La Natività

Untitled we+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Beata Vergine, nell’episodio della Natività, “meditava tutte queste cose nel suo cuore”. La parola latina “conferens” suggerisce di fare dei paragoni, tra l’umano e il Divino: l’umano nella nascita di un bambino umano da una madre umana, nelle più povere e meschine condizioni; il Divino nella nascita di un Dio annunziata da un Arcangelo, predetta dalla concezione e dall’esultanza in grembo di San Giovanni Battista, dalle profezie di S. Elisabetta e S. Zaccaria, dalla moltitudine degli angeli e dalla stella.

E tra i segni dell’azione divina possiamo includere anche il carattere del parto in se stesso, e la presenza di angeli ministri.

Il parto non violò l’integrità verginale della Madre, così come non lo fece la Concezione, in quanto la Madre di Dio è perpetuamente Vergine: prima, dopo, e durante il parto; né il parto fu in modo veruno doloroso, perocchè i dolori delle nostre doglie non furono ereditati dalla Nostra Madre Santissima, in quanto ella era immune da ogni macchia del Peccato Originale. Perché laddove Eva, la madre di morte, partorì nel dolore come pena per il Peccato, la Beata Vergine, la Madre della Vita, partorì nella gioia, esente da ogni peccato.

La Madonna rivelò a Santa Brigida: “Egli uscì dal mio chiuso grembo verginale con indicibile gioia ed esultanza… io lo partorii… inginocchiata da sola in preghiera nella stalla. Perché con tale esaltazione e letizia dell’anima io l’ho partorito, ché non ebbi alcun travaglio né provai dolore veruno, ma subito Lo avvolsi nelle vesti pulite che io avevo già da lungi preparate”. Nel Discorso Angelico leggiamo: “Inoltre, quando il Figlio di Dio fu concepito, Egli entrò nell’intero corpo della Vergine con la Sua Divinità, cosicché, quando nacque con la Sua umanità e la Sua Divinità, Egli uscì versato attraverso il suo corpo, siccome tutta la dolcezza esce interamente dal seno della rosa, rimanendo la gloria della verginità nella Madre Sua”.

Dove si fermò Nostro Signore al momento della Sua nascita? Barradio asserisce ch’Ei s’adagiò sul terreno a cagione della Sua Divina umiltà, mentre, secondo una tradizione riportata dal Ribadaneira, la Beata Vergine non appena vide Cristo, fu colta da gran meraviglia per il Dio fatto uomo, e si prosternò a terra davanti a Lui, e con la più profonda riverenza e gioia del cuore Lo salutò con queste parole: “Tu sei venuto da me, che tanto Ti ho desiderato, o mio Dio! Mio Signore! Mio Figliuolo!”, non dubitando affatto di esser stata compresa da Lui, pur Bambino quale Egli è, e che ella dunque Lo adorò, baciandogli i piedi in quanto Egli era il suo Dio, le mani in quanto Egli era il suo Signore, il Suo volto in quanto Egli era il suo Figliuolo. Altri sono invece dell’opinione che Egli fu posto dagli angeli nelle braccia della Sua Beatissima Madre; altri ancora, tra cui S. Brigida e il padre Cornelio a Lapide, affermano che il Divino Bambino si alzò con la Sua stessa forza e si mise tra le braccia della Sua dolcissima Vergine Madre.

Per quanto riguarda la presenza di angeli ministri, padre Cornelio a Lapide commenta giustamente: “Se le stelle del mattino lodavano Iddio e tutti i Suoi Figli (ovverosia gli Angeli) si rallegravano della creazione del mondo, come dice Giobbe (38,7), quanto più devono aver gioito al momento dell’Incarnazione e della Natività del Verbo? Infatti, S. Paolo afferma (Eb 1,6): Quanto il Padre fece nascere il Suo primogenito nel mondo, Egli ordinò che tutti i Suoi Angeli Lo adorassero”. E possiamo facilmente immaginare che non solo nel cielo sopra i pastori, circondato da una nuova e maestosa luce divina, ma certamente pure nella stalla di Betlemme le schiere degli Angeli lo adorassero.

E lo stesso padre Cornelio a Lapide commenta: “Tutti gli Angeli accompagnarono Cristo loro Dio e Signore sulla terra, al modo in cui tutte le corti reali accompagnano un Re quando si reca da qualche parte. Provavano meraviglia del Dio Incommensurabile, come se si trovassero ridotto a concepibili dimensioni in una luce immensa, e Lo veneravano e Lo adoravano… E così avvenne che questa stalla era come se fosse diventata l’alto cielo del Paradiso, piena di Angeli, di Cherubini e di Serafini, i quali, lasciando il Cielo, venivano in terra ad adorare il loro Dio fatto uomo. Siffatta era l’opera dell’Incarnazione e della Natività del Verbo, finora inconcepibile, così come era del tutto incredibile per gli Angeli, in quanto era l’opera suprema e conveniente della Divina Potenza, Saggezza, Giustizia e Clemenza, la quale supera ogni capacità di comprensione degli uomini e degli Angeli.

E così la Madonna, nel silenzio, nella sua verginale modestia, nella sua celeste prudenza, nella sue quanto mai salde Fede e Speranza, contemplava tutte queste cose, sia umane che Divine, paragonando i segni di profondissima umità che vedeva con quanto ella conosceva della Suprema Maestà di Dio: la stalla con il cielo; le fasce con l’abito meraviglioso di cui è rivestito Colui che è “coperto di luce come da una veste” (salmo 104); la culla con il trono dell’Altissimo; le bestie con i Serafini: vedendo in esse tutta una meravigliosa armonia, tale da confermare la sua Fede, che l’unico Figlio di Dio, Quello che da Lei nacque, il Quale avrebbe, nel corso del tempo, sviluppato e portato a compimento suddetti misteri nella Redenzione del mondo.

E proprio come la Rivelazione di Dio sotto le spoglie di un bimbo neonato suscita meraviglia negli Angeli per la sublime novità, così eleva il cuore dell’umanità, e soprattutto della Madonna, all’adorazione della Divinità, siccome canta la Chiesa nel Prefazio di Natale: “Poiché dal mistero del Verbo Incarnato, la nuova luce del Vostro splendore rifulgette agli occhi della nostra mente, sicché, mentre venivamo a conoscere Dio visibilmente, siamo rapiti dal desiderio per le cose invisibili”. E così la Beata Vergine, tutti gli Angeli e gli uomini gioiscono assieme, e così anche noi, cari fedeli, gioiamo insieme e ringraziamo Iddio per esser venuto sulla terra per amor nostro, sicché pure noi possiamo amarLo come un piccolo bambino, come il nostro Dio, il nostro Redentore, il nostro Bene Infinito.

(Traduzione a cura di Traditio Marciana)

Il Direttore Spirituale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Guardiamo prima la necessità di un direttore (maestro spirituale/confessore regolare) rispetto ai pericoli della vita spirituale, e poi rispetto all’autorità della Chiesa; e dopo le qualità che convengono ad un tale.

1. La necessità di un direttore

i) nei pericoli della vita spirituale

Proveniamo da un bel regno, ed a quel bel regno dobbiamo tornare, ma tornare attraverso un paese selvaggio e pericoloso. Il terreno è ingannatore e pieno di pericoli; dapertutto ci sono nascosti nemici senza misericordia che ci vogliono uccidere ed impadronirsi delle nostre anime. Il Re che ci ha incaricati di tornare al Suo regno ci ha giustamente fatti accompagnare da un Suo servo che ci possa guidare attraverso il terreno e custodirci dai nemici feroci. Questo è l’Angelo Custode. Ma vuol farci accompagnare anche da un altro, non invisibile e puramente spirituale, bensì visibile ed al contempo spirituale e materiale, un nostro pari, ben versato nei pericoli del terreno e dei nemici che lo infestano, con cui ci possiamo intrattenere in ogni reciprocità, libertà, e franchezza; consigliare, ed obbedire prontamente per arrivare alla meta in sicurezza.

Scrive Padre Morando nella sua edizione delle Opere di santa Teresa d’Avila (Vita, volume iv): ‘Il confessore è padre, maestro, medico, giudice, e guida dell’anima che a lui si affida… Di esso si serve il Signore come di un secondo Angelo Custode per illuminarci, dirigerci, toglierci dai peccati, e dai vizi, riprenderci e guidarci sulla strada sicura della salute.

Bisogna fare dunque una buona scelta, perchè alle volte da questa dipende l’esito della confessione e il progresso spirituale. Scrive san Basilio: ‘Nella confessione dei peccati è da osservarsi la stessa regola che nello scoprire i mali del corpo: non si mostrano questi a uno qualsiasi, ma a coloro che sono esperti nel curarli.’

Senza un tale guida cosa diverremmo? diverremmo guide a noi stessi. Non è possibile che vediamo intieramente chiaro quando si tratta di noi stessi, dice san Francesco di Sales; non possiamo essere giudici imparziali in causa propria per una certa compiacenza ‘così segreta ed impercettibile che, se non si ha buona vista, non si può scoprire, e quelli stessi che ne son presi, non la concoscono se non la si fa loro vedere’.

Si manifesta la necessità di un direttore, infatti, in tutte e tre tappe della vita spirituale, che guarderemo adesso in dettaglio.

Per gli incipienti c’è bisogno all’inizio di un periodo lungo e laborioso di penitenza. I pericoli che questo periodo comporta sono:
i) la vana compiacenza nelle mortificazioni esterne, onde si guasta la salute, si cura con troppa indulgenza, e si cade poi nel rilassamento;
ii) la presunzione prematura di entrare in una tappa spirituale troppo alta, come quella dell’ amore, ciò che può condurre allo scoraggiamento, ed a nuove cadute;
iii) l’aridità spirituale onde le consolazioni sensibili iniziali spariscono, si abbandonano gli esercizi di pietà, e si cade nella tiepidezza. Il direttore ha il compito di ammonire ai figli spirituali che le consolazioni non dureranno per sempre; di assicurarli che l’aridità rassoda le virtù e purifica l’amore.

Per i progredienti, c’è bisogno di nuovo di luce per discernere le virtù da coltivare, per esaminare la coscienza, incoraggiamento per perseverare nel lungo e faticoso cammino verso la perfezione.

Per i perfetti, o piuttosto per coloro che si stanno avvicinando alla perfezione, un direttore è altrettanto indispensabile: per coltivare i doni dell Spirito Santo; per discernere le ispirazioni divine da quelle della natura o del demonio; per essere guidati nei tempi delle prove passive: dei profondi turbamenti, delle tentazioni, delle paure della divina giustizia; per essere discreti, umili, docili, e prudenti nei tempi di grazie contemplative: per conciliare la passività con l’attività.

ii) L’autorità della Chiesa

‘Dio, avendo costituita la Chiesa come società gerarchica’, (scrive Padre Tanquerey, su cui ci appoggiamo principalmente in questo articolo) ‘volle che le anime fossero santificate per mezzo della sottomissione al Papa e ai vescovi nel foro esterno e ai confessori nel foro interno’. Papa Leone XIII scrive: ‘Troviamo alle origini stesse della Chiesa una celebre manifestazione di questa legge: benchè Saulo, spirante minacce e carneficine, avesse inteso la voce di Cristo Stesso e gli avesse chiesto: ‘Signore, che volete ch’io faccia?’ pure fu inviato ad Anania in Damasco: ‘Entra in città e là ti sarà detto quel che devi fare’…’Cosi fu praticato nella Chiesa; questa è la dottrina unanimemente professata da tutti coloro che, nel corso dei secoli, rifulsero per scienza e santità.’

La necessità di un direttore spirituale per i monaci viene insegnata da san Giovanni Cassiano nell’occidente, e da san Giovanni Climaco nell’oriente. San Vincenzo Ferreri asserisce: ‘Chi ha un direttore al quale obbedisce senza riserva e in tutte le cose, arriverà molto più facilmente e più presto che non farebbe da solo, anche se fornito di vivissima intelligenza e di dotti libri in materia spirituale.’

Ciò che vale per i monaci vale anche per i laici. Sant’Alfonso insegna che uno dei doveri principali del confessore è quello di dirigere le anime. Le lettere di molti Padri della Chiesa, come San Girolamo e Sant’ Agostino testimoniano lo stesso bisogno da parte dei fedeli, come ci mostra d’altronde la natura stessa della vita spirituale, che tutti fedeli dovrebbero condurre in modo serio.

*

Dice il Padre Godinez: ‘Su mille persone che Dio chiama alla perfezione, dieci appena corrispondono, e su cento che Dio chiama alla contemplazione, novantanove mancano all’appello… Bisogna riconoscere che una della cause principali è la mancanza di maestri spirituali… Costoro sono, dopo la Grazia di Dio, i nocchieri che guidano le anime attraverso lo sconosciuto mare della vita spirituale. E se nessuna scienza, nessuna arte, per semplice che sia, può essere imparata senza un maestro che l’insegni, tanto meno si potrà imparare quell’alta sapienza della perfezione evangelica ove s’incontrano così profondi misteri… Stimo quindi cosa moralmente impossibile che, senza miracolo o senza masestro, un’anima possa per lunghi anni passare per ciò che vi è di più alto e di più arduo nella vita spirituale senza correr rischio di perdersi’.

2. Le qualità di un direttore

Santa Teresa insiste che un direttore sia dotto, prudente, e che abbia esperienza delle cose di Dio. Scrive: ‘… il demonio ci può tendere molti tranelli; perciò non vi sarà mai nulla di più sicuro che temere sempre più, procedere sempre con cautela, avere un maestro che sia dotto e non tacergli nulla: facendo così non potrà venire alcun danno’ (Vita 25); È molto importante… che il nostro maestro sia prudente, cioè di buon criterio, e abbia esperienza. Se oltre a ciò è anche dotto, è una grandissima fortuna’ (Vita 13).

Padre Morando aggiunge che il confessore deve essere anche uomo di Dio, discreto, paziente e zelante, non troppo severo, non troppo condiscendente. Per poter discernere il direttore adatto occorre una ricerca in buona fede e sincerità di cuore con preghiera fervorosa a Dio. Santa Teresa d’Avila cercava un confessore adatto per 18 anni. La Santa dice: ‘Se nonostante ogni sua ricerca, non lo può trovare, il Signore verrà certamente in suo aiuto, come ha sempre fatto con me, quantunque sia tanto miserabile’. Aggiunge che un direttore inadatto ‘invece di porgere rimedi alle anime, non fanno che inquietarle ed affligerle. Ma questa prova sarà tenuta da Dio in gran conto’ (Vita 40).

Una volta ‘trovato un buon confessore, il penitente non lo deve cambiare senza un giusto e grave motivo’, aggiunge il padre Morando. ‘Coll’essere stabile, conosce meglio lo stato ed i bisogni dell’anima; più fruttuosa e sicura riuscirà la direzione. Bisogna considerare il confessore come il rappresentante di Gesù Cristo, e quindi averne stima e rispetto, docilità e ubbidienza, tutto manifestargli e nulla nascondergli’.
Deo Gratias.

L’educazione

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La procreazione assieme all’ educazione dei figli è la prima finalità del matrimonio. I genitori hanno, dunque, un dovere grave di fornirli, o se stessi o tramite altri, una educazione sana.

Osserviamo però che la mentalità moderna, concretizzata nelle leggi contemporanee degli stati, nei programmi educativi delle scuole, e ormai largamente estesa tra il popolo, si oppone violentamente ai princìpi sani dell’educazione.

Procediamo esponendo prima lo stato attuale dell’educazione nelle scuole di oggi, e poi i princìpi cattolici che devono determinarla. La nostra breve esposizione ci mostrerà che gli unici modi di educare figli nell’Italia di oggi che sono compatibili sia con la Fede che con i doveri dei genitori, sono lo ‘Homeschooling’ e le scuole parentali.

I   L’educazione nelle scuole di oggi

Ora ci sono chiaramente due campi in cui opera l’educazione: il campo scolastico e quello morale, i quali sono divenuti tutti e due campi di battaglia invasi ormai dallo spirito del Mondo, anche nelle scuole che ancora si dicono cattoliche.

Quanto all’educazione scolastica, ci sono due materie che sono maggiormente bersagliate dallo spirito del Mondo: quella della filosofia, e quella della storia. Nella filosofia testimoniamo una tendenza verso l’ateismo, il relativismo, l’umanesimo, l’edonismo ed il comunismo, con l’esaltazione di figure come Charles Darwin, Emanuel Kant, David Hume, e Karl Marx. Nella storia, invece, si testimonia l’ostilità contro Dio, la Chiesa, e la Monarchia, con l’esaltazione di figure come Martin Lutero e di avvenimenti come la Rivoluzione francese.

Quanto all’educazione morale, si insegna nelle scuole di oggi un edonismo tanto superficiale quanto irrazionale. Tale edonismo si manifesta innanzitutto nell’educazione sessuale, introdotta sotto il titolo eufemistico di ‘Affettività e corpo’ o sotto il titolo pseudo-intellettuale del ‘Gender’ (cfr. il libretto ‘Educazione sessuale nelle scuole di oggi’ reperibile su questo sito); si manifesta altrettanto nell’accettazione ufficiale del libertinaggio da parte degli insegnanti, e nella pornografia seminata qua e là nella materia scolastica, ad esempio persino nei libri di grammatica latina.
II   I princìpi dell’educazione cattolica

Conviene ai genitori, ai giovani che riflettono di sposarsi, e più generalmente a tutti, inquanto membri di una società invasa dal male, di meditare seriamente sui princìpi dell’educazione cattolica. Questa sezione dell’articolo consisterà principalmente in una sintesi del sermone di Sant’Alfonso (per la domenica settima dopo Pentecoste) attorno alla parola del Signore: ‘Non può l’albero buono dare frutti cattivi, nè l’albero cattivo dar frutti buoni’ (Mt 7.18).

Scrive San Giovanni Crisostomo: ‘Abbiamo un grande deposito: i figli; conserviamolo con grande cura’, e fa notare che normalmente abbiamo maggiore cura degli asini e dei cavalli che non dei figli. Sant’Alfonso osserva: ‘I figli non sono un dono fatto ai genitori, sì che ne possano disporre come vogliono; ma un deposito, che se per loro negligenza si perde, essi dovranno darne conto a Dio’. Origene dice che di tutti i peccati dei figli, i padri ne hanno da render conto nel giorno del loro giudizio. San Paolo scrive persino che: ‘Se uno non pensa ai suoi, e specialmente a quelli di casa, ha rinnegata la fede ed è peggiore di un infedele’ (1 Tim 2.15).

Come elementi essenziali dell’educazione si possono enumerare:
1) la disciplina;
2) l’insegnamento della Fede, della preghiera, e di massime cristiane;
3) l’esempio.

1. La disciplina

‘Allevateli nella disciplina e negli ammonimenti del Signore’ scrive
San Paolo (Ef 6.4), e il Re Salomone ci insegna: ‘Chi risparmia la verga odia il suo figliolo’ (Prv 13.24). ‘Se ami quel figlio’, commenta Sant’Alfonso, ‘riprendilo e castigalo anche colla sferza, se bisogna, quando è già grandetto’. Ammonisce il padre di non batterlo quando sta in collera, perchè allora è facile eccedere, e il figlio penserà che la punizione non sia per emendarlo ma è solo effetto di ira. L’ideale è punirlo levandogli il mangiare, privandogli di una veste, chiudendolo in camera.

Il padre deve impedire ai figli le occasioni di peccare: indagando il portamento dei figli, informandosi dove va quando esce di casa; vietandogli di frequentare compagni cattivi; licenziando serve giovani di casa; proibendo giuochi pericolosi, letteratura cattiva ed oscena, immagini scandalose; proibendo che le figlie parlino da solo a solo con uomini.

Aggiunge santa Teresa d’Avila (Vita c.2): ‘… vorrei caldamente inculcare ai genitori, di fare molta attenzione alle persone che trattano con i loro figliuoli ancora in tenera età, perchè vi può essere gran pericolo, essendo la nostra natura più inclinata al male che al bene’.

Un gran male è l’indulgenza da parte dei genitori che, quando i figli si infangano in cattive amicizie, in risse e bagordi, invece di sgridarli e castigarli, dicono soltanto: ‘Che si ha da fare? Sono giovani, hanno da fare il corso loro.’ Un altro male è semplicemente tacere per non disgustare i figli. Ma di questi comportamenti sarà da rendere un conto rigoroso al giorno del Giudizio.

‘Procurate che sin da fanciulli facciano il buon abito…’ dice santo Alfonso, ‘perchè così poi facilmente le praticherano quando sono grandi.’ ‘Quanto è facile ai figli apprendere il bene quando sono piccoli, tanto poi è difficile’, aggiunge, ‘se hanno appreso il male, ad emendarsi quando sono grandi.’ ‘Il giovanetto, preso che abbia la sua strada, non se ne allontanerà neppure da vecchio’ (Prv 22.6).

2. L’insegnamento

Si legge nella Sacra Scrittura (Eccl 7.25): ‘Istruiscili e piegali alla sottomissione fin dall’infanzia.’ Il primo obbligo dei genitori è quello di istruire i figli nei rudimenti della Fede. Questi si trovano nel Simbolo apostolico: cioè l’esistenza di Dio, Creatore e Signore di tutte le cose; il mistero della Santissima Trinità; il mistero dell’Incarnazione del Verbo divino, Che è il Figlio di Dio ed allo stesso tempo vero Dio, fatto Uomo nel grembo della Madonna; Che patì e morì per la nostra salvezza; Che ci giudicherà e infine ci manderà per sempre o al Paradiso o all’Inferno. Con questo insegnamento i genitori inculcheranno ai figli non solo la Fede ma anche il timor di Dio che li tratterrà dal peccato: ‘Sin dall’infanzia insegnava il timor di Dio, e di asternersi da ogni peccato’ (Tob 1.10). Se i genitori non conoscono queste dottrine, devono mandare i loro figli al catechismo.

Inoltre devono istruirli come pregare il Credo, il Pater noster e l’Ave Maria, cose che ogni cristiano è tenuto a sapere sotto colpa grave; di recitare il Rosario; di fare la preghiera di mattina: ringraziando Dio di averli fatti alzare vivi, offrendoGli tutte le azioni buone della giornata e i patimenti che avranno da soffrire, pregando il Signore e la Madonna di custodirli da ogni peccato; di pregare la sera: esaminando la coscienza e facendo l’atto di pentimento; in più di visitare il Santissimo e fare atti di Fede, Speranza, e Carità. Alcuni padri di famiglia fanno fare ancora in casa ogni giorno la meditazione comune per mezz’ora, aggiunge sant’ Alfonso. I genitori sono tenuti altrettanto di farli confessarsi quando compiono 7 anni, comunicarsi quando ne compiono 10, e cresimarsi quando raggiungono l’uso della ragione.

Le buone massime sono anch’esse un grande aiuto per i figli. La regina Bianca, madre di san Luigi di Francia gli diceva: ‘Figlio, prima vorrei vederti morto fra le mia braccia, che stare in peccato’. Sant’Alfonso aggiunge le massime: ‘Ogni cosa finisce, l’eternità non finisce mai’; ‘Si perda tutto, e non si perda Dio’; e la parola del Vangelo: ‘A che serve avere tutto il mondo, e perdere l’anima?’ Commenta che una di queste massime che si imprime nella mente del figlio lo conserverà sempre in grazia di Dio.

3. L’esempio

‘Frequenta tu i Sacramenti’, ammonisce lo stesso santo, ‘senti le prediche che si fanno, di’ogni giorno il Rosario, non parlare immodesto, non mormorare, fuggi le risse, e vedrai che il tuo figlio si confesserà spesso, sentirà le prediche, reciterà il Rosario, parlerà modesto, non mormorerà, e non farà risse’.

Se i genitori non danno il buon esempio, invece, le loro parole di correzione avranno poco peso presso i figli: gli uomini credono più agli occhi che non alle orecchie. San Tommaso dice che padri che danno un cattivo esempio ai loro figli li obbligano in un certo modo a fare cattiva vita, e san Bernardo li descrive non come padri, bensì come uccisori dei figli. Infatti figli non nascono cattivi ma lo divengono tramite il cattivo esempio dei genitori.

Scrive santa Teresa d’Avila (Vita c. 2): ‘Spesso considero quale grave mancanza commettano quei genitori i quali non procurano in tutti i modi che i loro figli abbiano sempre innanzi agli occhi esempi di virtù. Infatti, sebbene, come dissi, mia madre fosse così virtuosa, giunta che fui all’uso della ragione, poco o nulla di buono appresi da essa; molto male invece imparai da una sua imperfezione’.

*

Come abbiamo fatto notare sopra, la prima finalità del matrimonio è la procreazione e l’educazione dei figli. Essendo il fine ultimo dell’uomo di raggiungere il Paradiso, possiamo dedurre che lo scopo ulteriore dell’ educazione è proprio questo: di formare i figli per il Paradiso: un dovere da parte dei genitori altrettanto pesante che nobile.

Come si possono, dunque, giustificare i genitori a far educare la loro prole in una visione contorta della realtà, ed in una visione pervertita della morale? Quale scuola in Italia rimane ormai a cui si può più affidare? Quale altra scelta responsabile rimane per i genitori che non di educare i loro figli a casa, o nell’ambito delle scuole parentali? Bisogna scegliere sub specie Aeternitatis: si tratta infatti della vita eterna dei figli e pure dei genitori. Quanto ai genitori concludiamo con le parole di sant’Alfonso: ‘… nell’altra vita avrà un grande castigo chi ha educati male i figli, ed avrà un grande premio chi li ha educati bene’.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Redenzione

Crocifissione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Se un padre dà al suo figlio un dono preziosissimo, e il figlio consapevolmente e deliberatamente lo distrugge, è obbligato il padre (dopo averlo punito) a dargli un altro dono? No, il padre è giustificato piuttosto di non dargli più niente. Ma cosa ha fatto Dio? Quando l’uomo (nella persona di Adamo e di Eva) aveva distrutto lo stato della natura elevata, cioè lo stato di vita di Grazia, di vita che non conosce ne sofferenza nè morte, dove l’intelligenza e la volontà sono chiare e forti, e dove le emozioni sono completamente sottomesse alla ragione: quando Adamo ed Eva avevano distrutto questi doni del Paradiso terrestre per se stessi e pure per tutto il genere umano in cui nome anche hanno agito, Dio gli ha dato un dono incomparabilmente più grande per redimerli: quello del Proprio Figlio.

Vediamo che la Redenzione è un dono gratuito di Dio: un atto di pura misericordia. Ma non solo la Redenzione stessa, ma anche il suo mezzo ed il suo modo sono atti di pura misericordia. Dio infatti avrebbe potuto redimere il mondo con qualsiasi mezzo o modo, ad esempio tramite un semplice atto di perdono; invece ha voluto redimerlo tramite l’Incarnazione e la Morte del Suo Divino e Benamato Figlio, Nostro Signore Gesù Cristo.

Perchè Dio ha voluto redimere l’uomo precisamente tramite l’Incarnazione? Nel suo trattato Cur Deus Homo? (Perchè Dio Uomo) spiega Sant’Anselmo che l’Incarnazione era necessaria se Dio voleva un’espiazione perfetta del peccato. Il peccato, essendo infatti un’offesa contro Iddio Infinito, costituisce un’offesa infinita a Lui, e dunque esige una riparazione infinita che solo Iddio può dare. Allo stesso tempo la riparazione per un peccato commesso da un uomo dev’essere compiuto da qualcuno che agisce nelle veci dell’uomo, in maniera vicaria: cioè da un uomo. Ma proprio questo è avvenuto nell’ Incarnazione, dove Dio ha compiuto la riparazione del peccato come uomo: ossia come Iddio – Uomo, Gesù Cristo.

Se il mezzo della Redenzione fu un atto di misericordia, lo era pure il suo modo. Poichè il Signore, come insegna la Bolla Unigenitus Dei Filius (1343), avrebbe potuto redimere il genere umano con solo ‘una goccia di sangue’, mentre ha versato il Suo Sangue ‘riccamente, per così dire, in ruscelli’ – come San Paolo dice nella sua Epistola ai romani: ‘Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la Grazia’.

Ma perchè Dio non era contento di versare una goccia di sangue per redimerci, ma voleva versarlo in ruscelli? San Giovanni Crisostomo risponde: ‘Ciò che bastava per la redenzione, non bastava per l’amore’; e San Tommaso d’Aquino aggiunge: ‘Cristo ha offerto a Dio più di ciò che l’espiazione dell’offesa del genere umano ha esigito, in quanto ha sofferto per amore.’

Fu dunque l’amore di Dio che L’ha spinto a soffrire così profondamente per noi; ma non solo il Suo amore: anche il suo desiderio di manifestarci il Suo amore. San Bernardo scrive: ‘Nella vergogna della Passione si manifesta la massima e l’incomparabile Carità’, e San Gregorio Nazianzeno scrive: ‘In nessun altro modo poteva essere dichiarato l’amore di Dio verso di noi’: in una parola, Dio ha manifestato il Suo amore inesprimibilmente grande verso di noi per farci amarLo.

Sant’Alfonso paragona l’uomo ingrato con un criminale in prigione, condannato al supplizio ed alla morte, per cui un amico caro e santo si offre per subire tutta la punizione da lui meritata: per liberarlo dalla prigione e per dargli una vita felice. Cosa farà questo criminale quando è liberato? Penserà spesso al suo amico a cui deve tutto, ci penserà con profondo affetto e gratitudine, le lagrime negli occhi? O invece quando un altro menziona questo atto straordinario della Carità del suo salvatore, risponderà: ‘Amico mio, senta! Parliamo d’altro! Cambiamo tema!’ come se il tema non lo riguardasse, come se questo suo salvatore che gli aveva dato tutto, non fosse mai esistito?’

E quale di queste due persone siamo noi? Pensiamo noi spesso alle indicibili sofferenze di nostro Signore per noi, ci pensiamo con gratitudine, con emozione ed amore? Oppure non ci tocca per nulla, e viviamo come ci sentiamo, provando forse di evitare i peccati più gravi, o forse anche no; seguendo i nostri istinti ed emozioni, cercando i nostri interessi in tutto; mai pregando, o mai seriamente; mai pensando a questo amore, di cui non c’è un più grande amore, questo amore che si è manifestato in una sofferenza che durò una vita intiera dal momento del concepimento di Nostro Amatissimo Signore Gesù Cristo nel Seno Immacolato di Sua Madre verginale, fino al momento del Suo ultimo respiro sul duro legno della Croce quando pronunziò l’ultima parola Consummatum est; una sofferenza che comprende in sé, fino al più alto grado, tutte le sofferenze e tutti gli oltraggi ai quali l’uomo si è mai stato soggetto; una sofferenza, infine, tramite cui ha amato non solo tutto il genere umano collettivamente, ma anche ogni membro di esso individualmente?

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Il Sacro Cuore di Gesù

Sacro Cuore+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Sacro Cuore di Gesù rappresenta il Suo amore per noi: il Suo amore Divino ed il Suo amore umano: il Suo amore come volontà e Suo amore come emozione. Questo amore, nel senso più profondo, è un amore sofferente e crocefisso, e per questo viene raffigurato incoronato di spine, ferito, con una croce sovrapposta, e bruciante ardentemente.

‘Io Che siedo sopra i serafini e cherubini, Che tengo tutto l’Universo nel Mio potere; Io il Re dei rei, Re come Dio, Re come uomo in virtù dell’Unione Hypostatica della Mia natura divina ed umana, e in virtù del riscatto del genere umano intiero; Io il Re di tutti gli uomini, anche dei giudei, dei mussulmani, degli ‘atei’, e di tutti gli altri che Mi negano o che nella loro presunzione mi disprezzano; Io il Re di tutti i popoli, di tutte le società e famiglie, e di tutti gli istituti, anche se Mi rifiutano: Io Mi sono umiliato per divenire uomo e per essere incoronato di spine da uomini ignoranti, vili, e malvagi, che si burlavano di Me, che si inginocchiavano e Mi salutavano ‘Salve Re dei giudei!’; che Mi schiaffeggiavano e Mi sputavano in faccia, mescolando la loro saliva col Sangue Preziosissimo del loro Salvatore.

‘Io Che sono supremamente ed assolutamente libero, Mi sono lasciato inchiodare su due pezzi di legno; Io Che sono la Bontà, la Misericordia, e la Giustizia in Persona, Mi sono lasciato condannare alla tortura, alla flagellazione, e alla morte più crudele; Io Che sono l’Eterna Beatitudine, ho scelto il dolore e la sofferenza infiniti; Io Che sono la Vita, ho subito la morte.

‘Ma non bastava neanche questo, perchè dopo la morte ho sofferto un nuovo oltraggio, il quale è in un certo senso il colmo di tutti gli altri: quando si è presa una lancia nella cui punta fu per così dire concentrati tutta la malizia, la malvagità, il disprezzo e l’odio del Mondo contro di Me, che poi fu piantata nel luogo proprio della mia Carità, nel Mio Sacratissimo Cuore. Ma persino in quest’ultimo oltraggio Io, Che nella Mia Divinità fui ancora unito al Mio corpo morto, non cercai la vendetta, ma anzi versai l’acqua ed il sangue, i mezzi della vostra salvezza.

‘Questo è dunque il Mio amore per voi, un amore che brucia, perchè sono venuto per far apportare il fuoco sulla terra, e come desiderei che già ardesse: come desiderei che tutti i cuori di tutti gli uomini di questa terra ardessero in una conflagrazione di amore per Me, il loro Re e Redentore, e che amandoMi conoscessero infine la latitudine, la longitudine, la sublimità, e la profondità del Mio amore crocefisso per loro, che sorpassa ogni scienza.’

Il Santo Nome di Maria

sssss+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Secondo sant’Alberto Magno, il nome di Maria ha quattro sensi: Illuminatrice, Stella del mare, Mare amaro, e Signora.

La Madonna è Illuminatrice in quanto, giammai offuscata dall’ombra del peccato e vestita di sole, ha illustrato tutte le chiese e ha dato al mondo la vera Luce, che è la luce della vita.

È la Stella del mare, come cantiamo nel sacro tempo d’Avvento e di Natale negli inni Ave Maris Stella e Alma Redemptoris Mater, in quanto, come la stella del mare, la stella polare, la stella più brillante, la più alta, e la più vicina al polo, così la Madonna fra tutte le creature è la più alta in dignità, la più bella, la più vicina a Dio; invariabile nel Suo amore e nella Sua purezza; illuminando la nostra vita ed insegnandoci la via attraverso il mare turbulento di questo mondo a raggiungere la vera Luce che è Dio.

Maria significa anche Mare, nel senso di mare di grazie, di cui san Luigi Maria de Montfort asserisce: ‘Dio Padre ha radunato tutte le acque e le ha chiamate mare; ha radunato tutte le grazie e la ha chiamate Maria’. San Bonaventura sostiene che tutti i fiumi di grazie che hanno ricevuto tutti gli angeli, gli apostoli, i martiri, i confessori, le vergini, sono confluite in quel mare di grazie che è Maria.

Ma più in particolare Maria significa Mare amaro: nel senso che ha sofferto più di tutti i martiri mai hanno sofferto o soffriranno; nel senso che nella sua materna bontà rende amari per noi i piaceri della terra che tentano di ingannarci e di farci dimenticare il nostro vero ed unico bene; e nel senso (secondo sant`Ambrogio) che rappresenta l’amarezza della fragilità umana, nella quale il Signore discese per raddolcirla con la suavità e le grazie del Verbo Divino.

Infine la Madonna è Signora e Regina perchè la Madre di Colui che è Re per titolo di Creazione, Incarnazione, e Redenzione. Come dice San Bernadino da Siena: ‘Sin da che Lei diede il suo consenso di essere Madre del Verbo Eterno, sin d’allora meritò di esser fatta la Regina del mondo e di tutte le creature; …Gli angeli, gli uomini, e tutte le cose che sono nel cielo e nella terra, essendo soggette all’impero di Dio, sono anche soggette al dominio della Vergine’.

Ma i teologi, tra cui Sant’Alberto Magno, Giovanni Gersone, San Tommaso d’Aquino, e san Bonaventura, con la Chiesa stessa nell’inno Salve Regina, ci insegnano che la Madonna è una regina non di giustizia, bensì di misericordia. San Bernardo spiega questo Suo titolo dicendo che ‘Ella apre l’abisso della misericordia di Dio a chi vuole, quando vuole, e come vuole, sì che non vi è peccatore, pur enorme che sia, il quale si perda, se Maria lo protegge. A Santa Brigida la Madonna rivelò: ‘Io sono la Regina del Cielo e la Madre della misericordia… nessuno è così discacciato da Dio, che, se Mi abbia invocata in suo aiuto, non ritorni a Dio e goda della Sua misericordia’.

Per questo, carissimi lettori, se qualcuno di noi avrà la sfortuna di trovarsi un giorno sul letto di morte senza la Grazia di Dio, deve ricorrere alla Santissima Madre di Dio per ottenere la perfetta contrizione dei suoi peccati e per essere salvato.

Benediciamo sempre il santo Nome di Maria, preghiamoLa ogni giorno della nostra vita, per raggiungere alla fine di essa suo Divin Figlio nella Gloria del Cielo. Amen.

San Francesco

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Quando si legge la vita di San Francesco, si riceve quasi l’impressione che non fosse vero, che fosse piuttosto una leggenda. Frati rapiti in estasi mentre passano ore in preghiera, apparizioni di serafini, di angeli custodi e di demoni, visioni di Dio e comunicazioni intime con Lui, miracoli di ogni tipo, conversioni di criminali, di grandi peccatori e sultani. Avvenimenti di grande semplicità raccontati anche con grande semplicità.

La pratica la più radicale possibile della Carità e dei tre consigli evangelici simbolizzati in una visione del santo con 3 monete d’oro ”così grandi, lucide, e belle che non avevo visto niente di simile in questo mondo. La santa dorata obbedienza, la grandissima povertà e la radiosissima castità che, “per Sua Grazia, Iddio mi ha concesso di osservare così perfettamente che la mia coscienza non mi rimprova nulla”.

L’obbedienza che fa che i suoi frati lascino subito le preghiere, le più consolanti, quando sono richiesti, o che calpestino la faccia e il collo del santo quando lui si vuol dare la penitenza; la povertà con cui Francesco si spoglia di tutti i suoi vestiti per lasciare il mondo e rinunciare completamente al denaro; e la castità con cui preferisce buttarsi nel letto di fiamme piuttosto che cedere alle proposte di una donna perversa.

Ma quando riflettiamo su questo mondo di San Francesco nella luce e nella Fede, vediamo che questo mondo è di fatti il mondo vero: il mondo dove Dio è tutto e l’uomo è niente, dove l’unico scopo di questa vita  è di salvare l’anima e di glorificare Dio con la nostra santificazione. Se il mondo di San Francesco sembra strano è perché non abbiamo ancora capito queste verità della Fede. Se sembra meraviglioso è perché Dio ha dato tante grazie a San Francesco e ai suoi compagni per vivere e manifestare queste verità.

Ma per capire ancora più profondamente il mondo di San Francesco bisogna vederlo non solo nella luce della Fede, ma più precisamente nella luce di Dio e di Cristo. La meraviglia di San Francesco di fronte agli uomini, agli animali, al fuoco, all’acqua, alla parola, alla luce non è solo la meraviglia di un semplice ed innocente bambino (anche se egli possedeva queste qualità), ma proprio la stessa  scienza e la saggezza dallo Spirito Santo che ci permettono di vedere tutto nel suo rapporto con Dio, con Dio come il suo ultimo fondamento e fine. Così San Francesco vedeva gli uomini: rivolgendosi, ad esempio, a Fra Leone come al “Fra pecorello di Gesù Cristo”; così vedeva tutta la natura creata da Dio per manifestare le sue eterne perfezioni, creata e redenta da Dio per manifestare la sua gloria.

Più una creatura era legata a Cristo e più San Francesco l’amava, persino il verme, perché il Signore ha detto “Io sono un verme e non un uomo”. Amava i fiori perché Cristo si chiama “il fiore del campo” e “il giglio della valle”; amava l’acqua perché il Signore era sceso in essa per santificarla, e aveva detto “Chi ha sete venga a me e beva”; amava ogni parola perché Cristo è la Parola nell’ultimo senso del termine; amava la luce perché Cristo, la seconda Persona della Santissima Trinità, è un riflesso della Luce perenne.

Questo dunque quanto a Dio nel suo rapporto al creato. Quanto a Dio di per Se Stesso il santo scrisse le parole seguenti ai suoi frati sul Santissimo Sacramento sull’altare: “Vi chiedo tutti, fratelli miei, baciando i vostri piedi con l’amore di cui sono capace, di mostrare tutta la riverenza e tutto l’onore che potete al Santissimo Corpo e Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo in Cui tutto ciò che è nel cielo e sulla terra è stato pacificato e riconciliato con Dio Onnipotente”.
San Francesco aveva pure una venerazione particolare per il Cristo crocifisso, Che parlò con lui dalla croce a San Damiano, Che era povero, avendo dato tutto agli uomini, e Che aveva commosso San Francesco a tal punto che per il pianto prolungato era diventato cieco.

Ovviamente l’anima spinge colui che ama ad imitare l’oggetto del suo amore, e con questo desiderio San Francesco pregava sul Monte Verna: ” Mì Signore Gesù Cristo, Vi prego di accordarmi due grazie prima di morire. La prima è che durante la mia vita io possa sentire nella mia anima e nel mio corpo, quanto è possibile, il dolore che Voi, o caro Gesù, avete sostenuto nell’ora della Vostra dolorosissima passione; la seconda è che io possa sentire nel cuor mio, quanto è possibile, quell’amore eccessivo con cui Voi, o Figlio di Dio, eravate acceso nel sopportare volentieri tale sofferenza per noi peccatori.”

Il Signore esaudì la sua preghiera con l’impressione delle sacre stigmate sul suo servo eletto. E la sua imitazione di Cristo era tanto fedele che poteva chiedere a Fra Leone nell’ultimo fioretto: “Sopra tutte le grazie e i doni dello Spirito Santo che Cristo concede agli amici suoi, vi è di vincere sé medesimo e volentieri per l’amore di Cristo, sostenere ingiurie, aggressioni e disagi: perché in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare poiché non sono nostri, ma di Dio come dice l’Apostolo… ma nella croce delle tribolazioni e della afflizione ci possiamo gloriare perché questo è nostro, e perciò dice l’Apostolo: “Io non mi voglio gloriare se non nella croce di Cristo”.

