Le tre vie

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Ci sono tre tappe della vita spirituale, le ‘tre vie’, che vengono percorse dalle anime che corrispondono generosamente alla grazia di Dio. La prima è quella dei principianti, che si chiama la via purgativa. Abbiamo da fare con una purgazione della persona che sta lottando contro il peccato mortale, come l’impurezza, l’ubbriachezza, la mancanza alla santa Messa domenicale, la bestemmia. La preghiera dei principianti è caratteristicamente vocale.

La seconda via si chiama la via degli avanzati, o la via illuminativa. Il cristiano che cammina su questa via, lotta contro il peccato veniale, come la maldicenza, l’impazienza, la rabbia. La sua preghiera è piuttosto quella del cuore, dei sentimenti.

La terza via, la via dei perfetti, o la via unitiva, è quella di coloro che tendono alla perfezione. Si tratta meno della lotta contro il peccato che della perfezione delle virtù con la grazia di Dio. La preghiera di questa tappa è piuttosto astratta, contemplativa.

Si può trovare la radice di questa distinzione triplice nella sacra Scrittura. Nel salmo 33 leggiamo: ‘Schiva il male, fa il bene, e cerca la pace’: declina a malo, fac bonum, inquire pacem. La prima parte del versetto esprime la via purgativa, la tappa spirituale dove l’anima si purifica; la seconda parte esprime la via illuminativa, dove l’anima comincia a praticare le virtù; la terza esprime la via unitiva, dove la pace viene trovata nell’intima unione con Dio.

La stessa distinzione la vediamo nella parola del Signore: ‘Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno, e mi segua’ (Lc. 9.23). Vediamo di nuovo la pratica della purgazione, della virtù, e poi l’unione.

Anche nella tradizione patristica si trova la dottrina di un cammino tripartito; di timore, di speranza, e di carità: San Clemente di Alessandria descrive la tappa di timore come quella dove si astiene dal male e si mortificano le passioni; la tappa della speranza, dove si fa il bene e pratica le virtù; la tappa di carità, dove si fa il bene per amore di Dio. San Cassiano, parlando delle ascensioni dell’anima a Dio, scrive similmente del timore come proprio dei schiavi; della speranza come propria dei mercenari, e della carità come propria dei figli di Dio.

A causa della diversità di ogni anima da ogni altra, della diversità di carità di ognuna per Dio, e della diversità delle circostanze della vita, ne segue che anche il cammino di ogni anima verso Dio sarà diverso. Comunque, questi cammini, purché godano di una determinata durata, si possono sempre caratterizzare second le tre tappe, o tre vie. Padre Tanquerey, nella sua opera classica, il ‘Compendio di teologia ascetica e mistica’, ci fornisce la ragione profonda di questa distinzione.

In primo luogo bisogna purificare l’anima dalle colpe passate per poter giungere  alla purezza di cuore necessaria per poter vedere Dio: ‘Beati i puri di cuore, perché loro vedranno Dio.’ Questa purificazione comporta una sincera ed austera pentenza, una lotta vigorosa e costante contro il peccato e le tendenze cattive; comporta la preghiera e gli esercizi spirituali per fortificare la volontà e rassodare le virtù: ecco la via purgativa.

Poi l’anima si deve ornare sempre di più delle virtù cristiane positive, imitando il Signore in tutto: rendendosi docile a Lui, unendosi a Lui con l’affetto, nella seguela cottidiana e nella preghiera, lasciando le tenebre del passato e uscendo in fine nella luce del giorno, la luce di Dio: ecco la via illuminativa.

‘Viene poi il momento in cui l’anima, purificata dalle colpe, indocilita e fortificata, pronta alle ispirazioni dello Spirito Santo, non aspira più che all’intima unione con Dio: Lo cerca da per tutto… si attacca a Lui e gode della Sua presenza. La meditazione diviene affettuosa e prolungato sguardo su Dio e sulle cose divine sotto l’influsso… dei doni dello Spirito Santo’: ecco la via unitiva.

Deo Gratias!

Mezzi di santità

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Come iniziare il cammino della santità? Innanzitutto bisogna volerci santificare. Quando uno chiese a san Tommaso se fosse possibile santificarsi, rispose:’ Sì, se vuoi.’ La volontà è l’unica cosa che sta alla nostra completa disposizione: la possiamo utilizzare per fare o il bene o il male, o talvolta il bene e talvolta il male: spetta a noi.

Dio ci comanda di amare con tutto il nostro essere, e ci spiega anche come amare, dicendo: ‘Chi mi ama tiene i miei comandamenti.’ I comandamenti comprendono tutta la vita spirituale: che si può esprimere con questo principio: evitare il male (ovvero il peccato) e fare il bene. In questo discorso vogliamo offrire un quadro molto generale della vita spirituale sotto l’aspetto di questo principio.

  1. a) Evitare il peccato

Il peccato, sopratutto quello mortale, dev’essere il nostro primo bersaglio, non dimenticando che vincere un peccato abituale può superare le forze umane e dunque richiede ricorso alla grazia di Dio con preghiere costanti e fervorose. La confessione regolare è di importanza capitale per contrastare il peccato. La Chiesa ci comanda di confessarci ‘una volta all’anno’, ma questo specifica solo il minimo indispensabile: meglio sarebbe ogni mese, o per persone che stanno cominciando un cammino spirituale, o già avanzati su esso, ogni settimana. La confessione ci presta la grazia per poter combattere il peccato: luce per poter vedere la volontà di Dio e lo stato dell’anima, e la forza per poter agire di maniera decisa e forte.

Per evitare meglio il peccato, bisogna conoscerne la fonte. La fonte del peccato è triplice e consiste nei tre nemici dell’uomo: il mondo, la carne, ed il demonio.

Il mondo è il luogo dove operano i nemici di Gesù Cristo, anche al loro insaputo, che vogliono sedurre i Suoi amici o terrorizzarli per associarsi a loro. I figli del mondo si manifestano sopratutto nei mass media e nelle cattive compagnie.

La carne significa le tre concupiscenze della natura caduta: quella degli occhi – l’avarizia e la curiosità; quella della carne – la gola e l’impurezza; e quella della propria eccellenza – la superbia.

Il demonio, invece, utilizza gli altri nemici e le nostre debolezze morali o psichiche per farci cadere nel peccato.

  1. b) Fare il bene

Per fare il bene, bisogna coltivare le virtù. La virtù teologale della fede: approfondendo la conoscenza di Dio e della rivelazione, nonche la santa fiducia in Lui; la speranza, fissando lo sguardo sul nostro fine ultimo, il cielo, e vedendo tutte le cose di questa vita alla luce della fede; la Carità ovvero l’amore del battezzato in istato di Grazia che consiste nel compiere atti indirizzati a Dio o al prossimo per Dio e per amor di Dio: e più amore gli atti contengono, più porteranno alla santità e più glorificheranno Dio.

Le quattro virtù cardinali sono essenziali per la perfezione morale: la giustizia negli affari economici e nei rapporti con altrui: corrispondendo ad ognuno il suo debito; la temperanza, ovvero delle emozioni nel controllare eccessi nell’ira, nella paura, nella tristezza – secondo il proprio temperamento; e poi la castità che è la temperanza nell’ambito carnale; la virtù della fortezza, parlando ad esempio senza rispetto umano, e finalmente la prudenza che si rapporta alle azioni, che comprende le deliberazioni prima di agire ed il chiedere consigli a coloro che abbiano maggior esperienza o saggezza di noi.

La preghiera è essenziale per ogni tappa della vita spirituale: la preghiera di mattina, offrendo la giornata a Dio e chiedendo il Suo aiuto per fare la Sua divina volontà e per essere protetti contro ogni male; la preghiera di sera, ringraziandoLo ed esaminando la coscienza, avendo ricorso sempre anche alla Madonna ed al nostro angelo custode; le preghiere prima e dopo i pasti, l’angelus alle sei di matina, a mezzogiorno, e alle sei di sera; il santo Rosario ed una meditazione ogni giorno per almeno 10 minuti, idealmente sul vangelo.

Ecco dunque un quadro molto generale della vita spirituale che, preso sul serio, costituisce il cammino verso il cielo: il cammino di perfezione e di santità.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Natura e possibilità della santità

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

‘Siate santi perché Io sono santo’ dice il Signore quattro volte nel libro Levitico; e Nostro Signore Gesù Cristo ci dice nel vangelo di san Matteo (5): ‘Siate voi dunque perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste.’ La santità e la perfezione sono di fatti la stessa cosa, perché la santità è nient’altro che la perfezione dell’amore. Questa perfezione viene descritta nel vangelo di san Marco (12) con le parole seguenti: ‘Amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, e con tutta la tua forza… ed il prossimo tuo come te stesso.’

Qualcuno può obiettare però che non si può divenire perfetti: è perfetto solo Dio. Rispondiamo dicendo che ci sono due tipi di perfezione: la perfezione di Dio che è una perfezione assoluta, e la perfezione dell’uomo che è una perfezione partecipata, ovvero alla perfezione di Dio; ed una perfezione relativa, ovvero alla natura umana. Questa perfezione partecipata e relativa è possibile per noi, anche se non proviene da noi, bensì da Dio solo, tramite la Grazia.

Un’altra obiezione eventuale all’idea di una chiamata alla santità è di ordine più personale: ‘Io divenire santo? Impossibile! Non sarei mai io un san Francesco, un sant’Antonio, una santa Caterina da Siena, una santa Gemma Galgani! Sono debile, mediocre, non sarebbe mai possible.’ Bisogna rispondere che Dio non chiede mai l’impossibile: se ci chiede di divenire santi, dev’essere possibile – ma come? Troviamone la soluzione nella parabola dei talenti (Mt. 25) di cui citiamo adesso solo una parte: ‘… colui che aveva ricevuto cinque talenti ne presentò altri cinque, dicendo: ‘Signore, mi hai consegnato cinque talenti, ecco ne ho gaudagnato altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prende parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele in poco, ti darò autorità su molto; prende parte alla gioia del tuo padrone…’

Intendiamo questa parabola dunque con rapporto alla santità. I talenti sono la capacità per essa: colui che ne riceve cinque, ne riceve una capacità grande; colui che ne riceve due, riceve una capacità meno grande; chi invece ne riceve solo uno riceve una capacità ancor meno grande. Il Signore dà ad ognuno una determinata capacità per la santità, e vuole che ognuno se ne serva pienamente: ciò che avevano fatto i servi che avevano ricevuto i cinque ed i due talenti. Il fatto che ognuno di loro si è servito pienamente della capacità – il fatto che la sua santità correspose alla sua capacità – si manifesta nella quantità di talenti che acquistava: colui che ne aveva ricevuti cinque, acquistava ancora cinque; colui che ne aveva ricevuti due, acquistava ancora due. Il fatto che ognuno di loro divenne santo si manifesta nelle parole identiche che indirizzava a loro il padrone: ‘Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prende parte alla gioia del tuo padrone.’ Il servo cattivo invece, come si ricorderà, non si serviva della capacità sua e quindi venne dannato.

I grandi santi, quelli canonizzati, ne hanno ricevuto una grande capacità, e l’hanno esercitata pienamente; noi invece che ne abbiamo ricevuto una capacità meno grande, dobbiamo comunque esercitarla pienamente, che con la Grazia di Dio e con l’intercessione della Madonna e di tutti i santi sicuramente lo faremo alla Gloria della santissima, una ed indivisa Trinità. Amen. Deo gratias!

San Pio X

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

San Pio X, nato a Riesi nell’anno 1835, provenne da una modestissima famiglia rurale. Studiò nel seminario di Padova con risultati eccellenti, ed operava per quasi 20 anni poi nelle parrocchie di Tombolo e di Salzano. A quarant’anni fu chiamato dalla curia di Treviso dove diviene direttore spirituale del seminario e canonico della cattedrale. A 50 anni fu elevato all’episcopato di Mantova – una prova che la santa Sede considerava disperata, ma dove uscì di nuovo vincitore. A quasi 60 anni diviene cardinal patriarca di Venezia, riuscendo a guadagnare i cuori di tutti: dal popolo più semplice, alla nobiltà, ai politici, ed ai visitatori illustri della città. A quasi 70 anni entrò nel conclave con la fama di uomo di alto profilo spirituale, che non aveva cercato nessuna promozione e non era mai fallito in nessuna prova. Da papa è noto tra l’altro per la sua riforma del diritto canonico, della musica sacra, della curia romana, dei seminari, e dell’Azione cattolica; anche per la sua promozione della santa Comunione frequente e di quella per i fanciulli.

Ci sarebbe molto da dire sulle sue virtù sacerdotali e personali: la mortificazione, le quattro ore di sonno che non oltrepassava sin dalla gioventù, l’evitare l’ozio, la rigorosa povertà, la dedicazione al lavoro ed agli studi, la carità verso i fedeli a lui affidati, i miracoli frequentissimi che accompagnavano le sue udienze papali; ma vogliamo volgere lo sguardo adesso su due suoi compimenti particolari: ovvero sulla promozione della fede e sul conflitto con la Francia. Questi compimenti si realizzano su due campi di importanza sempre più attuale: sul campo dottrinale dell’insegnamento ecclestiastico, e sul campo politico del rapporto tra Chiesa e stato.

1. La promozione della fede

Durante l’intera vita sacerdotale, considerava l’insegnamento del catechismo come il primo suo dovere: Già da cappellano di Tombolo iniziò a scrivere istruzioni catechetiche; da parroco di Salzano scrisse un primo catechismo; da vescovo di Mantova lavorava per giungere ad un catechismo unico e definitivo; da papa promulgò il celebre catechismo che porta il suo nome e che si può considerare addirittura come coronamento della sua missione papale.

Quest’opera si caratterizza per la sua precisione, chiarezza, e per la trattazione di tutte le verità della fede senza alcuna diluizione. Scritta in forma di domanda e risposta, si può illustrare con i seguenti esempi: “Chi adunque vi ha messo a questo mondo? Iddio; A qual fine vi ha messo a questo mondo? perchè avessi a conoscerlo, ad amarlo, a servirlo in questa vita, e poi andarlo a godere in paradiso… Chi è Dio? il Creatore, il Padrone del cielo e della terra; perchè dite Creatore del cielo e della terra? Perchè Dio è colui che ha fatto il cielo e la terra.”

Se san Pio X combatteva per la fede in modo positivo con la catechesi, combatteva in modo negativo coll’attacco contro il modernismo che definiva: “la sintesi di tutte le eresie.” Particolarmente da notare in questa battaglia sono l’enciclica Pascendi, il Sillabo degli errori ed il sodalitium, l’associazione da lui fondata per indagare e per sradicare l’eresia nascente.

La voce del santo che si sente attraverso le condanne del modernismo è nient’altro che quella della Chiesa stessa, che anatematizza da sempre tutto ciò che possa minacciare, relativizzare o contaminare l’assolutezza e la purezza della fede – anche se la mente moderna, ottenebrata, come lo è, dalla concupiscenza e dal soggettivismo sembrerebbe non comprendere più il fatto che se una cosa è vera, il suo contrario dev’essere falso.

2. Il conflitto con la Francia

La politica anticattolica del governa francese era cominciata durante gli ultimi anni di papa Leone XIII e culminò nella legge di denuncia del Concordato e di separazione nell’anno 1905. La legge prevedeva che la gestione della cose del culto, a cominciare dal possesso degli edifici sacri, passasse ai laici sotto vigilanza prefettizia.

Rifiutarsi di accettare la legge significava perdere tutto il patrimonio immobiliare ed affrontare realmente l’ignoto materialmente e spiritualmente. La maggior parte dei vescovi francesi fu favorevole a cedere ed a trattare col governo, ma l’ultima parola spettava al papa. La decisione gli costava notti di insonnia e di profonda angoscia, ma poi, con l’enciclica Gravissimo officii del 1906, oppose un rifiuto totale.

Nelle parole del padre Dal Gal dalla biografia di san Pio X, su cui ci basiamo per questa sezione: ‘La sua condotta fu di una chiarezza cristallina. Messo da parte ogni sotterfugio politico, egli considerò solo l’aspetto religioso della questione. Cioè il fatto che le associazioni, sovvertendo la costituzione della Chiesa, avrebbero “violato i sacri diritti che tengono alla vita stessa della Chiesa”. Perciò le respinse. Davanti al problema di principio, non cercò alcun compromesso e scelse la strada più impervia. Disse di aver anteposto il “bene” della Chiesa ai suoi “beni”; ed affermò: “Meglio la libertà con la povertà che la ricchezza con la schiavitù.” A che gli chiedeva come avrebbe potuto esercitare il suo ministero l’arcivescovo di Parigi senza casa, stipendio, e senza chiesa, rispose: “Si può sempre nominare arcivescovo un frate francescano, obbligato dalla regola di vivere in assolta povertà”. Con il segretario, che gli riportava le obiezioni dei suoi critici, disse: “Io mi consiglio davanti al Crocifisso e poi prendo le mie decisioni.”

Nella fermezza del papa c’era il desiderio di far ritrovare alla Chiesa la sua libertà, pur pagandola il prezzo più alto. La sua decisione, ed il discorso che pronunciò in seguito ai 14 vescovi da lui nominati per le sedi vescovili vacanti della Francia, sono tra gli atti i più alti della rettitudine e della semplicità cristiana del suo spirito, che non conosce compromesso quando si tratta di decidere tra il vero ed il falso, il bene ed il male.

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Preghiamo san Pio X che la gerarchia ed il clero tornino alla proclamazione chiara, pura ed incontaminata dell’unica, vera fede; che la Chiesa torni a collaborare intimamente con lo Stato per proteggere tutti i cittadini dalla falsità dottrinale e morale affinche gerarchia, clero, Chiesa, e Stato possano efficacemente compiere il fine ultimo per cui esistono: la salvezza e la santificazione di tutti gli uomini.

San Pio X,  prega per noi! Amen.

San Giovanni della Croce

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

San Giovanni della Croce è dottore della Chiesa, che tra tutti i dottori della Chiesa ha saputo analizzare ed esporre in modo sintetico la vita spirituale dai suoi inizi col combattimento contro il peccato mortale, fino alle vette piu sublimi della mistica. È vissuto in Spagna tra 1542 e 1591, figlio di una famiglia povera, divenuto sacerdote per ubbidienza, ed insieme a santa Teresa d’Avila, responsabile della ripresa del rigore originario dell’ordine carmelitano: un lavoro che gli è costato disprezzo, bastonati, imprigionamento, e flagellazione.

La sua dottrina, espressa in poesia mistica e poi in commentari, che è riconosciuta dalla Chiesa cattolica propria come sua, si può formulare in questo modo: La vita sana dell’uomo consiste nel suo amore per Dio: l’unica cosa necessario in assoluto. Per raggiungere questo amore in modo pieno, occorre una disciplina ascetica costante, sia esteriore che interiore.

Quanto al lato esteriore, scrive (Salita I, 13.3) che la persona “abbia un costante desiderio di imitare Cristo in ogni azione, conformandosi con la propria vita a Lui. Deve meditare su di Lui per saperLo imitare e per potersi comportare in tutte le azioni come Lui si comporterebbe.”

Quanto al lato interiore, la persona deve raccogliere tutte le facolta mentali in Dio: la conoscenza si deve riempire con la Fede; la volontà con la Carita; mentre nell memoria tutti i ricordi si devono sostituire con la speranza; le emozioni si devono sottometere alle cose di Dio; l’immaginazione e la fantasia devono tacere; ed i sensi non devono cercare le proprie soddisfazioni, bensì essere utilizzati solo per compiere i doveri della persona, offrendo a Dio i piaceri che ne possono conseguire, piuttosto che non afferarli in modo egoista a se stessi. In una parola: Amare Dio, e spogliarsi per Dio di tutto ciò che non è Dio. In questa maniera la persona comprenderà tutto alla luce di Dio: riferendo a Lui quanto di vero, di buono, e di bello c’è nelle cose e nelle persone.

Una parte essenziale della vita interiore dell’uomo costituisce naturalmente la preghiera. Per primo c’è la preghiera vocale privata o liturgica, tanto in luogo solitario che in assemblea, davanti ad un quadro, oppure dinanzi a Cristo Crocifisso.

Secondo, c’è la preghiera meditativa che è in genere piu faticosa, perche è attività discorsiva, ovvero un riflettere, un ragionare alla ricerca di “qualche notizia ed amore di Dio” (Salita II, 14. 2). La persona si deve applicare parecchio per acquistare l’abitudine della meditazione, ovvero una certa facilità e piacevolezza a meditare: perciò deve scegliere tempi e luoghi nei quali i sensi e lo spirito sono meno ostacolati nell’elevarsi a Dio.

In terzo luogo c’è la contemplazione “acquisita” a cui conducono la preghiera vocale e la meditazione: ossia quell’attitudine interiore in cui la mente si pone in una conoscenza di Dio indistinta, pacifica, riposante, che suscita in essa diletto, amore, sapienza (Salita II,14.2). Chiaramente più si toglie dall’ambiente terreno con le pratiche di mortificazione (già enumerate), più si può attaccare a Dio nella contemplazione – e, come spiega il santo, quando una si stacca dal creato, si attacca per forza a Dio, in quanto il vuoto di per se stesso non esiste affatto.

Osserviamo che questa dottrina è tutto il contrario dell’ideale dell’uomo di oggi che conosce, vuole, e ricorda solo il mondo puramente naturale e che si lascia condurre dalle emozioni, dalla fantasia, dai sensi e dai piaceri verso tutto ciò che gli possa apparire buono.

Osserviamo altrettanto che questa dottrina, che consiste nell’annichilmento dell’io e della glorificazione di Dio, è tutto il contrario della filosofia moderna con la sua glorificazione dell’io ed con il suo rigetto di Dio.

Per dare un’idea degli scritti di san Giovanni, vogliamo adesso considerare brevemente la prima metà della sua poesia ‘La notte oscura’ che serve come testo da lui commentato nella sua opera ‘Salita del Monte Carmelo.’ Si tratta dell’anima, che in una notte oscura esce da una casa addormentata per una scala segreta, guidata dalla luce del suo cuore per incontrare qualcuno fuori della casa.

Lui spiega che la notte oscura è lo stato di purificazione dell’anima nei sensi e nell’intelletto; la casa è addormentata inquanto l’anima non è più disturbata dagli appetiti; la scala segreta e la luce del cuore sono la fede che è la sua guida verso l’unione a Dio nella contemplazione in questa vita, e nella beatitudine eterna nella prossima.

‘In una notte oscura, con ansie di amore tutta infiammata (o felice ventura!) – uscii, né fui notata, stando già la mia casa addormentata. Nella felice notte segretamente, senza esser veduta, senza nulla vedere, senza altra guida o luce fuor di quella che in cuore mi riluce. Questa mi conduceva, più sicura che il sol del mezzogiorno, laddove mi attendeva Chi ben conoscevo, e dove nessun altro si vedeva…’

Carissimi amici, è la mia speranza che qualcuno, sentendo questi pochi elementi, questi singoli frammenti, dell’armonia celeste della dottrina del santo, si proporrà di metterla in pratica nella vita. La vita è breve e ci aspetta l’eternità. Passiamo dunque questi nostri brevi anni sulla terra solo preparandoci per raggiungere quel grado di gloria e di beatitudine che Dio ci apparecchia da sempre.

San Giovanni della Croce ci insegna di dare ‘tutto per Tutto’: di dare tutto il finito, il passeggiero, e transitorio di questo mondo per ricevere l’Infinito, l’Immutabile, e l’Eterno del cielo: di dare tutta la nostra vita a Lui, per ricevere da Lui tutta la Sua vita divina: all gloria del Suo Santo Nome e per la nostra eterna felicità. Amen.

L’Assunzione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

 I   La Dormizione

In questa meditazione vogliamo considerare il carattere della morte della Beatissima Vergine Maria.

In virtù dell’eccellenza e dell’eccelsa santità della Beatissima Vergine Maria ella è morta come uno che si addormenta. Perciò la sua morte viene descritta più precisamente come ‘dormizione’. Se si chiedesse perché non avrebbe potuto evitare completamente la morte, la risposta deve essere perché Iddio voleva la Madonna tutta simile a Gesù, essendo morto il Figlio, conveniva che ancor morisse la Madre. Ora questa morte fu caratterizzata da due tratti: dalla sua dolcezza e dalla sua felicità.

A questo riguardo insegna sant’Alfonso che di sono 3 cose rendono amara la morte: ‘Lattaccamento alla terra, il rimorso dei peccati, l’incertezza della salute.’ Mentre la Beatissima Vergine ‘morì tutta distaccata, come sempre visse, dai beni mondani; morì con somma pace di coscienza; morì con certezza della gloria eterna.’

 

  1. Il Suo Distacco dalle Cose di questa terra.

Ebbene nell’Eccclestiasticus si legge (41): ‘O morte quanto è amaro il ricordo di te agli uomini che hanno la pace nei loro possessi.’ Similmente il Signore ci dice che è difficile che un uomo ricco si salvi – un uomo che ha messo la fiducia nelle cose di questo mondo. Mentre la morte dei santi non è amara, bensì dolce, amabile e preziosa, perché muoiono distaccati dal mondo: muoiono nel Signore: ‘Beati i morti che muoiono nel Signore’ (Apc. 14.13).

Ora la Madonna fu l’esemplare il più insigne di questo spirito di distacco. Sant’Alfonso scrive: ‘Sin dall’età di 3 anni lasciò i suoi parenti ed andò a rinserrarsi nel Tempio per attendere solamente a Dio, distaccato dalle robe, contentandosi di vivere sempre povera, sostendandosi colle fatiche delle mani, distaccata dagli onori, ed amando la vita umile ed abietta – benché le toccasse l’onor di regina per ragione della discendenza che traeva dai re d’Israele. Rivelò la stessa Vergine a sant’ Elisabetta benedettina, che quando fu lasciata nel Tempio dai suoi parenti stabilì nel cuore di non aver altro padre, e non amar altro bene, che Dio.’

L’introito della Festa dell’Assunzione cita la frase seguente del libro dell’Apocalisse: ‘Un grande segno apparve in cielo: una donna vestita del sole, con la luna sotto i piedi’ (12.1). Quest’immagine viene attribuita dalla teologia alla Beatissima Vergine Maria assunta nella gloria. Sant’Alfonso scrive: ‘Per la luna spiegano gli interpreti significarsi i beni di questa terra che sono caduchi e mancano come manca la luna. Tutti questi beni la Madonna non li ebbe mai nel cuore ma sempre li disprezzò e le tenne sotto i piedi.’

Un’altra immagine della sacra Scrittura che ci indica il suo distacco da questo mondo è quella della tortorella nella frase: ‘La voce della tortorella si udì nella nostra campagna’ (Cant. 2. 12), perché la tortorella è un uccello solitario. Una terza immagine è quella della persona ‘che ascende per lo deserto’ nello stesso Cantico dei cantici (3.6). Ruperto di Deutz commenta: ‘In tale guisa ascendeste per lo deserto perché avevate un’anima solitaria.’ In breve, la Madonna era distaccata dalle cose di questo mondo e quindi la sua morte era dolce.

