Le tre vie

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Ci sono tre tappe della vita spirituale, le ‘tre vie’, che vengono percorse dalle anime che corrispondono generosamente alla grazia di Dio. La prima è quella dei principianti, che si chiama la via purgativa. Abbiamo da fare con una purgazione della persona che sta lottando contro il peccato mortale, come l’impurezza, l’ubbriachezza, la mancanza alla santa Messa domenicale, la bestemmia. La preghiera dei principianti è caratteristicamente vocale.

La seconda via si chiama la via degli avanzati, o la via illuminativa. Il cristiano che cammina su questa via, lotta contro il peccato veniale, come la maldicenza, l’impazienza, la rabbia. La sua preghiera è piuttosto quella del cuore, dei sentimenti.

La terza via, la via dei perfetti, o la via unitiva, è quella di coloro che tendono alla perfezione. Si tratta meno della lotta contro il peccato che della perfezione delle virtù con la grazia di Dio. La preghiera di questa tappa è piuttosto astratta, contemplativa.

Si può trovare la radice di questa distinzione triplice nella sacra Scrittura. Nel salmo 33 leggiamo: ‘Schiva il male, fa il bene, e cerca la pace’: declina a malo, fac bonum, inquire pacem. La prima parte del versetto esprime la via purgativa, la tappa spirituale dove l’anima si purifica; la seconda parte esprime la via illuminativa, dove l’anima comincia a praticare le virtù; la terza esprime la via unitiva, dove la pace viene trovata nell’intima unione con Dio.

La stessa distinzione la vediamo nella parola del Signore: ‘Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno, e mi segua’ (Lc. 9.23). Vediamo di nuovo la pratica della purgazione, della virtù, e poi l’unione.

Anche nella tradizione patristica si trova la dottrina di un cammino tripartito; di timore, di speranza, e di carità: San Clemente di Alessandria descrive la tappa di timore come quella dove si astiene dal male e si mortificano le passioni; la tappa della speranza, dove si fa il bene e pratica le virtù; la tappa di carità, dove si fa il bene per amore di Dio. San Cassiano, parlando delle ascensioni dell’anima a Dio, scrive similmente del timore come proprio dei schiavi; della speranza come propria dei mercenari, e della carità come propria dei figli di Dio.

A causa della diversità di ogni anima da ogni altra, della diversità di carità di ognuna per Dio, e della diversità delle circostanze della vita, ne segue che anche il cammino di ogni anima verso Dio sarà diverso. Comunque, questi cammini, purché godano di una determinata durata, si possono sempre caratterizzare second le tre tappe, o tre vie. Padre Tanquerey, nella sua opera classica, il ‘Compendio di teologia ascetica e mistica’, ci fornisce la ragione profonda di questa distinzione.

In primo luogo bisogna purificare l’anima dalle colpe passate per poter giungere  alla purezza di cuore necessaria per poter vedere Dio: ‘Beati i puri di cuore, perché loro vedranno Dio.’ Questa purificazione comporta una sincera ed austera pentenza, una lotta vigorosa e costante contro il peccato e le tendenze cattive; comporta la preghiera e gli esercizi spirituali per fortificare la volontà e rassodare le virtù: ecco la via purgativa.

Poi l’anima si deve ornare sempre di più delle virtù cristiane positive, imitando il Signore in tutto: rendendosi docile a Lui, unendosi a Lui con l’affetto, nella seguela cottidiana e nella preghiera, lasciando le tenebre del passato e uscendo in fine nella luce del giorno, la luce di Dio: ecco la via illuminativa.

‘Viene poi il momento in cui l’anima, purificata dalle colpe, indocilita e fortificata, pronta alle ispirazioni dello Spirito Santo, non aspira più che all’intima unione con Dio: Lo cerca da per tutto… si attacca a Lui e gode della Sua presenza. La meditazione diviene affettuosa e prolungato sguardo su Dio e sulle cose divine sotto l’influsso… dei doni dello Spirito Santo’: ecco la via unitiva.

Deo Gratias!

Mezzi di santità

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Come iniziare il cammino della santità? Innanzitutto bisogna volerci santificare. Quando uno chiese a san Tommaso se fosse possibile santificarsi, rispose:’ Sì, se vuoi.’ La volontà è l’unica cosa che sta alla nostra completa disposizione: la possiamo utilizzare per fare o il bene o il male, o talvolta il bene e talvolta il male: spetta a noi.

Dio ci comanda di amare con tutto il nostro essere, e ci spiega anche come amare, dicendo: ‘Chi mi ama tiene i miei comandamenti.’ I comandamenti comprendono tutta la vita spirituale: che si può esprimere con questo principio: evitare il male (ovvero il peccato) e fare il bene. In questo discorso vogliamo offrire un quadro molto generale della vita spirituale sotto l’aspetto di questo principio.

  1. a) Evitare il peccato

Il peccato, sopratutto quello mortale, dev’essere il nostro primo bersaglio, non dimenticando che vincere un peccato abituale può superare le forze umane e dunque richiede ricorso alla grazia di Dio con preghiere costanti e fervorose. La confessione regolare è di importanza capitale per contrastare il peccato. La Chiesa ci comanda di confessarci ‘una volta all’anno’, ma questo specifica solo il minimo indispensabile: meglio sarebbe ogni mese, o per persone che stanno cominciando un cammino spirituale, o già avanzati su esso, ogni settimana. La confessione ci presta la grazia per poter combattere il peccato: luce per poter vedere la volontà di Dio e lo stato dell’anima, e la forza per poter agire di maniera decisa e forte.

Per evitare meglio il peccato, bisogna conoscerne la fonte. La fonte del peccato è triplice e consiste nei tre nemici dell’uomo: il mondo, la carne, ed il demonio.

Il mondo è il luogo dove operano i nemici di Gesù Cristo, anche al loro insaputo, che vogliono sedurre i Suoi amici o terrorizzarli per associarsi a loro. I figli del mondo si manifestano sopratutto nei mass media e nelle cattive compagnie.

La carne significa le tre concupiscenze della natura caduta: quella degli occhi – l’avarizia e la curiosità; quella della carne – la gola e l’impurezza; e quella della propria eccellenza – la superbia.

Il demonio, invece, utilizza gli altri nemici e le nostre debolezze morali o psichiche per farci cadere nel peccato.

  1. b) Fare il bene

Per fare il bene, bisogna coltivare le virtù. La virtù teologale della fede: approfondendo la conoscenza di Dio e della rivelazione, nonche la santa fiducia in Lui; la speranza, fissando lo sguardo sul nostro fine ultimo, il cielo, e vedendo tutte le cose di questa vita alla luce della fede; la Carità ovvero l’amore del battezzato in istato di Grazia che consiste nel compiere atti indirizzati a Dio o al prossimo per Dio e per amor di Dio: e più amore gli atti contengono, più porteranno alla santità e più glorificheranno Dio.

Le quattro virtù cardinali sono essenziali per la perfezione morale: la giustizia negli affari economici e nei rapporti con altrui: corrispondendo ad ognuno il suo debito; la temperanza, ovvero delle emozioni nel controllare eccessi nell’ira, nella paura, nella tristezza – secondo il proprio temperamento; e poi la castità che è la temperanza nell’ambito carnale; la virtù della fortezza, parlando ad esempio senza rispetto umano, e finalmente la prudenza che si rapporta alle azioni, che comprende le deliberazioni prima di agire ed il chiedere consigli a coloro che abbiano maggior esperienza o saggezza di noi.

La preghiera è essenziale per ogni tappa della vita spirituale: la preghiera di mattina, offrendo la giornata a Dio e chiedendo il Suo aiuto per fare la Sua divina volontà e per essere protetti contro ogni male; la preghiera di sera, ringraziandoLo ed esaminando la coscienza, avendo ricorso sempre anche alla Madonna ed al nostro angelo custode; le preghiere prima e dopo i pasti, l’angelus alle sei di matina, a mezzogiorno, e alle sei di sera; il santo Rosario ed una meditazione ogni giorno per almeno 10 minuti, idealmente sul vangelo.

Ecco dunque un quadro molto generale della vita spirituale che, preso sul serio, costituisce il cammino verso il cielo: il cammino di perfezione e di santità.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Natura e possibilità della santità

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

‘Siate santi perché Io sono santo’ dice il Signore quattro volte nel libro Levitico; e Nostro Signore Gesù Cristo ci dice nel vangelo di san Matteo (5): ‘Siate voi dunque perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste.’ La santità e la perfezione sono di fatti la stessa cosa, perché la santità è nient’altro che la perfezione dell’amore. Questa perfezione viene descritta nel vangelo di san Marco (12) con le parole seguenti: ‘Amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, e con tutta la tua forza… ed il prossimo tuo come te stesso.’

Qualcuno può obiettare però che non si può divenire perfetti: è perfetto solo Dio. Rispondiamo dicendo che ci sono due tipi di perfezione: la perfezione di Dio che è una perfezione assoluta, e la perfezione dell’uomo che è una perfezione partecipata, ovvero alla perfezione di Dio; ed una perfezione relativa, ovvero alla natura umana. Questa perfezione partecipata e relativa è possibile per noi, anche se non proviene da noi, bensì da Dio solo, tramite la Grazia.

Un’altra obiezione eventuale all’idea di una chiamata alla santità è di ordine più personale: ‘Io divenire santo? Impossibile! Non sarei mai io un san Francesco, un sant’Antonio, una santa Caterina da Siena, una santa Gemma Galgani! Sono debile, mediocre, non sarebbe mai possible.’ Bisogna rispondere che Dio non chiede mai l’impossibile: se ci chiede di divenire santi, dev’essere possibile – ma come? Troviamone la soluzione nella parabola dei talenti (Mt. 25) di cui citiamo adesso solo una parte: ‘… colui che aveva ricevuto cinque talenti ne presentò altri cinque, dicendo: ‘Signore, mi hai consegnato cinque talenti, ecco ne ho gaudagnato altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prende parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele in poco, ti darò autorità su molto; prende parte alla gioia del tuo padrone…’

Intendiamo questa parabola dunque con rapporto alla santità. I talenti sono la capacità per essa: colui che ne riceve cinque, ne riceve una capacità grande; colui che ne riceve due, riceve una capacità meno grande; chi invece ne riceve solo uno riceve una capacità ancor meno grande. Il Signore dà ad ognuno una determinata capacità per la santità, e vuole che ognuno se ne serva pienamente: ciò che avevano fatto i servi che avevano ricevuto i cinque ed i due talenti. Il fatto che ognuno di loro si è servito pienamente della capacità – il fatto che la sua santità correspose alla sua capacità – si manifesta nella quantità di talenti che acquistava: colui che ne aveva ricevuti cinque, acquistava ancora cinque; colui che ne aveva ricevuti due, acquistava ancora due. Il fatto che ognuno di loro divenne santo si manifesta nelle parole identiche che indirizzava a loro il padrone: ‘Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prende parte alla gioia del tuo padrone.’ Il servo cattivo invece, come si ricorderà, non si serviva della capacità sua e quindi venne dannato.

I grandi santi, quelli canonizzati, ne hanno ricevuto una grande capacità, e l’hanno esercitata pienamente; noi invece che ne abbiamo ricevuto una capacità meno grande, dobbiamo comunque esercitarla pienamente, che con la Grazia di Dio e con l’intercessione della Madonna e di tutti i santi sicuramente lo faremo alla Gloria della santissima, una ed indivisa Trinità. Amen. Deo gratias!

San Pio X

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

San Pio X, nato a Riesi nell’anno 1835, provenne da una modestissima famiglia rurale. Studiò nel seminario di Padova con risultati eccellenti, ed operava per quasi 20 anni poi nelle parrocchie di Tombolo e di Salzano. A quarant’anni fu chiamato dalla curia di Treviso dove diviene direttore spirituale del seminario e canonico della cattedrale. A 50 anni fu elevato all’episcopato di Mantova – una prova che la santa Sede considerava disperata, ma dove uscì di nuovo vincitore. A quasi 60 anni diviene cardinal patriarca di Venezia, riuscendo a guadagnare i cuori di tutti: dal popolo più semplice, alla nobiltà, ai politici, ed ai visitatori illustri della città. A quasi 70 anni entrò nel conclave con la fama di uomo di alto profilo spirituale, che non aveva cercato nessuna promozione e non era mai fallito in nessuna prova. Da papa è noto tra l’altro per la sua riforma del diritto canonico, della musica sacra, della curia romana, dei seminari, e dell’Azione cattolica; anche per la sua promozione della santa Comunione frequente e di quella per i fanciulli.

Ci sarebbe molto da dire sulle sue virtù sacerdotali e personali: la mortificazione, le quattro ore di sonno che non oltrepassava sin dalla gioventù, l’evitare l’ozio, la rigorosa povertà, la dedicazione al lavoro ed agli studi, la carità verso i fedeli a lui affidati, i miracoli frequentissimi che accompagnavano le sue udienze papali; ma vogliamo volgere lo sguardo adesso su due suoi compimenti particolari: ovvero sulla promozione della fede e sul conflitto con la Francia. Questi compimenti si realizzano su due campi di importanza sempre più attuale: sul campo dottrinale dell’insegnamento ecclestiastico, e sul campo politico del rapporto tra Chiesa e stato.

1. La promozione della fede

Durante l’intera vita sacerdotale, considerava l’insegnamento del catechismo come il primo suo dovere: Già da cappellano di Tombolo iniziò a scrivere istruzioni catechetiche; da parroco di Salzano scrisse un primo catechismo; da vescovo di Mantova lavorava per giungere ad un catechismo unico e definitivo; da papa promulgò il celebre catechismo che porta il suo nome e che si può considerare addirittura come coronamento della sua missione papale.

Quest’opera si caratterizza per la sua precisione, chiarezza, e per la trattazione di tutte le verità della fede senza alcuna diluizione. Scritta in forma di domanda e risposta, si può illustrare con i seguenti esempi: “Chi adunque vi ha messo a questo mondo? Iddio; A qual fine vi ha messo a questo mondo? perchè avessi a conoscerlo, ad amarlo, a servirlo in questa vita, e poi andarlo a godere in paradiso… Chi è Dio? il Creatore, il Padrone del cielo e della terra; perchè dite Creatore del cielo e della terra? Perchè Dio è colui che ha fatto il cielo e la terra.”

Se san Pio X combatteva per la fede in modo positivo con la catechesi, combatteva in modo negativo coll’attacco contro il modernismo che definiva: “la sintesi di tutte le eresie.” Particolarmente da notare in questa battaglia sono l’enciclica Pascendi, il Sillabo degli errori ed il sodalitium, l’associazione da lui fondata per indagare e per sradicare l’eresia nascente.

La voce del santo che si sente attraverso le condanne del modernismo è nient’altro che quella della Chiesa stessa, che anatematizza da sempre tutto ciò che possa minacciare, relativizzare o contaminare l’assolutezza e la purezza della fede – anche se la mente moderna, ottenebrata, come lo è, dalla concupiscenza e dal soggettivismo sembrerebbe non comprendere più il fatto che se una cosa è vera, il suo contrario dev’essere falso.

2. Il conflitto con la Francia

La politica anticattolica del governa francese era cominciata durante gli ultimi anni di papa Leone XIII e culminò nella legge di denuncia del Concordato e di separazione nell’anno 1905. La legge prevedeva che la gestione della cose del culto, a cominciare dal possesso degli edifici sacri, passasse ai laici sotto vigilanza prefettizia.

Rifiutarsi di accettare la legge significava perdere tutto il patrimonio immobiliare ed affrontare realmente l’ignoto materialmente e spiritualmente. La maggior parte dei vescovi francesi fu favorevole a cedere ed a trattare col governo, ma l’ultima parola spettava al papa. La decisione gli costava notti di insonnia e di profonda angoscia, ma poi, con l’enciclica Gravissimo officii del 1906, oppose un rifiuto totale.