Per l’intercessione di San Francesco preghiamo di ricevere i doni della scienza e della sapienza per vedere tutto nella luce di Dio; di crescere nella nostra venerazione per il Santissimo Sacramento; e di sopportare con pazienza, anzi con gioia, tutte le sofferenze che il Signore nella Sua infinita bontà si degnerà di mandarci: per assomigliare all’immagine del Suo Figlio Divino. Amen.

L’Inferno

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La santa Chiesa romana dichiara dogmaticamente ed infallibilmente che l’Inferno esiste. Nella costituzione Benedictus Deus (A.D.1334) scrive papa Benedetto XII: ‘Secondo l’ordinazione comune di Dio, le anime di coloro che muoino nel peccato mortale attuale scendono subito dopo la morte in Inferno, dove vengono tormentati di pene infernali.’ Secundum Dei ordinationem communem, animae decedentium in actuali peccato mortali mox post mortem suam ad inferna descendunt, ubi poenis infernalibus cruciantur (cfr. anche il primo e secondo concilio di Leone).

Meditiamo la realta’ dell’Inferno coll’aiuto dell’Apparecchio alla morte di sant’Alfonso, per aiutarci ad evitare ogni rischio di cadere in quel luogo di indicibile sofferenza.

1) Le pene dell’Inferno

L’Inferno è il luogo di punizione per il peccato mortale. Questo peccato consiste nell’amare la creatura fino ad abbandonare Dio. Viene definito come la conversione alla creatura e l’aversione da Dio: Conversio ad creaturam, aversio a Deo. La conversione alla creatura viene punita con la pena del senso, mentre l’aversione da Dio viene punita con la pena del danno.

La pena del senso afflige il peccatore principalmente nei sensi tramite cui ha offeso Dio, ma anche piu’ generalmente in tutti i cinque sensi. Tra le molte cose che potremmo dire su queste pene ci limitiamo solo ai sensi dell’olfatto e del tocco.

Quanto all’olfatto, i dannati emettono un puzzo così insopportabile, che, secondo San Bonaventura, se il corpo di un solo dannato fosse tirato fuori dall’Inferno, basterebbe a far morire per il miasma tutti gli uomini. Quanto al tocco, la pena caratteristica dell’Inferno è quella del fuoco, in quanto su questa terra la pena del fuoco è la peggiore di tutte. Ma c’è una tale differenza tra il nostro fuoco e quello dell’Inferno che il nostrro sembrerebbe un dipinto in confronto a quello dell’Inferno, dice sant’Agostino, o freddo, come dice San Vincenzo Ferreri.

Un’altra pena particolare dell’Inferno è l’immobilità, espressa nelle parole dell’Apocalisse: ‘Egli pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente.’ Cioè il dannato dovrà restare per sempre nella medesima posizione in cui sarà caduto nell’Inferno nel giorno di Giudizio, senza poter cambiare posto, nè muovere più un piede o una mano, finchè Dio sarà Dio.

La pena del danno invece è la pena di aver perso Dio. Sant’Antonino scrive che non appena l’anima esce da questo mondo, capisce subito di essere stata creata per Dio. Perciò si slancia subito per andare ad abbracciare il Sommo Bene, il suo unico bene, ma essendo in peccato, verrà cacciata via da Dio. Tutto il suo Inferno consisterà nel rendersi conto che Dio è il Sommo Bene, degno di infinito amore, ma di trovarsi poi costretto ad odiarLo. Odi et amo, scrive il poeta romano… et excrucior. Odio ed amo, e ciò mi crocifige.

2. L’eternità dell’Inferno

Il peccato mortale è un’offesa infinita a Dio che richiede una punizione infinita, ma come la creatura non è in grado di subire una pena infinita nell’intensità, Dio ha giustamente disposto, spiega san Tommaso, che la sua pena sia infinita in estensione, cioè nella durata temporale.

Se fosse concesso ad un uomo di godersi di tutte le gioie di questa terra ogni giorno della sua vita, tranne per un’ora all’anno quando sarebbe orribilmente torturato, chi sarebbe così sciocco ad accettare una tale proposta? Ma la pena dell’Inferno non dura solo un’ora ma è eterna, e dopo migliaia di milioni di anni questa pena non avrà ancora cominciato.

Dall’Inferno non c’è scappatoio: non c’è ‘forse’. Se un’Angelo scendesse ad un dannato: ‘Uscirai dall’Inferno solo quando saranno passati tanti secoli quante sono le gocce dell’acqua del mare, le fronde degli alberi, ed i granelli della sabbia sul litore del mare’, sarebbe riempito di una gioa indicibile, ma questo termine non sarà mai. La tromba della divina giustizia di Dio non suonerà all’Inferno altro che: ‘Sempre, sempre, mai, mai.’

3) Il rimorso del dannato

Secondo San Tommaso ‘Il verme che non muore’ nella parola del Signore è il rimorso della coscienza. I rimorsi che tormenteranno di più il cuore dei malvagi saranno tre:
i) il poco per cui essi sono sati dannati;
ii) il poco che avrebbero potuto fare per salvarsi;
iii) il bene immenso che hanno perso.

Quanto al poco per cui si è dannato ed il poco che avrebbe potuto fare per salvarsi, l’infelice esclamera’: ‘Se io mi fossi mortificato e non avessi guardato quel certo oggetto; se avessi vinto il rispetto umano ed avessi evitato quell’occasione, quell’amico, o quella compagnia; non mi sarei dannato, non sarei ricaduto in peccato. Se mi fossi confessato ogni settimana ed avessi frequentato buona compagnia; se avessi letto ogni giorno una pagina di spiritualità e mi fossi raccommandato a Gesù e Maria.

Quanto al bene immenso che ha perso: ‘Ciò che in eterno affligerà di più il dannato, sarà vedere che ha perso il Cielo ed il Sommo Bene, cioè Dio, non già per sfortuna, o per ostilità degli altri, ma per propria colpa. Si accorgerà che era in suo potere, se solo avesse voluto, divenire eternamente felice: ma si renderà conto che lui stesso ha voluto invece precipitarsi con le proprie mani in quell’abisso di tormenti dal quale non potrà più uscire per tutta l’eternità.

Questi rimorsi saranno esacerbati dal ricordo di tutti i mezzi che Dio aveva dato al peccatore per salvarsi: l’esempio di amici virtuosi, i doni di natura: quali la buona salute, i beni materiali, i talenti che il Signore gli aveva dato allo scopo di impiegarli bene e farsi santo; e poi i doni della grazia: tanti lumi, tante ispirazioni e chiamate, tanti anni concessi per rimediare al male compiuto. ‘Che spade crudeli saranno tutte queste grazie ricevute per il cuore del povero dannato’ dice Sant’Alfonso, ‘quando vedrà che è finito il tempo in cui era possibile rimediare alla sua rovina eterna. Dovrà ammettere, nelle parole di Geremia: ‘È passata la stagione della messe, è finita l’estate, e noi non siamo salvati’.

*

‘Fratello mio’, dice il Santo, ‘se nel passato anche tu sei stato così stolto che hai voluto perdere il Paradiso e Dio per un infimo piacere, fà in modo di cercare presto un rimedio ora che c’e’ il tempo. Non voler continuare ad essere pazzo. Trema al pensiero di andare a piangere la tua pazzia in eterno’.

‘Chissà se questa riflessione… è l’ultima chiamata che Dio ti da. Chissà se ora non cambi vita, che il Signore non ti abbandoni al prossimo peccato mortale che commetterai.’

Nelle parole dello stesso Santo: ‘Mio Sommo Bene, quante volte Vi ho perso per un nonnulla, e ho meritato di perderVi per sempre! Ma mi consola sentire quello che scrive l’autore sacro: ‘Gioisca il cuore di chi cerca il Signore… O Maria, donatrice di pace ai peccatori, concedetemi di far pace con Dio. E poi tenetemi stretto sotto il Vostro manto, affinchè io non Lo perda piu’’.

La Santissima Trinità

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

La dottrina della Santissima Trinità è un mistero, cioè una dottrina oscura alla ragione, che la sola ragione non può raggiungere nè completamente comprendere. La dottrina della Santissima Trinità si chiama il ‘mistero dei misteri’, o il ‘mistero per eccellenza’, che anche dopo la sua Rivelazione la ragione non può penetrare che minimamente.

Il termine ‘Trinità significa un solo Dio in tre Persone Divine, o tre Persone Divine in un Dio, ovvero Iddio uno e Trino. La prima persona è il Padre, la seconda Persona è il Figlio, la terza Persona è lo Spirito Santo.

Per comprendere le relazioni tra le tre Persone, bisogna iniziare con le parole del Credo: Filium… ex Patre natum ante omnia saecula: il Figlio e’ nato dal Padre prima del tempo; e Spiritum Sanctum… qui ex Patre et Filio procedit: lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. La Santa Madre Chiesa insegna infatti che il Figlio procede dal Padre, e lo Spirito Santo procede sia dal Padre che dal Figlio.

Il Padre è la prima Persona non perchè è superiore alle altre Persone, ma perchè è il principio delle altre Persone. Le altre due Persone procedono da lui nel senso che hanno origine in Lui, mentre Lui non ha origine in altra Persona, nè procede da altra Persona.

Quanto al modo di procedere, il Figlio procede dal Padre in via generationis. ‘Tu Sei mio Figliuolo, ed Io oggi Ti ho generato’ (Salmo 2. 7). Il Padre genera il Figlio dunque: non Lo fa, non Lo crea, perchè sono coeterni. Si intende questo modo di procedere come un procedere del Figlio dall’Intelletto del Padre, perchè la funzione dell’intelletto e` di generare un’immagine.

Lo Spirito Santo, invece, procede dal Padre e dal Figlio in via spirationis. Il Padre ed il Figlio non Lo fanno, non Lo creano, perchè anche Lui è coeterno al Padre ed al Figlio. Si intende questo modo di procedere come un procedere dello Spirito Santo dalla Volontà del Padre e del Figlio: dall’amore reciproco del Padre e del Figlio: per questo lo Spirito Santo si chiama anche ‘Amore’.

Le tre Persone Divine costituiscono insieme un solo Dio; si distinguono in virtù di queste loro relazioni l’una all’altra. Come nell’uomo i due principi, anima e corpo, esistono in una sola persona, così, in Dio, tre Persone esistono in una sola sostanza.

Ci sono due immagini che ci può far capire meglio la distinzione delle Persone in un solo Dio. La prima immagine è quella del riflesso di un uomo in uno specchio. La esporremo brevemente nell’articolo su Dio Padre; la seconda è quella del sole.

Nel sole si possono osservare tre cose: il corpo del sole, la sua luce, ed il suo calore. Il corpo del sole è la sorgente della luce e del calore, come il Padre è il principio delle altre tre Persone. Il raggio emana dal sole come il Figlio procede dal Padre, ed il calore deriva dal sole e dal raggio come lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. Ma il sole, il raggio, ed il calore fanno insieme una sola cosa, come le tre Persone Divine sono insieme un solo Dio.

Questa immagine ci aiuta a capire anche come il Figlio è luce, ossia la luce dell’Intelletto del Padre; e come lo Spirito Santo è calore, ossia il calore dell’amore che unisce il Padre ed il Figlio.

L’immagine ci aiuta a capire ugualmente come le tre Persone Divine si relazionano a vicenda fuori tempo. Poichè il sole non è anteriore al raggio, ed il raggio non è anteriore al calore, bensì il sole, il raggio, ed il calore incominciano tutti e tre insieme e vanno sempre insieme. Sono distinti, ma non disgiunti (nelle parole del catechismo di San Pio X): operano insieme ed inseparabilmente; coesistono simultaneamente. Così le tre Persone Divine sono distinti nelle loro relazioni reciproche, ma senza successione temporale: perchè le tre Persone sono coeterne e le loro relazioni non sono dentro, ma fuori tempo.

In questa vita non sapremo mai molto sulla Santissima Trinità. L’ importante è di condurre una buona vita, dominando il nostro orgoglio e sottomettendoci ai comandamenti. ‘Che ti serve saper discutere profondamente della Trinità, dice Tommaso à Kempis, se non sei umile e perciò alla Trinità tu dispiace?’ Infine questo è il modo più efficace per conoscere la Santissima Trinità: perché più santamente vivremo quaggiù, più pienamente goderemo della Visione Beatifica della Santissima Trinità in Cielo alla Sua eterna gloria. Amen.

Il Giudizio particolare

+ In nomine Patris et Fillii et Spiritus Sancti. Amen.

Un tema ricorrente nei vangeli, come in quello dell’impiegato ingiusto o quello dei talenti, e’ il ‘resaconto’. Un altro tema ricorrente e’ la vigilanza richiesta in vista dell’attesa del ritorno del Signore. Ambedue temi manifestano la dottrina del Giudizio particolare.

I Concili di Leone e di Firenze, come anche la Costituzione dogmatica Benedictus Deus di Benedetto XII, proclamano infallibilmente che immediatamente dopo la morte le anime dei giusti vengono assunte in Cielo (direttamente o indirettamente attraverso il Purgatorio), mentre le anime di coloro che muoiono nel peccato mortale (o personale o originale) vengono mandate in Inferno. Il Catechismo romano insegna la dottrina del Giudizio particolare esplicitamente. Mediteremo su questo tema coll’aiuto dell’ ‘Apparecchio alla morte’ di Sant’ Alfonso.

1) La comparsa davanti al Giudice

Secondo l’opinione comune dei teologi, il Giudizio particolare avviene al momento stesso, e nel medesimo luogo, della morte. Sara’ Nostro Signore Stesso a giudicare l’anima, e verra’ ‘ai buoni nell’amore, ma agli empi con tremore’ nella parola di Sant’Agostino. Per gli empi la condanna si annunziera’ gia’ dall’apparenza del Giudice: ‘L’ira del Re e’ messaggero di morte’ (Proverbi 16.14). ‘Che pena… provera’ l’anima nel vedere Gesu’, osserva Sant’Alfonso, ‘il Quale essa ha disprezzato durante la vita! Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto, e l’anima vedra’, allora adirato, senza piu’ speranza di placarci, Lui, l’Agnello, il Quale ha avuto tanta pazienza durante la vita.’

Il Giudice verra’ a giudicarli con le stesse piaghe con le quali lascio’ questa terra. ‘Grande gioia di chi lo contempla, esclama l’Abbate Ruperto, grande timore di chi Lo attende’: le sue piaghe consoleranno i giusti ma spaventeranno i peccatori.

Che cosa rispondera’ il peccatore a Gesu’ Cristo sotto l’aspetto della Sua Passione? La Sue sante piaghe diranno: Guardate l’effetto del tuo peccato e malvagita’! Guardate le fonti di perdono per coloro che si pentono! Guardate e tremete il tuo peccato e la tua impenitenza’.

2) L’accusa

‘La corte sedette e i libri furono aperti’. I libri di cui parla l’Apocalisse saranno due: il vangelo e la coscienza. Nel vangelo si leggera’ quanto l’accusato avrebbe dovuto fare; nella coscienza quanto ha fatto. Sulla bilancia poi della divina Giustizia, non saranno pesate ne’ le ricchezze, ne’ il prestigio, ne’ la nobilita’ dei singoli, ma solo le opere.

Giungeranno allora gli accusatori, e per primo il demonio. Sant’ Agostino scrive: ‘Ci gettera’ in faccia tutto cio’ che abbiamo fatto, in quale giorno e in quale ora abbiamo peccato.’ Quindi dira’ al Giudice nelle parole di san Cipriano: ‘Io non ho sopportato per costoro ne’ gli schiaffi, ne’ i flagelli… O Signore, per questo reo io non ho patito nulla. Egli pero’ ha abbandonato Voi Che siete morto per salvarlo, per farsi mio schiavo; e per tale ragione me lo prendo io.’

Anche gli angeli custodi lo accuseranno, come afferma Origine, testimoniando di quanti anni abbiano faticato attorno a lui in vano. Lo accuseranno atresi’ le mure tra le quali ha peccato, la coscienza, ed anche i peccati medesimi. Questi diranno, nella parole di San Bernardo: ‘Tu ci hai generati, siamo tue creature: non ci separeremo da te.’ Saranno in fine le piaghe stesse di Gesu’ ad accusare il reo secondo San Giovanni Crisostomo: ‘I chiodi si lamenteranno di te, le piaghe parleranno a tuo sfavore, la Croce di Cristo pronunziera’ il discorso finale contro di te.’

3) L’esame

Il Signore dice nel libro di Habakkuk: ‘In quel tempo perlustrero’ Gerusalemme con lanterne’. La luce della lanterna, infatti, penetra in tutti angoli della casa. Padre Cornelio a Lapide spiega che Dio porra’ davanti al reo gli esempi dei santi e ogni lume ed ispirazione che gli aveva dato durante la vita, come pure tutti gli anni concessi a lui per fare il bene.

Cosicche’ in quel momento tu dovrai rendere conto di ogni sguardo, come ammonisce Sant’Anselmo, di ogni mancanza anche nelle opere buone: nelle confessioni nelle Sante comunioni e in tutte le altre. E ‘Se il giusto a stento si salvera’’, dice San Pietro, ‘che ne sara’ dell’empio e del peccatore?’ ‘Se si deve rendere conto di ogni parola oziosa, quale conto si dovra’ rendere’, ci chiede San Gregorio, ‘per aver acconsentito a tanti cattivi pensieri ed a tante parole oscene?’

4) La sentenza

Infine, al momento del Giudizio, bisogna che l’anima abbia condotto una vita conforme alla vita di Gesu’ Cristo, per poter raggiungere la salvezza eterna. Cosa fara’ il peccatore? Fara’ come quel tale del vangelo, che giunse al banchetto senza le veste nuziale: tacque, non sapendo cosa rispondere. Il suo stesso peccato gli chiudera’ la bocca: ‘Ogni iniquita’ chiude la sua bocca’ (Ps. 106. 42).

Ecco alla fine il Giudice emettera’ la sentenza: ‘Venite benedetti del Padre mio, ricevete in eredita’ il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo!’; oppure ‘Via da me maledetti nel fuoco eterno!’

Sant’ Eusebio dice che lo spavento dei peccatori nel momento in cui sentiranno il Giudice emettere la condanna sara’ tale, che se non fossero immortali, morirebbero di nuovo. San Tommaso da Villanova aggiunge: ‘Non ci sara’ piu’ possibilita’ di pregare: non ci saranno piu’ intercessori a cui ricorrere, ne’ un amico, ne’ i proprio padre. A chi dunque ricorreranno i malvagi? A Dio Che hanno disprezzato? Ai santi protettori o alla Madonna? Ma gli astri (che sono i santi) ‘cadranno dal cielo’, e la luna, che e’ la Madonna, ‘non dara’ piu’ la sua luce’. ‘Maria’ dice Sant’Agostino, ‘si allontanera` dalla porta del Paradiso’.

*

‘Ahime’! con quanta sicurezza facciamo ed ascoltiamo questi discorsi, come se questa sentenza non ci riguardasse, o come se quel giorno non dovesse mai giungere’, dice San Tommaso da Villanova. Ma come sappiamo che anche noi non saremo candannati all’Inferno? Tanti dannati non prevedevano che sarebbero mandati in Inferno.

E cosa dobbiamo fare, quindi? Dobbiamo far quadrare i conti prima del Giudizio. San Bonaventura fa notare che i commercianti accorti spesso rivedono e fanno quadrare i conti per non andare in fallimento. ‘O mio Giudice’ dice Sant’Alfonso, ‘voglio che me giudichiate e mi puniate ora durante la vita: ora che e’ tempo di misericordia e mi potete perdonare, perche’ dopo la morte sara’ tempo di giustizia.

‘Si’, mio Dio, mi pento di cuore per tutte le ingiurie che Vi ho fatto. Giudicatemi dunque ora, o mio Redentore. Io detesto sopra ogni male, tutti i dispiaceri che Vi ho dato. Vi amo con tutto il mio cuore sopra ogni cosa. Propongo di amarVi sempre, e di morire piuttosto che di offenderVi. Maria, Madre mia, Vi ringrazio di tante misericordie che mi avete ottenute. Continuate a proteggermi sino alla fine’.

L’Inferno

La santa Chiesa romana dichiara dogmaticamente ed infallibilmente che l’Inferno esiste. Nella costituzione Benedictus Deus (A.D.1334) scrive papa Benedetto XII: ‘Secondo l’ordinazione comune di Dio, le anime di coloro che muoino nel peccato mortale attuale scendono subito dopo la morte in Inferno, dove vengono tormentati di pene infernali.’ secundum Dei ordinationem communem, animae decedentium in actuali peccato mortali mox post mortem suam ad inferna descendunt, ubi poenis infernalibus cruciantur (cfr. anche il primo e secondo concilio di Leone).

Meditiamo la realta’ dell’Inferno coll’aiuto dell’Apparecchio alla morte di sant’Alfonso, per aiutarci ad evitare ogni rischio di cadere in quel luogo di indicibile sofferenza.

1) Le pene dell’Inferno

L’Inferno e’ il luogo di punizione per il peccato mortale. Questo peccato consiste nell’amare la creatura fino ad abbandonare Dio. Viene definito come la conversione alla creatura e l’aversione da Dio: Conversio ad creaturam, aversio a Deo. La conversione alla creatura viene punita con la pena del senso, mentre l’aversione da Dio viene punita dal pena del danno.

La pena del senso afflige il peccatore principalmente nei sensi tramite cui ha offeso Dio, ma anche piu’ generalmente in tutti i cinque sensi. Tra le molte cose che potremmo dire su queste pene ci limitiamo solo ai sensi dell’olfatto e del tocco.

Quanto all’olfatto, i dannati emettono un puzzo cosi’ insopportabile, che, secondo San Bonaventura, se il corpo di un solo dannato fosse tirato fuori dell’Inferno, basterebbe a far morire per il miasma tutti gli uomini. Quanto al tocco, la pena caratteristica dell’Inferno e’ quella del fuoco, in quanto su questa terra la pena del fuoco e’ la peggiore di tutte. Ma c’e’ una tale differenza tra il nostro fuoco e quello dell’Inferno che il nostrro sembrerebbe dipinto in confronto con quello dell’Inferno, dice sant’Agostino, o freddo, dice San Vincenzo Ferreri.

Un’altra pena particolare dell’Inferno e’ l’immobilita’, espressa nelle parole dell’Apocalisse: ‘Egli pigera’ nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente.’ Cioe’ il dannato dovra’ restare per sempre nella medesima posizione in cui sara’ caduto nell’Inferno nel giorno di Giudizio, senza poter cambiare posto, ne’ muovere piu’ un piede o una mano, finche’ Dio sara’ Dio.

La pena del danno invece e’ la pena di aver perso Dio. Sant’Antonino scrive che non appena l’anima esce da questo mondo, capisce subito di esser stato creata per Dio. Percio’ si slancia subito per andare ad abbracciare il Sommo Bene, il suo unico bene, ma essendo in peccato, verra’ cacciata via da Dio. Tutto il suo Inferno consistera’ nel rendersi conto che Dio e’ il Sommo Bene, degno di infinito amore, ma di trovarsi poi costretto ad odiarLo. Odi et amo, scrive il poeta romano… et excrucior. Odio ed amo, e cio’mi crocifige.

2. L’eternita’ dell’Inferno

Il peccato mortale e’ un’offesa infinita a Dio che richiede una punizione infinita, ma come la creatura non e’ in grado di subire una pena infinita nell’intensita’, Dio ha giustamente disposto, spiega san Tommaso, che la sua pena sia infinita in estensione, cioe’ nella durata temporale.

Se fosse concesso ad un uomo di godersi di tutte le gioie di questa terra ogni giorno della sua vita, tranne un’ora all’anno quando sarebbe orribilmente torturato, chi sarebbe cosi’ sciocco ad accettare una tale proposta? Ma la pena dell’Inferno non dura solo un’ora ma e’ eterna, e dopo migliaia di milioni di anni questa pena non avra’ ancora cominciato.

Dall’Inferno non c’e’ scappatoio: non c’e’ ‘forse’. Se un’angelo dicesse ad un dannato: ‘Uscirai dall’Inferno solo quando saranno passati tanti secoli quante sono le gocce dell’acqua del mare, le fronde degli alberi, ed i granelli della sabbia sul litore del mare’, sarebbe riempito di una gioa indicibile, ma questo termine non sara’ mai. La tromba della divina giustizia di Dio non suonera’ all’Inferno altro che: ‘Sempre, sempre, mai, mai.’

3) Il rimorso del dannato

Secondo San Tommaso ‘Il verme che non muore’ nella parola del Signore e’ il rimorso della coscienza. I rimorsi che tormenteranno di piu’ il cuore dei malvagi saranno tre:
i) il poco per cui essi sono sati dannati;
ii) il poco che avrebbero potuto fare per salvarsi;
iii) il bene immenso che hanno perso.

Quanto al poco per cui si e’ dannato ed il poco che avrebbe potuto fare per salvarsi, l’infelice esclamera’: ‘Se io mi fossi mortificato e non avessi guardato quel certo oggetto; se avessi vinto il rispetto umano ed avessi evitato quell’occasione, quell’amico, o quella compagnia; non mi sarei dannato, non sarei ricaduto in peccato. Se mi fossi confessato ogni settimana ed avessi frequentato buona compagnia; se avessi letto ogni giorno una pagina di spiritualita’ e mi fossi raccommandato a Gesu’ e Maria.

Quanto al bene immenso che ha perso: ‘Cio’ che in eterno affligera’ di piu’ il dannato, sara’ vedere che ha perso il Cielo ed il Sommo Bene, cioe’ Dio, non gia’ per sfortuna, o per ostilita’ degli altri, ma per propria colpa. Si accorgera’ che era in suo potere, se solo avesse voluto, divenire eternamente felice: ma si rendera’ conto che lui stesso ha voluto invece precipitarsi con le proprie mani in quell’abisso di tormenti dal quale non potra’ piu’ uscire in tutta l’eternita’.

Questi rimorsi saranno esacerbati dal ricordo di tutti i mezzi che Dio aveva dato al peccatore per salvarsi: l’esempio di amici virtuosi, i doni di natura: quali la buona salute, i beni materiali, i talenti che il Signore gli aveva dato allo scopo di impiegarli bene e farsi santo; e poi i doni della grazia: tanti lumi, tante ispirazioni e chiamate, tanti anni concessi per rimediare al male compiuto. ‘Che spade crudeli saranno tutte queste grazie ricevute per il cuore del povero dannato’ dice Sant’Alfonso, ‘quando vedra’ che e’ finito il tempo in cui era possibile rimediare alla sua rovina eterna. Dovra’ ammettere nelle parole di Geremia: ‘E’ passata la stagione della messe, e’ finita l’estate, e noi non siamo salvati’.

*

‘Fratello mio’, dice il santo, ‘se nel passato anche tu sei stato cosi’ stolto che hai voluto perdere il Paradiso e Dio per un infimo piacere, fa’ in modo di cercare presto un rimedio ora che c’e’ il tempo. Non voler continuare ad essere pazzo. Trema al pensiero di andare a piangere la tua pazzia in eterno’.

‘Chissa’ se questa riflessione… e’ l’ultima chiamata che Dio ti da. Chissa’ se ora non cambi vita, che il Signore non ti abbandoni al prossimo peccato mortale che commetterai.’

Nelle parole dello stesso santo: ‘Mio Sommo Bene, quante volte Vi ho perso per un nonnulla, e ho meritato di perderVi per sempre! Ma mi consola sentire quello che scrive l’autore sacro: ‘Gioisca il cuore di chi cerca il Signore… O Maria, donatrice di pace ai peccatori, concedetemi di far pace con Dio. E poi tenetemi stretto sotto il Vostro manto, affinche’ io non Lo perda piu’’.

La lotta contro il demonio

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Tre mezzi essenziali per lottare contro il demonio sono:

1. Condurre una buona vita cristiana;
2. Palesare i suoi disegni;
3. Disprezzarlo.

1. Condurre una buona vita cristiana

San Paolo, dando consigli ai cristiani per intraprendere la battaglia spirituale contro i demòni (Ef 6, I Tess 5) parla della Sacra Scrittura, della Fede, Speranza, e Carità. Questi passi si intendono della vita di virtù in genere, ma guardiamo brevemente come li interpretano in particolare due maestri della vita spirituale: san Giovanni Cassiano e sant’Antonio del Deserto.

a) San Giovanni Cassiano

San Giovanni Cassiano scrive (Colazioni VII 5) che la Fede è il nostro ‘scudo’, in quanto può difenderci dalle ‘frecce infuocate della libidine e spegnerle con la paura del giudizio futuro e con la fiducia nel Regno dei cieli’(Ef 6.16).

Il ‘torace della Carità’, invece (I Tess 5.8), è ‘ciò che rinchiude e protegge i nostri organi vitali, e riceve i colpi mortiferi della tentazione, ne repelle l’impatto, ed impedisce alle armi del demonio di trafiggere il nostro intimo. La Carità supporta ogni cosa, crede ogni cosa, sostiene ogni cosa (I Cor 13.7)’.

Citando la parola di san Paolo ‘Per una casca, la speranza di salvezza (I Tess 5.8)’, il Santo dice: ‘Una casca è un protezione per il capo, ed il capo è Cristo. Bisogna fortificarlo contro ogni tentazione, con la speranza nel bene futuro come con una casca impenetrabile; in particolare bisogna conservare quella Fede illesa ed integra. Se perdiamo qualsiasi altro membro, possiamo essere impediti, ma possiamo sempre sopravvivere; senza testa, invece, nessuno è in grado di restare in vita’.

Citando la frase ‘la spada dello Spirito – che è la Parola di Dio – ’(Ef 6.17) lo stesso santo la riferisce alla spada a doppio taglio che raggiunge la divisione dell’anima e dello spirito (Ebr 4.12), e spiega che questa Parola divide e dissecca tutto ciò che trova in noi di terreno o di carnale.

b) Sant’Antonio del Deserto

Sant’ Antonio del Deserto (Vita sancti Antonii c.30) illustra i passi di san Paolo nel modo seguente: ‘Grande arma contro di loro è la vita giusta e la fede in Dio. Essi temono il digiuno degli asceti, le veglie, la preghiera, la mitezza dell’animo, il disprezzo del denaro e della gloria, l’umiltà, l’amore per i poveri, le elemosine, la mancanza di irascibilità, e soprattutto l’amore per Cristo.’

Lo stesso sant’ Antonio paragona il cristiano pauroso con quello che possiede la speranza. Il primo è preda del demonio; il secondo ne è piuttosto il vincitore (c.42): ‘Se… ci troviamo pieni di viltà e turbamento, subito essi, come ladroni che trovano un luogo incustodito, attaccano. Se poi ci vedono timorosi e turbati, maggiormente accentuano il terrore nelle loro fantasie e minacce, ed in seguito a queste, l’anima infelice verrà punita.’ Santa Teresa d’Avila scrive in modo comparabile (Vita c.31): ‘… essi fanno prova del loro potere solo con le anime codarde, che si arrendono senza combattere.’

‘Se invece ci trovano lieti nel Signore’, continua sant’ Antonio, ‘e preoccupati solo dei beni futuri, volti solo al regno dei cieli e pensieri che tutto è nelle mani del Signore, e che i demòni nulla possono contro il cristiano, non hanno la minima facoltà contro qualcuno.’ Similmente san Giovanni Bosco dice: ‘Il demonio ha paura di anime allegre’.

*

Bisogna ricordare che l’unico male vero è quello morale, il peccato; e il demonio non ha il potere di farci peccare che in collaborazione con noi, cioè con le nostre debolezze morali o psicologiche. Per quello, più perfetti siamo, meno potere ha su di noi. Dice santa Teresa, parlando degli oggetti delle concupiscenze (Vita c.25): ‘… se noi aborriamo tutte queste cose per Dio, ci abbracciamo alla Croce e cerchiamo di servire veramente il Signore, vedremo che il demonio fugge queste verità come noi la peste. Egli è l’amico della menzogne, anzi è la menzogna stessa. Non verrà a patti con chi cammina nella verità.’

2. Scoprire e palesare i disegni del demonio

Fratres: sobrii estote et vigilate, quia adversarius vester diabolus, tamquam leo rugiens , circuit quaerens quem devoret: cui resistete fortes in fide…(Fratelli, siate sobri e vigili, poiche il vostro avversario, il demonio, gira, cercando chi possa devorare: a cui resistete forti nella fede)

San Pietro ci ammonisce con queste parole di essere forti nella fede e di praticare le virtù (rappresentate dalla ‘sobrietà’); anche di essere vigili. Il motivo ne è che il demonio opera di nascosto, essendo un ingannatore. Ma se siamo vigili, possiamo scoprirne gli inganni e, scoprendoli e palesandoli, renderli inutili.

a) Scoprire i suoi disegni

Il demonio può facilmente operare dentro di noi con immagini, idee, sentimenti, e parole. Diamone due esempi di come agisce, nel primo esempio per suscitare l’amore, nel secondo per suscitare l’odio. Può facilmente evocare nella memoria l’immagine di qualche persona che ci è cara, e farlo ripetutamente, per suscitare un tipo di amore per quella persona che non ci convenga moralmente, ad esempio rispetto al nostro stato di vita (un caso ne esporremo nella prossima sezione). O può influire un senso di antipatia in noi ogni volta che il nome di un’altra determinata persona viene menzionata. In tutti e due esempi (e similmente con tutte le altre passioni) può presentare qualcosa di suo come qualcosa di nostro: come qualcosa anche di molto intimo a noi, che ci sembra dunque conforme all’ordine delle cose. Nel primo esempio si crea l’amore disordinato, nel secondo l’odio. Se scopriamo i suoi disegni, possiamo semplicemente non accettare di collaborare con questo suo giuoco, non prendendo sul serio l’immagine mentale o l’antipatia, e non appropriandocele.

b) Palesare i suoi disegni

Ciò che è di grande aiuto nel vincere il demonio è di palesarne i disegni. Per questo, è essenziale che ogni cattolico abbia un direttore spirituale per rivelargli tutte le sue tentazioni, eppure tutte le sue idee o i suoi desideri che sono di natura insolita ed anormale.

Diamone un esempio: un signore sposato concepisce un affetto forte per una donna che non è la sua moglie. (Possiamo immaginare questo affetto come conseguenza del processo che abbiamo delineato nel paragrafo sopra.) Quando la donna, dopo esser venuta trovare la copia a casa, sta per partire, lui insiste di accompagnarla alla macchina per poter salutarla in modo inappropriato per il suo stato di vita, cioe’ con passione. Sebbene sia un signore retto e buono, si sente spinto da questo desiderio che gli sembra pure conveniente e del tutto conforme all’ordine della cose ed all’affetto, anche nobile, che possa sentire per la donna, anche se non la saluterebbe così davanti alla sua moglie o altri famigliari.

Se lui prende coraggio a palesare questo desiderio al suo confessore, ne sarà forse subito liberato; altrimenti lo sarà per mezzo delle parole del confessore e dai propri sforzi in collaborazione con la grazia.

Sant’Antonio del deserto propone un altro modo per palesare le tentazioni del demonio (c.55), che è anche adatto agli eremiti, cioè di scrivere tutti i nostri peccati, moti dell’anima, e pensieri, come se dovessimo palesarli ad un altro. Questo porta ad un senso di vergogna ed al proponimento di non cedere a tali tentazioni per il futuro: Facendo così, superiamo il demonio ed il peccato.

3. Disprezzare il demonio

Il nostro atteggiamento verso il demonio dev’essere quello del disprezzo. Sant’ Antonio dice (c.42): ‘Se vogliamo disprezzare il Nemico, pensiamo sempre al regno dei cieli, e l’anima si rallegra nella speranza, guarderemo agli scherzi dei demòni, come si guarda il fumo, e li vedremo fuggire invece di inseguirci. Sono infatti essi… del tutto vili, poiché sempre in attesa del fuoco preparato per loro.’

Un altro motivo per disprezzarli è la loro impotenza. Per tentarci o attaccarci devono chiedere il permesso a Dio, come viene raccontato nella storia di Giobbe, e anche là il permesso non sarà dato oltre alle nostre forze. San Giovanni Cassiano ci ricorda (Col. VII 22) che gli spiriti maligni devono chiedere permesso pure per entrare in dei porci (Mt 8.31): il loro potere di entrare in un essere umano creato secondo l’immagine di Dio ne sarà ancora molto inferiore. Dice Santa Teresa d’Avila a riguardo: ‘vedo che non si possono muovere senza il permesso del Signore’. Anche quando ricevono il permesso di tentarci, lo fanno solo coll’inganno, presentando il falso come il vero ed il male come il bene, poiché, come abbiamo fatto notare sopra, non hanno nessuna propria forza per farci commettere il peccato.

Come li disprezziamo? Una volta che ci accorgiamo di ciò che ci tentano di fare, rigettiamo la tentazione, prendiamo coraggio, e resistiamo risolutamente. Ne diamo un esempio. Un demonio suggerisce ad un’anima sofferente che Dio Padre non l’ami, che l’abbia abbandonata, che Lui sia indifferente o persino un tiranno crudele. Questi suggerimenti li fa passare come pensieri proprii del soggetto. Questa sarebbe dunque una tentazione allo scoraggiamento, alla sfiducia verso Dio, ed alla disperazione. Il soggetto, quando capisce che questi pensieri vengono dal demonio, deve rigettarli e subito far ricorso a Dio con un atto di fiducia in Lui: ‘Gesù io confido in Voi!’, ‘Aiutatemi Gesù!’, ‘Deus in adiutorium meum intende!’

Il soggetto può anche affrontare il demonio direttamente, dicendo qualcosa come: ‘Tu chi sei? Via da me in nome di Gesù Cristo!’ Il demonio, che è debole e codardo, si allontanerà subito, gridando miseramente. Scrive santa Teresa a riguardo (c.31) che i veri cristiani devono ‘disprezzare questi spauracchi che il demonio mette lì per cercare di spaventarli. Sappiano che ogni volta che un’anima disprezza i demoni, essi si indeboliscono, mentre l’anima acquista dominio su loro.’

‘Piacesse a Sua Maestà che temessimo ciò che dobbiamo temere e che comprendessimo che ci può venire un danno maggiore da un solo peccato veniale che da tutto l’inferno unito assieme’ (Vita c.25). Non bisogna, dunque, avere paura del demonio. Infatti lui ha paura di noi in quanto battezzati e cresimati, e, se siamo sacerdoti, in quanto ordinati: ordinati anche al fine di scacciarlo.

*

Aggiungiamo che se il demonio appare davanti a noi in persona, visibilmente o invisibilmente, nelle parole di santa Teresa d’Avila (Vita c.31): ‘… so per esperienza che per mettere in fuga i demòni in modo che non ritornino, non vi è cosa migliore dell’acqua benedetta. Essi fuggono anche innanzi alla Croce, ma subito ritornano. Ben grande deve essere la virtù dell’acqua benedetta!’ (Facciamo notare che ‘l’acqua benedetta’ a cui si riferisce santa Teresa, è quella esorcizzata, e i fedeli che la desiderano, ciò che è il loro diritto, devono specificare al sacerdote che sia esorcizzata – che non è da dare per scontato oggigiorno.)

Nostro Signore Gesù Cristo

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Chi è Gesù Cristo? Gesù Cristo è il Dio-Uomo: Dio in quanto è una Persona divina con una natura divina; Uomo in quanto all’Incarnazione assunse inoltre alla divina natura una natura umana.

Questa Persona divina è la seconda Persona della Santissima Trinità, il Figlio. Assumendo la natura umana al momento dell’Incarnazione, assunse al contempo il nome di ‘Gesù Cristo’.

Dio Padre Stesso diede al Suo Figlio Incarnato il nome di ‘Gesù’. Ora il nome che Dio dà a una persona o a una cosa esprime la natura o lo scopo di questa persona o cosa. Il nome Gesù significa Salvatore, e dunque esprime lo scopo del Figlio incarnato di Dio, cioè di salvare il genere umano: il Suo nome è Salvatore ed il Suo scopo è di salvare.

Il nome ‘Cristo’, invece, viene dalla parola greca Christos ed è l’equivalente della parola ebrea Messia che significa ‘Unto’. Ma cosa ci dice il nome ‘unto’ sulla natura o sullo scopo di Gesù? Ci dice che Gesù è Sacerdote, Re, e Profeta, perché nell’Antico Testamento erano unti i sacerdoti, i re, ed i profeti.

Il significato di questi tre uffici per la missione di Gesù è che sono i mezzi per cui Egli ha compiuto questa missione: la missione di salvezza, perché Gesù Cristo ci salva come Sacerdote, Re, e Profeta. In breve possiamo dire, dunque, che il nome Gesù Cristo significa ‘Salvatore Unto’ e esprime lo scopo della Sua incarnazione, cioè la salvezza degli uomini, assieme ai mezzi di questa salvezza, cioè i tre uffici per i quali era unto.

Guardiamo adesso da più vicino questi tre uffici: Da Sacerdote pagò il prezzo dei nostri peccati con la Sua dolorosissima Passione e Morte e creò i sacramenti; da Re stabilì le leggi secondo le quali dobbiamo vivere e da Re ci giudicherà secondo la nostra ubbidienza a queste leggi; da Profeta rivelò queste leggi tramite le Sue parole e le Sue azioni.

Un altro modo per esprimere il Suo compimento di questi tre uffici e’c il seguente: come Re ha fatto la via che conduce al cielo; come Profeta rivelò la via; come Sacerdote aprì la porta del Cielo. In questo modo si manifestò come la Via, la Verità, e la Vita.

A coloro, come ad esempi a parecchi gruppi protestanti, che pretendono che l’importanza di Gesù Cristo stia solo nella Sua dottrina e nel Suo esempio (o in altre parole nei Suoi uffici di Re e Profeta), bisogna rispondere che erano essenziali alla nostra salvezza tutti e tre uffici: non solo quelli di Re e di Profeta, ma anche quello di Sacerdote. Senza la sua Passione e Morte, infatti, il prezzo della nostra salvezza non sarebbe stato pagato, e la porta del Cielo non ci sarebbe stata aperta.

È proprio la Sua Passione e la Sua Morte che mi danno speranza della mia salvezza, quando medito su tutte le indicibili sofferenze che Egli, l’Amore Stesso, ha sopportate per amor mio.