 

  1. la Sua Pace di Coscienza

Per citare ancora sant’Alfonso: ‘I peccati fatti nella vita sono quei vermi che maggiomente affligono e rodono il cuore dei poveri peccatori moribondi, i quali, dovendo allora tra breve presentarsi al divino tribunale, si vedono circondati in quel punto dai loro peccati che lo spaventano e lor gridano intorno al dir di san Bernardo: ‘Siamo opera tua. Non ti abbandoniamo.’ Si può aggiungere che questo vale soprattutto per i peccati non perdonati, ma anche per i peccati perdonati, perché anche questi affligono la coscienza col rimorso, col rimorso per tempo perso o persino per tutta una vita sprecata, per occasioni mancate per amare Dio e progredire nella santità. Tutti questi peccati divengono vermi, come anche la coscienza stessa diviene verme all’ora della morte, e per i dannati diviene il verme che non muore mai.

La Santissima Vergine Maria invece non poteva essere afflitta da alcun rimorso di coscienza perché era completamente libera dal peccato: sia originale che attuale. Quanto al peccato originale, citiamo la Bolla Ineffabilis di beato Pio IX: ‘Dal primo istante della sua concezione per mezzo di una grazia ed un privilegio singolare di Dio Onnipotente, in virtù dei meriti di Cristo Gesù Salvatore del genere umano, fu preservata immune da ogni macchia del peccato originale.’ Quanto invece al peccato attuale, il concilio di Trento dichiara: la Chiesa mantiene che la Beata Vergine, mediante un privilegio speciale di Dio, poteva evitare tutti peccati, anche veniali, durante tutta la sua vita (S. VI c. 23). Così la frase del cantico dei cantici si può applicare a le: ‘Tutta bella sei tu, o mia diletta, e macchia non è in te.’

Sant’Alfonso commenta: ‘Dacchè ebbe l’uso di ragione cioè dal primo istante della sua immaolata concezione nell’utero di sant’Anna, sin d’allora cominciò con tutte le sue forze ad amare il suo Dio, e così seguì a far semore più avanzandosi nelle perfezione e nell’amore in tutta la sua vita. Tutti i suoi pensieri, i desideri, gli affetti non furono che di Dio: non disse parola, non fece moto, non diede occhiata, non respirò, che non fosse per Dio e per la sua gloria, senza mai storcere un passo, senza mai distaccarsi un momento dall’amore divino.’ Il santo descrive come tutti questi atti le si fecero intorno al suo beato letto e, consolandola, dicevano: Siamo opere delle tue mani: non ti abbandoniamo.’

 

  1. La Sicurezza della Madonna sull’Eterna Salute

I peccatori che muoiono con dubbio della loro salute temono con un grande spavento di passare ad una morte eterna, mentre i santi si rallegrano nella loro grande speranza di andare a possedere Iddio nel cielo. ‘San Lorenzo Giustiniani, stando vicino alla morte e sentendo i suoi famigliari che piangevano intorno disse: ‘Andate altrove a piangere: se volete stare qui con me, avete da godere come godo io in vedermi aprire la porta del paradiso ed unirmi col mio Dio.’ Similmente san Luigi Gonzaga , quando ricevette le notizie della morte, esclamò: ‘Mi sono rallegrato quando mi hanno detto: andremo nella casa di Dio: ‘Laetatus sum in his quae dicta sunt mihi: in domum Dei ibimus.’

Eppure gli altri santi non avevano la certezza della divina grazia, ne della propria santità, come ne era la Madonna, che già dalla parola dell’Arcangelo Gabriele aveva somma certeza di esssere l’oggetto del sommo favore di Dio: Ave Gratia plena, Dominus tecum, Benedicta tu in mulieiribus… invenisti gratiam apud Deum.’ Quanta era la sua certezza della propria salvezza, tanta era la sua allegria alle notizie della morte, del suo transito imminente al possesso pieno e definitivo di Dio.

 

  1. La Causa della Morte della Beatissima Vergine Maria

Sant’ Alfonso argomenta che il principio della sua vita era il principio della sua morte. Il principio della sua vita, e dunque anche della sua morte, era l’amore divino.

Bernardino da Bustis scrive che la Madonna, per privilegio singolare non conceduto ad alcun altro santo, amava e stava amando sempre attualmente Dio in ogni istante della sua vita e con tanto ardore che dice san Bernardo esservi stato necessario un continuo miracolo acciocchè ella avesse potuto vivere in mezzo a tante fiamme.

Della Madonna fu già detto dei sacri cantici: ‘Chi è costei che ascende per il deserto quasi colonna di fumo dagli aromati di mirra, e d’incenso, e di ogni polvere e profumerie’ (Cant. 3.6): Un pio autore commenta: ‘La sua totale mortificazione figurata nella mirra, le sue ferventi orazioni significate nell’incenso, e tutte le sante sue virtù unite alla sua perfetta carità verso Dio, accendevano in lei un incendio così grande, che la sua bell’anima, tutta sacrificata e consumata dal divino amore, s’alzava continuamente a Dio qual verghetta di fumo, perché internamente consumata in olocausto dall’incendio dell’amor divino, da lei vampava soavissima fragranza.’

Sant’Alfonso conclude: ‘Qual visse l’amante Vergine, tale morì. Siccome l’amore divino le die la vita, così le die la morte, morendo ella come comunemente dicono i dottori ed i santi Padri, non di altra infermità che di puro amore, dicendo sant’Ildefonso che Maria o non doveva morire, o solo morire di amore. Amen.

 

                        II   L’Assunzione

 In salmo 132.8 si legge: ‘Su via, o Signore, al vostro riposo, voi e l’arca della vostra santificazione.’ I teologi applicano questo passo non solo all’introduzione dell’arca del testamento nella città di Davide, ma anche all’ Ascensione del Signore e all’Assunzione della Beatissima Vergine Maria in cielo. Ella era l’arca della nuova allenaza, l’arca della santificazione del Signore nel senso che ella fu santificato dalla presenza del Signore nel suo seno: benedetta fra le donne perché benedetto il frutto del suo seno Gesù. A questo riguardo scrive san Bernardo: ‘Ascenda per la Vostra santissima Madre, Maria, già santificata nel concepirVi.’

Quanto alla pompa con la quale la beatissima Vergine entrasse in cielo, era più nobile e gloriosa di quella dell’arca del testamento, di quella con la quale il profeta Elia fu trasportato in cielo, eppure di quella con la quale il Redentore Stesso era asceso in cielo: Ovvero l’arca del testamento fu accompagnata dal re Davide e da tutta la casa d’Israele; il profeta Elia fu accompagnato da un gruppo di angeli (in forma di un cocchio di fuoco, come vogliono gli interpreti); il Redentore fu accompagnato da tutti gli angeli; mentre per accompagnare la Beatissima Vergine Maria (dice l’abbate Roberto) venne il Medesimo Re del Cielo con tutta la Sua corte celeste: San Bernardino da Siena, san Pier Damiani, e sant’Anselmo condividono questo sentimento – sant’Anselmo dicendo che il Redentore volle ascendere al cielo prima che vi pervenisse la Madre, non solo per apparecchiarle il trono in quella reggia, ma ancora per far più gloriosa la sua entrata nel paradiso, con accompagnarla Egli Stesso, unito a tutti gli spiriti beati.

L’abbate Guerico fa così parlare su ciò il Verbo Divino: ‘Io per dar gloria a mio Padre discesi dal cielo a terra; ma poi per rendere onore alla Madre mia, ascesi di nuovo in paradiso per poter poi venire ad incontrarla ed accompagnarla con la mia presenza al paradiso’. Per questo san Pier Damiani chiama l’Assunzione più gloriosa dell’Ascensione.

 Per avere un’intuizione sull’incontro tra il Signore e la Beatissima Vergine durante l’Assunzione ci possiamo volgere con sant’Alfonso al cantico dei cantici: questo libro della sacra Scrittura esprime la carità tra Cristo e la Sua Sposa immacolata la Chiesa, più particolarmente le anime perfette, ma soprattutto la Sua Vergine Madre, la stessa Immacolata.

Il passo seguente si presta in modo speciale all’assunzione: ‘Su, via, amica mia, colomba mia, bella mia, e vieni. L’inverno è passato e recesso.’ L’inverno si riferisce secondo questa interpretazione alle sofferenze della Beatissima Vergine sulla terra: alle sofferenze di colei che era e chè è la Regina dei martiri, e che ha sofferto più di tutti gli uomini insieme dall’inizio fino alla fine dei tempi. Sant’Alfonso commenta: ‘Su, Madre mia cara, mia bella e pura colomba, lascia questa valle di pianti, dove hai tanto sofferto per amor mio. Vieni coll’anima e col corpo a godere il premio della tua santa vita: se hai molto patito in terra, assai maggiore è la gloria che io ti ho preparata in cielo.’

Un altro passo citato da sant’Alfonso è il seguente: ‘Vieni da Libano, sponsa mia, vieni da Libano, vieni è sarai incoronata.’ Lui commenta: ‘Vieni… a sedere a me vicino, vieni a ricevere la corona che ti darò di Regina dell’Universo.’ Deo gratias.

 

La Gloria dell’Assunta, parte 1

‘Se mente umana, asserisce san Bernardo, ‘non può arrivare a capire la gloria immensa che Dio ha preparato in cielo a coloro che in terra L’hanno amato, come ci avvisò l’Apostolo, chi mai giungerà a comprendere quale goria abbia apparecchiata alla Sua diletta madre che L’ha partorito, che in terra L’ha amato più di tutti gli uomini; anzi, fin dal primo istante ch’ella fu creata, L’amava più di tutti gli uomini e di tutti gli angeli uniti insieme.’ Sant’Alfonso osserva: ‘Ha ragione dunque la santa Chiesa di cantare alla festa dell’Assunzione (avendo la Madonna amato Dio più di tutti gli angeli) che: ‘ella sia stata sopra tutti gli angeli sublimata in cielo.’

In verità la Santa Vergine si è esaltata sopra degli angeli in modo che (secondo l’abate Guglielmo) lei non vede sopra di se collocato altri che il suo Figlio, Che è l’Unigenito di Dio, o in modo che (secondo Giovanni Gersone) costituisce in cielo una gerarchia a parte, la più sublime di tutte, e la seconda dopo Dio. Sant’Antonio suggiunge che siccome senza paragone differisce la padrona dai servi, così senza paragone è maggiore la gloria di Maria di quella degli angeli. In fatti questa verità è gia espressa nella frase di salmo 44: ‘La regina sta alla sua destra’ che sant’Atanasio spiega dicendo: ‘Maria venne collocata alla destra di Dio.’

La posizione preminente della Santissima Vergine si capisce quando si considerano le sue opere. Se è certo che Dio rimunera secondo i meriti, siccome scrisse l’Apostolo: ‘Rende a ciascuno secondo le sue opere’ certamente, dice san Tommaso, la Vergine superò il merito di tutti gli uomini ed gli angeli, e dunque dovette esser innalzata sopra tutti gli ordini celesti. In somma soggiunge san Bernardo: ‘Si misuri la grazia singolare che ella acquistò in terra; e quindi si misuri la gloria singolare che ella ottenne in cielo.’

Secondo l’espressione di la Colombière, la gloria della Madonna fu una gloria piena, una gloria compiuta, a differenza di quella che hanno in cielo gli altri santi. Perché gli altri santi avrebbero potuto meritare una gloria più grande se avessero servito ed amato Iddio con maggior fedeltà, e benché non desiderino in cielo niente più di quel che godono, nulladimeno in fatti avrebbero di che desiderare. Mentre la Beatissima Vergine Maria desidera niente e niente ha ché desiderare. Non ha mai peccato, non ha mai perso, neanche offuscato, la divina grazia. ‘Non fece azione che non meritasse, non disse parola, non ebbe pensiero, non die respiro che non lo dirigesse alla maggior gloria di Dio; in somma, non mai si raffreddò o si fermò un momento di correre a Dio, niente mai perdeva per sua negligenza, cosicché sempre corrispose alla grazie con tutte le sue forze ed amò Dio quanto Lo poteva amare.

Sant’Alfonso osserva che ogni santo, corrispondendo alla grazia ricevuta, si è reso eccellente in qualche virtù: chi nell’apostolato, chi nella penitenza, chi nella sofferenza, chi nella contemplazione; che percio la Chiesa dice di ciascuno nel testo della santa Messa: ‘Nessuno si trovò che lo pareggiasse’ (non est inventus similis illi), ma ‘La Santissima Vergine, essendo stata ripiena di tutte le grazie, fu sublime più di ciascun santo in ogni sorta di virtù: fu apostola degli apostoli, regina dei martiri mentre pati piu di tutti, fu gonfaloniera delle vergini, l’esempio dei coniugati, unì in se una perfetta innocenza con una perfetta mortificazone; unì in somma nel suo cuore tutte le virtu piu eroiche che avesse mai praticate alcun santo. Per cui di lei fu detto: ‘Alla tua destra si sta la regina in manto d’oro, con ogni varietà d’ornamenti’ poichè, come dice un pio autore: ‘Tutte le grazie, i pregi, i meriti degli altri santi tutti si trovano congregati in Maria.’

 

La Gloria dell’Assunta, parte 2

In quest’ultima predica all’onore dell’Assunta ricordiamo la dottrina dell’Assunzione, sempre insegnata dalla santa Madre Chiesa, come fu definita dogmaticamente da papa Pio XII nell’anno 1950 con le parole seguenti: ‘Sull’autorita di Nostro Signore Gesu Cristo, dei beati apostoli Pietro e Paolo e sulla nostra, proncunciamo, dichiariamo, e definiamo come dogma divinamente rivelato che l’Immacolata Madre di Dio, Maria sempre Vergine, quando il corso della sua vita terrena era compiuto, fu assunta corpo ed anima nella gloria del cielo.’

Ebbene, la gloria della Beatissima Vergine Maria è tale che ella viene paragonata col sole. San Basilio dice: ‘Siccome lo splendore del sole eccede lo splendore di tutte le stelle insieme unite, così la gloria della divina Madre supera quella di tutti i beati.’ San Pier Damiani aggiunge che: ‘Siccome la luce delle stelle e della luna scomparisce quasi queste più non vi siano al comparire del sole, così la Madonna oscura talmente nella gloria lo splendore degli uomini e degli angeli, che in cielo questi quasi non compariscono.’

Quindi asserisce san Bernardino da Siena con san Bernardo che i beati partecipano in parte della divina gloria, ma la Vergine in certo modo ne è stata talmente arricchita che, pur una creatura, non possa piu unirsi a Dio di quel che e unita Maria. San Bernardo asserisce: ‘Con ragione si presenta Maria ammentata di sole [nell’immagine dell’Apocalisse], lei che ha penetrato l’abisso della divina sapienza così che (quanto la condizione di creatura lo permette) appare come immersa nella luce inaccessibile.’ Sant’Alberto Magno dice inoltre che la nostra regina contempla Dio molto da vicino ed incomparabilmente piu che tutti gli altri spiriti celesti.

In fine, il sole che è la Beatissima Vergine Maria dà luce e gioia ai beati. San Bernardino scrive che siccome gli altri pianeti sono illuminati dal sole, così tutti i beati ricevono luce e gaudio maggiore dalla vista di Maria, e che la Madre di Dio, salendo al cielo, ha accresciuto il gaudio a tutti i suoi abitanti. San Pier Damiani dice che i beati non hanno maggior gloria in cielo, dopo Dio, che di godere la vista di questa bellissima regina, e san Bonaventura scrive: ‘Dopo Dio la maggiore nostra gloria ed il maggio nostro gaudio ci viene da le.’ Deo gratias!

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Trasfigurazione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Dio è una Trinità in Tre Persone divine: Padre, Figlio, e Spirito Santo. Ogni Persona ha una natura divina ed è Dio, ma non ci sono tre Dei bensì un solo Dio. Il Figlio, la Seconda Persona divina, oltre alla natura divina, assunse nell’Incarnazione una natura umana, e si chiamò Gesù Cristo. Gesù significa ‘Salvatore’; Cristo significa ‘Unto’ (o ‘Messia’).

Per gli scopi dell’Incarnazione questa Persona divina, Gesù Cristo, non rivela la Sua piena identità ai sensi di coloro che Lo circondano: non la rivela che durante il Battesimo e la Trasfigurazione, quando si manifesta anche come Dio. Durante la Trasfigurazine si manifesta inoltre come Messia, e più precisamente come Messia sofferente.

Si rivela come Dio mediante la luce con la quale brilla il Suo volto, con la quale le vesti divengono candide e la nuvola è luminosa; ma si rivela come Dio anche mediante la nuvola stessa, che significa la presenza di Dio (come nell’Antico Testamento sul monte Sinai). Ma il testimone ancor più forte della Sua Divinità è la voce del Suo Padre divino: ‘Questo è il Mio Figlio prediletto…’. Il Padre divino Lo chiama ‘Figlio’ nel senso pieno del termine: cioè Figlio secondo la popria natura, che è divina. Lo rivela dunque come il Suo Figlio divino. Ma questa rivelazione non è solo una rivelazione divina, è pure una rivelazione Trinitaria, essendo presente ogni Persona divina: il Figlio, il Padre (nella voce), e lo Spirito Santo (nella nuvola).

Nostro Signore Benedetto si rivela come Messia tramite la presenza di Mosè e di Elia, che rappresentano la Legge ed i Profeti che avevano annunziato il Messia e Gli avevano preparato la strada. Cristo era questo Messia che loro avevano previsto: in termini precisi era il compimento della Legge e l’Oggetto della profezia dell’Antica Alleanza. Cristo era questo Messia, dunque, ma non del genere che ci si aspettava a quell’epoca (ossia una figura politica di potere temporale), bensì un Messia sofferente. Si rivela come tale con il Suo discorso con Mosè ed Elia sulla Sua ‘dipartita’, ovvero sulla Passione e sulla Morte. Qui vediamo dunque la Legge ed i Profeti (quindi in un certo senso tutto l’Antico Testamento con la sua autorità divina) testimoniare un Messia sofferente.

Ora, la ragione per cui il Cristo voleva rivelarSi come Dio e come Messia sofferente era ovviamente per preparare i discepoli alla Sua Passione e Morte. Infatti sono gli stessi tre discepoli a cui darà una conoscenza privilegiata sia della Sua gloria che della Sua Passione: ossia gli stessi san Pietro, san Giacomo, e san Giovanni che Lo accompagnarono sul monte Tabor; Lo acompagneranno anche a Getsemani. E san Pietro in particolare si è già mostrato ignorante della piena portata e del vero significato della Passione: prima della Trasfigurazione quando il Signore profetizzò la Passione, il Principe degli Apostoli rimostrò con Lui, dicendo: ‘Dio Te ne scampi, Signore, questo non Ti accadrà mai!’, ma il Signore lo rimproverò severamente con le parole: ‘Lungi da Me satana–non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini.’

Tramite la Trasfigurazione, dunque, Cristo vuole dire ai discepoli: ‘Io sono il Messia, ma un Messia che deve soffrire: lo testimonia anche tutto l’Antico Testamento; e oltre al Messia sono anche Dio. Quando la Mia Passione comincerà, dunque, non ci si dovrà spaventare o scandalizzare, bensì avere fiducia e speranza, perchè Dio vuole così, e non solo questo, ma Io sono Dio Stesso’.

E quanto a noi, bisogna avere una profonda fiducia e speranza in Lui per tutte le difficoltà della vita; bisogna abbandonarsi completamente a Lui, cadendo, in spirito, con la faccia a terra davanti alla Sua Divina Maestà: e quando  la povera visione di questa nostra vita terrestre sarà passata, potremo sollevare gli occhi, e nessun altro vedremo tranne Gesù, per essere immersi allora, anche noi, nella luce della gloria celeste, e nel regno che non avrà termine.

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

La Casa d’Oro

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nel libro dei Proverbi leggiamo : ‘La sapienza si è costruita una casa, ha intagliato le sue sette colonne.’ San Pier Damiani spiega: ‘Questa casa verginale è sostenuta da sette colonne perchè la venerabile Madre di Dio ha ricevuto i sette doni dello Spirito santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, e timor di Dio.’ E questi doni, insieme a tutte le virtù teologali con tutte le richezze della grazia e della natura la Madonna li ha ricevuti ad un grado sovreminente, così che san Tommaso asserisce che se Cristo possedeva perfettamente la pienezza di grazia, un certo inizio di essa pervenne anticipatamente nella Madre.

San Bonaventura paragona questa pienezza di grazia con un oceano in cui confluiscono i fiumi della grazia di tutti i santi: il fiume della grazia degli Angeli, il fiume della grazia dei Patriarchi e dei Profeti, il fiume della grazia degli Apostoli, dei Martiri, e dei Confessori confluiscono in Maria. Tutti i fiumi confluiscono nel mare che è Lei, e questo mare li contiene tutti.

Il divin Architetto, creando la Madonna, costruì il Suo santuario divino, oggetto delle Sue infinite compiacenze. Nelle parole di monsignor Gaume Ella fu la Sua colomba, l’unica, tutta bella, senza macchia nè ombra di macchia, bianca come il giglio, graziosa come la rosa, brillante come lo zaffiro, trasparente come il diamante, radiante di una luce così intensa e così pura, che, nelle parole di san Teodoro Studita, Dio Stesso si è unito sostanzialmente a Lei per opera dello Spirito Santo, e da Lei è nato come Uomo perfetto; un Essere infine così sublime nella santità che, secondo san Bernardo, a Dio non era propria altra Madre che Maria e a Maria non era proprio altro figlio che Dio.

E come i raggi del sole colorano, traversandola, una nuvola diafana, le bellezze interiori della Figlia del Re irradiavano dal Suo corpo virginale e la rendevano imparagonabilmente più bella , come spiega sant’Alberto Magno, di tutte le Sue figure nell’Antico Testamento: più bella di Eva, più bella di Rachele, più bella di Rebecca, la giovane vergine modesta scelta da Abramo per l’amato figlio Isacco; più bella di Ester, e più bella di Giuditta a cui Dio aveva aumentato la bellezza per renderla incomparabilmente bella agli occhi di tutti gli uomini.

Così era dunque il Santuario Divino, l’Arca della nuova alleanza, la Casa d’oro, l’opera più grande dello Spirito Santo dopo la sacratissima Umanità di nostro Signore Gesù Cristo; un’opera che viene paragonata ad una stella raggiante di santità e di gloria, lungi da questo mondo oscuro e caduto: la Stella del mare che mostra ai viaggiatori sull’oceano perfido ed amaro di questa vita, la via al porto celeste che è il suo Figlio; la Stella Mattutina che preannunzia quel giorno glorioso che non conosce tramonto, quel Sabato eterno quando ci riposeremo dai nostri lavori in Dio; la Stella che irradia sul mondo raggi di luce increata e che partorisce il Sole che preannunzia.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Buon Pastore

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Buon Pastore va alla ricerca della pecorella smarrita: ovvero, di noi quando abbiamo peccato; ci mette in spalla e ci porta a casa, ossia in Paradiso. In un altro brano chiama le Sue pecore, che Lo seguono perchè Lo conoscono (Lo conoscono nella fede), e perchè conoscono la Sua voce (la conoscono nell’insegnamento della Chiesa). E le pecore Lo seguono all’ovile, all’unico ovile che è l’una, santa, cattolica ed apostolica Chiesa: l’unico mezzo di salvezza; Lo seguono all’unico ovile che allo stesso tempo è immagine del Paradiso.

‘Io sono il Buon Pastore’, dice il Signore, ‘il buon Pastore offre la vita per le pecore.’ In questo tempo pasquale meditiamo sull’amore misericordioso del Signore Che ha offerto la vita per noi sul duro legno della croce, affinchè noi possiamo essere portati da Lui in spalla alla Sua casa e possiamo entrare in quella casa: nella santa Chiesa e nel Paradiso.

La frase ‘offre la vita per le pecore’ esprime soprattutto l’amore di nostro Signore Gesù Cristo verso di  noi, perchè questo è il più grande amore: quello di dare la vita per gli amici. Il fatto che il Signore dica ‘conosco le Mie pecore e le Mie pecore conoscono Me’ rappresenta la reciprocità di questo amore; il fatto che Egli lo paragoni con l’amore tra Lui ed il Padre quando dice ‘come il Padre conosce Me ed Io conosco il Padre’,  significa che questo amore divino è origine, fonte e causa dell’amore tra  Lui ed i Suoi fedeli, ed esprime anche la sua immensità.

Che la figura del Buon Pastore raffiguri in primo luogo l’amore, si manifesta altrettanto alla fine del vangelo di san Giovanni quando il Signore, chiedendo tre volte a san Pietro: ‘Simone, figlio di Giovanni, Mi ami tu?’ gli dice: ‘Pasci le Mie pecorelle’: san Pietro deve divenire anche lui buon pastore nel seguire Cristo ed in partecipazione con Lui; e per questo compito occorre l’amore.

Già nell’Antico Testamento troviamo la figura del Buon Pastore amorevole, anche se in maniera meno concreta e più misteriosa. ‘Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla, su pascoli erbosi mi fa riposare.’ In questo Salmo 22 Iddio si rivela come un buon pastore che ci conduce in Paradiso alla nostra eterna felicità e pace. Ci conduce attraverso la valle oscura della morte che è questa vita: la valle oscura dell’ignoranza, del peccato, della sofferenza, e della morte; la valle oscura sulla quale la luce increata del Cielo non cade, ma dove non dobbiamo temere alcun male perchè Egli è con noi, parlandoci con la voce dei Suoi comandamenti e operando per noi con i Suoi Sacramenti: il Sacramento del Battesimo  rappresentato dalle acque tranquille a cui ci conduce; il Sacramento della Penitenza che converte la nostra anima; i Sacramenti della Cresima, dell’Ordine, e dell’Estrema unzione che sono l’olio col quale ci cosparge il capo; i Sacramenti del Matrimonio e della santa Eucarestia che sono la mensa che ha preparata per noi; il Sacramento dell’Eucarestia in particolare, che è il nostro calice traboccante.

Lui è con noi con la voce e con le azioni, ma anche con la Stessa Presenza, tramite cui è presente dappertutto e soprattutto nelle anime dei giusti per la grazia, così che con un solo pensiero ci troviamo di nuovo nella Sua dolce compagnia.

Se viviamo con Lui, dunque, la felicità e la grazia ci saranno compagne tutti i giorni della vita, fin quando non perveniamo a quella mensa celeste ed a quel calice che sono anche immagini della vita eterna nella casa del Paradiso.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

 

L’uscire dal Padre ed il tornare a Lui

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

‘Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre’. Il Signore parla con queste parole del Suo uscire dal Padre al momento dell’Incarnazione e del Suo ritorno a Lui all’Ascensione. Parla del Suo rapporto col Padre nella Sua umanità, immagine del Suo rapporto col Padre nella Sua Divinità all’interno della Santissima Trinità: dove c’è un procedere dal Padre al Figlio, ed un procedere dal Figlio al Padre.

Come il Signore esce dal Padre e torna a Lui nella Sua umanità, anche noi usciamo dal Padre e torniamo a Lui. Usciamo dal Padre e veniamo nel mondo al nostro concepimento; torniamo al Padre e lasciamo il mondo alla morte.