Nelle parole del padre Dal Gal dalla biografia di san Pio X, su cui ci basiamo per questa sezione: ‘La sua condotta fu di una chiarezza cristallina. Messo da parte ogni sotterfugio politico, egli considerò solo l’aspetto religioso della questione. Cioè il fatto che le associazioni, sovvertendo la costituzione della Chiesa, avrebbero “violato i sacri diritti che tengono alla vita stessa della Chiesa”. Perciò le respinse. Davanti al problema di principio, non cercò alcun compromesso e scelse la strada più impervia. Disse di aver anteposto il “bene” della Chiesa ai suoi “beni”; ed affermò: “Meglio la libertà con la povertà che la ricchezza con la schiavitù.” A che gli chiedeva come avrebbe potuto esercitare il suo ministero l’arcivescovo di Parigi senza casa, stipendio, e senza chiesa, rispose: “Si può sempre nominare arcivescovo un frate francescano, obbligato dalla regola di vivere in assolta povertà”. Con il segretario, che gli riportava le obiezioni dei suoi critici, disse: “Io mi consiglio davanti al Crocifisso e poi prendo le mie decisioni.”

Nella fermezza del papa c’era il desiderio di far ritrovare alla Chiesa la sua libertà, pur pagandola il prezzo più alto. La sua decisione, ed il discorso che pronunciò in seguito ai 14 vescovi da lui nominati per le sedi vescovili vacanti della Francia, sono tra gli atti i più alti della rettitudine e della semplicità cristiana del suo spirito, che non conosce compromesso quando si tratta di decidere tra il vero ed il falso, il bene ed il male.

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Preghiamo san Pio X che la gerarchia ed il clero tornino alla proclamazione chiara, pura ed incontaminata dell’unica, vera fede; che la Chiesa torni a collaborare intimamente con lo Stato per proteggere tutti i cittadini dalla falsità dottrinale e morale affinche gerarchia, clero, Chiesa, e Stato possano efficacemente compiere il fine ultimo per cui esistono: la salvezza e la santificazione di tutti gli uomini.

San Pio X,  prega per noi! Amen.

San Giovanni della Croce

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

San Giovanni della Croce è dottore della Chiesa, che tra tutti i dottori della Chiesa ha saputo analizzare ed esporre in modo sintetico la vita spirituale dai suoi inizi col combattimento contro il peccato mortale, fino alle vette piu sublimi della mistica. È vissuto in Spagna tra 1542 e 1591, figlio di una famiglia povera, divenuto sacerdote per ubbidienza, ed insieme a santa Teresa d’Avila, responsabile della ripresa del rigore originario dell’ordine carmelitano: un lavoro che gli è costato disprezzo, bastonati, imprigionamento, e flagellazione.

La sua dottrina, espressa in poesia mistica e poi in commentari, che è riconosciuta dalla Chiesa cattolica propria come sua, si può formulare in questo modo: La vita sana dell’uomo consiste nel suo amore per Dio: l’unica cosa necessario in assoluto. Per raggiungere questo amore in modo pieno, occorre una disciplina ascetica costante, sia esteriore che interiore.

Quanto al lato esteriore, scrive (Salita I, 13.3) che la persona “abbia un costante desiderio di imitare Cristo in ogni azione, conformandosi con la propria vita a Lui. Deve meditare su di Lui per saperLo imitare e per potersi comportare in tutte le azioni come Lui si comporterebbe.”

Quanto al lato interiore, la persona deve raccogliere tutte le facolta mentali in Dio: la conoscenza si deve riempire con la Fede; la volontà con la Carita; mentre nell memoria tutti i ricordi si devono sostituire con la speranza; le emozioni si devono sottometere alle cose di Dio; l’immaginazione e la fantasia devono tacere; ed i sensi non devono cercare le proprie soddisfazioni, bensì essere utilizzati solo per compiere i doveri della persona, offrendo a Dio i piaceri che ne possono conseguire, piuttosto che non afferarli in modo egoista a se stessi. In una parola: Amare Dio, e spogliarsi per Dio di tutto ciò che non è Dio. In questa maniera la persona comprenderà tutto alla luce di Dio: riferendo a Lui quanto di vero, di buono, e di bello c’è nelle cose e nelle persone.

Una parte essenziale della vita interiore dell’uomo costituisce naturalmente la preghiera. Per primo c’è la preghiera vocale privata o liturgica, tanto in luogo solitario che in assemblea, davanti ad un quadro, oppure dinanzi a Cristo Crocifisso.

Secondo, c’è la preghiera meditativa che è in genere piu faticosa, perche è attività discorsiva, ovvero un riflettere, un ragionare alla ricerca di “qualche notizia ed amore di Dio” (Salita II, 14. 2). La persona si deve applicare parecchio per acquistare l’abitudine della meditazione, ovvero una certa facilità e piacevolezza a meditare: perciò deve scegliere tempi e luoghi nei quali i sensi e lo spirito sono meno ostacolati nell’elevarsi a Dio.

In terzo luogo c’è la contemplazione “acquisita” a cui conducono la preghiera vocale e la meditazione: ossia quell’attitudine interiore in cui la mente si pone in una conoscenza di Dio indistinta, pacifica, riposante, che suscita in essa diletto, amore, sapienza (Salita II,14.2). Chiaramente più si toglie dall’ambiente terreno con le pratiche di mortificazione (già enumerate), più si può attaccare a Dio nella contemplazione – e, come spiega il santo, quando una si stacca dal creato, si attacca per forza a Dio, in quanto il vuoto di per se stesso non esiste affatto.

Osserviamo che questa dottrina è tutto il contrario dell’ideale dell’uomo di oggi che conosce, vuole, e ricorda solo il mondo puramente naturale e che si lascia condurre dalle emozioni, dalla fantasia, dai sensi e dai piaceri verso tutto ciò che gli possa apparire buono.

Osserviamo altrettanto che questa dottrina, che consiste nell’annichilmento dell’io e della glorificazione di Dio, è tutto il contrario della filosofia moderna con la sua glorificazione dell’io ed con il suo rigetto di Dio.

Per dare un’idea degli scritti di san Giovanni, vogliamo adesso considerare brevemente la prima metà della sua poesia ‘La notte oscura’ che serve come testo da lui commentato nella sua opera ‘Salita del Monte Carmelo.’ Si tratta dell’anima, che in una notte oscura esce da una casa addormentata per una scala segreta, guidata dalla luce del suo cuore per incontrare qualcuno fuori della casa.

Lui spiega che la notte oscura è lo stato di purificazione dell’anima nei sensi e nell’intelletto; la casa è addormentata inquanto l’anima non è più disturbata dagli appetiti; la scala segreta e la luce del cuore sono la fede che è la sua guida verso l’unione a Dio nella contemplazione in questa vita, e nella beatitudine eterna nella prossima.

‘In una notte oscura, con ansie di amore tutta infiammata (o felice ventura!) – uscii, né fui notata, stando già la mia casa addormentata. Nella felice notte segretamente, senza esser veduta, senza nulla vedere, senza altra guida o luce fuor di quella che in cuore mi riluce. Questa mi conduceva, più sicura che il sol del mezzogiorno, laddove mi attendeva Chi ben conoscevo, e dove nessun altro si vedeva…’

Carissimi amici, è la mia speranza che qualcuno, sentendo questi pochi elementi, questi singoli frammenti, dell’armonia celeste della dottrina del santo, si proporrà di metterla in pratica nella vita. La vita è breve e ci aspetta l’eternità. Passiamo dunque questi nostri brevi anni sulla terra solo preparandoci per raggiungere quel grado di gloria e di beatitudine che Dio ci apparecchia da sempre.

San Giovanni della Croce ci insegna di dare ‘tutto per Tutto’: di dare tutto il finito, il passeggiero, e transitorio di questo mondo per ricevere l’Infinito, l’Immutabile, e l’Eterno del cielo: di dare tutta la nostra vita a Lui, per ricevere da Lui tutta la Sua vita divina: all gloria del Suo Santo Nome e per la nostra eterna felicità. Amen.

L’Assunzione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

 I   La Dormizione

In questa meditazione vogliamo considerare il carattere della morte della Beatissima Vergine Maria.

In virtù dell’eccellenza e dell’eccelsa santità della Beatissima Vergine Maria ella è morta come uno che si addormenta. Perciò la sua morte viene descritta più precisamente come ‘dormizione’. Se si chiedesse perché non avrebbe potuto evitare completamente la morte, la risposta deve essere perché Iddio voleva la Madonna tutta simile a Gesù, essendo morto il Figlio, conveniva che ancor morisse la Madre. Ora questa morte fu caratterizzata da due tratti: dalla sua dolcezza e dalla sua felicità.

A questo riguardo insegna sant’Alfonso che di sono 3 cose rendono amara la morte: ‘Lattaccamento alla terra, il rimorso dei peccati, l’incertezza della salute.’ Mentre la Beatissima Vergine ‘morì tutta distaccata, come sempre visse, dai beni mondani; morì con somma pace di coscienza; morì con certezza della gloria eterna.’

 

  1. Il Suo Distacco dalle Cose di questa terra.

Ebbene nell’Eccclestiasticus si legge (41): ‘O morte quanto è amaro il ricordo di te agli uomini che hanno la pace nei loro possessi.’ Similmente il Signore ci dice che è difficile che un uomo ricco si salvi – un uomo che ha messo la fiducia nelle cose di questo mondo. Mentre la morte dei santi non è amara, bensì dolce, amabile e preziosa, perché muoiono distaccati dal mondo: muoiono nel Signore: ‘Beati i morti che muoiono nel Signore’ (Apc. 14.13).

Ora la Madonna fu l’esemplare il più insigne di questo spirito di distacco. Sant’Alfonso scrive: ‘Sin dall’età di 3 anni lasciò i suoi parenti ed andò a rinserrarsi nel Tempio per attendere solamente a Dio, distaccato dalle robe, contentandosi di vivere sempre povera, sostendandosi colle fatiche delle mani, distaccata dagli onori, ed amando la vita umile ed abietta – benché le toccasse l’onor di regina per ragione della discendenza che traeva dai re d’Israele. Rivelò la stessa Vergine a sant’ Elisabetta benedettina, che quando fu lasciata nel Tempio dai suoi parenti stabilì nel cuore di non aver altro padre, e non amar altro bene, che Dio.’

L’introito della Festa dell’Assunzione cita la frase seguente del libro dell’Apocalisse: ‘Un grande segno apparve in cielo: una donna vestita del sole, con la luna sotto i piedi’ (12.1). Quest’immagine viene attribuita dalla teologia alla Beatissima Vergine Maria assunta nella gloria. Sant’Alfonso scrive: ‘Per la luna spiegano gli interpreti significarsi i beni di questa terra che sono caduchi e mancano come manca la luna. Tutti questi beni la Madonna non li ebbe mai nel cuore ma sempre li disprezzò e le tenne sotto i piedi.’

Un’altra immagine della sacra Scrittura che ci indica il suo distacco da questo mondo è quella della tortorella nella frase: ‘La voce della tortorella si udì nella nostra campagna’ (Cant. 2. 12), perché la tortorella è un uccello solitario. Una terza immagine è quella della persona ‘che ascende per lo deserto’ nello stesso Cantico dei cantici (3.6). Ruperto di Deutz commenta: ‘In tale guisa ascendeste per lo deserto perché avevate un’anima solitaria.’ In breve, la Madonna era distaccata dalle cose di questo mondo e quindi la sua morte era dolce.

 

  1. la Sua Pace di Coscienza

Per citare ancora sant’Alfonso: ‘I peccati fatti nella vita sono quei vermi che maggiomente affligono e rodono il cuore dei poveri peccatori moribondi, i quali, dovendo allora tra breve presentarsi al divino tribunale, si vedono circondati in quel punto dai loro peccati che lo spaventano e lor gridano intorno al dir di san Bernardo: ‘Siamo opera tua. Non ti abbandoniamo.’ Si può aggiungere che questo vale soprattutto per i peccati non perdonati, ma anche per i peccati perdonati, perché anche questi affligono la coscienza col rimorso, col rimorso per tempo perso o persino per tutta una vita sprecata, per occasioni mancate per amare Dio e progredire nella santità. Tutti questi peccati divengono vermi, come anche la coscienza stessa diviene verme all’ora della morte, e per i dannati diviene il verme che non muore mai.

La Santissima Vergine Maria invece non poteva essere afflitta da alcun rimorso di coscienza perché era completamente libera dal peccato: sia originale che attuale. Quanto al peccato originale, citiamo la Bolla Ineffabilis di beato Pio IX: ‘Dal primo istante della sua concezione per mezzo di una grazia ed un privilegio singolare di Dio Onnipotente, in virtù dei meriti di Cristo Gesù Salvatore del genere umano, fu preservata immune da ogni macchia del peccato originale.’ Quanto invece al peccato attuale, il concilio di Trento dichiara: la Chiesa mantiene che la Beata Vergine, mediante un privilegio speciale di Dio, poteva evitare tutti peccati, anche veniali, durante tutta la sua vita (S. VI c. 23). Così la frase del cantico dei cantici si può applicare a le: ‘Tutta bella sei tu, o mia diletta, e macchia non è in te.’

Sant’Alfonso commenta: ‘Dacchè ebbe l’uso di ragione cioè dal primo istante della sua immaolata concezione nell’utero di sant’Anna, sin d’allora cominciò con tutte le sue forze ad amare il suo Dio, e così seguì a far semore più avanzandosi nelle perfezione e nell’amore in tutta la sua vita. Tutti i suoi pensieri, i desideri, gli affetti non furono che di Dio: non disse parola, non fece moto, non diede occhiata, non respirò, che non fosse per Dio e per la sua gloria, senza mai storcere un passo, senza mai distaccarsi un momento dall’amore divino.’ Il santo descrive come tutti questi atti le si fecero intorno al suo beato letto e, consolandola, dicevano: Siamo opere delle tue mani: non ti abbandoniamo.’

 

  1. La Sicurezza della Madonna sull’Eterna Salute

I peccatori che muoiono con dubbio della loro salute temono con un grande spavento di passare ad una morte eterna, mentre i santi si rallegrano nella loro grande speranza di andare a possedere Iddio nel cielo. ‘San Lorenzo Giustiniani, stando vicino alla morte e sentendo i suoi famigliari che piangevano intorno disse: ‘Andate altrove a piangere: se volete stare qui con me, avete da godere come godo io in vedermi aprire la porta del paradiso ed unirmi col mio Dio.’ Similmente san Luigi Gonzaga , quando ricevette le notizie della morte, esclamò: ‘Mi sono rallegrato quando mi hanno detto: andremo nella casa di Dio: ‘Laetatus sum in his quae dicta sunt mihi: in domum Dei ibimus.’

Eppure gli altri santi non avevano la certezza della divina grazia, ne della propria santità, come ne era la Madonna, che già dalla parola dell’Arcangelo Gabriele aveva somma certeza di esssere l’oggetto del sommo favore di Dio: Ave Gratia plena, Dominus tecum, Benedicta tu in mulieiribus… invenisti gratiam apud Deum.’ Quanta era la sua certezza della propria salvezza, tanta era la sua allegria alle notizie della morte, del suo transito imminente al possesso pieno e definitivo di Dio.

 

  1. La Causa della Morte della Beatissima Vergine Maria

Sant’ Alfonso argomenta che il principio della sua vita era il principio della sua morte. Il principio della sua vita, e dunque anche della sua morte, era l’amore divino.

Bernardino da Bustis scrive che la Madonna, per privilegio singolare non conceduto ad alcun altro santo, amava e stava amando sempre attualmente Dio in ogni istante della sua vita e con tanto ardore che dice san Bernardo esservi stato necessario un continuo miracolo acciocchè ella avesse potuto vivere in mezzo a tante fiamme.

