il loro Re e Redentore, e che amandoMi conoscessero infine la latitudine, la longitudine, la sublimità, e la profondità del Mio amore crocefisso per loro, che sorpassa ogni scienza.’

La Santissima Trinità

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

La dottrina della Santissima Trinità è un mistero, cioè una dottrina oscura alla ragione, che la sola ragione non può raggiungere nè completamente comprendere. La dottrina della Santissima Trinità si chiama il ‘mistero dei misteri’, o il ‘mistero per eccellenza’, che anche dopo la sua Rivelazione la ragione non può penetrare che minimamente.

Il termine ‘Trinità’ significa un solo Dio in tre Persone Divine, o tre Persone Divine in un Dio, ovvero Iddio uno e Trino. La prima Persona è il Padre, la seconda Persona è il Figlio, la terza Persona è lo Spirito Santo.

Per comprendere le relazioni tra le tre Persone, bisogna iniziare con le parole del Credo: Filium… ex Patre natum ante omnia saecula: il Figlio è nato dal Padre prima del tempo; e Spiritum Sanctum… qui ex Patre et Filio procedit: lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. La Santa Madre Chiesa insegna infatti che il Figlio procede dal Padre, e lo Spirito Santo procede sia dal Padre che dal Figlio.

Il Padre è la prima Persona non perché è superiore alle altre Persone, ma perché è il principio delle altre Persone. Le altre due Persone procedono da Lui nel senso che hanno origine in Lui, mentre Lui non ha origine in altra Persona, né procede da altra Persona.

Quanto al modo di procedere, il Figlio procede dal Padre in via generationis. ‘Tu Sei mio Figliuolo, ed Io oggi Ti ho generato’ (Salmo 2. 7). Il Padre genera il Figlio dunque: non Lo fa, non Lo crea, perché sono coeterni. Si intende questo modo di procedere come un procedere del Figlio dall’Intelletto del Padre, perché la funzione dell’intelletto è di generare un’immagine.

Lo Spirito Santo, invece, procede dal Padre e dal Figlio in via spirationis. Il Padre ed il Figlio non Lo fanno, non Lo creano, perché anche Lui è coeterno al Padre ed al Figlio. Si intende questo modo di procedere come un procedere dello Spirito Santo dalla Volontà del Padre e del Figlio: dall’amore reciproco del Padre e del Figlio: per questo lo Spirito Santo si chiama anche ‘Amore’.

Le tre Persone Divine costituiscono insieme un solo Dio; si distinguono in virtù di queste loro relazioni l’una all’altra. Come nell’uomo i due principi, anima e corpo, esistono in una sola persona, così, in Dio, tre Persone esistono in una sola sostanza.

Ci sono due immagini che ci possono far capire meglio la distinzione delle Persone in un solo Dio. La prima immagine è quella del riflesso di un uomo in uno specchio. La esporremo brevemente nell’articolo su Dio Padre; la seconda è quella del sole.

Nel sole si possono osservare tre cose: il corpo del sole, la sua luce, ed il suo calore. Il corpo del sole è la sorgente della luce e del calore, come il Padre è il principio delle altre due Persone. Il raggio emana dal sole come il Figlio procede dal Padre, ed il calore deriva dal sole e dal raggio come lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. Ma il sole, il raggio, ed il calore fanno insieme una sola cosa, come le tre Persone Divine sono insieme un solo Dio.

Questa immagine ci aiuta a capire anche come il Figlio è luce, ossia la luce dell’Intelletto del Padre; e come lo Spirito Santo è calore, ossia il calore dell’amore che unisce il Padre ed il Figlio.

L’immagine ci aiuta a capire ugualmente come le tre Persone Divine si relazionano a vicenda fuori tempo. Poiché il sole non è anteriore al raggio, ed il raggio non è anteriore al calore, bensì il sole, il raggio, ed il calore incominciano tutti e tre insieme e vanno sempre insieme. Sono distinti, ma non disgiunti (nelle parole del catechismo di San Pio X): operano insieme ed inseparabilmente; coesistono simultaneamente. Così le tre Persone Divine sono distinti nelle loro relazioni reciproche, ma senza successione temporale: perché le tre Persone sono coeterne e le loro relazioni non sono dentro, ma fuori tempo.

In questa vita non sapremo mai molto sulla Santissima Trinità. L’ importante è di condurre una buona vita, dominando il nostro orgoglio e sottomettendoci ai comandamenti. ‘Che ti serve saper discutere profondamente della Trinità, dice Tommaso à Kempis, se non sei umile e perciò alla Trinità tu dispiace?’ Infine questo è il modo più efficace per conoscere la Santissima Trinità: perché più santamente vivremo quaggiù, più pienamente goderemo della Visione Beatifica della Santissima Trinità in Cielo alla Sua eterna gloria. Amen.

Nostro Signore Gesù Cristo

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Chi è Gesù Cristo? Gesù Cristo è il Dio-Uomo: Dio in quanto è una Persona divina con una natura divina; Uomo in quanto all’Incarnazione assunse inoltre alla divina natura una natura umana.

Questa Persona divina è la seconda Persona della Santissima Trinità, il Figlio. Assumendo la natura umana al momento dell’Incarnazione, assunse al contempo il nome di ‘Gesù Cristo’.

Dio Padre Stesso diede al Suo Figlio Incarnato il nome di ‘Gesù’. Ora il nome che Dio dà a una persona o a una cosa esprime la natura o lo scopo di questa persona o cosa. Il nome Gesù significa Salvatore, e dunque esprime lo scopo del Figlio incarnato di Dio, cioè di salvare il genere umano: il Suo nome è Salvatore ed il Suo scopo è di salvare.

Il nome ‘Cristo’, invece, viene dalla parola greca Christos ed è l’equivalente della parola ebrea Messia che significa ‘Unto’. Ma cosa ci dice il nome ‘unto’ sulla natura o sullo scopo di Gesù? Ci dice che Gesù è Sacerdote, Re, e Profeta, perché nell’Antico Testamento erano unti i sacerdoti, i re, ed i profeti.

Il significato di questi tre uffici per la missione di Gesù è che sono i mezzi per cui Egli ha compiuto questa missione: la missione di salvezza, perché Gesù Cristo ci salva come Sacerdote, Re, e Profeta. In breve possiamo dire, dunque, che il nome Gesù Cristo significa ‘Salvatore Unto’ e esprime lo scopo della Sua incarnazione, cioè la salvezza degli uomini, assieme ai mezzi di questa salvezza, cioè i tre uffici per i quali era unto.

Guardiamo adesso da più vicino questi tre uffici: Da Sacerdote pagò il prezzo dei nostri peccati con la Sua dolorosissima Passione e Morte e creò i sacramenti; da Re stabilì le leggi secondo le quali dobbiamo vivere e da Re ci giudicherà secondo la nostra ubbidienza a queste leggi; da Profeta rivelò queste leggi tramite le Sue parole e le Sue azioni.

Un altro modo per esprimere il Suo compimento di questi tre uffici è il seguente: come Re ha fatto la via che conduce al cielo; come Profeta rivelò la via; come Sacerdote aprì la porta del Cielo. In questo modo si manifestò come la Via, la Verità, e la Vita.

A coloro, come ad esempi a parecchi gruppi protestanti, che pretendono che l’importanza di Gesù Cristo stia solo nella Sua dottrina e nel Suo esempio (o in altre parole nei Suoi uffici di Re e Profeta), bisogna rispondere che erano essenziali alla nostra salvezza tutti e tre uffici: non solo quelli di Re e di Profeta, ma anche quello di Sacerdote. Senza la sua Passione e Morte, infatti, il prezzo della nostra salvezza non sarebbe stato pagato, e la porta del Cielo non ci sarebbe stata aperta.

È proprio la Sua Passione e la Sua Morte che mi danno speranza della mia salvezza, quando medito su tutte le indicibili sofferenze che Egli, l’Amore Stesso, ha sopportate per amor mio.

O Salvatore! Siate il mio Salvatore! Jesu, sis mihi Gesù! Siete passato attraverso un oceano infinito di amarezza per me. Non permettete mai che questa Vostra sofferenza sia stata invano. Aiutatemi a redamarVi tutto il lungo della mia povera vita: per conoscere, per amare, per ringraziare, e per adorarVi poi in Cielo per tutta l’Eternità! Amen.

Cristo Re e la Sua regalità sociale

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Allora Pilato Gli disse: Dunque, Tu sei Re? Rispose Gesù, Tu lo dici: Io sono Re” – Cristo è Re come Dio e come uomo. È Re come Dio in quanto possiede insieme al Padre e allo Spirito Santo il potere più alto e più perfetto su tutto l’universo; è Re come uomo in due modi: prima in virtù dell’intima unione tra la sua Divinità ed Umanità (l’Unione Hypostatica) e secondo, in virtù della redenzione che meritò per lui il potere assoluto su tutti gli uomini.

Questa regalità di Cristo su tutti gli uomini è soprattutto spirituale, ma anche sociale. Ed era per celebrare e per promuovere questa sua regalità sociale che Papa Pio XI scrisse la sua enciclica Quas primas e stabilì la festa di Cristo Re per la Chiesa universale.

Ora, la regalità sociale di Cristo è il potere del Signore di intervenire negli affari degli uomini tramite l’intermediario della Santa Chiesa Cattolica. Lo scopo di questa intervenzione è che non solo i privati ma anche i magistrati e i governanti venerino Cristo pubblicamente e Gli prestono obbedienza; che non solo individui ma anche le società (nonché tutto il genere umano) si sottomettano all’impero ed alla podestà sovrana di Gesù Cristo.

Ebbene, a questo grave obbligo dell’uomo ad assumere il giogo di Cristo nell’ambito sociale si oppone la tesi nefasta e perniciosa del ‘Secolarismo’. Questa tesi, sviluppatasi a partire dal ‘900 è, nelle parole di San Pio X (Vehementer nos 1906) “la negazione chiarissima dell’ordine sovrannaturale. Essa rivoluziona ugualmente l’ordine molto saggio stabilito da Dio nel mondo; ordine che esige un’armoniosa concordia tra la Società Civile e la Società Religiosa. Queste due società hanno in effetti gli stessi soggetti, visto che ognuno di esse esercita nel proprio campo la sua autorità su di essi. La laicità dello Stato infligge gravissimi danni alla Società Civile stessa, perchè non può né prosperare né durare a lungo, quando non si crea un posto alla Religione.”

Purtroppo questa opposizione alla regalità sociale di Nostro Signore Gesù Cristo è entrata fino a un certo qual grado anche nella mente di certi uomini della Chiesa, cioè nella loro prontezza di separare la Chiesa dallo Stato; nell’Ecumenismo di cui Pio XI scrive: “La Religione Cristiana fu eguagliata ad altre religioni false, ed indecorosamente abbassata al livello di queste”; e finalmente nella promozione di prosperità, progresso, e pace sociale senza riferimento a Colui che è (nelle parole dello stesso Papa) “l’unico autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli cittadini, sia per gli stati.”

L’opposizione al Regno di Cristo è stata espressa e preannunciata già nella parabola della gente che disse “non vogliamo che lui regna su di noi”, e sarà vendicata nel Giudizio Universale quando nelle parole della stessa enciclica: “Cristo scacciato dalla societa’ o anche solo ignorato e disprezzato, vendicherà acerbamente le tante ingiurie ricevute, richiedendo la Sua regale dignità affinchè la società intera si uniformi ai Divini Comandamenti e ai princìpi cristiani, sia nella legislazione e l’amministrazione della giustizia, sia nel provvedere per la gioventù una sana educazione morale.”

Esempi di questi crimini degli stati contemporanei abbiamo visto nelle iniziative del tutto vergognose di proporre come matrimonio alleanze abominevoli ed intrinsecamente pervertite, e di proporre con un sottile e menzognere velo di decenza sotto il nome di “corsi sul corpo e affettivita’” dei programmi per offuscare le menti dei nostri figli, distruggere le loro anime, e di massacrare i non-nati che si potrebbero concepire in seguito alla licenza morale a loro avvocata.