O Salvatore! Siate il mio Salvatore! Jesu, sis mihi Jesus! Siete passato attraverso un oceano infinito di amarezza per me. Non permettete mai che questa Vostra sofferenza sia stata invano. Aiutatemi a redamarVi tutto il lungo della mia povera vita: per conoscere, per amare, per ringraziare, e per adorarVi poi in Cielo per tutta l’Eternità! Amen.

Ave Maria

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Per capire meglio la preghiera centrale del Santo Rosario, l’Ave Maria, ci serve riflettere sul suo significato teologico a cui voglio adesso brevemente accennare:

– Ave Maria gratia plena: la Madonna è piena di grazia di per se stessa e in rapporto agli uomini, è piena di grazia di per se stessa affinchè, come dice san Basilio, Ella potesse essere la degna Mediatrice tra Dio e gli uomini, altrimenti come avrebbe potuto essere la scala del Paradiso, l’Avvocata del mondo e la vera Mediatrice degli uomini con Dio; è piena di grazia in rapporto agli uomini nel senso che ha ricevuto tutte le grazie necessarie per salvare tutti gli uomini dall’inizio dei tempi fino alla fine.

Dominus tecum: questa frase non significa il Signore “sia” con te come il “Dominus vobiscum” della santa Messa, bensì il Signore “è” con te, ossia in virtù della Sua eminente santità, Lei che sola era immune al Peccato sia Originale, sia personale e il modello di ogni virtù.

Benedicta tu in mulieribus: benedetta in ogni senso e in particolare quanto alla benedizione caratteristica delle donne, soprattutto nella mente del popolo Ebreo, che è la maternità; a causa del Frutto benedetto del Suo Seno che è il Santo stesso, nelle parole dell’Arcangelo Gabriele, o nelle parole di san Paolo: Dio sopra ogni cosa, benedetto.

Per questo ci rivolgiamo a Lei, di nuovo, col titolo “Sancta”, Sancta Maria, e aggiungiamo il titolo che esprime la causa e il fondamento della Sua santità Madre di Dio, Mater Dei. Lei è Madre di Dio perchè è Madre di Gesù Cristo che è una Persona Divina, una Persona Divina con una natura Divina e una natura umana, Lei è la Sua Madre nel senso che ha dato a Lui tutto ciò che ogni madre da a suo figlio, ma ancora di più perchè tutta la natura umana del Signore viene dalla Sua Beatissima Madre e niente da un padre umano.

ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae: prega per noi peccatori adesso, è quando questo adesso sarà l’ora della nostra morte, quando forse non saremo più coscienti e non potremo più rivolgere a Lei la nostra Preghiera, quando forse saremo soli, dimenticati, abbandonati, avremo solo Lei da pregare nella nostra misera anima come abbiamo chiesto con tanto desiderio per tutta la nostra vita, e quando forse questa Sua preghiera materna sarà l’elemento determinante che ci assicurerà il Cielo piuttosto dell’inferno.

Prega per noi peccatori, o Madre di Dio, così vicina a Lui che venite descritta come la Donna vestita di Sole, brillando sul mondo come una Stella, o come un cristallo soffuso e interamente illuminato dalla luce del Sole, e se fosse possibile aumentando anche la Sua ineffabile bellezza.

Radiante nel firmamento del Cielo, anzi “creando” un Cielo a parte e al di sopra di tutte le altre cose che siano create. Rifulge al di sopra di questo mondo caduto e dolorante dove gli uomini peccano e si rattristano nei loro peccati e sospirano nelle tenebre verso la Vostra luce che è la Luce di Dio.

Al di sopra di questo mondo, ma conoscendolo intimamente e conoscendo intimamente ogni uomo, e amandolo con un Cuore Materno.

Prega per noi, o Madre di Dio! Siete la nostra tenerissima Madre dunque, affinchè noi che abbiamo contemplato con Voi il Volto adorabile del Vostro Figlio, nella Preghiera, possiamo alla fine dei nostri giorni elevarci tramite Voi al Cielo, per adorarLo con Voi e tutti gli Angeli e i Santi in gloria, per tutti i secoli dei secoli.

In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen
Sia lodato Gesù Cristo.

L’antichità del Rito Romano

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+ In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen

L’origine della Santa Messa risale, come sappiamo bene, al Giovedì Santoquando fu istituito il Sacramento dell’Eucaristia. Ma a dove risale l’origine delrito della Santa Messa? Con ogni probabilità risale alle disposizioni del Signorestesso. Già nel primo secolo il Papa San Clemente, morto nell’Anno 99, scriveai Corinzi che dobbiamo “fare con ordine tutto quello che il Signore ci comandadi compiere nei tempi fissati” e parla degli “uffici liturgici” del Vescovo,dell’incarico del Sacerdote dei leviti, e dei laici.

San Giustino martire, morto nell’Anno 164, descrive poco tempo dopo nella sua Apologia, lo svolgimento della Santa Messa, in cui si possono già trovare tutti i suoi elementi essenziali che conosciamo ancora oggi.

San Giustino e poi il Testamentum Domini del V secolo asseriscono che il Signore stesso stabilì la Santa Messa in questa forma proprio il giorno della Sua Risurrezione. San Leone Magno e poi Papa Sisto V affermano in termini più generali che nel periodo tra la Risurrezione e l’Ascensione di nostro Signore Gesù Cristo + Lui ha confermato i Sacramenti ed ha insegnato quella Norma di credere e di pregare.

Sulla base dunque di queste autorità non c’è dubbio che lo svolgimento e dei testi principali della Santa Messa siano stati stabiliti da nostro Signore stesso. Cosa, di fatti, sarebbe stato più importante che il Signore determinasse per la Santa Chiesa durante i suoi incontri con gli Apostoli, menzionati negli Atti degli Apostoli, che il Santo e perpetuo Sacrificio della Messa, mezzo dell’applicazione delle infinite grazie della Sua Passione e della Sua Morte sul mondo intero.

La forma in cui la Santa Messa fu stabilita era la forma originaria del Rito Romano, anche se non subito in lingua latina. Tra tutti i riti cattolici, compresi i riti bizantini, mozarabi, ecc… il rito Romano è quello originario e più antico. Nel Concilio di Trento questo Rito fu solo ripristinato e codificato, ma non composto (come il nome “rito tridentino” suggerirebbe, ed alcuni suoi nemici odierni pretendono).

Dopo queste considerazioni generali ci vogliamo rivolgere ora al Canone della Santa Messa, che ne rappresenta proprio il cuore. Il Canone comprende la Consacrazione: tutta quella parte della Santa Messa che si estende dal Sanctus al Pater Noster esclusivi, di cui l’essenza viene citata già da sant’Ambrogio nel IV secolo.

Con certezza possiamo dire che il Canone Romano ha le sue radici nella Tradizione Apostolica e quindi nel Cuore stesso di Gesù Cristo. Il liturgista Padre Gihr scrive: “Le origini del Canone, la sua antichità veneranda ed il suo uso, ne fanno un’arca santa, veneranda ed inviolabile. Se mai una preghiera della Chiesa è stata composta sotto l’influenza particolare e l’ispirazione dello Spirito Santo, certamente è il Canone. Esso è penetrato dallo spirito di fede, profumato di pietà, pieno di forza e di azione, il suo linguaggio semplice ha un carattere vivo, un’impronta antica e biblica; commuove colui che lo pronuncia con una impressione simile a quella che è prodotta sull’anima dall’oscurità misteriosa delle Basiliche della Città eterna. Quanta delizia il poter ripetere all’Altare le medesime parole con le quali tanti Sacerdoti ferventi e pii hanno celebrato il Santo Sacrificio durante tanti secoli in tutta la Chiesa. Queste parole del Canone sono già state consacrate nell’era dei Martiri e nelle Cappelle funerarie delle Catacombe…” Quanta elevazione e quanta dolcezza si trova in questi pensieri.

Le parole del Canone Romano e di tutto il rito Romano sono state pronunziate di fatti da tutti i Sacerdoti ferventi, santi e pii che ci hanno preceduto nella Tradizione latina fin dalle origini, come per esempio sant’Ambrogio, sant’Agostino e san Tommaso d’Aquino. Lo stesso San Francesco d’Assisi ci avrebbe assistito da Diacono.

Queste parole sono state seguite con attenzione da tutti i Santi e da tutti i fedeli della Santa Tradizione: San Ludovico di Francia nel suo regno e durante la Crociata in Terra Santa, il martire re San Venceslao, la regina Santa Margherita, tutti i fedeli sia di condizione alta o bassa nel corso di tutti i secoli. Per mezzo di queste parole tutti i Santi del Paradiso e tutti gli Angeli sono stati e sono e saranno sempre inondati delle più grandi, eccelse gioie, le Anime del Purgatorio indicibilmente sollevate, e la Chiesa militante elargita di infinite grazie e santificata.

Questo più antico rito della Chiesa Cattolica è, per così dire, immutabile come la Verità stessa, come la Fede, come l’unico Sacrificio della Croce che rende presente quell’eterno ed immutabile Sacrificio della Croce a cui da accesso e a cui apre le porte di questo mondo mutabile e passeggero, affinché l’eternità di Dio si renda presente quaggiù, l’eternità del Suo Amore sacrificale per le sue creature, l’eternità della Sua Misericordia.

E questo rito per di più rende il Sacrificio di Dio in modo degno delle Sue infinite perfezioni, in un modo stabilito dalla più antica Tradizione della Chiesa e, come crediamo, da nostro Signore Gesù Cristo stesso cui, assieme a tutti gli Angeli e i Santi del Cielo, tutti gli abitanti del Purgatorio e la Chiesa intera ringraziamo che ci ha eletti per conoscerLo, amarLo e per servirLo qua alla Santa Messa e nella nostra vita; per godere della Sua infinita Misericordia quaggiù e nel Cielo.
Amen.

+ In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen

L’autoinganno

Introduzione

L’articolo seguente è una piccola sintesi dell’opera dell’oratoriano Padre Frederick Faber, Self-Deceit. Qua intendiamo l’autoinganno come l’inganno di noi stessi che ci fa credere di possedere qualche buona qualità che invece non possediamo. Come tale, fa parte della superbia, che intendiamo come la nostra compiacenza in qualche nostra buona qualità (o da noi posseduta o non posseduta). Il trattato consiste dunque effettivamente in un’analisi dell’inganno inerente alla superbia, di cui l’autore apporta un’analisi profonda e psicologicamente rigorosa.

Lo scopo di questo articolo è di aiutarci ad essere veritieri con noi stessi, ed a scoprire ed ammettere le nostre mancanze: per poter lavorare su noi stessi moralmente, e per progredire sulla via dell’umiltà e della perfezione verso il Cielo.

*

‘Un uomo veritiero è il più raro di tutti i fenomeni’, inizia il trattato del buon Padre Faber, ma aggiunge che sicuramente vale la pena passare due terzi della nostra vita unicamente sul lavoro di essere meno menzogneri di ciò che non siamo. Il primo passo verso l’essere veritieri è la consapevolezza che ci siamo lontani; il secondo passo ne è di fare un atto di determinazione virile per esaminarci su questo vizio fino in fondo.
Ne guarderemo nel seguente:
1) le fonti;
2) le varietà;
3) le caratteristiche; e
4) i rimedi.

I

LE FONTI DELL’AUTOINGANNO

Quali sono le fonti dell’autoinganno? Facendo parte della superbia, l’autoinganno appartiene alla ‘Carne’ o, in altre parole, alla Natura caduta. La Carne, il nemico interno dell’uomo, può motivare l’uomo in modo diretto, con i propri moti; o in modo indiretto, tramite il mondo esterno o il demonio. Guardiamo prima l’operazione diretta dell’autoinganno, poi la sua operazione indiretta.

1. Autoinganno diretto

Ci sono due motivi principali dell’autoinganno diretto: la paura di conoscerci come siamo, e l’egocentrismo.

a) L’autoconoscenza

L’autoinganno diretto opera tipicamente tramite la paura: la paura dello sconforto che ci porta la conoscenza delle proprie mancanze. Pochi uomini cercano la conoscenza di se stessi e pochi la vogliono: perché pochi desiderano il dolore (anche se è salutare), essendo l’autoconoscenza dolorosa sia nell’acquisizione, sia nel possesso.

Ci conosciamo poco, e preferiamo rimanere nell’ignoranza rispetto a noi stessi per evitare il dolore, benché conteniamo nell’anima una capacità quasi infinita per il male, come ci insegnano d’altronde le rivelazioni spiacevoli che ci sta facendo costantemente la vita quotidiana.

Ma che imprudenza ignorare queste rivelazioni, solo perché sono dolorose, quando dovremo rendere conto del male che ci rivelano sul giorno del Giudizio! E che disonestà ignorarle, sopratutto nella vita religiosa, quando tutti pretendono di amare Dio sopra ogni cosa! Una vita spirituale senza una bella porzione di inquietudine non è una vita spirituale affatto, ed una vita religiosa di cui il principio formale è il conforto e l’agio universali è del tutto risibile.

No, mentre la mancanza, o piuttosto il rigetto completo, dell’ autoconoscenza è la causa di tanti mali spirituali, un’autoconoscenza affidabile è la base di ogni principio sovrannaturale e di ogni virilità religiosa.

b) Egocentrismo

Un secondo genere di autoinganno diretto è l’egocentrismo. La vanità ne è il modo più universale. Tutti quanti apprezziamo noi stessi ad un prezzo assurdamente alto. Anche quando il buon senso ci impedisce di aprire la bocca, stiamo sempre commentando le proprie azioni tra noi e noi in maniera molto parziale, e spesso anche in maniera del tutto geniale e con enorme fantasia. Amiamo i propri progetti fino ad escludere completamente la gloria di Dio dalla sfera del nostro influsso. Niente è troppo esagerato per la vanità del nostro egocentrismo.

Ci sono tre cose, però, che la limitano: la nostra conoscenza del Mondo che si oppone alle assurdità dell’io; il senso dell’umorismo e del ridicolo, che è d’altronde un grande aiuto per la santificazione; e la Grazia stessa, che ci insegna a sopprimere questi moti smisurati di presunzione.

Un altro modo di egocentrismo è il soffermarsi su se stessi. L’io, secondo una legge della propria natura, deve per forza vedersi in modo sbagliato. La madre non può vedere nessun difetto nel bambino che sta accarezzando: agli occhi suoi la creatura bruttissima nelle braccia è del tutto meravigliosa. Ma l’io che coccola l’io – neanche la madre la più devota non si avvicina che minimamente a questi eccessi di fantasticherie. Soffermarsi su se stessi è un tipo di oppio spirituale: niente può uscirne fuori se non i fantasmi. Un esempio ne è il confondere sentimenti con fatti, desideri con pratiche, così che infine né l’autoingannato né nessun altro possa discernere tra sogno e realtà.

Un terzo modo di egocentrismo è l’autoscusare il male che facciamo. Anche qua stiamo quasi sempre commentando segretamente le nostre azioni, ossia scusando quelle cattive. Siamo pronti ad ammettere che alcune nostre azioni, o più spesso omissioni, sono cattive, ma riteniamo che ci sia qualcosa del tutto particolare nelle proprie circostanze che rendono queste azioni meno cattive in noi di ciò che non sarebbero in altri. Sarà talvolta il nostro temperamento, talvolta la nostra salute, talvolta la nostra posizione, talvolta la provocazione che avremmo ricevuta. A volte ci perdoniamo con il più leggero rimprovero, perché ci sembra sfortunato che si sia manifestato una piccola nostra debolezza, quando il nostro carattere abbia pure un altro lato molto buono che non è mica da trascurare; anzi, ci sembra anche giusto di rammentarcene in questa situazione per darci conforto o qualche piccola ricompensa. E insomma chi ha un carattere integro o completamente equilibrato?

2. Persone o cose esterne

Quanto al mondo esterno, ci sono principalmente tre cose che fomentano l’autoinganno: la lode, la lettura spirituale, e la manipolazione delle guide spirituali.

a) La lode

Tutti cercano la lode. Uomini saggi, dignitosi, e seri si ammorbidiscono, uomini freddi si scongelano, uomini che si vantano di essere particolarmente al di sopra dell’opinione pubblica, si mostrano servili, bassi, permalosi, adulatori, falsi, e vanitosi; ma sono quelli silenziosi che la amano più di tutti altri. Loro sono i ‘rimuginatori’, ed il cibo che rimuginano è l’io, che, strano a dire, non trovano amaro per niente.

Come cammelli assettati nel deserto, che succhiano con gusto l’acqua la più fangosa, così siamo noi per la lode: quasi senza tener conto della sua qualità; né di quanto sia assurda, immeritata, esagerata; né da quale fonte poco critica – femminile o infantile – possa provenire. La apprezziamo, ci teniamo, ce ne nutriamo le briciole in un modo di cui ci dovremmo vergognare. Ci vuole la lode: se non viene, facciamo il muso. Com’è che non sorridiamo ad un’operazione così assurda?

Forziamo altri ad ingannarci parlando loro di noi stessi – della nostra pratica religiosa, del nostro carattere, o delle nostre particolarità. Abbiamo un scelta, però: dovremmo tenere molto più segreta la nostra vita interiore, oppure palesarla più pienamente. La via media è di mentire. Giusto sarebbe non parlare dell’io affatto. Tutto il parlare di se stessi è misero e squallido infatti, ma sarebbe difficile identificare una pratica della perfezione cristiana più dura da evitare. Se ci siamo mai sforzati di stare zitti su noi stessi per un periodo considerevole, sappiamo che ci sono delle cose che sembrano facili da fare, ma che sono in realtà quasi impossibili.

Comunque, se vogliamo parlare di noi stessi, dovremmo dire molto più di ciò che non diciamo. Se informiamo la gente quanto riscalda il cuore l’amore di Dio, dovremmo aggiungere che gli stessi cuori si riscaldano ugualmente con un buon bicchiere di vino o con un buon boccone; se palesiamo le nostre pratiche di preghiera, dovremmo palesare ugualmente il nostro attaccamento a bei vestiti e mobiletti. Altrimenti stiamo mentendo: facendo credere che siamo molto più elevati spiritualmente che non lo siamo, e suscitando lode, rispetto, ed ammirazione, che non servono a niente che non di aumentare l’autoinganno.

Ahimè! l’idolatria degli affetti domestici ci fa cadere in un tipo di felice ottimismo nelle nostre famiglie: un ottimismo che è meravigliosamente poco sospettoso della propria assurdità. E’ come vivere in aria saturata da lussuoso incenso che riesce quasi quasi a soffocare la voce della coscienza. Uno dei primi principi della vita spirituale è che ognuno deve essere ai propri occhi ciò che è agli occhi di Dio, ma ci sono poche donne e meno uomini che non sono ai propri occhi ciò che sono agli occhi della famiglia, ed è da temere che il punto di vista di Dio e quello della famiglia sono lungi da essere identici nella grande maggioranza dei casi.

b) La lettura spirituale

Quando un libro spirituale non ci mortifica e ci abbassa, sicuramente ci gonfia e ci rende menzogneri. Nessun’anima trama una tela più spessa attorno a sé di colei che si abitua a leggere libri spirituali che sono al di sopra della propria condizione spirituale, o che non le convengono in qualche altro modo: è un errore, sopratutto nei convertiti, considerare grazie ordinarie come quelle straordinarie; se stiamo sempre leggendo dell’amore puro e disinteressato per Dio, è facile ritenere che anche il nostro amore per Lui sia così; pensieri eroici sono infettivi, e presto noi ce ne gonfiamo, ma non portano mai ad atti eroici – anche perché non ci sforziamo a compiere tali atti. Pensieri eroici prestano un’aria di sentimentalità alla nostra religione, e tutto è là.

c) Manipolazione della direzione spirituale

Non abbiamo già deciso a metà ciò che vogliamo, ancor prima di consultare la nostra guida? Non è il nostro intento di sollecitare da lui il verdetto che ci auguriamo noi, piuttosto di non conoscere un suo giudizio calmo, raggiunto senza passione né pressione? Tutto questo è opera selvaggia, quando ci teniamo conto di Dio, dell’anima, e delle possibilità eterne.

3. Il demonio

Il demonio ci riempie di aspirazioni che non convengono né alla nostra natura, né alla grazia che abbiamo ricevuta: non convengono né alle nostre disposizioni, né alle buone qualità del nostro carattere, e non ci trasformano neppure. Anzi, sviluppano ciò che bisogna sopprimere e lasciano incustoditi i posti deboli dell’anima. Queste aspirazioni convengono ad altri, ma non a noi. L’opera di Dio è dappertutto un’opera di ordine, il quale il demonio si impegna a disturbare quanto può. Nella vita spirituale lo fa riempiendo persone devote di aspirazioni sconvenienti.

Quando il demonio riesce a trascinare tali persone a compiere le azioni a cui aspirano, lui effettivamente oppone a Dio tutto ciò che è di meglio e di meno egoista nella nostra natura: un’anima attiva che si mette a contemplare, cadrà o nell’ipocondria o nella mondanità; un contemplativo, invece, che si mette a lavorare, cadrà o nella malinconia o nell’illusione. Uno che si dedica a molta preghiera mentale quando dovrebbe stare piuttosto a casa a cucire, o con i poveri, diviene una simulazione presuntuosa, gonfia, stupefatta, della santità interiore, che disturberebbe pure il buon umore di un angelo.

In ultimo, il nostro nemico spirituale ci sta sempre spronando alla fretta: questa è la cosa più fatale di tutto ciò che è fatale. Qualcuno si lamenterà di una delicatezza di coscienza che si è indurita; del focolare freddo dove bruciavano allora le fiamme del divin amore; della vicinanza a Dio che si è ritirata ormai come la bassa marea; su cento grazie grandi a portata di mano, ma adesso solo parole. Ma la causa di tutto quanto non è proprio la fretta? Essere lenti: ecco l’insegnamento di san Francesco di Sales e di Fénélon. La fretta porta sempre alle tenebre.

Tutto il potere del regno del peccato si basa sull’autoinganno -sconcertante, lo ammetto, ma non per forza scoraggiante. Non vuoi amare Dio, ma poi ti lamenti che un predicatore ti abbia sconcertato: hai bisogno di essere sconcertato, altrimenti non crescerai; hai bisogno di un amore semplice di Gesù, come quello di un bambino: un amore che passa al di sopra di tutti questi pericoli senza quasi accorgersene. Altrimenti la vita spirituale è fin troppo malaticcia. Ci vuole un amore precipitoso, robusto, sano per Dio, un amore esteriore, pieno di aria fresca; ci vuole il pensiero di Dio, quello genuino: grave, sobrio, generoso, sincero: un esorcismo inesorabile contro ogni malaticcità.

II

LE VARIETA’ DELL’AUTOINGANNO

1) Non farsi consigliare

Le illusioni della vita spirituale sono senza numero. Uno trascura i doveri che Dio gli ha dati e passa tutta la giornata in chiesa, pensando che lui sia uno dei favoriti di Dio. Anche religiosi si possono scambiare singolarità per perfezione. C’è una falsa modestia, una falsa umiltà, una penitenza illusoria, una preghiera illusoria. L’illusione si trova dappertutto, e spesso deriva dal non farsi consigliare.

Il non farsi consigliare può essere conseguenza di una tentazione di tacere. Uno fa progetti o senza consulenti o solo con coloro che rispecchiano le proprie idee. Cova progetti e travisa lunghezza di tempo per maturità di deliberazione. I progetti scintillano ed oscillano attraverso le preghiere, così che gli sembrano di brillare di una sanzione quasi divina, e infine, senza traccia di egoismo e con ogni rispettabilità possibile, pensa di procedere con prudente riserva. Questa forma di autoinganno tende di divenire incurabile.

2) Farsi troppo consigliare

Un altro è loquace, e chiede parere a molti direttori diversi, oppure a tutte le persone che incontra. La causa ne è una coscienza poco tranquilla. Ma la sua disonestà sta sempre crescendo, perché più chiede consigli, più crede di essere docile; mentre invece più pareri sente, più diviene confuso, e più segue la propria volontà. Questo genere di persona sta sempre intraprendendo iniziative e sempre fallendo.

3) Compiacenza

L’autocompiacenza, quando esiste, sembra una qualità innata, che prende la propria infallibilità come punto fisso della bussola. Se è davvero innata, sarà più difficile da vincere che non le tendenze che derivano da circostanze esterne o dal peccato abituale. Ma non bisogna disperare neanche qui. L’autofiducia di tali persone è così forte che non ammettano di essersi sbagliati in nessuna circostanza. Se qualche cosa va storto, sarà a causa di un motivo esterno che nessuno avrebbe potuto prevedere e che anche la prudenza non avrebbe impedito. Se ciò che avranno fatto non era comunque la cosa migliore in assoluto, sarebbe stato comunque la migliore nelle circostanze. Agiscono sulla base di ispirazioni, guardano tutti gli esiti delle loro azioni come provvidenziali (anche se falliscono), e si muovono in un’atmosfera del tutto sovrannaturale e miracolosa. Ascoltano consigli in uno spirito di mortificazione con mitezza ammirevole. Ma che sconveniente questo consigliare! La loro posizione, il loro nome, i loro antecedenti, avrebbero dovuto esentarli dal ricevere consigli, da persone semplici e un po’ sfacciate che loro ritengono inferiori. Ritengono che la loro biografia sarà scritta un giorno, chi sa? ma forse possiamo dire di questi signori (senza offendere la Carità), che non sono candidati molto probabili per la canonizzazione.

4) Lo spirito censorio

Ci sono uomini così convinti di aver ragione che si propongono come la misura per giudicare altri. Non farlo, secondo loro, sarebbe un atto di falsa umiltà. Giudicano gli altri tutta la giornata, come se fosse l’unico scopo della loro vita, e come se fosse fuori luogo se facessero altro. Mentre gli autoingannatori compiacenti amano riflettere che abbiano ragione, quelli censori preferiscono riflettere che gli altri abbiano torto. I secondi sono dunque meno amabili, ma comunque hanno ragione spessissime volte. Il mondo é molto cattivo e la stramaggioranza della gente ha torto; si può quindi guadagnare un tipo di reputazione, profetizzando cose cupe, spaventando altri con sarcasmo e diffamazione, pur evitando le trappole in cui cadono gli altri. Pochi, anche tra i buoni, mirano a qualcosa di alto nella vita, e qualche briciola di successo basterà per soddisfare quelle anime che sono capaci di inghiottire tutto un mare di adulazione.

I censori sono normalmente calmi e tranquilli a causa dell’incrollabile placidità della loro autofiducia. Sono anche freddi, ed opposti all’ entusiasmo; non capiscono facilmente l’anima di qualcuno che agisca per amore. Per quello, intendono la libertà di spirito come la proclamazione senza rossore di quell’infrequenza di preghiera, di quella poca coscienziosità, e quella tiepidezza nel pentimento che vivono loro, ma di nascosto. Una teologia rigorosa è un modo a buon mercato per godere della rispettabilità. Chi rappresenta come dura la strada che porta in Cielo, è sottomesso o all’autoindulgenza o al rispetto umano.

Questo tipo di autoinganno è uno dei più comuni, e difficile da sanare, perché il suo cuore è inaccessibile. Sembra richiedere il colpo di un grande peccato per fare entrare nell’anima la luce della salutare vergogna.

5) L’Ambizione

L’ambizione mira ad un oggetto lontano che si acquista solo lentamente. Ha bisogno della pazienza ma non la possiede: l’ambizione è una passione impaziente, precipitosa, impetuosa, irreale, che tende a scambiare mezzi per fini e atti singoli per abitudini. Se, con la grazia di Dio, l’ambizioso riesce a fare un atto di generosità verso di Lui, suppone di aver già acquisito un’abitudine santa. L’esperienza contraria gli da fastidio. Ha adottato pratiche di preghiera al di sopra delle sue capacità, o familiarità nella preghiera che ha sminuito la sua reverenza verso Dio. Osa a lamentarsi con Dio. Si augura di fare contemplazione senza le fatiche antecedenti della meditazione; si augura di soffrire senza aver mai mortificato il corpo; vorrebbe servire Dio con un amore puro e disinteressato, ma non si è mai particolarmente pentito dei suoi peccati. Le tappe iniziali della vita spirituale le ha trascorse con un salto solo, imitando i santi in ciò che non era da imitare, e si trova ormai in cose altissime in aporia totale sia per esse sia per gli esercizi più comuni della Fede. Finisce nello scoraggiamento e nell’abbandonare la religione del tutto. E’ una condizione incurabile e neanche molto fuori comune.

6) La scrupolosità

Continenti vasti della presunzione la più puerile si stanno scoprendo ogni anno nelle anime dei scrupolosi. Sono consumati dallo spirito censorio, che esercitano unicamente su cose irrilevanti, mentre senza scrupolo alcuno danno scandalo, non resistono né alla loro passione dominante né alla tentazione abituale, e non cercano di evitare le occasioni del peccato. Non si interessano al comportamento degli altri, né alla loro sensibilità. Sono acerbi, poco affabili, difficili da trattare. Gli sciocchi lo interpretano come santità. Nella scrupolosità c’è un pozzo profondo di tranquilla autoesaltazione; sulla superficie l’agitazione religiosa.

7) La falsa umiltà

L’autoinganno della falsa umiltà è vicino a quello della scrupolosità, ma è forse ancora meno facile da sanare. L’autoinganno è segno della debolezza, sia intellettuale che morale, e quasi tutti hanno almeno un punto in cui sono deboli in tutti e due questi sensi. Non dovremmo essere dunque sorpresi se troviamo alcune persone, apparentemente forti e trasparenti, che non siano vittime anche di questa forma di autoinganno.

Tutti sentono che l’umiltà sia la virtù santa per eccellenza, e perciò tutti cercano di acquisirla. Ma è straordinariamente difficile da acquisire, in quanto pare quasi impossibile alla natura di credersi così poco buona che si lo deve credere se si crede di non essere umili. Bisogna quindi raccorciare i tempi necessari per acquisirla.

Sfortunatamente alcuni santi hanno parlato male di se stessi. Dunque dobbiamo fare lo stesso noi, anche se non crediamo ciò che diciamo, e non concediamo minimamente il diritto ad altri di crederlo. Ognuno ha il suo piccolo cerchio di adulatori come un insetto ha i parassiti. Questi sono o troppo sciocchi o troppo poco sinceri per essere contenti del nostro inganno, mentre noi, trovandolo un eroismo a basso prezzo, non ci tiriamo indietro. Ma questo inganno porta alla cecità spirituale. Perché il falso umile ignora ciò che nella vita spirituale è la cosa più necessaria da sapere: cioè la propria mancanza di coraggio. Il motivo ne è che non si è mai messi veramente alla prova. Ritiene nella sua abiezione artificiale, che ormai è divenuta reale (senza divenire vera), che deve mirare solo alle cose basse per Dio. E così fa ciò che è al di sotto delle sue forze, senza mai mirare ciò che è o sul suo livello oppure al di sopra di esso. Inoltre, malgrado la sua mancanza particolarmente odiosa di generosità, non è comunque esente di una certa superbia nella sua sicurezza in sé e nella sua pretesa discrezione.

III

LE CARATTERISTICHE DELL’INGANNO

La prima caratteristica è il suo potere quasi illimitato. L’autoinganno è una tentazione, anzi, più di un tentazione: è una legge della debolezza dell’ anima, una caricatura della grazia: anticipa e segue l’azione, la propone, la sostiene, la accompagna, si scioglie in essa, la loda nel suo amor proprio, la biasima nella sua falsa umiltà; ci illumina e ci acceca; opera sia nell’azione che nel riposo; si nasconde e si rivela. Compagno intollerabile! Mai affaticato, indifferente alle condizioni della strada, imitatore dell’angelo custode, sempre trionfante, sempre deridente, approfittando pure della Grazia per acquisire nuove opportunità e nuovi teatri d’azione.

Una seconda caratteristica è che è inveterato. Né vittorie ripetute lo vincono, né mortificazioni. Anzi, tutti mezzi contro di esso sembrano di fortificarlo. E’ onnipresente, non si può afferrare, né fermare, né staccare dalle circostanze della vita. Non ci aiuta esperienza, né vigilanza, essendo l’autoinganno sempre diverso. Agisce in modo passivo, pacifico, vuole vivere con noi, in noi, anzi, vuol essere una sorta di anima per noi: per questo motivo è così inveterato.
Poi, si assume l’apparenza del bene, come si aspetterebbe d’altronde dal primo ministro del demonio. Ma sarebbe più preciso dire non che assume l’apparenza del bene, bensì che la porta sempre, travestendosi sempre in un’infinità di modi. Così ci fa compiere l’opera del demonio, facendoci credere (non sempre con una fede interamente buona) che sia l’opera di Dio.

Il punto debole dell’autoinganno è che sia doloroso da toccare (quando si riesce comunque a toccarlo). Siamo tutti sensibili ad alcune critiche del nostro comportamento, delle nostre pratiche o abitudini, dei nostri atteggiamenti: ad altre critiche, invece no. Perché questo? Non lo sappiamo, ma è una scoperta che dovremmo indagare senza esitare; è un dono della Provvidenza che ci avrebbe potuto aiutare ad evitare tanti danni.

Un’altra caratteristica è la sua coesistenza col bene. Si sceglie il migliore di tutto, e si attacca a ciò che è del più eccellente. Una sola goccia di questo veleno disturba la quantità più grande del bene, e una quantità moderata ne neutralizza una quantità sproporzionata. Ipocrisia non vive a lungo se non in compagnia di un pochino di pietà; così anche l’autoinganno prende dimora presso il bene, per nutrirsene e riscaldarsene.

L’autoinganno cresce con l’età. Alcune erbacce crescono nell’anima quasi per caso; altre muoiono se non vengono nutrite; alcune si impiantano con un solo atto di peccato e non crescono affatto; mentre l’autoinganno cresce inevitabilmente. Più si allarga la vita, più si allargano le facoltà per l’inganno. L’unica cosa che è fatale per l’autoinganno è la semplicità. Se potessimo essere perfettamente semplici, potremmo infliggere un colpo mortale su questo mostro. Ma la vita moltiplica le cose, imbroglia i nostri motivi, ci distrae l’attenzione, ci complica l’agire, ci confonde con la sua rapidità, versatilità, contraddittorietà, imperiosità, fertilità. E tutto questo apre la porta all’autoinganno: dove entra in silenzio se ha il tempo, o con rumore se non ce l’ha. Una cosa è certa, però: La fonte corre più copiosamente ogni anno, e se la Grazia non facesse evaporare le acque proprio mentre saltano, saremmo rovinati.

L’autoinganno cresce anche nella misura in cui l’anima progredisce nella vita spirituale. Eccezione fatta per le grazie le più alte che riguardano l’unione mistica a Dio (che sono comunque raggiunte solo da pochi), le operazioni delle grazie intermediarie sono soggette ad illusioni più di quelle basse.

Come esempio prendiamo la preghiera. L’autoinganno si nutrisce dalla preghiera e dalla contemplazione. La preghiera ci conduce in un mondo nuovo, dove si parla una lingua diversa, dove il paesaggio e i colori sono diversi. Nella natura ciò che più inganna è la luce: ci inganna su distanza e grandezza; scambiamo fantasia per realtà, vediamo cose a rovescio: così anche nel mondo della preghiera. Un altro punto comune ai due mondi è il principio che la luce acquista colori solo brillando attraverso il buio. Nella preghiera ci sono colori che difficilmente sono da attribuire all’oggetto o all’atmosfera; luci possono abbagliare e confondere. L’abitudine è l’unica sicurezza nelle cose sovrannaturali, ma la grazia ci ruba di quella sicurezza, spostandoci sempre più in alto.

L’autoinganno si distingue anche per il modo eccellente in cui si serve del tempo. Afferra le nuove grazie subito quando appaiano, e le svia per i propri scopi. La forza di una tentazione sta soprattutto nella sua opportunità. La natura umana, debole e incapace di sostenere sorprese, cede quasi sempre a ciò che è opportuno, sia per il bene che per il male. Il nostro guadagno annuale di grazie è grande, ma l’autoinganno ne prende molte tasse. Sappiamo che siamo molto più poveri di ciò che possa sembrare, ma non sappiamo mai quanto. Gestire la grazia con discrezione è uno degli oggetti più difficili della vita spirituale.

L’autoinganno infesta talvolta la natura, talvolta la grazia. Sfrutta dei nostri momenti di debolezza, dei nostri punti deboli; diviene quasi indistinguibile dal carattere naturale, già indebolito, scardinato, e sconvolto dal peccato. E poi cediamo al nostro carattere, dispensandoci di questo e quello, ritenendo che abbiamo il diritto di agire come ci pare, e la barca affonda nel mare. Non abbiamo potuto distinguere tra sfiducia in natura e sfiducia in grazia; tra sfiducia in sé e sfiducia in Dio.

L ’autoinganno si insinua poi nelle parti del carattere che abbiamo deciso di privilegiare, e diviene la legge della vita: mentiamo a noi stessi e facciamo della menzogna una legge.

L’autoinganno infine è umiliante, ciò che è il motivo principale per chi cerca di evitare l’autoconoscenza. Gli inizianti ne sono esempi tipici. Scatenati nei campi larghi dell’ascetismo e nei boschi grandi della meditazione, cadono nella gola spirituale, scoprono l’inganno, e poi rinunziano a tutto, preferendo condurre ormai vite confortevoli.

IV

RIMEDI DELL’AUTOINGANNO

C’è qualche cosa di sostanziale nel creato? C’è qualcuno di reale? C’è vita spirituale affatto? Tali domande ci facciamo, con la nostra irritazione quasi scusabile, quando ci si presenta in ogni chiarezza davanti gli occhi il tema dell’inganno spirituale. L’io è miserabilmente petulante, come ce ne possiamo accorgere quando l’io si introverte su se stesso: toglie la freschezza pure dalla nostra adorazione, e getta una luce malaticcia sulle nostre pratiche di devozione che dovrebbero giacere nella luce tranquilla dell’amore disinteressato.

Dovremmo smettere di coltivare uno spirito interiore, per paura dell’ autoinganno, della lebbra introvertita e marcia dell’auto contemplazione, dell’indegna schiavitù di una vita pia? Ma quale sarebbe l’alternativa?
– Dedicarci solo alla devozione esterna, come quella del tutto consumata dai pregiudizi triviali, dalle singolarità, dalle gelosie, dalla golosità, dall’ ipocondria, dall’egocentrismo: consumata infine da qualcosa peggiore dalla vile scrupolosità, dalla preghiera pignola, dall’introversione soffocante, dalla permalosità, dalla mortificazione fino all’amarezza ed allo spirito critico: solo perché la grazia non ha potuto superare la loro incapacità per essere dolci.
– Oppure dedicarci solo all’azione, come quegli uomini intellettuali, robusti di corpo e di carattere, che sembrano riuscire in tutto? Ma scappare via da una vita pia non tutta sana, non vuol dire scappare via da se stessi.

Meglio sarebbe sanare la vita spirituale: adottando un odio saggio di se stessi, esercitandosi nella pazienza, esaminando la coscienza in modo serio. Coloro che nutriscono un’avversione per la vita spirituale stanno facendo l’opera del demonio anche senza esserne consapevoli.

Perché sto dicendo ciò? Perché non troveremo rimedi all’autoinganno tanto specifici né definiti quanto ci potremmo augurare. L’autoinganno è una roba cattiva, quasi irreparabile. Bisogna considerare la sua riparazione come un male necessario ed indispensabile; e quando qualcosa è indispensabile per Dio, bisogna iniziare quanto prima e anche con uno spirito allegro: Nella misura, infatti, in cui ci abbassiamo sempre più profondamente nella nostra falsità, ci avviciniamo sempre di più al grande Veritiero Che è Dio. E l’auto abbassamento ci fa coraggio. E’ strano, ma è comunque così.

In genere possiamo dire che la conoscenza del proprio autoinganno costituisce quasi quasi la sua guarigione. Per quello mi son soffermato così a lungo su di esso. Una volta che ce ne accorgiamo, l’occasione e le circostanze ci indicheranno le armi con cui si deve combattere. Non gli piace essere conosciuto: si traveste e fiorisce nel nascondimento; quando viene visto invece, lo fa tremare un senso di colpa; quando una luce forte lo rivela, si perde la testa e fa un gesto involontario. Conoscere questo nostro nemico, ci facilita mirarlo, dunque, ma anche lo rende codardo spogliandogli la forza.

Poi, più semplice è il nostro comportamento, più debole l’autoinganno, e meno frequenti le sue occasioni. La semplicità nel mondo spirituale è come la luce nel mondo naturale: la luce cambia tutto ciò che tocca: privo della luce ogni tipo di vita languisce; simile è la semplicità. E’ il nemico particolare dell’autoinganno.

Quando uno fa una serie di scoperte, cioè che sia vittima costante dell’ autoinganno e che la base della vita interiore sia stata un’illusione, gli sarà spesso prudente rimodellare e semplificare il suo sistema spirituale, facendo atti di purezza d’intenzione, cioè rendendo attuale la pia intenzione delle sue azioni, piuttosto che virtuale o abituale.

Non converrà a tutti, agli scrupolosi per esempio: e se non converrà, non li renderà felici. Se ci rendiamo infelici, ci rendiamo incapaci di servire Dio. Che serviamo Dio mentre brilla il sole: così, quando manderà le tenebre, Lo serviremo meglio. Intanto, le tenebre false sono peggiori della luce falsa, così che se, attualizzando le nostre intenzioni per la gloria di Dio, ci ottenebreremo lo spirito piuttosto che illuminarlo, potremo essere sicuri che questa non sia la strada per noi.

Non cerchiamo di combattere l’autoinganno esaminando eccessivamente la coscienza nè i motivi per tutto ciò che facciamo. Tutto deve procedere pian piano nella vita spirituale, anche le nostre cadute. Se non troviamo subito ciò che cerchiamo tra i motivi profondi del nostro agire, alziamo la testa e guardiamo il cielo.

Non dimentichiamo che la guarigione dell’autoinganno dura tutta una vita. Per questo richiede la perseveranza, e nell’ultima analisi la speranza: la speranza che tiene chiaro è fermo l’occhio della Fede. Lo scoraggiamento gli è dunque fatale. Più a lungo deve durare uno sforzo, meno sopporterà lo scoraggiamento. Ma è proprio questo che vuol produrre in noi l’autoinganno: imbrogliando, complicando, confondendo, inventando stratagemmi, moltiplicando attacchi, trascurando le convenzioni della guerra, logorando la speranza. Una volta che ci mettiamo a sedere ed a disperare, sarà improbabile che ci sarà permesso di rialzarci.