Come il Signore è Figlio del Padre, anche noi siamo figli del Padre: Lui è Figlio di Dio secondo la natura, la natura Divina, la Divinità; noi invece lo siamo secondo l’adozione, secondo l’incorporazione in Cristo tramite il battesimo.

All’interno della Santissima Trinità Nostro Signore Gesù Cristo si unisce al Padre nell’amore, nel procedere dello Spirito Santo; nella Sua vita terrena va al Padre per mezzo dell’amore: per mezzo della vita intera vissuta per amore del Padre.

Anche noi andiamo al Padre, torniamo al Padre, per mezzo dell’amore. Non basta il battesimo: non basta l’incorporazione a Lui, Corpo Mistico, ovvero alla Chiesa; bisogna amarLo, amarLo con l’amore della Carità: con l’amore sovrannaturale, ossia in stato di grazia. Chi non è in stato di grazia non può amare Dio – nel modo che Lui richiede.

Come amiamo Dio? osservando i comandamenti, praticando le virtù la cui forma è la Carità: agendo per Lui e soffrendo per Lui, perchè anche la sofferenza può essere un modo di amare Dio. Ognuno ha la propria croce: c’è chi soffre fisicamente in ospedale; c’è chi soffre psichicamente a casa: ansie, paure, tristezze. Questo bambino viene maltrattato a scuola, quello a casa; questa persona soffre perchè i familiari sono lontano da Dio; quella per i debiti, quell’altra di solitudine.

Ognuno ha la sua croce. Non deve lamentarsi, nè rammaricarsi, ma portarla con pazienza per amore di Dio. Poichè di questo può essere sicuro: che la sua croce è precisamente quella che Dio ha scelto per lui, per guarirlo dei suoi peccati, per santificarlo e per salvarlo. Dio ci conosce e sa di cosa abbiamo bisogno per il nostro eterno bene.

Solo tramite l’amore che suscitiamo nelle azioni e sofferenze ci possiamo avvicinare a Lui: solo così possiamo tornare a Lui come il figliuol prodigo torna al Padre eterno dopo tutta una vita di peccato; solo così ci possiamo staccare dal mondo con tutte le sue attrazioni, pompe e false promesse.

Bisogna essere figli di Dio non solo di adozione, ma anche moralmente, dunque; bisogna trasformarsi in Lui mediante la Carità, così che Cristo viva in noi e che il Padre Lo ami in noi, e dica: ‘Questo è il Mio Figlio prediletto in cui Mi sono compiaciuto’; così che nell’ora della morte, per l’intercessione della Santissima Madre di Dio, il Padre riprenda l’anima che ci ha dato all’inizio della vita, per introdurla nell’amore eterno tra Sè ed il Suo Figlio, nell’unità dello Spirito Santo.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La divina maternità spirituale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

‘Beato il seno che Ti ha portato e le mammelle che hai succhiato’, grida una voce dalla folla, potremmo supporre, mossa dallo Spirito Santo nella sua somiglianza al grido di sant’Elisabetta: ‘Benedetta tu tra le donne’. E nostro Signore risponde: ‘Beato piuttosto chi sente la Mia parola e chi la custodisce.’ Il passo assomiglia a quell’altro in cui nostro Signore, informato che Sua Madre ed i Suoi fratelli Lo stanno aspettando, dice: ‘Chi è Mia madre, chi sono i Miei fratelli? Coloro che fanno la volontà di Mio Padre, questi sono Miei fratelli, Mie sorelle, e Mia madre’.

Ma pare a prima vista che questi siano modi dispregiativi di parlare di Colei che viene chiamata da san Cirillo ‘la perla di questo mondo, una luce sempre brillante, la corona delle vergini, il scettro della fede’, e da sant’Efrem ‘la speranza dei padri, la gloria dei profeti, la lode degli apostoli, l’onore dei martiri, il gaudio dei santi, e la luce dei patriarchi’.

Quando riflettiamo più profondamente, però, vediamo che nostro Signore Benedetto non sta disprezzando Sua beatissima Madre con tali parole, ma piuttosto La sta lodando.

Beato il seno, ma ‘ancor più beato chi sente e custodisce la parola’ di Dio. Ma chi la sente e la custodisce maggiormente che non Sua Madre celeste? Poichè sente la parola dell’angelo che è la parola di Dio, in quanto è l’ambasciata di Dio nel senso ultimo del termine: l’annuncio di Dio della redenzione del mondo.

Lei sente questa parola dunque, e la custodisce e conserva poi come Verbo divino nel proprio seno, in una maniera di cui non ce n’è di più intima, dandoGli la stessa carne. Così che il Verbo divino, ovvero Dio Stesso che è il cielo, potesse abitare un altro cielo: il cielo terrestre del seno di Sua beatissima Madre.

Lei custodisce il Verbo Incarnato nel seno per nove mesi e poi per tutto il tempo della Sua vita nascosta a Nazareth, mentre ascolta la Sua voce, la voce del Beneamato. E dopo, Lo custodisce ancora nel tempo della Passione, stando accanto alla croce con tutta la propria autorità di Madre di Dio, di Regina dei martiri, Regina degli angeli, Regina del cielo e della terra.

Lei non solo Lo porta nel seno e Gli dà da succhiare, dunque, ma anche Lo ascolta e Lo custodisce in modo perfetto, fino alla fine. Facendo così, compie inoltre la volontà di Dio. In tutti questi modi diviene Madre di Dio nel senso spirituale inteso dal Signore, ossia in modo perfetto.

Che la divina Maternità spirituale della Madonna fu in un certo senso più grande di quella fisica, viene espresso dai padri della Chiesa, ad esempio da san Bernardo, quando dice che Lei concepì Dio nella mente prima di concepirLo nel seno, e che Dio amava talmente la sua bellezza spirituale che si unì a Lei prima nello spirito e poi nella carne.

Difatti la maternità spirituale e fisica sono così intimamente congiunte che non si possono quasi distinguere: la sua straordinaria elevatura spirituale era condizione per la sua maternità divina, e la sua maternità divina era allo stesso tempo condizione per la sua elevatura spirituale.

La divina maternità è il più alto e grande privilegio della Madonna, di cui non ce n’è mai stato uno più grande elargito sul creato. Che noi, meditando su di essa, raggiungiamo a una devozione sempre più profonda verso Colei che era ed è la creatura razionale più gloriosa e più perfetta di tutte. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

L’Annuciazione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il glorioso San Bernardo osserva che il santo Nome di Maria significa stella maris ciò che si adatta bene a Lei in quanto ‘come la stella emette il suo raggio senza corrompersi, così senza infrangere la sua integrità la Vergine partorì il Figlio. Il raggio non diminuisce lo splendore della stella e il Figlio non toglie l’integrità alla Madre.’ In un altro brano lo stesso santo paragona la sua Verginità a una stella e la sua Maternità a un’altra: due stelle che si illuminano a vicenda con i propri raggi.

Ora il fatto che il Figlio della santissima Vergine è una Persona Divina, fa che la Madonna è Madre di Dio, così che san Bernardo si immagina al momento dell’annunziazione il mondo intiero aspettare il suo fiat per l’avvento del Salvatore:

Tutta l’umanità prostrata ai vostri piedi l’attende’, scrive, ‘Rispondete presto, o Vergine; pronunziate, o Signora, la parola che terra ed inferi e persino il cielo aspettano. Anche il Re e Signore di tutti, quanto si è invaghito della vostra grazia, altrettanto desidera la vostra affermativa risposta: poichè per essa ha deciso di salvare il mondo.

Date la vostra parola, e accogliete la Parola, dite la vostra parola umana, e concepite la parola di Dio; pronunziate la vostra parola che passa, e stringete al vostro seno la parola che è eterna.’ E la Vergine risponde: ‘Il Verbo che in principio era presso Dio si faccia carne della mia carne, seconda la Vostra parola… il Verbo che io possa non solo udire con l’orecchio, ma vedere con gli occhi, toccare con le mani, portare sulle spalle: non la parola scritta e muta, ma la Parola incarnata e viva, stampata non in mute figure e tracciata su una pergamena senz’anima, ma impressa vivente e in forma umana nelle mie caste viscere, e ciò non per pittura di penna inerte, ma per opera dello Spirito Santo.’

Che queste brevi meditazioni servano ad accendere nei nostri cuori l’amore per il Cielo, il desiderio di passare la vita guadagnando meriti per l’eternità, ed il desiderio infine di vedere lassù dopo questo nostro esilio la Santissima Madonna, Vergine e Madre, ed il frutto Sacratissimo del suo seno Gesù.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La moltiplicazione dei pani

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La moltiplicazione dei pani nelle mani del Signore e dei Suoi discepoli e la Sua distribuzione al popolo è simbolo ed anticipazione di un miracolo ineffabilmente più grande che è la santa Eucarestia: il pane che diviene nelle mani del Signore e dei Suoi ministri, attraverso i secoli, Gesù Cristo Stesso, il Cristo totale: Christus totus.

La Santa Madre Chiesa col miracolo dei pani ci mette dunque davanti agli occhi il miracolo della santa Eucarestia che è senza eccezione alcuna la cosa più grande e più preziosa del mondo intero, essendo Gesù Cristo Stesso, Che vive in mezzo a noi nella Presenza Reale. In questo mistero, secondo la parola di uno scrittore, Dio ha attraversato per così dire un’infinità di tempo e di spazio per dimorare in questo povero mondo: per avvicinarSi ed unirSi a noi, e noi con Lui. Per amore di Nostro Signore Gesù Cristo nella Presenza Reale bisogna essere pronti a dare la vita.

Si tratta non di una Presenza meramente spirituale, come quando due o tre persone sono riunite nel Suo Nome, bensì, ribadiamo, della Presenza Reale, sostanziale, di Nostro Signore, Corpo, Sangue, Anima, e Divinità: ciò che esige da noi l’onore più grande che ci sia, cioè l’adorazione.

L’adorazione dovuta al Santissimo fu stabilita dalla Chiesa nelle disposizioni seguenti: farsi un segno di croce entrando in chiesa; fare una genuflessione; stare zitti; mettersi umilmente in ginocchio quando viene sull’altare e quando viene alzato dal celebrante, con la parola usata da san Giovanni Battista quando, con gli occhi del corpo, vide il Salvatore così chiaramente come adesso noi Lo vediamo con gli occhi dello spirito: Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi! E poi siamo tenuti ad inginocchiarci per ricevere la santa Comunione (se siamo nello stato di grazia), riceverLa sulla lingua, fare un ringraziamento dopo.

Essendo il Signore realmente presente in chiesa, bisogna tacere non solo con la lingua, ma anche con la mente: scacciando pensieri sconvenienti e distrazioni, ed evitando di osservare gli altri; indirizzando piuttosto la mente ed il cuore verso Colui Che ci ha amati fino alla morte.

L’evangelista racconta che il popolo ‘fu saziato dal cibo che aveva ricevuto’, un’immagine del nostro saziamento nella santa Comunione: ciò che è se stessa immagine del saziamento definitivo dell’anima di Dio in Cielo. Perchè l’uomo fu creato per Dio e si può saziare solo di Dio: non dei beni fisici come i piaceri dei sensi; non dei beni spirituali finite, come sono la musica, la letteratura, le conoscenze di qualsiasi tipo; neanche della somma totale di tutte le bellezze di questo mondo, ma solo del sommo Bene Che è Dio. L’uomo fu creato da Dio: il suo intelletto per conoscere Dio e la sua volontà per amarLo. L’ intelletto per conoscere non le verità finite di questo mondo bensì la verità infinita che è Dio; la volontà per amare non i beni finiti di questo mondo, bensì il bene infinito che è Dio. L’uomo è stato creato in una parola per l’infinito, per il perfetto e per l’eterno.

Solo con Dio può essere saziato l’uomo, solo con Dio può trovare la pace: ‘Ci avete fatti per Voi, e il nostro cuore è irrequieto fin quando non trova la quiete in Voi’ dice sant’Agostino. Fecisti nos ad te: Ci avete fatti con un orientamento verso di Voi; e il cuore è irrequieto donec requiescat in Te: fin quando non trovi la sua quiete in Voi. L’amore è di due tipi: il desiderio per l’unione e l’unione stessa. Il desiderio è il dinamismo attivo che tende all’oggetto; l’unione è il riposo passivo nel possesso e nel godimento dell’oggetto. Siamo protesi verso Dio, e non troveremo la pace se non quando saremo definitivamente uniti a Lui.

Già su questa terra ci possiamo unire a Dio, poichè la santa Eucarestia è Gesù Cristo, e Gesù Cristo è Dio. Nostro Signore ci dice infatti nel vangelo di san Giovanni: ‘Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame, e chi crede in me non avrà più sete… i vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti… chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna’.

La santa Comunione ci unisce a Lui quaggiù, dunque, ma l’unione stabile ed eterna a Lui sarà solo in cielo. Là coloro che si uniscono a Voi ‘si saziano nell’abbondanza della vostra casa, e li dissetate al torrente delle vostre delizie. Ed in voi è la sorgente della vita, alla vostra luce vedremo la luce.’

Evitiamo il peccato, coltiviamo le virtù, preghiamo, compiamo i doveri dello stato di vita, per poter più degnamente riceverLo nella santa Comunione: per prepararci dopo la fine dei nostri giorni quaggiù ad unirci più intimamente a Lui in cielo nell’unione anticipata dalla santa Comunione.  Amen.

Il Signore risorto appare alla Madonna

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Potremmo descrivere quasi come una legge di natura che la prima persona a cui un figlio desidera comunicare una sua gioia intima è alla propria madre, sopratutto se la madre ha bisogna di consolazione; e più fortemente il figlio ama la madre e più fortemente gliela desidera comunicare. Ebbene, Nostro Signore Benedetto non è un’eccezione a questa legge, anzi la esemplifica in modo determinante.

Non si può neanche concepire infatti la gioia che avrebbe sperimentato l’Uomo Dio compiendo la Missione divina di salvare l’umanità, l’atto di amore misericordioso di cui non ce n’è uno più grande; inconcepibile altrettanto è la consolazione che la comunicazione della gioia dovrebbe dare a Sua santissima madre. Lei infatti aveva attraversato tutto un mare amaro di sofferenze anticipate già dal momento dell’Annunciazione; e quanto all’amore che Lui le portava non c’era e non ci sarà mai un amore così grande e così sublime.

Non ci sorprenderà dunque di apprendere che secondo la tradizione della Chiesa, la prima persona a cui il Signore risorto è apparso fosse la Sua santissima Madre. Il fatto che non viene raccontato nei vangeli spiega la consuetudine che ciò che ci fu di più intimo e personale nella vita del Signore non fosse scritto in quelle pagine.

Possiamo quindi immaginare la Madonna a casa da sola, come lo era 34 anni prima, a leggere la sacra scrittura. La prima volta, secondo i padri della Chiesa, leggeva le profezie sull’avvento del Messia e sulla concezione verginale; questa volta chissà se stesse leggendo quelle sulla risurrezione, e si stesse chiedendo come avrebbe avuto luogo. La prima volta, per la porta, la finestra od attraverso il muro, entrava l’angelo; la seconda volta entrò suo Stesso Figlio Divino.

Apprendiamo la meditazione di questi avvenimenti da san Lorenzo Giustiniani (Passione di Cristo XXIII): ‘…andava dicendo tacita nel suo cuore: Credi che sia giunta l’ora in cui mio Figlio, vinte le potenze delle tenebre, liberatosi da ogni peso di mortalità, risorgerà vittorioso? Credi che riuscerò ancora a vedere il mio Gesù che l’anima mia tanto ama, in cui sono riposte tutti i tesori dei miei desideri e delle mie ansie? Che proprio non venga a me questo mio Figlio Unigenito che cerco con tanta attenzione, a cui guardo con tanto amore, che già possiedo con la mia carità e abbraccio con tanta tenerezza ed affetto? Venga, venga il mio Diletto nel talamo della sua ancella, mi mostri il suo volto, risuoni la sua voce al mio orecchio, perchè Lo veda davanti ai miei occhi, e Lo tocchi con le mie mani e Lo baci, Lo abbracci nella mia umiltà, che possa in Lui riprendersi e rifiorire la mia anima che già da tre giorni giace con Lui nell’oscurità del Suo sepolcro.

Mentre quella madre immacolata stava immerse in questi infuocati pensieri, ecco che vede davanti a sè raggiante di splendore sovrumano il suo diletto Figlio. Ella Lo riconosce, si prostra con la faccia a terra, Lo adora, Lo benedice, tocca i Suoi piedi, bagna di lacrime le Sue cicatrici. Ella non ebbe il dolore di sentirsi dire da Gesù quello che sentì dire la peccatrice perdonata, quasi un rifiuto, una proibizione: ‘Non mi trattenere, perchè non sono ancora salito al Padre; né venne chiamata come il discepolo incredulo a mettere le sua dite nelle ferrite lasciate dai chiodi per sanare quasi le piaghe del suo dubbio; no, non udì niente di tutto questo, ma forse piuttosto le dolcissime parole del Cantico: ‘O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perchè la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro.’

Così forse il Figlio andava penetrando il cuore della Ss. Vergine con espressioni di amore, mentre la Madre continuava ad abbracciare e baciare soavemente i piedi del suo Unigenito e la sua anima vibrava tutta di dolcezza ineffabile, piena di un gaudio che non ha confronti sulla terra. Il suo cuore si scioglieva in tenerezze ed affetti estasianti, e da quelle piaghe sanguinanti dai piedi sgorgava come un’onda fragrante…’

Ma forse la Vergine santissima era già rimasta troppo a lungo prostrata ai piedi del suo Signore: ecco, ora si leva, sorretta dalle mani stesse del suo Figlio e da Lui in forma sovrumana è illuminata, istruita su tutti i misteri della fede, sulla Gloria della risurrezione, sulle future condizioni della Chiesa, sul finale giudizio al chiudersi dei tempi, sulla beatitudine degli eletti nel Regno dei cieli, su tutte le verità attinenti alla fede cattolica. Ella doveva essere illuminata su ogni mistero, su ogni punto del credo affinchè la sua vita fosse norma, esempio, luce per le moltitudini dei fedeli.’ Poi, continua san Lorenzo, congedandosi da Lei ‘in un alone di splendore e letizia scomparve dal suo sguardo’.

+ In nomine Patris et Filli et Spiritus Sancti. Amen

Emmaus

‏+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Non ci ardeva il cuore nel petto …’

Nostro Signore Benedetto appare oggi a due Suoi discepoli: a Clèopa ed ad un altro, forse la moglie Maria, che stava ai piedi della Croce. Qualora avessero volto lo sguardo indietro all’incontro, quali motivi avrebbero potuto trovare per non meravigliarsi ed umiliarsi in profonda adorazione davanti a Dio; meditando sul fatto che il loro Maestro benamato, Che aveva sofferto ed era morto per loro in modo così crudele ed atroce, era davvero il Messia dell’Antica Alleanza, la Gloria del popolo eletto, anzi Dio Stesso; Che era risorto dai morti ed apparso a loro in forma di un ignoto compagno di viaggio; Che era venuto nella casa, celebrando la santa Eucarestia per loro, e poi scomparso dalla loro vista.

Non ci ardeva forse il cuore nel petto?’ si sono detti. È giusto, commenta san Lorenzo Giustiniani, che quelli casti e puri godano, credendo sinceramente e rettamente a Dio, del fatto che l’Unigenito si sia intrattenuto a parlare con loro in una forma così affettuosa e familiare. ‘È giusto che in quest’estasi si inebrino di fervore, si illuminino di sapienza, si infiammino d’amore al contemplare tanta tenerezza e umanità… udendo le onde divine della Sua Sapienza… Essi avranno sentito nell’anima gioie meravigliose mai provate, in quegli istanti supremi in cui il Verbo eterno del Padre parlava loro con la soavità ineffabile del Suo amore sovrumano. Le Sue parole si saranno irradiato come sprazzi di luce spirituale, la sua voce sarà effusa come rivoli di nettare celestiale, per cui i loro cuori saranno rimasti ineffabilmente inebriati, come pervasi di incontenibile letizia… mentre la loro mente era come sospesa in contemplazione sia per chi loro parlava sia per gli ineffabili discorsi che pronunciava. Era indubbio, essi avranno pur avvertito che nel Signore Gesù c’era qualcosa di divino: ma i loro occhi erano ancora troppo chiusi per riconoscerLo. Gustavano il sapore dolcissimo della Sua Sapienza ed in questa gioia il loro cuore bruciava dell’incendio dell’amore Divino.’

Il Signore spiegava a loro, come spiegherà più tardi agli Undici a Gerusalemme, come la Legge, i Profeti, e persino tutta l’Antica Alleanza parlava di Lui; ossia come avrebbe dovuto soffrire per entrare nella Sua gloria. E poi ‘quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed ecco si aprirono loro gli occhi e lo riconnobbero. Ma Lui sparì dalla loro vista.’ Dopo, racconteranno come Lo avevano riconosciuto nello spezzare il pane: fractio panis, la frase che significava la santa Eucarestia nella Chiesa primitiva.

Stolti e tardi di cuore…’

Perchè non Lo potevano riconoscere prima? perchè dubitavano, come ritengono alcuni Padri? Ebbene, come i Discepoli sulla via di Emmaus anche noi siamo in via, ovvero in via per il Cielo; come loro siamo anche noi accompagnati dal Signore, Che, se siamo in stato di grazia, è inoltre nelle nostre anime, nel mistero della Santissima Trinità. Come mai, quindi, non Lo riconosciamo neppure noi: perchè se Lo riconoscessimo, sicuramente Gli chiederemmo aiuto quando ne avessimo bisogno, condivideremmo con Lui le gioie, Gli offriremmo le sofferenze, ci daremmo completamente a Lui come Lui si è dato completamente a noi. E quando entra nella nostra casa nella santa Comunione, sotto il tetto dell’anima, come mai non Lo riconosciamo neanche là, unendoci a Lui più strettamente, ringraziandoLo che è venuto, e dopo imane sofferenze è morto e poi risorto per noi, e solo per noi? Siamo anche noi così ‘stolti e tardi di cuore’?

Resta con noi…’

Dopo aver parlato con loro sulla via, aveva fatto ‘come se dovesse andare più lontano.’ ‘Nei loro cuori’, dice san Lorenzo, ‘Egli era come uno straniero, un pellegrino e quindi avrebbe voluto andare lontano da loro’, ma facendo così sicuramente aveva anche un altro motivo, come quando stava per oltrepassare i Discepoli sul lago: ossìa voleva silenziosamente invitarli a chiamarLo presso loro, nella barca, nella casa, nel cuore.

Resta con noi perchè si fa sera ed il giorno già volge al declino.’ Resta con noi sul nostro viaggio in Cielo: resta con noi, non ci lasciare come il sole che sta declinando ora con una tale velocità sul paesaggio serotino della Terra santa, come le speci della santa Comunione che si sciolgono in noi e ci lasciano senza di Te; resta con noi nella casa dell’anima nella santa Comunione; non sparire dalla casa, non sparire dalla vista, non sparire dal cuore; resta con noi quando la luce di tutte le nostre speranze per questo mondo si appassiranno e si spegneranno, quando le ombre cadranno su questo nostro mondo e si infitteranno; resta con noi quando invecchieremo e farà sera, O Signore e Dio, quando il giorno volgerà al declino e il sole di questo mondo scenderà, tramonterà e sparirà, usque ad senectutem et senium, Deus, ne derelinquas me! Resta con noi per tutta la lunghezza del nostro viaggio e del nostro pellegrinaggio terrestre, Tu Che sei la nostra unica speranza nel tempo e nell’Eternità, fin quando una luce trasfigurata e più gloriosa non si alzi in un mondo più glorioso: la luce che sei Tu, O Lumen Christi, quando Ti vedremo in fine faccia a faccia, Tu Che abbiamo riconosciuto quaggiù nello spezzare il pane.

+In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le tentazioni di Cristo

 + In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen
     Le tentazioni di Cristo non sono tentazioni nel senso che Nostro Signore Benedetto fosse suscettibile alla tentazione, essendo Dio e possedendo un’umanità impeccabile, bensì tentazioni da parte del tentatore, del demonio, che tenta il Signore per vedere se Lui sia un mero uomo, e, se lo è, di farLo cadere, se possibile.
     Come farLo cadere? Tramite le tre fonti di peccato nell’uomo, cioè la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi, e la concupiscenza della propria eccellenza, ossia la superbia.
     Ora la concupiscenza della carne consiste nel desiderio immoderato di soddisfare i propri sensi: il demonio prova a suscitare questa concupiscenza tentando il Signore di trasformare le pietre in pani. La concupiscenza degli occhi, invece, consiste nel desiderio immoderato di possedere oggetti o informazioni: il demonio prova a suscitare questa concupiscenza tentando il Signore di possedere tutti i regni del mondo. La concupiscenza di sè, ovvero la superbia in fine, è oggetto della tentazione del Signore di gettarSi giù dal tempio per essere sorretto dagli angeli. Tre fonti di peccato, tre concupiscenze, tre tentazioni.
     Da dove vengono queste tre fonti di peccato, o piuttosto da dove viene quella che è la fonte delle due altre, cioè la superbia: dal Peccato originale; Adamo ed Eva si sono staccati da Dio ed attaccati a se stessi, così l’amore per Dio divenne un amore per se stessi. Cos’è l’amore per Dio, dunque, e come si è trasformato nell’egoismo?
     L’amore per Dio è un amore di dono completo di sè a Dio; similmente l’amore di Dio per noi e’ un amore di dono completo di Sè a noi, che comporta dunque che noi accogliamo Dio in noi stessi, che Lo possediamo, fin quanto ciò è possibile per noi esseri finiti e limitati.
     Ma loro non volevano darsi a Dio e non volevano possedere Dio. Quell’amore di dono reciproco divenne per loro un amore esclusivamente diretto all’afferrare ed al possedere in modo egoistico. E l’oggetto di questo amore non fu più Dio, bensì le cose create, amate in modo immoderato e disordinato: senza rapporto verso Dio, senza riferimento a Dio; senza glorificarLo, senza lodarLo, senza ringraziarLo.
     Ora l’atto di ribellione di Adamo ed Eva nello staccarsi da Dio e nell’attaccarsi a se stessi fu così violento che cambiò la stessa natura umana ed acquistò per questo il nome di ‘natura caduta’, la natura caduta con le sue tre concupiscenze: la concupiscenza della carne (per i piaceri dei sensi), la concupiscenze degli occhi (per gli oggetti e per le informazioni) e la superbia (l’amore per se stessi).
     Queste tre concupiscenze divennero in seguito le tre fonti di peccato per ogni uomo dopo Adamo: queste furono dunque il campo in cui il demonio, nella sua ignoranza, ha provato a far cadere persino il Signore. Con queste fece cadere gli ebrei: con la sensualità, l’avarizia, e sopratutto la superbia; con l’avarizia fece cadere Giuda.
     Con tutte e tre fa cadere l’uomo moderno: la sensualità in modi che non occorre neanche evocare; l’avarizia nel materialismo e nelle futili e smisurate ricerche su internet; la superbia nella stoltezza con cui egli presume di negare persino l’esistenza di Dio.