Chi possiede oggi il coraggio tra i nostri governanti o i nostri Prelati di ergersi contro questi oltraggi alla legge naturale , alla legge divina, alla ragione stessa, ma soprattutto a nostro Divino Re? Dove è lo spirito che abbiamo visto cento anni fa in Messico, lo spirito dei Cristeros che si sono opposti al regime anti-cattolico del loro Stato, che prestarono guiramento di fedeltà a Cristo Re e alla Santissima Vergine di Guadalupe, e ricevevano il Crocefisso al collo per mano del sacerdote e salutarono i loro compagni col saluto “arrivederci in Paradiso” come preludio al loro probabile martirio?

Dove lo spirito del loro capo, l’avvocato Josè Anacleto Gonzalez Flores, che morì torturato pregando per il suo carnefice, lo spirito espresso nel suo testamento nelle parole seguenti: “Gesù misericordioso! Miei peccati sono più numerosi delle gocce di sangue che versaste per me. Non merito di appartenere all’esercito che difende i diritti della Vostra Chiesa e che lotta per Voi. Vorrei non aver mai peccato in modo tale che la mia vita sia un’offerta gradevole ai Vostri occhi. Lavatemi dalle mie iniquità e purificatemi dei miei peccati. Per la Vostra Santa Croce, per la mia Santissima Madre di Guadalupe, perdonatemi! Non ho saputo fare penitenza dei miei peccati, per questo motivo voglio ricevere la morte come una punizione meritata per essi. Non voglio combattere, ne vivere, ne morire, se non per Voi e per la Vostra Chiesa. Madre Santa di Guadalupe accompagnate nella sua agonia questo povero peccatore. Concedetemi che il mio ultimo grido sulla terra ed il mio cantico nel Cielo sia, Viva Cristo Re!”

Il Preziosissimo Sangue

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Osserviamo innanzitutto che la Festa del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo è stata soppressa dai fabbricatori del ‘Nuovo Rito’. Fu forse perché, nelle parole di Papa Benedetto XVI , l’uomo di oggi non intende più cos’è il sacrificio, o forse perché le letture della Festa parlano troppo chiaramente della sostituzione della fede giudaica con quella cristiana: un fatto che, grazia alle macchinazioni degli Ebrei, non viene più molto apprezzato dalla gerarchia né dal clero dei nostri tempi. Una cosa comunque è chiara: nessuno può essere salvato se non tramite il sacrificio di Cristo: sine sanguinis effusione non fit remissio – senza il versamento del sangue, non c’è perdono (Eb IX).

Lasciando da parte queste contingenze, dedichiamoci ora ad una breve meditazione sul significato del Preziosissimo Sangue del Signore.

Nell’Antico Testamento il sangue è simbolo della vita, e per questo appartiene a Dio solo, il Maestro della vita, e non va consumato dagli uomini. Nel Nuovo Testamento, il Sangue di Cristo, il Sangue preziosissimo, è similmente simbolo della vita, ossia della Sua Propria vita, ma in quanto il Suo Sangue viene versato in sacrificio, diviene inoltre simbolo della Sua vita versata in sacrificio per noi, cioè del santo sacrificio del monte Calvario.

Questo si vede nel Nuovo Testamento quando ad esempio san Paolo dice (citato sopra): ‘Senza il versamento del sangue, non c’è perdono’; quando san Pietro dice: ‘Voi siete stati redenti dal sangue prezioso di Cristo come di un agnello innocente ed immacolato’; e quando san Giovanni parla nell’Apocalisse del ‘Sangue di Cristo nel quale siamo redenti.’

Il senso sacrificale del Sangue si manifesta chiaramente anche durante la santa Messa, sopratutto alla consacrazione nelle parole: sanguis effundetur – il sangue sarà versato; e nelle parole calix sanguinis mei – il Calice del Mio Sangue. In questo secondo esempio, il calice rappresenta la Passione di Cristo, come nel giardino di Gethsemani, quando Egli chiese al Padre di toglierSi il calice.

Quando veneriamo il Preziosissimo Sangue, veneriamo dunque Nostro Signore Gesù Stesso, sacrificato per noi sul Monte Calvario, e per quello anche in ogni santa Messa, essendo la santa Messa nient’altro di questo stesso sacrificio reso presente anzi tempo sull’altare.

Che il Preziosissimo Sangue del Signore versato per amore di noi, che la Sua morte in Croce tra i dolori più atroci, divenga il tema preferito delle nostre più ardenti meditazioni e dei più ferventi slanci del cuore. Che infiammi il nostro cuore per amarLo e per consumarsi nel fuoco del Suo Proprio amore: per staccarci dal mondo, dai nostri rapporti troppo umani, e infine da noi stessi: per attaccarci solo a Lui; per svuotarci dal mondo e da tutte le sue glorie, pompe, e delizie ingannatrici, per riempirci solo di Lui. Che ferisca il nostro cuore, infine, col desiderio di abbandonare la nostra vita intiera per poter vivere colla sola Sua vita, alla Gloria del Suo santo Nome.

‘In Gesù buono, Vite nostra’, scrive san Bonaventura, ‘fiorisce la rosa vermiglia ed ardente: vermiglia del sangue della Passione, ardente del fuoco di amore, rorida della lagrime sparse dal dolce Gesù. ‘Egli, Gesù ottimo, l’allegrezza mia e gaudio degli angeli, pianse e fu contristato’.Dice san Paolo: ‘Nei giorni della Sua carne, avendo offerte preghiere e suppliche con forti grida e con lagrime, a Colui Che salvarLo poteva dalla morte, fu esaudito per la Sua riverenza (Eb 5.7). O mio cuore di sasso e non di carne, tu sai che il grande e l’ottimo Gesù, nei giorni della sua vita mortale, vissuta per me, fu madido di pianto, e tu non ti spetri? O cuore duro, hai sentito che si commosse per te fino alle lagrime Colui Che in eterno non si commoverà, e tu neppure adesso sei fino alle lagrime commosso?

‘… Pertanto, o cuore di diamante, immergiti nel Sangue abbondante dell’…Agnello nostro, giacivi dentro per riscaldarti,e nel calore intenerirti, ed intenerito aprire il fonte della lagrime. Io cercherò per me il fonte delle lagrime e lo troverò nelle lagrime, nella croce, nei chiodi ed in ultimo nel Sangue vermiglio del mitissimo Gesù.’

Dio Uno

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

In questa sezione consideriamo Dio Uno in distinzione a Dio Trino, prima alla luce della Fede in distinzione alla luce della ragione, e poi nella Sua propria natura.

1. Secondo la Fede e la ragione

Guardiamo il primo articolo della Fede: Credo in Deum: Credo in Dio. Professiamo in questo articolo la nostra conoscenza di Dio tramite la Fede, tramite la luce soprannaturale che ci fa vedere Dio come è in Se Stesso, assieme a tutte le verità che si riferiscono a Lui come è in Se Stesso. Questa conoscenza di Dio tramite la Fede è da distinguere dalla conoscenza di Dio tramite la ragione. La ragione è una luce naturale che ci presenta Dio come Creatore. La ragione procede dall’ osservazione del creato per dedurre l’esistenza di un Creatore.

Rivolgiamo la nostra attenzione per prima alla conoscenza di Dio tramite la ragione, cioè la conoscenza naturale di Dio. San Pio X dichiara nel Giuramento contro il Modernismo (1910) che si può dimostrare con certezza l’esistenza di Dio per mezzo del principio della causalità.

Due esempi se ne trovano nell’epistola di S. Paolo ai Romani. Nel primo capitolo scrive l’Apostolo: “Dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità.” S. Paolo spiega in questo brano come si può procedere dal creato al Creatore: dall’osservazione della potenza, della bontà, e della sapienza manifestate nella creato per dedurne un Creatore che possiede queste virtù.

Nel secondo capitolo della medesima epistola S. Paolo parla della coscienza: “Essi (i pagani) dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano, ora li difendono.” San Paolo sta parlando di una legge scritta nel cuore. Chiaramente si può procedere dall’esistenza di questa legge all’esistenza di un legislatore che è il Creatore, ossia Dio Stesso.

Paragonando adesso la conoscenza naturale di Dio tramite la ragione con la conoscenza soprannaturale di Dio tramite la Fede, possiamo constatare che le due conoscenze sono compatibili, perché Dio è l’autore e l’oggetto di ambedue.

Una differenza principale è che l’oggetto della conoscenza naturale è Dio Creatore, mentre l’oggetto della conoscenza soprannaturale è Dio come si rivela tramite la Fede.

Un’altra differenza principale è che la conoscenza naturale di Dio è difficile da raggiungere, mentre la conoscenza soprannaturale è facile. Il Catechismo Romano dice in riguardo che mentre la conoscenza naturale “muovendo adagio adagio dagli effetti e da tutto ciò che è percepito dai sensi, riesce solo dopo diuturni sforzi a contemplare a mala pena le realtà invisibili di Dio…; (la conoscenza soprannaturale) invece, affina talmente la penetrazione dello spirito umano che esso può innalzarsi al cielo senza fatica. Illuminato dallo splendore divino, scorge l’eterna fonte stessa della luce e poi quanto giace al di sotto di essa.”

2. La natura d’Iddio Uno

Guardiamo adesso come la Sacra Scrittura ci presenta la natura di Dio.
1) Dio è Padre (Mt 5). Il Nuovo Testamento infatti ha posto questo nome proprio al centro della Fede cattolica;
2) Il nome Jahweh nell’Antico Testamento significa l’Essere stesso.
3) I termini Alpha ed Omega (Apc 1) significano che Dio è il principio e la fine di tutte le cose;
4) Dio è Spirito, dice il Signore (Gv 4): cioè Gli manca ogni elemento corporeo, materiale, e composito;
5) Dio è perfetto, dice il Signore quando ci insegna “siate perfetti come il vostro Padre celeste è perfetto (Mt 5), cioè (secondo il Catechismo Romano) possiede in Se Stesso “la pienezza di tutti i beni, la fonte perenne e inesauribile di bontà e di misericordia da cui rifluisce su tutte le realtà e nature create ogni bene e ogni perfezione”;
6) Dio è sapiente, (nonché la Sapienza stessa, in quanto a causa della sua semplicità non c’è distinzione tra qualità e sostanza in Lui): “O profondità dei tesori della sapienza e scienza divina.” (Ro 9,3);
7) Dio è veritiero (Ro 3.14);
8) Dio è anche giusto, ossia la giustizia stessa come tutore della verità: “La Tua destra è ricolma di giustizia”(Salmo 47);
9) Dio è onnipotente ed onnisciente: Nell’Antico Testamento El significa potente; Elohah, Elohim, El-Shaddai significano onnipotente; Adonai significa Signore supremo. Nel salmo 144 leggiamo: “Dove mi rifugerò per evitare il Tuo spirito e il Tuo volto?”
10) Dio è unico: In Deuteronomio VI si legge: “Ascolta Israele: il Signore Dio nostro è Dio Unico”; in Esodo XX il primo comandamento si esprime: “non avrai altro Dio fuori di Me”. E san Paolo ci assicura: “Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo”.

Nel Credo nicæo-costantinopolitano professiamo esplicitamente: Credo in unum Deum. Il Catechismo Romano spiega: “Attribuendo infatti a Dio la suprema bontà e perfezione, è inconcepibile che l’infinito e l’assoluto si riscontrino in più di un soggetto. E se ad uno poi manca qualcosa per toccare la perfezione assoluta, con ciò stesso è imperfetto, né può convenirgli la natura divina”.

Rendiamo grazie a Dio per il dono della santa Fede, per mezzo della quale Lo conosciamo con certezza assoluta come onnipotente, giusto, misericordioso e amorevole. Proviamo ad essere figli degni del Suo amore in Cristo nostro Signore. Amen.

L’ onnipotenza di Dio

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

L’onnipotenza di Dio è la qualità preferita della Sacra Scrittura per mettere in evidenza la perfezione sovrana e l’infinita grandezza di Dio. Dio stesso dice di Sé nella Genesi 17,1: “Io Dio onnipotente”, e nell’Apocalisse (1.8) sta scritto: “Dio Signore onnipotente che è, che era, e che verrà.”