Non bisogna essere superbi o cercare la gloria nelle battaglie contro l’autoinganno. Ci sono battaglie che non diano grande onore, o che lascino i vincitori sporchi e sfigurati. Non entreremo mai nelle città morali che avremo vinte in marcia di trionfo: torneremo a casa abbattuti. Piuttosto ci dovremo accontentare delle vittorie piccole e dei successi modesti: con buon umore e con grande pazienza.

Meditazione sugli attributi di Dio è un’altra difesa contro l’autoinganno: per poter meglio imitarLo; per farci impregnare dallo spirito della Verità, Che è Lui; per uscire da noi stessi verso gli oggetti della Fede; per contemplare Lui piuttosto che noi stessi; per acquisire un santo timore di Lui, reverenza, adorazione che abbassa se stessa davanti a Dio. Aggiungiamo che un effetto particolare e positivo della reverenza è di rendere l’uomo naturale e semplice verso il prossimo.

Bisogna coltivare una devozione così interiore che renda possibile, essere moderati nel parlare, evitando sopratutto i temi della propria vita spirituale e del carattere di altri.

Cerchiamo di camminare solo con la Fede: deve essere per noi strada, luce, circostanze, atmosfera, tutto: ecco la nostra sicurezza, ecco anche tutta la nostra perfezione. Non cerchiamo segni provvidenziali esterni come guida di condotta; non lasciamoci trascinare da un consiglio casuale, da una parola attribuita a qualche religioso santo, oppure a qualche nostro penitente.

Occorre un grande fiducia in Dio come abitudine di mente ed emozione di cuore, per non accusare Dio del male che facciamo noi: Quando le illusioni e le complicazioni della vita spirituale ci conducono a situazioni che ci sembrano quasi senza uscita, siamo tentati a pensare che chi ci abbia ingannati fosse Dio piuttosto che noi stessi.

Cosa ci farà reale, quindi? il Volto di Dio. Il prima tocca regale dell’ Eternità non solo ci sveglierà, ma anche ci guarirà in fondo: dell’inganno ci potrà guarire solo il Re.

Chiaramente, dunque, la difesa più efficace contro questo male in terra sarà ciò che più si avvicina al suo rimedio in cielo: ossia servire Dio con un amore personale. L’amore per Dio ha questa proprietà: di renderci reali. La comunione con Dio scoglie la nostra irrealtà. L’amore imita ciò che ama: amiamo Gesù ed imitiamo la Sua semplicità. Quando guardiamo fuori di noi stessi in Fede amorevole, si diminuiscono i processi interni e si semplificano parecchio; e poi semplificandosi crescono in maestà. Quando la vita interiore si reduce ad una sola operazione della Grazia, siamo più al sicuro; quando molte cose avvengono in noi simultaneamente, c’è poca crescita e molto inganno.

Bisogna guardare fuori di noi verso Dio; passare verso di Lui; appoggiarci su di Lui; imparare ad essere una sola cosa con Lui; far sì che l’amore per Lui bruci l’amor proprio, fin quando esso non esista più, fin quando ci uniamo completamente a Lui. Fuori Dio tutto è irreale, tutto falso. La falsità è una condizione della creatura. E quanto è doloroso per noi, ma anche per coloro che sono molto meglio di noi, scoprire che non siamo altro che irrealtà ed ipocrisie indeliberate ed irrimediabilmente pretenziose! E’ un pensiero sobrio, ma anche confortante, che il tempo verrà per tutti quando non giocheremo più ruoli: né con altri né con noi, neppure con Dio.

Cristo Re e la Sua regalità sociale

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Allora Pilato Gli disse: Dunque, Tu sei Re? Rispose Gesù, Tu lo dici: Io sono Re” – Cristo è Re come Dio e come uomo. È Re come Dio in quanto possiede insieme al Padre e allo Spirito Santo il potere più alto e più perfetto su tutto l’universo; è Re come uomo in due modi: prima in virtù dell’intima unione tra la sua Divinità ed Umanità (l’Unione Hypostatica) e secondo, in virtù della redenzione che meritò per lui il potere assoluto su tutti gli uomini.

Questa regalità di Cristo su tutti gli uomini è soprattutto spirituale, ma anche sociale. Ed era per celebrare e per promuovere questa sua regalità sociale che Papa Pio XI scrisse la sua enciclica Quas primas e stabilì la festa di Cristo Re per la Chiesa universale.

Ora, la regalità sociale di Cristo è il potere del Signore di intervenire negli affari degli uomini tramite l’intermediario della Santa Chiesa Cattolica. Lo scopo di questa intervenzione è che non solo i privati ma anche i magistrati e i governanti venerino Cristo pubblicamente e Gli prestono obbedienza; che non solo individui ma anche le società (nonché tutto il genere umano) si sottomettano all’impero ed alla podestà sovrana di Gesù Cristo.

Ebbene, a questo grave obbligo dell’uomo ad assumere il giogo di Cristo nell’ambito sociale si oppone la tesi nefasta e perniciosa del ‘Secolarismo’. Questa tesi, sviluppatasi a partire dal ‘900 è, nelle parole di San Pio X (Vehementer nos 1906) “la negazione chiarissima dell’ordine sovrannaturale. Essa rivoluziona ugualmente l’ordine molto saggio stabilito da Dio nel mondo; ordine che esige un’armoniosa concordia tra la Società Civile e la Società Religiosa. Queste due società hanno in effetti gli stessi soggetti, visto che ognuno di esse esercita nel proprio campo la sua autorità su di essi. La laicità dello Stato infligge gravissimi danni alla Società Civile stessa, perchè non può né prosperare né durare a lungo, quando non si crea un posto alla Religione.”

Purtroppo questa opposizione alla regalità sociale di Nostro Signore Gesù Cristo è entrata fino a un certo qual grado anche nella mente di certi uomini della Chiesa, cioè nella loro prontezza di separare la Chiesa dallo Stato; nell’Ecumenismo di cui Pio XI scrive: “La Religione Cristiana fu eguagliata ad altre religioni false, ed indecorosamente abbassata al livello di queste”; e finalmente nella promozione di prosperità, progresso, e pace sociale senza riferimento a Colui che è (nelle parole dello stesso Papa) “l’unico autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli cittadini, sia per gli stati.”

L’opposizione al Regno di Cristo è stata espressa e preannunciata già nella parabola della gente che disse “non vogliamo che lui regna su di noi”, e sarà vendicata nel Giudizio Universale quando nelle parole della stessa enciclica: “Cristo scacciato dalla societa’ o anche solo ignorato e disprezzato, vendicherà acerbamente le tante ingiurie ricevute, richiedendo la Sua regale dignità affinchè la società intera si uniformi ai Divini Comandamenti e ai princìpi cristiani, sia nella legislazione e l’amministrazione della giustizia, sia nel provvedere per la gioventù una sana educazione morale.”

Esempi di questi crimini degli stati contemporanei abbiamo visto nelle iniziative del tutto vergognose di proporre come matrimonio alleanze abominevoli ed intrinsecamente pervertite, e di proporre con un sottile e menzognere velo di decenza sotto il nome di “corsi sul corpo e affettivita’” dei programmi per offuscare le menti dei nostri figli, distruggere le loro anime, e di massacrare i non-nati che si potrebbero concepire in seguito alla licenza morale a loro avvocata.

Chi possiede oggi il coraggio tra i nostri governanti o i nostri Prelati di ergersi contro questi oltraggi alla legge naturale , alla legge divina, alla ragione stessa, ma soprattutto a nostro Divino Re? Dove è lo spirito che abbiamo visto cento anni fa in Messico, lo spirito dei Cristeros che si sono opposti al regime anti-cattolico del loro Stato, che prestarono guiramento di fedeltà a Cristo Re e alla Santissima Vergine di Guadalupe, e ricevevano il Crocefisso al collo per mano del sacerdote e salutarono i loro compagni col saluto “arrivederci in Paradiso” come preludio al loro probabile martirio?

Dove lo spirito del loro capo, l’avvocato Josè Anacleto Gonzalez Flores, che morì torturato pregando per il suo carnefice, lo spirito espresso nel suo testamento nelle parole seguenti: “Gesù misericordioso! Miei peccati sono più numerosi delle gocce di sangue che versaste per me. Non merito di appartenere all’esercito che difende i diritti della Vostra Chiesa e che lotta per Voi. Vorrei non aver mai peccato in modo tale che la mia vita sia un’offerta gradevole ai Vostri occhi. Lavatemi dalle mie iniquità e purificatemi dei miei peccati. Per la Vostra Santa Croce, per la mia Santissima Madre di Guadalupe, perdonatemi! Non ho saputo fare penitenza dei miei peccati, per questo motivo voglio ricevere la morte come una punizione meritata per essi. Non voglio combattere, ne vivere, ne morire, se non per Voi e per la Vostra Chiesa. Madre Santa di Guadalupe accompagnate nella sua agonia questo povero peccatore. Concedetemi che il mio ultimo grido sulla terra ed il mio cantico nel Cielo sia, Viva Cristo Re!”

Il Matrimonio: l’intento di Dio, l’intento del demonio

+ In nomine Patris et Filii et Spritus Sancti. Amen

1. L’intento di Dio

Il fine ultimo di tutto ciò che c’è è la gloria di Dio Uno e Trino: della Santissima Trinità: le cose materiali glorificano Dio con la loro mera esistenza, con il loro ordine, la loro bellezza, e, se vivono, con la loro vita: imitando e riflettendo in questi modi qualcosa delle infinite perfezioni di Dio. Gli esseri razionali, invece, glorificano Dio con la loro razionalità: con la loro conoscenza, e soprattutto con il loro amore per Dio che si colma nella santità: modi in cui imitano e riflettono la conoscenza e l’amore di Dio per Sé Stesso.

Ora, Dio avrebbe potuto creare gli uomini ad un’età adulta già in piena conoscenza di Lui e in pieno amore per Lui, come ha fatto nel caso di Adamo ed Eva. Invece ha stabilito che gli uomini venissero a conoscere ed amare Lui gradualmente, cominciando con la loro nascita ed educazione in famiglia: il luogo della loro formazione iniziale per la vita eterna.

Vediamo chiaramente che la prima finalità del matrimonio deve essere la procreazione ed educazione dei figli, anzi di figli numerosi, per orientarli verso la santità.

Dato questo, la sua seconda finalità è ovviamente l’assistenza reciproca (ed amorevole) degli sposi: occorre cioè una collaborazione tra di loro per far crescere i figli, ed un amore tra di loro e verso i figli, affinché i figli possano non solo crescere, ma crescere felici e ben equilibrati. Questa collaborazione deve portare in secondo luogo alla santificazione degli sposi stessi, essendo questo il fine ultimo di tutti.

La terza finalità, conseguenza del Peccato Originale che ha (tra l’altro) disordinato la sessualità umana, consiste nel ‘rimedio della concupiscenza’, che significa che la sessualità trova nel matrimonio un contesto onesto per il suo esercizio (moderato e modesto, naturalmente).

2. L’intento del demonio

Nel mondo contemporaneo, invece, testimoniamo un attacco smisurato contro il matrimonio. La sessualità viene distolto dal matrimonio e considerata come intrinsecamente buono e come fine in sé: o dentro del matrimonio (o sacramentale o ‘civile’) o fuori di esso all’interno di convivenze o di rapporti promiscui. Viene negato che la sessualità si orienti verso la procreazione: anzi, viene usata per esprimere l’amore dei sensi o per il solo piacere, prescindendo persino dal sesso di coloro che la usano. Se c’è rischio di procreazione, si ha ricorso ai contraccettivi, o, se è già troppo tardi per impedire una nuova vita, all’aborto, secondo l’atteggiamento di base che sia meglio uccidere i bambini che non di amarli.

Quanto all’educazione di quelli figli che, malgrado tutti i pericoli che li minacciano, riescono a nascere, non si tratta più di genitori che collaborano in modo disciplinato, ed in un focolare stabile informato dall’amore, per formarli moralmente, e soprattutto religiosamente e spiritualmente. Piuttosto, si tratta di consorzi amorfi e promiscui senza disciplina e con poco amore, e ancor meno senso morale e spirituale, dove i genitori, o coloro che prendono le loro veci, piuttosto di reggere i figli, si lasciano, in un tipo di aporia e fiacchezza morali, reggere da loro, nonché dai programmi educativi statali che mirano meno alla loro educazione che alla loro perversione: ispirati come sono dai nemici della Chiesa e di Dio, ed infine dallo stesso principe delle tenebre.

*

In questo contesto ci rallegriamo sempre di vedere una coppia intraprendere un matrimonio autenticamente cattolico: fedeli a se stessi ed al sacramento, modesti ed innocenti; che desiderano la propria santificazione e quella dei figli; che desiderano orientarne numerosi al Cielo: un cammino sempre più insolito in questi tempi di buio, ignoranza, confusione, ed egocentrismo quasi universali, dove anche gli uomini della Chiesa si compiacciono di tendere una mano verso le massime vuote e mortifere del Mondo.

Preghiamo che la Madonna aiuti tali coppie a far nascere molti figli, ad educarli con disciplina e bontà per osservare i comandamenti di Dio, e per amarLo con tutto il cuore; a far regnare nelle loro famiglie l’amore, la felicità, e la pace; ed a santificare loro e se stessi per poter godere, dopo questo nostro esilio, le gioie eterne del Paradiso: nella conoscenza e nell’amore della Santissima ed Adorabilissima Trinità. Amen.

La Santa Messa: cosa avviene?

 

Forse qualcuno seduto ozioso per strada ha visto qualcuno di voi passare stamattina verso la chiesa, e poi ti rivedrà tornare a casa tra circa un’ora. E si dirà: Avrebbe avuto una commissione, un impegno, un incontro, avrebbe fatto una passeggiata, sarebbe andato alla Messa. Non penserà per forza che ci sarebbe successo un granché: in fondo per lui niente sarebbe cambiato: un’ora è passata, la luce si è in qualche modo cambiata, le persone e le barche si sarebbero un pochino spostate, e la giornata procederà sul suo corso e, con la giornata, la vita.

 

Ma per noi cosa sarebbe successo in questa chiesa davanti a noi? Cosa sarebbe cambiato? Solo questo:

Nostro Signore Gesù Cristo sarà nato sull’altare come lo è nella Gloria del Cielo: nato come è nato a Betlemme, ma in un modo nuovo. Sarà reso presente tramite le parole di un mero uomo, un peccatore, in forma di pane e di vino: il Suo Corpo, Sangue, la Sua Anima e Divinità in forma di pane; il Suo Corpo, Sangue, la Sua Anima e Divinità in forma di vino. Sarà nato sull’altare, scenderà sull’altare, Lui il Verbo Incarnato, l’Agnello Immacolato, per essere sacrificato per noi.

L’uno e l’unico sacrificio del Monte Calvario, tramite cui Dio muore per salvare l’uomo, verrà reso presente sull’altare davanti agli occhi dello spirito. La presenza Reale di Nostro Signore Gesù Cristo, la Presenza Reale del Suo Sacrificio del Monte Calvario, apparirà qua in questa chiesa tra qualche minuto. Tutto il dramma della morte di Dio avverrà in questa chiesa, benché velato dai nostri occhi.

L’avvenimento più grande, più grave, e più glorioso che è mai successo, e che potrebbe mai succedere, nella storia della Creazione non sarebbe dunque successo una volta solo, bensì viene prolungato tramite sante Messe successive fino alla consumazione dei secoli. E lo scopo sarà questo: che il mondo intiero non cada nel nulla in conseguenza dei peccati degli uomini, bensì che esso sia conservato in esistenza tramite tutte le sante Messe offerte ad ogni momento del giorno e della notte attraverso il globo, affinché i disegni ineffabili di Dio per la salvezza degli uomini siano realizzati nel corso dei secoli.

Questo sacrificio è la fonte di tutte grazie, soprattutto del perdono che viene trasmesso nel battesimo (per il Peccato Originale) e nella Confessione (per il peccato personale). Il Sacrificio elargisce grazie sul mondo intiero, ma soprattutto sulla Chiesa: sulla anime dei beati in Cielo e sugli angeli, aumentando la loro beatitudine; sulla anime sofferenti del Purgatorio, diminuendo le loro pene; e sugli uomini in questo mondo, aiutandoli a lottare fedelmente sino alla fine della vita. Queste grazie vengono elargite in modo particolare sui fedeli che partecipano alla santa Messa, e più devotamente partecipano, più largamente saranno elargiti: il Divinissimo Sangue sgorgherà dalle gloriose Ferite sulle nostre teste e nelle nostre anime, per illuminarci e fortificarci per la battaglia.

E dopo che Dio sia nato sull’altare e muoia là per amore di noi, Egli entrerà nel nostro essere più intimo: ‘Domine non sum dignus: Signore non sono degno che entriate sotto il mio tetto, ma dite soltanto la parola è sarà salvata la mia anima.’ Egli entra sotto il tetto della mia anima nella forma di cibo, affinché Si possa unire a me nel modo in cui si unisce a noi il cibo: cioè nel modo il più intimo possibile su questa terra. Qua Egli rimane per 15-20 minuti – per il quale motivo è altamente desiderabile, carissimi fedeli, di trattenerci in chiesa dopo la santa Comunione almeno per una quarta d’ora per adorarLo e per parlare intimamente con Lui. Non è il momento di chiacchierare fuori o, molto meno, dentro, la chiesa. Questa preghiera è una pratica che da Gloria a Dio, e che ci aiuta molto a progredire verso la perfezione cristiana: l’unico scopo della nostra vita.

E così, carissimi fedeli, se qualcuno vi vede tornare a casa da dove siete venuti oggi, anche se non sa cosa stavate facendo durante questa ora, qualcosa davvero sarà successo, e qualcosa davvero sarà cambiato: la cosa più grande che possa succedere: Dio Si è sacrificato per noi davanti ai nostri occhi; Si è unito a noi per promuovere i Suoi disegni ineffabili per il mondo: la Sua eterna gloria e la nostra eterna beatitudine. Qualcosa sarà cambiato. Il fedele torna a casa riempito di Grazia, nutrito del cibo degli angeli, divinizzato dal Verbo Incarnato, e l’universo con i suoi infiniti pianete sarà mantenuto in esistenza e continuerà sul suo corso attraverso i secoli, fin quando il numero degli eletti sarà completo; il creato intiero sarà trasformato in un nuovo cielo ed in una nuova terra; la Missione del Divin Figlio sarà compiuta; e tutto potere sarà restituito al Padre.

Chiamo tutti i non-praticanti presenti a tornare alla pratica alla Fede; tutti i praticanti (ed in primo luogo me stesso) di prendere sul più serio la Fede; chiamo i bambini che riceveranno la santa Comunione oggi per la prima volta di essere sempre fedeli ai comandamenti di Dio, evitando sempre il peccato mortale, ed amando Dio ed il prossimo sempre di più: per l’intercessione della Madre nostra tenerissima Maria, ed alla Gloria della Santissima Trinità. Amen.

La carità come mezzo per superare se stessi

 

Parlando della Carità, nel senso del nostro amore verso Dio, scrive sant’Alfonso: ‘Quale oggetto mai più nobile, più grande, più potente, più ricco, più bello, più buono, più pietoso, più grato, più amabile, più amante, poteva darci Dio ad amare che Se Stesso?… Chi è più grande? è il Signore del tutto; Chi più potente? con un cenno di Sua Volontà ha creato il mondo e con un atro cenno può distruggerlo quando vuole; Chi più ricco? possiede tutto; …Chi più pietoso? Un peccatore basta che si umilii dinanzi a Dio e subito li perdona; Chi più grato? Dio non lascia senza premio qualunque cosa che facciamo per Suo amore; Chi più amabile? Iddio è così amabile che i santi, col solo vederLo ed amarLo in Cielo, godono un tale gaudio che li rende appieno beati e contenti in eterno…’

 

Dio è dunque l’oggetto perfetto del nostro amore: non c’è un altro oggetto che ci possa rendere felici né in questa vita, né nell’altra. Anzi, tutti gli altri oggetti ci rendono infelici: e tutto la nostra infelicità deriva dal non amare Dio. Una persona medita sui suoi successi e sulle sue umiliazioni, sulle offese o sui complimenti che riceve d’altrui; un’altra passa il suo tempo davanti allo specchio: ‘Quanto sono bello! Quanto sono brutto!’; un altro depresso, un altro ossessionato da altre persone; un altro ancora che cerca di possedere informazioni o oggetti senza limite. E poi ci sono coloro che non riescono a staccarsi dal male del mondo, della Chiesa, dei parenti, o da quello che devono subire se stessi: tutti chiusi nel proprio piccolo mondo, il mondo di se stessi, o almeno il mondo finito di quaggiù.

Il nostro mondo è coperto di nuvole, e non riusciamo a vedere il cielo bello ed infinito sopra di noi. Siamo vittime di noi stessi: dei nostri sensi e dei nostri sentimenti, dei nostri piccoli piaceri o delle nostre sofferenze: di ciò che è più basso in noi, piuttosto che dalla ragione e dalla Fede. Siamo retti dalla nostre concupiscenze che ci portano ad amare noi stessi, gli oggetti dei sensi, ed i possessi: ad amare tutto ciò che è finito piuttosto che ciò che è infinito. Siamo catturati, rinchiusi, legati senza uscio, e in fine preda del demonio.

C’è un solo rimedio: l’amore per Dio: per uscire dall’inferiore verso il superiore, dal finito verso l’infinito, da noi stessi, povere creature, verso Dio, Creatore e Somma dei ogni perfezione. Bisogna vedere i beni e i mali di questa vita, i suoi piaceri e i suoi dolori, come occasioni per ringraziare Dio, per esercitare la pazienza, la perseveranza, la rassegnazione – per offrire tutto a Dio, ed in fine per crescere nella perfezione spirituale e per avvicinarci a Lui. Non sono beni o mali assoluti, bensì relativi: per condurre al Bene Assoluto Che è Lui. Questo richiede un lavoro di distacco delle cose di questa terra, e soprattutto da noi stessi, per poter vedere le cose come sono alla luce del sole che è Dio, e per orientarci in tutto ciò che facciamo a Lui.

Come acquistiamo l’amore per Dio? Nostro Signore Gesù Cristo dice chiaramente: ‘Chi mi ama tiene i miei comandamenti’. I comandamenti, come sappiamo, comprendono tutta la vita morale – ad esempio il comandamento di non uccidere comprende la proibizione di parlare male su altri; il comandamento di non dare falsa testimonianza comprende la proibizione di mentire. I comandamenti di amare Dio ed il prossimo comprendono ugualmente tutta la vita morale. Un aspetto di questa vita morale è la preghiera: la preghiera ci unisce a Dio, ci unisce il cuore a Dio affinché possiamo amarLo sempre meglio. La preghiera mentale in particolare – la meditazione (soprattutto sulla passione) e la contemplazione – ci fa conoscere ed amare Dio.

Per amare Dio bisogna anche pregare per amarLo. Il Salmo 17 comincia: ‘Diligam te Domine, Fortitudo mea: Qua il Signore viene chiamato la mia Fortezza, il mio Firmamento, Rifugio, Liberatore, Aiutante, Protettore, Salvezza, Sostenitore. In questa preghiera riconosciamo il Suo amore per noi nel sostenerci, nel proteggerci, nel salvarci; riconosciamo che Lui solo è la nostra fortezza e forza, e preghiamo di amarLo come tale. Ci ricordiamo dell’inno tedesco: Ich will Dich lieben, meine Staerke.

L’amore verso Dio è essenzialmente un amore della volontà, ma quando si perfeziona, diviene anche un amore sensibile, un amore sentito: un amore che sovrabbonda sui sentimenti per superare tutte le altre forme di amore che ci possano motivare.

Per acquistare l’amore per Dio, e l’amore perfetto per Dio, chiediamo l’aiuto della Beatissima Vergine Maria, Lei che era ed è interamente consumata nell’incendio dell’amore Divino. Questo è il nostro destino nell’eternità, che bisogna iniziare in tutto ciò che facciamo quaggiù.

La morte del peccatore

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Insegna san Girolamo: ‘Di centomila peccatori che sono vissuti male, appena uno merita indulgenza da Dio alla morte’: Vix de centum millibus, quorum mala vita fuit, meretur in morte a Deo indulgentiam unus. Aggiunge san Vincenzo Ferreri esser ‘Maggior miracolo il salvarsi uno di costoro, che risuscitare un morto’.

La ragione di questa difficoltà quasi insuperabile di salvarsi è, cioè, che il peccatore, invece di ammollirsi alle grazie ed alle chiamate di Dio, sempre più si è indurito: così che alla morte non sarà più capace di pentirsi. Giobbe dichiara (41.15): ‘Il suo cuore è duro come la pietra, saldo come l’incudine del fabbro’: Cor eius indurabitur quasi lapis, et stringetur quasi malleatoris incus. In altre parole, ogni peccato mortale che commette è come un nuovo colpo sull’incudine, che rende quell’incudine sempre più duro. Nell’Ecclesiastico (3. 27) leggiamo similmente: ‘Il cuore duro andrà a finir male, e chi ama il pericolo vi perirà’: Cor durum habebit male in novissimo; et qui amat periculum, peribit in illo.

Sant’Alfonso, su cui dottrina questo articolo è una piccola sintesi, insegna che il cuor indurito, assieme alla mente ottenebrata e l’abito cattivo, renderà la conversione del peccatore moralmente impossibile. Dio consegnerà la sua anima a tutti i vizi: ‘Ne toglierò la siepe ed essa sarà devastata’ (Isaia 5.5): toglierà la siepe del santo timore ed il rimorso della coscienza, e la lascerà nelle tenebre, così che il peccatore, abbandonato in quel profondo di peccati, disprezzerà tutto: ammonizioni, scomuniche, grazia di Dio, castighi, Inferno; si burlerà della sua stessa dannazione. Leggiamo nei Proverbi (18.3): ‘L’empio, giunto nel profondo dei peccati, disprezzerà’: Impius, cum in profundum peccatorum venerit, contemnit.

Anche se il peccatore si confessa prima della morte, la sua confessione sarà mancante: ‘La penitenza di un infermo è inferma’ dice Sant’ Agostino. E come può pentirsi dei suoi peccati, d’altronde, se la sua confessione non è motivata dall’amore o dal timore verso Dio, bensì solo dal timore dell’Inferno e della dannazione eterna? Come può odiare quel peccato che ha amato fino alla morte? Come può amare quel nemico che sino ad ora ha odiato, o odiare quella persona che sino ad allora ha amata? ‘Oh che montagna da superare!’ esclama sant’Alfonso.

Per di più, l’ora della morte è sempre incerta: ‘Nell’ora che non pensate verrà il Figlio dell’Uomo’(Lc 12.40); ma per l’uomo di cattiva vita la morte è anche sempre improvvisa. Col peso della malattia, con le visite dei medici e le attenzioni dei parenti, con gli affari del mondo ancora da sistemare, gli ultimi giorni saranno sempre giorni di tenebre e confusione, nei quali sarà difficile, anzi moralmente impossibile, l’aggiustare una coscienza imbrattata di peccati. ‘La loro anima perirà nella tempesta’ si legge nel libro di Giobbe (Job 36.14): Morietur in tempestate anima eorum.

E poi ‘Il demonio scende a voi con ira grande, sapendo di aver poco tempo’ (Apoc 12.12): Descendit diabolus ad vos habens iram magnam, sciens quod modicum tempus habet. In morte, il demonio mette tutta la sua forza per non lasciarsi scappare di mano quell’anima che sta per uscire da questa vita, scorgendo dalle circostanze del morbo, che poco tempo gli resta per guadagnarla per sempre. Il concilio di Trento, parlando dell’Estrema Unzione, insegna chiaramente che il nemico in nessun tempo combatte con tanta violenza per farci perdere, e diffidare della divina misericordia, quanto nel fine di nostra vita.

Il momento della morte è incerta: per quello bisogna prepararsi per esso costantemente. Sistemiamo i nostri conti quanto prima per non trovarci sorpresi ad un momento inopportuno. Se siamo nel peccato mortale, o persino nel peccato mortale abituale, cerchiamo l’aiuto di un confessore e direttore di coscienza già oggi. Se abbiamo amici o parenti di cattiva vita, preghiamo per loro incessantemente e offriamo per loro tutte le nostre croci e tutti i nostri sforzi: Affinché ci convertiamo tutti e siamo tutti salvati alla Gloria ed all’onore dell’infinita Misericordia di Dio. Amen.

Raccomandiamo al gentile lettore la lettura dell’ ‘Aparecchio alla morte’ di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Edizioni Gribaudi.

L’Addolorata

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

I dolori dell’ Addolorata, Regina dei martiri, che lei poteva sopportare solo tramite una grazia particolare di Dio, erano più grandi di quelli di tutti gli altri martiri insieme. Un teologo sostiene che una sola goccia di questi dolori avesse bastata ad annichilare in un momento tutti gli esseri razionali: tutti gli angeli e gli uomini.

Perché ha dovuto soffrire, e tanto soffrire? Ha dovuto soffrire in virtù della sua collaborazione alla salvezza del genere umano. Conveniva, cioè, che lei, che da mediatrice di tutte le grazie, partecipava alla salvezza dell’uomo, partecipasse altrettanto ai mezzi della salvezza: ossia alla Passione ed alla Morte di Nostro Signore Gesù Cristo.

Perché ha dovuto tanto soffrire? ossia fino al grado che la Madonna stessa viene considerata come un mare, o oceano, di amarezza, secondo un’ interpretazione del suo nome Maria: mare amarum, ricordando la parola di Geremia: Magna est enim velut mare contritio tua. Il motivo per la grandezza della sua sofferenza sta ovviamente nella sua compassione materna per il suo Figlio.

La sofferenza della Madonna, essendo una partecipazione alla sofferenza del suo Figlio, costituisce, nel vero senso del termine, una compassione, o com-passione per Lui. Ora chiaramente più grande è l’amore che una persona possiede per un’altra persona, più grande è la sua compassione per le. L’amore di una madre per un figlio, meramente sul livello naturale, è già uno degli amori più grandi che c’è sia; ma pure sul livello naturale la Madonna aveva un amore materno per il suo Figlio più grande di tutte altre madri, avendoGli elargito da sola tutta la Sua Umanità, senza il contributo di un padre terreno.

Ma questo suo amore materno per Lui come uomo fu infinitamente elevato dal suo amore per Lui come Dio, nel quale, per così dire, si scioglieva intieramente. Il suo amore per Dio era, ed è, l’amore più grande mai posseduto da una creatura sia umana che angelica, e questo spiega infine la grandezza della sua compassione per Lui nella Sua Passione ed anche nella Sua Morte, che lei esperimentava altrettanto, in modo puramente spirituale. La sofferenza della Madonna viene poi ineffabilmente intensificata dalla purezza e la finezza sensibile del suo cuore immacolato.

Un esempio della sua compassione per Nostro Signore Gesù Cristo nella Sua Passione e Morte si vede mentre sta presso la Croce: Stabat Mater doloros juxta crucem lacrimosa dum pendebat Filius. Lei, guardando il suo Divin Figlio, assume in sé la Sua sofferenza, Egli, invece, guardando le, assume in Sé la sua compassione come la propria sofferenza, che poi affluisce di nuovo su di le e così via, come onde reciproche in un oceano di dolore amaro e profondamente tumultuoso.

Così ha meritato la santissima Madonna ad essere collaboratrice alla salvezza del genere umano, come pure Consolatrix afflictorum: colei presso la quale possiamo trovare rifugio e consolazione per le nostre ferite morali e spirituali: dove la sofferenza maggiore comprende e solleva la sofferenza minore: sotto il manto che avvolge tutta l’umanità; nello stesso dolce abbraccio materno che ricevette il corpo morto del Divin Figlio dalla Croce; nelle profondità insondabili e da dolore scavate del Cuore Immacolato di Maria.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Gratia plena

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nel libro dei Proverbi leggiamo:‘La Sapienza si è costruita una casa, ha intagliato le sue sette colonne.’ San Pier Damiani spiega che ‘Questa casa virginale è sostenuta da sette colonne dello Spirito Santo perché la Venerabile Madre di Dio ha ricevuto i sette doni dello Spirito Santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, e timore di Dio.’ E questi doni insieme a tutte le virtù teologali e cardinali, e tutte le grazie gratuite (come quella della guarigione, dei miracoli, di profezie, e di lingue), con tutte le ricchezze della grazia e della natura ha ricevuti la Madonna fino ad un grado sovreminente: così che san Tommaso dice che se Cristo possedeva perfettamente la pienezza di grazia, un certo inizio di essa precedeva già nella Madre.

San Bonaventura paragona questa pienezza di grazia con un oceano in cui confluiscono i fiumi della grazia di tutti i santi: il fiume della grazia degli angeli, dei patriarchi, profeti, apostoli, martiri, e confessori. Tutti i fiumi entrano nel mare, ed il mare li contiene tutti.

Il Divin Architetto, creando la Madonna, costruì il Suo santuario divino, oggetto delle Sue infinite compiacenze. Ella fu, nelle parole di mons. Gaume: ‘la Sua colomba, l’unica, tutta bella, senza macchia ne ombra di macchia, bianca come il giglio, graziosa come la rosa, brillante come il saphiro, trasparente come il diamante’, radiante di una luce così intensa e così pura che, secondo san Teodoro Studita, ‘Dio Stesso si è unito sostanzialmente a le per opera dello Spirito Santo, e da le è nato come uomo perfetto’; un essere così sublime nella santità, che secondo san Bernardo: ‘a Dio non conveniva altra madre che Maria, e a Maria non conveniva altra figlio che Dio’.

E come i raggi del sole colorano, traversandola, una nuvola diafona, le bellezze interiori della Figlia del Re radiavano sul suo corpo verginale per renderla imparagonabilmente bella: più bella (come dimostra sant’Alberto) di tutte le sue figure nell’Antico Testamento: più bella di Eva, più bella di Rachele, più bella di Rebecca giovane vergine modesta scelta da Abramo per il suo amato figlio Isaaco, più bella di Giuditta a cui Dio aveva aumentato la bellezza per renderla incomparabilmente più bella agli occhi di tutti gli uomini, più bella di Esther.

Così era il santuario divino, l’arca della nuova Alleanza, la casa d’oro, l’opera più grande dello Spirito Santo dopo la Sacratissima Umanità di Nostro Signore Gesù Cristo, un’opera che viene paragonata con una stella: una stella radiante di santità e di gloria lunge al di sopra di questo mondo oscuro e caduto; la stella del mare che mostra la via ai viaggiatori sull’oceano perfido ed amaro di questo mondo al porto celeste che è il suo Figlio; la stella mattutina che prenunzia quel giorno glorioso che non conosce tramonto, quel sabato eterno dove finalmente ci riposeremo dai nostri lavori in Dio; la stella infine che irradia sul mondo raggi della luce increata e che partorisce il sole che prenunzia.

L’Assunzione

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il dogma dell’Assunzione fu dichiarato da papa Pio XII in ottobre 1950 nella costituzione Munificentissimus Deus con le parole: ‘L’ Immacolata Madre di Dio, Maria sempre Vergine, quando il corso della sua vita terrena fu compiuta, fu assunta corpo ed anima nella gloria del Cielo.’ Chiediamo innanzitutto i motivi teologici di questo dogma, e poi il suo fondamento nella Sacra Scrittura.

Motivi teologici

Il motivi teologici per l’Assunzione si fondano nella relazione intima tra la Beatissima Vergine Maria ed il suo Divin Figlio.

Il primo motivo ne è che conveniva che la carne della Madre condividesse il destino della carne del Figlio: se il Figlio doveva morire ed ascendere in Cielo, conveniva che anche la Madre morisse ed ascendesse in Cielo. Un testo liturgico dell’ottavo secolo dice: ‘Oggi la Madre di Dio ha subito la morte del corpo, ma non poteva essere tenuta nei legami della morte, avendo partorito il Vostro Figlio Incarnato, Nostro Signore’.

Un secondo motivo è che come aveva partecipato ella così intimamente alla battaglia di Cristo contro Satana, conveniva che partecipasse anche alla Sua vittoria su Satana, come anche sul peccato e sulla morte.

Un terzo motivo è che conveniva che la Madre del Redentore godesse del frutto pieno della redenzione: cioè la glorificazione dell’anima e del corpo subito dopo la morte.

Sacra Scrittura

Prima osserviamo che la Fede è contenuta non solo nella sacra Scrittura, ma anche nella Tradizione orale: fu uno delle eresie fondamentali dell’Eresiarca Martin Lutero di asseverare che la Fede si contenesse nella sola Scrittura.
Nel caso sotto considerazione, la dottrina dell’Assunzione è contenuta principalmente nella Tradizione, costituendo un avvenimento dei tempi apostolici sempre insegnato dalla Santa Madre Chiesa. La Festa dell’Assunzione fu conosciuta già nell’ottavo secolo e deriva da quella orientale della Dormizione nel sesto secolo. La dottrina fu definita come dogma da papa Pio XII nelle parole sopraccitate.

Se la dottrina non viene insegnata esplicitamente nella sacra Scrittura, viene comunque accennata in essa, cioè in tre immagini.

La prima immagine è quella di una donna nel Cielo: L’Apocalisse dice: ‘Un gran segno apparve in cielo: una donna vestita del sole, con la luna sotto i suoi piedi, e sulla testa una corona di dodici stelle.’ La teologia interpreta questa donna come l’Assunta, glorificata nel corpo e nell’anima.

Una seconda immagine è quella dell’arca. Nel versetto precedente dell’Apocalisse sta scritto: ‘E il tempio di Dio fu aperto nel cielo, e l’arca del suo testamento fu vista nel suo tempio’. Questa arca viene interpretata come la Santissima Vergine Maria, avendo ella contenuto nel suo seno celeste Nostro Signore Gesù Cristo, Che rappresenta la Nuova Alleanza.

La terza immagine è quella di una persona che ascende dal deserto. Nel terzo capitolo del Cantico dei cantici leggiamo: ‘Chi è costei che ascende per lo deserto quasi colonna di fumo dagli aromati di mirra, e d’incenso, e di ogni polvere e profumerie?’ Un pio autore commenta: ‘La sua totale mortificazione figurata nella mirra, le sue ferventi orazioni significate nell’incenso, e tutte le sue sante virtù unite alla sua perfetta Carità verso Dio, accendevano in lei un incendio così grande, che la sua bella anima, tutta sacrificata e consumata dal Divin amore si alzava continuamente a Dio qual verghetta di fumo che da ogni parte spirava soavissimo odore.’ La persona dunque che ascende dal deserto come una colonna di fumo è la Santissima Vergine Maria nella sua Assunzione, intieramente consumata dall’amore divino.

*

Carissimi fedeli, siamo su questa terra per uno scopo, e per un unico scopo, e questo è per amare Dio con tutto il cuore, tutta la mente, tutta l’anima e tutte le nostre forze, ed il prossimo come noi stessi: in Dio e per Dio. Nostro Amatissimo Signore ci disse: ‘Io sono venuto per portare fuoco su questa terra, e come desidererei che già bruciasse’. Egli vuole che il nostro cuore, come il cuore della Sua santissima Madre, prendesse fuoco e bruciasse, e si consumasse in un olocausto dell’incendio dell’amor divino: per alzarsi al di sopra di questa terra ed unirsi nel Cielo al Suo sacratissimo cuore: fornax ardens Caritatis.

San Michele Arcangelo

St. Michael

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La funzione primaria dei santi angeli è di adorare Dio; la funzione secondaria è di mantenere e gestire l’ordine del creato stabilito da Dio.

Che san Michele Arcangelo si distingue per la sua adorazione di Dio è già espresso nel proprio nome: Michael: Quis ut Deus: Chi è come Dio? ciò significa, nelle parole di dom Guéranger ‘da solo, nella sua brevità, la lode più completa, l’adorazione la più perfetta, la riconoscenza totale per la trascendenza divina, e la più umile confessione della nullità delle creature.’

Se san Michele Arcangelo si distingue dunque per la sua adorazione di Dio, si distingue altrettanto per il suo ruolo attivo nel gestire l’ordine della Provvidenza di Dio. Questo ruolo attivo si può esporre così: portare le creature razionali (assieme alle loro intenzione) davanti a Dio, soprattutto quando ciò richiede la loro protezione dal Demonio.

Questo ruolo lui esercitò per la prima volta a beneficio degli angeli, quando, secondo vari santi Padri, all’inizio dei tempi fu rappresentato a loro in visione il Verbo Incarnato col comandamento di adorarLo, e/o di venerare la Sua Beatissima Madre come la loro Regina. Lucifero, inebriato dalla propria gloria e bellezza, rifiutò di adorare Dio unito alla natura umana, e di venerare la Madonna, in quanto soggetto della stessa natura – quella natura essendo inferiore alla natura angelica, da lui posseduta. In questa insurrezione contro Dio trascinava un gran numero di angeli ‘una terza parte delle stelle del Cielo’, come si legge nell’Apocalisse.

A questo punto, il solo pronunziare il nome del grande adoratore di Dio, Michele, ‘Chi è come Dio?’ bastò per precipitare gli angeli ribelli nell’Inferno, dove, privi in eterno dalla Visione Beatifica di Dio, pagheranno per sempre col fuoco la giusta pena della loro malvagità.

Secondo sant’Ambrogio, san Michele, in quella tremenda battaglia, fu chiara figura di Cristo, guerreggendo non solo per l’onore di Dio, ma anche per la salvezza di tutti gli angeli e di tutti gli eletti, come Cristo avrebbe combattuto per tutto il genere umano con la sofferenza e la morte.

San Michele, che vediamo prima come protettore degli angeli, vediamo dopo come protettore del popolo giudaico. Nel libro di Daniele (12.1) si legge: ‘Sorse Michele, il gran principe, che sta a guardia del tuo popolo’, e in Giobbe (5.14) l’Arcangelo dichiara: ‘ Io sono il Principe dell’esercito del Signore’. La Tradizione ritiene che fosse lui, tra l’altro, ad affliggere l’Egitto con le 10 piaghe; a condurre il popolo eletto attraverso il Mar Rosso; ed a dettare la legge a Mosè su monte Sinai.