     Anche per ognuno di noi sono queste le fonti di ogni peccato. Dove sono tentato io? nella sensualità, nell’avarizia, nella curiosità, nella superbia? Di queste la più subdola è l’ultima, la superbia, che si chiama ‘il vizio sottile’, perchè sottile da scoprire e sottile da combattere. La invito, caro Lettore, a chiedersi dove si situa il campo di battaglia per Lei. Se vince le concupiscenze, si sottrae dal potere del demonio, raggiunge la pace, si santifica, si avvicina alla perfezione.

Che Dio e la Madonna ci aiutino, i Quali, mai sottomessi alle concupiscenze, hanno compassione per noi, nella nostra miseria. Chiediamo il loro aiuto e lottiamo fortemente per la salvezza dell’anima e per la Gloria di Dio.

 +In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Nel sepolcro

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen. 

Entrando con lo spirito nel sepolcro, vedo cogli occhi dell’anima il Sacrosanto Corpo di Nostro Signore, splendente nel silenzio e nel buio, di una luce tenue di oro chiaro. Il Corpo infatti è sempre unito alla Divinità, come lo è anche l’Anima, che alla morte lo lasciò per liberare i Giusti dal Limbo.

Vi vedo, o Signore, avvolto nella Sindone, il Volto coperto del velo, come per non mostrarci più le Sacre ferite, adesso che il dolore sia passato, e che finalmente il tempo stabilito dal Padre sia giunto. Consummatum est: Omnis consummationis vidi finem. Latum tuum mandatum nimis. È consumato: di ogni consumazione vidi la fine: il Vostro mandato è compiuto sino alla fine.

Vi vedo davanti a me, Presente nella Vostra Divinità, ma nascosto come nel tabernacolo. Il Corpo morto  rappresenta quello di Adamo, istigatore della propria morte e di quella di tutti i suoi discendenti, il Corpo rappresenta anche noi che abbiamo meritato la morte per tutti i nostri innumerevoli peccati. E su tutto il Corpo, ormai invisibili, le sacre ferite: le cinque ferite della crocifissione, le 5,475 ferite della flagellazione, le ferite delle spine nella testa e persino nel cervello, le ferite delle cadute e nel cuore. Tante ferite Vi abbiamo inflitte! Tante quante abbiamo meritate noi per la nostra malvagità!

O Signore Adorabile, questo dovrebbe essere il mio corpo morto, queste dovrebbero essere le mie ferite, giustamente meritate dal mio peccato: dal mio peccato contro Voi, O Bontà Infinita ed Amore Eterno; ma Voi le avete prese su di Voi in una sofferenza più profonda e vasta di un’infinità di oceani, ma guadagnando con essa il Paradiso, trasformando la morte in vita e le ferite nella costellazione più gloriosa di tutto il creato: l’abbellimento più glorioso della Vostra Sacratissima Umanità.

E così rimarrò prostrato davanti al Dio Uomo, per adorarLo nel buio e nel silenzio, adesso che il dolore sia passato: per ringraziarLo della Sua infinita misericordia verso di me, misero peccatore, donec ego vixero: lungo tutto il corso della mia vita. Amen.

La Resurrezione

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Quando le pie donne erano giunte al sepolcro, il sole era già alzato, il sole che alla morte del suo Creatore fu oscurato, ma che adesso alla Sua Resurrezione, si era alzato in perfetta armonia col suo Creatore: poiché allo stesso tempo del sole creato si alza il Sole Increato, il Sole di Giustizia, lo Splendore e la Gloria del Padre, la luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo.

E siccome tra le tenebre della notte e la luce del giorno il sole non era ancora visibile, ma nelle parole di san Girolamo “irradiava inanzi a se una rosea aurora”, così Nostro Signore Gesù Cristo non era ancora visibile, ma rivelava solo gradualmente la Sua resurrezione: il Suo più grande miracolo, il fondamento della nostra fede, il fondamento anche di tutta la nostra speranza nella futura gloria.

Questo miracolo si manifesta per primo nella pietra rimossa dal monumento, e poi nell’annuncio dell’angelo. Ma già l’apparenza dell’angelo anticipa il suo annuncio, in quanto (continuando il commentario patristico) lo splendore celeste della sua veste bianca proclama la gioia e la gloria pasquali – la gioia che il nemico è sconfitto, il Regno guadagnato, e che il Re della Pace che era cercato, ora è trovato e non si perderà mai più; mentre la sua giovinezza è segno del corpo risorto, ed il sepolcro vuoto segno della nostra futura resurrezione.

“Non abbiate paura” dice l’angelo, “Voi cercate Gesù Nazareno crocifisso: Egli è risuscitato”. Le pie donne non devono avere paura di vedere questo Suo compagno di Paradiso: piuttosto i figli di questo mondo devono intimorire alla rivelazione di misteri così sublimi. Ora il nome “Gesù Nazareno” è quello che stava sopra il Salvatore sulla croce, e l’angelo Lo chiama anche “il Crocifisso” – ma dopo la Resurrezione la croce non è più immagine di morte e di disgrazia bensì simbolo della vita e della gloria eterne.

“Ma andate” continua l’angelo, “dite a Suoi discepoli ed a Pietro: Egli vi procederà in Galilea…” San Pietro, che abbiamo ultimamente visto piangere la sua caduta, deve farsi coraggio tramite questo annuncio, ed assicurarsi che il Signore lo ami nonostante i suoi peccati.

Sì, carissimi fedeli, anche per noi è passata la notte del peccato, la notte quando abbiamo lasciato la compagnia del Signore per rinnegarLo e per tradirLo con i nostri peccati – “ed era notte” scrisse l’evangelista: questa notte è passata, perchè anche per noi il Signore è morto, ed anche per noi risorto dalla morte; e nel sacramento della Confessione ci perdona tutti i nostri peccati. Il giorno nasce ed Egli risorge nella gloria radiante della Sua Santità per non morire mai più: nostra luce, nostra vita, nostra gioia, e nostro unico premio in tutta l’eternità. Amen.

La Natività

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La Beata Vergine, nell’episodio della Natività, “meditava tutte queste cose nel suo cuore”. La parola latina “conferens” suggerisce di fare dei paragoni, tra l’umano e il Divino: l’umano nella nascita di un bambino umano da una madre umana, nelle più povere e meschine condizioni; il Divino nella nascita di un Dio annunziata da un Arcangelo, predetta dalla concezione e dall’esultanza in grembo di San Giovanni Battista, dalle profezie di S. Elisabetta e S. Zaccaria, dalla moltitudine degli angeli e dalla stella.

E tra i segni dell’azione divina possiamo includere anche il carattere del parto in se stesso, e la presenza di angeli ministri.

Il parto non violò l’integrità verginale della Madre, così come non lo fece la Concezione, in quanto la Madre di Dio è perpetuamente Vergine: prima, dopo, e durante il parto; né il parto fu in modo veruno doloroso, perocchè i dolori delle nostre doglie non furono ereditati dalla Nostra Madre Santissima, in quanto ella era immune da ogni macchia del Peccato Originale. Perché laddove Eva, la madre di morte, partorì nel dolore come pena per il Peccato, la Beata Vergine, la Madre della Vita, partorì nella gioia, esente da ogni peccato.

La Madonna rivelò a Santa Brigida: “Egli uscì dal mio chiuso grembo verginale con indicibile gioia ed esultanza… io lo partorii… inginocchiata da sola in preghiera nella stalla. Perché con tale esaltazione e letizia dell’anima io l’ho partorito, ché non ebbi alcun travaglio né provai dolore veruno, ma subito Lo avvolsi nelle vesti pulite che io avevo già da lungi preparate”. Nel Discorso Angelico leggiamo: “Inoltre, quando il Figlio di Dio fu concepito, Egli entrò nell’intero corpo della Vergine con la Sua Divinità, cosicché, quando nacque con la Sua umanità e la Sua Divinità, Egli uscì versato attraverso il suo corpo, siccome tutta la dolcezza esce interamente dal seno della rosa, rimanendo la gloria della verginità nella Madre Sua”.

Dove si fermò Nostro Signore al momento della Sua nascita? Barradio asserisce ch’Ei s’adagiò sul terreno a cagione della Sua Divina umiltà, mentre, secondo una tradizione riportata dal Ribadaneira, la Beata Vergine non appena vide Cristo, fu colta da gran meraviglia per il Dio fatto uomo, e si prosternò a terra davanti a Lui, e con la più profonda riverenza e gioia del cuore Lo salutò con queste parole: “Tu sei venuto da me, che tanto Ti ho desiderato, o mio Dio! Mio Signore! Mio Figliuolo!”, non dubitando affatto di esser stata compresa da Lui, pur Bambino quale Egli è, e che ella dunque Lo adorò, baciandogli i piedi in quanto Egli era il suo Dio, le mani in quanto Egli era il suo Signore, il Suo volto in quanto Egli era il suo Figliuolo. Altri sono invece dell’opinione che Egli fu posto dagli angeli nelle braccia della Sua Beatissima Madre; altri ancora, tra cui S. Brigida e il padre Cornelio a Lapide, affermano che il Divino Bambino si alzò con la Sua stessa forza e si mise tra le braccia della Sua dolcissima Vergine Madre.

Per quanto riguarda la presenza di angeli ministri, padre Cornelio a Lapide commenta giustamente: “Se le stelle del mattino lodavano Iddio e tutti i Suoi Figli (ovverosia gli Angeli) si rallegravano della creazione del mondo, come dice Giobbe (38,7), quanto più devono aver gioito al momento dell’Incarnazione e della Natività del Verbo? Infatti, S. Paolo afferma (Eb 1,6): Quanto il Padre fece nascere il Suo primogenito nel mondo, Egli ordinò che tutti i Suoi Angeli Lo adorassero”. E possiamo facilmente immaginare che non solo nel cielo sopra i pastori, circondato da una nuova e maestosa luce divina, ma certamente pure nella stalla di Betlemme le schiere degli Angeli lo adorassero.

E lo stesso padre Cornelio a Lapide commenta: “Tutti gli Angeli accompagnarono Cristo loro Dio e Signore sulla terra, al modo in cui tutte le corti reali accompagnano un Re quando si reca da qualche parte. Provavano meraviglia del Dio Incommensurabile, come se si trovassero ridotto a concepibili dimensioni in una luce immensa, e Lo veneravano e Lo adoravano… E così avvenne che questa stalla era come se fosse diventata l’alto cielo del Paradiso, piena di Angeli, di Cherubini e di Serafini, i quali, lasciando il Cielo, venivano in terra ad adorare il loro Dio fatto uomo. Siffatta era l’opera dell’Incarnazione e della Natività del Verbo, finora inconcepibile, così come era del tutto incredibile per gli Angeli, in quanto era l’opera suprema e conveniente della Divina Potenza, Saggezza, Giustizia e Clemenza, la quale supera ogni capacità di comprensione degli uomini e degli Angeli.

E così la Madonna, nel silenzio, nella sua verginale modestia, nella sua celeste prudenza, nella sue quanto mai salde Fede e Speranza, contemplava tutte queste cose, sia umane che Divine, paragonando i segni di profondissima umità che vedeva con quanto ella conosceva della Suprema Maestà di Dio: la stalla con il cielo; le fasce con l’abito meraviglioso di cui è rivestito Colui che è “coperto di luce come da una veste” (salmo 104); la culla con il trono dell’Altissimo; le bestie con i Serafini: vedendo in esse tutta una meravigliosa armonia, tale da confermare la sua Fede, che l’unico Figlio di Dio, Quello che da Lei nacque, il Quale avrebbe, nel corso del tempo, sviluppato e portato a compimento suddetti misteri nella Redenzione del mondo.

E proprio come la Rivelazione di Dio sotto le spoglie di un bimbo neonato suscita meraviglia negli Angeli per la sublime novità, così eleva il cuore dell’umanità, e soprattutto della Madonna, all’adorazione della Divinità, siccome canta la Chiesa nel Prefazio di Natale: “Poiché dal mistero del Verbo Incarnato, la nuova luce del Vostro splendore rifulgette agli occhi della nostra mente, sicché, mentre venivamo a conoscere Dio visibilmente, siamo rapiti dal desiderio per le cose invisibili”. E così la Beata Vergine, tutti gli Angeli e gli uomini gioiscono assieme, e così anche noi, cari fedeli, gioiamo insieme e ringraziamo Iddio per esser venuto sulla terra per amor nostro, sicché pure noi possiamo amarLo come un piccolo bambino, come il nostro Dio, il nostro Redentore, il nostro Bene Infinito.

(Traduzione a cura di Traditio Marciana)

La Redenzione

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Se un padre dà al suo figlio un dono preziosissimo, e il figlio consapevolmente e deliberatamente lo distrugge, è obbligato il padre (dopo averlo punito) a dargli un altro dono? No, il padre è giustificato piuttosto di non dargli più niente. Ma cosa ha fatto Dio? Quando l’uomo (nella persona di Adamo e di Eva) aveva distrutto lo stato della natura elevata, cioè lo stato di vita di Grazia, di vita che non conosce ne sofferenza nè morte, dove l’intelligenza e la volontà sono chiare e forti, e dove le emozioni sono completamente sottomesse alla ragione: quando Adamo ed Eva avevano distrutto questi doni del Paradiso terrestre per se stessi e pure per tutto il genere umano in cui nome anche hanno agito, Dio gli ha dato un dono incomparabilmente più grande per redimerli: quello del Proprio Figlio.

Vediamo che la Redenzione è un dono gratuito di Dio: un atto di pura misericordia. Ma non solo la Redenzione stessa, ma anche il suo mezzo ed il suo modo sono atti di pura misericordia. Dio infatti avrebbe potuto redimere il mondo con qualsiasi mezzo o modo, ad esempio tramite un semplice atto di perdono; invece ha voluto redimerlo tramite l’Incarnazione e la Morte del Suo Divino e Benamato Figlio, Nostro Signore Gesù Cristo.

Perchè Dio ha voluto redimere l’uomo precisamente tramite l’Incarnazione? Nel suo trattato Cur Deus Homo? (Perchè Dio Uomo) spiega Sant’Anselmo che l’Incarnazione era necessaria se Dio voleva un’espiazione perfetta del peccato. Il peccato, essendo infatti un’offesa contro Iddio Infinito, costituisce un’offesa infinita a Lui, e dunque esige una riparazione infinita che solo Iddio può dare. Allo stesso tempo la riparazione per un peccato commesso da un uomo dev’essere compiuto da qualcuno che agisce nelle veci dell’uomo, in maniera vicaria: cioè da un uomo. Ma proprio questo è avvenuto nell’ Incarnazione, dove Dio ha compiuto la riparazione del peccato come uomo: ossia come Iddio – Uomo, Gesù Cristo.

Se il mezzo della Redenzione fu un atto di misericordia, lo era pure il suo modo. Poichè il Signore, come insegna la Bolla Unigenitus Dei Filius (1343), avrebbe potuto redimere il genere umano con solo ‘una goccia di sangue’, mentre ha versato il Suo Sangue ‘riccamente, per così dire, in ruscelli’ – come San Paolo dice nella sua Epistola ai romani: ‘Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la Grazia’.

Ma perchè Dio non era contento di versare una goccia di sangue per redimerci, ma voleva versarlo in ruscelli? San Giovanni Crisostomo risponde: ‘Ciò che bastava per la redenzione, non bastava per l’amore’; e San Tommaso d’Aquino aggiunge: ‘Cristo ha offerto a Dio più di ciò che l’espiazione dell’offesa del genere umano ha esigito, in quanto ha sofferto per amore.’

Fu dunque l’amore di Dio che L’ha spinto a soffrire così profondamente per noi; ma non solo il Suo amore: anche il suo desiderio di manifestarci il Suo amore. San Bernardo scrive: ‘Nella vergogna della Passione si manifesta la massima e l’incomparabile Carità’, e San Gregorio Nazianzeno scrive: ‘In nessun altro modo poteva essere dichiarato l’amore di Dio verso di noi’: in una parola, Dio ha manifestato il Suo amore inesprimibilmente grande verso di noi per farci amarLo.

Sant’Alfonso paragona l’uomo ingrato con un criminale in prigione, condannato al supplizio ed alla morte, per cui un amico caro e santo si offre per subire tutta la punizione da lui meritata: per liberarlo dalla prigione e per dargli una vita felice. Cosa farà questo criminale quando è liberato? Penserà spesso al suo amico a cui deve tutto, ci penserà con profondo affetto e gratitudine, le lagrime negli occhi? O invece quando un altro menziona questo atto straordinario della Carità del suo salvatore, risponderà: ‘Amico mio, senta! Parliamo d’altro! Cambiamo tema!’ come se il tema non lo riguardasse, come se questo suo salvatore che gli aveva dato tutto, non fosse mai esistito?’

E quale di queste due persone siamo noi? Pensiamo noi spesso alle indicibili sofferenze di nostro Signore per noi, ci pensiamo con gratitudine, con emozione ed amore? Oppure non ci tocca per nulla, e viviamo come ci sentiamo, provando forse di evitare i peccati più gravi, o forse anche no; seguendo i nostri istinti ed emozioni, cercando i nostri interessi in tutto; mai pregando, o mai seriamente; mai pensando a questo amore, di cui non c’è un più grande amore, questo amore che si è manifestato in una sofferenza che durò una vita intiera dal momento del concepimento di Nostro Amatissimo Signore Gesù Cristo nel Seno Immacolato di Sua Madre verginale, fino al momento del Suo ultimo respiro sul duro legno della Croce quando pronunziò l’ultima parola Consummatum est; una sofferenza che comprende in sé, fino al più alto grado, tutte le sofferenze e tutti gli oltraggi ai quali l’uomo si è mai stato soggetto; una sofferenza, infine, tramite cui ha amato non solo tutto il genere umano collettivamente, ma anche ogni membro di esso individualmente?

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Il Sacro Cuore di Gesù

Sacro Cuore+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Sacro Cuore di Gesù rappresenta il Suo amore per noi: il Suo amore Divino ed il Suo amore umano: il Suo amore come volontà e Suo amore come emozione. Questo amore, nel senso più profondo, è un amore sofferente e crocefisso, e per questo viene raffigurato incoronato di spine, ferito, con una croce sovrapposta, e bruciante ardentemente.

‘Io Che siedo sopra i serafini e cherubini, Che tengo tutto l’Universo nel Mio potere; Io il Re dei rei, Re come Dio, Re come uomo in virtù dell’Unione Hypostatica della Mia natura divina ed umana, e in virtù del riscatto del genere umano intiero; Io il Re di tutti gli uomini, anche dei giudei, dei mussulmani, degli ‘atei’, e di tutti gli altri che Mi negano o che nella loro presunzione mi disprezzano; Io il Re di tutti i popoli, di tutte le società e famiglie, e di tutti gli istituti, anche se Mi rifiutano: Io Mi sono umiliato per divenire uomo e per essere incoronato di spine da uomini ignoranti, vili, e malvagi, che si burlavano di Me, che si inginocchiavano e Mi salutavano ‘Salve Re dei giudei!’; che Mi schiaffeggiavano e Mi sputavano in faccia, mescolando la loro saliva col Sangue Preziosissimo del loro Salvatore.

‘Io Che sono supremamente ed assolutamente libero, Mi sono lasciato inchiodare su due pezzi di legno; Io Che sono la Bontà, la Misericordia, e la Giustizia in Persona, Mi sono lasciato condannare alla tortura, alla flagellazione, e alla morte più crudele; Io Che sono l’Eterna Beatitudine, ho scelto il dolore e la sofferenza infiniti; Io Che sono la Vita, ho subito la morte.

‘Ma non bastava neanche questo, perchè dopo la morte ho sofferto un nuovo oltraggio, il quale è in un certo senso il colmo di tutti gli altri: quando si è presa una lancia nella cui punta fu per così dire concentrati tutta la malizia, la malvagità, il disprezzo e l’odio del Mondo contro di Me, che poi fu piantata nel luogo proprio della mia Carità, nel Mio Sacratissimo Cuore. Ma persino in quest’ultimo oltraggio Io, Che nella Mia Divinità fui ancora unito al Mio corpo morto, non cercai la vendetta, ma anzi versai l’acqua ed il sangue, i mezzi della vostra salvezza.

‘Questo è dunque il Mio amore per voi, un amore che brucia, perchè sono venuto per far apportare il fuoco sulla terra, e come desiderei che già ardesse: come desiderei che tutti i cuori di tutti gli uomini di questa terra ardessero in una conflagrazione di amore per Me, il loro Re e Redentore, e che amandoMi conoscessero infine la latitudine, la longitudine, la sublimità, e la profondità del Mio amore crocefisso per loro, che sorpassa ogni scienza.’

Il Santo Nome di Maria

sssss+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Secondo sant’Alberto Magno, il nome di Maria ha quattro sensi: Illuminatrice, Stella del mare, Mare amaro, e Signora.

La Madonna è Illuminatrice in quanto, giammai offuscata dall’ombra del peccato e vestita di sole, ha illustrato tutte le chiese e ha dato al mondo la vera Luce, che è la luce della vita.

È la Stella del mare, come cantiamo nel sacro tempo d’Avvento e di Natale negli inni Ave Maris Stella e Alma Redemptoris Mater, in quanto, come la stella del mare, la stella polare, la stella più brillante, la più alta, e la più vicina al polo, così la Madonna fra tutte le creature è la più alta in dignità, la più bella, la più vicina a Dio; invariabile nel Suo amore e nella Sua purezza; illuminando la nostra vita ed insegnandoci la via attraverso il mare turbulento di questo mondo a raggiungere la vera Luce che è Dio.

Maria significa anche Mare, nel senso di mare di grazie, di cui san Luigi Maria de Montfort asserisce: ‘Dio Padre ha radunato tutte le acque e le ha chiamate mare; ha radunato tutte le grazie e la ha chiamate Maria’. San Bonaventura sostiene che tutti i fiumi di grazie che hanno ricevuto tutti gli angeli, gli apostoli, i martiri, i confessori, le vergini, sono confluite in quel mare di grazie che è Maria.

Ma più in particolare Maria significa Mare amaro: nel senso che ha sofferto più di tutti i martiri mai hanno sofferto o soffriranno; nel senso che nella sua materna bontà rende amari per noi i piaceri della terra che tentano di ingannarci e di farci dimenticare il nostro vero ed unico bene; e nel senso (secondo sant`Ambrogio) che rappresenta l’amarezza della fragilità umana, nella quale il Signore discese per raddolcirla con la suavità e le grazie del Verbo Divino.

Infine la Madonna è Signora e Regina perchè la Madre di Colui che è Re per titolo di Creazione, Incarnazione, e Redenzione. Come dice San Bernadino da Siena: ‘Sin da che Lei diede il suo consenso di essere Madre del Verbo Eterno, sin d’allora meritò di esser fatta la Regina del mondo e di tutte le creature; …Gli angeli, gli uomini, e tutte le cose che sono nel cielo e nella terra, essendo soggette all’impero di Dio, sono anche soggette al dominio della Vergine’.

Ma i teologi, tra cui Sant’Alberto Magno, Giovanni Gersone, San Tommaso d’Aquino, e san Bonaventura, con la Chiesa stessa nell’inno Salve Regina, ci insegnano che la Madonna è una regina non di giustizia, bensì di misericordia. San Bernardo spiega questo Suo titolo dicendo che ‘Ella apre l’abisso della misericordia di Dio a chi vuole, quando vuole, e come vuole, sì che non vi è peccatore, pur enorme che sia, il quale si perda, se Maria lo protegge. A Santa Brigida la Madonna rivelò: ‘Io sono la Regina del Cielo e la Madre della misericordia… nessuno è così discacciato da Dio, che, se Mi abbia invocata in suo aiuto, non ritorni a Dio e goda della Sua misericordia’.

Per questo, carissimi lettori, se qualcuno di noi avrà la sfortuna di trovarsi un giorno sul letto di morte senza la Grazia di Dio, deve ricorrere alla Santissima Madre di Dio per ottenere la perfetta contrizione dei suoi peccati e per essere salvato.

Benediciamo sempre il santo Nome di Maria, preghiamoLa ogni giorno della nostra vita, per raggiungere alla fine di essa suo Divin Figlio nella Gloria del Cielo. Amen.

San Francesco

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Quando si legge la vita di San Francesco, si riceve quasi l’impressione che non fosse vero, che fosse piuttosto una leggenda. Frati rapiti in estasi mentre passano ore in preghiera, apparizioni di serafini, di angeli custodi e di demoni, visioni di Dio e comunicazioni intime con Lui, miracoli di ogni tipo, conversioni di criminali, di grandi peccatori e sultani. Avvenimenti di grande semplicità raccontati anche con grande semplicità.

La pratica la più radicale possibile della Carità e dei tre consigli evangelici simbolizzati in una visione del santo con 3 monete d’oro ”così grandi, lucide, e belle che non avevo visto niente di simile in questo mondo. La santa dorata obbedienza, la grandissima povertà e la radiosissima castità che, “per Sua Grazia, Iddio mi ha concesso di osservare così perfettamente che la mia coscienza non mi rimprova nulla”.

L’obbedienza che fa che i suoi frati lascino subito le preghiere, le più consolanti, quando sono richiesti, o che calpestino la faccia e il collo del santo quando lui si vuol dare la penitenza; la povertà con cui Francesco si spoglia di tutti i suoi vestiti per lasciare il mondo e rinunciare completamente al denaro; e la castità con cui preferisce buttarsi nel letto di fiamme piuttosto che cedere alle proposte di una donna perversa.

Ma quando riflettiamo su questo mondo di San Francesco nella luce e nella Fede, vediamo che questo mondo è di fatti il mondo vero: il mondo dove Dio è tutto e l’uomo è niente, dove l’unico scopo di questa vita  è di salvare l’anima e di glorificare Dio con la nostra santificazione. Se il mondo di San Francesco sembra strano è perché non abbiamo ancora capito queste verità della Fede. Se sembra meraviglioso è perché Dio ha dato tante grazie a San Francesco e ai suoi compagni per vivere e manifestare queste verità.

Ma per capire ancora più profondamente il mondo di San Francesco bisogna vederlo non solo nella luce della Fede, ma più precisamente nella luce di Dio e di Cristo. La meraviglia di San Francesco di fronte agli uomini, agli animali, al fuoco, all’acqua, alla parola, alla luce non è solo la meraviglia di un semplice ed innocente bambino (anche se egli possedeva queste qualità), ma proprio la stessa  scienza e la saggezza dallo Spirito Santo che ci permettono di vedere tutto nel suo rapporto con Dio, con Dio come il suo ultimo fondamento e fine. Così San Francesco vedeva gli uomini: rivolgendosi, ad esempio, a Fra Leone come al “Fra pecorello di Gesù Cristo”; così vedeva tutta la natura creata da Dio per manifestare le sue eterne perfezioni, creata e redenta da Dio per manifestare la sua gloria.

Più una creatura era legata a Cristo e più San Francesco l’amava, persino il verme, perché il Signore ha detto “Io sono un verme e non un uomo”. Amava i fiori perché Cristo si chiama “il fiore del campo” e “il giglio della valle”; amava l’acqua perché il Signore era sceso in essa per santificarla, e aveva detto “Chi ha sete venga a me e beva”; amava ogni parola perché Cristo è la Parola nell’ultimo senso del termine; amava la luce perché Cristo, la seconda Persona della Santissima Trinità, è un riflesso della Luce perenne.