La sua onnipotenza significa che non ci sono limiti a ciò che Lui può compiere: sia ciò che rientra nell’ambito della nostra comprensione – come per esempio ridurre il tutto al nulla o di produrre all’istante molteplici mondi (come dice il Catechismo di Trento), sia azioni infinitamente più grandiose, superiori ad ogni immaginazione dello spirito umano.

Per la vita cristiana è essenziale tenere sempre presente l’onnipotenza di Dio, una qualità che non solo manifesta la Sua perfezione sovrana, ma anche (sempre secondo il Catechismo di Trento) contiene in se, o implica, tutte le Sue altre perfezioni. Il pensiero di questa Sua onnipotenza fa crescere i cristiani nella Fede, nella fiducia, e nella speranza: Se Iddio può fare tutto infatti, dovremmo sempre avere confidenza in Lui quando agiamo e quando preghiamo.

Quando agiamo, dobbiamo ricordarci delle sue parole agli Apostoli (Mt 17.19): “Se avrete fede grande quanto un granello di senape, direte a questa montagna: Passa di là; e passerà, e niente vi sarà impossibile”; quando preghiamo abbiamo la testimonianza di san Giacomo: “Chi chiede, chieda con fede senza esitare, chi esita è simile all’onda del mare, mossa e agitata dal vento; e non s’illuda di ottenere qualcosa da Dio” (Gc I. 6-7).

Il pensiero dell’onnipotenza di Dio deve inoltre far crescere in noi l’umiltà, secondo le parole di san Pietro: “Umiliatevi sotto la potente mano di Dio.” (1 Pt 5. 6); deve insegnarci a non temere “poiché null’altro v’è da temere se non Dio solo, che tiene in Suo potere noi e tutte le nostre cose” (Catechismo); e deve insegnarci infine a ringraziarLo sempre, perché tutte le grazie che abbiamo ricevuto vengono da Lui solo, così che possiamo dire con la Santissima Vergine Maria (Lc.1.49): “Grandi cose ha fatto in me l’onnipotente.”

Teniamo dunque sempre presente nel nostro cuore l’onnipotenza di Dio, per avanzare nella virtù, e per acquistare una Fede, una fiducia, ed una speranza sempre più grandi in Lui Che può fare tutto per noi, e vuol fare tutto per noi: perché ci ama e vuole la nostra felicità quaggiù e nel Cielo. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Creatore

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Consideriamo in seguito 1) il Creatore; 2) la creazione; 3) il creato; 4) il motivo della creazione.

1. Il Creatore

Chi è il Creatore precisamente? Nel Credo professiamo che il Padre è il Creatore; mentre nel vangelo di San Giovanni (1.3) leggiamo che il Figlio lo è, poiché: ‘tutto è stato fatto per mezzo di lui’; nella Genesi (1.2), invece, impariamo che lo Spirito Santo ha un ruolo creativo: ‘Lo Spirito del Signore alleggiava sulle acque’. Chi è dunque realmente il Creatore?

Per rispondere a questa domanda, bisogna tener conto di due principi della teologia Trinitaria: La Santissima Trinità agisce ad extra (verso l’esterno) come Unità, ma una determinata opera Divina si attribuisce ad una Persona particolare secondo la proprietà di questa Persona all’interno della Santissima Trinità.

Concludiamo quindi che la creazione del cielo a della terra è opera della Santissima Trinità come Unità, come dichiara il Concilio di Firenze (Decretum pro Jacobitis 1441): Pater et Filius et Spiritus non tria principia creaturae, sed unum principium. Concludiamo ugualmente che viene attribuita alle varie Persone Divine secondo le loro varie proprietà: in quanto la creazione è un effetto, viene attribuita al Padre come principio; in quanto è opera di sapienza viene attribuito al Figlio come Sapienza; e in quanto è opera d’amore, viene attribuita allo Spirito Santo come Amore

2. La creazione

Nel Concilio del Vaticano I (s. III c. 5) impariamo che Iddio ha creato tutto ex nihilo: dal nulla. Questo significa che non c’era alcuna materia pre-esistente dalla quale Iddio abbia creato il mondo. Di fatti non c’era neanche tempo pre-esistente alla creazione, perché il momento della creazione indica allo stesso tempo l’inizio del mondo e l’inizio del tempo – che possiamo raffigurarci proprio come una dimensione del mondo.

Alla creazione del mondo si aggiunge la conservazione del mondo con la medesima virtù che gli diede l’essere. Se Iddio non conservasse il mondo, tutto ripiomberebbe instantaneamente nel nulla. La Sacra Scrittura dice (Sap.11.26): ‘Che cosa potrebbe sussistere se Tu non lo volessi? e se non fosse ognora sorretto da Te, che cosa potrebbe conservarsi?»

3. Il creato

Quando si parla della creazione del cielo si intendono e il cielo materiale e il cielo spirituale. Il cielo spirituale si riferisce agli angeli: i spiriti puri che sono i ministri di Dio. Tutti questi furono creati buoni, ma parecchi di loro hanno peccato gravemente nel ripudiare Iddio, e perciò si sono trasformati in demòni. Il Quarto Concilio Laterano (1215) dichiara dogmaticamente: Diabolus enim et alii daemones a Deo quidem natura creati sunt boni, sed ipsi per se facti sunt mali. La punizione di questo peccato, oltre al cambiamento di natura, fu la loro espulsione dal Paradiso per coabitare la terra con noi, o per cadere nell’inferno. In riguardo a quest’ultimo San Pietro scrive (2 Pet.2.4): ‘Dio non ha risparmiato gli angeli peccatori, ma li ha precipitati nell’inferno, abbandonandoli agli abissi delle tenebre, dove li mantiene per il Giudizio.’

La creazione del cielo (materiale) e della terra viene raccontata nella Genesi: la creazione dell’essere inanimato come la materia, le acque, la luce; la creazione del regno delle piante; del regno degli animali; e finalmente la creazione dell’uomo stesso.

L’uomo consiste in una parte fisica, ossia il corpo; ed una parte spirituale, ossia l’anima. Nella sua spiritualità assomiglia agli angeli, anche nell’eccellenza dei doni di cui era originariamente dotato, tra i quali (nel caso dell’uomo) erano la Grazia, la possibilità di non morire né soffrire, ed il controllo perfetto della ragione sulle passioni.

Però l’uomo, come il demonio, ha ripudiato Iddio tramite un peccato grave, cioè il Peccato Originale, e come punizione fu cambiato nella sua natura (che deviene ‘la natura caduta’), perdendo i doni sublimi di cui era stato dotato; in oltre (anche come il demonio) fu espulso dal Paradiso (questa volta il Paradiso terreno, il giardino di Eden).

4. Il motivo della creazione

Chiediamoci finalmente perché Iddio ha creato il mondo. La domanda può anche essere espressa: Perché qualchecosa piuttosto di niente? o più semplicemente ancora: Perché?

Bisogna dire innanzitutto che Iddio ha creato il mondo in perfetta libertà: liberrimo consilio (Primo Concilio del Vaticano). Egli non fu costretto dalla violenza o dalla necessità ne esterna ne interna: perché non c’è niente di più potente o più alto di Dio che possa costringerLo; e non c’è nemmeno niente nella sua natura che possa indurLo a creare il mondo, Iddio essendo in Se Stesso perfetto e beatissimo.

Di fatti, a causa proprio di questa stessa perfezione di Dio: a causa del fatto che Iddio è la somma di tutte le perfezioni, non era possibile che Egli avesse avuto un motivo per creare il mondo altro che Sé Stesso. Il Suo motivo per creare il mondo era dunque Sé Stesso: Universa propter semetipsum operatus est Dominus (Prov.16.4). Iddio è dunque sia il Creatore che il fine del mondo: in questo senso possiamo intendere le parole: “Io sono l’Alfa e l’Omega” (Ap.1.8).

Questo motivo di Dio nel creare non era però un motivo egoista, in quanto non creò il mondo per acquistare qualsiasi cosa, perché soli gli esseri imperfetti agiscono per questo fine, mentre l’Essere Perfetto, essendo in Sé Stesso la pienezza di tutto l’essere, non ha bisogno di nulla, come il Re Davide dice nel Salmo (15.2): ‘Io ho detto al Signore: Tu sei il mio Dio, perché non hai bisogno dei miei beni.’

No, il motivo di Dio non era egoista bensì altruista: agiva non per prendere ma per dare, non a causa della Sua utilità, ma solamente a causa della Sua bontà: non agit propter suam utilitatem, sed solum propter suam bonitatem (San Tommaso S. Th. I q.44 a.4). Il Primo Concilio del Vaticano dichiara Lo scopo della creazione nei termini seguenti: ad manifestandam perfectionem suam per bona quae creaturis impertitur: La manifestazione della Sua perfezione tramite i beni che impartisce alle creature.

Lo scopo della creazione comporta quindi due elementi: il primo è la manifestazione della Sua perfezione o, più ampiamente, la manifestazione della Sua perfezione e la Sua glorificazione – che ne è la conseguenza. Lo stesso Concilio definisce: Si quis… mundum ad Dei gloriam conditum esse negaverit, Anathema Sit.

La perfezione di Dio si manifesta ed Egli viene glorificato nel mondo in modi diversi, tra i quali sono: la stessa esistenza del mondo; la vita di quella parte del mondo che è vivente; e la conoscenza, la volontà, e soprattutto la santità delle creature razionali.

Il secondo elemento dello scopo del Creatore è l’impartire beni alle creature, di cui il più gran bene è la beatitudine eterna delle creature razionali nel cielo.

Vediamo qui che per le creature razionali i due elementi dello scopo di Dio hanno lo stesso oggetto: ossia la loro beatitudine eterna, poiché questa beatitudine allo stesso tempo glorifica Iddio e costituisce il loro (più grande) bene.

Deo Gratias!

Dio Padre

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Dopo aver riflettuto sull’unità di Dio ci rivolgiamo ora all’aspetto della sua Paternità, seguendo il Credo che professa: “Credo in un solo Dio, Padre onnipotente.”

Allora Iddio è Padre in tre sensi: è Padre del suo Figlio Divino secondo la Sua natura divina; è Padre di tutti gli uomini battezzati tramite la Grazia; ed è Padre di tutti gli uomini come il loro Creatore.

Osserviamo inanzitutto che Iddio è chiamato Padre nel Credo nel primo senso: come Padre del Figlio Divino, come prima Persona della Santissima Trinità; osserviamo altresì che la parte principale del Credo è strutturata sulla Fede in queste tre Persone Divine: “ Io credo in Dio Padre…ed in Gesù Cristo…credo nello Spirito Santo…”.

Guardiamo adesso brevemente ciascun modo di paternità, cominciando con quello più comune, ossia quello che si rapporta a tutti gli uomini.

1. Paternità creatrice

Iddio è Padre di tutti gli uomini nel senso che li crea, conserva, governa, e provvede per loro. Leggiamo per esempio nel libro di Malachia (2.10): “Non è forse uno solo il Padre di tutti noi? Uno solo, il nostro creatore?”

2. Paternità adottiva

Ma la Paternità di cui godono i cristiani, ossia i battezzati, è più intima e sublime della prima paternità, perchè li autorizza ad invocare “Abba Padre” e ad “essere chiamati, e ad essere davvero figli di Dio” (san Giovanni 1.3.1.). San Paolo aggiunge: “Se poi figli, anche eredi, eredi di Dio, coeredi di Gesù Cristo, primogenito tra innumerevoli fratelli”(Rom 8.17, 29) che “non si vergogna” di chiamarci tali (Ebr 2.11).

3. Paternità naturale

Ora, se questa Paternità di adozione è già un mistero sublime, che cosa si può dire della Paternità all’interno della Santissima Trinità? Qua incontriamo il mistero della Santissima Trinità: il mistero per eccellenza: il mistero dei misteri.

Per considerare la Paternità all’interno della Santissima Trinità bisogna cominciare con una considerazione della Santissimà Trinità stessa, pur essendo tanto limitata la nostra comprensione di essa.