Della Madonna fu già detto dei sacri cantici: ‘Chi è costei che ascende per il deserto quasi colonna di fumo dagli aromati di mirra, e d’incenso, e di ogni polvere e profumerie’ (Cant. 3.6): Un pio autore commenta: ‘La sua totale mortificazione figurata nella mirra, le sue ferventi orazioni significate nell’incenso, e tutte le sante sue virtù unite alla sua perfetta carità verso Dio, accendevano in lei un incendio così grande, che la sua bell’anima, tutta sacrificata e consumata dal divino amore, s’alzava continuamente a Dio qual verghetta di fumo, perché internamente consumata in olocausto dall’incendio dell’amor divino, da lei vampava soavissima fragranza.’

Sant’Alfonso conclude: ‘Qual visse l’amante Vergine, tale morì. Siccome l’amore divino le die la vita, così le die la morte, morendo ella come comunemente dicono i dottori ed i santi Padri, non di altra infermità che di puro amore, dicendo sant’Ildefonso che Maria o non doveva morire, o solo morire di amore. Amen.

 

                        II   L’Assunzione

 In salmo 132.8 si legge: ‘Su via, o Signore, al vostro riposo, voi e l’arca della vostra santificazione.’ I teologi applicano questo passo non solo all’introduzione dell’arca del testamento nella città di Davide, ma anche all’ Ascensione del Signore e all’Assunzione della Beatissima Vergine Maria in cielo. Ella era l’arca della nuova allenaza, l’arca della santificazione del Signore nel senso che ella fu santificato dalla presenza del Signore nel suo seno: benedetta fra le donne perché benedetto il frutto del suo seno Gesù. A questo riguardo scrive san Bernardo: ‘Ascenda per la Vostra santissima Madre, Maria, già santificata nel concepirVi.’

Quanto alla pompa con la quale la beatissima Vergine entrasse in cielo, era più nobile e gloriosa di quella dell’arca del testamento, di quella con la quale il profeta Elia fu trasportato in cielo, eppure di quella con la quale il Redentore Stesso era asceso in cielo: Ovvero l’arca del testamento fu accompagnata dal re Davide e da tutta la casa d’Israele; il profeta Elia fu accompagnato da un gruppo di angeli (in forma di un cocchio di fuoco, come vogliono gli interpreti); il Redentore fu accompagnato da tutti gli angeli; mentre per accompagnare la Beatissima Vergine Maria (dice l’abbate Roberto) venne il Medesimo Re del Cielo con tutta la Sua corte celeste: San Bernardino da Siena, san Pier Damiani, e sant’Anselmo condividono questo sentimento – sant’Anselmo dicendo che il Redentore volle ascendere al cielo prima che vi pervenisse la Madre, non solo per apparecchiarle il trono in quella reggia, ma ancora per far più gloriosa la sua entrata nel paradiso, con accompagnarla Egli Stesso, unito a tutti gli spiriti beati.

L’abbate Guerico fa così parlare su ciò il Verbo Divino: ‘Io per dar gloria a mio Padre discesi dal cielo a terra; ma poi per rendere onore alla Madre mia, ascesi di nuovo in paradiso per poter poi venire ad incontrarla ed accompagnarla con la mia presenza al paradiso’. Per questo san Pier Damiani chiama l’Assunzione più gloriosa dell’Ascensione.

 Per avere un’intuizione sull’incontro tra il Signore e la Beatissima Vergine durante l’Assunzione ci possiamo volgere con sant’Alfonso al cantico dei cantici: questo libro della sacra Scrittura esprime la carità tra Cristo e la Sua Sposa immacolata la Chiesa, più particolarmente le anime perfette, ma soprattutto la Sua Vergine Madre, la stessa Immacolata.

Il passo seguente si presta in modo speciale all’assunzione: ‘Su, via, amica mia, colomba mia, bella mia, e vieni. L’inverno è passato e recesso.’ L’inverno si riferisce secondo questa interpretazione alle sofferenze della Beatissima Vergine sulla terra: alle sofferenze di colei che era e chè è la Regina dei martiri, e che ha sofferto più di tutti gli uomini insieme dall’inizio fino alla fine dei tempi. Sant’Alfonso commenta: ‘Su, Madre mia cara, mia bella e pura colomba, lascia questa valle di pianti, dove hai tanto sofferto per amor mio. Vieni coll’anima e col corpo a godere il premio della tua santa vita: se hai molto patito in terra, assai maggiore è la gloria che io ti ho preparata in cielo.’

Un altro passo citato da sant’Alfonso è il seguente: ‘Vieni da Libano, sponsa mia, vieni da Libano, vieni è sarai incoronata.’ Lui commenta: ‘Vieni… a sedere a me vicino, vieni a ricevere la corona che ti darò di Regina dell’Universo.’ Deo gratias.

 

La Gloria dell’Assunta, parte 1

‘Se mente umana, asserisce san Bernardo, ‘non può arrivare a capire la gloria immensa che Dio ha preparato in cielo a coloro che in terra L’hanno amato, come ci avvisò l’Apostolo, chi mai giungerà a comprendere quale goria abbia apparecchiata alla Sua diletta madre che L’ha partorito, che in terra L’ha amato più di tutti gli uomini; anzi, fin dal primo istante ch’ella fu creata, L’amava più di tutti gli uomini e di tutti gli angeli uniti insieme.’ Sant’Alfonso osserva: ‘Ha ragione dunque la santa Chiesa di cantare alla festa dell’Assunzione (avendo la Madonna amato Dio più di tutti gli angeli) che: ‘ella sia stata sopra tutti gli angeli sublimata in cielo.’

In verità la Santa Vergine si è esaltata sopra degli angeli in modo che (secondo l’abate Guglielmo) lei non vede sopra di se collocato altri che il suo Figlio, Che è l’Unigenito di Dio, o in modo che (secondo Giovanni Gersone) costituisce in cielo una gerarchia a parte, la più sublime di tutte, e la seconda dopo Dio. Sant’Antonio suggiunge che siccome senza paragone differisce la padrona dai servi, così senza paragone è maggiore la gloria di Maria di quella degli angeli. In fatti questa verità è gia espressa nella frase di salmo 44: ‘La regina sta alla sua destra’ che sant’Atanasio spiega dicendo: ‘Maria venne collocata alla destra di Dio.’

La posizione preminente della Santissima Vergine si capisce quando si considerano le sue opere. Se è certo che Dio rimunera secondo i meriti, siccome scrisse l’Apostolo: ‘Rende a ciascuno secondo le sue opere’ certamente, dice san Tommaso, la Vergine superò il merito di tutti gli uomini ed gli angeli, e dunque dovette esser innalzata sopra tutti gli ordini celesti. In somma soggiunge san Bernardo: ‘Si misuri la grazia singolare che ella acquistò in terra; e quindi si misuri la gloria singolare che ella ottenne in cielo.’

Secondo l’espressione di la Colombière, la gloria della Madonna fu una gloria piena, una gloria compiuta, a differenza di quella che hanno in cielo gli altri santi. Perché gli altri santi avrebbero potuto meritare una gloria più grande se avessero servito ed amato Iddio con maggior fedeltà, e benché non desiderino in cielo niente più di quel che godono, nulladimeno in fatti avrebbero di che desiderare. Mentre la Beatissima Vergine Maria desidera niente e niente ha ché desiderare. Non ha mai peccato, non ha mai perso, neanche offuscato, la divina grazia. ‘Non fece azione che non meritasse, non disse parola, non ebbe pensiero, non die respiro che non lo dirigesse alla maggior gloria di Dio; in somma, non mai si raffreddò o si fermò un momento di correre a Dio, niente mai perdeva per sua negligenza, cosicché sempre corrispose alla grazie con tutte le sue forze ed amò Dio quanto Lo poteva amare.

Sant’Alfonso osserva che ogni santo, corrispondendo alla grazia ricevuta, si è reso eccellente in qualche virtù: chi nell’apostolato, chi nella penitenza, chi nella sofferenza, chi nella contemplazione; che percio la Chiesa dice di ciascuno nel testo della santa Messa: ‘Nessuno si trovò che lo pareggiasse’ (non est inventus similis illi), ma ‘La Santissima Vergine, essendo stata ripiena di tutte le grazie, fu sublime più di ciascun santo in ogni sorta di virtù: fu apostola degli apostoli, regina dei martiri mentre pati piu di tutti, fu gonfaloniera delle vergini, l’esempio dei coniugati, unì in se una perfetta innocenza con una perfetta mortificazone; unì in somma nel suo cuore tutte le virtu piu eroiche che avesse mai praticate alcun santo. Per cui di lei fu detto: ‘Alla tua destra si sta la regina in manto d’oro, con ogni varietà d’ornamenti’ poichè, come dice un pio autore: ‘Tutte le grazie, i pregi, i meriti degli altri santi tutti si trovano congregati in Maria.’

 

La Gloria dell’Assunta, parte 2

In quest’ultima predica all’onore dell’Assunta ricordiamo la dottrina dell’Assunzione, sempre insegnata dalla santa Madre Chiesa, come fu definita dogmaticamente da papa Pio XII nell’anno 1950 con le parole seguenti: ‘Sull’autorita di Nostro Signore Gesu Cristo, dei beati apostoli Pietro e Paolo e sulla nostra, proncunciamo, dichiariamo, e definiamo come dogma divinamente rivelato che l’Immacolata Madre di Dio, Maria sempre Vergine, quando il corso della sua vita terrena era compiuto, fu assunta corpo ed anima nella gloria del cielo.’

Ebbene, la gloria della Beatissima Vergine Maria è tale che ella viene paragonata col sole. San Basilio dice: ‘Siccome lo splendore del sole eccede lo splendore di tutte le stelle insieme unite, così la gloria della divina Madre supera quella di tutti i beati.’ San Pier Damiani aggiunge che: ‘Siccome la luce delle stelle e della luna scomparisce quasi queste più non vi siano al comparire del sole, così la Madonna oscura talmente nella gloria lo splendore degli uomini e degli angeli, che in cielo questi quasi non compariscono.’

Quindi asserisce san Bernardino da Siena con san Bernardo che i beati partecipano in parte della divina gloria, ma la Vergine in certo modo ne è stata talmente arricchita che, pur una creatura, non possa piu unirsi a Dio di quel che e unita Maria. San Bernardo asserisce: ‘Con ragione si presenta Maria ammentata di sole [nell’immagine dell’Apocalisse], lei che ha penetrato l’abisso della divina sapienza così che (quanto la condizione di creatura lo permette) appare come immersa nella luce inaccessibile.’ Sant’Alberto Magno dice inoltre che la nostra regina contempla Dio molto da vicino ed incomparabilmente piu che tutti gli altri spiriti celesti.

In fine, il sole che è la Beatissima Vergine Maria dà luce e gioia ai beati. San Bernardino scrive che siccome gli altri pianeti sono illuminati dal sole, così tutti i beati ricevono luce e gaudio maggiore dalla vista di Maria, e che la Madre di Dio, salendo al cielo, ha accresciuto il gaudio a tutti i suoi abitanti. San Pier Damiani dice che i beati non hanno maggior gloria in cielo, dopo Dio, che di godere la vista di questa bellissima regina, e san Bonaventura scrive: ‘Dopo Dio la maggiore nostra gloria ed il maggio nostro gaudio ci viene da le.’ Deo gratias!

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Casa d’Oro

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nel libro dei Proverbi leggiamo : ‘La sapienza si è costruita una casa, ha intagliato le sue sette colonne.’ San Pier Damiani spiega: ‘Questa casa verginale è sostenuta da sette colonne perchè la venerabile Madre di Dio ha ricevuto i sette doni dello Spirito santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, e timor di Dio.’ E questi doni, insieme a tutte le virtù teologali con tutte le richezze della grazia e della natura la Madonna li ha ricevuti ad un grado sovreminente, così che san Tommaso asserisce che se Cristo possedeva perfettamente la pienezza di grazia, un certo inizio di essa pervenne anticipatamente nella Madre.

San Bonaventura paragona questa pienezza di grazia con un oceano in cui confluiscono i fiumi della grazia di tutti i santi: il fiume della grazia degli Angeli, il fiume della grazia dei Patriarchi e dei Profeti, il fiume della grazia degli Apostoli, dei Martiri, e dei Confessori confluiscono in Maria. Tutti i fiumi confluiscono nel mare che è Lei, e questo mare li contiene tutti.

Il divin Architetto, creando la Madonna, costruì il Suo santuario divino, oggetto delle Sue infinite compiacenze. Nelle parole di monsignor Gaume Ella fu la Sua colomba, l’unica, tutta bella, senza macchia nè ombra di macchia, bianca come il giglio, graziosa come la rosa, brillante come lo zaffiro, trasparente come il diamante, radiante di una luce così intensa e così pura, che, nelle parole di san Teodoro Studita, Dio Stesso si è unito sostanzialmente a Lei per opera dello Spirito Santo, e da Lei è nato come Uomo perfetto; un Essere infine così sublime nella santità che, secondo san Bernardo, a Dio non era propria altra Madre che Maria e a Maria non era proprio altro figlio che Dio.

E come i raggi del sole colorano, traversandola, una nuvola diafana, le bellezze interiori della Figlia del Re irradiavano dal Suo corpo virginale e la rendevano imparagonabilmente più bella , come spiega sant’Alberto Magno, di tutte le Sue figure nell’Antico Testamento: più bella di Eva, più bella di Rachele, più bella di Rebecca, la giovane vergine modesta scelta da Abramo per l’amato figlio Isacco; più bella di Ester, e più bella di Giuditta a cui Dio aveva aumentato la bellezza per renderla incomparabilmente bella agli occhi di tutti gli uomini.

Così era dunque il Santuario Divino, l’Arca della nuova alleanza, la Casa d’oro, l’opera più grande dello Spirito Santo dopo la sacratissima Umanità di nostro Signore Gesù Cristo; un’opera che viene paragonata ad una stella raggiante di santità e di gloria, lungi da questo mondo oscuro e caduto: la Stella del mare che mostra ai viaggiatori sull’oceano perfido ed amaro di questa vita, la via al porto celeste che è il suo Figlio; la Stella Mattutina che preannunzia quel giorno glorioso che non conosce tramonto, quel Sabato eterno quando ci riposeremo dai nostri lavori in Dio; la Stella che irradia sul mondo raggi di luce increata e che partorisce il Sole che preannunzia.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La divina maternità spirituale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

‘Beato il seno che Ti ha portato e le mammelle che hai succhiato’, grida una voce dalla folla, potremmo supporre, mossa dallo Spirito Santo nella sua somiglianza al grido di sant’Elisabetta: ‘Benedetta tu tra le donne’. E nostro Signore risponde: ‘Beato piuttosto chi sente la Mia parola e chi la custodisce.’ Il passo assomiglia a quell’altro in cui nostro Signore, informato che Sua Madre ed i Suoi fratelli Lo stanno aspettando, dice: ‘Chi è Mia madre, chi sono i Miei fratelli? Coloro che fanno la volontà di Mio Padre, questi sono Miei fratelli, Mie sorelle, e Mia madre’.

Ma pare a prima vista che questi siano modi dispregiativi di parlare di Colei che viene chiamata da san Cirillo ‘la perla di questo mondo, una luce sempre brillante, la corona delle vergini, il scettro della fede’, e da sant’Efrem ‘la speranza dei padri, la gloria dei profeti, la lode degli apostoli, l’onore dei martiri, il gaudio dei santi, e la luce dei patriarchi’.

Quando riflettiamo più profondamente, però, vediamo che nostro Signore Benedetto non sta disprezzando Sua beatissima Madre con tali parole, ma piuttosto La sta lodando.

Beato il seno, ma ‘ancor più beato chi sente e custodisce la parola’ di Dio. Ma chi la sente e la custodisce maggiormente che non Sua Madre celeste? Poichè sente la parola dell’angelo che è la parola di Dio, in quanto è l’ambasciata di Dio nel senso ultimo del termine: l’annuncio di Dio della redenzione del mondo.

Lei sente questa parola dunque, e la custodisce e conserva poi come Verbo divino nel proprio seno, in una maniera di cui non ce n’è di più intima, dandoGli la stessa carne. Così che il Verbo divino, ovvero Dio Stesso che è il cielo, potesse abitare un altro cielo: il cielo terrestre del seno di Sua beatissima Madre.