Questo dunque quanto a Dio nel suo rapporto al creato. Quanto a Dio di per Se Stesso il santo scrisse le parole seguenti ai suoi frati sul Santissimo Sacramento sull’altare: “Vi chiedo tutti, fratelli miei, baciando i vostri piedi con l’amore di cui sono capace, di mostrare tutta la riverenza e tutto l’onore che potete al Santissimo Corpo e Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo in Cui tutto ciò che è nel cielo e sulla terra è stato pacificato e riconciliato con Dio Onnipotente”.

San Francesco aveva pure una venerazione particolare per il Cristo crocifisso, Che parlò con lui dalla croce a San Damiano, Che era povero, avendo dato tutto agli uomini, e Che aveva commosso San Francesco a tal punto che per il pianto prolungato era diventato cieco.

Ovviamente l’anima spinge colui che ama ad imitare l’oggetto del suo amore, e con questo desiderio San Francesco pregava sul Monte Verna: ” Mì Signore Gesù Cristo, Vi prego di accordarmi due grazie prima di morire. La prima è che durante la mia vita io possa sentire nella mia anima e nel mio corpo, quanto è possibile, il dolore che Voi, o caro Gesù, avete sostenuto nell’ora della Vostra dolorosissima passione; la seconda è che io possa sentire nel cuor mio, quanto è possibile, quell’amore eccessivo con cui Voi, o Figlio di Dio, eravate acceso nel sopportare volentieri tale sofferenza per noi peccatori.”

Il Signore esaudì la sua preghiera con l’impressione delle sacre stigmate sul suo servo eletto. E la sua imitazione di Cristo era tanto fedele che poteva chiedere a Fra Leone nell’ultimo fioretto: “Sopra tutte le grazie e i doni dello Spirito Santo che Cristo concede agli amici suoi, vi è di vincere sé medesimo e volentieri per l’amore di Cristo, sostenere ingiurie, aggressioni e disagi: perché in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare poiché non sono nostri, ma di Dio come dice l’Apostolo… ma nella croce delle tribolazioni e della afflizione ci possiamo gloriare perché questo è nostro, e perciò dice l’Apostolo: “Io non mi voglio gloriare se non nella croce di Cristo”.

Per l’intercessione di San Francesco preghiamo di ricevere i doni della scienza e della sapienza per vedere tutto nella luce di Dio; di crescere nella nostra venerazione per il Santissimo Sacramento; e di sopportare con pazienza, anzi con gioia, tutte le sofferenze che il Signore nella Sua infinita bontà si degnerà di mandarci: per assomigliare all’immagine del Suo Figlio Divino. Amen.

La Santissima Trinità

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

La dottrina della Santissima Trinità è un mistero, cioè una dottrina oscura alla ragione, che la sola ragione non può raggiungere nè completamente comprendere. La dottrina della Santissima Trinità si chiama il ‘mistero dei misteri’, o il ‘mistero per eccellenza’, che anche dopo la sua Rivelazione la ragione non può penetrare che minimamente.

Il termine ‘Trinità’ significa un solo Dio in tre Persone Divine, o tre Persone Divine in un Dio, ovvero Iddio uno e Trino. La prima Persona è il Padre, la seconda Persona è il Figlio, la terza Persona è lo Spirito Santo.

Per comprendere le relazioni tra le tre Persone, bisogna iniziare con le parole del Credo: Filium… ex Patre natum ante omnia saecula: il Figlio e’ nato dal Padre prima del tempo; e Spiritum Sanctum… qui ex Patre et Filio procedit: lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. La Santa Madre Chiesa insegna infatti che il Figlio procede dal Padre, e lo Spirito Santo procede sia dal Padre che dal Figlio.

Il Padre è la prima Persona non perchè è superiore alle altre Persone, ma perchè è il principio delle altre Persone. Le altre due Persone procedono da Lui nel senso che hanno origine in Lui, mentre Lui non ha origine in altra Persona, nè procede da altra Persona.

Quanto al modo di procedere, il Figlio procede dal Padre in via generationis. ‘Tu Sei mio Figliuolo, ed Io oggi Ti ho generato’ (Salmo 2. 7). Il Padre genera il Figlio dunque: non Lo fa, non Lo crea, perchè sono coeterni. Si intende questo modo di procedere come un procedere del Figlio dall’Intelletto del Padre, perchè la funzione dell’intelletto è di generare un’immagine.

Lo Spirito Santo, invece, procede dal Padre e dal Figlio in via spirationis. Il Padre ed il Figlio non Lo fanno, non Lo creano, perchè anche Lui è coeterno al Padre ed al Figlio. Si intende questo modo di procedere come un procedere dello Spirito Santo dalla Volontà del Padre e del Figlio: dall’amore reciproco del Padre e del Figlio: per questo lo Spirito Santo si chiama anche ‘Amore’.

Le tre Persone Divine costituiscono insieme un solo Dio; si distinguono in virtù di queste loro relazioni l’una all’altra. Come nell’uomo i due principi, anima e corpo, esistono in una sola persona, così, in Dio, tre Persone esistono in una sola sostanza.

Ci sono due immagini che ci possono far capire meglio la distinzione delle Persone in un solo Dio. La prima immagine è quella del riflesso di un uomo in uno specchio. La esporremo brevemente nell’articolo su Dio Padre; la seconda è quella del sole.

Nel sole si possono osservare tre cose: il corpo del sole, la sua luce, ed il suo calore. Il corpo del sole è la sorgente della luce e del calore, come il Padre è il principio delle altre due Persone. Il raggio emana dal sole come il Figlio procede dal Padre, ed il calore deriva dal sole e dal raggio come lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. Ma il sole, il raggio, ed il calore fanno insieme una sola cosa, come le tre Persone Divine sono insieme un solo Dio.

Questa immagine ci aiuta a capire anche come il Figlio è luce, ossia la luce dell’Intelletto del Padre; e come lo Spirito Santo è calore, ossia il calore dell’amore che unisce il Padre ed il Figlio.

L’immagine ci aiuta a capire ugualmente come le tre Persone Divine si relazionano a vicenda fuori tempo. Poichè il sole non è anteriore al raggio, ed il raggio non è anteriore al calore, bensì il sole, il raggio, ed il calore incominciano tutti e tre insieme e vanno sempre insieme. Sono distinti, ma non disgiunti (nelle parole del catechismo di San Pio X): operano insieme ed inseparabilmente; coesistono simultaneamente. Così le tre Persone Divine sono distinti nelle loro relazioni reciproche, ma senza successione temporale: perchè le tre Persone sono coeterne e le loro relazioni non sono dentro, ma fuori tempo.

In questa vita non sapremo mai molto sulla Santissima Trinità. L’ importante è di condurre una buona vita, dominando il nostro orgoglio e sottomettendoci ai comandamenti. ‘Che ti serve saper discutere profondamente della Trinità, dice Tommaso à Kempis, se non sei umile e perciò alla Trinità tu dispiace?’ Infine questo è il modo più efficace per conoscere la Santissima Trinità: perché più santamente vivremo quaggiù, più pienamente goderemo della Visione Beatifica della Santissima Trinità in Cielo alla Sua eterna gloria. Amen.

Nostro Signore Gesù Cristo

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Chi è Gesù Cristo? Gesù Cristo è il Dio-Uomo: Dio in quanto è una Persona divina con una natura divina; Uomo in quanto all’Incarnazione assunse inoltre alla divina natura una natura umana.

Questa Persona divina è la seconda Persona della Santissima Trinità, il Figlio. Assumendo la natura umana al momento dell’Incarnazione, assunse al contempo il nome di ‘Gesù Cristo’.

Dio Padre Stesso diede al Suo Figlio Incarnato il nome di ‘Gesù’. Ora il nome che Dio dà a una persona o a una cosa esprime la natura o lo scopo di questa persona o cosa. Il nome Gesù significa Salvatore, e dunque esprime lo scopo del Figlio incarnato di Dio, cioè di salvare il genere umano: il Suo nome è Salvatore ed il Suo scopo è di salvare.

Il nome ‘Cristo’, invece, viene dalla parola greca Christos ed è l’equivalente della parola ebrea Messia che significa ‘Unto’. Ma cosa ci dice il nome ‘unto’ sulla natura o sullo scopo di Gesù? Ci dice che Gesù è Sacerdote, Re, e Profeta, perché nell’Antico Testamento erano unti i sacerdoti, i re, ed i profeti.

Il significato di questi tre uffici per la missione di Gesù è che sono i mezzi per cui Egli ha compiuto questa missione: la missione di salvezza, perché Gesù Cristo ci salva come Sacerdote, Re, e Profeta. In breve possiamo dire, dunque, che il nome Gesù Cristo significa ‘Salvatore Unto’ e esprime lo scopo della Sua incarnazione, cioè la salvezza degli uomini, assieme ai mezzi di questa salvezza, cioè i tre uffici per i quali era unto.

Guardiamo adesso da più vicino questi tre uffici: Da Sacerdote pagò il prezzo dei nostri peccati con la Sua dolorosissima Passione e Morte e creò i sacramenti; da Re stabilì le leggi secondo le quali dobbiamo vivere e da Re ci giudicherà secondo la nostra ubbidienza a queste leggi; da Profeta rivelò queste leggi tramite le Sue parole e le Sue azioni.

Un altro modo per esprimere il Suo compimento di questi tre uffici e’c il seguente: come Re ha fatto la via che conduce al cielo; come Profeta rivelò la via; come Sacerdote aprì la porta del Cielo. In questo modo si manifestò come la Via, la Verità, e la Vita.

A coloro, come ad esempi a parecchi gruppi protestanti, che pretendono che l’importanza di Gesù Cristo stia solo nella Sua dottrina e nel Suo esempio (o in altre parole nei Suoi uffici di Re e Profeta), bisogna rispondere che erano essenziali alla nostra salvezza tutti e tre uffici: non solo quelli di Re e di Profeta, ma anche quello di Sacerdote. Senza la sua Passione e Morte, infatti, il prezzo della nostra salvezza non sarebbe stato pagato, e la porta del Cielo non ci sarebbe stata aperta.

È proprio la Sua Passione e la Sua Morte che mi danno speranza della mia salvezza, quando medito su tutte le indicibili sofferenze che Egli, l’Amore Stesso, ha sopportate per amor mio.

O Salvatore! Siate il mio Salvatore! Jesu, sis mihi Jesus! Siete passato attraverso un oceano infinito di amarezza per me. Non permettete mai che questa Vostra sofferenza sia stata invano. Aiutatemi a redamarVi tutto il lungo della mia povera vita: per conoscere, per amare, per ringraziare, e per adorarVi poi in Cielo per tutta l’Eternità! Amen.

Ave Maria

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Per capire meglio la preghiera centrale del Santo Rosario, l’Ave Maria, ci serve riflettere sul suo significato teologico a cui voglio adesso brevemente accennare:

– Ave Maria gratia plena: la Madonna è piena di grazia di per se stessa e in rapporto agli uomini, è piena di grazia di per se stessa affinchè, come dice san Basilio, Ella potesse essere la degna Mediatrice tra Dio e gli uomini, altrimenti come avrebbe potuto essere la scala del Paradiso, l’Avvocata del mondo e la vera Mediatrice degli uomini con Dio; è piena di grazia in rapporto agli uomini nel senso che ha ricevuto tutte le grazie necessarie per salvare tutti gli uomini dall’inizio dei tempi fino alla fine.

Dominus tecum: questa frase non significa il Signore “sia” con te come il “Dominus vobiscum” della santa Messa, bensì il Signore “è” con te, ossia in virtù della Sua eminente santità, Lei che sola era immune al Peccato sia Originale, sia personale e il modello di ogni virtù.

Benedicta tu in mulieribus: benedetta in ogni senso e in particolare quanto alla benedizione caratteristica delle donne, soprattutto nella mente del popolo Ebreo, che è la maternità; a causa del Frutto benedetto del Suo Seno che è il Santo stesso, nelle parole dell’Arcangelo Gabriele, o nelle parole di san Paolo: Dio sopra ogni cosa, benedetto.

Per questo ci rivolgiamo a Lei, di nuovo, col titolo “Sancta”, Sancta Maria, e aggiungiamo il titolo che esprime la causa e il fondamento della Sua santità Madre di Dio, Mater Dei. Lei è Madre di Dio perchè è Madre di Gesù Cristo che è una Persona Divina, una Persona Divina con una natura Divina e una natura umana, Lei è la Sua Madre nel senso che ha dato a Lui tutto ciò che ogni madre da a suo figlio, ma ancora di più perchè tutta la natura umana del Signore viene dalla Sua Beatissima Madre e niente da un padre umano.

ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae: prega per noi peccatori adesso, è quando questo adesso sarà l’ora della nostra morte, quando forse non saremo più coscienti e non potremo più rivolgere a Lei la nostra Preghiera, quando forse saremo soli, dimenticati, abbandonati, avremo solo Lei da pregare nella nostra misera anima come abbiamo chiesto con tanto desiderio per tutta la nostra vita, e quando forse questa Sua preghiera materna sarà l’elemento determinante che ci assicurerà il Cielo piuttosto dell’inferno.

Prega per noi peccatori, o Madre di Dio, così vicina a Lui che venite descritta come la Donna vestita di Sole, brillando sul mondo come una Stella, o come un cristallo soffuso e interamente illuminato dalla luce del Sole di Giustizia che è Dio, e se fosse possibile aumentando anche la Sua ineffabile bellezza.

Radiante nel firmamento del Cielo, anzi “creando” un Cielo a parte e al di sopra di tutte le altre cose che siano create, splendente al di sopra di questo mondo caduto e dolorante dove gli uomini peccano e si rattristano nei loro peccati e sospirano nelle tenebre verso la Vostra luce che è la Luce di Dio: al di sopra di questo mondo, ma conoscendolo intimamente e conoscendo intimamente ogni uomo, e amandolo con un Cuore Materno.

Prega per noi, o Madre di Dio! Siete la nostra tenerissima Madre dunque, affinchè noi che abbiamo contemplato con Voi il Volto adorabile del Vostro Figlio, nella Preghiera, possiamo alla fine dei nostri giorni elevarci tramite Voi al Cielo, per adorarLo con Voi e tutti gli Angeli e i Santi in gloria, per tutti i secoli dei secoli.

In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen
Sia lodato Gesù Cristo.

Cristo Re e la Sua regalità sociale

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Allora Pilato Gli disse: Dunque, Tu sei Re? Rispose Gesù, Tu lo dici: Io sono Re” – Cristo è Re come Dio e come uomo. È Re come Dio in quanto possiede insieme al Padre e allo Spirito Santo il potere più alto e più perfetto su tutto l’universo; è Re come uomo in due modi: prima in virtù dell’intima unione tra la sua Divinità ed Umanità (l’Unione Hypostatica) e secondo, in virtù della redenzione che meritò per lui il potere assoluto su tutti gli uomini.

Questa regalità di Cristo su tutti gli uomini è soprattutto spirituale, ma anche sociale. Ed era per celebrare e per promuovere questa sua regalità sociale che Papa Pio XI scrisse la sua enciclica Quas primas e stabilì la festa di Cristo Re per la Chiesa universale.

Ora, la regalità sociale di Cristo è il potere del Signore di intervenire negli affari degli uomini tramite l’intermediario della Santa Chiesa Cattolica. Lo scopo di questa intervenzione è che non solo i privati ma anche i magistrati e i governanti venerino Cristo pubblicamente e Gli prestono obbedienza; che non solo individui ma anche le società (nonché tutto il genere umano) si sottomettano all’impero ed alla podestà sovrana di Gesù Cristo.

Ebbene, a questo grave obbligo dell’uomo ad assumere il giogo di Cristo nell’ambito sociale si oppone la tesi nefasta e perniciosa del ‘Secolarismo’. Questa tesi, sviluppatasi a partire dal ‘900 è, nelle parole di San Pio X (Vehementer nos 1906) “la negazione chiarissima dell’ordine sovrannaturale. Essa rivoluziona ugualmente l’ordine molto saggio stabilito da Dio nel mondo; ordine che esige un’armoniosa concordia tra la Società Civile e la Società Religiosa. Queste due società hanno in effetti gli stessi soggetti, visto che ognuno di esse esercita nel proprio campo la sua autorità su di essi. La laicità dello Stato infligge gravissimi danni alla Società Civile stessa, perchè non può né prosperare né durare a lungo, quando non si crea un posto alla Religione.”

Purtroppo questa opposizione alla regalità sociale di Nostro Signore Gesù Cristo è entrata fino a un certo qual grado anche nella mente di certi uomini della Chiesa, cioè nella loro prontezza di separare la Chiesa dallo Stato; nell’Ecumenismo di cui Pio XI scrive: “La Religione Cristiana fu eguagliata ad altre religioni false, ed indecorosamente abbassata al livello di queste”; e finalmente nella promozione di prosperità, progresso, e pace sociale senza riferimento a Colui che è (nelle parole dello stesso Papa) “l’unico autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli cittadini, sia per gli stati.”

L’opposizione al Regno di Cristo è stata espressa e preannunciata già nella parabola della gente che disse “non vogliamo che lui regna su di noi”, e sarà vendicata nel Giudizio Universale quando nelle parole della stessa enciclica: “Cristo scacciato dalla societa’ o anche solo ignorato e disprezzato, vendicherà acerbamente le tante ingiurie ricevute, richiedendo la Sua regale dignità affinchè la società intera si uniformi ai Divini Comandamenti e ai princìpi cristiani, sia nella legislazione e l’amministrazione della giustizia, sia nel provvedere per la gioventù una sana educazione morale.”

Esempi di questi crimini degli stati contemporanei abbiamo visto nelle iniziative del tutto vergognose di proporre come matrimonio alleanze abominevoli ed intrinsecamente pervertite, e di proporre con un sottile e menzognere velo di decenza sotto il nome di “corsi sul corpo e affettivita’” dei programmi per offuscare le menti dei nostri figli, distruggere le loro anime, e di massacrare i non-nati che si potrebbero concepire in seguito alla licenza morale a loro avvocata.

Chi possiede oggi il coraggio tra i nostri governanti o i nostri Prelati di ergersi contro questi oltraggi alla legge naturale , alla legge divina, alla ragione stessa, ma soprattutto a nostro Divino Re? Dove è lo spirito che abbiamo visto cento anni fa in Messico, lo spirito dei Cristeros che si sono opposti al regime anti-cattolico del loro Stato, che prestarono guiramento di fedeltà a Cristo Re e alla Santissima Vergine di Guadalupe, e ricevevano il Crocefisso al collo per mano del sacerdote e salutarono i loro compagni col saluto “arrivederci in Paradiso” come preludio al loro probabile martirio?

Dove lo spirito del loro capo, l’avvocato Josè Anacleto Gonzalez Flores, che morì torturato pregando per il suo carnefice, lo spirito espresso nel suo testamento nelle parole seguenti: “Gesù misericordioso! Miei peccati sono più numerosi delle gocce di sangue che versaste per me. Non merito di appartenere all’esercito che difende i diritti della Vostra Chiesa e che lotta per Voi. Vorrei non aver mai peccato in modo tale che la mia vita sia un’offerta gradevole ai Vostri occhi. Lavatemi dalle mie iniquità e purificatemi dei miei peccati. Per la Vostra Santa Croce, per la mia Santissima Madre di Guadalupe, perdonatemi! Non ho saputo fare penitenza dei miei peccati, per questo motivo voglio ricevere la morte come una punizione meritata per essi. Non voglio combattere, ne vivere, ne morire, se non per Voi e per la Vostra Chiesa. Madre Santa di Guadalupe accompagnate nella sua agonia questo povero peccatore. Concedetemi che il mio ultimo grido sulla terra ed il mio cantico nel Cielo sia, Viva Cristo Re!”

L’Addolorata

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

I dolori dell’ Addolorata, Regina dei martiri, che lei poteva sopportare solo tramite una grazia particolare di Dio, erano più grandi di quelli di tutti gli altri martiri insieme. Un teologo sostiene che una sola goccia di questi dolori avesse bastata ad annichilare in un momento tutti gli esseri razionali: tutti gli angeli e gli uomini.

Perché ha dovuto soffrire, e tanto soffrire? Ha dovuto soffrire in virtù della sua collaborazione alla salvezza del genere umano. Conveniva, cioè, che lei, che da mediatrice di tutte le grazie, partecipava alla salvezza dell’uomo, partecipasse altrettanto ai mezzi della salvezza: ossia alla Passione ed alla Morte di Nostro Signore Gesù Cristo.

Perché ha dovuto tanto soffrire? ossia fino al grado che la Madonna stessa viene considerata come un mare, o oceano, di amarezza, secondo un’ interpretazione del suo nome Maria: mare amarum, ricordando la parola di Geremia: Magna est enim velut mare contritio tua. Il motivo per la grandezza della sua sofferenza sta ovviamente nella sua compassione materna per il suo Figlio.

La sofferenza della Madonna, essendo una partecipazione alla sofferenza del suo Figlio, costituisce, nel vero senso del termine, una compassione, o com-passione per Lui. Ora chiaramente più grande è l’amore che una persona possiede per un’altra persona, più grande è la sua compassione per lei. L’amore di una madre per un figlio, meramente sul livello naturale, è già uno degli amori più grandi che ci sia; ma pure sul livello naturale la Madonna aveva un amore materno per il suo Figlio più grande di tutte le altre madri, avendoGli elargito da sola tutta la Sua Umanità, senza il contributo di un padre terreno.

Ma questo suo amore materno per Lui come uomo fu infinitamente elevato dal suo amore per Lui come Dio, nel quale, per così dire, si scioglieva intieramente. Il suo amore per Dio era, ed è, l’amore più grande mai posseduto da una creatura sia umana che angelica, e questo spiega infine la grandezza della sua compassione per Lui nella Sua Passione ed anche nella Sua Morte, che lei esperimentava altrettanto, in modo puramente spirituale. La sofferenza della Madonna viene poi ineffabilmente intensificata dalla purezza e la finezza sensibile del suo cuore immacolato.

Un esempio della sua compassione per Nostro Signore Gesù Cristo nella Sua Passione e Morte si vede mentre sta presso la Croce: Stabat Mater doloros juxta crucem lacrimosa dum pendebat Filius. Lei, guardando il suo Divin Figlio, assume in sé la Sua sofferenza, Egli, invece, guardando lei, assume in Sé la sua compassione come la propria sofferenza, che poi affluisce di nuovo su di lei e così via, come onde reciproche in un oceano di dolore amaro e profondamente tumultuoso.

Così ha meritato la santissima Madonna ad essere collaboratrice alla salvezza del genere umano, come pure Consolatrix afflictorum: colei presso la quale possiamo trovare rifugio e consolazione per le nostre ferite morali e spirituali: dove la sofferenza maggiore comprende e solleva la sofferenza minore: sotto il manto che avvolge tutta l’umanità; nello stesso dolce abbraccio materno che ricevette il corpo morto del Divin Figlio dalla Croce; nelle profondità insondabili e dal dolore scavate del Cuore Immacolato di Maria.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Gratia plena

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nel libro dei Proverbi leggiamo:‘La Sapienza si è costruita una casa, ha intagliato le sue sette colonne.’ San Pier Damiani spiega che ‘Questa casa virginale è sostenuta da sette colonne dello Spirito Santo perché la Venerabile Madre di Dio ha ricevuto i sette doni dello Spirito Santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, e timore di Dio.’ E questi doni insieme a tutte le virtù teologali e cardinali, e tutte le grazie gratuite (come quella della guarigione, dei miracoli, di profezie, e di lingue), con tutte le ricchezze della grazia e della natura ha ricevuti la Madonna fino ad un grado sovreminente: così che san Tommaso dice che se Cristo possedeva perfettamente la pienezza di grazia, un certo inizio di essa precedeva già nella Madre.

San Bonaventura paragona questa pienezza di grazia con un oceano in cui confluiscono i fiumi della grazia di tutti i santi: il fiume della grazia degli angeli, dei patriarchi, profeti, apostoli, martiri, e confessori. Tutti i fiumi entrano nel mare, ed il mare li contiene tutti.

Il Divin Architetto, creando la Madonna, costruì il Suo santuario divino, oggetto delle Sue infinite compiacenze. Ella fu, nelle parole di mons. Gaume: ‘la Sua colomba, l’unica, tutta bella, senza macchia ne ombra di macchia, bianca come il giglio, graziosa come la rosa, brillante come il saphiro, trasparente come il diamante’, radiante di una luce così intensa e così pura che, secondo san Teodoro Studita, ‘Dio Stesso si è unito sostanzialmente a le per opera dello Spirito Santo, e da le è nato come uomo perfetto’; un essere così sublime nella santità, che secondo san Bernardo: ‘a Dio non conveniva altra madre che Maria, e a Maria non conveniva altra figlio che Dio’.

E come i raggi del sole colorano, traversandola, una nuvola diafona, le bellezze interiori della Figlia del Re radiavano sul suo corpo verginale per renderla imparagonabilmente bella: più bella (come dimostra sant’Alberto) di tutte le sue figure nell’Antico Testamento: più bella di Eva, più bella di Rachele, più bella di Rebecca giovane vergine modesta scelta da Abramo per il suo amato figlio Isaaco, più bella di Giuditta a cui Dio aveva aumentato la bellezza per renderla incomparabilmente più bella agli occhi di tutti gli uomini, più bella di Esther.

Così era il santuario divino, l’arca della nuova Alleanza, la casa d’oro, l’opera più grande dello Spirito Santo dopo la Sacratissima Umanità di Nostro Signore Gesù Cristo, un’opera che viene paragonata con una stella: una stella radiante di santità e di gloria lunge al di sopra di questo mondo oscuro e caduto; la stella del mare che mostra la via ai viaggiatori sull’oceano perfido ed amaro di questo mondo al porto celeste che è il suo Figlio; la stella mattutina che prenunzia quel giorno glorioso che non conosce tramonto, quel sabato eterno dove finalmente ci riposeremo dai nostri lavori in Dio; la stella infine che irradia sul mondo raggi della luce increata e che partorisce il sole che prenunzia.

L’Assunzione

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il dogma dell’Assunzione fu dichiarato da papa Pio XII in ottobre 1950 nella costituzione Munificentissimus Deus con le parole: ‘L’ Immacolata Madre di Dio, Maria sempre Vergine, quando il corso della sua vita terrena fu compiuta, fu assunta corpo ed anima nella gloria del Cielo.’ Chiediamo innanzitutto i motivi teologici di questo dogma, e poi il suo fondamento nella Sacra Scrittura.

Motivi teologici

Il motivi teologici per l’Assunzione si fondano nella relazione intima tra la Beatissima Vergine Maria ed il suo Divin Figlio.

Il primo motivo ne è che conveniva che la carne della Madre condividesse il destino della carne del Figlio: se il Figlio doveva morire ed ascendere in Cielo, conveniva che anche la Madre morisse ed ascendesse in Cielo. Un testo liturgico dell’ottavo secolo dice: ‘Oggi la Madre di Dio ha subito la morte del corpo, ma non poteva essere tenuta nei legami della morte, avendo partorito il Vostro Figlio Incarnato, Nostro Signore’.

Un secondo motivo è che come aveva partecipato ella così intimamente alla battaglia di Cristo contro Satana, conveniva che partecipasse anche alla Sua vittoria su Satana, come anche sul peccato e sulla morte.