Abbiamo già visto che Iddio è uno: nel senso che non ci sono altri dei, e nel senso che è un’unità in Sé Stesso. La fede ci insegna inoltre che questo un Dio consiste in tre Persone: un Dio in tre Persone, tre Persone in un Dio. La prima Persona è il Padre, la Seconda Persona è il Figlio, la Terza Persona è lo Spirito Santo. Queste tre Persone costituiscono insieme un solo Dio, un solo Signore – “non nella singolarità di un’unica persona, ma nella Trinità di un’unica sostanza” (per citare il prefazio della Santissima Trinità nel rito romano della S.Messa).

*

Guardiamo adesso più da vicino le tre Persone della Santissima Trinità.

Ora la Chiesa non ci permette di concepire alcuna differenza o ineguaglianza tra queste tre Persone, ma soltanto una distinzione in virtù delle loro proprietà. Le loro proprietà sono che: il Padre è non generato; il Figlio è generato dal Padre (come professiamo nel Credo della S. Messa); e lo Spirito Santo procede da entrambi.

Sarebbe sbagliato pensare che il Padre venga chiamato Prima Persona e Padre perché sia prima o più grande delle altre Persone divine: la santa Madre Chiesa ci insegna che Dio è al di fuori del tempo e proclama nelle tre Persone divine la stessa Maestà e Gloria.

No, il vero motivo per il quale il Padre viene chiamato Prima Persona si trova piuttosto nel fatto che Lui non è generato: è principio senza principio (inizio senza inizio); il vero motivo per il quale viene chiamato Padre si trova nel fatto che genera il Figlio.

Il Catechismo Romano insegna che possiamo raffigurarci questa generazione del Figlio come un procedere dall’intelletto del Padre, mentre possiamo raffigurarci il procedere dello Spirito Santo come un procedere dalla volontà (o amore reciproco) del Padre e del Figlio.

Questa dottrina spiega perché si parla del Figlio in termini intellettuali: come il Verbo, o l’Immagine, del Padre; e dello Spirito Santo come l’Amore reciproco del Padre e del Figlio. La dottrina può essere illustrata nel modo seguente: il Padre forma un’immagine mentale di Se Stesso. Questa immagine è il Figlio. Il Padre ed il Figlio si contemplano vicendevolmente, e poiché ognuno contiene in Se Stesso tutte le perfezioni: la Bontà, la Bellezza, la Gloria, la Maestà infinite, la contemplazione produce l’amore. Questo amore è lo Spirito Santo.

Che queste poche parole bastino per ora ad accennare, anche in modo molto remoto, al mistero della Santissima Trinità e quello della Paternità Divina, misteri che non riusciremo mai a penetrare che minimamente, mentre preghiamo nella frase del Catechismo Romano: “affinché accolto un giorno nei tabernacoli eterni, sia(mo) degno(i) di scorgere questa meravigliosa fecondità di Dio Padre che, intuendo e comprendendo Sé Stesso, genera suo Figlio pari ed uguale a se stesso; di contemplare come l’identico Amore di carità dei Due, che è lo Spirito Santo, procedente dal Padre e dal Figlio, stringe reciprocamente in un vincolo eterno ed indissolubile il Genitore e il Generato; come in fine si attui così nella Divina Trinità l’unità di essenza e la perfetta distinzione delle tre Persone”.

Avvento (1)

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+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen

Carissimi fedeli, oggi comincia l’Anno Liturgico della Chiesa e, allo stesso tempo, il Santo Tempo dell’Avvento in cui ci ricordiamo della venuta del Signore a Natale, preparandoci per essa, con una preparazione interna delle nostre anime. Più seria sarà la nostra preparazione in Avvento, più grande sarà il frutto spirituale per noi a Natale.

Di fatti, ogni Festa della Santa Chiesa può portarci un frutto spirituale, ogni anno che assistiamo alla celebrazione della Festa di Natale, possiamo ricevere di nuovo un frutto spirituale dal Bambino Gesù +. Prepariamoci, dunque, bene per questa Festa almeno questo anno.

Come ci possiamo preparare?

Innanzi tutto la preparazione si deve adeguare alla Festa, mentre in Quaresima ci mortifichiamo in unione alla sofferenza di Nostro Signore per godere poi della Sua Vita gloriosa a Pasqua, in Avvento ci discipliniamo piuttosto in una specie di attesa allegra del Bambino Divino. Non cerchiamo grandi piaceri in questo Tempo anticipando le gioie di Natale, ma aspettiamo la Festa natalizia per prendere in essa la nostra gioia.

Vediamo dunque che una certa disciplina, uno spirito di moderazione in tutte le cose ci conviene a questo Tempo. Inoltre come in vista di ogni grande Festa della Chiesa, la purificazione dell’anima è richiesta. Se noi viviamo nel peccato mortale, adesso è il tempo per convertirci e fare penitenza, docili agli ammonimenti di san Giovanni Battista, lo stesso vale per il peccato veniale e altrettanto per le nostre imperfezioni.

Perché perseveriamo nel peccato e nelle imperfezioni quando sappiamo che a Dio non piace? San Paolo ci dice oggi: la notte è trascorsa, il giorno è vicino, rigettiamo dunque le opere delle tenebre e vestiamoci delle armi della luce, non viviamo dei piaceri eccessivi e dei sensi, nell’immodestia, nei conflitti con altri, ma vestiamoci nel Signore Gesù Cristo +.

Noi abbiamo la Fede. Se siamo nel peccato e non sentiamo la forza, né il coraggio, né la voglia di combatterlo, preghiamo il Signore che ci dia la forza; l’ora è venuta, adesso, per svegliarci dal sonno – dice san Paolo – e per essere concreti ci chiediamo cosa è il nostro peccato o vizio dominante, riflettiamo, e quando ce ne siamo accorti tiriamone le conseguenze e combattiamolo.

In una parola, il nostro compito nell’Avvento è quello della conversione, di preparare il nostro cuore alla Sua venuta, come un Presepio degno dell’Altissimo, meditiamo spesso sulla Sua venuta imminente leggendo l’inizio del Vangelo di san Luca, e visitandoLo nel Tabernacolo.

Dom Guéranger scrive: Durante il Tempo di Avvento Nostro Signore bussa alla porta dei cuori degli uomini, talvolta forte, talvolta piano. Lui viene per chiedere se hanno un posto per Lui, perché vuole essere nato nella loro casa. La casa è comunque la Sua, perché Lui l’ha costruita e la conserva, ma si lamenta che i suoi hanno rifiutato di riceverLo, almeno la maggior parte. Preparatevi dunque a vederLo nato dentro di voi, più bello, più radiante, più potente che l’avete mai conosciuto.

Questo, dunque, il nostro compito in Avvento che proviamo a fare con tutto il cuore, con l’intercessione della Santissima Madre di Dio, come anticipo del nostro incontro definitivo con il Signore in Cielo. Amen

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.
Sia lodato Gesù Cristo +

Avvento (2)

+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.

Con l’Avvento, carissimi fedeli, facciamo almeno un piccolo proponimento, per prepararci più degnamente ad accogliere il Re della Gloria quando arriverà a Natale.

Invito tutti a riflettere su qualche cosa sulla quale dobbiamo migliorarci come qualche peccato troppo frequente, qualche vizio, qualche imperfezione sulla quale lavorare in questo santo Tempo.

Possiamo forse chiederci: sono impaziente? o sono forse una cattiva lingua? perdo il tempo con cose inutili? sono forse e persino in peccato mortale? Il Tempo, carissimi amici, è arrivato per lavorare su tutto questo, per superare le nostre cattiverie o imperfezioni, per la gloria di Dio.

In questa prima Domenica dell’Anno Liturgico, la Prima Domenica di Avvento, la Santa Madre Chiesa ci presenta agli occhi dello spirito lo stesso Vangelo (secondo un altro Evangelista) che la settimana scorsa, l’ultima domenica dell’Anno, ossia l’Avvento del Signore alla fine dei tempi; ci rende presente che anche la Sua nascita è la venuta di Dio Stesso sulla terra, dell’Uomo che allo stesso tempo è Dio.

‘Ci saranno segni nel sole e nella luna’. Questo sole, secondo sant’Antonio, così chiamato perché risplende solitario, è Gesù Cristo, il ‘Sole di Giustizia’ che abita una luce inaccessibile, tale che lo splendore di tutti i Santi quasi scompare paragonato al Suo splendore: cioè alla Sua Santità.

I segni che accompagnano la Sua nascita sono raccontati nel Vangelo di San Luca e di San Matteo. Nel primo Vangelo gli Angeli dicono ai Pastori: “questo sarà per voi il segno: troverete un Bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia”. Nel secondo Vangelo il segno è la Stella che conduce i Magi a Betlemme.

Ma ci saranno anche segni che seguiranno la nascita del Signore: Segni nel sole, nel senso di segni nel Corpo stesso del Signore, cioè le cinque Piaghe e soprattutto la piaga del Suo Costato, secondo sant’Antonio, dalla cui apertura verrà aperta la porta del Paradiso e dalla quale rifulge a noi lo splendore della Luce Eterna.

‘Ci saranno segni nel sole e nella luna’. Se Nostro Signore Gesù Cristo + è il Sole, la Sua Santissima Madre è la Luna: la stella più brillante del firmamento del cielo, brillante del riflesso della Luce Eterna del Suo Figlio. E il segno sarà, secondo Isaia, ‘che una Vergine concepirà e partorirà un Figlio il cui nome sarà Emmanuel’.

E’ dunque ‘ormai tempo che noi ci destiamo dal sonno’, come dice San Paolo oggi, perché è raggiunta la pienezza dei tempi, in cui Dio manderà il Figlio Suo, nato da donna, nato sotto la legge’.

Svegliamoci dunque dal sonno, dice di nuovo Sant’Antonio, cioè dall’amore delle cose temporali che chiudono gli occhi del cuore alla contemplazione delle cose eterne, le vane immaginazioni sulle cose di questo mondo che illudono i dormienti nelle prime ore del giorno e vengono fugate dal sorgere del Sole. Il misero pannicello nel quale Gesù fu avvolto e l’umile luogo del Presepio nel quale fu adagiato, ci invitano a svegliarci dal sonno e scacciare le vane fantasie.

Dunque carissimi amici, stacchiamoci dal nulla di questo mondo, dal sonno e dai sogni vani e completamente inutili, per preparare il nostro cuore all’Avvento del nostro Dio.

‘La notte è passata e il giorno si è avvicinato’: la notte dell’ignoranza e del peccato deve cedere al giorno illuminato della Luce eterna di Dio, Che è Lui la pienezza e la perfezione dell’Essere in cui non ci sono tenebre  “Deus lux est et tenebrae in eo non sunt ullae”, Dio che è la Verità stessa, la Bontà stessa e la Somma di ogni perfezione.

Svegliamoci, dunque, sorgiamo e accogliamo in noi la Luce della grazia, la Luce della fede e quella della carità, per farla brillare anche noi sul mondo tenebroso, da veri figli della Luce, perché i segni sono stati visti nel sole e nella luna: i segni comunicati dagli Angeli, dalla Stella e dal Profeta Isaia, di una Vergine che partorirà e di un Bambino che nascerà e sarà adagiato in una mangiatoia; e il fico sta per dare il suo frutto, e la nostra terra (come preghiamo nella Communio) sta per dare il suo frutto – la terra che è anche una immagine della Madonna che riceve nel Suo seno immacolato il Verbo Divino, per darlo come “frutto benedetto” a noi a Natale, per tutta la vita della grazia, nella santa Comunione, e dopo questo nostro esilio nella gloria della Patria Celeste.
Amen.

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.
Sia lodato Gesù Cristo +

Avvento (3)

 

Murillo+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen

Il Tempo dell’Avvento è un tempo di preparazione per l’Avvento o Venuta del Signore a Natale, come tale è un tempo di purificazione e di penitenza. La Liturgia ci ricorda dei sospiri dei Patriarchi e dei Profeti per farci desiderare con loro l’Avvento del Liberatore promesso e lo stabilire del Regno di Dio nelle nostre anime, per farci chiedere a Dio che la grazia divina, ma soprattutto il Redentore stesso, scenda su di noi. Rorate coeli desuper et nubes pluant justum, preghiamo. Una Preghiera che cresce in intensità con le grandi antifone: O Emmanuel, o Rex gloriae, o Oriens prima di Natale. In un tempo di purificazione, dunque, ma anche di penitenza la Liturgia ce ne ricorda col Vangelo sul Giudizio universale, e con il colore viola dei paramenti.