Lei custodisce il Verbo Incarnato nel seno per nove mesi e poi per tutto il tempo della Sua vita nascosta a Nazareth, mentre ascolta la Sua voce, la voce del Beneamato. E dopo, Lo custodisce ancora nel tempo della Passione, stando accanto alla croce con tutta la propria autorità di Madre di Dio, di Regina dei martiri, Regina degli angeli, Regina del cielo e della terra.

Lei non solo Lo porta nel seno e Gli dà da succhiare, dunque, ma anche Lo ascolta e Lo custodisce in modo perfetto, fino alla fine. Facendo così, compie inoltre la volontà di Dio. In tutti questi modi diviene Madre di Dio nel senso spirituale inteso dal Signore, ossia in modo perfetto.

Che la divina Maternità spirituale della Madonna fu in un certo senso più grande di quella fisica, viene espresso dai padri della Chiesa, ad esempio da san Bernardo, quando dice che Lei concepì Dio nella mente prima di concepirLo nel seno, e che Dio amava talmente la sua bellezza spirituale che si unì a Lei prima nello spirito e poi nella carne.

Difatti la maternità spirituale e fisica sono così intimamente congiunte che non si possono quasi distinguere: la sua straordinaria elevatura spirituale era condizione per la sua maternità divina, e la sua maternità divina era allo stesso tempo condizione per la sua elevatura spirituale.

La divina maternità è il più alto e grande privilegio della Madonna, di cui non ce n’è mai stato uno più grande elargito sul creato. Che noi, meditando su di essa, raggiungiamo a una devozione sempre più profonda verso Colei che era ed è la creatura razionale più gloriosa e più perfetta di tutte. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

L’Annuciazione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il glorioso San Bernardo osserva che il santo Nome di Maria significa stella maris ciò che si adatta bene a Lei in quanto ‘come la stella emette il suo raggio senza corrompersi, così senza infrangere la sua integrità la Vergine partorì il Figlio. Il raggio non diminuisce lo splendore della stella e il Figlio non toglie l’integrità alla Madre.’ In un altro brano lo stesso santo paragona la sua Verginità a una stella e la sua Maternità a un’altra: due stelle che si illuminano a vicenda con i propri raggi.

Ora il fatto che il Figlio della santissima Vergine è una Persona Divina, fa che la Madonna è Madre di Dio, così che san Bernardo si immagina al momento dell’annunziazione il mondo intiero aspettare il suo fiat per l’avvento del Salvatore:

Tutta l’umanità prostrata ai vostri piedi l’attende’, scrive, ‘Rispondete presto, o Vergine; pronunziate, o Signora, la parola che terra ed inferi e persino il cielo aspettano. Anche il Re e Signore di tutti, quanto si è invaghito della vostra grazia, altrettanto desidera la vostra affermativa risposta: poichè per essa ha deciso di salvare il mondo.

Date la vostra parola, e accogliete la Parola, dite la vostra parola umana, e concepite la parola di Dio; pronunziate la vostra parola che passa, e stringete al vostro seno la parola che è eterna.’ E la Vergine risponde: ‘Il Verbo che in principio era presso Dio si faccia carne della mia carne, seconda la Vostra parola… il Verbo che io possa non solo udire con l’orecchio, ma vedere con gli occhi, toccare con le mani, portare sulle spalle: non la parola scritta e muta, ma la Parola incarnata e viva, stampata non in mute figure e tracciata su una pergamena senz’anima, ma impressa vivente e in forma umana nelle mie caste viscere, e ciò non per pittura di penna inerte, ma per opera dello Spirito Santo.’

Che queste brevi meditazioni servano ad accendere nei nostri cuori l’amore per il Cielo, il desiderio di passare la vita guadagnando meriti per l’eternità, ed il desiderio infine di vedere lassù dopo questo nostro esilio la Santissima Madonna, Vergine e Madre, ed il frutto Sacratissimo del suo seno Gesù.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Santo Nome di Maria

sssss+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Secondo sant’Alberto Magno, il nome di Maria ha quattro sensi: Illuminatrice, Stella del mare, Mare amaro, e Signora.

La Madonna è Illuminatrice in quanto, giammai offuscata dall’ombra del peccato e vestita di sole, ha illustrato tutte le chiese e ha dato al mondo la vera Luce, che è la luce della vita.

È la Stella del mare, come cantiamo nel sacro tempo d’Avvento e di Natale negli inni Ave Maris Stella e Alma Redemptoris Mater, in quanto, come la stella del mare, la stella polare, la stella più brillante, la più alta, e la più vicina al polo, così la Madonna fra tutte le creature è la più alta in dignità, la più bella, la più vicina a Dio; invariabile nel Suo amore e nella Sua purezza; illuminando la nostra vita ed insegnandoci la via attraverso il mare turbulento di questo mondo a raggiungere la vera Luce che è Dio.

Maria significa anche Mare, nel senso di mare di grazie, di cui san Luigi Maria de Montfort asserisce: ‘Dio Padre ha radunato tutte le acque e le ha chiamate mare; ha radunato tutte le grazie e la ha chiamate Maria’. San Bonaventura sostiene che tutti i fiumi di grazie che hanno ricevuto tutti gli angeli, gli apostoli, i martiri, i confessori, le vergini, sono confluite in quel mare di grazie che è Maria.

Ma più in particolare Maria significa Mare amaro: nel senso che ha sofferto più di tutti i martiri mai hanno sofferto o soffriranno; nel senso che nella sua materna bontà rende amari per noi i piaceri della terra che tentano di ingannarci e di farci dimenticare il nostro vero ed unico bene; e nel senso (secondo sant`Ambrogio) che rappresenta l’amarezza della fragilità umana, nella quale il Signore discese per raddolcirla con la suavità e le grazie del Verbo Divino.

Infine la Madonna è Signora e Regina perchè la Madre di Colui che è Re per titolo di Creazione, Incarnazione, e Redenzione. Come dice San Bernadino da Siena: ‘Sin da che Lei diede il suo consenso di essere Madre del Verbo Eterno, sin d’allora meritò di esser fatta la Regina del mondo e di tutte le creature; …Gli angeli, gli uomini, e tutte le cose che sono nel cielo e nella terra, essendo soggette all’impero di Dio, sono anche soggette al dominio della Vergine’.

Ma i teologi, tra cui Sant’Alberto Magno, Giovanni Gersone, San Tommaso d’Aquino, e san Bonaventura, con la Chiesa stessa nell’inno Salve Regina, ci insegnano che la Madonna è una regina non di giustizia, bensì di misericordia. San Bernardo spiega questo Suo titolo dicendo che ‘Ella apre l’abisso della misericordia di Dio a chi vuole, quando vuole, e come vuole, sì che non vi è peccatore, pur enorme che sia, il quale si perda, se Maria lo protegge. A Santa Brigida la Madonna rivelò: ‘Io sono la Regina del Cielo e la Madre della misericordia… nessuno è così discacciato da Dio, che, se Mi abbia invocata in suo aiuto, non ritorni a Dio e goda della Sua misericordia’.

Per questo, carissimi lettori, se qualcuno di noi avrà la sfortuna di trovarsi un giorno sul letto di morte senza la Grazia di Dio, deve ricorrere alla Santissima Madre di Dio per ottenere la perfetta contrizione dei suoi peccati e per essere salvato.

Benediciamo sempre il santo Nome di Maria, preghiamoLa ogni giorno della nostra vita, per raggiungere alla fine di essa suo Divin Figlio nella Gloria del Cielo. Amen.

San Francesco

1602

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Quando si legge la vita di San Francesco, si riceve quasi l’impressione che non fosse vero, che fosse piuttosto una leggenda. Frati rapiti in estasi mentre passano ore in preghiera, apparizioni di serafini, di angeli custodi e di demoni, visioni di Dio e comunicazioni intime con Lui, miracoli di ogni tipo, conversioni di criminali, di grandi peccatori e sultani. Avvenimenti di grande semplicità raccontati anche con grande semplicità.

La pratica la più radicale possibile della Carità e dei tre consigli evangelici simbolizzati in una visione del santo con 3 monete d’oro ”così grandi, lucide, e belle che non avevo visto niente di simile in questo mondo. La santa dorata obbedienza, la grandissima povertà e la radiosissima castità che, “per Sua Grazia, Iddio mi ha concesso di osservare così perfettamente che la mia coscienza non mi rimprova nulla”.

L’obbedienza che fa che i suoi frati lascino subito le preghiere, le più consolanti, quando sono richiesti, o che calpestino la faccia e il collo del santo quando lui si vuol dare la penitenza; la povertà con cui Francesco si spoglia di tutti i suoi vestiti per lasciare il mondo e rinunciare completamente al denaro; e la castità con cui preferisce buttarsi nel letto di fiamme piuttosto che cedere alle proposte di una donna perversa.

Ma quando riflettiamo su questo mondo di San Francesco nella luce e nella Fede, vediamo che questo mondo è di fatti il mondo vero: il mondo dove Dio è tutto e l’uomo è niente, dove l’unico scopo di questa vita  è di salvare l’anima e di glorificare Dio con la nostra santificazione. Se il mondo di San Francesco sembra strano è perché non abbiamo ancora capito queste verità della Fede. Se sembra meraviglioso è perché Dio ha dato tante grazie a San Francesco e ai suoi compagni per vivere e manifestare queste verità.

Ma per capire ancora più profondamente il mondo di San Francesco bisogna vederlo non solo nella luce della Fede, ma più precisamente nella luce di Dio e di Cristo. La meraviglia di San Francesco di fronte agli uomini, agli animali, al fuoco, all’acqua, alla parola, alla luce non è solo la meraviglia di un semplice ed innocente bambino (anche se egli possedeva queste qualità), ma proprio la stessa  scienza e la saggezza dallo Spirito Santo che ci permettono di vedere tutto nel suo rapporto con Dio, con Dio come il suo ultimo fondamento e fine. Così San Francesco vedeva gli uomini: rivolgendosi, ad esempio, a Fra Leone come al “Fra pecorello di Gesù Cristo”; così vedeva tutta la natura creata da Dio per manifestare le sue eterne perfezioni, creata e redenta da Dio per manifestare la sua gloria.

Più una creatura era legata a Cristo e più San Francesco l’amava, persino il verme, perché il Signore ha detto “Io sono un verme e non un uomo”. Amava i fiori perché Cristo si chiama “il fiore del campo” e “il giglio della valle”; amava l’acqua perché il Signore era sceso in essa per santificarla, e aveva detto “Chi ha sete venga a me e beva”; amava ogni parola perché Cristo è la Parola nell’ultimo senso del termine; amava la luce perché Cristo, la seconda Persona della Santissima Trinità, è un riflesso della Luce perenne.

Questo dunque quanto a Dio nel suo rapporto al creato. Quanto a Dio di per Se Stesso il santo scrisse le parole seguenti ai suoi frati sul Santissimo Sacramento sull’altare: “Vi chiedo tutti, fratelli miei, baciando i vostri piedi con l’amore di cui sono capace, di mostrare tutta la riverenza e tutto l’onore che potete al Santissimo Corpo e Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo in Cui tutto ciò che è nel cielo e sulla terra è stato pacificato e riconciliato con Dio Onnipotente”.

San Francesco aveva pure una venerazione particolare per il Cristo crocifisso, Che parlò con lui dalla croce a San Damiano, Che era povero, avendo dato tutto agli uomini, e Che aveva commosso San Francesco a tal punto che per il pianto prolungato era diventato cieco.

Ovviamente l’anima spinge colui che ama ad imitare l’oggetto del suo amore, e con questo desiderio San Francesco pregava sul Monte Verna: ” Mì Signore Gesù Cristo, Vi prego di accordarmi due grazie prima di morire. La prima è che durante la mia vita io possa sentire nella mia anima e nel mio corpo, quanto è possibile, il dolore che Voi, o caro Gesù, avete sostenuto nell’ora della Vostra dolorosissima passione; la seconda è che io possa sentire nel cuor mio, quanto è possibile, quell’amore eccessivo con cui Voi, o Figlio di Dio, eravate acceso nel sopportare volentieri tale sofferenza per noi peccatori.”

Il Signore esaudì la sua preghiera con l’impressione delle sacre stigmate sul suo servo eletto. E la sua imitazione di Cristo era tanto fedele che poteva chiedere a Fra Leone nell’ultimo fioretto: “Sopra tutte le grazie e i doni dello Spirito Santo che Cristo concede agli amici suoi, vi è di vincere sé medesimo e volentieri per l’amore di Cristo, sostenere ingiurie, aggressioni e disagi: perché in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare poiché non sono nostri, ma di Dio come dice l’Apostolo… ma nella croce delle tribolazioni e della afflizione ci possiamo gloriare perché questo è nostro, e perciò dice l’Apostolo: “Io non mi voglio gloriare se non nella croce di Cristo”.

Per l’intercessione di San Francesco preghiamo di ricevere i doni della scienza e della sapienza per vedere tutto nella luce di Dio; di crescere nella nostra venerazione per il Santissimo Sacramento; e di sopportare con pazienza, anzi con gioia, tutte le sofferenze che il Signore nella Sua infinita bontà si degnerà di mandarci: per assomigliare all’immagine del Suo Figlio Divino. Amen.

Ave Maria

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Per capire meglio la preghiera centrale del Santo Rosario, l’Ave Maria, ci serve riflettere sul suo significato teologico a cui voglio adesso brevemente accennare:

– Ave Maria gratia plena: la Madonna è piena di grazia di per se stessa e in rapporto agli uomini, è piena di grazia di per se stessa affinchè, come dice san Basilio, Ella potesse essere la degna Mediatrice tra Dio e gli uomini, altrimenti come avrebbe potuto essere la scala del Paradiso, l’Avvocata del mondo e la vera Mediatrice degli uomini con Dio; è piena di grazia in rapporto agli uomini nel senso che ha ricevuto tutte le grazie necessarie per salvare tutti gli uomini dall’inizio dei tempi fino alla fine.

Dominus tecum: questa frase non significa il Signore “sia” con te come il “Dominus vobiscum” della santa Messa, bensì il Signore “è” con te, ossia in virtù della Sua eminente santità, Lei che sola era immune al Peccato sia Originale, sia personale e il modello di ogni virtù.

Benedicta tu in mulieribus: benedetta in ogni senso e in particolare quanto alla benedizione caratteristica delle donne, soprattutto nella mente del popolo Ebreo, che è la maternità; a causa del Frutto benedetto del Suo Seno che è il Santo stesso, nelle parole dell’Arcangelo Gabriele, o nelle parole di san Paolo: Dio sopra ogni cosa, benedetto.

Per questo ci rivolgiamo a Lei, di nuovo, col titolo “Sancta”, Sancta Maria, e aggiungiamo il titolo che esprime la causa e il fondamento della Sua santità Madre di Dio, Mater Dei. Lei è Madre di Dio perchè è Madre di Gesù Cristo che è una Persona Divina, una Persona Divina con una natura Divina e una natura umana, Lei è la Sua Madre nel senso che ha dato a Lui tutto ciò che ogni madre da a suo figlio, ma ancora di più perchè tutta la natura umana del Signore viene dalla Sua Beatissima Madre e niente da un padre umano.

ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae: prega per noi peccatori adesso, è quando questo adesso sarà l’ora della nostra morte, quando forse non saremo più coscienti e non potremo più rivolgere a Lei la nostra Preghiera, quando forse saremo soli, dimenticati, abbandonati, avremo solo Lei da pregare nella nostra misera anima come abbiamo chiesto con tanto desiderio per tutta la nostra vita, e quando forse questa Sua preghiera materna sarà l’elemento determinante che ci assicurerà il Cielo piuttosto dell’inferno.

Prega per noi peccatori, o Madre di Dio, così vicina a Lui che venite descritta come la Donna vestita di Sole, brillando sul mondo come una Stella, o come un cristallo soffuso e interamente illuminato dalla luce del Sole di Giustizia che è Dio, e se fosse possibile aumentando anche la Sua ineffabile bellezza.