Quando la Chiesa succedette alla sinagoga, l’Arcangelo divenne il custode di tutto il mondo cristiano, sia religioso sia civile. Come esempio della sua tutela della Santa Chiesa Cattolica, prendiamo l’esorcismo di Papa Leone XIII che comincia: ‘Princeps gloriosissime militiae celestis, Sancte Michael Archangele’, e delle preghiere leonine stabilite dallo stesso pontefice da leggere dopo la santa Messa letta: Sancte Michael Archangele…

Come esempio della tutela civile prendiamo la sua apparizione a Mantova nel quinto secolo per assistere san Leone Magno come un guerriero splendente, agitando minacciosamente una spada fiammeggiante per mandare in fuga Atila e gli Unni dall’ Italia; la sua apparizione sopra il Castel Sant’Angelo a Roma nel sesto secolo per assistere san Gregorio Magno, riponendo la sua spada nella guaina per significare la cessazione della pestilenza; la sua apparizione nel nono secolo su un cavallo bianco segnalando la vittoria di Carlo Magno sui Sassoni.

Come osserva Cornelio a Lapide: Colui che custodisce il corpo della Chiesa, deve custodire anche il suo Capo, e la pietà popolare vede san Michele come angelo custode del Sommo Pontefice. Ci sono molte indizi di questa sua funzione compresa la liberazione di san Pietro, il primo papa, dal carcere. ‘Dio ha inviato il suo angelo’ dice il principe degli apostoli, ed i teologi applicano le sue parole a san Michele.

Il custode del corpo della Chiesa e del suo Capo in modo particolare, è custode anche di ogni suo membro. Saremmo dunque prudenti di chiedere ogni giorno la sua assistenza e protezione dal male. La Madre Chiesa, nella santa Messa di san Michele, chiede il suo glorioso aiuto per noi nei nostri combattimenti quotidiani e nel giorno terribile del giudizio, quando il grande Arcangelo, vessillifero della milizia celeste, difenderà la nostra causa davanti all’Altissimo (come preghiamo nei vespri) e ci farà entrare nella luce santa (come preghiamo nella santa Messa di Requiem).

Chiediamo a san Michele Arcangelo di cui, come la Madonna, la gloria è solo paragonabile con la sua umiltà, di renderci umili, affinché dopo questa vita possiamo essere alzati e (nelle parole di un antico prefazio) trasportati… ‘Laddove quelli che noi veneriamo servono, che possiamo tendere verso le altezze che nella Festa del Beato Arcangelo contempliamo nell’amore’ – per unirci a lui, con tutta la milizia celeste, e a tutti gli eletti per adorare in eterno le infinite perfezioni di Dio.

Il modernismo

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nostro Signore Gesù Cristo pianse su Gerusalemme, ricordandoci delle parole del Suo profeta Geremia: Jerusalem, Jerusalem, convertere ad Dominum Deum tuum. I giudei non avevano ascoltato i loro profeti, bensì l’avevano uccisi e si sono riuniti contro Dio e contro il Suo Cristo: il Messia prenunziato di profeti, l’erede della vigna che era affidata ai giudei, e si sono detti: ‘Venite, uccidiamo l’erede e la vigna sarà nostra’. Al tempo del profeta c’era tempo per la conversione; adesso non c’è più: Gerusalemme sarà circondata dai suoi nemici e sarà distrutta assieme ai suoi figli, e non lasceranno pietra su pietra.

Coloro che hanno detto: ‘Il suo sangue sia su di noi e sui nostri figli’ saranno puniti attraverso i secoli (fino alla loro conversione negli ultimi giorni del mondo); coloro che hanno detto ‘Non abbiamo altro re che Cesare saranno consegnati ai loro Cesare: a Vespasiano ed a Tito, che devasteranno le loro città; e coloro che avevano temuto che tutti si sarebbero convertiti a Cristo e che i romani avrebbero tolto loro il potere, vedranno verificate le loro paure a causa del loro tradimento del Messia.

Ed il Signore della vigna la toglierà da loro e la darà ad altri; la Vecchia Alleanza sarà abolita e sostituita dalla nuova; la sinagoga sarà sostituita dalla Chiesa Cattolica, e Gerusalemme sarà sostituita da Roma come visione di pace.

E se il Signore Gesù Cristo, di Cui il Nome sia sempre benedetto al di sopra di ogni altro nome, potesse ancora soffrire, non piangerebbe di nuovo sulla città che ha sostituita Gerusalemme? Perché questa città, già da più di 50 anni viene castigata in molti modi, di cui guarderemo solo tre: 1) gli scandali del clero (che un senso di decenza non ci permetterà di esporre in dettaglio); 2) la soppressione universale del rito antico (anche se grazie al coraggio e alla saggezza di papa Benedetto sta inesorabilmente tornando); 3) lo spirito di vertigine nei luoghi alti della Gerarchia e nel clero nell’abbandonare la vera Fede cattolica e sostituirla con un umanesimo leggermente colorito dal cristianesimo: un umanesimo sorridente dietro al quale si nasconde il principe delle menzogne, un umanesimo conforme alla natura caduta: facile da vivere, piacevole all’uomo, spiacevole a Dio.

Quale parte di questo nuovo umanesimo, vogliamo evocare brevemente qualche dogma negato oggigiorno da vari uomini della Chiesa, nonché dai fedeli: La Risurrezione nel senso letterale del termine; La natura sacrificale della santa Messa; la Presenza Reale (e non solo simbolica) del Signore nel Santissimo Sacramento dell’altare; i dogmi mariani assieme a tutti i privilegi sublimi della gloriosissima Madre di Dio; il Peccato Originale; la realtà storica di Adamo ed Eva, i nostri protoparentes; l’esistenza del Demonio e dell’Inferno; il dogma: Extra Ecclesiam nulla salus con tutte le sue conseguenze per la necessità della conversione degli ebrei, dei protestanti, e di tutti i non-cattolici, assieme all’inanità dell’ecumenismo; e l’indissolubilità del matrimonio.

Quale parte di questo nuovo umanesimo vogliamo accennare pure ai precetti morali non più predicate, e per questo effettivamente negati: che i peccato seguenti sono tutti mortali: ogni peccato contro la purezza, da soli o con altri, anche nel caso dei sedicenti ‘divorziati-risposati’; la mancanza alla santa Messa domenicale (se non fosse impossibile a causa di malattia etc.); la santa Comunione nello stato di peccato mortale.

Così la nostra Fede e Morale vengono tradite: per testimoniare, difendere, e conservare le quali i nostri antenati non hanno esitato di subire la tortura e la morte.

Il nostro compito, carissimi fedeli, e di conoscere la nostra Fede, rigettare l’eresia, e seguire la Verità. La situazione attuale della Chiesa non ci deve agitare ne spingere alla rabbia, ne alla tristezza, ne allo scoraggiamento. Perché lasciar espandere questo male anche nei nostri cuori? La Barca della Chiesa è in un mare turbolento, ma il Signore sta nella barca con noi: Cum ipso sum in tribulatione. Egli vuole che manteniamo la pace: tutto passerà. Non ci preoccupiamo delle cose che passino, ma delle cose che durino: le cose eterne.

Recitiamo il Rosario, facciamo il ringraziamento dopo la santa Comunione, pratichiamo sempre la Presenza di Dio, troviamo il tempo ogni giorno di fare una meditazione sulle Sacre Scritture, e sui misteri della Fede. Compiamo coscienziosamente i doveri del nostro stato di vita. Tutto questo ci porterà la pace, ma, ancor più importante, ci avvicinerà e ci unirà più strettamente e più intimamente a Nostro Signore Gesù Cristo, Nostro Salvatore e Nostro Dio, e la nostra unica Speranza in tutta l’Eternità.

La pecora smarrita, la drachma persa

‘Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella smarrita finche non la ritrovi’. Secondo l’interpretazione dei Padri, il Pastore è Dio. Le cento pecore sono gli angeli assieme agli uomini – Adamo ed Eva – come furono creati nello stato di Grazia; il numero 100 significano l’universalità e la perfezione. La pecora smarrita è l’uomo smarrito a causa del peccato nella persona del suo capo Adamo. Il pastore lascia le altre novantanove nel deserto che sono gli angeli del Cielo abbandonati dalla Sua presenza alla Sua entrata nel mondo. Trova la pecora, si unisce a le per mezzo della Sua Incarnazione, la prende sulle spalle per mezzo della Sua Passione, sofferente ma felice di aver riconquistato ciò che fu perso: imponit in humeros suos gaudens. Revertit domum: Ritorna in Cielo che non è più un deserto ormai, bensì un dolce focolare: un dolce focolare per l’uomo che possa vivere poi là col Verbo Incarnato per sempre.
Il Pastore convoca i suoi amici che sono gli angeli e gli dice: Rallegratevi con me perché malgrado tutta la mia dolorosa Passione e Morte ho rapportato a casa un grande premio: l’uomo salvato dalla perdizione. E ci sarà più gioia in Cielo che per le novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione: ossia per gli angeli che non hanno mai peccato, ma hanno solo perseverato nel bene.
In questo modo la parabola viene intesa nel senso soteriologico, rapportandosi a tutta l’economia della salvezza, ma si può intendere anche di ogni peccatore e di ogni uomo, perché la Passione e la Morte di Nostro Signore Gesù Cristo sono la causa di salvezza, e l’unica causa, per ognuno.
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La parabola della drachma tratta ugualmente della salvezza dell’uomo. ‘Quale donna, se ha dieci drachme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa, cerca attentamente finché non la ritrova?’ La donna è la Chiesa, Sposa Immacolata di Nostro Signore Gesù Cristo, alla quale Egli ha affidato l’universalità degli eletti. La dracma è l’uomo su cui è impresso il sigillo del suo Re: cioè l’immagine e somiglianza di Dio. Se la Chiesa viene a perdere una di queste drachme affidate a le dal suo Maestro sovrano, la cerca con sollecitudine e diligenza nella polvere della ricchezze e nel fango dei piaceri impuri: ‘Spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrovi.’
Porta alla mano una lucerna che è la dottrina della verità, l’illuminazione dei buoni esempi, le esortazioni ardenti della Carità, oppure la lucerna è Nostro Signore Stesso brillante di uno splendore divino nell’argilla dell’umanità. Alle luce di questa lucerna, la Chiesa cerca le anime perdute e quando ne riacquista una, redenta dal Sangue del suo Maestro Divino, chiama i suoi vicini ed amici, che sono i santi del Cielo e della terra, per condividere la sua gioia e per ringraziarne il Signore.
Nella sua enciclica Haurietis Aquas sul Sacro Cuore di Gesù, papa Pio XII prende la parabola del Buon Pastore come esempio dell’amore di Nostro Signore Gesù Cristo verso gli uomini, simbolizzato dal Suo Sacro Cuore. Nostro Signore, di Cui il Nome sia sempre benedetto, va in cerca del peccatore, e lo chiama con la Sua voce dolce e grave: chiama san Giacomo e san Giovanni a seguirLo; chiama Giuda alla penitenza dopo il suo tradimento; chiama san Pietro con un guardo solo dopo i suoi rinnegamenti; chiama il giovane ricco che vuol vivere un compromesso col Mondo; chiama noi infine mediante la Sua Santa Chiesa, con la luce della Verità, dei buoni esempi, con le esortazioni alla virtù, e mediante la coscienza.
Ci chiama: ci chiama a Lui, ci chiama a lasciare le preoccupazioni, gli affari, i dolori passeggeri di questa terra e di questa vita, per avvicinarci a Lui: per avvicinarci al Suo Sacratissimo Cuore e per entrare nel Suo Sacratissimo Cuore: propiziazione per i nostri peccati, fonte di ogni consolazione, fonte di santità, in Cui abita ogni pienezza della Divinità.

Sedes Sapientiæ

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Chiesa, con i santi Padri, applica vari testi dell’Antico Testamento alla Madonna nella liturgia delle sue feste: testi sulla Gloria di Dio nei salmi, sulla Saggezza di Dio nei libri sapienziali, e sulla Sposa nel Cantico dei Cantici. Procediamo a meditare due tali brani nei libri sapienziali che vengono intesi di Lei in modo allegorico come la Sedes Sapientiae.

Dominus possedit me ab initio viarum suarum antequam quidquam faceret a principio – il Signore m’ha posseduto all’inizio delle Sue vie, prima di aver fatto qualsiasi cosa, fin dal principio. Queste parole del libro dei Proverbi parlano della Saggezza di Dio, del Verbo di Dio, della Seconda Persona della Santissima Trinità, Che era presso Dio all’inizio, al principio del Suo essere, cioè eternamente. Le parole esprimono la stessa verità che si legge nel prologo di san Giovanni: Nel principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo.

I Padri della Chiesa intendono Colui che era presso Dio anche in altro senso – non atemporale, bensì temporale – dell’Uomo perfetto, Nostro Signore Gesù Cristo, Che era presente alla mente di Dio durante la creazione. Perché l’Uomo perfetto serviva come modello della creazione in quanto contiene in Sé, ed in forma perfetta, elementi di tutto il creato: sia immateriale, in virtù della Sua anima spirituale; sia materiale in virtù del corpo, che contiene in se le proprietà e le facoltà di tutta la natura materiale, animata ed inanimata. Per questo infatti l’uomo si chiama ‘il piccolo mondo’ o microcosmo.

La santa Madre Chiesa intende colui che è presso Dio durante la creazione anche in un terzo senso, dell’Immacolata Vergine Maria, e così propone questo testo alla nostra meditazione nei testi di alcune Messe mariane. Il motivo ne è che la Madonna, essendo la persona umana la più perfetta, fu presente alla mente di Dio durante la creazione, come modello di tutto ciò che creò. È vero d’altronde che la Sacratissima Umanità di Nostro Signore Gesù Cristo è la creatura la più perfetta di Dio in assoluto, ma Egli non è comunque una persona umana, bensì una Persona Divina.

Santa Brigida scrive che quando Dio creava ‘il grande mondo’, Gli assisteva ‘il piccolo mondo’ , ossia la Beatissima Vergine, ‘da cui doveva provenire una maggior gloria a Dio, una maggior gioia agli angeli, ed una maggiore utilità ad ogni uomo che volesse godere della Sua bontà, che non da tutto questo mondo più grande insieme.

La Madonna doveva essere la creatura umana la più perfetta in quanto era destinata a divenire la Madre di Dio. Questa perfezione deriva in primo luogo dalla sua Immacolata Concezione: dalla sua immunità alla macchia del Peccato originale fin dal primo istante della sua concepimento. Deriva in secondo luogo dalla sua santificazione personale in collaborazione con la Grazia di Dio, che La rendeva immune anche alla macchia del peccato personale.

Noi uomini peccatori e miseramente imperfetti, dobbiamo ricorrere a Lei, che è perfetta e così intimamente unita a Dio, per trovare la strada per condurci a Dio, secondo la conclusione del passo sopraccitato: ‘Or dunque figli miei ascoltatemi: Beati l’uomo che mi ascolta e che veglia quotidianamente alle mie porte, e aspetta sulla soglia del mio uscio. Chi me avrà trovato, avrà trovato la vita e raggiungerà la salvezza dal Signore’ : Avrà trovato la via e raggiungerà la salvezza, cioè Nostro Signore Gesù Cristo Stesso, Che ha detto ‘Io sono la Vita’, e di Cui il nome significa ‘Salvatore’. Lo troverà e Lo raggiungerà seduto sul trono celeste della Sua Beatissima Madre in Cielo, la Sedes Sapientiae, il frutto del suo seno immacolata. Amen.

La Concezione virginale

+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

La Santa Chiesa Cattolica insegna dogmaticamente ed infallibilmente la Verginità perpetua della Madonna: prima, durante, e dopo il parto del Suo Figlio Divino.

La concezione virginale di Nostro Signore Gesù Cristo fu profetizzata da Isaia e annunziata alla Madonna dal sant’Arcangelo Gabriele. Il profeta Isaia dice: ‘Ecce Virgo concipiet et pariet filium’ e l’Arcangelo Gabriele, con quasi le stesse parole, dice: ‘Ecce concipies in utero et paries filium.’

La Madonna risponde all’arcangelo: Come è possibile? Non conosco uomo.’ Con queste parole: ‘Non conosco uomo’ esprime, secondo vari Padri della Chiesa, il voto che aveva fatto a Dio della sua verginità – un voto ed una virtù che tanto amava, che (secondo sant’Anselmo) li preferiva mantenere che non divenire Madre di Dio. Anzi, alcuni commentatori asseriscono persino che avesse fatto il voto della verginità proprio per escludere la possibilità di essere onorata dalla Maternità di Dio.

Anche san Gregorio Nysseno è dell’opinione che la Madonna preferisse la verginità alla maternità: ‘Occorre mantenere integra la carne consacrata a Dio come un dono santo offerto a Lui’, così che ‘ anche se Gabriele è un angelo, anche se viene dal cielo, anche se ciò che viene mostrato supera la natura umana, non conviene che Lei conosca uomo.

Comunque se la Madonna preferisce la verginità alla maternità, è perché considera che Dio volle la verginità per Lei, che Dio Stesso abbia ispirato l’amore alla virginità in Lei: Egli Che è purissimo spirito ed il primo di tutti i vergini. Quindi, se Dio in verità non vuole che Lei mantenga questo voto, la Madonna è pronta a rinunziarci.

Allo stesso tempo, se la Madonna preferisce la verginità alla maternità, sicuramente preferisce ancor di più essere sia vergine che madre. Lei conosce la profezia di Isaia che una vergine concepirà. Anzi, secondo alcuni commentatori, questo è proprio il testo che stava meditando quando Le è apparso l’Arcangelo per applicar il testo a Lei. Nella sua profondissima saggezza ed intelligenza, che supera ogni altra saggezza ed intelligenza create, sia umane sia angeliche, Lei sa già che tutto è possibile per Dio, e che è possibile unire in una persona la verginità e la maternità, anche se fosse la maternità di Dio Stesso.

E se sa che è possibile unire in una persona la verginità e la maternità, lo desidera anche, perche desidera già la verginità, e non può non desiderare la maternità di Dio, essendo essa il bene più grande dopo il Bene che è Dio Stesso; anche se nella sua profondissima umiltà, avesse provato ad evitare questo massimo onore.

Scrive Toletus che desiderando la verginità e la maternità, ha ottenuto tutte e due da Dio. Quando, dunque, sente la risposta dell’Arcangelo Gabriele che concepirà per virtù dello Spirito Santo, dà il suo Fiat immediatamente. Scrive Cornelius a Lapide: ‘E Dio voleva sentire questo: che Lei per la professione della verginità meritasse divenire Madre di Dio.

Che queste brevi considerazioni sulla concezione verginale di Nostro Signore Gesù Cristo generino in noi un grand’amore per la verginità e la purezza, per poter vivere in amicizia sempre più stretta con Lei e con Dio, e per poter ricevere più degnamente nei nostri cuori, come Lei ha ricevuto nel suo seno, Gesù Cristo il Suo Figlio, gaudio eterno degli Angeli. Amen.

La Purificazione

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Nella Festa della Purificazione della Madonna ricordiamo le ceremonie nel Tempio di Gerusalemme prescritte per le madri alla conclusione di un ritiro di 40 giorni a casa dopo la nascita del loro primogenito. Questa purificazione venne fatta al contempo dell’offerta del loro figlio a Dio.

Per le altre madri questa offerta fu un semplice formalità, ma per la Madre di Dio fu una offerta reale del Figlio alla morte sull’altare della croce. Già col suo Fiat al glorioso sant’Arcangelo Gabriel aveva dato il suo consenso alla vita ed alla morte del suo Divin Figlio; ma con l’offerta nel Tempio sigillò, per così dire, questa offerta con un atto formale e solenne, e la applicò a tutte le circostanze concrete della Passione.

Ora Dio aveva voluto salvare l’uomo, ma per soddisfare la Sua Divina giustizia richiese la Passione e Morte del Suo Figlio. Conveniva inoltre che il Madre del Suo Figlio desse il suo consenso alla di Lui Immolazione, in quanto Egli era del tutto innocente, e non meritava alcun supplizio per propria colpa.

Come spiega san Girolamo, la Vergine Santissima era stata illuminata dalle sacre Scritture a sapere le pene che doveva patire il Redentore – che doveva essere tradito da un famigliare, abbandonato dai discepoli, soffrire sputi, schiaffi, e derisioni dalla gente; vituperato e rifiutato dagli uomini, saziato di ingiurie e villanie, trafitto da chiodo, collocato tra malfattori, appeso alla croce, e morire giustiziato per la salvezza degli uomini.

Ma come il Signore Stesso rivelò a santa Teresa, furono palesate alla Madonna con la parola di Simeone: ‘E anche l’anima tua stessa sarà trapassata dalla spada’ tutte le circostanze particolari dei dolori così esterni come interni, che dovevano tormentare il suo Gesù nella Sua Passione, così che poi ella potesse dare il suo consenso a tutto, con un’offerta espressa da sant’Alfonso nei termini seguenti: ‘Padre eterno, giacché Voi volete, unisco la mia alla Vostra santa Volontà e Vi sacrifico questo mio Figlio, mi contento che perda la vita per la Gloria Vostra e per la salute del mondo, e con ciò Vi sacrifico anche il mio cuore, tutto il mio essere in unione col sacrificio intiero del mio Figlio’.

Lo stesso sant’Alfonso spiega che questa sua generosità superò quella di tutti i martiri, in quanto questi offrivano la loro vita, mentre la Madonna santissima offriva la vita del Figlio che amava immensamente più che la vita propria; che questa offerta durava per tutta la sua vita, in quanto dovrebbe morire ad ogni istante della sua vita futura, essendo ad ogni istante assalita dal dolore della morte del suo diletto Gesù, ciò che era più crudele di ogni morte.

Meditando sull’offerta della Madonna a Dio, proponiamoci oggi di fare un’offerta della nostra vita a Lui, per tutta la durata della nostra vita, evitando il peccato, perfezionandoci in tutte le virtù, offrendo a Lui tutte le nostre gioie e pene: per fare penitenze dei nostri peccati, per sfruttare bene dei nostri giorni quaggiù, e per meritare poi la Beatitudine del Cielo, per l’intercessione della Santissima Vergine ed alla Gloria del Dio Uno e Trino. Amen.

La Presentazione di Maria

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Sant’Alfonso de Liguori, nel suo bel libro ‘Le Glorie di Maria’, racconta come un angelo avesse comunicato a santa Brigida che nessuna lingua basterebbe a spiegare quanto l’intelletto della Madonna giungesse a penetrare Dio nel primo istante che Lo conobbe. E sin d’allora Maria a quella prima luce da cui fu illuminata, tutta si offrì al suo Signore, dedicandosi interamente al Suo amore ed alla Sua gloria.

Ma sentendo che i Suoi santi genitori, Gioacchino ed Anna, avevano promesso a Dio, anche con voto (come dicono diversi autori), che se a loro avesse data prole, Gliela avrebbero consacrata a servirLo nel tempio, la Madonna, appena giunta l’età di tre anni (come attestano san Germano e sant’Epiphanio), volle offrirsi e consacrarsi a Dio in modo solenne, presentandosi nel Tempio.

Questo favore dunque chiese ai Suoi genitori, e quando lo avevano concesso, andò a Gerusalemme con pochi parenti (come asserisce san Gregorio di Nicomedia), ma con angeli a schiere, in accordo con la parola del Signore nel Cantico dei cantici: ‘Sorgi affrettati, o mia diletta, e vieni – Surge propera, amica mea, et veni, e con il versetto del salmo: ‘Ascolta figlia e vedi, ed inclina il tuo orecchio e scordati della tua patria e della casa del tuo padre – audi filia et vide et inclina aurem tuam et obliviscere populum tuum et domum patris tui.

Presentandosi allora nel tempio, si poteva finalmente offrirsi a Dio con effetto e pubblica solennità, come si era offerta a Dio dal primo momento della sua vita. Le parole del Cantico: A me il diletto mio ed io a Lui – Dilectus meus mihi et ego illi si realizzavano in Lei perfettamente: si offriva completamente a Dio: tutte le potenze, tutti i sensi, tutta la mente e tutto il cuore, tutta l’anima e tutto il corpo. Inoltre, secondo l’abbate Ruperto, era la prima a fare il voto della sua verginità a Dio.

Nel tempio poi, nelle parole di sant’Alfonso, cresceva ‘sempre nella perfezione come cresce nella sua luce l’aurora, e chi mai può spiegare quanto di giorno in giorno risplendevano in Lei sempre più belle le Sue virtù, la Carità, la modestia, l’umiltà, il silenzio, la mortificazione, la mansuetudine. Piantato nella casa di Dio questo bell’ulivo, scrive san Giovani Damasceno, inaffiato dallo Spirito Santo, divenne abitazione di tutte le virtù.

Nella sua umiltà non pensava mai di divenire Madre del Messia, e di divenirla proprio tramite le sue sempre più perfette virtù; ma piuttosto (secondo le Rivelazioni di santa Brigida) leggendo che Dio doveva nascere da una vergine, sommamente ella desiderava di trovarsi al tempo della venuta del Messia per poter fare la serva a quella felice vergine che meritava di esserGli la madre, benché non sene ritenesse degna.

E tutte queste sue perfezioni non acquistava senza lavoro, come rivelava alla santa benedettina Elisabetta con le parole seguenti: ‘Pensi tu ch’io abbia avuto la grazia e le virtù senza fatica? Sappi che io non ebbi grazia alcuna da Dio senza grande fatica, orazione continua, desiderio ardente, e molte lagrime e penitenze.’

Sant’Alfonso paragona la Sua vita nel tempio con quella di una tortorella, vivendo da sola in questo mondo come in un deserto, e gemendo per la campagna: Così la Madonna ‘sempre gemeva nel tempio, compatendo le miserie del mondo perduto, e cercando a Dio la comune redenzione, gemendo con le parole di Isaia: manda, o Signore, l’Agnello dominatore della terra – Emitte agnum, Domine, dominatorem terrae : Mandate, o cieli, di sopra la vostra rugiada, e le nubi piovino il giusto – Rorate Caeli desuper et nubes pluant Justum.

Come dunque la Madonna si è offerta presto ed interamente a Dio, così noi, per la Sua verginale intercessione ci vogliamo offrire a Dio senza dimora né riserva. Come Lei, vogliamo, per amore di Dio, lottare per perfezionarci in ogni virtù, sforzandoci soprattutto per combattere il nostro vizio dominante per fare piacere sempre di più a Dio, affinché alla fine dei nostri giorni siamo trovati degni di adorare con Lei in Cielo il frutto benedetto del Suo seno Gesù. Amen.

Stella Maris

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Un significato del nome Maria che si manifesta negli inni Ave Maris Stella ed Alma Redemptoris Mater è quello della Stella del Mare.

La stella del mare, la stella polare, è la stella più brillante, più alta, e più vicina al polo, come la Madonna fra tutte le creature di Dio è la più alta in dignità, la più bella, e la più vicina a Dio: invariabile nel suo amore e immutabile nella sua purezza.

San Bernardo spiega che il nome stella si adatta bene a lei in quanto: ‘Come la stella emette il suo raggio senza corrompersi, così senza infrangere la sua integrità, la Vergine partorì il Figlio. Il raggio non diminuisce lo splendore della stella ed il Figlio non toglie l’integrità alla Madre.’

Lo stesso santo si serve dell’immagine della stella per illustrare la sua maternità verginale anche in un altro modo: paragonando la sua maternità con una stella e la sua verginità con un’altra: due stelle che si illuminano con i propri raggi a vicenda.

Ora la Madonna è paragonabile ad un stella anche in quanto ci mostra Nostro Signore Gesù Cristo. Ce Lo mostra come una stella che prenunzia la venuta del sole, raccogliendo in se i raggi del sole prima che esso sia visibile; ce Lo mostra come la stella di Betlemme che ci indica il posto dove è nato; ce Lo mostra come la stella del mare, indicandoci la via attraverso il mare turbolento di questa vita per raggiungere la vera e primordiale luce che è Dio.

‘E’ lei quella nobile stella nata di Giacobbe, scrive san Bernardo, ‘il cui raggio illumina l’universo intiero, il cui splendore rifulge nei cieli e penetra gli abissi, e percorrendo la terra, riscaldando le menti più che non i corpi, alimenta le virtù ed inaridisce i vizi. Ella è la stella fulgida ed unica, necessariamente elevata sul mare maestoso ed immenso, splendenti di meriti e lucente di esempi.’

Seguiamo i suoi esempi, dunque, e preghiamo il suo aiuto per attraversare con sicurezza il mare di questo mondo, affinché dopo questo esilio ci mostri il frutto benedetto del suo seno, Gesù. Amen.

La Santa Eucaristia: il dovuto atteggiamento

Nella santa Messa il pane ed il vino vengono trasformati mediante le parole del sacerdote sacramentale nel Corpo, Sangue, Anima , e Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo. Scortato da legioni innumerevoli di angeli, in silenzio ed invisibilmente, il Re dei rei e Signore dei signori, Cristo nostro Dio, viene sull’altare per essere sacrificato per noi. In istato d’immolazione del corpo privo di sangue, del sangue privo del corpo, nella separazione del Suo Sacratissimo Corpo e del Suo preziosissimo Sangue, Egli, la Vittima pura, la Vittima santa, la Vittima Immacolata, il Santo Pane della vita eterna ed il calice di salvezza perpetua rende presente sull’altare la Sua morte del Monte Calvario per la salvezza del mondo.
In istato d’Immolazione, il Corpo privo di sangue, dimora poi nei nostri tabernacoli, consegnato di nuovo al potere degli uomini. Come dunque bisogna trattarLo? Lo adoreremo e Lo ameremo come san Giovanni e santa Maria Maddalena al piede della Croce? o Lo tradiremo con la Comunione sacrilega come Giuda? o col rispetto umano come Pilato? Lo trascureremo, non visitandoLo mai o non accordandoGli il dovuto rispetto quando siamo davanti alla Sua presenza? A questo riguardo citiamo le parole di sant’ Antonio apparso ad una suora per guidarLa nella vita spirituale: ‘In presenza di Gesù Sacramentato, sottrare all’Augusta Trinità l’onore che Le è dovuto? Ah le irreverenze, come si espiano nell’altro mondo!’
Quali dunque devono essere i nostri sentimenti quando visitiamo Nostro Signore Benedetto nelle Sue chiese, se non quelli della più profonda devozione, per rispondere agli ammonimenti del Signore secondo un pio autore: ‘Ero nudo nel Santissimo Sacramento, spogliato della Mia gloria, e la tua Fede, riverenza, e devozione supplissero ciò che mancava alla Mia Maestà; ero prigioniero nel tabernacolo e ammalato per amore per te, e tu amorevolmente sei venuto visitarMi e rinfrescarMi; ero forestiero, sconosciuto alla grande parte dell’umanità e Mi hai dato il tuo cuore per la Mia dimora; Io ho avuto fame e sete consumato dal desiderio di possedere interamente i tuoi affetti e hai saziato al massimo grado il Mio desiderio. Venite dunque benedetti del Padre Mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo’.
Quale deve essere il nostro atteggiamento quando il Nostro Signore Gesù scende sull’altare, se non quello della profondissima umiltà, abbassamento, ed annichilamento di sé? Quale deve esserlo quando si immola sull’altare per amore di noi, se non quello dell’immolazione e dell’oblazione di noi in unione al Suo sacrificio gloriosissimo?
E quando riceviamo la santa Comunione, quali sentimenti devono essere i nostri? quando accogliamo in noi ciò che è più grande, più glorioso e più bello del creato intiero – più grande del cielo stellato, dell’oceano e di tutta la vita che contiene, di tutti gli uomini che sono mai vissuti e che mai vivranno, assieme a tutte le loro opere più gloriose: più grande, più glorioso, più bello, anche nel più piccolo frammento della particola, perché ciò che riceviamo per la Sua infinita Grazia è nient’altro che Gesù Cristo Stesso, il Signore, sopra ogni cosa Benedetto. Amen.

Il Preziosissimo Sangue

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Osserviamo innanzitutto che la Festa del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo è stata soppressa dai fabbricatori del ‘Nuovo Rito’. Fu forse perché, nelle parole di Papa Benedetto XVI , l’uomo di oggi non intende più cos’è il sacrificio, o forse perché le letture della Festa parlano troppo chiaramente della sostituzione della fede giudaica con quella cristiana: un fatto che, grazia alle macchinazioni degli Ebrei, non viene più molto apprezzato dalla gerarchia né dal clero dei nostri tempi. Una cosa comunque è chiara: nessuno può essere salvato se non tramite il sacrificio di Cristo: sine sanguinis effusione non fit remissio – senza il versamento del sangue, non c’è perdono (Eb IX).

Lasciando da parte queste contingenze, dedichiamoci ora ad una breve meditazione sul significato del Preziosissimo Sangue del Signore.

Nell’Antico Testamento il sangue è simbolo della vita, e per questo appartiene a Dio solo, il Maestro della vita, e non va consumato dagli uomini. Nel Nuovo Testamento, il Sangue di Cristo, il Sangue preziosissimo, è similmente simbolo della vita, ossia della Sua Propria vita, ma in quanto il Suo Sangue viene versato in sacrificio, diviene inoltre simbolo della Sua vita versata in sacrificio per noi, cioè del santo sacrificio del monte Calvario.

Questo si vede nel Nuovo Testamento quando ad esempio san Paolo dice (citato sopra): ‘Senza il versamento del sangue, non c’è perdono’; quando san Pietro dice: ‘Voi siete stati redenti dal sangue prezioso di Cristo come di un agnello innocente ed immacolato’; e quando san Giovanni parla nell’Apocalisse del ‘Sangue di Cristo nel quale siamo redenti.’

Il senso sacrificale del Sangue si manifesta chiaramente anche durante la santa Messa, sopratutto alla consacrazione nelle parole: sanguis effundetur – il sangue sarà versato; e nelle parole calix sanguinis mei – il Calice del Mio Sangue. In questo secondo esempio, il calice rappresenta la Passione di Cristo, come nel giardino di Gethsemani, quando Egli chiese al Padre di toglierSi il calice.

Quando veneriamo il Preziosissimo Sangue, veneriamo dunque Nostro Signore Gesù Stesso, sacrificato per noi sul Monte Calvario, e per quello anche in ogni santa Messa, essendo la santa Messa nient’altro di questo stesso sacrificio reso presente anzi tempo sull’altare.

Che il Preziosissimo Sangue del Signore versato per amore di noi, che la Sua morte in Croce tra i dolori più atroci, divenga il tema preferito delle nostre più ardenti meditazioni e dei più ferventi slanci del cuore. Che infiammi il nostro cuore per amarLo e per consumarsi nel fuoco del Suo Proprio amore: per staccarci dal mondo, dai nostri rapporti troppo umani, e infine da noi stessi: per attaccarci solo a Lui; per svuotarci dal mondo e da tutte le sue glorie, pompe, e delizie ingannatrici, per riempirci solo di Lui. Che ferisca il nostro cuore, infine, col desiderio di abbandonare la nostra vita intiera per poter vivere colla sola Sua vita, alla Gloria del Suo santo Nome.

‘In Gesù buono, Vite nostra’, scrive san Bonaventura, ‘fiorisce la rosa vermiglia ed ardente: vermiglia del sangue della Passione, ardente del fuoco di amore, rorida della lagrime sparse dal dolce Gesù. ‘Egli, Gesù ottimo, l’allegrezza mia e gaudio degli angeli, pianse e fu contristato’.Dice san Paolo: ‘Nei giorni della Sua carne, avendo offerte preghiere e suppliche con forti grida e con lagrime, a Colui Che salvarLo poteva dalla morte, fu esaudito per la Sua riverenza (Eb 5.7). O mio cuore di sasso e non di carne, tu sai che il grande e l’ottimo Gesù, nei giorni della sua vita mortale, vissuta per me, fu madido di pianto, e tu non ti spetri? O cuore duro, hai sentito che si commosse per te fino alle lagrime Colui Che in eterno non si commoverà, e tu neppure adesso sei fino alle lagrime commosso?

‘… Pertanto, o cuore di diamante, immergiti nel Sangue abbondante dell’…Agnello nostro, giacivi dentro per riscaldarti,e nel calore intenerirti, ed intenerito aprire il fonte della lagrime. Io cercherò per me il fonte delle lagrime e lo troverò nelle lagrime, nella croce, nei chiodi ed in ultimo nel Sangue vermiglio del mitissimo Gesù.’

Il prezzo da pagare

Nel suo libro ‘Il Prezzo da Pagare’, tradotto oramai in parecchie lingue, descrive un principe irakese della famiglia di Mohamed, un sogno fatto durante il servizio militare. Vede un uomo di insolita forza di attrazione e di bellezza, da lui sconosciuto, che dall’altra riva di un fiume gli dice: ‘Se vuoi attraversare questo fiume, devi mangiare del pane della Vita’. Racconta poi come scopre che questa figura è il Dio-Uomo Gesù Cristo, e come deve percorrere poi 13 anni prima di poter accostarsi al battesimo ed alla prima Comunione: un percorso che coinvolge la perdita della posizione sociale, le ricchezze, il potere, la riputazione, l’affetto dei famigliari, la casa, tutti i possessi, la patria; che coinvolge il rigetto da parte della gerarchia e dei fedeli cattolici di Irak, la persecuzione, la condanna a morte dall’ Ayatollah, ma anche dal proprio padre e dalla propria madre, la prigione, la tortura, l’arresto domiciliare, l’esilio, la persecuzione in Giordania, la perdita della salute fisica, la perdita della salute mentale della moglie, la paura costante di essere scoperti e traditi, il tentativo di assassinarlo da parte dei suoi fratelli e del suo zio.
Vediamo in questa narrazione come Nostro Signore, di Cui il nome sia benedetto per sempre, ha spogliato un uomo ricco, orgoglioso, e prepotente, membro tipico della società crudele e superficiale d’Islam, di tutto ciò che possedeva ed era, riducendolo allo stato di un cane, per riempirlo poi della propria vita divina, per santificarlo, e per renderlo testimone a Sé davanti al mondo intiero. ‘Ho sofferto’ scrive il principe, ‘e Dio lo sa quanto, ma sarei pronto a subire tutto di nuovo, fino al martirio.’
Talvolta mi dice qualcuno: ‘Vado alla santa Messa domenicale normalmente’ e rispondo : ‘Ma non sempre?’ e lui dice di no. ‘Come mai?’ ‘Non ho voglia.’ O talvolta, o forse anche spesso, qualcuno ammette di ricevere la santa Comunione nello stato di peccato mortale, anche senza farsene troppe domande. Forse siamo anche noi tra il loro numero, o forse siamo semplicemente indifferenti a tali peccati.
Carissimi fedeli: non penso che abbiamo ancora capito cosa o chi sia qua, cosa o chi riceviamo nella santa Comunione: che non sia pane, né pane benedetto; che non ci sia infatti niente di bianco, né di rotondo, né di sottile, né di leggero, ma che queste siano solo qualità senza sostanza. No, davvero non abbiamo capito che ci sia qualche cosa qua davanti a noi che è più grande e più bello di tutte le bellezze dell’Universo, ed infinitamente più sublime e glorioso di tutte le infinite costellazioni di tutte le stelle del cielo, in confronto al quale tutte le bellezze della natura e delle opere dell’uomo e di tutti gli uomini e di tutti i miriadi e miriadi degli angeli in tutta la loro gloria sono meno di una particella di polvere.
Davvero non abbiamo capito che ci sia qualcosa qua per cui dovremmo essere pronti a sacrificare tutti i nostri possessi, la nostra patria, l’affetto di tutta la famiglia e degli amici, la nostra salute, e tutto ciò che abbiamo e siamo; per cui dovremmo essere pronti a soffrire e morire: e questo è anche un bassissimo prezzo da pagare per ricevere nella nostra anima e nel nostro corpo la Seconda Persona della Santissima Trinità , il Verbo di Dio, riflesso purissimo della luce perenne di Dio, Iddio privo di sangue in istato di immolazione per amore di noi, in Cui, nella parola di san Tommaso d’Aquino, la dolcezza spirituale si gusta nella sua stessa sorgente: in Dio Stesso nella Sua infinita Bontà, nel Suo amore divino per me, nel Suo amore umano per me, nel Suo amore sacrificale e crocifisso per me.
Là, sull’altra riva del fiume, Egli, lo Stesso Verbo Incarnato, tramite Cui e per Cui è stato creato tutto ciò che è stato creato, mi aspetta e mi chiama a Sé. Mi chiama ad attraversare il fiume della vita umana che corre e corre, il fiume del tempo passeggero e finito di questo mondo, per entrare nel tempo stabile che è Lui. Mi chiama ad avvicinarmi a Lui dove sta sulla riva ulteriore nella stabilità dell’Eternità: per nutrirmi del pane della vita che è Lui, per avere la vita in Lui, per essere unito a Lui qua sulla terra e poi nel cielo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Il seminatore

‘Il seminatore uscì a seminare.’ Il seminatore, secondo i Santi Padri della Chiesa, è il Verbo uscito dalle profondità dell’Essenza Divina per manifestarSi al mondo: il seminatore celeste che, dall’inizio della storia umana, non cessa a spargere il seme della salvezza tramite il ministero degli angeli agli patriarchi, il ministero di Mosè e dei profeti ai giudei, e in Propria Persona ai cristiani. E per questi ultimi Egli comincia con la parola ed i con l’esempio sulla terra, e continua dal Cielo, tramite la dottrina della Chiesa e le ispirazioni della Grazia. Ciò che semina, ossia il suo seme, è Se Stesso: il principio della vita spirituale quaggiù e la sostanza della vita eterna nel Cielo.
Ora una parte del seme cade sulla strada e viene divorato dagli uccelli: cioè una parte del seme viene tolta dal cuore degli uomini per mezzo del demonio. Questi cuori, in cui la parola non germoglia, sono i cuori dei figli del Mondo. Sono simbolizzati dalla strada arida ed indurita, calpestata dai piedi di tutti che passano: cioè da tutti gli errori e di tutti i vizi. I demòni dimorano in questi cuori, e mediante gli uccelli del cielo – i pensieri folli e la leggerezza incostante – divorano il seme e lo impediscono a germogliare.
Un’altra parte del seme cade in luogo sassoso. L’uomo raffigurato da questo luogo sassoso lo accoglie con gioia, ma non gli da la base abbastanza profonda per radicarsi. Quando viene la tribolazione e la persecuzione a causa della parola, la abbandona. Il luogo sassoso è il cuore pauroso. La parola lo tocca e lo conduce alla compunzione ed alla penitenza, ma gli manca la base della Fede e della Carità profonde, dove la parola si possa radicare. Quando il sole delle sofferenze e delle ostilità comincia a bruciarlo, cede alla paura ed abbandona tutti i suoi santi proponimenti.
Il seme seminato tra le spine, nella parola del Signore, ‘è colui che ascolta la parola, ma le preoccupazioni del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la parola, ed essa non da frutto.’ Le preoccupazioni del mondo e l’inganno delle ricchezza soffocano la parola in quanto si presentano come degli assoluti. La preoccupazione del mondo si presenta come l’unico nostro compito su questa terra e la ricchezza come l’unico nostro bene. La ricchezza ci inganna , travestendosi come il bene assoluto e stabile che è la beatitudine celeste. Invece, nella parola di san Bernardo, i beni terreni ‘posseduti pesano, amati inquinano, e persi tormentano.’ Siccome la pecora perde sempre una parte del suo vello sugli arbusti vicini alla strada, così il cristiano perde sempre qualcosa delle sue ricchezze spirituali su i cardi dei possessi terreni.
‘Quello seminato nella terra buona’, conclude il Signore, ‘sono coloro che , dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro pazienza.’
Ora il seme è lo stesso per tutti: la dottrina della Santa Madre Chiesa e le ispirazioni della Grazia, ma guai a lui, dice Teofilo, che si rende un terreno sterile, sassoso, o spinoso; e beato lui, invece, che riceve il seme e lo porta a maturità: che resiste alle tentazioni del mondo, della carne , e del demonio; che non cede alla paura; che non si lascia superare dalle preoccupazioni o dalle concupiscenze; e che sopporta l’ardore del sole della tribolazioni e persecuzioni, e con un cuore buono e perfetto produce frutto in pazienza: ‘Fructum afferunt in patientia.’