Bisogna dunque preparaci per il Natale non lasciando correre questo santo Tempo con una vaga idea che il Natale si stia avvicinando, bensì purificandoci per esempio con la lettura di questi testi dell’Avvento o dei capitoli iniziali del Vangelo di San Matteo e di San Luca, ed esercitando la penitenza con qualche piccola mortificazione. Non è adesso il momento di indulgerci con dolci o piaceri che convengono piuttosto a Natale.

Come immagine della purificazione tramite santi desideri e della penitenza, la Liturgia della Santa Madre Chiesa propone alla nostra attenzione la figura di San Giovanni Battista. Tutto il compito di San Giovanni Battista è di annunziare la venuta del Signore e poi di sparire davanti a Lui. In questo senso i Padri della Chiesa lo intendono come la stella mattutina che annunzia la venuta del Sole, che è il Sole di giustizia, la Luce increata che è Dio. Mentre la luce del Sole cresce, la luce della stella mattutina diminuisce e finalmente sparisce.

Il Vangelo odierno (Gv.1,19-34) esprime chiaramente questo suo compito, come spiega padre Guillerand certosino, quando i giudei gli chiedono: “chi sei tu?” – risponde: “non sono il Cristo”; quando gli chiedono che cosa egli sia, risponde: “io sono voce di uno che grida nel deserto, preparate la via del Signore”. Non si considera neanche una persona, dunque, ma solo una voce. Lui è la voce e il Signore è il Verbo; lui è la voce che parla del Verbo, soltanto uno strumento che ha funzione in rapporto a Dio; non ha altra funzione che preparare la via al Signore. Il battesimo che lui da, come spiega ai giudei, è un battesimo solo di acqua che prepara il vero Battesimo, quello dello Spirito Santo; è un battesimo di penitenza che prepara il popolo per la vita sacramentale.

Il Battista si abbassa davanti al Signore: se il Battista è, il Redentore era prima di lui; se il Battista appartiene ad un’ora passeggera del tempo, il Signore è eterno, è fuori del tempo: “prima che Abramo fosse, Io Sono” (Gv.8,58); il Battista abbassa se stesso davanti a Lui e non si ritiene neppure degno di sciogliere il laccio del suo sandalo.

Qualche versetto dopo in questo capitolo del Vangelo di San Giovanni, il Battista esprime il suo ruolo, come quello di un testimone: “io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio” (Gv. 1, 32-34).

La parola ci ricorda del Prologo dello stesso Vangelo dove leggiamo: ” Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce..” (Gv.1,6-8), il Battista dà la sua testimonianza, indica il Signore, si congeda dai propri discepoli affidandoli al Signore, presto sarà arrestato da Erode e ucciso da lui, e così sparirà davanti alla Luce eterna che aveva annunciata, alla quale ha dato non solo la sua testimonianza di fede, ma anche la propria vita.

San Giovanni Battista è modello del nostro agire nell’Avvento, ma non è solo questo. Questo uomo di cui nella parola del Signore ” non è sorto uno più grande tra i nati di donna ” (Mt. 11,11) è modello forte della santità, ci mostra nelle sue parole e nelle sue azioni ciò che è, in un certo senso, l’unica verità esistenziale per noi, cioè: Dio è tutto e noi siamo niente. Dunque ci insegna che dobbiamo assoggettarci a Dio, sottometterci a Dio, scordarci completamente di noi stessi per poi brillare della Sua increata Luce, sparendo completamente in Essa per testimoniare la Sua più grande gloria.  Amen.
+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.

Avvento (4)

 

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In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

Abbiamo già meditato, carissimi fedeli, sulla venuta del Bambino Gesù + nelle nostre anime, a Natale, in modo spirituale, ma bisogna sapere che, questa venuta spirituale nelle nostre anime è solo l’ombra della Sua venuta Sacramentale.

Sarebbe triste, davvero, di ricevere il Signore solo spiritualmente, alla Santa Festa di Natale, quando potremmo riceverLo anche sacramentalmente. Per questo, se siamo nel peccato mortale, dobbiamo confessarci prima di Natale, ma anche se siamo solo nel peccato veniale, dobbiamo confessarci per riceverLo più degnamente, il nostro Creatore e Signore, sotto il tetto del nostro cuore.

L’importanza dell’unione sacramentale al Bambino Gesù + è già evidente nel nome del luogo della Sua nascita, Betlemme, che significa “Casa del Pane”, non è un caso che Lui è nato in questo luogo, perchè nei progetti di Dio non esiste il “caso”, ma tutto avviene proprio secondo i consigli eterni di Dio, profetizzati dai Profeti, e in questo caso dal Profeta Michea e dichiarati dai pontefici Ebrei con le parole:  “è da Betlemme che deve uscire il Capo di Israele”.

È nato, dunque, nella Casa del Pane Colui che disse di Se Stesso: “Io sono il pane vivo disceso dal Cielo”, e in un altro passo: “Questo è il pane disceso dal Cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono; chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Gv.6).

In questo Tempo sacro di Avvento ci prepariamo, dunque, per l’unione sacramentale con Gesù Cristo + in forma di un piccolo Bambino, presentato a noi dalla Sua tenera Madre, l’incomparabile e Santissima Vergine Maria.

Nelle parole di Dom Guéranger: “Perchè questo Mistero si compia con maggior dolcezza, il dolce Frutto di Betlemme, si dispone dapprima a penetrare in noi sotto le sembianze di un Bambino, il più bello di tutti i figli dell’uomo. Lui vuole unirsi agli uomini perchè, essendo Lui la vita stessa, vuole che tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza, e perchè vuole trasformarci in Lui, in modo che non siamo più noi a vivere ma Lui che vive in noi”.

La realtà di questa unione sacramentale a Gesù Cristo + sotto la forma del Divino Bambino viene espresso in una esperienza mistica di Santa Faustina Kowalska, il cui Diario è da raccomandare a tutti. Scrive la Santa che: una volta durante la santa Messa, a lei apparve la Madonna con il Bambino Gesù e San Giuseppe e scrisse:

“La Madonna Santissima mi disse: – Eccoti il Tesoro più prezioso – e mi diede il Bambino Gesù. Gli dissi: – Io so che Voi siete il mio Signore e Creatore benchè siate così piccolo – Il Signore allungò le Sue braccia e mi guardò sorridendo. Il mio spirito era inondato di una gioia incomparabile. Gesù scomparve all’improvviso e la Santa Messa era giunta al momento di accostarsi alla Santa Comunione. Andai subito assieme alle suore a prendere la Santa Comunione con l’anima ripiena della Sua Presenza. Dopo la Santa Comunione sentii nel mio intimo queste parole: – Io sono nel tuo cuore quello stesso che hai tenuto in braccio-”

Carissimi fedeli, sappiamo bene che lo scopo della nostra vita è l’imitazione di Gesù Cristo +. Lui è il modello di ogni virtù, imitando Lui dunque, con l’aiuto della grazia, diveniamo perfetti. A Natale si presenta a noi come un Bambino per insegnarci, tra l’altro e senza dubbio, ad imitarLo anche come era da Bambino: semplice, trasparente, innocente, docile, umile, mite, dolce, amorevole. Che questo sia il nostro atteggiamento in Avvento, a Natale e sempre: verso altrui, ma soprattutto verso di Lui, per unirci più intimamente e più perfettamente a Lui spiritualmente, sacramentalmente, e dopo questa vita in terra, definitivamente in Cielo, alla gloria del Suo Santo Nome. Amen.

La Sacra Famiglia

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

In questa Festa della Sacra Famiglia, facciamoci qualche reflessione sulla sua natura. Per fare ciò occorre inanzi tutto capire i suoi scopi. Gli scopi della Sacra Famiglia, come di ogni famiglia e di ogni matrimonio, sono due: il bene dei figli e il bene degli sposi.

Il bene dei figli è il primo scopo della famiglia, e consiste nella generazione ed educazione dei figli. Nel caso della Sacra Famiglia, questa generazione non fu opera di un uomo (cioè di San Giuseppe) ma di Dio Stesso. Il frutto di questa generazione non era un semplice uomo – una persona umana – bensì una Persona Divina, con la natura divina, che possiede anche la natura umana: ossia Gesù Cristo Stesso.

Questa è dunque una grande perfezione della Sacra Famiglia: che la generazione del figlio (il primo scopo della famiglia) è opera di Dio Stesso; e che il suo frutto, ugualmente, è Dio Stesso. Nel caso della Sacra Famiglia, in altre parole, il Padre è Dio ed il Figlio è Dio.

Quanto a questa generazione del Figlio, la Beatissima Vergine Maria e San Giuseppe non sono meramente passivi, bensì collaborano coi disegni eterni di Dio, in quanto il loro legame matrimoniale e la loro vita comune sono il contesto della natività e dell’educazione del figlio. Essi collaborano dunque con Dio, e collaborano non in modo carnale, bensì in modo verginale – e dunque più perfetto.

Il bene degli sposi è il secondo scopo della Sacra Famiglia: il bene degli sposi o, in altre parole, la loro assistenza reciproca. Questa assistenza reciproca tra di loro possiede anche una grande perfezione, in quanto viene indirizzata ad un fine più sublime di quello di tutte altre famiglie: cioè l’educazione e la cura di Nostro Signore Gesù Cristo Stesso.

I due scopi di qualsiasi famiglia, che sono il bene dei figli ed il bene degli sposi, hanno come ultima meta la santificazione del figlio e, poi, di tutti i membri della famiglia. La Sacra Famiglia costituisce un’eccezione a questo principio perché la santificazione non viene dai genitori ma piuttosto dal Figlio. Lui, infatti, non ha bisogno di santificazione in quanto è il Santo Stesso; ed in quanto tale costituisce Se Stesso la fonte della santificazione della Sua madre e di San Giuseppe.

Ogni membro della Sacra Famiglia è modello delle virtù proprie al suo stato: San Giuseppe è modello di docilità alla volontà di Dio, espressa nell’ambasciata dell’ Arcangelo; modello della cura paterna nel guidare la Sacra Famiglia a Betlemme, a Gerusalemme, a Nazareth, ed in Egitto; modello della provvidenza paterna nel suo lavoro. La Madonna, invece, è modello di tutte le virtù manifestate nel racconto degli evangelisti, in particolare delle virtù materne della sottomissione, della preghiera, e della pazienza; il Signore Gesù, invece, manifesta le virtù filiali, in particolare quella di sottomissione, umiltà, obbedienza, e di onore verso Sua madre e Suo padre adottivo, malgrado il fatto che è infinitamente superiore a loro, essendo appunto il loro Creatore e Dio.

In questi modi possiamo dire in una parola che ogni membro della Sacra Famiglia, secondo il proprio ruolo dentro di essa, è modello eccelso della Carità.

Seguendo questi esempi della Sacra Famiglia proviamo noi a compiere i propri doveri verso i nostri famigliari, verso i nostri genitori e figli: con la preghiera, con l’esempio, e con la parola – quando riteniamo che sarà ascoltata; amiamoli, non con indulgenza eccessiva verso le loro debolezze eventuali, ma nella Carità e nella misericordia; chiediendo aiuto in tutto alla Sacra Famiglia, per poter un giorno, in compagnia di San Giuseppe e della Beatissima Vergine Maria, con tutti i nostri famigliari, adorare il Volto ineffabile del Bambino Gesù nel Cielo per tutti i secoli dei secoli.
Amen.

+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.

Sia Lodato Gesù Cristo.

L’Epifanìa

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+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

Epifania, carissimi fedeli, significa manifestazione, manifestazione di Gesù Cristo al mondo, soprattutto al mondo dei gentili rappresentato dai Magi. Questa Sua manifestazione si simbolizza nella Stella apparsa nel Cielo. La Stella significa in primo luogo Cristo la Luce, Lui è la Luce nel Suo rapporto al Suo Padre, “Luce da Luce”, un riflesso della Luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e immagine della Sua bontà, come leggiamo nel Libro della Sapienza.Poi è Luce nel suo rapporto all’uomo, la Luce degli uomini, come leggiamo nel Prologo di san Giovanni, la Luce vera, quella che illumina ogni uomo che viene in questo mondo, dobbiamo intendere la Luce, qua, come la Luce della ragione, la Luce della Fede e la Luce della Carità, perché ogni uomo gode della ragione e raggiungere alla Fede e la Carità se conduce una buona vita.