Radiante nel firmamento del Cielo, anzi “creando” un Cielo a parte e al di sopra di tutte le altre cose che siano create, splendente al di sopra di questo mondo caduto e dolorante dove gli uomini peccano e si rattristano nei loro peccati e sospirano nelle tenebre verso la Vostra luce che è la Luce di Dio: al di sopra di questo mondo, ma conoscendolo intimamente e conoscendo intimamente ogni uomo, e amandolo con un Cuore Materno.

Prega per noi, o Madre di Dio! Siete la nostra tenerissima Madre dunque, affinchè noi che abbiamo contemplato con Voi il Volto adorabile del Vostro Figlio, nella Preghiera, possiamo alla fine dei nostri giorni elevarci tramite Voi al Cielo, per adorarLo con Voi e tutti gli Angeli e i Santi in gloria, per tutti i secoli dei secoli.

In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen
Sia lodato Gesù Cristo.

L’Addolorata

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

I dolori dell’ Addolorata, Regina dei martiri, che lei poteva sopportare solo tramite una grazia particolare di Dio, erano più grandi di quelli di tutti gli altri martiri insieme. Un teologo sostiene che una sola goccia di questi dolori avesse bastata ad annichilare in un momento tutti gli esseri razionali: tutti gli angeli e gli uomini.

Perché ha dovuto soffrire, e tanto soffrire? Ha dovuto soffrire in virtù della sua collaborazione alla salvezza del genere umano. Conveniva, cioè, che lei, che da mediatrice di tutte le grazie, partecipava alla salvezza dell’uomo, partecipasse altrettanto ai mezzi della salvezza: ossia alla Passione ed alla Morte di Nostro Signore Gesù Cristo.

Perché ha dovuto tanto soffrire? ossia fino al grado che la Madonna stessa viene considerata come un mare, o oceano, di amarezza, secondo un’ interpretazione del suo nome Maria: mare amarum, ricordando la parola di Geremia: Magna est enim velut mare contritio tua. Il motivo per la grandezza della sua sofferenza sta ovviamente nella sua compassione materna per il suo Figlio.

La sofferenza della Madonna, essendo una partecipazione alla sofferenza del suo Figlio, costituisce, nel vero senso del termine, una compassione, o com-passione per Lui. Ora chiaramente più grande è l’amore che una persona possiede per un’altra persona, più grande è la sua compassione per lei. L’amore di una madre per un figlio, meramente sul livello naturale, è già uno degli amori più grandi che ci sia; ma pure sul livello naturale la Madonna aveva un amore materno per il suo Figlio più grande di tutte le altre madri, avendoGli elargito da sola tutta la Sua Umanità, senza il contributo di un padre terreno.

Ma questo suo amore materno per Lui come uomo fu infinitamente elevato dal suo amore per Lui come Dio, nel quale, per così dire, si scioglieva intieramente. Il suo amore per Dio era, ed è, l’amore più grande mai posseduto da una creatura sia umana che angelica, e questo spiega infine la grandezza della sua compassione per Lui nella Sua Passione ed anche nella Sua Morte, che lei esperimentava altrettanto, in modo puramente spirituale. La sofferenza della Madonna viene poi ineffabilmente intensificata dalla purezza e la finezza sensibile del suo cuore immacolato.

Un esempio della sua compassione per Nostro Signore Gesù Cristo nella Sua Passione e Morte si vede mentre sta presso la Croce: Stabat Mater doloros juxta crucem lacrimosa dum pendebat Filius. Lei, guardando il suo Divin Figlio, assume in sé la Sua sofferenza, Egli, invece, guardando lei, assume in Sé la sua compassione come la propria sofferenza, che poi affluisce di nuovo su di lei e così via, come onde reciproche in un oceano di dolore amaro e profondamente tumultuoso.

Così ha meritato la santissima Madonna ad essere collaboratrice alla salvezza del genere umano, come pure Consolatrix afflictorum: colei presso la quale possiamo trovare rifugio e consolazione per le nostre ferite morali e spirituali: dove la sofferenza maggiore comprende e solleva la sofferenza minore: sotto il manto che avvolge tutta l’umanità; nello stesso dolce abbraccio materno che ricevette il corpo morto del Divin Figlio dalla Croce; nelle profondità insondabili e dal dolore scavate del Cuore Immacolato di Maria.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Gratia plena

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nel libro dei Proverbi leggiamo:‘La Sapienza si è costruita una casa, ha intagliato le sue sette colonne.’ San Pier Damiani spiega che ‘Questa casa virginale è sostenuta da sette colonne dello Spirito Santo perché la Venerabile Madre di Dio ha ricevuto i sette doni dello Spirito Santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, e timore di Dio.’ E questi doni insieme a tutte le virtù teologali e cardinali, e tutte le grazie gratuite (come quella della guarigione, dei miracoli, di profezie, e di lingue), con tutte le ricchezze della grazia e della natura ha ricevuti la Madonna fino ad un grado sovreminente: così che san Tommaso dice che se Cristo possedeva perfettamente la pienezza di grazia, un certo inizio di essa precedeva già nella Madre.

San Bonaventura paragona questa pienezza di grazia con un oceano in cui confluiscono i fiumi della grazia di tutti i santi: il fiume della grazia degli angeli, dei patriarchi, profeti, apostoli, martiri, e confessori. Tutti i fiumi entrano nel mare, ed il mare li contiene tutti.

Il Divin Architetto, creando la Madonna, costruì il Suo santuario divino, oggetto delle Sue infinite compiacenze. Ella fu, nelle parole di mons. Gaume: ‘la Sua colomba, l’unica, tutta bella, senza macchia ne ombra di macchia, bianca come il giglio, graziosa come la rosa, brillante come il saphiro, trasparente come il diamante’, radiante di una luce così intensa e così pura che, secondo san Teodoro Studita, ‘Dio Stesso si è unito sostanzialmente a le per opera dello Spirito Santo, e da le è nato come uomo perfetto’; un essere così sublime nella santità, che secondo san Bernardo: ‘a Dio non conveniva altra madre che Maria, e a Maria non conveniva altra figlio che Dio’.

E come i raggi del sole colorano, traversandola, una nuvola diafona, le bellezze interiori della Figlia del Re radiavano sul suo corpo verginale per renderla imparagonabilmente bella: più bella (come dimostra sant’Alberto) di tutte le sue figure nell’Antico Testamento: più bella di Eva, più bella di Rachele, più bella di Rebecca giovane vergine modesta scelta da Abramo per il suo amato figlio Isaaco, più bella di Giuditta a cui Dio aveva aumentato la bellezza per renderla incomparabilmente più bella agli occhi di tutti gli uomini, più bella di Esther.

Così era il santuario divino, l’arca della nuova Alleanza, la casa d’oro, l’opera più grande dello Spirito Santo dopo la Sacratissima Umanità di Nostro Signore Gesù Cristo, un’opera che viene paragonata con una stella: una stella radiante di santità e di gloria lunge al di sopra di questo mondo oscuro e caduto; la stella del mare che mostra la via ai viaggiatori sull’oceano perfido ed amaro di questo mondo al porto celeste che è il suo Figlio; la stella mattutina che prenunzia quel giorno glorioso che non conosce tramonto, quel sabato eterno dove finalmente ci riposeremo dai nostri lavori in Dio; la stella infine che irradia sul mondo raggi della luce increata e che partorisce il sole che prenunzia.

L’Assunzione

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il dogma dell’Assunzione fu dichiarato da papa Pio XII in ottobre 1950 nella costituzione Munificentissimus Deus con le parole: ‘L’ Immacolata Madre di Dio, Maria sempre Vergine, quando il corso della sua vita terrena fu compiuta, fu assunta corpo ed anima nella gloria del Cielo.’ Chiediamo innanzitutto i motivi teologici di questo dogma, e poi il suo fondamento nella Sacra Scrittura.

Motivi teologici

Il motivi teologici per l’Assunzione si fondano nella relazione intima tra la Beatissima Vergine Maria ed il suo Divin Figlio.

Il primo motivo ne è che conveniva che la carne della Madre condividesse il destino della carne del Figlio: se il Figlio doveva morire ed ascendere in Cielo, conveniva che anche la Madre morisse ed ascendesse in Cielo. Un testo liturgico dell’ottavo secolo dice: ‘Oggi la Madre di Dio ha subito la morte del corpo, ma non poteva essere tenuta nei legami della morte, avendo partorito il Vostro Figlio Incarnato, Nostro Signore’.

Un secondo motivo è che come aveva partecipato ella così intimamente alla battaglia di Cristo contro Satana, conveniva che partecipasse anche alla Sua vittoria su Satana, come anche sul peccato e sulla morte.

Un terzo motivo è che conveniva che la Madre del Redentore godesse del frutto pieno della redenzione: cioè la glorificazione dell’anima e del corpo subito dopo la morte.

Sacra Scrittura

Prima osserviamo che la Fede è contenuta non solo nella sacra Scrittura, ma anche nella Tradizione orale: fu uno delle eresie fondamentali dell’Eresiarca Martin Lutero di asseverare che la Fede si contenesse nella sola Scrittura.
Nel caso sotto considerazione, la dottrina dell’Assunzione è contenuta principalmente nella Tradizione, costituendo un avvenimento dei tempi apostolici sempre insegnato dalla Santa Madre Chiesa. La Festa dell’Assunzione fu conosciuta già nell’ottavo secolo e deriva da quella orientale della Dormizione nel sesto secolo. La dottrina fu definita come dogma da papa Pio XII nelle parole sopraccitate.

Se la dottrina non viene insegnata esplicitamente nella sacra Scrittura, viene comunque accennata in essa, cioè in tre immagini.

La prima immagine è quella di una donna nel Cielo: L’Apocalisse dice: ‘Un gran segno apparve in cielo: una donna vestita del sole, con la luna sotto i suoi piedi, e sulla testa una corona di dodici stelle.’ La teologia interpreta questa donna come l’Assunta, glorificata nel corpo e nell’anima.

Una seconda immagine è quella dell’arca. Nel versetto precedente dell’Apocalisse sta scritto: ‘E il tempio di Dio fu aperto nel cielo, e l’arca del suo testamento fu vista nel suo tempio’. Questa arca viene interpretata come la Santissima Vergine Maria, avendo ella contenuto nel suo seno celeste Nostro Signore Gesù Cristo, Che rappresenta la Nuova Alleanza.

La terza immagine è quella di una persona che ascende dal deserto. Nel terzo capitolo del Cantico dei cantici leggiamo: ‘Chi è costei che ascende per lo deserto quasi colonna di fumo dagli aromati di mirra, e d’incenso, e di ogni polvere e profumerie?’ Un pio autore commenta: ‘La sua totale mortificazione figurata nella mirra, le sue ferventi orazioni significate nell’incenso, e tutte le sue sante virtù unite alla sua perfetta Carità verso Dio, accendevano in lei un incendio così grande, che la sua bella anima, tutta sacrificata e consumata dal Divin amore si alzava continuamente a Dio qual verghetta di fumo che da ogni parte spirava soavissimo odore.’ La persona dunque che ascende dal deserto come una colonna di fumo è la Santissima Vergine Maria nella sua Assunzione, intieramente consumata dall’amore divino.

*

Carissimi fedeli, siamo su questa terra per uno scopo, e per un unico scopo, e questo è per amare Dio con tutto il cuore, tutta la mente, tutta l’anima e tutte le nostre forze, ed il prossimo come noi stessi: in Dio e per Dio. Nostro Amatissimo Signore ci disse: ‘Io sono venuto per portare fuoco su questa terra, e come desidererei che già bruciasse’. Egli vuole che il nostro cuore, come il cuore della Sua santissima Madre, prendesse fuoco e bruciasse, e si consumasse in un olocausto dell’incendio dell’amor divino: per alzarsi al di sopra di questa terra ed unirsi nel Cielo al Suo sacratissimo cuore: fornax ardens Caritatis.

San Michele Arcangelo

St. Michael

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La funzione primaria dei santi angeli è di adorare Dio; la funzione secondaria è di mantenere e gestire l’ordine del creato stabilito da Dio.

Che san Michele Arcangelo si distingue per la sua adorazione di Dio è già espresso nel proprio nome: Michael: Quis ut Deus: Chi è come Dio? ciò significa, nelle parole di dom Guéranger ‘da solo, nella sua brevità, la lode più completa, l’adorazione la più perfetta, la riconoscenza totale per la trascendenza divina, e la più umile confessione della nullità delle creature.’

Se san Michele Arcangelo si distingue dunque per la sua adorazione di Dio, si distingue altrettanto per il suo ruolo attivo nel gestire l’ordine della Provvidenza di Dio. Questo ruolo attivo si può esporre così: portare le creature razionali (assieme alle loro intenzione) davanti a Dio, soprattutto quando ciò richiede la loro protezione dal Demonio.

Questo ruolo lui esercitò per la prima volta a beneficio degli angeli, quando, secondo vari santi Padri, all’inizio dei tempi fu rappresentato a loro in visione il Verbo Incarnato col comandamento di adorarLo, e/o di venerare la Sua Beatissima Madre come la loro Regina. Lucifero, inebriato dalla propria gloria e bellezza, rifiutò di adorare Dio unito alla natura umana, e di venerare la Madonna, in quanto soggetto della stessa natura – quella natura essendo inferiore alla natura angelica, da lui posseduta. In questa insurrezione contro Dio trascinava un gran numero di angeli ‘una terza parte delle stelle del Cielo’, come si legge nell’Apocalisse.

A questo punto, il solo pronunziare il nome del grande adoratore di Dio, Michele, ‘Chi è come Dio?’ bastò per precipitare gli angeli ribelli nell’Inferno, dove, privi in eterno dalla Visione Beatifica di Dio, pagheranno per sempre col fuoco la giusta pena della loro malvagità.

Secondo sant’Ambrogio, san Michele, in quella tremenda battaglia, fu chiara figura di Cristo, guerreggendo non solo per l’onore di Dio, ma anche per la salvezza di tutti gli angeli e di tutti gli eletti, come Cristo avrebbe combattuto per tutto il genere umano con la sofferenza e la morte.

San Michele, che vediamo prima come protettore degli angeli, vediamo dopo come protettore del popolo giudaico. Nel libro di Daniele (12.1) si legge: ‘Sorse Michele, il gran principe, che sta a guardia del tuo popolo’, e in Giobbe (5.14) l’Arcangelo dichiara: ‘ Io sono il Principe dell’esercito del Signore’. La Tradizione ritiene che fosse lui, tra l’altro, ad affliggere l’Egitto con le 10 piaghe; a condurre il popolo eletto attraverso il Mar Rosso; ed a dettare la legge a Mosè su monte Sinai.

Quando la Chiesa succedette alla sinagoga, l’Arcangelo divenne il custode di tutto il mondo cristiano, sia religioso sia civile. Come esempio della sua tutela della Santa Chiesa Cattolica, prendiamo l’esorcismo di Papa Leone XIII che comincia: ‘Princeps gloriosissime militiae celestis, Sancte Michael Archangele’, e delle preghiere leonine stabilite dallo stesso pontefice da leggere dopo la santa Messa letta: Sancte Michael Archangele…

Come esempio della tutela civile prendiamo la sua apparizione a Mantova nel quinto secolo per assistere san Leone Magno come un guerriero splendente, agitando minacciosamente una spada fiammeggiante per mandare in fuga Atila e gli Unni dall’ Italia; la sua apparizione sopra il Castel Sant’Angelo a Roma nel sesto secolo per assistere san Gregorio Magno, riponendo la sua spada nella guaina per significare la cessazione della pestilenza; la sua apparizione nel nono secolo su un cavallo bianco segnalando la vittoria di Carlo Magno sui Sassoni.