Il miracolo a Cana

‘Gesù disse loro: Riempite d’acqua le giare. E le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: Ora attingete e portate al maestro di tavola. E come ebbe assaggiato l’acqua divenuta vino, il maestro di tavola… chiamò lo sposo e gli disse: Tutti servono da principio il vino buono… ma tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono.’
In questo Suo primo miracolo Nostro Signore Gesù Cristo, il Verbo Divino, lo Splendore della luce perenne, manifesta la Sua Gloria al mondo. La trasformazione dell’acqua nel vino rappresenta tra l’altro, e secondo l’interpretazione dei Padri, la trasformazione della speranza di questa vita nelle gioie della vita eterna.
Riempite d’acqua le giare, Egli dice al fedele cristiano, al quale la Madre Celeste ha già istruito di fare tutto ciò che Egli dirà. Riempite d’acqua tuo cuore di pietra della lagrime della contrizione e della compunzione dei tuoi peccati: l’acqua della purificazione; riempitelo delle acque insipide della mortificazione quotidiana; della fedeltà faticosa ai tuoi doveri; dell’accettazione delle sofferenze delle pene, dei dolori, delle umiliazioni, e di tutti i mali e di contrattempi che Dio nella Sua Infinita saggezza, Bontà, e misericordia si degna di mandarti ogni giorno della tua vita.
Non lascia alcuno spazio agli spiriti inebrianti di questo mondo, ma riempite d’acqua le giare: fino all’orlo. Il comandamento è duro, e le acque amare; obbedisci comunque, perché alla fine del banchetto, alla fine della tua vita, poveri peccatori, attingerete il vino puro delle gioie e delle speranze celesti. Laddove avete seminato nelle lagrime, raccoglierete nell’allegria, e, pieni do gioia, direte poi allo sposo: Signore non siete come gli uomini – il mondo da prima ciò che incanta e non sente gustare le sua amarezze che quando sia consumata l’ubriachezza. Voi invece siete diverso: Voi ci proponete per prima cosa la contrizione e la compunzione del cuore, gli esercizi di della penitenza, il portare la croce; voi fate versare dai nostri occhi le lagrime della tribolazione, ma alla fine della vita trasformate le lagrime in cantico di ringraziamento, e la tribolazione in riposo.
Là, nella vita che ci aspetta, le lagrime beate che i nostri occhi avranno versato per terra si trasformeranno in torrenti di delizie; tutto ciò che avremo fatto per amore di Voi ed il sacrificio di tutta la nostra vita, che abbiamo versato come una libazione in onore di Voi, si trasformerà in una gloria che non appassirà mai; ed i nostri cuori saranno riempiti delle Vostre eterne ricompense in misura che hanno supportato con fedeltà, con pazienza, e con perseveranza le amarezze passeggere di questa vita.

Non giudicate

Nostro Signore Gesù Cristo ci comanda di non giudicare. Facciamo notare innanzitutto che Egli non sta parlando della valutazione oggettiva di situazioni , di fatti, o di comportamenti. Egli ci ha elargito infatti l’intelligenza anche affinché noi possiamo valutare queste cose e agire in modo adatto in conseguenza. Diamo come esempio una dichiarazione di un membro della Gerarchia. Se la troviamo non in conformità alla Fede cattolica, siamo tenuti a rigettarla. Ciò che il Signore proibisce qui è di giudicare individui, come il membro della Gerarchia in questione, o le persone con cui veniamo in contatto.
Tipicamente le critiche derivano dalla superbia. Critico gli altri, ma mi sento al di sopra della critiche io. Come Adamo ed Eva, anche noi abbiamo mangiato dell’albero della conoscenza del bene e del male, e pensiamo, cioè, di conoscere il bene ed il male, anzi di poterlo stabilire, ed in questo modo di essere come Dio: Giudice degli uomini e perfetti in noi stessi.
Questa superbia è particolarmente evidente quando qualcuno mi giudica o fa qualcosa che limiti, secondo il mio modo di vedere, i miei diritti. ‘Guai a lui! Come si permette di giudicare o di non rispettare me? Io sono perfetto’ – mi dico tra me e me – ‘sono come Dio! (ma forse non lo sapeva?)’ La superbia in questi casi è la superbia ferita: la vanità ferita. E più il mio critico ha ragione, più violenta sarà la mia reazione. Su un livello più profondo, infatti, la sua critica mi fa adirare contro me stesso, sapendo che lui abbia ragione (almeno in parte) ma non volendo ammetterlo; volendo apparire perfetto e dunque in dovere di difendere la mia reputazione.
Alla base del giudicare è la negatività. O non abbiamo forse osservato quanto spesso le persone, ed in primo luogo noi, si può dire, parliamo in modo negativo quando ci incontriamo: Queste notizie brutte! Le guerre! La crisi della Chiesa! Questa mia sofferenza! La sofferenza della mia famiglia! E poi le critiche – e quante critiche e quanta negatività! Dopo l’incontro ci salutiamo piuttosto con tristezza, con un senso di contaminazione. Il male è entrato anche nell’ incontro tra amici, che dovrebbe essere occasione di gioia. L’unica persona che ne è contenta è il demonio.
Piuttosto di criticare, bisogna essere umili. Questa altra persona che son tentato di criticare: forse agiva di mala fede, mi devo dire, oppure forse di non. Mentre io ho agito o agisco spesso di mala fede. Dirò una piccola preghiera per lui. Se qualcuno mi critica, normalmente avrà ragione, almeno in parte. Bisogna esaminarci la coscienza attentamente, e se la critica è giusta, accettarla. ‘Sì, hai ragione, proverò a correggermi’.
L’umiltà porta alla pace dell’anima. Se sono in pace, non ho motivo di essere negativo. Le circostanze della vita sono difficili forse, ma sono come Dio le ha decretate o permesse: farò ciò che posso, Egli farà il resto. Alzerò il cuore a tutto ciò che è vero e buono: che questo sia l’oggetto dei miei pensieri e della mie parole. Piuttosto che di criticare gli altri, mi rallegrerò delle loro virtù come lo farò in Cielo, ricordandomi della parole di san Paolo (Fil 4.8): ‘Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri’.
Nostro Signore Gesù Cristo ci insegna di non giudicare, in un discorso sulla Carità. Pratico la Carità verso il prossimo evitando di giudicarlo. La pratico ugualmente ammonendogli di correggersi: purché il mio motivo sia di aiutarlo a progredire sulla strada della perfezione cristiana, piuttosto che di umiliarlo. ‘Amico mio, aiutami a togliere la pagliuzza del tuo occhio’: sono parole che possono esprimere o un rimprovero ipocrita, oppure la Carità fraterna, conseguenza di un lavoro serio antecedente su me stesso.
Il Signore ci spiega che ciò che diamo sarà ciò che riceveremo: con la misura con cui misuriamo, sarà misurato a noi. Se giudichiamo saremo giudicati; se condanniamo saremo condannati; se trattiamo gli altri con la Carità, saremo trattati anche noi con la Carità.
Sì, la Carità cristiana è infine l’unica regola di condotta della vita quaggiù: per promuovere la pienezza della Vita e dell’Essere per il prossimo come anche per noi; per aprirci all’Essere ed al Bene infiniti di Dio; e per esserne riempiti qua e nel Cielo. Amen.
Sia lodato Gesù Cristo! Sia sempre lodato!

La Fede e l’eresia

LA FEDE E L’ERESIA
vari autori

Gli disse Gesù: Io sono la Via, la Verità, e la Vita.
Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. (Gv.14.6)
1. Prefazione
2. Introduzione

I LA FEDE

A. La Preambula Fidei
3. L’ Ateismo
4. La Dimostrazione dell’Esistenza di Dio
5. La Credibilità della Fede
6. L’Obbligo della Fede

B. La Fede di per sé stessa
7. L’Oggetto della Fede
8. La Luce della Fede
9. L’Immutabilità della Fede
10. L’Infallibilità della Fede

II L’ERESIA

A. L’Eresia di per sé stessa
11. La Definizione dell’Eresia
12. Martin Lutero
13. Il Modernismo
14. L’Ecumenismo

B. L’Anti-Religione Eretica
15. La Gnosi all’Inizio dei Tempi
16. La Gnosi nella Càbala Pervertita
17. La Gnosi ai Nostri Tempi
18. Il Neo-Gnosticismo

CONCLUSIONE MORALE

19. Il Bene della Fede
20. Il Male dell’Eresia

1. PREFAZIONE

Il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha dichiarato un anno della Fede che ha avuto inizio nell’ottobre 2012. Viste l’ignoranza e la confusione quasi universali in materia di Fede, bisogna ammettere che i tempi ci sono ormai maturi.

Come viene concepita la Fede cattolica di solito? Come un sistema di varie credenze che hanno vari oggetti; sono opinioni di ordine naturale, non-verificabili e mutabili; opinioni che ci aiutano a comportarci in modo giusto. Come tale la Fede è messa sullo stesso livello delle altre religioni; l’uomo pretende il diritto di scegliere la religione che a lui sembra giusta, e rinunzia ad imporre la propria Fede o religione agli altri. Allo stesso tempo concetti come dogma, infallibilità, eresia, ed anatema vengono rigettati come totalitari, o semplicemente irrilevanti.

Questa concezione, diffusa oggigiorno anche tra cattolici, si oppone all’insegnamento costante della santa Chiesa cattolica. La Chiesa insegna che la Fede è un insieme di dottrine unite dal loro oggetto che è Dio: Dio come è di per Sé Stesso. Queste dottrine non sono opinioni di ordine naturale, non-verificabili e mutabili: bensì costituiscono una conoscenza sovrannaturale e certa (e perciò anche evidente) di Verità immutabili; non semplicemente ci aiutano a comportarci in modo giusto, ma piuttosto sono necessari a questo fine e così per raggiungere il Cielo.

Perciò occorrono i dogmi e gli anatemi per dichiarare le dottrine cattoliche e per condannare le eresie in modo infallibile; occorre l’evangelizzazione per insegnare la Fede, e, data l’occasione, il martirio per difenderla. Nelle parole di San Cipriano: ‘Non è un cristiano chi teme di morire per la Verità’.

Per tutti questi motivi, la Fede cattolica non può essere messa sullo stesso livello delle altre religioni. L’uomo non ha il diritto di scegliere la religione a seconda di come si sente, ma piuttosto il dovere di scegliere quella che è vera. A questo fine deve adoperare la sua intelligenza e la sua volontà in modo adeguato, e così facendo raggiungerà la Fede cattolica.

Vediamo qua due visioni distinte della natura della Fede: una visione falsa ed una visione giusta.

Come si può caratterizzare la visione falsa? Fa parte di quel soggettivismo radicale che informa lo spirito moderno, che rende difficile il capire ragionamenti logici e persino lo stesso concetto della Verità oggettiva. La sua causa immediata sembra essere il falso Ecumenismo (cfr. capitolo 12); la sua causa mediata (che, più generalmente, è anche la causa del soggettivismo moderno) sarebbe l’allontanamento dell’uomo moderno dall’ordine oggettivo (cfr. capitolo 13). Questo allontanamento, a sua volta, sembra derivare dalla filosofia moderna e dal Protestantesimo; ed ultimamente dall’impeto della volontà creata di emanciparsi da Dio.

La visione giusta della Fede, invece, ci fornisce una materia ampia e ricca di riflessione, di cui, però, non si può trattare adeguatamente in modo breve. Per questo ci limiteremo nelle pagine che seguono a presentare in modo semplice e conciso alcuni aspetti della Fede e dell’Eresia che riteniamo di particolare importanza o rilevanza attuali.
2. INTRODUZIONE

La Fede è una virtù teologale, assieme alla Speranza e la Carità. Nelle parole del Catechismo Maggiore di san Pio X (859-860): ‘La Fede, la Speranza, e la Carità si chiamano virtù teologali, perché hanno Dio per oggetto immediato e principale, e ci sono infuse da Lui. Le virtù teologali hanno Dio per oggetto immediato, perché con la Fede noi crediamo in Dio, e crediamo tutto ciò che Egli ha rivelato; con la Speranza speriamo di possedere Dio; con la Carità amiamo Dio e in Lui amiamo noi stessi ed il prossimo’.

Guardando adesso la Fede in particolare, cominciamo con alcune definizioni e chiarificazioni, e poi esponiamo la struttura di questo libretto.

1. Definizioni

Innanzitutto distinguiamo tra la virtù (o habitus) della Fede e l’atto della Fede. La virtù della Fede è quello stato d’anima che acquista un infante tramite il battesimo o che possiede una persona di cui diciamo che ‘ha la Fede’. L’atto della Fede, invece, è quell’atto esplicito di assenso alle verità della Fede che pone un adulto quando raggiunge la Fede o che può porre una persona che già possiede la Fede.

A. La Virtù della Fede

Per prima cosa presentiamo due definizioni della virtù della Fede: quella di san Paolo e quella del Concilio Vaticano I. La prima definizione, secondo san Tommaso (Summa II II q.4, a.1), è la base di tutte altre che si possono dare della Fede; mentre la seconda definizione, essendo dogmatica, ne possiede la più grande autorità.

La definizione di san Paolo (Ebr. XI 1) è: ‘La Fede è sostanza delle cose che si sperano e prova delle cose che non si vedono. ’

La definizione del Concilio Vaticano I è: ‘La Fede è una virtù sovrannaturale per mezzo della quale, con l’aiuto e sotto l’ispirazione della divina grazia, crediamo essere veri i misteri rivelati da Dio. Questo non per l’intrinseca verità delle cose intelligibili alla luce naturale della ragione, ma per l’autorità del Dio rivelante che non può né ingannarsi né ingannare ’(Sess. 3, Const. de fide cath. c.3).

B. L’Atto della Fede

Presentiamo la definizione dell’atto della Fede di san Tommaso (Summa II II q.2, a.9): L’atto della Fede è ‘l’atto dell’intelletto che assente alla Verità divina, sotto l’impero della volontà che viene mossa da Dio mediante la Grazia ’.
2. Chiarificazioni

La parola ‘Fede’ ha due sensi: la conoscenza sovrannaturale, che è il senso soggettivo del termine (fides qua creditur), e l’oggetto di questa conoscenza, che è il suo senso oggettivo (fides quae creditur).

Altre chiarificazioni della nozione della Fede sono le tre distinzioni di sant’Agostino: credere Deo, credere in Deum, credere Deum. Il primo termine significa che si crede sull’autorità di Dio; il secondo significa che si crede tramite un atto di assenso in Dio; il terzo significa che Dio è l’oggetto della Fede.

Si notano altrettanto le distinzioni scolastiche tra prima Veritas in dicendo che significa Dio come l’autorità della Fede in quanto il Veritiero, e la prima Veritas in essendo che significa Dio come oggetto della Fede in quanto l’Essere Stesso.

3. La Struttura del Libretto

La prima parte del libro tratta della Fede.

La prima sezione riguarda la Preambula Fidei, cioè le considerazioni razionali che inclinano alla Fede. Capitolo 3 presenta un’esposizione, e poi una confutazione, dell’Ateismo, sopratutto nelle sue due forme principali: il Pessimismo ed il Panteismo; capitolo 4 presenta la dimostrazione dell’esistenza di Dio; capitolo 5 tratta della credibilità della Fede che è l’autorità di Dio, la prima Veritas in dicendo; capotolo 6 tratta del ruolo della volontà nel credere al quale la definizione di san Tommaso dell’atto della Fede accenna. Spiega perché la Fede non è soltanto razionale ma anche obbligatoria.

La seconda sezione della prima parte del libro tratta della Fede di per sé stessa. Capitolo 7 tratta della Fede nel suo senso oggettivo: l’oggetto della conoscenza sovrannaturale. Si è chiamato sopra ‘sostanza’, ‘verità divina’, ‘Dio’, oppure ‘prima Veritas in essendo’; capitolo 8 tratta della Fede nel suo senso soggettivo: la conoscenza sovrannaturale. Questa conoscenza viene intesa come un tipo di luce che, come insegna il Concilio Vaticano I, è altra rispetto alla luce naturale; capitolo 9 tratta dell’immutabilità della Fede, nel senso oggettivo. Ciò deriva dal fatto che il suo oggetto, l’oggetto della conoscenza sovrannaturale, è sostanza, verità, Dio: la prima Veritas in essendo; capitolo 10 tratta dell’infallibilità della Fede, o più precisamente dei dogmi della Fede. Ciò deriva dal fatto che Dio Stesso li ha rivelati, Che è il Veritiero Stesso, la prima Veritas in dicendo.

Nella seconda parte del libretto trattiamo dell’Eresia.

Nella prima sezione la consideriamo nel sensu stricto. Capitolo 11 la definisce; capitolo 12 ne dà un esempio nelle dottrine del principe degli Eresiarchi che è Martin Lutero; capitolo 13 presenta il Modernismo che è quella posizione dottrinale moderna che (nella parola di Pascendi) costituisce ‘l’insieme di tutte le eresie’; capitolo 14 ne dà un esempio insigne nell’Ecumenismo;

Se nella prima sezione di questa seconda parte del libretto abbiamo trattato dell’Eresia in sensu stricto come negazione del dogma, nella seconda sezione ne trattiamo in sensu lato come negazione della Divina Rivelazione. Questo lo facciamo in riferimento alla Gnosi, che è niente altro che l’Anti-Religione Eretica, rivale per eccellenza della Fede cattolica.

Il capitolo 15 tratta della Gnosi come fu presentata dal Demonio ai nostri protoparentes. L’Eresia consiste in questo caso della negazione della Divina Rivelazione a loro; capitolo 16 tratta della Gnosi come perversione della Càbala. Qui l’Eresia consiste nella negazione della Divina Rivelazione contenuta nella Fede ebraica precristiana; capitolo 17 identifica le stesse dottrine nel mondo di oggi; capitolo 18 le identifica nella Chiesa contemporanea, dove portano più accuratamente il nome di ‘Neo-Gnosticismo’.

Il libro finisce con una conclusione morale sulla Fede e l’Eresia, constatando il bene della prima e il male della seconda. In capitolo 19 esponiamo la definizione della Fede di San Paolo; in capitolo 20 presentiamo il commentario dei Padri della Chiesa su un passo dell’Apocalisse che tratta dell’Eresia.

I L A F E D E

A. LA PREAMBULA FIDEI

3.L’ATEISMO

Gli uomini hanno sempre creduto in Dio, in qualsiasi cultura ed epoca della storia; le eccezioni sono state poche e limitate a filosofie individuali e alle loro scuole. Questo fatto, come anche i fatti dei miracoli, corroborano gli argomenti a favore dell’esistenza di Dio.

Oggigiorno invece, l’ateismo sta divenendo rapidamente un fenomeno di massa, ed acquistando persino una certa rispettabilità nella coscienza comune. Questo prodotto di massa dei tempi moderni riveste due forme: l’ateismo positivo e l’ateismo negativo.

L’ateo positivo sostiene che Dio non esiste; l’ateo negativo, o l’agnostico, sostiene che non possiamo sapere se Dio esista, e non lo potremo sapere: Ignoramus et ignorabimus.

L’ateismo si concretizza in due modi: l’ateismo teorico, cioè l’ateismo sostenuto come teoria; e l’ateismo pratico, cioè l’ateismo vissuto: ossia da persone che vivono come se Dio non esistesse.

Vogliamo guardare le radici filosofiche e teologiche dell’ateismo, e poi, più brevemente, quelle psicologiche e morali.
I Le radici filosofiche dell’Ateismo

Le radici filosofiche sono due: il materialismo e l’idealismo.

Il materialista sostiene che solo la materia esiste e dunque Dio, non essendo materia, non può esistere. Il materialista sostiene l’ateismo ‘positivo’, quindi.

L’idealista, invece, sostiene che l’uomo conosce solo le proprie idee: il contenuto della mente, dunque l’uomo non può conoscere Dio: non può essere sicuro della sua esistenza, il concetto di Dio essendo un concetto di un Essere fuori della nostra mente. Vediamo che l’idealista sostiene l’ateismo ‘negativo’: l’agnosticismo.

Queste due teorie, materialismo e idealismo, che sembrano aver fatto molto per promuovere l’ateismo contemporaneo, non corrispondono alla realtà.

Il materialismo è inadeguato poiché la materia sola non può fornire una spiegazione adeguata della realtà. Occorrono princìpi più alti per spiegare la complessità dell’universo: la sua divisione in generi e specie ad esempio; per spiegare, inoltre, l’ordine e l’agire delle cose; per spiegare il fatto della conoscenza e della volontà. Occorrono princìpi più alti che, nell’analisi finale, non possono che derivare da un Creatore, Dio.

L’idealismo è anch’esso inadeguato poiché chiaramente non sono le nostre idee che conosciamo, il contenuto della nostra mente, bensì le cose esterne alla nostra mente tramite le nostre idee, e fra queste cose esterne c’è anche, come in seguito dimostreremo, Dio.

Ora per essere credibile, l’ateo deve non solo dimostrare che Dio non esiste, ma anche deve spiegare l’esistenza e la natura dell’universo senza ricorrere a Lui. Difatti si tenta di spiegare l’esistenza dell’universo con un’esplosione di gas, il così detto Big Bang, e la natura dell’universo con il puro caso e l’evoluzione, ma questo tentativo fallisce.

L’esplosione di gas non spiega l’esistenza dell’universo, in quanto lascia senza spiegazione l’esistenza antecedente del gas; e in quanto l’universo è ordinato, e un’esplosione invece è un principio di disordine, piuttosto che un principio di ordine. Anche se spiegasse l’esistenza dell’universo, non spiega la sua successiva conservazione in esistenza.

Inoltre il caso non costituisce una spiegazione adeguata della natura dell’universo perché questa tesi è così improbabile da essere completamente trascurabile. Per il funzionamento dell’occhio, per esempio, occorre che operino simultaneamente tredici processi fisici distinti: un fatto, in effetti, che non potrebbe essere prodotto dal caso. Lo stesso vale per l’evoluzione, come lo stesso Darwin ammette.

In più, il principio dell’evoluzione non basta a spiegare la natura dell’uomo, poiché un uomo possiede un’anima spirituale che non può provenire da un principio inferiore com’è la materia, cioè il corpo di un animale, com’è stato dichiarato da Pio XII nell’Enciclica Humani generis.

In sintesi, l’ateismo filosofico fallisce in quanto non può né dimostrare che Dio non esiste, né spiegare l’esistenza dell’universo senza ricorso a Lui.

II Le radici teologiche dell’Ateismo

Le radici teologiche sono due: il pessimismo ed il panteismo.

1. Il Pessimismo

Il pessimista sostiene che l’esistenza del male sia incompatibile con l’esistenza di Dio, cioè di un Dio infinitamente potente e buono. Sant’ Agostino risponde che Dio è così potente e buono che può anche trarre il bene dal male. Ciò illustreremo prima a riguardo del male morale e poi del male fisico.

La possibilità del male morale deriva dalla facoltà umana del libero arbitrio, ma questa facoltà è allo stesso tempo la fonte, e l’unica fonte, di un bene più grande, che è, cioè, il bene morale.

Quanto al male morale di per se stesso, esso è la condizione necessaria per il pentimento, per la manifestazione della misericordia di Dio per i peccatori e le loro vittime, e per la manifestazione della Sua giustizia.

Quanto al male fisico, offre l’occasione all’uomo per progredire nelle virtù morali di docilità, pazienza, perseveranza, integrità morale, distacco, umiltà, saggezza, e infine per trionfare su tutte le sue sofferenze e tutti i suoi oppressori.

Questa è dunque la risposta filosofica al pessimismo.

La risposta teologica è come segue: Dio ha di fatti voluto l’universo senza male e lo ha creato come tale nel giardino dell’Eden, il Paradiso Terrestre. Il male fu introdotto dal demonio in collaborazione coll’uomo.

Più in dettaglio si può dire che Dio ha voluto, e vuole, l’amore delle Sue creature. Dio difatti è la Somma di tutte le perfezioni e ha creato l’universo per rifletterle. Tra queste perfezioni in primo luogo sta l’amore, che Lui desidera che sia riflettuto nelle Sue creature razionali. Ma per amare, occorre il libero arbitrio. Il libero arbitrio, però, può essere abusato per fare il male. Questo è avvenuto nel giardino dell’Eden, ciò che ha condotto al male fisico e ha reso l’uomo incline al male morale.

2. Il Panteismo

Il termine ‘Panteismo’ deriva dalle due parole greche pan (tutto) e theos (Dio), e denota la teoria che l’universo e Dio sono una sola cosa. Possiamo distinguere tra tre forme di panteismo: una forma realista, una forma emanativa, ed una forma evolutiva.

La forma realista sostiene una stretta identità tra Dio e l’universo (vide per esempio la filosofia di Spinoza); la forma emanativa pretende che l’universo emana da Dio (vide per esempio la corrente panteista di Plotino); la forma evolutiva che l’universo evolve verso Dio (vide per esempio Hegel).

Possiamo descrivere queste posizioni rispettivamente ed in modo generico così: Dio è l’universo; Dio diviene l’universo; l’universo diviene Dio.

La forma del panteismo più netta è senza alcun dubbio quella realista, che sostiene l’identità stretta tra Dio e l’universo. Vogliamo guardare un esempio di questa teoria nella filosofia di Spinoza.

Spinoza identifica Dio con l’universo, che chiama ‘Sostanza’. Secondo lui la Sostanza è infinita, perfetta, eterna, unica. Dio, o Sostanza, ha due aspetti: un aspetto mentale ed un aspetto materiale, che sono come due mondi diversi. Tutto ciò che esiste appartiene perciò o al mondo mentale, o al mondo materiale, o a tutti e due.

L’uomo appartiene a tutti e due i mondi: in virtù del suo corpo appartiene al mondo materiale; in virtù della sua anima al mondo mentale. La sua anima fa parte dell’anima infinita di Dio, i suoi pensieri sono tutti pensieri di Dio. Questo deve bastare per evocare la sua filosofia, che, come possiamo già vedere è radicalmente sbagliata.

Cosa possiamo dire sul panteismo di Spinoza e sul panteismo in genere?

Innanzitutto osserviamo che una qualsiasi teologia coerente deve spiegare il rapporto tra Dio e l’universo: la sua unione all’universo e la sua distinzione dall’ universo. Per Spinoza l’unione di Dio all’universo è unione di stretta identità; la sua distinzione dall’universo è una distinzione solo apparente.
Prendiamo l’esempio di una pietra. Secondo la filosofia di Spinoza, la pietra è Dio; è distinta da Dio solo in apparenza. Ma come può darsi che una pietra, finita, contingente, ed imperfetta possa essere Dio che è infinito, necessario, e perfetto? Come può essere Dio? O come può essere un’apparenza o aspetto di Dio?

Prendiamo un altro esempio, quello di un anima. Come può darsi che un’ anima, che, secondo l’esperienza di autocoscienza, è un soggetto individuale, sia Dio? O come può darsi che il suo pensiero sia il pensiero di Dio? – io so che il mio pensiero è il mio pensiero. O come può darsi che il mio pensiero, se è cattivo, sia il pensiero di Dio, Che è per definizione buono?

Vediamo che l’errore del panteismo è, tentando di identificare l’universo con Dio, di tentare di identificare il finito, l’imperfetto, il contingente, il male con l’infinito, il perfetto, il necessario, il bene; e di identificare un soggetto con un altro soggetto.

Abbiamo detto che una qualsiasi teologia coerente deve spiegare il rapporto tra Dio e l’universo. Come spiega questo rapporto la teologia cattolica perenne? Come spiega l’unione, e come spiega la distinzione, tra Dio e l’universo?

Spiega l’unione di Dio con l’universo in termini di Immanenza: Tutto ciò che esiste, esiste in Dio partecipando alla Sua esistenza e alle Sue perfezioni. Dio è immanente ad ogni cosa, avvolgendola, contenendola, dominandola, ed essendo presente a ciò che è di più intimo ad ogni cosa, cioè al suo stesso essere.

La teologia cattolica perenne spiega la distinzione di Dio dall’universo in termini della Trascendenza. La Trascendenza significa l’assoluta indipendenza dall’universo. Questa indipendenza deriva dall’aseità di Dio: aseitas: il fatto che Lui esiste di per Sé Stesso.

Il fatto della Trascendenza di Dio implica che Dio ha una natura completamente diversa da quella dell’universo, ossia una natura divina; implica che l’universo non si può identificare con Dio, che non può emanare da Dio, che non può divenire Dio. Implica piuttosto che l’universo è stato creato da Dio, cioè liberamente ed ex nihilo. Ne consegue che Dio possiede l’intelletto e la volontà, ed è dunque anche un essere personale.

Possiamo esprimere il rapporto tra universo e Dio nei termini seguenti: l’universo è assolutamente dipendente da Dio (Immanenza), e Dio è assolutamente indipendente dall’universo (Trascendenza). Possiamo identificare l’errore del panteismo nella negazione della Trascendenza di Dio o, in altre parole, nella dottrina dell’immanenza assoluta di Dio .
In questa maniera la ragione dimostra la falsità del panteismo. La Fede la dimostra invece con il dogma della creazione.

Nel Credo professiamo: Credo in unum Deum, creatorem coeli et terrae. Se
Dio è Creatore dell’universo, non può essere una sola cosa con esso.

Nell’analisi finale il panteismo è il tentativo di ridurre Dio all’universo e in quanto tale è una forma di ateismo, benché un ateismo travestito e glorificato.

III Le radici psicologiche dell’Ateismo

Dietro a posizioni filosofiche e teologiche giacciono spesse volte atteggiamenti psicologici. Così uno assume una posizione atea perché da bambino è stato deluso nella preghiera ad esempio – il caso di alcuni filosofi come Bertrand Russell – oppure ha sofferto alle mani di un padre tirannico. Tali persone dovrebbero accordare alla ragione il suo dovuto primato sulle emozioni, e intraprendere quel lavoro faticoso su se stessi che è essenziale ad una vita adulta e matura, e sopratutto al perfezionamento morale ed alla santificazione.

IV Le radici morali dell’Ateismo

S. Agostino dice: “L’ateo ha sempre motivi molto validi per negare l’esistenza di Dio”. In altre parole l’uomo affetta l’ignoranza di Dio per poter peccare. Similmente il salmista dice: “L’insensato disse nel suo cuore: Non c’è Dio” (salmo 13 e 52), dove la parola ebraica per “insensato” significa l’uomo rude, sia fisicamente che moralmente.

Bisogna dire, dunque, che la possibilità dell’ateismo risiede nella debolezza morale dell’uomo. Bisogna aggiungere che l’ateismo viene reso possibile dalla debolezza intellettuale dell’uomo poiché, come abbiamo visto, gli argomenti per l’ateismo sono fallaci, e poiché, come attestano la Sacra Scrittura, la Tradizione, e, come vedremo nel terzo capitolo, gli argomenti per l’esistenza di Dio sono evidenti. Per questo, nessuno può perseverare nell’ateismo a lungo tempo senza colpa. Così S. Paolo scrive nella Lettera ai romani (1. 21): Gli atei sono inscusabili: inexcusabiles.

L’ateismo si può descrivere come un’ ‘Antireligione’. Si relaziona alla religione nei modi seguenti: Nega il suo principio formale che è l’esistenza di Dio, ma ne possiede alcune caratteristiche, cioè una propria visione della realtà, sostenuta in modo categorico, che guida il comportamento dei suoi aderenti, e gode di una larga diffusione.

In quanto l’ateismo è largamente diffusa oggi, e si basa sull’ autodelusione per poter vivere in tranquillità, si può descrivere inoltre come ‘l’Oppio del popolo’.

Noi che sappiamo che Dio esiste e non solo che esiste, ma che ha sofferto in agonia indicibile per noi fino alla morte in Croce, dobbiamo vivere in un modo degno del Suo amore: con ringraziamento, umiltà, sottomissione, docilità, e profonda devozione.

Avendo trattato dell’ateismo nelle sue due forme diverse principali, ci rivolgeremo adesso alla dimostrazione dell’esistenza di Dio.

4. IL TEISMO

(La Dimostrazione dell’Esistenza di Dio)

La Chiesa dichiara dogmaticamente ed infallibilmente che si può conoscere l’esistenza di Dio sia con la sola ragione, sia con la Fede. Dire che si può conoscere l’esistenza di Dio con la sola ragione, significa che si può logicamente dimostrare che Dio esiste.

Il Concilio Vaticano I dichiara: ‘Dio, nostro Creatore e Signore, può essere conosciuto con certezza tramite le cose create per mezzo della luce naturale della ragione’. Chi lo nega viene anatemizzato. Il Giuramento Antimodernista dell’anno 1910, aggiunge che: ‘Dio può essere conosciuto con certezza tramite le cose create per mezzo della luce naturale della ragione, come causa di effetti, e quindi anche dimostrato’.

Tramite la ragione conosciamo Dio meditando sull’universo, guardandolo come creato, come l’effetto dell’operazione divina. Tramite la ragione conosciamo Dio come causa dell’universo, dunque, come la sua causa ed il suo fine ultimo. Tramite la Fede, invece, conosciamo Dio nel mistero nella Sua intima natura, cioè come Santissima Trinità.

Ci possiamo chiedere più precisamente: Cos’è nell’universo che bisogna meditare più da vicino, per giungere all’esistenza di Dio? La Sacra Scrittura dà una risposta triplice a questa domanda: la natura, la coscienza, e la Provvidenza.

I La Natura
Il libro della Sapienza (13. 5) dice: ‘Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conclude al loro creatore.’ Similmente scrive S. Paolo nella lettera ai Romani (1. 20): ‘Le Sue perfezioni invisibili possono essere contemplate coll’intelletto nelle opere da Lui compiute, come la Sua eterna potenza e divinità… così che loro (cioè gli atei) sono inscusabili.’

Possiamo dire in illustrazione di questa dottrina che le meraviglie, l’armonia, la bellezza, l’ordine, la complessità, la grandezza, e la sublimità del creato è tale che non potrebbe essere altro che opera di Dio. Abbiamo già visto che la teoria del caso e dell’evoluzione è interamente incapace di spiegare l’ordine e la complessità del mondo. Possiamo aggiungere che è molto meno probabile che l’universo esistesse come lo è per puro caso che se tutte le enciclopedie del mondo venissero in esistenza come conseguenza di una esplosione di una immensa fabbrica di carta ed inchiostro.

II La Coscienza

La seconda prova accennata nella Sacra Scrittura riguarda la coscienza. San Paolo scrive di nuovo nella stessa Lettera ai Romani (2.15): ‘Essi (cioè i pagani) dimostrano che quanto la legge esige è scritta nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano, ora li difendono.’

Possiamo dire in sintesi che il fatto della coscienza dimostra l’esistenza di Dio, in quanto la coscienza rivela una legge oggettiva; ma una legge oggettiva richiede un Creatore, ossia un Legislatore, e questo legislatore non può che essere Dio.

Un esempio ne potrebbe essere la legge di non uccidere una persona innocente. Tutti gli uomini di buona volontà di tutte le culture e di tutti i tempi hanno sempre riconosciuto questo come una legge morale oggettiva, che obbliga tutti. Ma da dove viene, se non dal Creatore dell’uomo, che così esprime la Sua volontà come Legislatore, su come l’uomo si deve comportare nella società?

III La Provvidenza

La terza prova è quella della Provvidenza. S. Paolo scrive (nella stessa Lettera 14.17): ‘(Dio) non ha cessato di dare prova di Sé, beneficando, concedendovi dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendovi cibo e riempiendo di letizia i vostri cuori.’

Difatti, come potremo spiegare l’abbondanza e la disponibilità costanti di tutte le cose necessarie per l’umanità: per conservarla in esistenza, assisterla, guarirla, e renderla felice, se non con il riferimento alla Divina Provvidenza?
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Tali meditazioni, tali riflessioni, con il ricorso al principio di causalità dimostrano con certezza l’esistenza di Dio. Forniscono la base per la dimostrazione tecnica filosofica della Sua esistenza, come esposta soprattutto dal principe dei filosofi e dei teologi che è San Tommaso d’Aquino.

San Tommaso d’Aquino medita nelle sue famose ‘Cinque Vie’ su cinque fatti propri al creato per dimostrare l’esistenza di Dio: il fatto che è mobile, causato, contingente, composto ed imperfetto, molteplice ed ordinato. Appoggiandosi sempre sul principio di causalità, dimostra che questi fatti non possono che derivare dall’Essere immobile, non causato, necessario, semplice e perfetto; dall’Essere Che allo stesso tempo è l’intelligenza che crea ed ordina tutto l’universo. L’Essere che possiede tutte queste caratteristiche è nient’altro che Dio Stesso.

I filosofi moderni come Hume e Kant, nei loro tentativi arditi di rifiutare tali argomenti, si sono compiaciuti di negare il principio di causalità (in un modo o in un altro). Ma, così facendo, hanno negato uno dei primi principi della metafisica e dello stesso pensiero: un principio per di più, che è autoevidente. In seguito hanno rinunziato alla possibilità di spiegare le cose e alla possibilità stessa del pensiero.

Secondo la parola di uno dei più grandi teologi dello scorso secolo, Padre Garrigou – Lagrange OP: ‘Bisogna scegliere: o Dio o l’assurdità radicale’ .

5. LA CREDIBILITA’ DELLA FEDE

In questo capitolo esaminiamo i motivi della Fede, ossia la sua credibilità.

Cominciamo con la definizione del Concilio Vaticano I, che abbiamo citato nell’ Introduzione: ‘La Fede è una virtù sovrannaturale per mezzo della quale, con l’aiuto e sotto l’ispirazione della divina grazia, crediamo essere veri i misteri rivelati da Dio. Questo non per l’intrinseca verità delle cose intelligibili alla luce naturale della ragione, ma per l’autorità del Dio rivelante che non può né ingannarsi né ingannare’.

Vediamo qui che non è la ragione, bensì l’autorità di Dio, che è il motivo della Fede. Questo motivo lo chiamiamo interno e sovrannaturale. Il fatto che non è la ragione che sia il nostro motivo di Fede ci distingue dai sedicenti ‘razionalisti’, che pretendono che la sola ragione sia affidabile: che la sola ragione sia il metodo per raggiungere la Verità assoluta; che non ci sia un’altra specie di motivo per assentire alla Verità; che non ci sia una Luce superiore; e che non ci sia altra Verità superiore a quella che raggiunga la ragione.

Noi invece professiamo che la ragione non è l’unico mezzo affidabile per raggiungere la verità: bensì che c’è un altro mezzo, cioè per raggiungere la Verità assoluta, e questo è la Fede; che c’è un’altra specie di motivo per assentirle, cioè l’autorità di Dio; che c’è una Luce superiore, cioè la Luce della Fede; e che c’è una Verità superiore, cioè la Verità della Fede.

Come è che i razionalisti danno una tale importanza alla ragione? Forse perché ritengono che la ragione ci possa dare una certezza assoluta delle cose e vogliono avere una certezza di questo grado sulla Verità assoluta. Quando riflettiamo un attimo, però, vediamo che la ragione purtroppo non può darci la certezza assoluta su molte cose: non sappiamo con certezza assoluta quasi nulla nella nostra vita: non sappiamo con certezza assoluta per esempio che i nostri genitori siano davvero i nostri genitori, o che i nostri amici non siano in verità i nostri nemici. Se la ragione non può darci la certezza assoluta di tante cose nella nostra vita, dunque, come dovrebbe darci una tale conoscenza sulla Verità assoluta?

Possiamo concludere che la ragione non è per forza un fondamento completamente sicuro quando si tratta della Verità assoluta. Di fatti, per raggiungere la Verità assoluta, abbiamo bisogno di un altro tipo di motivo, un tipo che i razionalisti non apprezzano, forse perché non è scientifico neppure intrinseco alla mente, come la certezza della ragione.

Questo è il motivo della credibilità, la specie di certezza normale nella nostra vita: una certezza che si basa sulla parola di un altro, sull’autorità di un altro; la certezza, per esempio, che i nostri genitori sono davvero i nostri genitori, e che i nostri amici sono davvero i nostri amici. Questa è la specie di certezza, la certezza di credibilità, che ci fa assentire alla Fede. Come abbiamo appena detto, è la specie di certezza che si basa sulla parola di un altro, sull’autorità di un altro che, in questo caso, è nessun altro che Dio stesso, e non c’è né autorità più grande, né fondamento del credere più solido o più sicuro.

Qualcuno potrebbe obiettare, chiedendo: come sappiamo che il contenuto della Fede provenga davvero da Dio e che la Bibbia e l’insegnamento della Chiesa non siano soltanto delle fabbricazioni dell’uomo? L’evidenza sta nei miracoli, nelle profezie, e nella natura della Chiesa stessa. Questi elementi costituiscono un secondo motivo di credibilità che chiamiamo ‘esterno’ e ‘naturale’. Il primo motivo, l’autorità di Dio, essendo interno e sovrannaturale, è il motivo determinante dell’atto di Fede, mentre il secondo motivo, essendo esterno e naturale, ha un ruolo piuttosto corroborativo.