Un terzo motivo è che conveniva che la Madre del Redentore godesse del frutto pieno della redenzione: cioè la glorificazione dell’anima e del corpo subito dopo la morte.

Sacra Scrittura

Prima osserviamo che la Fede è contenuta non solo nella sacra Scrittura, ma anche nella Tradizione orale: fu uno delle eresie fondamentali dell’Eresiarca Martin Lutero di asseverare che la Fede si contenesse nella sola Scrittura.
Nel caso sotto considerazione, la dottrina dell’Assunzione è contenuta principalmente nella Tradizione, costituendo un avvenimento dei tempi apostolici sempre insegnato dalla Santa Madre Chiesa. La Festa dell’Assunzione fu conosciuta già nell’ottavo secolo e deriva da quella orientale della Dormizione nel sesto secolo. La dottrina fu definita come dogma da papa Pio XII nelle parole sopraccitate.

Se la dottrina non viene insegnata esplicitamente nella sacra Scrittura, viene comunque accennata in essa, cioè in tre immagini.

La prima immagine è quella di una donna nel Cielo: L’Apocalisse dice: ‘Un gran segno apparve in cielo: una donna vestita del sole, con la luna sotto i suoi piedi, e sulla testa una corona di dodici stelle.’ La teologia interpreta questa donna come l’Assunta, glorificata nel corpo e nell’anima.

Una seconda immagine è quella dell’arca. Nel versetto precedente dell’Apocalisse sta scritto: ‘E il tempio di Dio fu aperto nel cielo, e l’arca del suo testamento fu vista nel suo tempio’. Questa arca viene interpretata come la Santissima Vergine Maria, avendo ella contenuto nel suo seno celeste Nostro Signore Gesù Cristo, Che rappresenta la Nuova Alleanza.

La terza immagine è quella di una persona che ascende dal deserto. Nel terzo capitolo del Cantico dei cantici leggiamo: ‘Chi è costei che ascende per lo deserto quasi colonna di fumo dagli aromati di mirra, e d’incenso, e di ogni polvere e profumerie?’ Un pio autore commenta: ‘La sua totale mortificazione figurata nella mirra, le sue ferventi orazioni significate nell’incenso, e tutte le sue sante virtù unite alla sua perfetta Carità verso Dio, accendevano in lei un incendio così grande, che la sua bella anima, tutta sacrificata e consumata dal Divin amore si alzava continuamente a Dio qual verghetta di fumo che da ogni parte spirava soavissimo odore.’ La persona dunque che ascende dal deserto come una colonna di fumo è la Santissima Vergine Maria nella sua Assunzione, intieramente consumata dall’amore divino.

*

Carissimi fedeli, siamo su questa terra per uno scopo, e per un unico scopo, e questo è per amare Dio con tutto il cuore, tutta la mente, tutta l’anima e tutte le nostre forze, ed il prossimo come noi stessi: in Dio e per Dio. Nostro Amatissimo Signore ci disse: ‘Io sono venuto per portare fuoco su questa terra, e come desidererei che già bruciasse’. Egli vuole che il nostro cuore, come il cuore della Sua santissima Madre, prendesse fuoco e bruciasse, e si consumasse in un olocausto dell’incendio dell’amor divino: per alzarsi al di sopra di questa terra ed unirsi nel Cielo al Suo sacratissimo cuore: fornax ardens Caritatis.

San Michele Arcangelo

St. Michael

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La funzione primaria dei santi angeli è di adorare Dio; la funzione secondaria è di mantenere e gestire l’ordine del creato stabilito da Dio.

Che san Michele Arcangelo si distingue per la sua adorazione di Dio è già espresso nel proprio nome: Michael: Quis ut Deus: Chi è come Dio? ciò significa, nelle parole di dom Guéranger ‘da solo, nella sua brevità, la lode più completa, l’adorazione la più perfetta, la riconoscenza totale per la trascendenza divina, e la più umile confessione della nullità delle creature.’

Se san Michele Arcangelo si distingue dunque per la sua adorazione di Dio, si distingue altrettanto per il suo ruolo attivo nel gestire l’ordine della Provvidenza di Dio. Questo ruolo attivo si può esporre così: portare le creature razionali (assieme alle loro intenzione) davanti a Dio, soprattutto quando ciò richiede la loro protezione dal Demonio.

Questo ruolo lui esercitò per la prima volta a beneficio degli angeli, quando, secondo vari santi Padri, all’inizio dei tempi fu rappresentato a loro in visione il Verbo Incarnato col comandamento di adorarLo, e/o di venerare la Sua Beatissima Madre come la loro Regina. Lucifero, inebriato dalla propria gloria e bellezza, rifiutò di adorare Dio unito alla natura umana, e di venerare la Madonna, in quanto soggetto della stessa natura – quella natura essendo inferiore alla natura angelica, da lui posseduta. In questa insurrezione contro Dio trascinava un gran numero di angeli ‘una terza parte delle stelle del Cielo’, come si legge nell’Apocalisse.

A questo punto, il solo pronunziare il nome del grande adoratore di Dio, Michele, ‘Chi è come Dio?’ bastò per precipitare gli angeli ribelli nell’Inferno, dove, privi in eterno dalla Visione Beatifica di Dio, pagheranno per sempre col fuoco la giusta pena della loro malvagità.

Secondo sant’Ambrogio, san Michele, in quella tremenda battaglia, fu chiara figura di Cristo, guerreggendo non solo per l’onore di Dio, ma anche per la salvezza di tutti gli angeli e di tutti gli eletti, come Cristo avrebbe combattuto per tutto il genere umano con la sofferenza e la morte.

San Michele, che vediamo prima come protettore degli angeli, vediamo dopo come protettore del popolo giudaico. Nel libro di Daniele (12.1) si legge: ‘Sorse Michele, il gran principe, che sta a guardia del tuo popolo’, e in Giobbe (5.14) l’Arcangelo dichiara: ‘ Io sono il Principe dell’esercito del Signore’. La Tradizione ritiene che fosse lui, tra l’altro, ad affliggere l’Egitto con le 10 piaghe; a condurre il popolo eletto attraverso il Mar Rosso; ed a dettare la legge a Mosè su monte Sinai.

Quando la Chiesa succedette alla sinagoga, l’Arcangelo divenne il custode di tutto il mondo cristiano, sia religioso sia civile. Come esempio della sua tutela della Santa Chiesa Cattolica, prendiamo l’esorcismo di Papa Leone XIII che comincia: ‘Princeps gloriosissime militiae celestis, Sancte Michael Archangele’, e delle preghiere leonine stabilite dallo stesso pontefice da leggere dopo la santa Messa letta: Sancte Michael Archangele…

Come esempio della tutela civile prendiamo la sua apparizione a Mantova nel quinto secolo per assistere san Leone Magno come un guerriero splendente, agitando minacciosamente una spada fiammeggiante per mandare in fuga Atila e gli Unni dall’ Italia; la sua apparizione sopra il Castel Sant’Angelo a Roma nel sesto secolo per assistere san Gregorio Magno, riponendo la sua spada nella guaina per significare la cessazione della pestilenza; la sua apparizione nel nono secolo su un cavallo bianco segnalando la vittoria di Carlo Magno sui Sassoni.

Come osserva Cornelio a Lapide: Colui che custodisce il corpo della Chiesa, deve custodire anche il suo Capo, e la pietà popolare vede san Michele come angelo custode del Sommo Pontefice. Ci sono molte indizi di questa sua funzione compresa la liberazione di san Pietro, il primo papa, dal carcere. ‘Dio ha inviato il suo angelo’ dice il principe degli apostoli, ed i teologi applicano le sue parole a san Michele.

Il custode del corpo della Chiesa e del suo Capo in modo particolare, è custode anche di ogni suo membro. Saremmo dunque prudenti di chiedere ogni giorno la sua assistenza e protezione dal male. La Madre Chiesa, nella santa Messa di san Michele, chiede il suo glorioso aiuto per noi nei nostri combattimenti quotidiani e nel giorno terribile del giudizio, quando il grande Arcangelo, vessillifero della milizia celeste, difenderà la nostra causa davanti all’Altissimo (come preghiamo nei vespri) e ci farà entrare nella luce santa (come preghiamo nella santa Messa di Requiem).

Chiediamo a san Michele Arcangelo di cui, come la Madonna, la gloria è solo paragonabile con la sua umiltà, di renderci umili, affinché dopo questa vita possiamo essere alzati e (nelle parole di un antico prefazio) trasportati… ‘Laddove quelli che noi veneriamo servono, che possiamo tendere verso le altezze che nella Festa del Beato Arcangelo contempliamo nell’amore’ – per unirci a lui, con tutta la milizia celeste, e a tutti gli eletti per adorare in eterno le infinite perfezioni di Dio.

Sedes Sapientiæ

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Chiesa, con i santi Padri, applica vari testi dell’Antico Testamento alla Madonna nella liturgia delle sue feste: testi sulla Gloria di Dio nei salmi, sulla Saggezza di Dio nei libri sapienziali, e sulla Sposa nel Cantico dei Cantici. Procediamo a meditare due tali brani nei libri sapienziali che vengono intesi di Lei in modo allegorico come la Sedes Sapientiae.

Dominus possedit me ab initio viarum suarum antequam quidquam faceret a principio – il Signore m’ha posseduto all’inizio delle Sue vie, prima di aver fatto qualsiasi cosa, fin dal principio. Queste parole del libro dei Proverbi parlano della Saggezza di Dio, del Verbo di Dio, della Seconda Persona della Santissima Trinità, Che era presso Dio all’inizio, al principio del Suo essere, cioè eternamente. Le parole esprimono la stessa verità che si legge nel prologo di san Giovanni: Nel principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo.

I Padri della Chiesa intendono Colui che era presso Dio anche in altro senso – non atemporale, bensì temporale – dell’Uomo perfetto, Nostro Signore Gesù Cristo, Che era presente alla mente di Dio durante la creazione. Perché l’Uomo perfetto serviva come modello della creazione in quanto contiene in Sé, ed in forma perfetta, elementi di tutto il creato: sia immateriale, in virtù della Sua anima spirituale; sia materiale in virtù del corpo, che contiene in se le proprietà e le facoltà di tutta la natura materiale, animata ed inanimata. Per questo infatti l’uomo si chiama ‘il piccolo mondo’ o microcosmo.

La santa Madre Chiesa intende colui che è presso Dio durante la creazione anche in un terzo senso, dell’Immacolata Vergine Maria, e così propone questo testo alla nostra meditazione nei testi di alcune Messe mariane. Il motivo ne è che la Madonna, essendo la persona umana la più perfetta, fu presente alla mente di Dio durante la creazione, come modello di tutto ciò che creò. È vero d’altronde che la Sacratissima Umanità di Nostro Signore Gesù Cristo è la creatura la più perfetta di Dio in assoluto, ma Egli non è comunque una persona umana, bensì una Persona Divina.

Santa Brigida scrive che quando Dio creava ‘il grande mondo’, Gli assisteva ‘il piccolo mondo’ , ossia la Beatissima Vergine, ‘da cui doveva provenire una maggior gloria a Dio, una maggior gioia agli angeli, ed una maggiore utilità ad ogni uomo che volesse godere della Sua bontà, che non da tutto questo mondo più grande insieme.

La Madonna doveva essere la creatura umana la più perfetta in quanto era destinata a divenire la Madre di Dio. Questa perfezione deriva in primo luogo dalla sua Immacolata Concezione: dalla sua immunità alla macchia del Peccato originale fin dal primo istante della sua concepimento. Deriva in secondo luogo dalla sua santificazione personale in collaborazione con la Grazia di Dio, che La rendeva immune anche alla macchia del peccato personale.

Noi uomini peccatori e miseramente imperfetti, dobbiamo ricorrere a Lei, che è perfetta e così intimamente unita a Dio, per trovare la strada per condurci a Dio, secondo la conclusione del passo sopraccitato: ‘Or dunque figli miei ascoltatemi: Beati l’uomo che mi ascolta e che veglia quotidianamente alle mie porte, e aspetta sulla soglia del mio uscio. Chi me avrà trovato, avrà trovato la vita e raggiungerà la salvezza dal Signore’ : Avrà trovato la via e raggiungerà la salvezza, cioè Nostro Signore Gesù Cristo Stesso, Che ha detto ‘Io sono la Vita’, e di Cui il nome significa ‘Salvatore’. Lo troverà e Lo raggiungerà seduto sul trono celeste della Sua Beatissima Madre in Cielo, la Sedes Sapientiae, il frutto del suo seno immacolata. Amen.

La Verginità perpetua

+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

La Santa Chiesa Cattolica insegna dogmaticamente ed infallibilmente la Verginità perpetua della Madonna: prima, durante, e dopo il parto del Suo Figlio Divino.

La concezione virginale di Nostro Signore Gesù Cristo fu profetizzata da Isaia e annunziata alla Madonna dal sant’Arcangelo Gabriele. Il profeta Isaia dice: ‘Ecce Virgo concipiet et pariet filium’ e l’Arcangelo Gabriele, con quasi le stesse parole, dice: ‘Ecce concipies in utero et paries filium.’

La Madonna risponde all’arcangelo: Come è possibile? Non conosco uomo.’ Con queste parole: ‘Non conosco uomo’ esprime, secondo vari Padri della Chiesa, il voto che aveva fatto a Dio della sua verginità – un voto ed una virtù che tanto amava, che (secondo sant’Anselmo) li preferiva mantenere che non divenire Madre di Dio. Anzi, alcuni commentatori asseriscono persino che avesse fatto il voto della verginità proprio per escludere la possibilità di essere onorata dalla Maternità di Dio.

Anche san Gregorio Nysseno è dell’opinione che la Madonna preferisse la verginità alla maternità: ‘Occorre mantenere integra la carne consacrata a Dio come un dono santo offerto a Lui’, così che ‘ anche se Gabriele è un angelo, anche se viene dal cielo, anche se ciò che viene mostrato supera la natura umana, non conviene che Lei conosca uomo.

Comunque se la Madonna preferisce la verginità alla maternità, è perché considera che Dio volle la verginità per Lei, che Dio Stesso abbia ispirato l’amore alla virginità in Lei: Egli Che è purissimo spirito ed il primo di tutti i vergini. Quindi, se Dio in verità non vuole che Lei mantenga questo voto, la Madonna è pronta a rinunziarci.

Allo stesso tempo, se la Madonna preferisce la verginità alla maternità, sicuramente preferisce ancor di più essere sia vergine che madre. Lei conosce la profezia di Isaia che una vergine concepirà. Anzi, secondo alcuni commentatori, questo è proprio il testo che stava meditando quando Le è apparso l’Arcangelo per applicar il testo a Lei. Nella sua profondissima saggezza ed intelligenza, che supera ogni altra saggezza ed intelligenza create, sia umane sia angeliche, Lei sa già che tutto è possibile per Dio, e che è possibile unire in una persona la verginità e la maternità, anche se fosse la maternità di Dio Stesso.

E se sa che è possibile unire in una persona la verginità e la maternità, lo desidera anche, perche desidera già la verginità, e non può non desiderare la maternità di Dio, essendo essa il bene più grande dopo il Bene che è Dio Stesso; anche se nella sua profondissima umiltà, avesse provato ad evitare questo massimo onore.

Scrive Toletus che desiderando la verginità e la maternità, ha ottenuto tutte e due da Dio. Quando, dunque, sente la risposta dell’Arcangelo Gabriele che concepirà per virtù dello Spirito Santo, dà il suo Fiat immediatamente. Scrive Cornelius a Lapide: ‘E Dio voleva sentire questo: che Lei per la professione della verginità meritasse divenire Madre di Dio.

Che queste brevi considerazioni sulla concezione verginale di Nostro Signore Gesù Cristo generino in noi un grand’amore per la verginità e la purezza, per poter vivere in amicizia sempre più stretta con Lei e con Dio, e per poter ricevere più degnamente nei nostri cuori, come Lei ha ricevuto nel suo seno, Gesù Cristo il Suo Figlio, gaudio eterno degli Angeli. Amen.

La Presentazione di Maria

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Sant’Alfonso de Liguori, nel suo bel libro ‘Le Glorie di Maria’, racconta come un angelo avesse comunicato a santa Brigida che nessuna lingua basterebbe a spiegare quanto l’intelletto della Madonna giungesse a penetrare Dio nel primo istante che Lo conobbe. E sin d’allora Maria a quella prima luce da cui fu illuminata, tutta si offrì al suo Signore, dedicandosi interamente al Suo amore ed alla Sua gloria.

Ma sentendo che i Suoi santi genitori, Gioacchino ed Anna, avevano promesso a Dio, anche con voto (come dicono diversi autori), che se a loro avesse data prole, Gliela avrebbero consacrata a servirLo nel tempio, la Madonna, appena giunta l’età di tre anni (come attestano san Germano e sant’Epiphanio), volle offrirsi e consacrarsi a Dio in modo solenne, presentandosi nel Tempio.

Questo favore dunque chiese ai Suoi genitori, e quando lo avevano concesso, andò a Gerusalemme con pochi parenti (come asserisce san Gregorio di Nicomedia), ma con angeli a schiere, in accordo con la parola del Signore nel Cantico dei cantici: ‘Sorgi affrettati, o mia diletta, e vieni – Surge propera, amica mea, et veni, e con il versetto del salmo: ‘Ascolta figlia e vedi, ed inclina il tuo orecchio e scordati della tua patria e della casa del tuo padre – audi filia et vide et inclina aurem tuam et obliviscere populum tuum et domum patris tui.

Presentandosi allora nel tempio, si poteva finalmente offrirsi a Dio con effetto e pubblica solennità, come si era offerta a Dio dal primo momento della sua vita. Le parole del Cantico: A me il diletto mio ed io a Lui – Dilectus meus mihi et ego illi si realizzavano in Lei perfettamente: si offriva completamente a Dio: tutte le potenze, tutti i sensi, tutta la mente e tutto il cuore, tutta l’anima e tutto il corpo. Inoltre, secondo l’abbate Ruperto, era la prima a fare il voto della sua verginità a Dio.

Nel tempio poi, nelle parole di sant’Alfonso, cresceva ‘sempre nella perfezione come cresce nella sua luce l’aurora, e chi mai può spiegare quanto di giorno in giorno risplendevano in Lei sempre più belle le Sue virtù, la Carità, la modestia, l’umiltà, il silenzio, la mortificazione, la mansuetudine. Piantato nella casa di Dio questo bell’ulivo, scrive san Giovani Damasceno, inaffiato dallo Spirito Santo, divenne abitazione di tutte le virtù.

Nella sua umiltà non pensava mai di divenire Madre del Messia, e di divenirla proprio tramite le sue sempre più perfette virtù; ma piuttosto (secondo le Rivelazioni di santa Brigida) leggendo che Dio doveva nascere da una vergine, sommamente ella desiderava di trovarsi al tempo della venuta del Messia per poter fare la serva a quella felice vergine che meritava di esserGli la madre, benché non sene ritenesse degna.

E tutte queste sue perfezioni non acquistava senza lavoro, come rivelava alla santa benedettina Elisabetta con le parole seguenti: ‘Pensi tu ch’io abbia avuto la grazia e le virtù senza fatica? Sappi che io non ebbi grazia alcuna da Dio senza grande fatica, orazione continua, desiderio ardente, e molte lagrime e penitenze.’

Sant’Alfonso paragona la Sua vita nel tempio con quella di una tortorella, vivendo da sola in questo mondo come in un deserto, e gemendo per la campagna: Così la Madonna ‘sempre gemeva nel tempio, compatendo le miserie del mondo perduto, e cercando a Dio la comune redenzione, gemendo con le parole di Isaia: manda, o Signore, l’Agnello dominatore della terra – Emitte agnum, Domine, dominatorem terrae : Mandate, o cieli, di sopra la vostra rugiada, e le nubi piovino il giusto – Rorate Caeli desuper et nubes pluant Justum.

Come dunque la Madonna si è offerta presto ed interamente a Dio, così noi, per la Sua verginale intercessione ci vogliamo offrire a Dio senza dimora né riserva. Come Lei, vogliamo, per amore di Dio, lottare per perfezionarci in ogni virtù, sforzandoci soprattutto per combattere il nostro vizio dominante per fare piacere sempre di più a Dio, affinché alla fine dei nostri giorni siamo trovati degni di adorare con Lei in Cielo il frutto benedetto del Suo seno Gesù. Amen.

Stella Maris

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Un significato del nome Maria che si manifesta negli inni Ave Maris Stella ed Alma Redemptoris Mater è quello della Stella del Mare.

La stella del mare, la stella polare, è la stella più brillante, più alta, e più vicina al polo, come la Madonna fra tutte le creature di Dio è la più alta in dignità, la più bella, e la più vicina a Dio: invariabile nel suo amore e immutabile nella sua purezza.

San Bernardo spiega che il nome stella si adatta bene a lei in quanto: ‘Come la stella emette il suo raggio senza corrompersi, così senza infrangere la sua integrità, la Vergine partorì il Figlio. Il raggio non diminuisce lo splendore della stella ed il Figlio non toglie l’integrità alla Madre.’

Lo stesso santo si serve dell’immagine della stella per illustrare la sua maternità verginale anche in un altro modo: paragonando la sua maternità con una stella e la sua verginità con un’altra: due stelle che si illuminano con i propri raggi a vicenda.

Ora la Madonna è paragonabile ad un stella anche in quanto ci mostra Nostro Signore Gesù Cristo. Ce Lo mostra come una stella che prenunzia la venuta del sole, raccogliendo in se i raggi del sole prima che esso sia visibile; ce Lo mostra come la stella di Betlemme che ci indica il posto dove è nato; ce Lo mostra come la stella del mare, indicandoci la via attraverso il mare turbolento di questa vita per raggiungere la vera e primordiale luce che è Dio.

‘E’ lei quella nobile stella nata di Giacobbe, scrive san Bernardo, ‘il cui raggio illumina l’universo intiero, il cui splendore rifulge nei cieli e penetra gli abissi, e percorrendo la terra, riscaldando le menti più che non i corpi, alimenta le virtù ed inaridisce i vizi. Ella è la stella fulgida ed unica, necessariamente elevata sul mare maestoso ed immenso, splendenti di meriti e lucente di esempi.’

Seguiamo i suoi esempi, dunque, e preghiamo il suo aiuto per attraversare con sicurezza il mare di questo mondo, affinché dopo questo esilio ci mostri il frutto benedetto del suo seno, Gesù. Amen.

Il Preziosissimo Sangue

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Osserviamo innanzitutto che la Festa del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo è stata soppressa dai fabbricatori del ‘Nuovo Rito’. Fu forse perché, nelle parole di Papa Benedetto XVI , l’uomo di oggi non intende più cos’è il sacrificio, o forse perché le letture della Festa parlano troppo chiaramente della sostituzione della fede giudaica con quella cristiana: un fatto che, grazia alle macchinazioni degli Ebrei, non viene più molto apprezzato dalla gerarchia né dal clero dei nostri tempi. Una cosa comunque è chiara: nessuno può essere salvato se non tramite il sacrificio di Cristo: sine sanguinis effusione non fit remissio – senza il versamento del sangue, non c’è perdono (Eb IX).

Lasciando da parte queste contingenze, dedichiamoci ora ad una breve meditazione sul significato del Preziosissimo Sangue del Signore.

Nell’Antico Testamento il sangue è simbolo della vita, e per questo appartiene a Dio solo, il Maestro della vita, e non va consumato dagli uomini. Nel Nuovo Testamento, il Sangue di Cristo, il Sangue preziosissimo, è similmente simbolo della vita, ossia della Sua Propria vita, ma in quanto il Suo Sangue viene versato in sacrificio, diviene inoltre simbolo della Sua vita versata in sacrificio per noi, cioè del santo sacrificio del monte Calvario.

Questo si vede nel Nuovo Testamento quando ad esempio san Paolo dice (citato sopra): ‘Senza il versamento del sangue, non c’è perdono’; quando san Pietro dice: ‘Voi siete stati redenti dal sangue prezioso di Cristo come di un agnello innocente ed immacolato’; e quando san Giovanni parla nell’Apocalisse del ‘Sangue di Cristo nel quale siamo redenti.’

Il senso sacrificale del Sangue si manifesta chiaramente anche durante la santa Messa, sopratutto alla consacrazione nelle parole: sanguis effundetur – il sangue sarà versato; e nelle parole calix sanguinis mei – il Calice del Mio Sangue. In questo secondo esempio, il calice rappresenta la Passione di Cristo, come nel giardino di Gethsemani, quando Egli chiese al Padre di toglierSi il calice.

Quando veneriamo il Preziosissimo Sangue, veneriamo dunque Nostro Signore Gesù Stesso, sacrificato per noi sul Monte Calvario, e per quello anche in ogni santa Messa, essendo la santa Messa nient’altro di questo stesso sacrificio reso presente anzi tempo sull’altare.

Che il Preziosissimo Sangue del Signore versato per amore di noi, che la Sua morte in Croce tra i dolori più atroci, divenga il tema preferito delle nostre più ardenti meditazioni e dei più ferventi slanci del cuore. Che infiammi il nostro cuore per amarLo e per consumarsi nel fuoco del Suo Proprio amore: per staccarci dal mondo, dai nostri rapporti troppo umani, e infine da noi stessi: per attaccarci solo a Lui; per svuotarci dal mondo e da tutte le sue glorie, pompe, e delizie ingannatrici, per riempirci solo di Lui. Che ferisca il nostro cuore, infine, col desiderio di abbandonare la nostra vita intiera per poter vivere colla sola Sua vita, alla Gloria del Suo santo Nome.

‘In Gesù buono, Vite nostra’, scrive san Bonaventura, ‘fiorisce la rosa vermiglia ed ardente: vermiglia del sangue della Passione, ardente del fuoco di amore, rorida della lagrime sparse dal dolce Gesù. ‘Egli, Gesù ottimo, l’allegrezza mia e gaudio degli angeli, pianse e fu contristato’.Dice san Paolo: ‘Nei giorni della Sua carne, avendo offerte preghiere e suppliche con forti grida e con lagrime, a Colui Che salvarLo poteva dalla morte, fu esaudito per la Sua riverenza (Eb 5.7). O mio cuore di sasso e non di carne, tu sai che il grande e l’ottimo Gesù, nei giorni della sua vita mortale, vissuta per me, fu madido di pianto, e tu non ti spetri? O cuore duro, hai sentito che si commosse per te fino alle lagrime Colui Che in eterno non si commoverà, e tu neppure adesso sei fino alle lagrime commosso?

‘… Pertanto, o cuore di diamante, immergiti nel Sangue abbondante dell’…Agnello nostro, giacivi dentro per riscaldarti,e nel calore intenerirti, ed intenerito aprire il fonte della lagrime. Io cercherò per me il fonte delle lagrime e lo troverò nelle lagrime, nella croce, nei chiodi ed in ultimo nel Sangue vermiglio del mitissimo Gesù.’