Come osserva Cornelio a Lapide: Colui che custodisce il corpo della Chiesa, deve custodire anche il suo Capo, e la pietà popolare vede san Michele come angelo custode del Sommo Pontefice. Ci sono molte indizi di questa sua funzione compresa la liberazione di san Pietro, il primo papa, dal carcere. ‘Dio ha inviato il suo angelo’ dice il principe degli apostoli, ed i teologi applicano le sue parole a san Michele.

Il custode del corpo della Chiesa e del suo Capo in modo particolare, è custode anche di ogni suo membro. Saremmo dunque prudenti di chiedere ogni giorno la sua assistenza e protezione dal male. La Madre Chiesa, nella santa Messa di san Michele, chiede il suo glorioso aiuto per noi nei nostri combattimenti quotidiani e nel giorno terribile del giudizio, quando il grande Arcangelo, vessillifero della milizia celeste, difenderà la nostra causa davanti all’Altissimo (come preghiamo nei vespri) e ci farà entrare nella luce santa (come preghiamo nella santa Messa di Requiem).

Chiediamo a san Michele Arcangelo di cui, come la Madonna, la gloria è solo paragonabile con la sua umiltà, di renderci umili, affinché dopo questa vita possiamo essere alzati e (nelle parole di un antico prefazio) trasportati… ‘Laddove quelli che noi veneriamo servono, che possiamo tendere verso le altezze che nella Festa del Beato Arcangelo contempliamo nell’amore’ – per unirci a lui, con tutta la milizia celeste, e a tutti gli eletti per adorare in eterno le infinite perfezioni di Dio.

Sedes Sapientiæ

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Chiesa, con i santi Padri, applica vari testi dell’Antico Testamento alla Madonna nella liturgia delle sue feste: testi sulla Gloria di Dio nei salmi, sulla Saggezza di Dio nei libri sapienziali, e sulla Sposa nel Cantico dei Cantici. Procediamo a meditare due tali brani nei libri sapienziali che vengono intesi di Lei in modo allegorico come la Sedes Sapientiae.

Dominus possedit me ab initio viarum suarum antequam quidquam faceret a principio – il Signore m’ha posseduto all’inizio delle Sue vie, prima di aver fatto qualsiasi cosa, fin dal principio. Queste parole del libro dei Proverbi parlano della Saggezza di Dio, del Verbo di Dio, della Seconda Persona della Santissima Trinità, Che era presso Dio all’inizio, al principio del Suo essere, cioè eternamente. Le parole esprimono la stessa verità che si legge nel prologo di san Giovanni: Nel principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo.

I Padri della Chiesa intendono Colui che era presso Dio anche in altro senso – non atemporale, bensì temporale – dell’Uomo perfetto, Nostro Signore Gesù Cristo, Che era presente alla mente di Dio durante la creazione. Perché l’Uomo perfetto serviva come modello della creazione in quanto contiene in Sé, ed in forma perfetta, elementi di tutto il creato: sia immateriale, in virtù della Sua anima spirituale; sia materiale in virtù del corpo, che contiene in se le proprietà e le facoltà di tutta la natura materiale, animata ed inanimata. Per questo infatti l’uomo si chiama ‘il piccolo mondo’ o microcosmo.

La santa Madre Chiesa intende colui che è presso Dio durante la creazione anche in un terzo senso, dell’Immacolata Vergine Maria, e così propone questo testo alla nostra meditazione nei testi di alcune Messe mariane. Il motivo ne è che la Madonna, essendo la persona umana la più perfetta, fu presente alla mente di Dio durante la creazione, come modello di tutto ciò che creò. È vero d’altronde che la Sacratissima Umanità di Nostro Signore Gesù Cristo è la creatura la più perfetta di Dio in assoluto, ma Egli non è comunque una persona umana, bensì una Persona Divina.

Santa Brigida scrive che quando Dio creava ‘il grande mondo’, Gli assisteva ‘il piccolo mondo’ , ossia la Beatissima Vergine, ‘da cui doveva provenire una maggior gloria a Dio, una maggior gioia agli angeli, ed una maggiore utilità ad ogni uomo che volesse godere della Sua bontà, che non da tutto questo mondo più grande insieme.

La Madonna doveva essere la creatura umana la più perfetta in quanto era destinata a divenire la Madre di Dio. Questa perfezione deriva in primo luogo dalla sua Immacolata Concezione: dalla sua immunità alla macchia del Peccato originale fin dal primo istante della sua concepimento. Deriva in secondo luogo dalla sua santificazione personale in collaborazione con la Grazia di Dio, che La rendeva immune anche alla macchia del peccato personale.

Noi uomini peccatori e miseramente imperfetti, dobbiamo ricorrere a Lei, che è perfetta e così intimamente unita a Dio, per trovare la strada per condurci a Dio, secondo la conclusione del passo sopraccitato: ‘Or dunque figli miei ascoltatemi: Beati l’uomo che mi ascolta e che veglia quotidianamente alle mie porte, e aspetta sulla soglia del mio uscio. Chi me avrà trovato, avrà trovato la vita e raggiungerà la salvezza dal Signore’ : Avrà trovato la via e raggiungerà la salvezza, cioè Nostro Signore Gesù Cristo Stesso, Che ha detto ‘Io sono la Vita’, e di Cui il nome significa ‘Salvatore’. Lo troverà e Lo raggiungerà seduto sul trono celeste della Sua Beatissima Madre in Cielo, la Sedes Sapientiae, il frutto del suo seno immacolata. Amen.

La Verginità perpetua

+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

La Santa Chiesa Cattolica insegna dogmaticamente ed infallibilmente la Verginità perpetua della Madonna: prima, durante, e dopo il parto del Suo Figlio Divino.

La concezione virginale di Nostro Signore Gesù Cristo fu profetizzata da Isaia e annunziata alla Madonna dal sant’Arcangelo Gabriele. Il profeta Isaia dice: ‘Ecce Virgo concipiet et pariet filium’ e l’Arcangelo Gabriele, con quasi le stesse parole, dice: ‘Ecce concipies in utero et paries filium.’

La Madonna risponde all’arcangelo: Come è possibile? Non conosco uomo.’ Con queste parole: ‘Non conosco uomo’ esprime, secondo vari Padri della Chiesa, il voto che aveva fatto a Dio della sua verginità – un voto ed una virtù che tanto amava, che (secondo sant’Anselmo) li preferiva mantenere che non divenire Madre di Dio. Anzi, alcuni commentatori asseriscono persino che avesse fatto il voto della verginità proprio per escludere la possibilità di essere onorata dalla Maternità di Dio.

Anche san Gregorio Nysseno è dell’opinione che la Madonna preferisse la verginità alla maternità: ‘Occorre mantenere integra la carne consacrata a Dio come un dono santo offerto a Lui’, così che ‘ anche se Gabriele è un angelo, anche se viene dal cielo, anche se ciò che viene mostrato supera la natura umana, non conviene che Lei conosca uomo.

Comunque se la Madonna preferisce la verginità alla maternità, è perché considera che Dio volle la verginità per Lei, che Dio Stesso abbia ispirato l’amore alla virginità in Lei: Egli Che è purissimo spirito ed il primo di tutti i vergini. Quindi, se Dio in verità non vuole che Lei mantenga questo voto, la Madonna è pronta a rinunziarci.

Allo stesso tempo, se la Madonna preferisce la verginità alla maternità, sicuramente preferisce ancor di più essere sia vergine che madre. Lei conosce la profezia di Isaia che una vergine concepirà. Anzi, secondo alcuni commentatori, questo è proprio il testo che stava meditando quando Le è apparso l’Arcangelo per applicar il testo a Lei. Nella sua profondissima saggezza ed intelligenza, che supera ogni altra saggezza ed intelligenza create, sia umane sia angeliche, Lei sa già che tutto è possibile per Dio, e che è possibile unire in una persona la verginità e la maternità, anche se fosse la maternità di Dio Stesso.

E se sa che è possibile unire in una persona la verginità e la maternità, lo desidera anche, perche desidera già la verginità, e non può non desiderare la maternità di Dio, essendo essa il bene più grande dopo il Bene che è Dio Stesso; anche se nella sua profondissima umiltà, avesse provato ad evitare questo massimo onore.

Scrive Toletus che desiderando la verginità e la maternità, ha ottenuto tutte e due da Dio. Quando, dunque, sente la risposta dell’Arcangelo Gabriele che concepirà per virtù dello Spirito Santo, dà il suo Fiat immediatamente. Scrive Cornelius a Lapide: ‘E Dio voleva sentire questo: che Lei per la professione della verginità meritasse divenire Madre di Dio.

Che queste brevi considerazioni sulla concezione verginale di Nostro Signore Gesù Cristo generino in noi un grand’amore per la verginità e la purezza, per poter vivere in amicizia sempre più stretta con Lei e con Dio, e per poter ricevere più degnamente nei nostri cuori, come Lei ha ricevuto nel suo seno, Gesù Cristo il Suo Figlio, gaudio eterno degli Angeli. Amen.

La Presentazione di Maria

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Sant’Alfonso de Liguori, nel suo bel libro ‘Le Glorie di Maria’, racconta come un angelo avesse comunicato a santa Brigida che nessuna lingua basterebbe a spiegare quanto l’intelletto della Madonna giungesse a penetrare Dio nel primo istante che Lo conobbe. E sin d’allora Maria a quella prima luce da cui fu illuminata, tutta si offrì al suo Signore, dedicandosi interamente al Suo amore ed alla Sua gloria.

Ma sentendo che i Suoi santi genitori, Gioacchino ed Anna, avevano promesso a Dio, anche con voto (come dicono diversi autori), che se a loro avesse data prole, Gliela avrebbero consacrata a servirLo nel tempio, la Madonna, appena giunta l’età di tre anni (come attestano san Germano e sant’Epiphanio), volle offrirsi e consacrarsi a Dio in modo solenne, presentandosi nel Tempio.

Questo favore dunque chiese ai Suoi genitori, e quando lo avevano concesso, andò a Gerusalemme con pochi parenti (come asserisce san Gregorio di Nicomedia), ma con angeli a schiere, in accordo con la parola del Signore nel Cantico dei cantici: ‘Sorgi affrettati, o mia diletta, e vieni – Surge propera, amica mea, et veni, e con il versetto del salmo: ‘Ascolta figlia e vedi, ed inclina il tuo orecchio e scordati della tua patria e della casa del tuo padre – audi filia et vide et inclina aurem tuam et obliviscere populum tuum et domum patris tui.

Presentandosi allora nel tempio, si poteva finalmente offrirsi a Dio con effetto e pubblica solennità, come si era offerta a Dio dal primo momento della sua vita. Le parole del Cantico: A me il diletto mio ed io a Lui – Dilectus meus mihi et ego illi si realizzavano in Lei perfettamente: si offriva completamente a Dio: tutte le potenze, tutti i sensi, tutta la mente e tutto il cuore, tutta l’anima e tutto il corpo. Inoltre, secondo l’abbate Ruperto, era la prima a fare il voto della sua verginità a Dio.

Nel tempio poi, nelle parole di sant’Alfonso, cresceva ‘sempre nella perfezione come cresce nella sua luce l’aurora, e chi mai può spiegare quanto di giorno in giorno risplendevano in Lei sempre più belle le Sue virtù, la Carità, la modestia, l’umiltà, il silenzio, la mortificazione, la mansuetudine. Piantato nella casa di Dio questo bell’ulivo, scrive san Giovani Damasceno, inaffiato dallo Spirito Santo, divenne abitazione di tutte le virtù.

Nella sua umiltà non pensava mai di divenire Madre del Messia, e di divenirla proprio tramite le sue sempre più perfette virtù; ma piuttosto (secondo le Rivelazioni di santa Brigida) leggendo che Dio doveva nascere da una vergine, sommamente ella desiderava di trovarsi al tempo della venuta del Messia per poter fare la serva a quella felice vergine che meritava di esserGli la madre, benché non sene ritenesse degna.

E tutte queste sue perfezioni non acquistava senza lavoro, come rivelava alla santa benedettina Elisabetta con le parole seguenti: ‘Pensi tu ch’io abbia avuto la grazia e le virtù senza fatica? Sappi che io non ebbi grazia alcuna da Dio senza grande fatica, orazione continua, desiderio ardente, e molte lagrime e penitenze.’

Sant’Alfonso paragona la Sua vita nel tempio con quella di una tortorella, vivendo da sola in questo mondo come in un deserto, e gemendo per la campagna: Così la Madonna ‘sempre gemeva nel tempio, compatendo le miserie del mondo perduto, e cercando a Dio la comune redenzione, gemendo con le parole di Isaia: manda, o Signore, l’Agnello dominatore della terra – Emitte agnum, Domine, dominatorem terrae : Mandate, o cieli, di sopra la vostra rugiada, e le nubi piovino il giusto – Rorate Caeli desuper et nubes pluant Justum.

Come dunque la Madonna si è offerta presto ed interamente a Dio, così noi, per la Sua verginale intercessione ci vogliamo offrire a Dio senza dimora né riserva. Come Lei, vogliamo, per amore di Dio, lottare per perfezionarci in ogni virtù, sforzandoci soprattutto per combattere il nostro vizio dominante per fare piacere sempre di più a Dio, affinché alla fine dei nostri giorni siamo trovati degni di adorare con Lei in Cielo il frutto benedetto del Suo seno Gesù. Amen.

Stella Maris

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Un significato del nome Maria che si manifesta negli inni Ave Maris Stella ed Alma Redemptoris Mater è quello della Stella del Mare.

La stella del mare, la stella polare, è la stella più brillante, più alta, e più vicina al polo, come la Madonna fra tutte le creature di Dio è la più alta in dignità, la più bella, e la più vicina a Dio: invariabile nel suo amore e immutabile nella sua purezza.

San Bernardo spiega che il nome stella si adatta bene a lei in quanto: ‘Come la stella emette il suo raggio senza corrompersi, così senza infrangere la sua integrità, la Vergine partorì il Figlio. Il raggio non diminuisce lo splendore della stella ed il Figlio non toglie l’integrità alla Madre.’

Lo stesso santo si serve dell’immagine della stella per illustrare la sua maternità verginale anche in un altro modo: paragonando la sua maternità con una stella e la sua verginità con un’altra: due stelle che si illuminano con i propri raggi a vicenda.

Ora la Madonna è paragonabile ad un stella anche in quanto ci mostra Nostro Signore Gesù Cristo. Ce Lo mostra come una stella che prenunzia la venuta del sole, raccogliendo in se i raggi del sole prima che esso sia visibile; ce Lo mostra come la stella di Betlemme che ci indica il posto dove è nato; ce Lo mostra come la stella del mare, indicandoci la via attraverso il mare turbolento di questa vita per raggiungere la vera e primordiale luce che è Dio.

‘E’ lei quella nobile stella nata di Giacobbe, scrive san Bernardo, ‘il cui raggio illumina l’universo intiero, il cui splendore rifulge nei cieli e penetra gli abissi, e percorrendo la terra, riscaldando le menti più che non i corpi, alimenta le virtù ed inaridisce i vizi. Ella è la stella fulgida ed unica, necessariamente elevata sul mare maestoso ed immenso, splendenti di meriti e lucente di esempi.’

Seguiamo i suoi esempi, dunque, e preghiamo il suo aiuto per attraversare con sicurezza il mare di questo mondo, affinché dopo questo esilio ci mostri il frutto benedetto del suo seno, Gesù. Amen.

Magnificat

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Giunta alla casa di santa Elisabetta, la Madonna la saluta, e santa Elisabetta le risponde; ma ad un livello più profondo che la comunicazione umana fra le due santissime donne, avviene una comunicazione spirituale tra i loro figli. La presenza di nostro Signore Gesù Cristo nel grembo celeste della Sua Gloriosa Madre si manifesta infatti al Suo cugino e lo riempie dello spirito di profezia, così che, esultando nel grembo di santa Elisabetta, annunzia l’Avvento del Signore. Questa esultazione (saltare) del Battista è profetica anche in un secondo senso, in quanto prefigura il proprio martirio, che avverrà tramite la danza (saltare) di Salome, figlia di Erodiade.