Nostro Signore Gesù Cristo confermava le Sue parole con segni e miracoli e i Suoi santi hanno fatto lo stesso. La conversione di quasi tutto quanto il mondo dal paganesimo a Cristo e la santificazione di tante anime, malgrado le concupiscenze della natura caduta che si oppongono all’ascesi cattolica (come per esempio alla mortificazione e la castità); malgrado tutte le persecuzioni e gli ostacoli del Mondo, della Carne, e del Demonio; e per mezzo di predicatori umili e semplici, è un miracolo che attesta altrettanto la Verità di questa predicazione; come anche la propagazione della Chiesa, la sua santità, la sua inesauribile fecondità per ogni bene, la sua unità e stabilità invincibili.

Come aspetto di questo motivo naturale ed esterno della Fede si può menzionare la sua profondità. La Chiesa cattolica predica Dio Amore Che si dà fino alla morte di Croce per noi: la Chiesa cattolica ci dà la spiegazione più profonda della vita umana e di ciò che c’è di più profondo in essa, cioè la sofferenza e l’amore.

Nessun altra cosiddetta ‘fede’ o ‘religione’ è paragonabile con il cattolicesimo in questi riguardi, e nessun’altra proclama alcuna di queste verità che non abbia preso dal cattolicesimo stesso.

Possiamo dunque concludere che la Fede si basa sulla certezza, la certezza della credibilità ed in questo senso è inoltre ragionevole, anche se non dipende dalla sola ragione. Ma proprio per questo motivo la Fede esige l’umiltà ed il sacrificio: il sacrificio dell’intelletto. Esige in particolare il sacrificio del desiderio di conoscere tutto con le proprie forze, con la certezza scientifica ed intrinseca della ragione che richiamano i razionalisti.

Siamo dunque umili e accettiamo la Fede e tutto ciò che contiene, come siamo anche obbligati perché, come dice il Signore: ‘Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno’.
6. L’OBBLIGO DELLA FEDE
Dopo aver esaminato i motivi di credere, vogliamo in questo capitolo considerare il dovere di credere, anche se questa tematica non appartiene tipicamente al preambulo della Fede.

Citiamo di nuovo il Concilio Vaticano I: ‘La Fede è una virtù sovrannaturale per mezzo della quale, con l’aiuto e sotto l’ispirazione della divina grazia, crediamo essere veri i misteri rivelati da Dio. Questo non per l’intrinseca verità delle cose intelligibili alla luce naturale della ragione, ma per l’autorità del Dio rivelante che non può né ingannarsi né ingannare’.

Vediamo che ciò che ci induce a credere non è né ragionamento, né l’evidenza dell’oggetto della Fede, bensì la volontà. La spiegazione per ciò è che le verità che sono l’oggetto della Fede non sono evidenti in sé come le verità naturali, per esempio 2+2=4, e dunque non sono sufficienti per impellere l’intelletto all’assenso. C’è bisogno quindi di un atto della volontà per elicitare quell’assenso.

San Tommaso d’Aquino descrive l’atto di Fede (che abbiamo citato nell’Introduzione) come ‘un atto dell’intelletto che assente alla Verità divina sotto l’impero della volontà mossa da Dio mediante la Grazia’ (Summa II.II.q. 2.a. 9), dove la volontà possiede la principalità, e l’intelletto aderisce alla Verità perché lo vuole: quia vult (Contra Gent. I.3 c.40).

La Fede, anche se non è conseguenza di ragionamenti, non è per questo irrazionale né un annullamento della ragione, bensì ragionevole. San Paolo la chiama ‘un ossequio ragionevole’ (Rom.12.1). Come abbiamo appena evocato nell’ultimo capitolo, si crede su un lato sull’autorità di Dio Stesso, e su un altro lato sull’evidenza dei miracoli, dell’espansione e della santità della Chiesa, e della vita, la dottrina, e l’esempio di Nostro Signore Gesù Cristo: questi sono i sensi in cui è ragionevole.

La Fede è libera: si può accettare o no. ‘Se qualcuno vuole fare la volontà di Dio, lui conoscerà la dottrina’, dice il Signore (Gv.7.17), e beato Ludolfo il certosino commenta: ‘O discorso pieno di consolazione! Venite dunque, ignoranti che non conoscete la dottrina, per illuminarvi. Dio non chiede che una cosa: la semplice disposizione del cuore: Se qualcuno volesse, conoscerà. Non dite: ‘Non so dove è la verità, ed ignoro ciò che Dio chiede di me’. Volete e basta! Volete, e conoscerete!’ Basta dunque volere: basta volere per avere la Fede, basta volere anche per divenire santi. E dove voglio mettere la mia fiducia, d’altronde, se non in Dio? se non nella Verità assoluta da Dio rivelata?’

Ci sono persone comunque che dicono che vorrebbero credere, ma non possono. Cosa devono fare? Innanzitutto devono conoscere il contenuto della Fede: principalmente nostro Signore Gesù Cristo Stesso, soprattutto nella Sua Passione. Ricordiamoci della parola di san Giovanni Evangelista (19, 34-35): ‘uno dei soldati gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera, e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate’. Similmente dopo il racconto del dubbio e della conversione susseguente di san Tommaso, e come conclusione di tutto il vangelo, scrive (20. 30-31): ‘Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome’.

Poi devono vivere in un modo che corrisponda alla Fede. Questo, però, può esser loro difficile, perché le persone che fanno fatica a credere sono tipicamente figli del Mondo, e il Mondo si oppone diametralmente alla Fede. Per di più, il Mondo è peccaminoso e soggioga i suoi figli ai suoi propri modi di pensare e di agire, ottenebrandone le intelligenze, così che trovano quasi impossibile uscire dal suo dominio o scorgere ‘l’illuminazione del vangelo della gloria di Cristo che è immagine di Dio’ (2. Cor. 4. 4). Da queste persone viene richiesto un atto coraggioso di volontà, che ammonta ad una vera e propria conversione: riconoscendo che esiste fuori di loro un principio che li supera, e umiliandosi ed assoggettandosi a questo principio, che è niente altro che Dio Stesso.

In un tale caso, e anche generalmente, occorrono l’umiltà e l’obbedienza per credere. Questa è ‘L’ubbidienza alla Fede’ di cui parla san Paolo (Rom. I.5). Per ciò i superbi ed i disubbidienti non accetteranno la Fede. I Farisei del vangelo riconoscono che Nostro Signore Gesù Cristo è verace, e lo dicono anche, ma non Lo accettano; vedono i Suoi miracoli, ma non credono. E gli agnostici, gli atei, gli eretici, che sanno ciò che è la Fede (e non sono semplicemente ignoranti e confusi), ma non la accettano o la rifiutano, non possiedono le virtù dell’umiltà né dell’ubbidienza, ma, come dice il Signore, preferiscono le tenebre alla luce, perché le loro opere sono cattive.

Ma la Fede non è solo una possibilità per tutti, bensì anche un dovere: un dovere per ogni uomo, perché Dio ‘vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità’, che è la Fede (I Tim.2.4). L’uomo non ha il diritto di credere o di non credere, o di credere ciò che vuole lui. Non ha neanche il diritto di credere ‘secondo la sua coscienza’ intesa, nel senso sbagliato, dei suoi sentimenti. Piuttosto ha il dovere di credere secondo la sua coscienza intesa nel senso giusto, come un giudizio, come un’applicazione di principi morali oggettivi su un atto concreto, in questo caso sull’atto della Fede. E l’applicazione di questi principi detta che deve accettare la Fede.

Per questo, chi non crede, fallisce nel suo dovere. Anzi, come dice il Signore: ‘Chi non crederà sarà condannato’ (Mc.16.16), ed in un altro luogo: ‘Se non credete che Io Sono, morirete nel vostro peccato.’ (Gv.8.24). Sant’Agostino commenta: ‘Cosa bisogna credere? Bisogna credere che Gesù è: ‘quia Ego Sum’, bisogna credere che Egli è Colui Stesso che ha detto a Mosè: ‘Ego Sum Qui Sum’: bisogna confessare la Sua Divinità’.

L’atto di Fede è libero, dunque, e bisogna essere libero perché Dio vuole che l’uomo Lo ami (come abbiamo detto nel capitolo sull’Ateismo), e solo un atto libero può costituire l’amore. Difatti l’atto di amore che è l’atto di Fede illumina la mente con la Verità divina, così che l’uomo in seguito possa amare Dio pienamente e in tutte le cose.

Vediamo che l’atto di Fede è anche un atto di amore; anzi, come abbiamo accennato nell’ultimo capitolo, un atto di sacrificio: un sacrificio di ciò che è la facoltà la più alta e la più nobile dell’uomo, cioè l’intelligenza: è un sacrificio dell’intelligenza a ciò che è ancora più alto e più nobile di essa, cioè la Verità assoluta e definitiva che è Dio Stesso. Questo sacrificio conduce ad un secondo sacrificio, ossia della volontà al Bene assoluto e definitivo che è Dio stesso. E così la Fede conduce alla Carità, che è un sacrificio di tutto ciò che non è Dio, per santificare l’uomo e per trasformarlo in Dio.

Questo sacrificio dell’intelligenza e della volontà non danneggia l’anima, però, come il sacrificio che fa colui che rifiuta la Fede, che piega l’anima su se stessa e la degrada, nel fine di compiere quell’atto che è il più misero di tutti gli atti, che è l’adorazione di se stesso. Piuttosto il sacrificio che è l’atto di Fede porta l’anima alla ‘sua somma e nobilissima elevazione’, nelle parole di padre Tomas Tyn OP, che consiste nella sua soggezione totale a Dio.

B. LA FEDE DI PER SE’ STESSA

7. L’OGGETTO DELLA FEDE

Ora l’oggetto della Fede è la Verità sovrannaturale conosciuta mediante la Grazia. Cosa significa ‘Verità’ in questa frase? Nei termini più generali, la verità è la corrispondenza tra un’idea e una cosa: in altre parole tra un’idea e la realtà. La Verità che è l’oggetto della Fede è la Verità, la Realtà, fin quanto è conoscibile: la Verità ontologica. Questo senso di verità viene espresso ad esempio nella frase:‘Io cerco la Verità’. Qui ‘la Verità’ significa la realtà delle cose fin quanto è conoscibile.

L’oggetto della Fede è la Verità fin quanto è conoscibile: la Realtà fin quanto è conoscibile. La Chiesa insegna che questa verità, questa realtà, è nient’altro che Dio stesso, Che è la Verità, la Realtà, e l’Essere, nel senso supremo ed assoluto dei termini.

Dire che Dio è la Verità, o la Realtà, fin quanto è conoscibile, implica che la conoscenza di Dio dipende dal soggetto che Lo conosce: L’uomo, essendo finito ed imperfetto, può conoscere Dio solo in modo finito ed imperfetto, ossia con la Fede; mentre Dio può conoscere Se Stesso in modo infinito e perfetto, perché in Dio c’è una corrispondenza e unità perfette tra Soggetto Che conosce, e Oggetto Che è conosciuto.

Abbiamo detto che l’oggetto della Fede viene conosciuto mediante la Grazia; nel prossimo capitolo vedremo che la Grazia è una luce sovrannaturale che ci fa conoscere Dio come è di per Sé Stesso. Ora la Chiesa distingue tra la Fede, che è una luce sovrannaturale che ci fa conoscere Dio come è di per Se Stesso; e la ragione, che è una luce naturale che ci fa conoscere Dio come la causa e il fine di tutto il creato. Questo abbiamo già visto sopra in capitolo 4.

Se chiediamo cosa bisogna credere per conoscere Dio come è di per Se Stesso, la Chiesa risponde con San Paolo che bisogna ‘credere che Egli esiste e che Egli ricompensa coloro che Lo cercano’ (Ebr.11.6). San Tommaso d’Aquino, Sant’Alfonso, ed altri teologi, insieme alla prassi universale della Santa Chiesa Cattolica, ci insegnano che bisogna credere inoltre il mistero della Santissima Trinità e in Cristo Redentore, come accenna San Giovanni nel suo vangelo: ‘Questa è la vita eterna, che conoscano Te, l’unico vero Dio, e Colui che hai mandato, Gesù Cristo’.

Per conoscere Dio come è di per Sé Stesso, per avere la Fede, bisogna credere queste dottrine dunque: più in dettaglio, bisogna credere queste dottrine esplicitamente e tutti gli altri dogmi della Fede implicitamente.

Nell’ultima analisi dobbiamo credere pienamente in Gesù Cristo, perché se crediamo pienamente in Gesù Cristo, crediamo tutti i dogmi della Fede: crediamo nel Dio-Uomo: la Seconda Persona della Santissima Trinità fatta carne: per redimerci, per giudicarci, e per rimunerarci nella prossima vita. Se crediamo in Gesù Cristo, crediamo la Verità che è Dio fin quanto è conoscibile: come san Giovanni scrive nel prologo del suo vangelo: ‘Dio nessuno lo ha mai visto; proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui Lo ha rivelato’.

In sintesi, Nostro Signore Gesù Cristo è l’oggetto della Fede: Lui stesso, Che ha detto:‘Io sono la Verità’, è la Verità che è l’oggetto della nostra Fede, una verità più sublime di tutte le verità naturali: Jesu… veritas sublimior, come cantiamo alle lodi nella festa dei Confessori.

Le sedicenti ‘altre’ fedi o religioni, presentano altre visioni della realtà incompatibili con la visione cattolica. Poiché la visione cattolica è vera, (per cui esporremo i motivi in seguito), le altre sono false. Se sono false, e lo sono, non vengono da Dio ma dall’uomo e/o dal demonio:‘Omnes dii gentium Daemonia: tutti gli dei delle genti sono demòni’ (Salmo 95.5). San Paolo dice nella Seconda Epistola ai Corinzi (6.16): ‘Quale unione tra la luce e le tenebre? Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele ed un infedele? Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli?’

Le altre religioni sono false, e dunque da rigettare, mentre i loro aderenti sono da convertire e da istruire, affinché possano assumere il dolce giogo di Cristo: Lui è solo da accogliere, solo da abbracciare, solo da servire, solo da seguire, da adorare, e da testimoniare fino alla morte, perché Lui è l’unica manifestazione della Verità suprema ed assoluta di tutte le cose, fin quanto è conoscibile all’uomo: perché Lui è la Verità, e non solo la Verità ma anche la Via e la Vita, e chi conosce Lui, conosce la Via e avrà la Vita: la vita di Grazia in questo mondo, e la vita di Gloria nel Cielo. Amen.
8. LA LUCE DELLA FEDE

Il fine ultimo dell’uomo è di unirsi a Dio nel Cielo nella visione beatifica, alla gloria di Dio e alla beatitudine eterna dell’uomo. Ma come è possibile, può chiedere qualcuno, che l’uomo, un essere naturale che appartiene al creato, possa unirsi a Dio, un Essere sovrannaturale, che, come abbiamo spiegato sopra, trascende assolutamente il creato intero?

L’uomo è naturale, Dio è sovrannaturale; senza un aiuto speciale di Dio, dunque, l’uomo non potrebbe mai unirsi a Lui. Tentare di unirsi a Dio con le proprie forze puramente naturali, sarebbe come tentare di costruire una torre di Babele, con l’idea di salire su di essa per incontrarLo qualche parte al di là delle nuvole. Comunque, se le nostre forze naturali non possono condurci al nostro fine ultimo da sole, possono già prepararci, perché per mezzo delle forze naturali dell’uomo, più precisamente della sua intelligenza e della sua volontà, le due facoltà principali dell’anima, l’uomo può in maniera naturale conoscere ed amare Dio.

Per mezzo della sua intelligenza, cioè tramite la luce della ragione, può conoscere Dio: può dimostrare di fatti ‘con certezza’, secondo la parola infallibile di san Pio X nel Giuramento Antimodernista, che Dio esiste, che Dio è l’inizio ed il fine di tutte le cose: l’inizio nel senso che è il Creatore; il fine nel senso che è il Giudice ed il fine ultimo dell’uomo: l’inizio ed il fine, Alpha ed Omega. E’ poiché l’uomo può conoscere Dio come tale, può anche amarLo come tale, cioè come Creatore e fine ultimo, e come Colui in Cui esiste tutto ciò che è di vero, di buono, e di bello.

Ma per conoscere Dio come è di per Sé Stesso, per amare Dio come è di per Sé Stesso nella Sua intima natura: per elevare l’intelligenza umana e la volontà umana ad un livello sovrannaturale, bisogna avere un aiuto speciale di Dio, cioè la Grazia.

La Grazia è assolutamente sovrannaturale: è al di sopra della natura creata intera: un dono gratuito di Dio elargito sull’uomo nei sacramenti. Viene data inizialmente nel Battesimo e, se è persa, viene restituita nella Confessione o nell’ Estrema Unzione. E’ una qualità dell’anima che permette all’intelligenza di conoscere Dio in modo sovrannaturale, cioè alla luce della Fede; che permette alla volontà di amare Dio ed il prossimo in Dio in modo sovrannaturale, cioè con la Carità.

Vediamo che ci sono due ordini di conoscenza, due luci: la luce della ragione e la luce della Fede: la luce della ragione che è una luce naturale, e la luce della Fede che è una luce sovrannaturale.

Vediamo anche che ci sono due oggetti di conoscenza: l’oggetto della ragione che consiste nelle conclusioni alle quali ci può condurre il ragionamento; e l’oggetto della Fede che consiste nei misteri in Dio nascosti, nelle parole del Concilio Vaticano I: ‘che non possono essere noti se non divinamente rivelati’.

La ragione e la Fede sono compatibili. Il Concilio Vaticano I, nella Costitutizione Dei Filius, dichiara: ‘Benchè la Fede sia sopra la ragione, non è in nessun senso contrario ad essa, e non può darsi mai qualsiasi reale disaccordo tra la Fede e la ragione, poiché il Dio che rivela i misteri della Fede e la infonde in noi è lo stesso che ha infuso il lume della ragione nell’animo umano; Dio non può quindi negare Se stesso, né la verità contraddire la verità’.

Dunque, la ragione e la Fede sono due tipi di luce: il primo naturale, il secondo sovrannaturale. Esse ci prestano aiuto per attraversare, per così dire, la notte oscura di questo mondo. Non sono incompatibili: sono solo diverse. I loro oggetti sono anche diversi: sono due tipi di verità: il primo naturale, il secondo sovrannaturale. Anche loro non sono incompatibili, ma solo diverse, perché questi due tipi di verità appartengono alla stessa realtà, all’una, unica realtà costituendone due dimensioni.

Diamo l’esempio di un cammino attraverso un bosco durante la notte: la luna ci mostra il bosco e la torcia ci mostra il cammino dentro al bosco: si tratta di due luci compatibili ma diverse, che ci mostrano entrambe un’unica realtà.

La Fede non è un insieme di credenze come nelle altre religioni; non è un’esperienza o sentimento che viene da dentro dell’uomo come pretendono i Modernisti; ma è una Luce, una conoscenza data da Dio.

Cosa ci mostra questa luce? Il suo oggetto non è una fabbricazione, una verità parziale, come nelle altre religioni, bensì, come abbiamo esposto nel primo capitolo, è la Verità tutta intera che, nell’analisi finale, è Dio Stesso.

La luce della Fede ci rivela il suo oggetto in modo oscuro in questo mondo. Nell’altro mondo questa luce di Fede si trasformerà nella luce della Gloria che ci rivelerà il suo oggetto chiaramente (dentro dei limiti del soggetto finito che siamo): ‘Adesso vediamo come nello specchio e ora faccia a faccia’(1. Cor.13,12). Questo oggetto è ‘Dio come è’, sicuti est: la visione per la quale siamo stati creati, per la quale siamo stati dotati dell’anima, della conoscenza, e della Fede.

Proviamo a santificarci, dunque, nella notte oscura di questa vita terrena, per l’intercessione della Santissima Vergine Maria, Sedes Sapientiae e Mater Boni
Consilii, per godere più pienamente e perfettamente della luce Divina in cielo, alla Gloria del Santissimo Nome di Dio. Amen.
9. l’IMMUTABILITA’ DELLA FEDE

Talvolta qualcuno dirà: ‘Comunque la Chiesa è molto cambiata’ e pensiamo subito al suo insegnamento ed alla sua liturgia. Il tema di questo capitolo sarà il suo insegnamento. In quale senso, dunque, è cambiato l’insegnamento?

Fino, forse, a cinquant’anni fa, gli uomini della Chiesa presentavano una visione della realtà, a cui abbiamo accennato nei capitoli scorsi, di Dio Uno e Trino, assolutamente trascendente e sovrannaturale, al di sopra di tutto il creato; Che elargisce sugli uomini la grazia sovrannaturale, illuminando la loro conoscenza con la Fede, e accendendo la loro volontà con la Carità, affinché l’uomo si possa elevare ed unire a Lui quaggiù e nel Cielo.

A questo fine creò la Chiesa, a cui ha affidato la Grazia dei Sacramenti, e tutte le verità della Fede e della morale (soprattutto i dieci comandamenti), di cui l’uomo avrà bisogno per il suo viaggio attraverso il deserto di questo mondo. Coloro che seguono questa strada, apparecchiata per loro da Dio, raggiungeranno il Cielo; coloro che non la seguiranno, finiranno nell’Inferno. La strada che conduce al Cielo è stretta e richiede ascesi e mortificazione, anche se porta con sé la pace e la più profonda felicità possibile in questo mondo; la strada che conduce all’Inferno è larga invece, non richiede sforzi e porta con sé piaceri, ma piaceri passeggeri che cedono poi alla tristezza e spesso alla disperazione.

Da circa cinquant’anni, invece, molti uomini della Chiesa presentano un’altra visione della realtà: La Grazia e l’ordine sovrannaturale non sono più menzionati. La Fede cattolica sarebbe secondo loro un sistema di credenze sullo stesso livello di quello dei protestanti, o di qualsiasi altra confessione cristiana, o di quello di qualsivoglia religione. La Fede non sarebbe più necessaria per raggiungere il Cielo, quindi. Ma neanche il Battesimo sarebbe necessario, né l’appartenenza alla Chiesa cattolica: il Battesimo sarebbe una mera convenzione, e la Chiesa solo un raggruppamento di persone con le stesse credenze. Non sarebbe necessaria neppure la Carità, l’amore sovrannaturale, ma basterebbe l’amore in senso assai vago e indefinito: come si rivela nell’Ecumenismo, o nel matrimonio di cui viene ormai presentato come la prima finalità.

Questo amore e la gioia a cui conduce, costituiscono un vangelo ‘positivo’ opposto ad un vangelo ‘negativo’ che si interessa alla mortificazione, al peccato, e all’Inferno. Si può specificare il vangelo ‘positivo’ come l’allontanamento dall’ordine oggettivo a cui abbiamo già accennato nella Prefazione: l’allontanamento dall’ordine oggettivo sia naturale che sovrannaturale: dalla realtà e dalla verità oggettive, dall’autorità, dalle leggi, e dalla giustizia, verso l’ordine soggettivo: verso l’amore, la comunione, e la gioia.

L’insegnamento è cambiato, dunque. La nostra domanda perciò è: Quale insegnamento è giusto: quello tradizionale o quello moderno? O forse l’insegnamento tradizionale era giusto allora, ma ormai l’insegnamento moderno è giusto? Diamo un esempio: la Fede e la Carità sono necessarie alla salvezza, o non lo sono? Oppure, erano necessarie nel passato, ed ora non lo sono più?

La risposta è chiara come la luce: l’insegnamento tradizionale è giusto e quello moderno è falso. La Fede e la Carità sono necessarie per la salvezza e lo saranno sempre.

Perché è giusto l’insegnamento tradizionale? Perché l’insegnamento tradizionale è l’insegnamento delle verità oggettive che la Chiesa ha ricevute da Dio Stesso, secondo le parole del Signore: ‘Quando però verrà lo Spirito di verità, Egli vi guiderà alla verità tutta intera’. L’insegnamento tradizionale è insegnamento di verità oggettive, dunque, che come tali sono immutabili, immutabili come le verità della matematica: Se due più due fa quattro oggi, lo farà anche domani. Questo insegnamento tradizionale della Chiesa non è cambiato, dunque, non cambierà, e non può cambiare, come la Chiesa stessa di per se stessa non è cambiata, non cambierà, e non può cambiare.

Ciò che è cambiato è quello che alcuni uomini della Chiesa insegnano oggigiorno, che non è più la Verità, bensì la falsità, l’irrealtà, e la fantasia: senza senso, e fuorviante della strada della salvezza .

Come sappiamo che l’insegnamento tradizionale ad esempio sulla necessità della Fede e della Carità per la salvezza, o sulla Santissima Trinità, sui privilegi sublimi della Beatissima Vergine Maria, sull’Incarnazione, sulla Morte e la Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo è vero? Lo sappiamo sull’autorità di Dio che parla attraverso la Chiesa, perché, come abbiamo già detto, è l’autorità di Dio che è il motivo della Fede.

La Chiesa, dunque, col sostegno dello Spirito di Verità che è lo Spirito Santo, insegna le Verità della Fede. Inoltre ne ha definito un gran numero (comprese quelle evocate nell’ultimo paragrafo) come Dogmi: da credere come divinamente rivelate per ogni membro della Chiesa cattolica, così che, chi li nega, anche se solo uno di loro, sarà escluso dalla comunione della Chiesa.

I Modernisti che insegnano dottrine opposte non possono cambiare l’insegnamento cattolico, dunque: non ne hanno il potere, perché quell’insegnamento è immutabile; non ne hanno l’autorità, la competenza, perché hanno l’autorità e la competenza, il munus docendi, solo per insegnare il Depositum Fidei: le Verità della Fede. ‘Non abbiamo infatti alcun potere contro la verità’, dice san Paolo (2. Cor 13. 8), ‘ma per la verità’.

I Modernisti sono come professori incaricati d’insegnare la matematica, i quali insegnano infatti che due più due fa tre. Possono cambiare la natura della matematica? No; Possono cambiare qualsiasi delle sue verità individuali? No; Hanno l’autorità, la competenza? No; Hanno il potere? No.

Cosa possiamo dire di questi professori? Che sono professori di matematica mancanti; anzi non sono professori di matematica affatto: sono ciarlatani ed ingannatori: che, impiegati per insegnare la matematica, chiamandosi matematici e campandoci, insegnano altre cose, travestendole da matematica, e frustrando così gli scopi stessi dei loro datori di lavoro.

E così è anche per i Modernisti. La loro colpa e più grave, però, perché ciò che è in gioco non è solo la formazione scolare dei loro allievi, bensì la salvezza eterna delle anime dei fedeli. Che la Chiesa li smascheri quindi quanto prima, che li dichiari eretici e li licenzi!

Ora i Modernisti di solito presentano le loro nuove dottrine o senza giustificazione, o colla giustificazione che siano uno ‘sviluppo’ dell’insegnamento cattolico anteriore. Dietro a questa giustificazione giace storicamente la pretesa che l’oggetto della Fede sia l’esperienza religiosa, di cui l’espressione cambia e si sviluppa attraverso i tempi .

La Chiesa cattolica, invece, ha condannato queste due proposizioni. Ha condannato la prima proposizione, che la Fede si riduce all’esperienza religiosa, nel decreto Lamentabili e nell’Enciclica Pascendi di san Pio X; e ha condannato la seconda proposizione, che il dogma cambia e si sviluppa, nell’Enciclica Humani Generis di Papa Pio XII. La Chiesa insegna che il dogma, secondo il suo contenuto, è di origine veramente divina; che il dogma è l’espressione della verità oggettiva; e che il suo contenuto è immutabile.

Non c’è dunque cambiamento né sviluppo nel contenuto del dogma. Se sentiamo qualcuno rigettare una dottrina tradizionale o proclamarne una nuova; se lo sentiamo parlare di sviluppo, di cambiamento, o di novità, possiamo già sapere che ciò che si propone non è cattolico. Di fatti per i Padri della Chiesa il ‘nuovo’ è proprio l’essenza dell’Eresia. Come scrive l’Apostolo (Gal.1.9): ‘Se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema!’

L’unico genere di sviluppo o cambiamento che attinge al dogma è lo sviluppo della sua espressione, che nel corso dei secoli diviene più chiara e più profonda, ma, nelle parole di san Vincenzo Lerino (citate nella Costituzione Dei Filius del Concilio Vaticano I): ‘solo nello stesso dogma, nello stesso senso, e nello stesso modo di intendere: in eodem dogmate, eodem sensu, eademque sententia’.

In sintesi, le Verità della Fede che la Chiesa ha ricevuto da Dio stesso con l’incarico di insegnarle nel corso dei secoli, non cambiano e non possono cambiare. Solo la loro espressione può cambiare, ma divenendo sempre più chiara e più profonda: come la luce del sole che cresce fin dall’aurora sino a mezzogiorno, ma rimane la stessa luce, nelle parole di san Vincenzo Lerino.

La ragione definitiva per la quale l’oggetto della Fede non può cambiare è che il suo oggetto, come abbiamo già visto, e nell’ultima analisi, è Dio stesso. Lui stesso è quel sole, quel sole increato che noi percepiamo nel corso del nostro passaggio attraverso il deserto di questo mondo: che percepiamo in modo debole all’aurora, in modo forte a mezzogiorno. Lui stesso è quel sole che manda i suoi raggi, che ‘emette la sua luce e la sua Verità’, per illuminare le nostre menti con la Fede, così che possiamo dire col salmista: ‘nella Vostra luce vedremo la luce’.

Lui stesso è quel sole che in questo mondo non possiamo guardare direttamente con gli occhi a causa dell’eccesso della Sua Divina gloria, ma che vedremo nel prossimo mondo: quando la luce della Grazia si trasformerà nella luce di Gloria; quando Lo vedremo faccia a faccia; e quando, nelle parole dell’Apocalisse: ‘Non vi sarà più notte e non avremo più bisogno di luce di lampada, perché il Signore Dio ci illuminerà, e regneremo con Lui nei secoli dei secoli’. Amen.

10. L’ INFALLIBILITA’ DELLA FEDE

Avendo trattato dell’immutabilità delle verità della Fede, vogliamo trattare ora dell’infallibilità di una parte di queste verità, ossia quelle che si chiamano ‘i dogmi’. I dogmi sono quelle verità della Fede che sono già state proposte dalla Chiesa da credere come tali.

Se le verità della Fede sono immutabili in quanto hanno come oggetto Dio Che è il Vero Stesso: la prima Veritas in essendo; i dogmi sono infallibili in quanto sono insegnati da Dio Che è il Veritiero Stesso: la prima Veritas in dicendo.

Per comprendere meglio la natura del dogma, esporremo adesso brevemente 1) l’infallibilità della Chiesa; 2) l’oggetto; e 3) il soggetto di questa infallibilità.

1) L’Infallibilità della Chiesa

Il Vangelo di san Matteo conclude con queste parole di nostro Signore Gesù Cristio ai suoi Apostoli: ‘Mi è stato dato ogni potere in cielo ed in terra, andate dunque, e ammaestrate tutte le nazioni … insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’ (Mt. 28. 18-20).
Con queste parole il Signore elargisce sulla Chiesa, in forma degli Apostoli e dei loro successori, il munus docendi, l’ufficio di insegnare, così istituendo la Chiesa Docente. Questo munus docendi della Chiesa è una partecipazione a quello del Signore, e può essere esercitato in modo infallibile (come abbiamo appena detto) in quanto il Signore è il Veritiero Stesso Che non può né ingannarsi, né ingannare: ‘qui nec falli, nec fallere possit’ (cfr. Concilio Vaticano I).

Il Signore garantisce l’infallibilità dei dogmi colle parole: ‘Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’, e con le parole durante l’Ultima Cena: ‘Io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga sempre con voi, lo Spirito di verità’ (Gv.14,16-17).

2) L’Oggetto dell’Infallibilità

Qual’ è l’ambito di questo insegnamento? L’ambito di questo insegnamento viene espresso con le parole ‘tutto ciò che vi ho comandato’ ed è la Rivelazione intera. La Rivelazione, o il Depositum Fidei, ha due fonti che sono la Sacra Scrittura e la Tradizione orale, e consiste in ciò che si chiamano ‘le verità della Fede’ (in senso ampio), o ‘le verità della religione’. Queste verità si distinguono nelle verità della Fede (in senso stretto) e nelle verità della morale.

Le verità della religione, in quanto proposte dalla Chiesa da credere come tali, sono i dogmi. Solo queste verità sono state dichiarate in modo infallibile, così che chi le nega cade nell’Eresia. Non tutte le verità della religione sono ancora dogmi, ma solo quelle che sono già state proposte dalla Chiesa da credere come tali. Le altre si possono chiamare ‘dogmi’ solo nel senso virtuale o materiale del termine.

3) Il Soggetto dell’Infallibilità

Il Concilio Vaticano I (Sess.3 cap.3) dichiara: ‘… tutto deve essere creduto con Fede divina e cattolica che è contenuto nella Parola di Dio, scritta o tramandata, e che è stato proposto dalla Chiesa da credere come divinamente rivelato, sia con giudizio solenne o con il suo magistero ordinario ed universale’.
.
Il testo conciliare appena citato insegna che, come abbiamo illustrato in sezione (1) sopra, il soggetto dell’Infallibilità è la Chiesa. Più precisamente è l’Episcopato intero in unione al Papa, o il Papa solo.

Un soggetto dell’Infallibilità è l’Episcopato intero dunque, secondo la parola di san Cipriano: ‘La Chiesa è nei Vescovi’. I Vescovi sono infallibili quando dichiarano un dogma o ‘con giudizio solenne’ (cfr. il testo citato) o ‘con il suo magistero ordinario ed universale’. Nel primo caso dichiarano un dogma in ‘modo straordinario’, e nel secondo caso in ‘modo ordinario’.

Lo dichiarano in modo straordinario in un Concilio generale ed ecumenico (nel senso che tutti i Vescovi cattolici del mondo vengono invitati e in numero sufficiente assistono per poter rappresentare l’Episcopato intero). Solo il Papa può convocare e chiudere un tale Concilio; si svolge sotto di lui come il suo Capo e non può mai contraddirlo. Il Papa presta ai Vescovi una partecipazione al suo proprio potere per gli scopi del Concilio, ma può confermare e promulgare le loro decisioni solo lui.

I Vescovi dichiarano un dogma in modo ordinario quando lo dichiarano in virtù del ‘magistero ordinario ed universale’ della Chiesa, nelle parole del testo conciliare sopra citate. Questo avviene quando insegnano dottrine cattoliche nelle loro diocesi unanimemente tra di loro e con il Papa. Esempi ne sono i catechismi diocesani (prima di esser stati contaminati dal Modernismo).

Un soggetto di infallibilità è dunque l’Episcopato intero assieme al Papa; l’altro è il Papa. Il Concilio Vaticano I (Sess. 4. cap. 4) proclama che: ‘il Papa, quando parla ex cathedra, cioè quando definisce come Pastore e dottore di tutti i cristiani in virtù della sua suprema ed apostolica autorità, che una dottrina della Fede o della morale è da tenere dalla Chiesa Universale, gode, in virtù dell’assistenza divina a lui in san Pietro promessa, dell’infallibilità colla quale il divin Redentore ha voluto che la Sua Chiesa fosse istruita nel definire una dottrina della Fede o della morale  …’

Il Concilio Vaticano I in questo passo descrive l’infallibilità del Papa in termini dell’infallibilità che il Signore ha elargito sulla Sua Chiesa. Ciò significa che il Papa è un soggetto dell’Infallibilità della Chiesa.

Ci sono vari motivi per cui il Papa deve essere infallibile: lui è la ‘Pietra’ che garantisce l’unità e la sicurezza della Chiesa (Mt. 16.18); lui ha ricevuto il potere di legare e di sciogliere (Mt. 16.19) che comprende il potere di esporre il vangelo; lui ha ricevuto il mandato di pascere il gregge dei fedeli (Gv. 21. 15-17) che comprende l’insegnamento della verità e la difesa contro l’errore; e lui ha ricevuto il mandato di ‘confermare i suoi fratelli’ (Lc. 22. 31-33), cioè nella Fede di fronte a tutti i pericoli che si possono dare nel corso dei secoli.
Il Papa esercita la sua infallibilità sempre ‘con giudizio solenne’. Aggiungiamo a questo punto che i dogmi proposti con giudizio solenne (o dalla Papa o dall’Episcopato intero) si chiamano più precisamente i ‘dogmi definiti’. Si definiscono in forma degli anatemi, dei canoni, dei simboli, e delle professioni della Fede.

Il Concilio Vaticano II non ha proclamato dogmi, perché ci mancava l’intenzione . Ci sono constatazioni dogmatiche dentro di esso, ma solo come reiterazione di dogmi già definiti antecedentemente . Piuttosto di proclamare dogmi, questo Concilio ha di fatti oscurato dogmi, ad esempio il dogma che fuori la Chiesa non c’è salvezza.
II L’ E R E S I A

A. L’ERESIA DI PER SE’ STESSA
11. LA DEFINIZIONE DELL’ERESIA

La parola ‘eresia’ viene dal verbo greco haireisthai che significa ‘scegliere’ o ‘prendere per sé stessi’ e consiste nello scegliere, o prendere per sé stessi, ciò che si vuole credere, piuttosto che di accettare tutto ciò che Dio rivela tramite la Chiesa.

Questa scelta si distingue per la sua falsità: è una scelta falsa, un esercizio falso del libero arbitrio, in quanto è una scelta della falsità piuttosto della verità: ossia della verità che è l’oggetto della Fede. Questa scelta (nel caso di un’Eresia formale, vide infra) si distingue inoltre per la sua superbia, perché è un rifiuto di sottomettersi all’autorità di Dio e della Chiesa, e di umiliare l’intelletto davanti alla Fede.

Nell’epoca contemporanea l’eresia si insinua nella Chiesa tipicamente in modo implicito: tramite l’Oscurantismo. Questo oscurantismo fa parte del fenomeno che si chiama ‘il Modernismo’. Ne parleremo in dettaglio in un capitolo successivo.

Cos’è esattamente l’eresia? Il codice di Diritto Canonico constata: ‘Vien detta Eresia l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per Fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa ’.

Ora, il termine tecnico per la verità di cui si tratta qui è ‘dogma’. Il dogma, come abbiamo detto nell’ultimo capitolo, è una verità divinamente rivelata, che viene proposta dal magistero della Chiesa da credere come tale. Ricordiamo che il Concilio Vaticano I dichiara: ‘Si deve credere per Fede divina e cattolica tutto ciò che è contenuto nella parola di Dio, scritta o tramandata, e che dalla Chiesa viene proposto da credere come divinamente rivelata, sia con un giudizio solenne sia nel magistero ordinario e universale ’.

Come abbiamo spiegato nel capitolo precedente, questo giudizio solenne può essere dato o dal Papa o da un Concilio ecumenico, e costituisce la definizione del dogma. Il magistero ordinario e universale, invece, consiste nell’insegnamento costante della Chiesa, ad esempio nei catechismi promulgati dall’episcopato (prima del fenomeno del Modernismo).

Il criterio per sapere che una determinata dottrina appartenga al Magisterio
ordinario e universale della Chiesa (come alla Tradizione orale in genere,) è
che la dottrina sia trasmessa ‘ovunque, in ogni tempo, e da tutti: quod ubique,
quod semper, quod ab omnibus’, secondo la formula di san Vicenzo Lerino.

Bisogna precisare che l’eresia, quanto a una verità sola della Fede, comporta con sé la perdita totale della Fede, perché rigettare o dubitare in modo ostinato di una sola verità, è rigettare l’autorità di Dio su cui si basa la Fede intera.

L’Eresia si distingue in eresia formale ed eresia materiale.

L’Eresia formale viene definita nel Codice con il termine ‘ostinato’, o ‘pertinax’ in latino: negazione ostinata, dubbio ostinato. L’eresia materiale, invece, è la negazione o dubbio non ostinato di una verità di Fede. In altre parole un’Eresia formale comprende non solo un errore dell’intelletto, ma anche un atto deliberato della volontà, mentre un’Eresia materiale comprende solo un errore dell’intelletto.

Un esempio di un’eresia formale è la negazione di Martin Lutero che la santa Messa è un sacrificio; un esempio di eresia materiale è la negazione del primato del Papa da parte di un protestante cresciuto nell’ignoranza, che sarebbe pronto a correggere questo errore se ne fosse adeguatamente istruito.

L’eresia è la negazione di una verità rivelata della Fede, di un dogma. Tipicamente la Chiesa condannava l’eresia con l’anathema dichiarando, per esempio: ‘Se qualcuno dicesse che i Sacramenti della nuova legge siano più o meno di sette, anathema sit’ (Concilio di Trento s.7, can.1). L’infallibilità della Chiesa si estende sia ai dogmi che agli ‘anatemi’, dichiarando la Fede nel primo caso in modo positivo, e nel secondo caso in modo negativo.

Ora ‘Anathema sit’ significa ‘sia escluso’, e dichiara che un eretico formale è escluso dalla Chiesa cattolica: che non appartiene ad essa. Se muore nell’eresia senza esserne pentito, viene condannato all’Inferno.

Oggigiorno l’eresia e l’anathema vengono considerate come fantasie crudeli e vuote della Chiesa cattolica o, nelle parole di Dietrich von Hildebrandt in ‘La vigna devastata’, come ‘fanatismi medioevali’. Il Concilio Vaticano II ha evitato l’anathema e ha proposto di ‘usare la medicina della misericordia, invece di imbracciare le armi del rigore’, e la Gerarchia e il Clero hanno mantenuto questo atteggiamento negli anni successivi.

Bisogna dire a questo punto, però, che quel genere di misericordia non è autentico, bensì costituisce un tipo di amore falso caratteristico del Modernismo e più particolarmente dell’Ecumenismo (cfr. capitolo 13 e 14 infra). Bisogna ricordare che le prime tre opere di misericordia (spirituali) sono: consigliare i dubbiosi; insegnare agli ignoranti; ed ammonire i peccatori; e come scrive Romano Amerio in Iota Unum: ‘nella mente della Chiesa la condanna stessa dell’errore è opera di misericordia’. Questo è chiaro perché la verità, la verità della Fede, è la luce che ci conduce al cielo. Se qualcuno spegne questa luce, non vede più la strada che deve seguire, e dunque si perde.