Questa Stella su Betlemme brilla nella notte come la Luce che san Giovanni descrive nel Prologo: che splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno superata, cioè, la Luce che è Cristo + non sarà soppressa dalle tenebre dell’ignoranza, né del peccato, ma diverrà una fonte di Vita soprannaturale per tutti coloro che Lo accettano.

Come dice già il padre di san Giovanni Battista, Zaccaria, quando profetizza: verrà a visitarci dall’alto un Sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte, e per dirigere i nostri passi sulla via della pace. In secondo luogo la Stella significa la Santissima Vergine Maria, come Stella o Donna di Luce, secondo due interpretazioni del Suo Nome, Lei splende al di sopra di questo mondo di tenebre dove, Piena di Grazia, accoglie in se stessa la Luce del Sole increato che è Dio, come Mediatrice di tutte le Grazie guida, con questa Luce, gli abitanti della terra verso il Sole eterno che è Dio. Di fatti il ruolo di Mediatrice, della Madonna, si vede chiaramente nel racconto dell’Epifania nelle parole: “entrati nella Casa videro il Bambino con Maria, Sua Madre”.

Ludolfo il certosino, commenta: I Magi avevano per Maestra, nella fede, quella Stella dolce e sovrana di cui l’altro non era che la figura. Come rispondono i Magi all’apparizione del Signore, alla Sua Epifania? Prostratisi Lo adorarono, poi aprirono i loro scrigni e Gli offrirono in dono oro, incenso e mirra, e dopo fecero ritorno per un’altra strada, al loro Paese.

Come risponderemo noi? Lo stesso commentatore scrive: offriremo al nostro Re l’oro della carità, al nostro Dio l’incenso delle nostre preghiere, al Redentore che soffre per noi la mirra amara della nostra compassione – e continua – e come i Magi allora, dopo aver adorato il Bambino prenderemo un’altra strada per tornare alla nostra Patria, perché la nostra Patria è l’innocenza e il Cielo. Siamo usciti per mezzo della superbia, la disubbidienza, l’attaccamento alle cose visibili, ci torneremo per mezzo dell’ubbidienza, la santa umiltà e l’indifferenza. L’amore per Dio è l’indifferenza del mondo!

Facciamo allora che soprattutto queste virtù siano rinforzate in noi da questa Festa dell’Epifania e che ci conducano, per un’altra strada, in Cielo. Amen

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.
Sia Lodato Gesù Cristo +

Il santo Nome di Gesù

 

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+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

“Gli fu messo nome Gesù + come era stato chiamato dall’Angelo prima di essere concepito nel grembo della Madre.” San Tommaso da Villanova spiega che questo Nome fu chiamato dall’Angelo e non fissato da lui. Non fu fissato neanche dalla Madonna, bensì dallo stesso Padre Celeste. Questo fatto viene profetizzato da Isaia quando dice: ” Ti si chiamerà con un nome nuovo, che la bocca del Signore indicherà”.

Ora, il nome che Dio da ad una persona o ad una cosa esprime la sua natura o funzione. Cosa significa, dunque, questo nome nuovo che è “Gesù” + ? Gesù significa Salvatore, come l’Arcangelo Gabriele aveva esposto a san Giuseppe con le parole: “Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. San Tommaso da Villanova osserva che non lo chiamò “giudice, né custode, né vindice”, ma Salvatore, e questo perché lo scopo dell’Incarnazione è proprio la salvezza del genere umano.

“Signore Gesù” – prega il santo – “questo Vostro Santo Nome mi da una fiducia sconfinata; Signore, sì, Voi siete proprio Gesù! Riconoscete il Vostro Nome, quello che il Padre Vi ha imposto, siate Gesù per me! Io riconosco di essere prigioniero, irretito nei lacci dei miei peccati, incatenato dalla mia cattiveria, stretto nei ferri della mia malvagità. Riconosco ciò che sono, anche Voi, Gesù, riconoscete ciò che siete!

Di chi siete costituito il Salvatore, se non degli uomini perduti, dei prigionieri? Se non vi sono dei miseri, dei condannati da liberare, di chi sarete il Salvatore? Se io Vi ho rinnegato, Voi però Signore, siete fedele, e non potete rinnegare Voi stesso…Siete la Verità, Signore, e non potete contraddire il Vostro Nome +. Come Vi potreste chiamare il Salvatore se non Vi curaste di salvarci? Come Vi potremmo dire Misericordioso se a chi Vi chiede pietà Voi infliggeste una condanna? In Dio non c’è finzione, non è possibile l’inganno! Il Vostro Nome Signore è la Vostra Identità, Vi chiamate Gesù, perché siete Gesù + “.

Abbiamo dunque fiducia, ed invochiamo con fiducia il Suo Santo Nome, perché il Signore stesso ci ha detto: “Se chiederete qualcosa al Padre nel mio Nome, Egli ve la darà”, e “se mi chiederete qualcosa nel Mio Nome, io ve la concederò”, e san Pietro dice: “Chiunque invocherà il Nome del Signore, sarà salvato” – ad una condizione, tuttavia, aggiunge san Tommaso da Villanova: che Lo invochiamo dal profondo di un cuore sincero.

In virtù del Santo Nome di Gesù, san Pietro guarisce lo storpio presso la Porta Bella con le parole “nel Nome di Gesù Cristo + il Nazareno, cammina!” ed infatti, tutti i miracoli più grandi della Chiesa nel corso dei secoli sono stati operati in virtù del Suo Santo Nome +. Questo Nome guarisce gli ammalati, da la vista ai ciechi e la vita ai morti, mette in fuga i demoni e libera gli uomini dalle tentazioni più violente. Questo Nome fa scendere l’infinita Misericordia di Dio sul mondo nella Santa Messa, ed è il garante eterno che la Preghiera della Chiesa sarà esaudita dal Padre.

Che invochiamo questo Nome, dunque, con cuore sincero e sempre con profondo rispetto e sacro timore, ed invochiamolo costantemente. Che questo Nome, insieme al santo Nome della Madonna, sia la nostra unica speranza nella vita intera, e all’ora della nostra morte pronunciamo con grande devozione la preghiera meditata da san Tommaso da Villanova e santificata nel corso dei secoli dalla Chiesa: Gesù, sii il mio Salvatore! Jesus, sis mihi Jesus! Amen
In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.
Sia lodato Gesù Cristo +

La Passione

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+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.

Dalla Domenica della Passione in poi, le Statue e le Croci della Chiesa sono coperte, affinché possiamo meditare dentro di noi, in modo più intimo, la Passione del Signore. Per aiutarci in questo lavoro in modo salutare voglio meditare oggi, brevemente, l’Agonia del Signore nell’orto del Getzemani.

Là Egli soffriva la Passione, che era davanti ai Suoi occhi dal momento del Suo Concepimento e lo sarebbe stato sino alla Sua morte, nel modo più forte e più intenso. Getzemani, allora, significa etimologicamente “frantoio di olive”, e spiritualmente significa il luogo dove il Suo Preziosissimo Sangue esce da Lui mediante la Sua mortale agonia come olio, con cui siamo rifatti, unti, e nutriti, come accenna la Parola nel Cantico dei Cantici  “oleum effusum nomen tuum ” (1,1).

Coepit contristari et maestus esse / cominciò a provare tristezza e angoscia” (XXVI, 37), scrive San Matteo, la tristezza ora è l’emozione che si sente davanti ad un male che non si può fuggire, questo male era quintuplice:

1. La visione della Sua Passione e della Sua morte, i singoli tormenti, le flagellazioni, gli obbrobri, schiaffi, derisioni, blasfemie, la Croce e la morte in tutta la sua estensione, profondità ed acerbità che Lo fece gemere, tremare, languire, impallidire, indebolire, gettarsi per terra e sudare sangue. E questo per espiare il compiacimento del peccato di Adamo in quell’altro orto di Eden, e di tutti gli altri peccatori.

2. La visione di tutti i peccati e di ogni peccato di tutti gli uomini e di ogni uomo, da Adamo e fino alla fine del mondo; tutti i sacrilegi soprattutto verso il Santissimo Sacramento dell’Altare, gli omicidi, gli adulteri, le fornicazioni, i furti, le calunnie, le blasfemie e tutti i crimini, i più enormi e i più orrendi mai commessi assieme a tutto il dolore, tutta la vergogna e la compunzione che a loro appartenevano, come se Egli stesso li avesse tutti commessi. Vedendo con perfetta chiarezza il grande grado infinito della loro offesa all’infinita Maestà di Dio e suscitando in Se un dolore che ci corrispondesse, e questo per espiare pienamente tutte quelle offese al Padre Celeste.

3. La visione di tutte le sofferenze dei Martiri, dei Confessori, Pastori e Santi che accoglieva in Se per guadagnare ai Suoi Servi fedeli la grazia, la forza e la consolazione per poter subirle per Dio.

4. La visione della dannazione di molti uomini che malgrado tutte le Sue sofferenze si sarebbero persi l’anima, in gran numero, a causa della loro negligenza, indifferenza ed ingratitudine verso di Lui.

5. La visione della afflizione della Sua Beatissima Madre, soprattutto quando stava ai piedi della Croce poiché il dolore del Figlio trafiggerà come una spada l’Anima della Madre, e tornarono poi ad affliggere la propria anima con ancor maggior intensità, Egli soffrendo nel sommo grado di vedere affliggersi la Sua Madre a causa di Lui.

San Leone Magno afferma che “la Passione del Signore si prolunga sino alla fine dei secoli”. Gli fa eco il filosofo Pascal nella sua meditazione sull’agonia del Signore: “Cristo – scrive – sarà in agonia fino alla fine del mondo. Durante questo tempo non bisogna dormire: Io pensavo a te nella Mia Agonia, quelle gocce di Sangue le ho versate per te. Vuoi costarmi sempre Sangue della mia umanità senza che tu versi neanche una lacrima? Io ti sono più amico del tale e di tal altro, perché ho fatto per te più di loro, ed essi non soffrirebbero mai quel che ho sofferto da te, non morirebbero mai per te nel tempo della tua infedeltà e delle tue crudeltà come ho fatto Io, e sono pronto a fare nei miei eletti e nel Santissimo Sacramento dell’Altare”.

+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.

 

Lo Spirito Santo

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+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen

Professiamo nel Credo: “credo nello Spirito Santo + che procede dal Padre + e dal Figlio +” e la Chiesa spiega che questo è un procedere, una processio, dall’Amore reciproco del Padre e del Figlio. Il Catechismo di Trento dichiara: che lo Spirito Santo procede della Divina Volontà come infiammata dall’Amore “a Divinae Voluntate veluti amore inflammata”.

Quanto all’operazione dello Spirito Santo nel mondo, citiamo la parola di sant’Agostino nella sua Opera De Trinitate (a cui il Papa Leone XIII si riferisce nella sua Enciclica Divinum Illud Munus, sulla Santissima Trinità), “come le Tre Persone Divine sono inseparabili, così operano inseparabilmente”.

Ma anche se ogni operazione di Dio nel mondo è operazione comune delle Tre Persone, viene attribuita ad una Persona particolare, secondo la proprietà particolare di queste Persone. Così l’opera di creazione viene attribuita al Padre, le opere di saggezza vengono attribuite al Figlio e le opere di Amore vengono attribuite allo Spirito Santo.

Ora, ci sono tre opere principali di Amore che vengono attribuite allo Spirito Santo:
1- l’Incarnazione; 2- la Chiesa; 3- e la santificazione delle Anime.
In questa piccola sintesi della dottrina cattolica ci appoggiamo sulla stessa Enciclica Divinum Illud Munus.

Primo punto: l’Incarnazione.