Magnificat anima mea Dominum. Trenta anni più tardi san Giovanni Battista applicherà la stessa parola al Signore: Magnificari oportet: Egli deve crescere. Letteralmente significa che il Signore deve essere ‘fatto grande’, cioè sulla terra: Egli Che è infinitamente grande in Cielo deve essere ‘fatto grande’, o glorificato, anche sulla terra: la Sua Volontà, che è di essere glorificato dal creato intiero, deve essere fatta come in Cielo, così in terra.

Dio in fatti è di per Se Stesso infinitamente grande. Nel primo vespro di domenica (Salmo 144) cantiamo: Magnus Dominus et laudabilis nimis, et magnitudinis eius non est finis: Grande è il Signore e grandemente da lodare, e della sua grandezza non c’è fine. Orbene, quando la Madonna loda ( adora) o glorifica il Signore, Lo glorifica per la Sua infinita grandezza: la grandezza che Gli appartiene di per Se Stesso, ma anche per la grandezza che Egli manifesta nell’Incarnazione.

San Tommaso d’Aquino insegna che niente nel creato è grande o perfetto in assoluto, in quanto qualunque cosa creata potrebbe godere di un grado più alto di perfezione, ma che ce ne sono tre eccezioni: tre cose nel creato che sono perfette nel senso assoluto del termine. Queste tre cose sono: 1) L’Incarnazione; 2) La Divina Maternità; 3) la Visione Beatifica. Queste cose, poiché così intimamente collegate a Dio, sono grandi e perfette nel senso assoluto, e per quello si elevano per così dire al di sopra di tutto il resto del creato: degli Angeli, degli uomini, e dell’universo intiero insieme.

Il cantico Magnificat esprime non solo la grandezza di Dio e la grandezza della Sua operazione nell’Incarnazione, ma anche l’umiltà della Madonna. La Madonna rivelò a santa Brigida che più alto fu alzata da Dio, più basso scendeva sull scala dell’umiltà, sapendo che di per Se Stessa non era niente. Le parole del Magnificat esprimono la sua umiltà nel modo che spiega san Bernardo: ‘Tu’ (lei dice a santa Elisabetta) ‘magnifichi la Madre del mio Signore; la mia anima, invece, magnifica il Signore. Tu dichiari che tuo figlio salta per gioia alla mia voce, ma il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore… Tu dice che colei che ha creduto è benedetta, ma la causa della mia fede e della mia beatitudine è lo sguardo della Bontà Celeste sull’umiltà della Sua ancella: per questo tutte le generazioni mi chiameranno benedetta’.

Osserviamo qua che l’umiltà della Madonna si manifesta anche nel fatto che non dice che Dio abbia guardato lei, ma piuttosto la sua umiltà. Infatti si è completamente identificata colla propria umiltà. A questo riguardo il Signore mostrò a santa Brigida un’immagine di una donna in un atteggiamento di abbassamento spirituale e disse: ‘Questa è l’Umiltà, e il suo nome è Maria’.

Magnificat anima mea Dominum. Padre Cornelius à Lapide (su cui questo articolo si appoggia particolarmente) scrive: ‘Non solo la mia lingua, né solo la mia mano, bensì la stessa mia anima con tutto la sua forza magnifica Dio, poiché dagli aditi più intimi della mia anima, con tutte le potenze della mia mente, lodo e glorifico Dio. Adopero ed interamente dedico tutta la forza della mia anima alla Sua lode, così che il mio intendimento contempla Lui solo, la mia volontà ama e celebra nessun’ altro che Lui, la mia memoria si trattiene su niente se non su di Lui, la mia bocca parla di niente e non celebra niente se non Lui, la mia mano compie solo quelle cose che tendano al Suo servizio, i miei piedi si muovono solo verso ciò che tende alla Sua gloria’.

In una parola, dunque, l’essere intiero della Madonna glorifica il Signore in questo suo cantico ed in tutto ciò che lei fa. Aggiungiamo che questa gloria è la più grande che venga resa a Dio dal creato, in quanto la Madonna è l’essere razionale la più perfetta del creato, e in quanto lei più perfettamente compie il fine per cui è stata creata di tutte le altre creature: cioè la gloria di Dio.

La parola ‘anima mea’ si può anche intendere in un altro senso, cioè del Signore Stesso. Il Signore è la sua anima nel senso che Lui è ciò che è di più prezioso e di più intimo a le. In questo senso viene intesa (tra le varie altre interpretazioni) anche la frase del profeta Simeone: ‘Una spada trafiggerà pure la tua anima’: cioè la lancia trafiggerà il lato del Suo diletto Figlio dopo la Sua morte in croce. Dire che nostro Signore Gesù Cristo magnifica Dio, esprime il fatto che il Verbo Incarnato glorifica Dio Padre: ciò che è naturalmente il fine primario dell’Incarnazione, della Vita terrena, e della Morte di Lui, e ciò che Lui, e Lui solo, può fare in modo perfetto nel senso assoluto.

Et exsultavit spiritus meus in Deo salutari meo. Come san Giovanni Battista esulta in presenza del Signore, così anche la Madonna al momento dell’Incarnazione. Ora ‘l’esultazione’, scrive Eutymio, ‘è per così dire, una gioia intensificata che fa che il cuore salti veementemente coll’eccesso di gioia e si alzi in alto’. Quanto al grado di una data gioia, esso corrisponde al grado del bene posseduto, così che la gioia che è conseguente sul possesso di Dio supera nel suo grado qualunque altro tipo di gioia che ci sia.

La gioia della Madonna al momento dell’Incarnazione supera quella di san Giovanni, invece, in modo eccelso, in quanto lei all’Incarnazione viene in possesso di Dio in modo eccelso: generando dalla propria carne per operazione diretta di Dio il Verbo Stesso di Dio; e così entrando in una relazione del tutto intima e sublime con ogni membro della Santissima Trinità: Figlia diletta del Padre, Sposa dello Spirito Santo, e Madre del Verbo Divino. Alla sublimità eccelsa dell’unione a Dio corrisponde la sublimità eccelsa della sua gioia.

A causa di questa unione e di questa gioia sublimi, alcuni teologi non hanno esitato di asserire che la Madonna al momento dell’Incarnazione avesse goduto della Visione Beatifica. Anche se è dogma che la Visione Beatifica si può godere solo nella prossima vita, alcuni padri della Chiesa hanno sostenuto che ci fosse fatta un’eccezione nel caso di san Paolo, al momento della sua conversione sulla strada a Damasco, dove lui ha parlato di ‘un uomo rapito al terzo cielo’. Se hanno ragione su questo, come potremmo negare che la Madonna, la più grande di tutti santi, avesse potuto godere anche lei di questo insigne privilegio, ossia al momento dell’Incarnazione?

Quanto all’alzarsi in alto dello spirito della Madonna, ce lo possiamo figurare come un genere eccelso di estasi o di rapimento superiore all’estasi, in quanto, secondo la parola di santa Geltrude, la Madonna è ‘al di sopra di ogni estasi’. Dice padre Cornelius à Lapide che ‘il suo spirito sembrò di saltare fuori del corpo per pura gioia per precipitarsi verso Dio; e forse lo avrebbe fatto se Dio non l’avesse trattenuto nel suo corpo colla propria potenza. Così che quando finalmente morì, non morì di malattia, ma solo di amore, di gioia, e di desiderio di vedere il suo Figlio, come sostiene Suarez ed altri teologi’. Sant’ Ildefonso scrive che la Madonna o non doveva morire o doveva morire di puro amore. Si può argomentare come sopra, che se altri santi sono morti di puro amore, lei, la più grande di tutti santi, non sarebbe potuta morire in altra maniera.

Inoltre, come dice sant’Alberto Magno, questa esultazione non era transeunte, bensì rimaneva come abitudine per tutta la sua vita, e che a causa di questa esultazione continua in Dio, lei era completamente morta al mondo ed a questa vita mortale, così che la sua vita era sempre nascosta con Cristo in Dio, e, presente nella corte celeste, e dimorando sempre nel santuario di Dio, poteva dire in modo più eccellente che san Paolo o qualsiasi altra creatura: ‘Vivo io, ma non io, ma Cristo vive in me’.

Exsultavit spiritus meus in Deo salutari meo. Ora la parola ‘Gesù’ significa Salvatore, e dunque l’esultazione dello spirito della Madonna era in Gesù Stesso, come un continuo e completo versarsi nel suo Divin Figlio. Ci ricordiamo a riguardo la parola del libro Habbakuk 3: ‘et exsultabo in Deo, Jesu meo’. In questo modo possiamo vedere l’esultazione della Madonna verso il suo Figlio come un eco lontano nel creato della Processione del Padre Eterno verso il Suo Figlio nel seno stesso della Santissima Trinità.

Sant’Agostino osserva che questi due primi versetti del Magnificat esprimono il nostro fine ultimo in Paradiso: di glorificare la Maestà di Dio e di godere della Sua infinita Bontà. ‘Poiché ci sono due cose che gli spiriti degli angeli e dei santi in quella fonte di Bene bevono nell’eterna contemplazione: cioè l’incomprensibile Maestà di Dio, e la Sua ineffabile Bontà: l’una che produce un sacro timore, l’altra l’amore. Venerano Dio per la Sua Maestà, Lo amano per la Sua Bontà’.

Amen. Deo Gratias.

 

AVE

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+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

Nel sacro Tempo di Avvento, un tema costante nella Santa Messa è quello della Salutazione Angelica, l’Ave Maria. Perciò volgiamo un breve sguardo su questo tema, ossia, sulla sola parola “Ave”.

Ave significa pace e gioia: pace non solo per infondere la pace nell’anima della Madonna, ma innanzi tutto perché l’Annunciazione è una ambasciata di pace mediante cui Dio e l’uomo saranno riconciliati: una ambasciata di pace mediante cui Dio si unirà all’uomo per vincere il suo nemico, per riparare i danni fatti dall’uomo, e per soggiogare il mondo intero al Regno pacifico ed eterno di Colui che è il Principe della Pace.

Pace e gioia: la gioia che viene dai beni elargiti da Dio sulla Santissima Madre di Dio, nelle parole di san Bernardo: l’estinzione della concupiscenza, il dominio e il primato di tutto l’Universo, la pienezza di tutte le grazie, di tutte le virtù, di tutti i doni, di tutte le beatitudini, di tutti i frutti dello Spirito, di tutte le scienze, della interpretazione dei sermoni, degli spiriti della profezia, dei discernimenti degli spiriti, delle operazioni delle virtù, la fecondità nella verginità, la maternità del Figlio di Dio, l’essere Stella del mare, la Porta del Cielo, e soprattutto la Regina della Misericordia.

Se era grande la gioia della Madonna che derivò dal possesso di tutti questi beni, infinitamente più grande era la gioia che derivò dal possesso di quel bene che è il Sommo Bene: Dio stesso. Perché con l’Incarnazione la Santissima Vergine Maria ha preso possesso in modo perfetto (in quanto era possibile ad un essere umano) di Dio stesso, la Seconda Persona della Santissima Trinità fatta Uomo. Ha preso possesso di Lui in modo perfetto sia fisicamente, sia spiritualmente: fisicamente in quanto l’ha contenuto nel Suo corpo stesso, nel paradiso terrestre del Suo grembo immacolato, secondo la parola di Geremia: “la donna cingerà l’uomo”. L’ha posseduto in modo perfetto spiritualmente in quanto la sua anima, per questo scopo, fu fornita di tutte le grazie, le virtù, e di tutti i doni di cui abbiamo già parlato.

Ma siccome l’Arcangelo san Gabriele annuncia la pace non solo alla Madonna, ma anche a tutto il genere umano, così anche la gioia, perché con la nascita del Suo Figlio, come recitiamo nel Prefazio della Madonna: “versò sul mondo la luce eterna”, quella Luce eterna che è Gesù, che nelle parole dell’inno è “l’allegria dei cuori, il gaudio delle lagrime, e il dolce premio della vita”.

E questa gioia celeste siamo capaci di possederla anche noi, non come un oggetto qualsiasi però, ma come la Madonna stessa (anche se in grado inferiore), possederla in noi. Perché il Signore stesso ha detto: “affinché la Mia gioia sia in voi, e la vostra gioia sia piena”, e possiamo possederla in noi nella inabitazione sostanziale della Santissima Trinità, quando siamo nello stato di grazia, e nella Santa Comunione.

Ma c’è un altro significato della parola Ave che è “viva”, che si riferisce ad Eva madre dei viventi. Chiamando la Madonna “viva”, l’Arcangelo la dichiara dunque “vera Madre dei viventi”: vera madre dei viventi perché vera Madre della vera Vita che è Dio stesso, e perché vera Madre della vera vita degli uomini che è la vita della Grazia, la Vita Eterna. E se la Madonna è la vera Madre della Vita, Eva non è la vera madre della vita, bensì la madre della morte, perché la vita terrestre è la morte in confronto alla Vita di Grazia, e perché lei, in conseguenza del Peccato Originale, è la causa della morte fisica di tutti i suoi discendenti, tranne la Madonna, e della morte spirituale dell’Inferno.

Questo contrasto tra la Madonna ed Eva la Chiesa lo vede espresso nel fatto che la parola Ave è l’inversione della parola Eva, come cantiamo nell’Inno Ave Maris StellaSumens illud ave (…) Mutans Hevae nomen/ Accogliendo quell’ “Ave” (…) trasformando il nome di Eva… E la Chiesa considera che come Ave è l’inversione di Eva, la Madonna converte in benedizione tutte le maledizioni di Eva.

Questo contrasto tra la Madonna ed Eva, la Patristica lo espone in oltre come contrasto tra una vergine sciocca ed una vergine prudente, una donna superba ed una donna umile: la prima che fa assaporare dell’albero della morte, la seconda che fa assaporare dell’albero della vita; la prima l’amarezza di un cibo velenoso, la seconda la dolcezza di un Frutto Eterno.

Ora, la dolcezza di questo Frutto Eterno è il Frutto del Seno della Santissima Vergine Maria, che desideriamo gustare a Natale, che desideriamo gustare e guardare con i propri occhi dopo questo nostro esilio, mostratoci dalla Sua tenerissima Madre: Lui che è l’allegria dei cuori, il gaudio delle lacrime, il dolce premio della vita. Amen.

+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen
Sia lodato Gesù Cristo

L’IMMACOLATA CONCEZIONE

Murillo_immaculate_conception+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

“La Santissima Vergine Maria, nel primo istante della Sua Concezione, per singolare Grazia e privilegio di Dio Onnipotente, e in vista dei meriti di Cristo Gesù + Salvatore del genere umano, è stata preservata immune da ogni macchia del Peccato Originale”. Questo è il Dogma dell’Immacolata Concezione proclamato nella Bolla Ineffabilis Deus del beato Pio IX nell’anno 1854.

Cosa era questa macchia del Peccato Originale? Gli effetti del Peccato Originale erano i seguenti: l’entrata della morte e della sofferenza nel genere umano; la perdita della Grazia santificante per loro, e la sua mancanza per tutta la loro discendenza dal concepimento in poi; la perdita della chiarezza dell’intelletto e della forza della volontà; la perdita del dominio completo della ragione sulle passioni; una certa soggezione al demonio. Ciò che viene descritto come ‘ogni macchia del Peccato Originale’ nel caso della Madonna si riferisce alla mancanza della Grazia santificante dal concepimento in poi. In altre parole la Madonna fu concepita nella Grazia santificante.

Ma la Santissima Vergine  fu preservata non solo dal Peccato Originale, ma anche dal peccato personale, come dichiara il sacro Concilio di Trento nelle seguenti parole: “La Chiesa mantiene che la Beata Vergine mediante un privilegio speciale di Dio, poteva evitare tutti i peccati, anche veniali, durante tutta la Sua vita. Così che può essere applicata a Lei la frase del Cantico dei Cantici: Tutta bella sei tu, o mia diletta, e macchia non è in te (Ct.4,7)”.