Magnificat

the Visitation

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Giunta alla casa di santa Elisabetta, la Madonna la saluta, e santa Elisabetta le risponde; ma ad un livello più profondo che la comunicazione umana fra le due santissime donne, avviene una comunicazione spirituale tra i loro figli. La presenza di nostro Signore Gesù Cristo nel grembo celeste della Sua Gloriosa Madre si manifesta infatti al Suo cugino e lo riempie dello spirito di profezia, così che, esultando nel grembo di santa Elisabetta, annunzia l’Avvento del Signore. Questa esultazione (saltare) del Battista è profetica anche in un secondo senso, in quanto prefigura il proprio martirio, che avverrà tramite la danza (saltare) di Salome, figlia di Erodiade.

Magnificat anima mea Dominum. Trenta anni più tardi san Giovanni Battista applicherà la stessa parola al Signore: Magnificari oportet: Egli deve crescere. Letteralmente significa che il Signore deve essere ‘fatto grande’, cioè sulla terra: Egli Che è infinitamente grande in Cielo deve essere ‘fatto grande’, o glorificato, anche sulla terra: la Sua Volontà, che è di essere glorificato dal creato intiero, deve essere fatta come in Cielo, così in terra.

Dio in fatti è di per Se Stesso infinitamente grande. Nel primo vespro di domenica (Salmo 144) cantiamo: Magnus Dominus et laudabilis nimis, et magnitudinis eius non est finis: Grande è il Signore e grandemente da lodare, e della sua grandezza non c’è fine. Orbene, quando la Madonna loda ( adora) o glorifica il Signore, Lo glorifica per la Sua infinita grandezza: la grandezza che Gli appartiene di per Se Stesso, ma anche per la grandezza che Egli manifesta nell’Incarnazione.

San Tommaso d’Aquino insegna che niente nel creato è grande o perfetto in assoluto, in quanto qualunque cosa creata potrebbe godere di un grado più alto di perfezione, ma che ce ne sono tre eccezioni: tre cose nel creato che sono perfette nel senso assoluto del termine. Queste tre cose sono: 1) L’Incarnazione; 2) La Divina Maternità; 3) la Visione Beatifica. Queste cose, poiché così intimamente collegate a Dio, sono grandi e perfette nel senso assoluto, e per quello si elevano per così dire al di sopra di tutto il resto del creato: degli Angeli, degli uomini, e dell’universo intiero insieme.

Il cantico Magnificat esprime non solo la grandezza di Dio e la grandezza della Sua operazione nell’Incarnazione, ma anche l’umiltà della Madonna. La Madonna rivelò a santa Brigida che più alto fu alzata da Dio, più basso scendeva sull scala dell’umiltà, sapendo che di per Se Stessa non era niente. Le parole del Magnificat esprimono la sua umiltà nel modo che spiega san Bernardo: ‘Tu’ (lei dice a santa Elisabetta) ‘magnifichi la Madre del mio Signore; la mia anima, invece, magnifica il Signore. Tu dichiari che tuo figlio salta per gioia alla mia voce, ma il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore… Tu dice che colei che ha creduto è benedetta, ma la causa della mia fede e della mia beatitudine è lo sguardo della Bontà Celeste sull’umiltà della Sua ancella: per questo tutte le generazioni mi chiameranno benedetta’.

Osserviamo qua che l’umiltà della Madonna si manifesta anche nel fatto che non dice che Dio abbia guardato lei, ma piuttosto la sua umiltà. Infatti si è completamente identificata colla propria umiltà. A questo riguardo il Signore mostrò a santa Brigida un’immagine di una donna in un atteggiamento di abbassamento spirituale e disse: ‘Questa è l’Umiltà, e il suo nome è Maria’.

Magnificat anima mea Dominum. Padre Cornelius à Lapide (su cui questo articolo si appoggia particolarmente) scrive: ‘Non solo la mia lingua, né solo la mia mano, bensì la stessa mia anima con tutto la sua forza magnifica Dio, poiché dagli aditi più intimi della mia anima, con tutte le potenze della mia mente, lodo e glorifico Dio. Adopero ed interamente dedico tutta la forza della mia anima alla Sua lode, così che il mio intendimento contempla Lui solo, la mia volontà ama e celebra nessun’ altro che Lui, la mia memoria si trattiene su niente se non su di Lui, la mia bocca parla di niente e non celebra niente se non Lui, la mia mano compie solo quelle cose che tendano al Suo servizio, i miei piedi si muovono solo verso ciò che tende alla Sua gloria’.

In una parola, dunque, l’essere intiero della Madonna glorifica il Signore in questo suo cantico ed in tutto ciò che lei fa. Aggiungiamo che questa gloria è la più grande che venga resa a Dio dal creato, in quanto la Madonna è l’essere razionale la più perfetta del creato, e in quanto lei più perfettamente compie il fine per cui è stata creata di tutte le altre creature: cioè la gloria di Dio.

La parola ‘anima mea’ si può anche intendere in un altro senso, cioè del Signore Stesso. Il Signore è la sua anima nel senso che Lui è ciò che è di più prezioso e di più intimo a le. In questo senso viene intesa (tra le varie altre interpretazioni) anche la frase del profeta Simeone: ‘Una spada trafiggerà pure la tua anima’: cioè la lancia trafiggerà il lato del Suo diletto Figlio dopo la Sua morte in croce. Dire che nostro Signore Gesù Cristo magnifica Dio, esprime il fatto che il Verbo Incarnato glorifica Dio Padre: ciò che è naturalmente il fine primario dell’Incarnazione, della Vita terrena, e della Morte di Lui, e ciò che Lui, e Lui solo, può fare in modo perfetto nel senso assoluto.

Et exsultavit spiritus meus in Deo salutari meo. Come san Giovanni Battista esulta in presenza del Signore, così anche la Madonna al momento dell’Incarnazione. Ora ‘l’esultazione’, scrive Eutymio, ‘è per così dire, una gioia intensificata che fa che il cuore salti veementemente coll’eccesso di gioia e si alzi in alto’. Quanto al grado di una data gioia, esso corrisponde al grado del bene posseduto, così che la gioia che è conseguente sul possesso di Dio supera nel suo grado qualunque altro tipo di gioia che ci sia.

La gioia della Madonna al momento dell’Incarnazione supera quella di san Giovanni, invece, in modo eccelso, in quanto lei all’Incarnazione viene in possesso di Dio in modo eccelso: generando dalla propria carne per operazione diretta di Dio il Verbo Stesso di Dio; e così entrando in una relazione del tutto intima e sublime con ogni membro della Santissima Trinità: Figlia diletta del Padre, Sposa dello Spirito Santo, e Madre del Verbo Divino. Alla sublimità eccelsa dell’unione a Dio corrisponde la sublimità eccelsa della sua gioia.

A causa di questa unione e di questa gioia sublimi, alcuni teologi non hanno esitato di asserire che la Madonna al momento dell’Incarnazione avesse goduto della Visione Beatifica. Anche se è dogma che la Visione Beatifica si può godere solo nella prossima vita, alcuni padri della Chiesa hanno sostenuto che ci fosse fatta un’eccezione nel caso di san Paolo, al momento della sua conversione sulla strada a Damasco, dove lui ha parlato di ‘un uomo rapito al terzo cielo’. Se hanno ragione su questo, come potremmo negare che la Madonna, la più grande di tutti santi, avesse potuto godere anche lei di questo insigne privilegio, ossia al momento dell’Incarnazione?

Quanto all’alzarsi in alto dello spirito della Madonna, ce lo possiamo figurare come un genere eccelso di estasi o di rapimento superiore all’estasi, in quanto, secondo la parola di santa Geltrude, la Madonna è ‘al di sopra di ogni estasi’. Dice padre Cornelius à Lapide che ‘il suo spirito sembrò di saltare fuori del corpo per pura gioia per precipitarsi verso Dio; e forse lo avrebbe fatto se Dio non l’avesse trattenuto nel suo corpo colla propria potenza. Così che quando finalmente morì, non morì di malattia, ma solo di amore, di gioia, e di desiderio di vedere il suo Figlio, come sostiene Suarez ed altri teologi’. Sant’ Ildefonso scrive che la Madonna o non doveva morire o doveva morire di puro amore. Si può argomentare come sopra, che se altri santi sono morti di puro amore, lei, la più grande di tutti santi, non sarebbe potuta morire in altra maniera.

Inoltre, come dice sant’Alberto Magno, questa esultazione non era transeunte, bensì rimaneva come abitudine per tutta la sua vita, e che a causa di questa esultazione continua in Dio, lei era completamente morta al mondo ed a questa vita mortale, così che la sua vita era sempre nascosta con Cristo in Dio, e, presente nella corte celeste, e dimorando sempre nel santuario di Dio, poteva dire in modo più eccellente che san Paolo o qualsiasi altra creatura: ‘Vivo io, ma non io, ma Cristo vive in me’.

Exsultavit spiritus meus in Deo salutari meo. Ora la parola ‘Gesù’ significa Salvatore, e dunque l’esultazione dello spirito della Madonna era in Gesù Stesso, come un continuo e completo versarsi nel suo Divin Figlio. Ci ricordiamo a riguardo la parola del libro Habbakuk 3: ‘et exsultabo in Deo, Jesu meo’. In questo modo possiamo vedere l’esultazione della Madonna verso il suo Figlio come un eco lontano nel creato della Processione del Padre Eterno verso il Suo Figlio nel seno stesso della Santissima Trinità.

Sant’Agostino osserva che questi due primi versetti del Magnificat esprimono il nostro fine ultimo in Paradiso: di glorificare la Maestà di Dio e di godere della Sua infinita Bontà. ‘Poiché ci sono due cose che gli spiriti degli angeli e dei santi in quella fonte di Bene bevono nell’eterna contemplazione: cioè l’incomprensibile Maestà di Dio, e la Sua ineffabile Bontà: l’una che produce un sacro timore, l’altra l’amore. Venerano Dio per la Sua Maestà, Lo amano per la Sua Bontà’.

Amen. Deo Gratias.

 

Dio Uno

+ In nomine Patris et Filii et Spiritui Sancti. Amen

In questa sezione consideriamo Dio Uno in distinzione a Dio Trino, prima alla luce della Fede in distinzione alla luce della ragione, e poi nella Sua propria natura.

1. Secondo la Fede e la ragione

Guardiamo il primo articolo della Fede: Credo in Deum: Credo in Dio. Professiamo in questo articolo la nostra conoscenza di Dio tramite la Fede, tramite la luce soprannaturale che ci fa vedere Dio come è in Se Stesso, assieme a tutte le verità che si riferiscono a Lui come è in Se Stesso. Questa conoscenza di Dio tramite la Fede è da distinguere dalla conoscenza di Dio tramite la ragione. La ragione è una luce naturale che ci presenta Dio come Creatore. La ragione procede dall’ osservazione del creato per dedurre l’esistenza di un Creatore.

Rivolgiamo la nostra attenzione per prima alla conoscenza di Dio tramite la ragione, cioè la conoscenza naturale di Dio. San Pio X dichiara nel Giuramento contro il Modernismo (1910) che si può dimostrare con certezza l’esistenza di Dio per mezzo del principio della causalità.

Due esempi se ne trovano nell’epistola di S. Paolo ai Romani. Nel primo capitolo scrive l’Apostolo: “Dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità.” S. Paolo spiega in questo brano come si può procedere dal creato al Creatore: dall’osservazione della potenza, della bontà, e della sapienza manifestate nella creato per dedurne un Creatore che possiede queste virtù.

Nel secondo capitolo della medesima epistola S. Paolo parla della coscienza: “Essi (i pagani) dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano, ora li difendono.” San Paolo sta parlando di una legge scritta nel cuore. Chiaramente si può procedere dall’esistenza di questa legge all’esistenza di un legislatore che è il Creatore, ossia Dio Stesso.

Paragonando adesso la conoscenza naturale di Dio tramite la ragione con la conoscenza soprannaturale di Dio tramite la Fede, possiamo constatare che le due conoscenze sono compatibili, perché Dio è l’autore e l’oggetto di ambedue.

Una differenza principale è che l’oggetto della conoscenza naturale è Dio Creatore, mentre l’oggetto della conoscenza soprannaturale è Dio come si rivela tramite la Fede.

Un’altra differenza principale è che la conoscenza naturale di Dio è difficile da raggiungere, mentre la conoscenza soprannaturale è facile. Il Catechismo Romano dice in riguardo che mentre la conoscenza naturale “muovendo adagio adagio dagli effetti e da tutto ciò che è percepito dai sensi, riesce solo dopo diuturni sforzi a contemplare a mala pena le realtà invisibili di Dio…; (la conoscenza soprannaturale) invece, affina talmente la penetrazione dello spirito umano che esso può innalzarsi al cielo senza fatica. Illuminato dallo splendore divino, scorge l’eterna fonte stessa della luce e poi quanto giace al di sotto di essa.”

2. La natura d’Iddio Uno

Guardiamo adesso come la Sacra Scrittura ci presenta la natura di Dio.
1) Dio è Padre (Mt 5). Il Nuovo Testamento infatti ha posto questo nome proprio al centro della Fede cattolica;
2) Il nome Jahweh nell’Antico Testamento significa l’Essere stesso.
3) I termini Alpha ed Omega (Apc 1) significano che Dio è il principio e la fine di tutte le cose;
4) Dio è Spirito, dice il Signore (Gv 4): cioè Gli manca ogni elemento corporeo, materiale, e composito;
5) Dio è perfetto, dice il Signore quando ci insegna “siate perfetti come il vostro Padre celeste è perfetto (Mt 5), cioè (secondo il Catechismo Romano) possiede in Se Stesso “la pienezza di tutti i beni, la fonte perenne e inesauribile di bontà e di misericordia da cui rifluisce su tutte le realtà e nature create ogni bene e ogni perfezione”;
6) Dio è sapiente, (nonché la Sapienza stessa, inquanto a causa della sua semplicità non c’è distinzione tra qualità e sostanza in Lui): “O profondità dei tesori della sapienza e scienza divina.” (Ro 9.3);
7) Dio è veritiero (Ro 3.14);
8) Dio è anche giusto, ossia la giustizia stessa come tutore della verità: “La Tua destra è ricolma di giustizia”(Salmo 47);
9) Dio è onnipotente ed onnisciente: Nell’Antico Testamento El significa potente; Elohah, Elohim, El-Shaddai significano onnipotente; Adonai significa Signore supremo. Nel salmo 144 leggiamo: “Dove mi rifugerò per evitare il Tuo spirito e il Tuo volto?”
10) Dio è unico: In Deuteronomio VI si legge: “Ascolta Israele: il Signore Dio nostro è Dio Unico”; in Esodo XX il primo comandamento si esprime: “non avrai altro Dio fuori di Me”. E san Paolo ci assicura: “Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo”.

Nel Credo nicaeo-costantipolitano professiamo esplicitamente: Credo in unum Deum. Il Catechismo Romano spiega: “Attribuendo infatti a Dio la suprema bontà e perfezione, è inconcepibile che l’infinito e l’assoluto si riscontrino in più di un soggetto. E se ad uno poi manca qualcosa per toccare la perfezione assoluta, con ciò stesso è imperfetto, né può convenirgli la natura divina”.

Rendiamo grazie a Dio per il dono della santa Fede, per mezzo della quale Lo conosciamo con certezza assoluta come onnipotente, giusto, misericordioso e amorevole. Proviamo ad essere figli degni del Suo amore in Cristo nostro Signore. Amen.

L’ onnipotenza di Dio

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

L’onnipotenza di Dio è la qualità preferita della Sacra Scrittura per mettere in evidenza la perfezione sovrana e l’infinita grandezza di Dio. Dio stesso dice di Sé nella Genesi 17,1: “Io Dio onnipotente”, e nell’Apocalisse (1.8) sta scritto: “Dio Signore onnipotente che è, che era, e che verrà.”

La sua onnipotenza significa che non ci sono limiti a ciò che Lui può compiere: sia ciò che rientra nell’ambito della nostra comprensione – come per esempio ridurre il tutto al nulla o di produrre all’istante molteplici mondi (come dice il Catechismo di Trento), sia azioni infinitamente più grandiose, superiori ad ogni immaginazione dello spirito umano.

Per la vita cristiana è essenziale tenere sempre presente l’onnipotenza di Dio, una qualità che non solo manifesta la Sua perfezione sovrana, ma anche (sempre secondo il Catechismo di Trento) contiene in se, o implica, tutte le Sue altre perfezioni. Il pensiero di questa Sua onnipotenza fa crescere i cristiani nella Fede, nella fiducia, e nella speranza: Se Iddio può fare tutto infatti, dovremmo sempre avere confidenza in Lui quando agiamo e quando preghiamo.

Quando agiamo, dobbiamo ricordarci delle sue parole agli Apostoli (Mt 17.19): “Se avrete fede grande quanto un granello di senape, direte a questa montagna: Passa di là; e passerà, e niente vi sarà impossibile”; quando preghiamo abbiamo la testimonianza di san Giacomo: “Chi chiede, chieda con fede senza esitare, chi esita è simile all’onda del mare, mossa e agitata dal vento; e non s’illuda di ottenere qualcosa da Dio” (Gc I. 6-7).

Il pensiero dell’onnipotenza di Dio deve inoltre far crescere in noi l’umiltà, secondo le parole di san Pietro: “Umiliatevi sotto la potente mano di Dio.”(1 Pt 5. 6); deve insegnarci a non temere “poiché null’altro v’è da temere se non Dio solo, che tiene in Suo potere noi e tutte le nostre cose” (Catechismo); e deve insegnarci infine a ringraziarLo sempre, perché tutte le grazie che abbiamo ricevuto vengono da Lui solo, così chè possiamo dire con la Santissima Vergine Maria (Lc.1.49): “Grandi cose ha fatto in me l’onnipotente.”

Teniamo dunque sempre presente nel nostro cuore l’onnipotenza di Dio, per avanzare nella virtù, e per acquistare una Fede, una fiducia, ed una speranza sempre più grandi in Lui Che può fare tutto per noi, e vuol fare tutto per noi: perché ci ama e vuole la nostra felicità quaggiù e nel Cielo. Amen.

Il Creatore

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Consideriamo in seguito 1) il Creatore; 2) la creazione; 3) il creato; 4) il motivo della creazione.

1. Il Creatore

Chi è il Creatore precisamente? Nel Credo professiamo chè il Padre è il Creatore; mentre nel vangelo di San Giovanni (1.3) leggiamo chè il Figlio lo è, poiché: ‘tutto è stato fatto per mezzo di lui’; nella Genesi (1.2), invece, impariamo che lo Spirito Santo ha un ruolo creativo: ‘Lo Spirito del Signore alleggiava sulle acque’. Chi è dunque realmente il Creatore?

Per rispondere a questa domanda, bisogna tener conto di due principi della teologia Trinitaria: La Santissima Trinità agisce ad extra (verso l’esterno) come Unità, ma una determinata opera Divina si attribuisce ad una Persona particolare secondo la proprietà di questa Persona all’interno della Santissima Trinità.

Concludiamo quindi che la creazione del cielo a della terra è opera della Santissima Trinità come Unità, come dichiara il Concilio di Firenze (Decretum pro Jacobitis 1441): Pater et Filius et Spiritus non tria principia creaturae, sed unum principium. Concludiamo ugualmemente che viene attribuita alle varie Persone Divine secondo le loro varie proprietà: in quanto la creazione è un effetto, viene attribuita al Padre come principio; in quanto è opera di sapienza viene attribuito al Figlio come Sapienza; e in quanto è opera d’amore, viene attribuita allo Spirito Santo come Amore.

2. La creazione

Nel Concilio del Vaticano I (s. III c. 5) impariamo che Iddio ha creato tutto ex nihilo: dal nulla. Questo significa che non c’era alcuna materia pre-esistente dalla quale Iddio abbia creato il mondo. Di fatti non c’era neanche tempo pre-esistente alla creazione, perché il momento della creazione indica allo stesso tempo l’inizio del mondo e l’inizio del tempo – che possiamo raffigurarci proprio come una dimensione del mondo.

Alla creazione del mondo si aggiunge la conservazione del mondo con la medesima virtù che gli diede l’essere. Se Iddio non conservasse il mondo, tutto ripiomberebbe instantaneamente nel nulla. La Sacra Scrittura dice (Sap.11.26): ‘Che cosa potrebbe sussistere se Tu non lo volessi? e se non fosse ognora sorretto da Te, che cosa potrebbe conservarsi?’

3. Il creato

Quando si parla della creazione del cielo si intendono e il cielo materiale e il cielo spirituale. Il cielo spirituale si riferisce agli angeli: i spiriti puri che sono i ministri di Dio. Tutti questi furono creati buoni, ma parecchi di loro hanno peccato gravemente nel ripudiare Iddio, e perciò si sono trasformati in demòni. Il Quarto Concilio Laterano (1215) dichiara dogmaticamente: Diabolus enim et alii daemones a Deo quidem natura creati sunt boni, sed ipsi per se facti sunt mali. La punizione di questo peccato, oltre al cambiamento di natura, fu la loro espulsione dal Paradiso per coabitare la terra con noi, o per cadere nell’inferno. In riguardo a quest’ultimo San Pietro scrive (2 Pet.2.4): ‘Dio non ha risparmiato gli angeli peccatori, ma li ha precipitati nell’inferno, abbandonandoli agli abissi delle tenebre, dove li mantiene per il Giudizio.’

La creazione del cielo (materiale) e della terra viene raccontata nella Genesi: la creazione dell’essere inanimato come la materia, le acque, la luce; la creazione del regno delle piante; del regno degli animali; e finalmente la creazione dell’uomo stesso.

L’uomo consiste in una parte fisica, ossia il corpo; ed una parte spirituale, ossia l’anima. Nella sua spiritualità assomiglia agli angeli, anche nell’eccellenza dei doni di cui era originariamente dotato, tra i quali (nel caso dell’uomo) erano la Grazia, la possibilità di non morire né soffrire, ed il controllo perfetto della ragione sulle passioni.

Però l’uomo, come il demonio, ha ripudiato Iddio tramite un peccato grave, cioè il Peccato Originale, e come punizione fu cambiato nella sua natura (che deviene ‘la natura caduta’), perdendo i doni sublimi di cui era stato dotato; in oltre (anche come il demonio) fu espulso dal Paradiso (questa volta il Paradiso terreno, il giardino di Eden).

3. Il motivo della creazione

Chiediamoci finalmente perché Iddio ha creato il mondo. La domanda può anche essere espressa: Perché qualchecosa piuttosto di niente? o più sempliciamente ancora: Perché?

Bisogna dire inanzitutto che Iddio ha creato il mondo in perfetta libertà: liberrimo consilio (Primo Concilio del Vaticano). Egli non fu costretto dalla violenza o dalla necessità nè esterna nè interna: perché non c’è niente di più potente o più alto di Dio che possa costringerLo; e non c’è nemmeno niente nella sua natura che possa indurrLo a creare il mondo, Iddio essendo in Se Stesso perfetto e beatissimo.

Di fatti, a causa proprio di questa stessa perfezione di Dio: a causa del fatto che Iddio è la somma di tutte le perfezioni, non era possibile che Egli avesse avuto un motivo per creare il mondo altro che Sé Stesso. Il Suo motivo per creare il mondo era dunque Sé Stesso: Universa propter semetipsum operatus est Dominus (Prov.16.4). Iddio è dunque sia il Creatore che il fine del mondo: in questo senso possiamo intendere le parole: “Io sono l’Alfa e l’Omega” (Ap.1.8).

Questo motivo di Dio nel creare non era però un motivo egoista, in quanto non creò il mondo per acquistare qualsiasi cosa, perché soli gli esseri imperfetti agiscono per questo fine, mentre l’Essere Perfetto, essendo in Sé Stesso la pienezza di tutto l’essere, non ha bisogno di nulla, come il Re Davide dice nel Salmo (15.2): ‘Io ho detto al Signore: Tu sei il mio Dio, perché non hai bisogno dei miei beni.’

No, il motivo di Dio non era egoista bensì altruista: agiva non per prendere ma per dare, non a causa della Sua utilità, ma solamente a causa della Sua bontà: non agit propter suam utilitatem, sed solum propter suam bonitatem (San Tommaso S. Th. I q.44 a.4). Il Primo Concilio del Vaticano dichiara Lo scopo della creazione nei termini seguenti: ad manifestandam perfectionem suam per bona quae creaturis impertitur: La manifestazione della Sua perfezione tramite i beni che impartisce alle creature.

Lo scopo della creazione comporta quindi due elementi: il primo è la manifestazione della Sua perfezione o, più ampiamente, la manifestazione della Sua perfezione e la Sua glorificazione – che ne è la conseguenza. Lo stesso Concilio definisce: Si quis… mundum ad Dei gloriam conditum esse negaverit, Anathema Sit.

La perfezione di Dio si manifesta ed Egli viene glorificato nel mondo in modi diversi, tra i quali sono: la stessa esistenza del mondo; la vita di quella parte del mondo che è vivente; e la conoscenza, la volontà, e soprattutto la santità delle creature razionali.

Il secondo elemento dello scopo del Creatore è l’impartire beni alle creature, di cui il più gran bene è la beatitudine eterna delle creature razionali nel cielo.

Vediamo qui che per le creature razionali i due elementi dello scopo di Dio hanno lo stesso oggetto: ossia la loro beatitudine eterna, poichè questa beatitudine allo stesso tempo glorifica Iddio e costituisce il loro (più grande) bene.

Deo Gratias!

Dio Padre

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Dopo aver riflettuto sull’unità di Dio ci rivolgiamo ora all’aspetto della sua Paternità, seguendo il Credo che professa: “Credo in un solo Dio, Padre onnipotente.”

Allora Iddio è Padre in tre sensi: è Padre del suo Figlio Divino secondo la Sua natura divina; è Padre di tutti gli uomini battezzati tramite la Grazia; ed è Padre di tutti gli uomini come il loro Creatore.

Osserviamo inanzitutto che Iddio è chiamato Padre nel Credo nel primo senso: come Padre del Figlio Divino, come prima Persona della Santissima Trinità; osserviamo altresì che la parte principale del Credo è strutturata sulla Fede in queste tre Persone Divine: “ Io credo in Dio Padre…ed in Gesù Cristo…credo nello Spirito Santo…”.

Guardiamo adesso brevemente ciascun modo di paternità, cominciando con quello più comune, ossia quello che si rapporta a tutti gli uomini.

1. Paternità creatrice

Iddio è Padre di tutti gli uomini nel senso che li crea, conserva, governa, e provvede per loro. Leggiamo per esempio nel libro di Malachia (2.10): “Non è forse uno solo il Padre di tutti noi? Uno solo, il nostro creatore?”

2. Paternità adottiva

Ma la Paternità di cui godono i cristiani, ossia i battezzati, è più intima e sublime della prima paternità, perchè li autorizza ad invocare “Abba Padre” e ad “essere chiamati, e ad essere davvero figli di Dio” (san Giovanni 1.3.1.). San Paolo aggiunge: “Se poi figli, anche eredi, eredi di Dio, coeredi di Gesù Cristo, primogenito tra innumerevoli fratelli”(Rom 8.17, 29) che “non si vergogna” di chiamarci tali (Ebr 2.11).

3. Paternità naturale

Ora, se questa Paternità di adozione è già un mistero sublime, che cosa si può dire della Paternità all’interno della Santissima Trinità? Qua incontriamo il mistero della Santissima Trinità: il mistero per eccellenza: il mistero dei misteri.