L’Incarnazione è l’opera di Amore di Dio verso gli uomini per eccellenza, un’opera completamente gratuita, un’opera della pura Grazia, per questo viene nominata “un’opera dello Spirito Santo”. Nel Credo professiamo: incarnatus est de Spiritu Sancto, come anche leggiamo nel Vangelo di san Matteo: “Sua Madre, Maria, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo”, il versetto 20, “un Angelo disse quel che è generato in Lei viene dallo Spirito Santo”, ma l’opera dello Spirito Santo non solo effettua l’Incarnazione ma anche accompagna ogni azione del Signore.

San Basilio il grande, dice che “ogni azione Sua fu compiuta nella presenza dello Spirito”, ciò che è particolarmente vero del Suo Sacrificio di Sè, nelle parole di san Paolo nella sua Lettera agli Ebrei: tramite lo Spirito Santo offrì Se stesso senza macchia, a Dio.

Secondo punto: la Chiesa.

La Chiesa è opera dello Spirito Santo, questo fatto viene espresso da sant’Agostino con le parole: “Quod est in corpore nostro anima, id est Spiritus Sanctus in corpore Christi quod est Ecclesia – ciò che è l’anima nel nostro corpo è lo Spirito Santo nel corpo di Cristo che è la Chiesa”. In altre parole lo Spirito Santo è l’Anima della Chiesa, cioè il principio della natura e della vita della Chiesa.

Questo fatto si manifesta in tre rispecchi:
1. lo Spirito Santo collega i membri della Chiesa, tra di loro, e con Cristo il loro Capo;
2. lo Spirito Santo conduce e accompagna con la Sua Grazia ogni operazione salvifica nelle membra del Corpo Mistico e promuove tutta la sua vita e crescita;
3. lo Spirito Santo sostiene la Gerarchia con la Sua assistenza nell’esercizio legittimo dei suoi tre Uffici di insegnare, di governare e di santificare, in particolare sostiene la Gerarchia nel Suo Ufficio di insegnare “munus docendi” come lo Spirito di Verità, in quanto procede dall’Eterno vero Dio e dalla Verità che è il Figlio +.

Questi benefici lo Spirito Santo ha cominciato ad elargire sulla Chiesa il giorno stesso di Pentecoste.

Terzo punto: la santificazione delle Anime.

Lo Spirito Santo abita ora nelle Anime dei giusti, questo avviene per mezzo di una infusione così ricca che il Signore dice nel Vangelo di san Giovanni: chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno, questo Egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in Lui.

Questa infusione dello Spirito Santo comincia con il Battesimo e continua con la Cresima, effettua una nuova creazione, rende l’anima simile a se, rende la persona figlio di Dio. “Lo Spirito Santo entrando nell’anima porta con se i Suoi Doni e le Sue ispirazioni che sono come il soffio di una brezza che viene, i moti di un cuore completamente nascosto, porta con se altrettanto i suoi frutti dolci e ricchi di gioia, Lui, che nella Santissima Trinità è la dolcezza del Padre e del Figlio e che elargisce a tutte le creature con una infinita pienezza”, nelle parole di sant’Agostino.

Ma il bene più grande che lo Spirito Santo porta è Se stesso, che si dona ai fedeli, Lui che procedendo dall’Amore reciproco del Padre e del Figlio viene giustamente considerato e nominato “il Dono dell’Altissimo Dio – Altissimi, Dominum Dei”.

Lo Spirito Santo donandosi dunque ai fedeli abita nelle loro anime dove Lui, come l’Amore stesso, li perfeziona nell’Amore e se la potenza e la saggezza di Dio si manifesta anche nelle anime degli ingiusti l’Amore, la Carità, si manifesta solo nelle anime dei giusti perchè è il segno proprio dello Spirito Santo al quale nessun altro, che il giusto, partecipa.

Preghiamo e amiamo lo Spirito Santo che è Dio, che occorre amare con tutto il cuore che è Dio Amore. AmiamoLo con una vita pura e santa che conviene al Suo tempio che siamo noi, invochiamoLo per poter amare e per perdonare gli altri, Lui che è il perdono di tutti i peccati, invochiamoLo con le parole “venite Padre dei poveri, venite datore dei doni, venite luce dei cuori, Consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo”.
Amen.
+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.

L’amore crocifisso di Cristo

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

San Paolo, nella lettera agli Efesini (3. 14-19), scrive che lui piega le ginocchia davanti al Dio Padre affinché i fedeli possano essere ‘potentemente rafforzati dal Suo Spirito nell’uomo interiore’, che ‘Cristo abiti per la Fede nei (loro) cuori e così, radicati e fondati nella Carità’, possano ‘conoscere l’amore di Cristo’ per poter essere ‘ricolmi di tutta la pienezza di Dio.’

Con queste parole l’Apostolo indica per l’uomo un cammino spirituale che comincia con la preghiera allo Spirito Santo per essere forte contro tutti gli attacchi che gli possano venire dai suoi nemici, cioè il Mondo, la Carne, ed il Demonio. In seguito a questo consolidamento dell’uomo interiore, san Paolo prega che Cristo abiti per la Fede nel suo cuore: cioè che l’uomo conosca Cristo per la Fede, e così che Lo accolga nella mente come Verità, ma anche nel cuore come oggetto del suo amore. Poi, radicato e fondato nella Carità, cioè amando Cristo ed il prossimo in Lui, potrà conoscere l’amore di Cristo in tutta la sua estensione: nel senso di amare Cristo ed essere amato da Lui fin quanto è possibile; e finalmente di essere persino ricolmi di Lui, essendo ricolmi della conoscenza di Lui e del Suo amore verso l’uomo, come anche amando Lui ed il prossimo, fino all’unione definitiva dell’uomo a Dio.

In sintesi, dunque, il cammino procede dall’ascesi cristiana ad una Fede ferma, e poi alla Carità, sia ricevuta da Dio, sia data a Dio ed al prossimo, fino all’unione mistica con Dio.

Osserviamo come san Paolo parla in estremi apparentemente contradditori: prega che i fedeli possano ‘conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza’, cioè che possano comprendere l’incomprensibile; prega che siano ‘ricolmi di tutta la pienezza di Dio’, cioè che, pur essendo finiti, possano ricevere in sé l’infinito, che è Dio.

La parole ci ricordano il brano sul suo rapimento al terzo Cielo (2. Cor.12) dove sentiva ‘parole indicibili’ (hreta ahrreta). In questi tre passi ci porta, per così dire, fino all’orlo dell’infinità, all’orlo della Divinità: ad un luogo dove il nostro intelletto e le nostre capacità non sono più in grado di operare nel modo che operano in questa vita, ma saranno rese capaci per poter comprendere e ricevere qualcosa che è più grande di questa vita: e l’occhio vedrà, l’orecchio udirà, e la mente conoscerà ciò che l’occhio non ha mai visto, né l’orecchio udito, né è venuto nella mente umana di concepire: cioè qualcosa di Dio Stesso.

Chiaramente sarà dato a noi di comprendere la pienezza di Dio: di conoscerLo ed amarLo come il Vero ed il Bene infiniti, solo in Cielo: quando tramite facoltà glorificate e trasformate, potremo finalmente conoscerLo revelata facie, vederLo come lo è, sicuti est, eppure amarLo come tale, anche se questa comprensione non sarà mai completa, ma crescerà e si aumenterà sempre di più nel corso infinito dei secoli, mentre ci avviciniamo gradualmente, e senza mai raggiugerLo, verso la pienezza dell’Essere infinito di Dio.

Ora, ‘l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza’ viene esposto in termini della sua ‘ampiezza, lunghezza, altezza, e profondità’: in altre parole, viene raffigurato come la croce, paradigma del Suo Divin amore per l’uomo: l’ampiezza nell’abbracciare tutta la terra e tutti gli uomini; la lunghezza nel’abbracciare tutti i tempi, dall’eternità all’eternità; l’altezza nell’abbracciare il Paradiso, e nel suo orientamento verso il nostro ultimo destino; la profondità nell’abbracciare lo stesso Inferno nel Suo Divin amore.

‘Elevata sulle cime dei monti,’ scrive san Lorenzo Giustiniani, ‘sicura da tutte le tempeste, da tutti i turbini, da tutte le bufere, nessun nemico le si può avvicinare per il folgoreggiare delle saette che da essa promanano, vigilata tutt’intorno dagli angeli, sicurissima per la sua sublimità, inaccessibile per la sua misteriosità, ben salda per la sua incomparabile lunghezza, immensamente capace per la sua sconfinata vastità che attinge alle vette stesse del cielo e che si protende fino ai vertici dell’empireo, con la sua altezza incommensurabile, con la sua grandezza divinamente eccelsa, e penetra con la sua profondità gli abissi della terra e discende con la sua potenza fino alle carceri tenebrose dell’Inferno, mentre per la sua bontà, per la sua longanimità, ogni dolore diventa sopportabile, ogni affanno diventa consolabile. Che cosa dire anche della sua larghezza se è capace di accogliere nel suo infinito abbraccio tutti gli eletti?’

Come si potrebbe mai conoscere o comprendere questo amore crocefisso che è del tutto infinito, come l’infinità indicata dalle braccia della croce? Come si potrebbe mai comprenderlo nella sua estensione, o molto meno nella sua intensità, costituendo un amore sacrificale di un dolore e di una sofferenza sufficienti di redimere un’infinità di mondi?

La Chiesa ci insegna che una ragione per la Passione e della Morte del Signore fu di manifestarci il Suo amore per noi e di chiamarci a riamarLo. I santi insegnano che nessun’altra devozione è così efficace per instillare nei nostri cuori questo amore per Lui, che non la meditazione sulla Sua Passione. L’amore con cui Lo dobbiamo riamare è dunque l’amore sacrificale: Vivere per Lui, lavorare per Lui, offrire tutte le nostre gioie e sofferenze a Lui. Così, coll’aiuto della Spirito Santo saremo potentemente rafforzati nell’uomo interiore; così ci potremo consolidarci nella Fede e accoglierLo nei nostri cuori; e così, radicati e fondati nella Carità, potremo comprendere, infine, con tutti i santi, l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, per essere ricolmi di tutta la pienezza di Dio. Amen.

I misteri dolorosi

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

     Per il primo Mistero Doloroso, voglio leggervi un passo scritto dal Beato cardinal Newman:

“Ecco quel che ci narra di Gesù san Marco, il quale pare abbia scritto quanto udì dalla voce di san Pietro, uno dei testimoni oculari della Passione. Arrivano al luogo chiamato Getsemani, ed Egli disse ai suoi Discepoli: “Fermatevi qui, mentre io faccio orazione”. E prese con se Pietro, Giacomo e Giovanni e li incominciò ad allibire e ad angosciarsi.

Osservate come Egli agisce deliberatamente: si reca in un luogo determinato e poi, data la parola d’ordine, sottrae quasi l’anima sua al sostegno della divinità, la lascia preda della desolazione, al dolore, allo sgomento che tutta la sommergono. Continua in questo modo in una agonia di spirito, così ben determinata, come se si trattasse di qualche tormento fisico, il fuoco o la ruota del supplizio.

E che cosa, dunque, dovette sopportare quando lasciò irrompere nell’anima Sua questo torrente di predestinato dolore? Ahimè! Ebbe a sopportare ciò che a noi è ben noto, anzi familiare, ma che per Lui fu sofferenza inaudita. Cosa facile per noi e tanto naturale che non sappiamo neppur concepirla come una grande pena, ma per Lui fu come il soffio e il veleno della Morte, dovette sopportare il peso del peccato, dei nostri peccati, di quelli del mondo intero.

In quell’ora terribile l’Innocente stese le braccia e offerse il petto agli assalti del Suo mortale nemico, un nemico spirante veleno pestifero e il cui abbraccio era la morte.

Rimase prostrato immobile e silenzioso, mentre il nemico orribile inabissava l’anima Sua in tutto l’orrore e l’atrocità dell’umano peccato, penetrandogli Cuore e coscienza, invadendoGli sensi e pensieri e coprendoLo come di una lebbra morale. Quale terrore quando i Suoi occhi, le Sue mani, i Suoi piedi, le Sue labbra, il Suo Cuore gli sembrarono membra del nemico e non dell’Uomo-Dio, era proprio quello l’Agnello Immacolato prima innocente, ma ora macchiato del sangue di migliaia di crimini”.