Sant’Alfonso M. de Liguori commenta: “Da che Ella ebbe uso della ragione, cioè, dal primo istante della sua immacolata concezione nell’utero della Santa Anna, sin da allora cominciò con tutte le Sue forze ad amare il Suo Dio, e così seguì a far sempre più avanzandosi nella perfezione, nell’amore, in tutta la Sua vita. Tutti i Suoi pensieri, i desideri, gli affetti, non furono che di Dio, non disse parola, non fece torto, non diede occhiata, non un respiro che non fosse per Dio e per la Sua gloria, senza mai storcere un passo, senza mai distaccarsi un momento dall’amore Divino”.

La preservazione della Madonna dal Peccato Originale e personale sono le condizioni della purezza della Madonna, della purezza sublime richiesta dal Suo rapporto ineffabile con Dio. Nelle parole di san Bernardo: “Con ragione si presenta Maria ammantata di Sole; Lei  che ha penetrato oltre ogni nostra immaginazione l’abisso profondissimo della Divina Sapienza, così che per quanto lo consente la condizione di una creatura, Ella appare come immersa in quella Luce inaccessibile”.

Questa sublime purezza della Beatissima Vergine fu rivelata all’anima del Sommo Pontefice Beato Pio IX.  Egli raccontò che: “mentre Dio proclamava il Dogma per la bocca del Suo Vicario, Dio stesso dette al mio spirito un conoscimento sì chiaro e sì largo dell’incomparabile purezza della Santissima Vergine che, inabissato nella profondità di questa conoscenza, cui nessun linguaggio potrebbe descrivere, l’anima mia restò inondata di delizie inenarrabili, di delizie che non sono terrene, nè potrebbero provarsi che in Cielo. Nessuna prosperità, nessuna gioia di questo mondo potrebbe dare di quelle delizie la minima idea, ed io non temo affermare che, il Vicario di Cristo, ebbe bisogno di una grazia speciale per non morire di dolcezza sotto l’impressione di cotesta cognizione, di cotesto sentimento della bellezza incomparabile di Maria Immacolata”.

Proviamo, carissimi fedeli, a crescere ogni giorno nella nostra devozione all’Immacolata Concezione, che a causa della Sua vicinanza a Dio e del Suo profondo Amore materno verso ognuno di noi,  è l’Avvocata più potente che ci sia per noi presso l’Altissimo. AffidiamoLe i nostri affanni, onoriamoLa con la preghiera del Santo Rosario, amiamoLa nei nostri cuori.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Santo Rosario: la festa

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+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen

Nell’Enciclica Octobri Mense il Papa Leone XIII afferma che è stata la stessa Regina del Cielo ad annettere una grande efficacia alla preghiera del Santo Rosario poichè è per ispirazione di Lei che il Rosario è stato istituito e propagato da san Domenico in tempi molto dolorosi per la Chiesa, non tanto dissimili da quelli attuali, quasi strumento di guerra, scrive il Papa, molto adatto a vincere i nemici della fede, nella forma degli eretici Albigesi, e così, continua il Papa, col favore della Vergine Gloriosa, debellatrice di tutte le eresie, hanno annullato e distrutto le forze degli empi e salvato la fede di tanti.

Un’altra vittoria del Santo Rosario che festeggiamo in questa prima Domenica di ottobre è quella di Lepanto che è successa in risposta alla recita del Santo Rosario da parte dei fedeli di tutta l’Europa e soprattutto di Roma, si racconta come prova dell’intercessione della Madonna, la Sua immagine miracolosamente formata nel fumo dei fucili proprio all’inizio della battaglia, determinante contro l’Islam.

Il Santo Rosario è dunque una preghiera molto potente che, possiamo dire inoltre, conserva la fede, mette il fedele sotto la protezione della Madonna e lo inizia alla meditazione del Volto adorabile di Cristo +.

+ In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti.

Sia lodato Gesù Cristo.

La Mediatrice di tutte le grazie

 

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In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.

Oggi è la solennità del Santo Rosario in cui si celebra la gloriosa vittoria di Lepanto sull’Islam: una vittoria guadagnata soprattutto per la recita del Santo Rosario. Siccome la vittoria di Lepanto, così anche la preghiera stessa del Rosario, ci mostra chiaramente il ruolo di Mediatrice della Madonna.

Nell’Ave Maria ci rivolgiamo a Lei a causa della sua vicinanza a Dio: Lei che è piena di grazia perché il Signore è con Lei; benedetta fra le donne perché è benedetto il frutto del suo seno Gesù; e Santa perché è Madre di Dio. E preghiamo a Lei che Lei preghi per noi adesso e nell’ora della nostra morte: cioè, in tutte le nostre necessità. Lei è la Mediatrice dunque: sta tra noi e Dio e raggiungiamo Dio per mezzo di Lei.

La stessa verità viene espressa nei Misteri del Santo Rosario: nel primo Mistero Gaudioso contempliamo prima Lei e poi il Signore concepito nel suo santo seno, in un crescendo che è proprio della Rivelazione. Nel secondo Mistero contempliamo prima Lei di nuovo da sola, andando alla casa di Santa Elisabetta, e poi Nostro Signore nel Suo primo atto pubblico: quello della santificazione di San Giovanni Battista. Nel terzo Mistero la meditiamo con il suo Figlio Divino che possiamo adorare ormai con gli occhi dello spirito. Nel quarto e nel quinto Mistero Gaudioso la vediamo sempre inchinata e protesa verso il suo Figlio Divino: offrendoLo e poi trovandoLo nel tempio.

Lei è la Mediatrice, andiamo per mezzo di Lei al Signore: per Mariam ad Jesum. Questo è vero della Preghiera Ave Maria e dei Misteri Gaudiosi, ma anche dei Misteri Dolorosi, perché i Misteri dove il Signore viene offerto e trovato nel tempio sono allo stesso tempo Dolori della Vergine Maria (il primo e il terzo) che anticipano e preparano ai dolori del Suo Figlio.
Nei Misteri Dolorosi la Madonna si ritira per mettere in luce il Signore, anche se le Rivelazioni di Santa Brigida, per esempio, attestano la sua presenza alla flagellazione; e la Tradizione della Chiesa La presenta vedendo il Suo Figlio incoronato e portando la Croce; e il Vangelo ci parla della Sua presenza sotto la Croce.

La Madonna dunque ci conduce al Suo Figlio nei Misteri Gaudiosi e Dolorosi, che poi contempliamo Risorto e asceso al Cielo. I Misteri si concludono con la visione della Madonna glorificata per il suo ruolo nella Redenzione.

Il principio “per Mariam ad Jesum” si manifesta di nuovo con la Preghiera che conclude il Santo Rosario, “Salve Regina”. Dopo aver invocato la Regina del Cielo e della Terra in questa Preghiera con grande devozione nel fervore, Le chiediamo di mostrarci nel Cielo il frutto del suo seno Gesù.
Se questa Preghiera conclude tutto il Rosario, conclude anche in un certo senso la Preghiera dell’Ave Maria stessa. Perché mentre nell’Ave Maria chiamiamo “benedetto” il frutto del suo seno Gesù e chiediamo alla Madonna di pregare per noi; nella Salve Regina chiediamo che Lei ci mostri il frutto del suo seno Gesù. Chiediamo esplicitamente, dunque, ciò che non avevamo ancora osato chiedere che cioè, in ultima analisi, il fine ultimo e il culmine di ogni Preghiera: la visione beatifica di Dio in Cielo.

La Santa Chiesa Cattolica insegna che la Madonna è Mediatrice di tutte le grazie e questo in due sensi. Il primo senso è che ha donato al mondo il Redentore Che è la fonte di tutte le grazie; il secondo senso è che tutte le grazie che vengono elargite sugli uomini, vengono concesse per la Sua intercessione.
Leone XIII dichiara nella sua Enciclica sul Rosario Octobri mense: ” Per questo, è lecito affermare, a piena ragione, che dell’immenso tesoro di ogni grazia che il Signore ci ha procacciato, poiché “la grazia e la verità provengono da Cristo” (Gv. 1,17), nulla ci viene dato direttamente se non attraverso Maria, per volere di Dio. Dato che nessuno può andare al Sommo Padre se non per mezzo del Figlio, così, di regola, nessuno può avvicinarsi a Cristo se non attraverso la Madre”.

Come possiamo caratterizzare la mediazione della Madonna?
Innanzitutto come collaborazione, perché occorre distinguere la mediazione del Figlio da quella della Madre. La mediazione del Figlio è perfetta, perché Lui solo ha riconciliato l’uomo con Dio tramite la Sua morte in Croce, mentre la mediazione della Madre è piuttosto una collaborazione. E’ una collaborazione dove opera in modo preparatorio o ministeriale ed in modo indiretto e remoto quando disse, ad esempio, all’Incarnazione “Ecce ancilla Domini”, e quando stava sotto la Croce ad offrire tutta la sua vita e sofferenza a servizio del Divin Redentore.
La mediazione della Madonna è anche una mediazione materna, e questo in un doppio senso. Perché ha donato il Redentore agli uomini sia come Madre del Redentore sia come Madre degli uomini; ed anche perché intercede presso Dio a favore degli uomini sia come Madre di Dio sia come Madre degli uomini.

Poiché la Madonna è la Mediatrice di tutte le grazie, conviene che affidiamo sempre più fervorosamente, ed intensamente noi stessi a questa nostra Madre tenerissima e potentissima per poter vincere i nostri nemici: il Mondo, la Carne e il Diavolo o, in una parola, per vincere noi stessi: per adorare poi con Lei, in Cielo, il frutto benedetto del suo seno, Gesù.

Sia lodato Gesù Cristo +
In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.

La santità

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Carissimi fedeli, l’unico scopo della vita umana è la nostra santificazione, per questo siamo stati creati, per nient’altro che questo.

Il Signore ci da ottanta o novanta anni di vita, normalmente, solo per questo. Se noi arriviamo alla fine dei nostri giorni e non siamo ancora santi, abbiamo fallito.

Cosa è la Santità?

La santità è la perfezione della Carità, ossia, la perfezione dell’Amore sovrannaturale, nel senso assoluto dei termini la santità, la perfezione della Carità, la perfezione dell’Amore sovrannaturale è solo Dio stesso, Dio è la santità, Dio è la Carità, e Dio Che è la santità e la Carità ci comanda di essere Santi anche noi: “siate Santi, perchè Io sono Santo”, dice il Signore quattro volte nel Libro del Levitico.

Ma cosa è la santità per noi? Cosa è la perfezione della Carità per gli uomini? Nostro Signore Gesù Cristo + risponde: “nessun uomo ha un amore più grande di questo, di dare la sua vita per i suoi amici”. Parla della santità, parla della perfezione dell’amore per un uomo, per noi, esprime la santità in termini di quell’atto che Lui ha compiuto da uomo per salvare il mondo. Questa è dunque la santità per noi: dare la nostra vita per i nostri amici.

Per quali amici? Per Dio stesso, perché Dio è il nostro più grande, più caro e amorevole Amico, è in un certo senso il nostro unico Amico, perché Lui ci ha creati, ci conserva in esistenza, ci ha dato e ci dà tutto ciò che siamo e che abbiamo; ci ha redenti con la Sua Passione e la Sua Morte e vuol dare tutto a noi, cioè Se Stesso e per sempre.

Dobbiamo, dunque, dare la nostra vita per Lui in primo luogo e in assoluto, e poi dobbiamo dare la nostra vita per il nostro prossimo, questo in secondo luogo e in modo relativo, perchè amiamo il prossimo solo in Dio e a causa di Dio, questo difatti è il soggetto del Comandamento nuovo del Signore: che vi amiate gli uni e gli altri, come Io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.

Questa stessa perfezione dell’amore viene insegnata in due altri testi particolari della Sacra Scrittura, il primo testo è: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze e il prossimo come te stesso”, il secondo testo è quello dei Dieci Comandamenti di cui i primi tre stabiliscono l’amore per Dio e gli altri sette stabiliscono l’amore per il prossimo: chi mi ama – dice il Signore – tiene i miei Comandamenti. Per spiegare meglio ciò che sono i Dieci Comandamenti bisogna sapere che non solo vietano ciò che è peccato, ma che anche ci incitano alla perfezione della Carità.

E difatti lo scopo della vita umana non è solo di evitare il peccato, soprattutto il peccato mortale per poter raggiungere il Cielo, bensì di perfezionarci, come ho detto all’inizio di questa omelia, per raggiungere quel grado di gloria in Cielo che Dio ha stabilito per noi prima della creazione del mondo.

Guardiamo un attimo il lato positivo dei Comandamenti:
– i primi tre stabiliscono l’adorazione e l’onore dovuto a Dio, tanto in privato quanto in pubblico, nonché la Fede, la Speranza e la Carità verso di Lui;
– il quarto stabilisce l’onore per i Genitori e per i Superiori,
– il quinto (con le parole del Catechismo di Trento) ci ingiunge, anche, di estendere la nostra concordia e caritatevole amicizia verso i nemici per avere pace con tutti, sia pure affrontando con pazienza, ogni contrarietà;
– il sesto ci ingiunge alla purezza dell’amore, alla castità ed alla modestia;
– il settimo ci impone di essere benevoli e generosi verso il prossimo;
– gli ultimi tre, l’ottavo, il nono e il decimo ci insegnano di non parlare male del prossimo, di pregare per ciò che ci conviene di possedere, di apprezzare i nostri beni e di ringraziarne il Signore.

Per tenere i Comandamenti e per perfezionarci occorre la pratica delle virtù, soprattutto le virtù Cardinali della prudenza, della giustizia, della temperanza e fortezza, occorre anche un lavoro assiduo contro le nostre imperfezioni di carattere o di abitudine, forse siamo approssimativi nelle azioni e nelle nostre parole, siamo rozzi, maleducati un pò, indifferenti al prossimo, un pò liberi nelle parole, un pò maliziosi, aspri, amari, suscettibili, permalosi, distratti, disordinati, inaffidabili, inclini al risentimento, pensieri contro la Carità, all’eccesso di tristezza, di ira, di paura o persino di gioia. Questo lavoro sul nostro carattere, sulle nostre abitudini, anche quasi più del lavoro contro il peccato è il lavoro più difficile che ci sia, si chiama “il lavoro dei Santi”, nelle parole di santa Teresina che provengono dalla Sacra Scrittura: “il lavoro fra tutti più penoso è quello che si intraprende sopra se stessi per arrivare a vincersi”.

Una parola sulla Preghiera.

Stiamo aspettando la Vita Eterna qua, dove vogliamo essere con Dio per sempre, se non pensiamo, se non parliamo, se non preghiamo mai a Lui, quale tipo di preparazione è questa per la Vita Eterna? Una mezza Ave Maria mentre mi addormento non basta! Devo afferrare del tempo, la mattina e la sera, per la Preghiera anzi, devo provare a vivere sempre nella presenza di Dio con l’attenzione della mente, verso di Lui, che non dimentichi mai che Lui è il mio più grande Amico Che occorre adorare, lodare, ringraziare, di Cui occorre chiedere favori, a Cui devo dare e dedicare tutta la mia vita.

Ho parlato del lato attivo della santificazione, ma c’è anche il lato passivo. La vita, dopo la caduta, è dura, siamo qua per lavorare e soffrire, per portare la nostra croce dietro a Lui, e questa sofferenza ci santifica più di tutte le azioni che potremmo compiere. Lui ha dato la Sua vita per i suoi amici, cioè a noi, nella sofferenza, quella sofferenza che ha manifestato il Suo Amore, così anche noi dobbiamo dare la nostra vita a Lui, con tutta la nostra sofferenza, perché questa manifesterà anche il nostro amore. Ci saranno sempre sofferenze e difficoltà, ma queste possiamo accettarle per amore di Lui ed offrirGliele come i nostri più preziosi tesori, uniti con le Sue sofferenze in Croce. Per la Sua gloria, per la salvezza del mondo, e per la santificazione della nostra anima.

+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

Sia lodato Gesu’ Cristo.