Per considerare la Paternità all’interno della Santissima Trinità bisogna cominciare con una considerazione della Santissimà Trinità stessa, pur essendo tanto limitata la nostra comprensione di essa.

Abbiamo già visto che Iddio è uno: nel senso che non ci sono altri dei, e nel senso che è un’unità in Sé Stesso. La fede ci insegna inoltre che questo un Dio consiste in tre Persone: un Dio in tre Persone, tre Persone in un Dio. La prima Persona è il Padre, la Seconda Persona è il Figlio, la Terza Persona è lo Spirito Santo. Queste tre Persone costituiscono insieme un solo Dio, un solo Signore – “non nella singolarità di un’unica persona, ma nella Trinità di un’unica sostanza” (per citare il prefazio della Santissima Trinità nel rito romano della S.Messa).

*

Guardiamo adesso più da vicino le tre Persone della Santissima Trinità.

Ora la Chiesa non ci permette di concepire alcuna differenza o ineguaglianza tra queste tre Persone, ma soltanto una distinzione in virtù delle loro proprietà. Le loro proprietà sono che: il Padre è non generato; il Figlio è generato dal Padre (come professiamo nel Credo della S. Messa); e lo Spirito Santo procede da entrambi.

Sarebbe sbagliato pensare che il Padre venga chiamato Prima Persona e Padre perché sia prima o più grande delle altre Persone divine: la santa Madre Chiesa ci insegna che Dio è al di fuori del tempo e proclama nelle tre Persone divine la stessa Maestà e Gloria.

No, il vero motivo per il quale il Padre viene chiamato Prima Persona si trova piuttosto nel fatto che Lui non è generato: è principio senza principio (inizio senza inizio); il vero motivo per il quale viene chiamato Padre si trova nel fatto che genera il Figlio.

Il Catechismo Romano insegna che possiamo raffigurarci questa generazione del Figlio come un procedere dall’intelletto del Padre, mentre possiamo raffigurarci il procedere dello Spirito Santo come un procedere dalla volontà (o amore reciproco) del Padre e del Figlio.

Questa dottrina spiega perché si parla del Figlio in termini intellettuali: come il Verbo, o l’Immagine, del Padre; e dello Spirito Santo come l’Amore reciproco del Padre e del Figlio. La dottrina può essere illustrata nel modo seguente: il Padre forma un’immagine mentale di Se Stesso. Questa immagine è il Figlio. Il Padre ed il Figlio si contemplano vicendevolmente, e poiché ognuno contiene in Se Stesso tutte le perfezioni: la Bontà, la Bellezza, la Gloria, la Maestà infinite, la contemplazione produce l’amore. Questo amore è lo Spirito Santo.

Che queste poche parole bastino per ora ad accennare, anche in modo molto rimoto, al mistero della Santissima Trinità e quello della Paternità Divina, misteri che non riusceremo mai a penetrare che minimamente, mentre preghiamo nella frase del Catechismo Romano: “affinché accolto un giorno nei tabernacoli eterni, sia(mo) degno(i) di scorgere questa meravigliosa fecondità di Dio Padre che, intuendo e comprendendo Sé Stesso, genera suo Figlio pari ed uguale a se stesso; di contemplare come l’identico Amore di carità dei Due, che è lo Spirito Santo, procedente dal Padre e dal Figlio, stringe reciprocamente in un vincolo eterno ed indissolubile il Genitore e il Generato; come in fine si attui così nella Divina Trinità l’unità di essenza e la perfetta distinzione delle tre Persone”.

Avvento (1)

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+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen

Carissimi fedeli, oggi comincia l’Anno Liturgico della Chiesa e, allo stesso tempo, il Santo Tempo dell’Avvento in cui ci ricordiamo della venuta del Signore a Natale, preparandoci per essa, con una preparazione interna delle nostre anime. Più seria sarà la nostra preparazione in Avvento, più grande sarà il frutto spirituale per noi a Natale.

Di fatti, ogni Festa della Santa Chiesa può portarci un frutto spirituale, ogni anno che assistiamo alla celebrazione della Festa di Natale, possiamo ricevere di nuovo un frutto spirituale dal Bambino Gesù +. Prepariamoci, dunque, bene per questa Festa almeno questo anno.

Come ci possiamo preparare?

Innanzi tutto la preparazione si deve adeguare alla Festa, mentre in Quaresima ci mortifichiamo in unione alla sofferenza di Nostro Signore per godere poi della Sua Vita gloriosa a Pasqua, in Avvento ci discipliniamo piuttosto in una specie di attesa allegra del Bambino Divino. Non cerchiamo grandi piaceri in questo Tempo anticipando le gioie di Natale, ma aspettiamo la Festa natalizia per prendere in essa la nostra gioia.

Vediamo dunque che una certa disciplina, uno spirito di moderazione in tutte le cose ci conviene a questo Tempo. Inoltre come in vista di ogni grande Festa della Chiesa, la purificazione dell’anima è richiesta. Se noi viviamo nel peccato mortale, adesso è il tempo per convertirci e fare penitenza, docili agli ammonimenti di san Giovanni Battista, lo stesso vale per il peccato veniale e altrettanto per le nostre imperfezioni.

Perché perseveriamo nel peccato e nelle imperfezioni quando sappiamo che a Dio non piace? San Paolo ci dice oggi: la notte è trascorsa, il giorno è vicino, rigettiamo dunque le opere delle tenebre e vestiamoci delle armi della luce, non viviamo dei piaceri eccessivi e dei sensi, nell’immodestia, nei conflitti con altri, ma vestiamoci nel Signore Gesù Cristo +.

Noi abbiamo la Fede. Se siamo nel peccato e non sentiamo la forza, né il coraggio, né la voglia di combatterlo, preghiamo il Signore che ci dia la forza; l’ora è venuta, adesso, per svegliarci dal sonno – dice san Paolo – e per essere concreti ci chiediamo cosa è il nostro peccato o vizio dominante, riflettiamo, e quando ce ne siamo accorti tiriamone le conseguenze e combattiamolo.

In una parola, il nostro compito nell’Avvento è quello della conversione, di preparare il nostro cuore alla Sua venuta, come un Presepio degno dell’Altissimo, meditiamo spesso sulla Sua venuta imminente leggendo l’inizio del Vangelo di san Luca, e visitandoLo nel Tabernacolo.

Dom Guéranger scrive: Durante il Tempo di Avvento Nostro Signore bussa alla porta dei cuori degli uomini, talvolta forte, talvolta piano. Lui viene per chiedere se hanno un posto per Lui, perché vuole essere nato nella loro casa. La casa è comunque la Sua, perché Lui l’ha costruita e la conserva, ma si lamenta che i suoi hanno rifiutato di riceverLo, almeno la maggior parte. Preparatevi dunque a vederLo nato dentro di voi, più bello, più radiante, più potente che l’avete mai conosciuto.

Questo, dunque, il nostro compito in Avvento che proviamo a fare con tutto il cuore, con l’intercessione della Santissima Madre di Dio, come anticipo del nostro incontro definitivo con il Signore in Cielo. Amen

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.
Sia lodato Gesù Cristo +

Avvento (2)

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+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.

Con l’Avvento, carissimi fedeli, facciamo almeno un piccolo proponimento, per prepararci più degnamente ad accogliere il Re della Gloria quando arriverà a Natale.

Invito tutti a riflettere su qualche cosa sulla quale dobbiamo migliorarci come qualche peccato troppo frequente, qualche vizio, qualche imperfezione sulla quale lavorare in questo santo Tempo.

Possiamo forse chiederci: sono impaziente? o sono forse una cattiva lingua? perdo il tempo con cose inutili? sono forse e persino in peccato mortale? Il Tempo, carissimi amici, è arrivato per lavorare su tutto questo, per superare le nostre cattiverie o imperfezioni, per la gloria di Dio.

In questa prima Domenica dell’Anno Liturgico, la Prima Domenica di Avvento, la Santa Madre Chiesa ci presenta agli occhi dello spirito lo stesso Vangelo (secondo un altro Evangelista) che la settimana scorsa, l’ultima domenica dell’Anno, ossia l’Avvento del Signore alla fine dei tempi; ci rende presente che anche la Sua nascita è la venuta di Dio Stesso sulla terra, dell’Uomo che allo stesso tempo è Dio.

‘Ci saranno segni nel sole e nella luna’. Questo sole, secondo sant’Antonio, così chiamato perché risplende solitario, è Gesù Cristo, il ‘Sole di Giustizia’ che abita una luce inaccessibile, tale che lo splendore di tutti i Santi quasi scompare paragonato al Suo splendore: cioè alla Sua Santità.

I segni che accompagnano la Sua nascita sono raccontati nel Vangelo di San Luca e di San Matteo. Nel primo Vangelo gli Angeli dicono ai Pastori: “questo sarà per voi il segno: troverete un Bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia”. Nel secondo Vangelo il segno è la Stella che conduce i Magi a Betlemme.

Ma ci saranno anche segni che seguiranno la nascita del Signore: Segni nel sole, nel senso di segni nel Corpo stesso del Signore, cioè le cinque Piaghe e soprattutto la piaga del Suo Costato, secondo sant’Antonio, dalla cui apertura verrà aperta la porta del Paradiso e dalla quale rifulge a noi lo splendore della Luce Eterna.

‘Ci saranno segni nel sole e nella luna’. Se Nostro Signore Gesù Cristo + è il Sole, la Sua Santissima Madre è la Luna: la stella più brillante del firmamento del cielo, brillante del riflesso della Luce Eterna del Suo Figlio. E il segno sarà, secondo Isaia, ‘che una Vergine concepirà e partorirà un Figlio il cui nome sarà Emmanuel’.

E’ dunque ‘ormai tempo che noi ci destiamo dal sonno’, come dice San Paolo oggi, perché è raggiunta la pienezza dei tempi, in cui Dio manderà il Figlio Suo, nato da donna, nato sotto la legge’.

Svegliamoci dunque dal sonno, dice di nuovo Sant’Antonio, cioè dall’amore delle cose temporali che chiudono gli occhi del cuore alla contemplazione delle cose eterne, le vane immaginazioni sulle cose di questo mondo che illudono i dormienti nelle prime ore del giorno e vengono fugate dal sorgere del Sole. Il misero pannicello nel quale Gesù fu avvolto e l’umile luogo del Presepio nel quale fu adagiato, ci invitano a svegliarci dal sonno e scacciare le vane fantasie.

Dunque carissimi amici, stacchiamoci dal nulla di questo mondo, dal sonno e dai sogni vani e completamente inutili, per preparare il nostro cuore all’Avvento del nostro Dio.

‘La notte è passata e il giorno si è avvicinato’: la notte dell’ignoranza e del peccato deve cedere al giorno illuminato della Luce eterna di Dio, Che è Lui la pienezza e la perfezione dell’Essere in cui non ci sono tenebre  “Deus lux est et tenebrae in eo non sunt ullae”, Dio che è la Verità stessa, la Bontà stessa e la Somma di ogni perfezione.

Svegliamoci, dunque, sorgiamo e accogliamo in noi la Luce della grazia, la Luce della fede e quella della carità, per farla brillare anche noi sul mondo tenebroso, da veri figli della Luce, perché i segni sono stati visti nel sole e nella luna: i segni comunicati dagli Angeli, dalla Stella e dal Profeta Isaia, di una Vergine che partorirà e di un Bambino che nascerà e sarà adagiato in una mangiatoia; e il fico sta per dare il suo frutto, e la nostra terra (come preghiamo nella Communio) sta per dare il suo frutto – la terra che è anche una immagine della Madonna che riceve nel Suo seno immacolato il Verbo Divino, per darlo come “frutto benedetto” a noi a Natale, per tutta la vita della grazia, nella santa Comunione, e dopo questo nostro esilio nella gloria della Patria Celeste.
Amen.

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.
Sia lodato Gesù Cristo +

Avvento (3)

 

Murillo+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen

Il Tempo dell’Avvento è un tempo di preparazione per l’Avvento o Venuta del Signore a Natale, come tale è un tempo di purificazione e di penitenza. La Liturgia ci ricorda dei sospiri dei Patriarchi e dei Profeti per farci desiderare con loro l’Avvento del Liberatore promesso e lo stabilire del Regno di Dio nelle nostre anime, per farci chiedere a Dio che la grazia divina, ma soprattutto il Redentore stesso, scenda su di noi. Rorate coeli desuper et nubes pluant justum, preghiamo. Una Preghiera che cresce in intensità con le grandi antifone: O Emmanuel, o Rex gloriae, o Oriens prima di Natale. In un tempo di purificazione, dunque, ma anche di penitenza la Liturgia ce ne ricorda col Vangelo sul Giudizio universale, e con il colore viola dei paramenti.

Bisogna dunque preparaci per il Natale non lasciando correre questo santo Tempo con una vaga idea che il Natale si stia avvicinando, bensì purificandoci per esempio con la lettura di questi testi dell’Avvento o dei capitoli iniziali del Vangelo di San Matteo e di San Luca, ed esercitando la penitenza con qualche piccola mortificazione. Non è adesso il momento di indulgerci con dolci o piaceri che convengono piuttosto a Natale.

Come immagine della purificazione tramite santi desideri e della penitenza, la Liturgia della Santa Madre Chiesa propone alla nostra attenzione la figura di San Giovanni Battista. Tutto il compito di San Giovanni Battista è di annunziare la venuta del Signore e poi di sparire davanti a Lui. In questo senso i Padri della Chiesa lo intendono come la stella mattutina che annunzia la venuta del Sole, che è il Sole di giustizia, la Luce increata che è Dio. Mentre la luce del Sole cresce, la luce della stella mattutina diminuisce e finalmente sparisce.

Il Vangelo odierno (Gv.1,19-34) esprime chiaramente questo suo compito, come spiega padre Guillerand certosino, quando i giudei gli chiedono: “chi sei tu?” – risponde: “non sono il Cristo”; quando gli chiedono che cosa egli sia, risponde: “io sono voce di uno che grida nel deserto, preparate la via del Signore”. Non si considera neanche una persona, dunque, ma solo una voce. Lui è la voce e il Signore è il Verbo; lui è la voce che parla del Verbo, soltanto uno strumento che ha funzione in rapporto a Dio; non ha altra funzione che preparare la via al Signore. Il battesimo che lui da, come spiega ai giudei, è un battesimo solo di acqua che prepara il vero Battesimo, quello dello Spirito Santo; è un battesimo di penitenza che prepara il popolo per la vita sacramentale.

Il Battista si abbassa davanti al Signore: se il Battista è, il Redentore era prima di lui; se il Battista appartiene ad un’ora passeggera del tempo, il Signore è eterno, è fuori del tempo: “prima che Abramo fosse, Io Sono” (Gv.8,58); il Battista abbassa se stesso davanti a Lui e non si ritiene neppure degno di sciogliere il laccio del suo sandalo.

Qualche versetto dopo in questo capitolo del Vangelo di San Giovanni, il Battista esprime il suo ruolo, come quello di un testimone: “io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio” (Gv. 1, 32-34).

La parola ci ricorda del Prologo dello stesso Vangelo dove leggiamo: ” Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce..” (Gv.1,6-8), il Battista dà la sua testimonianza, indica il Signore, si congeda dai propri discepoli affidandoli al Signore, presto sarà arrestato da Erode e ucciso da lui, e così sparirà davanti alla Luce eterna che aveva annunciata, alla quale ha dato non solo la sua testimonianza di fede, ma anche la propria vita.

San Giovanni Battista è modello del nostro agire nell’Avvento, ma non è solo questo. Questo uomo di cui nella parola del Signore ” non è sorto uno più grande tra i nati di donna ” (Mt. 11,11) è modello forte della santità, ci mostra nelle sue parole e nelle sue azioni ciò che è, in un certo senso, l’unica verità esistenziale per noi, cioè: Dio è tutto e noi siamo niente. Dunque ci insegna che dobbiamo assoggettarci a Dio, sottometterci a Dio, scordarci completamente di noi stessi per poi brillare della Sua increata Luce, sparendo completamente in Essa per testimoniare la Sua più grande gloria.  Amen.
+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.

Avvento (4)

 

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In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

Abbiamo già meditato, carissimi fedeli, sulla venuta del Bambino Gesù + nelle nostre anime, a Natale, in modo spirituale, ma bisogna sapere che, questa venuta spirituale nelle nostre anime è solo l’ombra della Sua venuta Sacramentale.

Sarebbe triste, davvero, di ricevere il Signore solo spiritualmente, alla Santa Festa di Natale, quando potremmo riceverLo anche sacramentalmente. Per questo, se siamo nel peccato mortale, dobbiamo confessarci prima di Natale, ma anche se siamo solo nel peccato veniale, dobbiamo confessarci per riceverLo più degnamente, il nostro Creatore e Signore, sotto il tetto del nostro cuore.

L’importanza dell’unione sacramentale al Bambino Gesù + è già evidente nel nome del luogo della Sua nascita, Betlemme, che significa “Casa del Pane”, non è un caso che Lui è nato in questo luogo, perchè nei progetti di Dio non esiste il “caso”, ma tutto avviene proprio secondo i consigli eterni di Dio, profetizzati dai Profeti, e in questo caso dal Profeta Michea e dichiarati dai pontefici Ebrei con le parole:  “è da Betlemme che deve uscire il Capo di Israele”.

È nato, dunque, nella Casa del Pane Colui che disse di Se Stesso: “Io sono il pane vivo disceso dal Cielo”, e in un altro passo: “Questo è il pane disceso dal Cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono; chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Gv.6).

In questo Tempo sacro di Avvento ci prepariamo, dunque, per l’unione sacramentale con Gesù Cristo + in forma di un piccolo Bambino, presentato a noi dalla Sua tenera Madre, l’incomparabile e Santissima Vergine Maria.

Nelle parole di Dom Guéranger: “Perchè questo Mistero si compia con maggior dolcezza, il dolce Frutto di Betlemme, si dispone dapprima a penetrare in noi sotto le sembianze di un Bambino, il più bello di tutti i figli dell’uomo. Lui vuole unirsi agli uomini perchè, essendo Lui la vita stessa, vuole che tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza, e perchè vuole trasformarci in Lui, in modo che non siamo più noi a vivere ma Lui che vive in noi”.

La realtà di questa unione sacramentale a Gesù Cristo + sotto la forma del Divino Bambino viene espresso in una esperienza mistica di Santa Faustina Kowalska, il cui Diario è da raccomandare a tutti. Scrive la Santa che: una volta durante la santa Messa, a lei apparve la Madonna con il Bambino Gesù e San Giuseppe e scrisse:

“La Madonna Santissima mi disse: – Eccoti il Tesoro più prezioso – e mi diede il Bambino Gesù. Gli dissi: – Io so che Voi siete il mio Signore e Creatore benchè siate così piccolo – Il Signore allungò le Sue braccia e mi guardò sorridendo. Il mio spirito era inondato di una gioia incomparabile. Gesù scomparve all’improvviso e la Santa Messa era giunta al momento di accostarsi alla Santa Comunione. Andai subito assieme alle suore a prendere la Santa Comunione con l’anima ripiena della Sua Presenza. Dopo la Santa Comunione sentii nel mio intimo queste parole: – Io sono nel tuo cuore quello stesso che hai tenuto in braccio-”

Carissimi fedeli, sappiamo bene che lo scopo della nostra vita è l’imitazione di Gesù Cristo +. Lui è il modello di ogni virtù, imitando Lui dunque, con l’aiuto della grazia, diveniamo perfetti. A Natale si presenta a noi come un Bambino per insegnarci, tra l’altro e senza dubbio, ad imitarLo anche come era da Bambino: semplice, trasparente, innocente, docile, umile, mite, dolce, amorevole. Che questo sia il nostro atteggiamento in Avvento, a Natale e sempre: verso altrui, ma soprattutto verso di Lui, per unirci più intimamente e più perfettamente a Lui spiritualmente, sacramentalmente, e dopo questa vita in terra, definitivamente in Cielo, alla gloria del Suo Santo Nome. Amen.

La Sacra Famiglia

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

In questa Festa della Sacra Famiglia, facciamoci qualche reflessione sulla sua natura. Per fare ciò occorre inanzi tutto capire i suoi scopi. Gli scopi della Sacra Famiglia, come di ogni famiglia e di ogni matrimonio, sono due: il bene dei figli e il bene degli sposi.

Il bene dei figli è il primo scopo della famiglia, e consiste nella generazione ed educazione dei figli. Nel caso della Sacra Famiglia, questa generazione non fu opera di un uomo (cioè di San Giuseppe) ma di Dio Stesso. Il frutto di questa generazione non era un semplice uomo – una persona umana – bensì una Persona Divina, con la natura divina, che possiede anche la natura umana: ossia Gesù Cristo Stesso.

Questa è dunque una grande perfezione della Sacra Famiglia: che la generazione del figlio (il primo scopo della famiglia) è opera di Dio Stesso; e che il suo frutto, ugualmente, è Dio Stesso. Nel caso della Sacra Famiglia, in altre parole, il Padre è Dio ed il Figlio è Dio.

Quanto a questa generazione del Figlio, la Beatissima Vergine Maria e San Giuseppe non sono meramente passivi, bensì collaborano coi disegni eterni di Dio, in quanto il loro legame matrimoniale e la loro vita comune sono il contesto della natività e dell’educazione del figlio. Essi collaborano dunque con Dio, e collaborano non in modo carnale, bensì in modo verginale – e dunque più perfetto.

Il bene degli sposi è il secondo scopo della Sacra Famiglia: il bene degli sposi o, in altre parole, la loro assistenza reciproca. Questa assistenza reciproca tra di loro possiede anche una grande perfezione, in quanto viene indirizzata ad un fine più sublime di quello di tutte altre famiglie: cioè l’educazione e la cura di Nostro Signore Gesù Cristo Stesso.

I due scopi di qualsiasi famiglia, che sono il bene dei figli ed il bene degli sposi, hanno come ultima meta la santificazione del figlio e, poi, di tutti i membri della famiglia. La Sacra Famiglia costituisce un’eccezione a questo principio perché la santificazione non viene dai genitori ma piuttosto dal Figlio. Lui, infatti, non ha bisogno di santificazione in quanto è il Santo Stesso; ed in quanto tale costituisce Se Stesso la fonte della santificazione della Sua madre e di San Giuseppe.

Ogni membro della Sacra Famiglia è modello delle virtù proprie al suo stato: San Giuseppe è modello di docilità alla volontà di Dio, espressa nell’ambasciata dell’ Arcangelo; modello della cura paterna nel guidare la Sacra Famiglia a Betlemme, a Gerusalemme, a Nazareth, ed in Egitto; modello della provvidenza paterna nel suo lavoro. La Madonna, invece, è modello di tutte le virtù manifestate nel racconto degli evangelisti, in particolare delle virtù materne della sottomissione, della preghiera, e della pazienza; il Signore Gesù, invece, manifesta le virtù filiali, in particolare quella di sottomissione, umiltà, obbedienza, e di onore verso Sua madre e Suo padre adottivo, malgrado il fatto che è infinitamente superiore a loro, essendo appunto il loro Creatore e Dio.

In questi modi possiamo dire in una parola che ogni membro della Sacra Famiglia, secondo il proprio ruolo dentro di essa, è modello eccelso della Carità.

Seguendo questi esempi della Sacra Famiglia proviamo noi a compiere i propri doveri verso i nostri famigliari, verso i nostri genitori e figli: con la preghiera, con l’esempio, e con la parola – quando riteniamo che sarà ascoltata; amiamoli, non con indulgenza eccessiva verso le loro debolezze eventuali, ma nella Carità e nella misericordia; chiediendo aiuto in tutto alla Sacra Famiglia, per poter un giorno, in compagnia di San Giuseppe e della Beatissima Vergine Maria, con tutti i nostri famigliari, adorare il Volto ineffabile del Bambino Gesù nel Cielo per tutti i secoli dei secoli.
Amen.

+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.

Sia Lodato Gesù Cristo.

L’Epifanìa

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+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

Epifania, carissimi fedeli, significa manifestazione, manifestazione di Gesù Cristo al mondo, soprattutto al mondo dei gentili rappresentato dai Magi. Questa Sua manifestazione si simbolizza nella Stella apparsa nel Cielo. La Stella significa in primo luogo Cristo la Luce, Lui è la Luce nel Suo rapporto al Suo Padre, “Luce da Luce”, un riflesso della Luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e immagine della Sua bontà, come leggiamo nel Libro della Sapienza.Poi è Luce nel suo rapporto all’uomo, la Luce degli uomini, come leggiamo nel Prologo di san Giovanni, la Luce vera, quella che illumina ogni uomo che viene in questo mondo, dobbiamo intendere la Luce, qua, come la Luce della ragione, la Luce della Fede e la Luce della Carità, perché ogni uomo gode della ragione e raggiungere alla Fede e la Carità se conduce una buona vita.

Questa Stella su Betlemme brilla nella notte come la Luce che san Giovanni descrive nel Prologo: che splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno superata, cioè, la Luce che è Cristo + non sarà soppressa dalle tenebre dell’ignoranza, né del peccato, ma diverrà una fonte di Vita soprannaturale per tutti coloro che Lo accettano.

Come dice già il padre di san Giovanni Battista, Zaccaria, quando profetizza: verrà a visitarci dall’alto un Sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte, e per dirigere i nostri passi sulla via della pace. In secondo luogo la Stella significa la Santissima Vergine Maria, come Stella o Donna di Luce, secondo due interpretazioni del Suo Nome, Lei splende al di sopra di questo mondo di tenebre dove, Piena di Grazia, accoglie in se stessa la Luce del Sole increato che è Dio, come Mediatrice di tutte le Grazie guida, con questa Luce, gli abitanti della terra verso il Sole eterno che è Dio. Di fatti il ruolo di Mediatrice, della Madonna, si vede chiaramente nel racconto dell’Epifania nelle parole: “entrati nella Casa videro il Bambino con Maria, Sua Madre”.

Ludolfo il certosino, commenta: I Magi avevano per Maestra, nella fede, quella Stella dolce e sovrana di cui l’altro non era che la figura. Come rispondono i Magi all’apparizione del Signore, alla Sua Epifania? Prostratisi Lo adorarono, poi aprirono i loro scrigni e Gli offrirono in dono oro, incenso e mirra, e dopo fecero ritorno per un’altra strada, al loro Paese.

Come risponderemo noi? Lo stesso commentatore scrive: offriremo al nostro Re l’oro della carità, al nostro Dio l’incenso delle nostre preghiere, al Redentore che soffre per noi la mirra amara della nostra compassione – e continua – e come i Magi allora, dopo aver adorato il Bambino prenderemo un’altra strada per tornare alla nostra Patria, perché la nostra Patria è l’innocenza e il Cielo. Siamo usciti per mezzo della superbia, la disubbidienza, l’attaccamento alle cose visibili, ci torneremo per mezzo dell’ubbidienza, la santa umiltà e l’indifferenza. L’amore per Dio è l’indifferenza del mondo!

Facciamo allora che soprattutto queste virtù siano rinforzate in noi da questa Festa dell’Epifania e che ci conducano, per un’altra strada, in Cielo. Amen

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.
Sia Lodato Gesù Cristo +