     Per il secondo Mistero Doloroso citiamo un brano da santa Brigida di Svezia, parole ricevute dalla Madonna:

“Nel momento in cui si avvicinava il tempo della Passione di Mio Figlio, tutti i Suoi nemici lo trascinarono via con percosse sulle guancie e sul collo, e dopo averGli sputato addosso si presero beffa di Lui, poi Lo condussero alla colonna, qui si tolse gli abiti da solo e si avvicinò alla colonna con le proprie mani che i nemici legarono senza misericordia. I Suoi amici erano fuggiti e i Suoi nemici sollevandolo Lo circondarono da ogni parte e frustarono il Suo Corpo puro con ogni corruzione e ogni peccato. Vidi il Suo Corpo flagellato e straziato fino alle ossa, tanto che gli si scorgevano le costole e la cosa più amara fu che quando smisero di flagellarLo ne scavarono e straziarono le carni. Così il Mio Figlio si rimise gli abiti e allora vidi che i Suoi piedi erano in una pozza di sangue, i Suoi nemici non tolleravano che si vestisse e Lo spinsero obbligandoLo a camminare. Ecco figlia mia, cosa ha sofferto Mio Figlio per voi”.

     Per il terzo Mistero Doloroso cito il padre Luis di Palma, dalle sue Meditazioni sulla Passione:

“Dopo intrecciarono una corona di spine, la intrecciarono con molta attenzione per non pungersi, avvalendosi probabilmente di tenaglia o di qualche strumento affine. La corona era a forma di ghirlanda o con maggior probabilità a forma di caschetto che così veniva a coprire tutta la testa. Alcune spine erano lunghe e aguzze, altre corte e ricurve, non si sa bene quali spine abbiano usato perchè in Israele ve ne sono di molte varietà, ed anche a Gerusalemme. Composta la corona Gliela conficcarono sul Capo con forza, a colpi di tenaglia e bastoni per non ferirsi. Il dolore fu atroce, il sangue cominciò a scorrerGli sul volto, fu allora che cominciarono gli scherni al finto re, il Signore lasciò ai suoi amici incastonate nella Sua corona regale due gemme preziose di inestimabile valore: il dolore e il dileggio.

Poi Gli misero una canna nella mano destra perchè fungesse da scettro, giudicavano Cristo un uomo vuoto e oscillante come la canna e altrettanto pensavano del Suo Regno, fragile e senza stabilità come la canna, ne risero, s’inginocchiavano porgendoGli le congratulazioni per il Suo Regno e dicendogli: – Salve, re dei Giudei! – e fingevano di adorarLo come un re. Gli sputavano in faccia e la loro sudicia saliva si mescolava con il prezioso Sangue del Signore che gocciolava dalla testa. Questo ferì molto profondamente il Signore che l’aveva raccontato ai discepoli prima che avvenisse, un giorno in cui andarono a Gerusalemme: – rideranno di me e mi sputacchieranno -.

Gli diedero molti schiaffi, Gli venivano davanti e Gli dicevano: – Salve re dei Giudei! – e gli davano schiaffi. Si avvicinavano uno dopo l’altro a salutarLo, si inginocchiavano, fingevano di baciarGli la mano e poi tendendo il braccio Gli davano uno schiaffo con tutta la forza. Altri nell’atto di inginocchiarsi gli afferravano la canna battendogliela poi in testa, si che le spine si conficcavano più in profondità. Gli tolsero di mano la canna e Lo percuotevano sul capo”.

     Per il quarto Mistero Doloroso, dal padre Faber:

“Riguardo ai Dolori della Santissima Vergine, la lealtà superò di molto la più terribile attesa. Un’altro aggravamento dell’afflizione di Maria nel Suo Quarto Dolore era causato dal conoscere che la Sua vista aumentava le sofferenze di Nostro Signore. La vista del Viso addolorato di Maria, fu per Gesù più penosa della terribile flagellazione alla colonna. Era necessario per completare il ciclo dei Dolori della Madonna che Ella si assoggettasse anche a questo straziante incontro, tale era la volontà di Dio, volontà sempre dolce anche nel più estremo rigore, sempre amabile anche quando la carne, il sangue e lo spirito fuggono atterriti per evitare l’amplesso designato. Questa volontà guidava il triste corteo del Calvario, questa volontà restava sul Golgota come una luminosa nube ed era come un’altra corona di spine attorno al Capo del Signore, un’altra croce sulle Sue spalle, una spada nel Cuor della Sua Madre, Essa cambiava questo Cuore materno, quasi in una spada infissa nel Cuore del Figlio.

Qual santo dimostrò mai tale sommissione alla volontà Divina come la Regina dei Martiri, Maria ascese il Calvario con coraggiosa calma per aiutare a sacrificare il Suo caro Figlio. L’Addolorata vedeva Gesù in balìa degli altri che potevano toccarLo e avvicinarLo mentre Ella, Sua Madre, ne era trattenuta lontano. Nei giorni di Betlemme e dell’Egitto la gioia di Maria consisteva nello stringersi Gesù al Cuore, quando Ella si occupava dei Suoi doveri materni, il Suo amore per Lui era divenuto così’ grande da non potersi esprimere che per mezzo di una timorosa venerazione. Il ricordo di quei felici istanti si presentava allora, alla memoria della Vergine, e le onde del dolore si precipitavano contro il Suo Cuore, quasi per strapparGlielo. Durante tutto il Venerdì Santo Maria si aperse un varco attraverso a quegli orrori, reprimendo i sentimenti della Sua natura, Ella non avrebbe voluto neppure per tutto il mondo che Le fosse risparmiato uno solo di quegli orrori”.

     Torniamo alle Rivelazioni di santa Brigida per meditare l’ultimo Mistero Doloroso:

“Vidi i Suoi occhi tramortiti, le gote bagnate, il viso dolente e la bocca aperta con la lingua rossa di sangue. Il ventre aderiva al dorso, tutti i liquidi erano fuoriusciti come se non ci fossero più le viscere. Vidi il Suo Corpo pallido e sfinito a causa del sangue che aveva perso, con le mani e i piedi rigidi e tesi sulla Croce, con la basra e i capelli intrisi di sangue.  La Sua pelle era così morbida e delicata che bastava colpirla leggermente per farne sgorgare il sangue. Il Suo Sangue era così vivo che lo si vedeva scorrere sotto la pelle. Essendo Mio Figlio di natura forte, la vita lottava contro la morte in un Corpo lacerato; quando il dolore saliva dalle membra e dai nervi trafitti dal Corpo al Cuore, la parte più sensibile più pura in Lui, il Cuore provava una sofferenza incredibile, e quando il dolore scendeva dal Cuore alle membra lacere, Egli ritardava con amarezza la Sua morte. La Morte si avvicinava e poichè il Cuore di Mio Figlio si spezzò per l’intensità del dolore, tutte le membra ebbero un sussulto, Egli protese un poco il Capo e poi lo reclinò.

Vedevo la Sua bocca aperta e la Sua lingua coperta di sangue, le Sue mani si erano scostate lievemente dal foro della Croce, per questo i piedi sostenevano un carico maggiore; le dita e le braccia si distesero e la schiena aderì al tronco. Venne poi un soldato e affondò a tal punto la lancia nel costato di Mio Figlio che quasi usciva dall’altro lato, e non appena ebbe ritratto la lancia, il petto si coprì di Sangue. Allora vedendo che il Cuore del Mio amato Figlio era stato lacerato, mi parve che lo fossi anche Io. Poi Egli venne calato dalla Croce ed Io lo posi sulle mie ginocchia, come un lebbroso, completamente livido e straziato, poichè i Suoi occhi erano morti e pieni di sangue, la bocca era fredda come la neve, la barba sembrava corta e il volto era contratto”.

+ In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen

Cristo Re e il trionfo

Pantokrator+In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti.

Talvolta qualcuno chiamerà la Chiesa “trionfalista” come se fosse una società mediocre, puramente umana, centrata sul mero uomo, una società che non abbia niente su cui gloriarsi, come se dovesse prendere un posto modesto vicino alle altre religioni e, modestamente, tacere.

La realtà carissimi fedeli, però, è ben diversa: la Chiesa è una società perfetta animata dallo stesso Spirito Santo, santificante, infallibile, tutta pura, l’immacolata Sposa di Cristo.

Le altre religioni sono tutte false, i loro seguaci devono convertirsi, devono essere evangelizzati, catechizzati, battezzati e santificati, sottomessi al dominio di Cristo Re, Re di tutti gli uomini, non c’è un altra via di salvezza perché Cristo è Dio, l’unico Dio, “uno simile a Figlio d’uomo – dice san Giovanni – con occhi fiammeggianti come fuoco, la voce simile al fragore di grandi acque, che nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio, il Suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza e mi disse: – Io sono l’Alfa e l’Omega, il Vivente, Io ero morto ma ora vivo per sempre ed ho potere sopra la morte e sopra gli inferi”.

Dunque, il Nostro Signore Gesù Cristo + che è già Re dell’Universo, Pantocrator, sia da Dio sia da Uomo in virtù dell’unione ipostatica fra la Sua divinità e la Sua umanità, è anche Re di tutti gli uomini in virtù della Sua Passione e Morte in Croce.

La Santa Chiesa Cattolica non si vergogna di Lui, dunque, che altrimenti si vergognerà di Lei davanti al Suo Padre e ai Suoi Angeli, bensì esulta soprattutto oggi nella Festa di Cristo Re, quando ricorda il Suo trionfo su Satana, sul peccato e sulla morte, esulta per Lui ed anche per se stessa, perché sa con certezza assoluta che seguendo il suo Re sul campo di battaglia di questo mondo, trionferà anche Lei.

Quaggiù facciamo parte della Chiesa Militante, militante contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti, e ci gloriamo di combattere sotto i vessilli di Cristo Re, per poter regnare con Lui dopo come Chiesa Trionfante in Cielo, per sempre.

La parola “trionfalista” come la parola “tradizionalista” sono parole moderne invitate da persone moderne per presentare come falso e male ciò che è vero e bene.

La Chiesa ha sempre visto la nostra vita terrena come una lotta dura contro i nemici della nostra salvezza, cioè, il mondo, la carne, il diavolo.

Il mondo, tutto ciò che ci circonda che sia male, le cattive compagnie, le pubblicità, i fiori del male sparsi attraverso i tratti interminabili del computer, la carne, tutti i desideri, gli istinti, le emozioni che lottano contro la ragione, e il diavolo, lui che aumenta i nostri disagi in tutto, obnubilando la nostra fede e la nostra fiducia in Dio insinuando pensieri cattivi, negativi, meschini nella mente, ingannandoci e seducendoci.

Contro questi nemici noi lottiamo in collaborazione con Nostro Signore Gesù Cristo + una collaborazione che culminerà nella Sua gloriosa vittoria sul mondo.

Questa è la visione della Chiesa, la visione tradizionale che, come tutto ciò che è tradizionale nella Chiesa è da accettare da noi come pienamente cattolica.

Gloriamoci, dunque, di combattere sotto i vessilli di questo Re vestito di una Corona e di una Porpora più gloriose di quelle di tutti i re che abbiano mai vissuto su questa terra, essendo gli strumenti dell’opera del Suo Divin Amore; gloriamoci nel Nostro Re, per cui saremo onorati di versare la nostra vita, come Lui ha versato la Sua per noi fino all’ultima goccia del Suo preziosissimo Sangue; gloriamoci di seguirLo in questa vita non con l’arroganza e la superbia, però, bensì nella profondissima umiltà portando la nostra croce dietro a Lui, consapevoli solo della Sua infinita maestà e della nostra iniquità e della nostra nullità, la nostra iniquità che l’ha messo in Croce, e seguendoLo così nell’umiltà, rinnegandoci, e portando la nostra croce vinceremo nella battaglia contro i nostri nemici, e trionferemo e regneremo con Lui per sempre nella gloria della Patria Celeste.

Amen

In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti.
Sia lodato Gesù Cristo +