E’ un’opera di misericordia da parte della Chiesa; anzi un dovere grave di dire a questa persona che lei sta nell’errore e di punirla, affinché lei si penta e torni alla vera strada. Questo ammonimento e questa punizione devono essere pubblici affinché altri ne sappiano la gravità e non vengano anche loro contaminati dello stesso errore. ‘Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo taglialo, e gettalo via da te: è meglio per te entrare nella Vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno’ (Mt.18,1-20). Questa parola del Signore si applica bene all’esclusione di un eretico dal corpo sano della Chiesa.

In breve, chi non ha capito il significato dell’eresia e dell’anatema non ha capito il significato della Fede.

‘Bisogna assalire il Cielo con la preghiera’, scrive Dietrich von Hildebrandt, ‘… che la grande parola ‘Anathema sit’ risuoni di nuovo contro tutti gli eretici e soprattutto contro coloro che formano la quinta colonna della Chiesa’, perché le dichiarazioni dell’eresia e dell’anatema sono opere di misericordia e di amore, che mirano al bene eterno dei fedeli: dichiarazioni che separano la luce dalle tenebre, il vero dal falso, e ci mostrano la strada stretta che sola conduce al Cielo: che con la Grazia di Dio, l’aiuto della Santissima Madre Sua, e con una buona vita, raggiungeremo sicuramente alla Gloria del Suo Santo Nome. Amen.
12. MARTIN LUTERO

In questi tempi caratterizzati da grande ignoranza e radicale confusione, quando anche agli uomini della Chiesa cattolica dei più alti livelli piace lodare ed inneggiare Martin Lutero, vorremmo brevemente esporre e valutare la sua teologia.

I La teologia di Martin Lutero

La teologia di Martin Lutero nei suoi tratti principali si può sintetizzare in quattro sue dottrine: Sola Scriptura, Sola Fides, Sola Gratia, e Solus Deus  Vogliamo rivolgere uno sguardo su queste dottrine alla luce della Fede cattolica.

1. Sola Scriptura

La prima dottrina, Sola Scriptura (sola la Scrittura), afferma che la Fede si basa solo sulla Sacra Scrittura, e che la Sacra Scrittura stessa interpreta la Sacra Scrittura (che significa in effetti poi che l’interpretazione è demandata alla persona che la legge), mentre la Chiesa Cattolica, in una dichiarazione del Concilio di Trento (s.4) ripresa nel Concilio Vaticano I (s.3 c.2), insegna, come abbiamo sopra evocato, che la Fede si basa sulla Rivelazione Divina (chiamata anche il Depositum Fidei), e comprende non la sola Sacra Scrittura (la parte scritta del Depositum Fidei), ma anche la ‘Tradizione’ (la parte orale del Depositum Fidei).
L’autorità sul Depositum Fidei non la possiede la singola persona, bensì la Chiesa. La Chiesa ha stabilito quali sono i Libri che appartengono alla Sacra Scrittura e la Chiesa interpreta questi Libri e i dati della Tradizione orale per stabilire i dogmi della Fede. Un esempio di un dogma dichiarato dalla Chiesa sulla base della Sacra Scrittura è l’Ascensione; un esempio di un dogma dichiarato dalla Chiesa sulla base della Tradizione orale è l’Assunzione.

2. Sola Fides

La Seconda dottrina, Sola Fides (sola la Fede) afferma che per la salvezza sia necessaria solo la Fede, e non la Fede e le opere come insegna la Chiesa. A questo riguardo il sacro Concilio di Trento (s.6 c.10) cita le parole seguenti dell’epistola di san Giacomo (2. 24): ‘Vedete che l’uomo viene giustificato dalle opere e non solo dalla Fede’.

Orbene, per la salvezza sono necessarie sia la Fede sia la Carità (o le opere di Carità), e mentre i falsi ecumenisti agiscono come se bastasse solo la Carità, Martin Lutero pretende che basti solo la Fede. L’azione di Lutero nei riguardi dell’epistola di San Giacomo, che riporta chiaramente la dottrina Cattolica, fu quella di cancellarla dal suo nuovo canone della Sacra Scrittura definendola semplicemente una ‘epistola di paglia’. Da ciò vediamo come Lutero fosse meno motivato dalla Sacra Scrittura che dai suoi propri presupposti soggettivi. Lo stesso vale per altre parti della Bibbia da lui cancellate.

Bisogna inoltre tenere a mente che Lutero intende la Fede in un senso ben diverso da quello cattolico. Per Lutero la Fede consiste nella fiducia che Dio nella Sua misericordia perdonerà l’uomo a causa di Cristo, mentre la Chiesa insegna che la Fede consiste nell’accettare la Rivelazione sull’autorità di Dio che la rivela.

Lutero comunque perse completamente la Fede cattolica già al primo momento quando rinnegò un articolo di Fede, perché, come abbiamo fatto notare nel capitolo scorso, chi nega anche un solo articolo di Fede nega l’autorità di Dio che l’ha rivelato.

3. Sola Gratia

Con la terza dottrina, Sola Gratia (sola la Grazia), Lutero afferma che col Peccato Originale la natura umana si fosse totalmente corrotta, e così l’uomo divenisse incapace di conoscere la verità religiosa e di agire liberamente o moralmente, cosicché la Grazia non potesse guarire l’uomo, ma solo coprire la sua peccaminosità. La Chiesa, invece, insegna che la natura umana è solo caduta e ferita, e può essere guarita dalla Grazia; l’uomo può conoscere la verità e possiede il libero arbitrio con cui collabora con la Grazia per agire moralmente, anche se ciò implica per lui spesso una grande lotta.

4. Solus Deus

La quarta dottrina, Solus Deus (solo Dio), significa che la Salvezza viene direttamente da Dio e non attraverso la Chiesa, il Sacerdozio, i Sacramenti, l’intercessione della Beatissima Vergine Maria e dei Santi. Lutero pretende che l’accesso a Dio avvenga direttamente. Non riconosce l’intima unione fra Dio e la Chiesa: Dio nella Sua divinità e Dio nella Persona di Nostro Signore Gesù Cristo.

a.) Dio infatti, in virtù della Sua Maestà sublime e divina, ha stabilito un ordine gerarchico in tutte le cose, sia naturali che sovrannaturali, sia in terra che in Cielo, sia in Purgatorio che in Inferno; e attraverso questo ordine gerarchico ed intermediario opera per i Suoi scopi ineffabili.
Quanto alla Redenzione, opera mediante il Fiat della Beatissima Vergine Maria; mediante l’Incarnazione, la Passione, e la Morte del Suo Divin Figlio; e, riguardo al particolare punto in discussione, mediante la Santa Chiesa Cattolica e i suoi Sacramenti.

b.) Dio inoltre, nella Persona di Nostro Signore Gesù Cristo, prolunga la Sua vita terrena ed il Suo operare terreno nella Sua Chiesa: la Sua vita terrena nella Chiesa quale Suo Corpo Mistico, ed il Suo operare attraverso i Sacramenti dove Egli opera in prima Persona. L’esempio più sublime e glorioso del Suo operare è indubbiamente la Santa Messa dove continua ad offrirSi e ad immolarSi al Padre in ogni momento del giorno e della notte in una santa Messa qualche parte nel mondo, e lo farà fino alla fine dei tempi.

Di fatto Lutero professa solo due Sacramenti: il Battesimo, e ciò che a lui piacque definire come ‘la cena’ in sostituzione della Santa Messa, a cui nega la natura sacrificale.
*

Ecco dunque una breve sintesi della dottrina di Martin Lutero contenuta nei quarantuno Articoli condannati dal Papa Leone X con la ‘Damnatio in globo’ nella Bolla ‘Exsurge Domine’ 1520, ‘rispettivamente come eretici o scandalosi, o falsi od offensivi degli animi pii, o atti a sedurre le menti dei semplici’.
II La Natura Eretica della Teologia di Lutero

Ora, secondo il Codice di Diritto Canonico (CIC 1981 Can. 751) che abbiamo citato sopra, ‘Vien detta Eresia, l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per Fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa …’. Avendo negato delle verità della Fede, Martin Lutero è eretico, dunque, ossia un eretico formale. Anzi, in virtù della quantità di eresie che ha concepito ed insegnato, il numero di sette protestanti che ha generato, e il danno che in seguito ha recato alla Chiesa cattolica, merita di essere chiamato ‘Eresiarca’, o principe degli eretici, o piuttosto l’Eresiarca per eccellenza.

III Il Fallimento della Teologia di Lutero

Vogliamo adesso mostrare brevemente come fallisce la teologia di Lutero.

1. Con le parole ‘Sola Scriptura’, rigetta il ruolo della Chiesa riguardo la Sacra Scrittura, ma rigettando il ruolo della Chiesa, rigetta la Sacra Scrittura stessa perché la Chiesa ce ne fornisce il vero significato.
2. Con le parole ‘Sola Fides’, rigetta il ruolo delle buone opere, ma rigettando le buone opere rigetta anche la Fede perché la Fede senza le opere è morta (San Giacomo 2. 17).
3. Con le parole ‘Sola Gratia’ rigetta il ruolo del libero arbitrio, ma così facendo rigetta anche la Grazia, perché la Grazia santificante (prescindendo dal caso del Battesimo degli Infanti) è essenzialmente una collaborazione con il libero arbitrio.
4. Con le parole ‘Solus Deus’ rigetta il ruolo della Chiesa, ma così facendo rigetta anche Dio perché la Chiesa ci dà l’accesso a Dio, e la Chiesa è, in un certo senso Dio, nella forma del Corpo Mistico di Cristo.

In altri termini, nel voler ricercare l’essenza della Sacra Scrittura, della Fede, della Grazia e di Dio, Lutero in effetti li separa dalle altre realtà con cui sono necessariamente legate, ossia la Chiesa (Docente), le opere, il libero arbitrio, e la Chiesa (Santificante); e così facendo finisce per perderne l’essenza. In tutti questi quattro casi Lutero, rigettando elementi della Fede, smarrisce la comprensione della Rivelazione intera, come anche gli Ebrei, rigettando il Messia, smarrirono la comprensione della Rivelazione intera, giacché il Messia ne è la chiave. Così le parole del Signore si verificano per Lutero come si erano verificate per gli Ebrei: ‘a colui che non ha sarà tolto anche quello che ha’ (Mt.13,12).

IV L’Essenza della Teologia di Lutero

Se volessimo riassumere in una sola parola tutta la teologia di Martin Lutero questa sarebbe ‘soggettivismo’. Piuttosto di sottomettersi all’autorità della Chiesa per conoscere l’oggetto della Fede, per conoscere la vera interpretazione della Fede, nonché per accettare la Fede, Lutero preferisce stabilire da se stesso l’oggetto della Fede (ossia la Sacra Scrittura) e la sua vera interpretazione, e sostituisce l’atto di Fede (che secondo la Chiesa Cattolica consiste, come già detto, nell’accettare il corpo dei dogmi cattolici oggettivi) con uno stato mentale prettamente soggettivo assunto dalla persona nel proprio rapporto con Dio. La radice psicologica del soggettivismo sembra essere il pesante senso di colpa di Lutero che ritroviamo anche nella formulazione della sua dottrina di una natura umana totalmente corrotta.

Come mostra Romano Amerio in Iota Unum, questo soggettivismo viene espresso chiaramente nel suo Articolo 29, citato da san Pio X nella enciclica Pascendi : ‘Ci è dato un mezzo per snervare l’autorità dei Concili e contraddire liberamente ai loro atti e per proclamare liberamente tutto quello che ci sembra vero’. In questo senso le quattro dottrine sopra evocate si possono esprimere più accuratamente ‘Solus Martin Lutero’.
V. L’Eredità di Lutero

L’eredità di Lutero la troviamo non solo nelle sette protestanti, ma da circa cinquant’anni anche in seno della stessa Chiesa Cattolica e nella mentalità moderna in generale. Tra i cattolici d’oggi, l’eredità di Lutero (e del Protestantesimo) la troviamo nelle dottrine, talvolta mescolate con dottrine cattoliche, sull’autointerpretazione della Sacra Scrittura, in quegli atteggiamenti del concepire la Chiesa come istituzione di uomini e come ‘peccatrice’, e del concepire la Santa Messa come ‘cena commemorativa’ ove il sacerdote funge meramente da ‘presidente’.

Riscontriamo inoltre un soggettivismo radicale diffuso tra cattolici che non riescono a comprendere che la Fede è oggettivamente vera, e che la devono proclamare ed insegnare come tale, e invece cercano la comunione con altre confessioni o religioni nel nome di un Ecumenismo indefinito e vago; un soggettivismo radicale che si oppone ai concetti di dogma, eresia, ed anatema; un individualismo che cerca un diretto rapporto con Dio in tutto, prescindendo dalla Chiesa, dal sacerdozio o dai Sacramenti, in particolar modo santa Messa domenicale e Confessione.

Si riscontrano elementi protestanti particolarmente nel ‘movimento carismatico’ dentro la Chiesa Cattolica fin quanto questo costituisce un allontanamento da Chiesa, Dogmi, e Sacramenti, verso la sperimentazione del rapporto diretto con Dio.

Questi elementi sono presenti specialmente in quel gruppo carismatico conosciuto come ‘il Cammino Neocatecumenale’ che sostiene la peccaminosità radicale dell’uomo; nega la vera natura della Chiesa, il sacerdozio sacramentale, la natura sacrificale della Santa Eucarestia in favore di una concezione di ‘cena’ o festeggiamento; nega la Presenza Reale, almeno nei frammenti del Santissimo Sacramento; proibisce la santa Comunione sulla lingua; riserva dubbi sulla Transustanziazione; disconosce il Sacramento della Penitenza; e insegna l’autointerpretazione della Sacra Scrittura .

Luteranesimo e protestantesimo, per quanto al loro rapporto con la mentalità moderna, fanno parte, o promuovono, quella grande corrente di soggettivismo che spianò la strada a Cartesio, all’idealismo, alla filosofia moderna in generale, e che allontana il mondo da Dio e dal Vero, dal Bene, e dal Bello, verso l’ateismo ed il nichilismo.

Alla luce di queste considerazioni risulta difficile trovare il motivo per cui un cattolico possa lodare Martin Lutero.

VI I Presunti Meriti di Lutero

Alcuni lodano Martin Lutero per una sua sincerità, fiducia, chiarezza su cui basa le sue dottrine, e la sua coscienziosità, ma tali qualità non hanno alcun valore se non si rapportano alla realtà oggettiva: il Vero oggettivo, ed il Bene oggettivo. Tuttavia per Lutero non fu così, perché nella sua dottrina egli sostituisce la verità oggettiva con la sincerità; recide fiducia, chiarezza, e coscienziosità dai criteri oggettivi che a queste danno valore: recide la fiducia dall’autorità di Dio e della Chiesa, recide la chiarezza dalle proprietà intrinseche della verità, e recide la coscienziosità dalla legge morale oggettiva a cui è ordinata. Ne consegue che sincerità, fiducia, chiarezza, e coscienziosità divengano meri stati mentali soggettivi dell’individuo e moralmente indifferenti. Questi elementi rappresentano così solamente ulteriori manifestazioni del suo radicale soggettivismo.

Altri lodano Martin Lutero per aver attaccato gli abusi morali del Clero e della Gerarchia del suo tempo, anche se Lutero non potrà certo essere proposto come modello di moralità cristiana essendo sacerdote cattolico agostiniano ‘sposato’ con una suora religiosa, che ebbe a dire: ‘Pecca fortiter, Sed crede fortius: Pecca pure fortemente, ma sii ancora più forte nella tua Fede’.

In ogni caso il danno prodotto da certi uomini della Chiesa fu sicuramente inferiore a quello causato da Lutero: non tanto per la guerra civile che scatenò in Germania e per la divisione religiosa di tutta Europa, quanto per il danno recato ad innumerevoli anime immortali con la sua sfigurazione della Fede Cattolica.

No, il vero bene scaturito dalla Riforma di Martin Lutero è quello che Dio, nella Sua misericordia infinita, si è degnato di trarre da tanti e così grandi mali: il grande bene che fu il Sacro Concilio di Trento, che ha codificato e stabilito per sempre il Rito Romano antico e ha definito dogmaticamente la Fede Divina e Cattolica sulla Sacra Scrittura, sulla Tradizione, sul Peccato Originale, sulla Giustificazione tramite Fede e opere, sui meriti, sui sette Sacramenti, sul Purgatorio, sul Culto dei Santi e sulle Indulgenze, così che tutti i Cattolici di tutte le epoche successive potessero godere di quell’inesauribile fonte di grazia e di santità che è il Rito Romano antico, e che potessero conoscere queste Verità eterne, accettarle in spirito di devota sottomissione e umiltà, e vivere secondo queste alla gloria del Dio Trino ed Uno e per la salvezza delle loro anime. Amen.
13. IL MODERNISMO

Nel suo libro Athanasius, monsignor Rudolf Graber, vescovo di Ratisbona, spiega come il Demonio nel corso dei secoli attacca la santa Chiesa cattolica in modo sempre più raffinato, insidioso, ed intimo. Cominciava attaccando i fedeli con le persecuzioni, ma vedendo che esse conducevano piuttosto alla crescita della Fede, adottò un altro metodo: quello di attaccare la Fede stessa.

Con le eresie di Martin Lutero è riuscito a staccare un gran numero di fedeli dalla Chiesa cattolica; con le eresie e le dottrine eretizzanti e non-cattoliche che circolano allora riesce persino, attualmente, a contaminare la Fede di un gran numero di persone dentro la Chiesa stessa.

Questo grave pericolo alla Chiesa è stato esposto, profondamente analizzato, e condannato sotto il nome di ‘Modernismo’ di papa san Pio X nel sillabo Lamentabili Sane e nell’enciclica Pascendi Dominici Gregis, tutti e due dell’anno 1907. A quell’epoca le dottrine false si insinuavano nell’insegnamento non-ufficiale di vari membri della Chiesa. Oggi, invece, le stesse dottrine si sono insinuate nello stesso Magistero (come vedremo in seguito) e nella liturgia della Chiesa, cioè nel Novus Ordo Missae . Jacques Maritain nel suo libro Le Paysan de la Garonne (1966) constata: ‘Il Modernismo all’epoca di san Pio X era in confronto alla febbre moderna neomodernista solo un’innocua febbre da fieno’.

Cos’è il Modernismo? San Pio X lo descrive nella sua enciclica Pascendi come ‘L’insieme di tutte le eresie’. Abbiamo già citato la definizione dell’Eresia data nel codice di Diritto Canonico (CIC.751):‘Vien detta Eresia, l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per Fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa …’ Ora, colle parole ‘una qualche verità che si deve credere per Fede divina e cattolica’ viene definito il dogma cattolico. Dunque il Modernismo consiste nella negazione ostinata del dogma.

E’ chiaro, comunque, che il Modernismo comprende più che la sola negazione dei dogmi: comprende anche l’oscurazione dei dogmi, come vedremo più avanti. Ma non si limita neanche ai dogmi, bensì si estende a tutte le dottrine cattoliche tradizionali. San Pio X scrive nella stessa enciclica Pascendi che i Modernisti: ‘…fanno pompa di un certo disprezzo delle dottrine cattoliche, dei Santi padri, dei sinodi ecumenici, del magistero ecclesiastico…’ Si può dire in sintesi che il Modernismo costituisce la negazione o oscurazione di tutte le dottrine cattoliche tradizionali, sia quelle che sono state definite come dogmi, sia quelle che non sono state ancora definite come tali , in altre parole ha come bersaglio la Fede intera .

Si possono descrivere le dottrine moderniste come ‘ereticali’ quando negano un dogma; ‘eretizzanti’ quando oscurano un dogma; e semplicemente ‘non-cattoliche’ quando negano o oscurano una dottrina cattolica tradizionale.

Innanzitutto presenteremo due caratteristiche particolari del Modernismo: 1. l’ubiquità; 2. l’oscurantismo.

I Le Caratteristiche del Modernismo

1. L’Ubiquità

L’ubiquità concerne l’estensione del Modernismo.

Nel passato la Chiesa sempre condannava le eresie e le dottrine eretizzanti, e coglieva questa occasione per formulare più profondamente e più chiaramente le sue dottrine. In conseguenza, il ramo marcio della Chiesa, quello eretico, fu tagliato dal tronco sano; e il tronco sano, nutrito da un nuovo influsso della luce di Verità, poteva ancor più gloriosamente fiorire.

Da cinquant’anni invece, tali dottrine non sono più condannate, o se lo sono, lo sono di rado, in modo fievole, e senza sanzioni. In conseguenza, quasi tutto l’albero della Chiesa è ormai stato infestato da errori.

Questa infestazione, come già accennato, prende il suo spunto dal Magistero stesso, dall’insegnamento della Chiesa: della Gerarchia e del Clero. Il detto insegnamento costituisce un uso illegittimo del munus docendi affidato alla Chiesa da Nostro Signore Gesù Cristo, illegittimo e dunque anche fuori competenza: extra vires.

Osserviamo a questo punto che intendiamo il termine ‘Magistero’ come l’organo o lo strumento del munus docendi della Chiesa e ne distinguiamo due sensi: un senso positivo che si riferisce al suo esercizio legittimo; ed un senso neutro che utilizziamo in questo capitolo, che si riferisce al suo esercizio simpliciter, senza specificare se sia legittimo oppure illegittimo. Che il Magistero può essere esercitato in modo illegittimo, verrà dimostrato dagli esempi infra dati. E’ evidente, e solo da un ideologo può essere negato.

Il Modernismo dentro la Chiesa è difficile da combattere per vari motivi:

a) è difficile discernere in quanto ubiquito, onnipresente – Jacques Maritain parla dell’‘Apostasia immanente’. Ciò significa che è divenuto parte della fabbrica propria della Chiesa, o, in un’altra immagine, è divenuto troppo grande persino da vedere;
b) è difficile comprendere, in quanto tipicamente oscuro, come esporremo nella sezione seguente;
c) è difficile valutare, perché per essere valutato richiede conoscenze teologiche che non sono più insegnate nei seminari, o nelle parrocchie, o non esclusivamente insegnate;
d) è difficile accettare, perché richiede onestà intellettuale, e coraggio per affrontare la devastazione dottrinale della Chiesa di oggi;
e) è difficile criticare, soprattutto per un chierico, perché un tale sarà etichettato non solo come ‘duro’, ma anche ‘empio’ o persino ‘scismatico’ (o ‘cripto-scismatico’) verso la Chiesa, il Papa, e il Magistero (inteso solo nel primo senso del termine), e avrà da affrontare des mauvais quarts d’heure presso il suo Superiore o Vescovo, e forse anche la perdita del suo apostolato. Ovviamente più si consolida il Modernismo nel Magistero, ribadendo le nuove dottrine del Concilio Vaticano II in encicliche ed altri documenti successivi, più sarà difficile criticare.

2. L’Oscurantismo

L’oscurantismo concerne la comunicazione della dottrina falsa.

Abbiamo detto che il Modernismo costituisce la negazione e l’oscurazione della Fede. Nel primo caso la falsità è esplicita; nel secondo caso è implicita: è implicata, insinuata, suggerita, favorita, dall’Oscurantismo .

Esempi della negazione di dottrine cattoliche abbiamo visti recentemente nei campi del matrimonio e della mariologia, da parte di certi prelati tra cui anche cardinali . Nella sezione presente invece, ci proponiamo di concentrare sull’ oscurazione della Fede, perché è questo il modo in cui il Modernismo contemporaneo preferisce operare, cercando di disseminare la zizzania della falsità mediante il Magistero stesso.
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Questo Oscurantismo opera secondo due metodi principali: il tacere e l’equivoco. Col tacere, una determinata dottrina non viene più insegnata; coll’equivoco, viene espressa in modo eretizzante o non-cattolico.

Guarderemo ciascun metodo alla sua volta.

a) Il Tacere

Abbiamo notato nel capitolo 9 che molte dottrine vengono taciute, ossia quelle considerate come ‘negative’: sull’esistenza dell’Inferno per esempio, sul Peccato mortale, e sulla santa Comunione sacrilega. Guardiamo la santa Comunione sacrilega. Questa dottrina non viene quasi mai più insegnata né predicata. Di fatti, il passo di san Paolo che lo condanna, che compare nel Rito romano antico sulla Festa del Corpus Domini e sul Giovedì Santo, è stato soppresso su tutte e due Feste nel Nuovo rito .

Chiaramente questo tacere, come qualsiasi altro tacere di dottrina, non è solo qualche cosa di neutro: la mancanza di compiere un atto; bensì qualche cosa di positivo: un vero atto, un atto di negazione. Perché se a qualcuno viene affidata una dottrina come principio morale da predicare, e poi non la predica, l’unica spiegazione possibile è che lui non la ritiene necessaria per la morale, e dunque, per tutti gli effetti possibili, la nega.

Se un operaio avverte il preside di una scuola che c’è un cavo elettrico scoperto in una certa stanza, ed ammonisce lo stesso di non far entrare gli alunni in questa stanza per il rischio di elettrocuzione, ma il preside tace nell’avvertimento, il suo tacere, per tutti gli effetti possibili, eguaglia ad una negazione del fatto in questione.

Al tacere delle dottrine cattoliche da parte dei modernisti, possiamo applicare la dichiarazione di papa Felice III sul Patriarca Acacio nel VI secolo: ‘Error cui non resistitur approbatur, et veritas quae minime defensatur, opprimitur: l’errore a cui non ci si oppone, deve considerarsi approvato, e la verità che viene difesa in modo minimale è oppressa’.
b) L’Equivoco

Il secondo metodo di oscurare una dottrina è l’equivoco o ambiguità. Mettiamo l’equivoco nel suo contesto.

Quanto alla testimonianza alla Fede, il cattolico assente a ciò che dichiara una dottrina e nega ciò che nega: dice sì al sì e no al no, come il Signore stesso ci insegna (Mt. 5,37): ‘Il vostro parlare sia sì, sì – no, no, ciò che è in più viene dal maligno’. L’eretico del passato, in vece, dice sì al no e no al sì; mentre l’eretico moderno, mediante l’equivoco, dice sì e no al sì, e sì e no al no.

Quanto all’epistemologia, bisogna dire che se un punto di forza della dottrina cattolica è la sua chiarezza, un punto di forza del Modernismo è la sua confusione. La chiarezza illumina la mente per accettare la verità, mentre la confusione confonde la mente per accettare la falsità.

Procediamo adesso a dare tre esempi dell’equivoco.

i) Le finalità del Matrimonio

Fino a qualche tempo fa, la santa Chiesa cattolica insegnava in modo costante che la finalità primaria del Matrimonio è la procreazione, e la finalità secondaria l’assistenza reciproca, o amore, degli sposi. Mentre nel Concilio Vaticano II, nel nuovo codice di Diritto Canonico, e in varie encicliche successive, si mette adesso l’amore al primo posto, e la procreazione al secondo (senza però esplicitamente definire l’amore come ‘finalità primaria’, né la procreazione come ‘finalità secondaria’).

Chiediamoci nello spirito del capitolo 9: La dottrina del passato era vera e la dottrina del presente è falsa? Oppure la dottrina del passato era falsa e la dottrina del presente è vera? Oppure la dottrina del passato era vera allora ma adesso è falsa? Oppure la dottrina del passato era vera in un senso e la dottrina del presente è vera in un altro senso? E in questo caso perché la dottrina del presente ha precedenza su quella del passato? And answer comes there none.

ii) La Santa Messa

Nella versione definitiva dell’Art.7 dell’Istitutio Generalis, l’introduzione ufficiale al Novus Ordo Missae, la Santa Messa viene presentata in questi termini: ‘Missa seu Cena dominica….memoriale Domini seu sacrificium eucharisticum: la Messa o la Cena del Signore…. la Commemorazione del Signore o il sacrificio eucaristico’. In altre parole la Santa Messa viene identificata con la Cena del Signore nel primo caso e con la Commemorazione del Signore nel secondo. Questo però è un equivoco. La Santa Messa è la Cena del Signore e la Commemorazione del Signore (cioè del Calvario) in un certo senso (non-essenziale), ma presentandola così simpliciter, suggerisce che lo sia essenzialmente: ciò che è una posizione protestante . In altre parole, presentare la Santa Messa in termini carichi di senso protestante è presentarla in senso protestante.

iii) Il Papato

Il professor Romano Amerio, nel suo contributo al ‘Congresso teologico sì sì no no’ Anno XXII. Numero 7, 30 aprile 1996 ‘La Dislocazione della funzione magisteriale’, cita una considerazione di papa Giovanni Paolo II nell’enciclica ‘Ut unum sint s.95: ‘di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunziando in alcun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova’, e commenta: ‘Che è come dire: E’ irrenunciabile, ma non è irrenunciabile. E’ un principio assoluto, ma non è un principio assoluto. L’infallibilità del papa è una rupe immota ‘però’… e quando dici ‘però’ hai già operato il cedimento’.
c) La Natura dell’Oscurantismo

In sintesi, abbiamo dato qualche esempio per mostrare come il Modernismo oscura la dottrina cattolica: oscura la dottrina cattolica sulla santa Comunione sacrilega; sull’ordine delle finalità del matrimonio; sulla natura sacrificale della santa Messa; e sul primato di Pietro.

Ma non solo oscura queste dottrine, bensì le oscura in favore dell’eresia e della falsità, perché tacere il sacrilegio eguaglia a negarlo; il rovescio nell’elencare le finalità del matrimonio insinua un rovescio nella loro valutazione; presentare la santa Messa in termini protestanti favorisce la teologia eucaristica protestante; e qualificare ciò che è assoluto lo relativizza.

Questo Oscurantismo può essere considerato come una specie di eclisse parziale o piena della Fede. E’ parziale quando si tratta di un equivoco che non ammonta ad una contraddizione formale; è piena quando si tratta di tacere completamente la dottrina cattolica, o quando la dottrina viene espressa in termini contraddittori: perché chi nega il principio di non-contraddizione in riguardo ad un determinato dogma nega la possibilità stessa della sua verità. Il risultato di tale negazione è una Fede senza verità: una Fede determinata solo da sentimenti e da atteggiamenti soggettivi, che non è più una Fede affatto.
II Le Conseguenze del Modernismo

Se l’Eresia del passato agisce come ‘un colpo di pugnale’ nelle parole dell’Abbé Dulac, l’Eresia modernista agisce come un veleno lento: così che si può andare a letto un giorno con la Fede e alzarsi all’indomani senza la Fede.

Il Modernismo agisce come un veleno lento in quanto, oscurando una dottrina della Fede, indebolisce la virtù della Fede: cioè indebolisce l’aderenza della volontà alla Verità rivelata. In questo modo il Modernismo fa dubitare su tutti i dogmi della Fede.

In conseguenza, i dogmi vengono additati come ‘problemi’: ‘il problema della Risurrezione’, ‘il problema del Peccato Originale’, ‘il problema dell’Inferno’, eccetera. I dogmi della Fede non sono problemi, però: sono verità sovrannaturali : sono problemi solo per coloro che negano la Fede.

La Fede diviene un ‘problema’, dunque, e viene relegata ad un posto vicino alle credenze di altre religioni, o viene trattata come una tematica tra una varietà di altre tematiche. Così la Fede viene sostituita da ‘favole’: ‘Rifiuteranno di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole: a veritate quidem auditum avertent, ad fabulas autem convertentur’ (2. Tim.4.4).

I membri della Gerarchia e del Clero, quindi, in un esercizio illegittimo del loro munus docendi, mettono in valore altre confessioni cristiane o altre religioni, oppure abbandonano in grande misura l’insegnamento della vera Fede in favore di tematiche come l’antropologia, la sociologia, la psicologia, o la politica. Rinunciando a definizioni ed anatemi, ricorrono nelle loro dichiarazioni ufficiali a cascate di parole intellettualizzanti ed impenetrabili , e nelle loro prediche a racconti e barzellette.

Il vuoto di questo insegnamento, una volta spogliato della sua sofisticazione, si manifesta chiaramente nella catechesi dei bambini. Quali visioni di verità e di santità vengono date a loro nei giorni puri della loro fanciullezza per radicarli nella Fede, nella vita dei sacramenti e delle virtù? O per richiamarli nelle loro ultime ore di vita all’abbraccio della Divina Misericordia? .

Oscurare un dogma, particolarmente negando il principio di non-contraddizione, ha un effetto ulteriore, però, e ancor più notevole, come abbiamo accennato alla fine della sezione antecedente, cioè non solo oscura la Fede intera, ma anche la nozione stessa della Verità. Poiché le dottrine cattoliche sono verità, ossia verità oggettive: anzi sono verità assolute e più certe delle verità dei sensi; e pretendere che allo stesso tempo e nello stesso modo possano essere e vere e false, è negare la possibilità stessa della Verità.

Fin quanto si allontana dalla concezione della verità e della realtà oggettive, si avvicina a quella della verità e realtà soggettive. Così facendo, però, si è sulla strada che conduce alla pazzia, perché la pazzia è niente altro che l’abbracciare la realtà soggettiva.

L’ordine del Vero cede all’ordine del Bene. La verità non viene più considerata come guida del comportamento, bensì ‘l’amore’: un amore però che non è più specificato dalla realtà. Questo amore, in quanto razionale, si manifesta nell’umanesimo, un umanesimo leggermente colorito dal cristianesimo con una tendenza verso l’attivismo; in quanto emozionale, si manifesta nel sentimentalismo e nella preoccupazione eccessiva per le sensibilità altrui.

L’oggettivo cede al soggettivo, e il fiume del Modernismo riaffluisce in quel vasto oceano di soggettivismo dal quale è provenuto.

14. L’ECUMENISMO

In principio era l’Ecumenismo, l’Ecumenismo era presso Dio e l’Ecumenismo era al di sopra di Dio.’

Quale esempio insigne del Modernismo, e più in particolare dell’Oscurantismo che opera tramite l’equivoco, presentiamo la dottrina dell’Ecumenismo.

Introduzione

Cos’è l’Ecumenismo? L’etimologia del termine ‘Ecumenismo’ è ‘oikoumenè’, la parola greca che significa ‘mondo’. Il termine ‘Ecumenismo’ significa dunque qualche cosa che riguarda tutto il mondo: qualche cosa di universale.

Orbene, il termine Ecumenismo (con il suo significato di universalismo), viene inteso in due sensi distinti: il primo senso è che tutto il mondo deve divenire cattolico; il secondo senso è che gli aderenti di tutte le confessioni cristiane o di tutte le religioni (come se ci fossero altre religioni fuori che la sola vera Religione cattolica) si devono unire fra di loro su un livello putativamente spirituale.

Il primo senso di Ecumenismo corresponde all’Evangelizzazione ed è il senso cattolico; il secondo senso – che purtroppo è il senso di gran lunga il più comune del termine – è il senso non-cattolico.

Che il primo senso sia cattolico è già chiaro nell’etimologia del termine ‘cattolico’ che significa ‘intiero’: viene dalla parola greca ‘holos’, e si rapporta, tra l’altro, a tutto il genere umano. Che il secondo senso è non-cattolico si manifesta nelle caratteristiche che adesso elencheremo: il vuoto, il sentimantalismo, ed il male.

I VUOTO
L’Ecumenismo (falso) è senza sostanza: è vuoto sia logicamente che moralmente

1) Vuoto logico

Ci sono due tipi di Ecumenismo falso. Il primo tipo è quello che mira all’unione di tutte le confessioni cristiane, o tutte le ‘religioni’ o ‘fedi’, ritenendo che tutte siano vere; il secondo tipo è quello che mira a quest’unione sulla base del loro denominatore comune più basso.

Presentiamo adesso le incoerenze logiche di ognuno.

a) L’Incoerenza del primo tipo d’Ecumenismo falso

Quanto al primo tipo, citiamo san Pio X nella Pascendi: ‘…i Modernisti non negano, concedono anzi, altri velatamente, altri apertissimamente, che tutte le religioni son vere…’ Il Papa si riferisce ad una concezione soggettivista della religione che si riduce all’esperienza personale che ognuno ha del Dio della propria religione, assieme al simbolismo che gli appartiene. Questa concezione, come abbiamo già osservato nel capitolo precedente sull’Immutabilità della Fede, è stata condannata da lui nel Decreto Lamentabili e nella sovracitata Enciclica Pascendi.

Non mancano comunque coloro che continuano ad affermare che tutte le fedi o religioni siano vere anche sulla concezione oggettiva della fede o religione. Bisogna rispondere che questa teoria offende il principio di non-contraddizione (cfr. il capitolo precedente) poiché c’è un’unica realtà e ogni fede o religione ne presenta una visione diversa ed esclusiva. Così che l’aderente convinto di qualsiasi fede o religione pretende che la sua visione sia giusta e le visioni degli aderenti delle altre siano false: pretende, in una parola, che la sua fede o religione sia l’unica vera fede o religione.

La santa Chiesa romana cattolica può andare ancora più lontano e dire non solo che la propria è l’unica vera fede e religione, bensì l’unica fede e religione in assoluto. Perché, come abbiamo visto nel primo capitolo, la Chiesa insegna che la Fede è un tipo di conoscenza, ossia conoscenza della realtà, cioè di Dio; e come c’è una sola realtà ed un solo Dio, non ci può essere più di una conoscenza di questa unica realtà, cioè di questo unico Dio. La Chiesa ci insegna inoltre che solo la Fede cattolica (insieme al battesimo) ci unisce a questo Dio, e che dunque la Fede cattolica è anche l’unica religione, poiché ‘religione’ non significa altro che la struttura spirituale che ci lega (ligat in latino) a Dio.

La popolarità della teoria che tutte le ‘fedi’ o ‘religioni’ siano oggettivamente vere ci mostra quanto l’uomo di oggi sia divenuto incapace del pensiero logico – anche se l’assurdità della teoria non la rende meno rispettabile agli occhi dei Modernisti.

b) L’Incoerenza del secondo tipo d’Ecumenismo falso

Il secondo tipo d’Ecumenismo riduce la Fede ad un’amalgama di credenze diverse che poi paragona con quelle delle altre ‘fedi’ o ‘religioni’ in ricerca di una base comune d’unione. La santa Chiesa Cattolica invece (come abbiamo constatato già nel primo capitolo) insegna che la Fede costituisce un’unità indivisibile, che deriva dal suo oggetto che è Dio come è di per Sé Stesso. Per questo motivo non è possibile prescindere da qualsia dottrina cattolica nell’ interesse della conformità ad altrui.

2) Vuoto morale

Ora l’Ecumenismo si presenta come un tipo di amore spirituale, ossia tra membri della Chiesa cattolica e coloro che sono fuori di essa: un tipo di amore che promuove il loro bene spirituale tramite un’unione spirituale con loro. Per valutare questo tipo di amore, guardiamolo alla luce dell’amore che la santa Madre Chiesa nutrisce per tutti gli uomini.

Questo amore si orienta verso il loro bene definitivo ed eterno in Cielo: la loro salvezza alla Gloria di Dio. Questo è il fine ultimo della Chiesa che Ella ricerca per mezzo dell’unione triplice con loro che consiste:
a) nell’unione sotto l’autorità della gerarchia cattolica;
b) nell’unione dei sette sacramenti; e
c) nell’unione della Fede cattolica.

Guardando l’amore ecumenico a questa luce, vediamo che non è un amore spirituale affatto, poiché non comprende né un’unione spirituale (in alcun senso sostanziale della parola) né un bene spirituale.

a) Mancanza di unione spirituale
i) L’unione ricercata dall’Ecumenismo è soltanto un’unione parziale, in quanto mancano uno o più dei tre elementi che costituiscono l’unione triplice, e perciò non è salvifica;
ii) L’unione spirituale ricercata dall’Ecumenismo non è salvifica dunque. Ma tipicamente non è neanche sovrannaturale, poiché L’Ecumenismo tipicamente riduce il Cattolicesimo alla Fede (intesa solo come un’insieme di credenze), e così facendo ignora i sacramenti, che elargiscono sull’uomo la Grazia sovrannaturale: il mezzo necessario per unirlo a Dio quaggiù e nel Cielo. Osserviamo che nei due documenti del Concilio Vaticano II Ad Gentes e Nostra Aetate (che riguardano il rapporto tra la Chiesa e le religioni non-cristiane) non occorre mai il vocabolo ‘sovrannaturale’ (cfr. Iota Unum s.253);

iii) L’unione spirituale ricercata dall’Ecumenismo tipicamente non è neppure morale, poiché tipicamente esso riduce la Fede a quelle dottrine che concernono la natura della Realtà e di Dio. Così facendo, però, trascura le dottrine morali che fanno una parte essenziale della Fede, e che sono necessarie per la vita eterna anche esse. La Fede in una parola è la luce che ci mostra la via al Cielo.

b) Mancanza di un bene spirituale

La Chiesa cattolica cerca l’unione spirituale triplice con altri, perchè sola questa può condurli al loro bene spirituale, cioè la vita eterna. L’Ecumenismo, invece, cerca un’unione inferiore che mira ad un bene inferiore: la pace o felicità terrena, che costituisce un bene meramente politica. In una parola, la Chiesa cerca un bene spirituale che mira alla vita eterna, mentre l’Ecumenismo cerca un bene terreno che mira alla vita presente. Questo bene terreno è al massimo solo un compito secondario della Chiesa, come conseguenza del Suo compito primario cioè il bene spirituale dell’uomo, e chiaramente non è mai da cercare a costo di quello spirituale.

Concludiamo che l’Ecumenismo non è il tipo d’amore che conviene tra la Chiesa e le altre religioni o confessioni. Il tipo d’amore che conviene è piuttosto l’Ecumenismo vero, o, secondo il termine più tradizionale e chiaro, l’Evangelizazzione, in quanto, come ogni tipo di amore razionale, mira al vero bene degli altri. Anzi, come abbiamo appena detto, mira al loro bene supremo che è la loro salvezza, che cerca di assicurare mediante la loro conversione.
II Sentimentalismo

1. La Natura dell’amore ecumenico

Forse qualcuno proverà a difendere questo falso Ecumenismo, che è la ricerca del bene terreno dell’uomo, sostenendo che sia comunque una forma di amore, anche se non un amore spirituale, e dicendo: ‘Basta l’amore’ e che nell’analisi finale l’amore è lo scopo della nostra vita, anzi che Dio Stesso è amore: nel senso che la Santissima Trinità è un mistero di amore tra le Tre Persone Divine.

. Procediamo dunque indagando più da vicino la natura dell’amore ecumenico, prima l’elemento di unione, poi il bene che viene mirato da questa unione.

a) Unione ecumenica

Inanzitutto chiediamo in cosa consistono le unioni ecumeniche. In primo luogo il ‘Dialogo’ (vide infra), e poi iniziative comuni quali assemblee interreligiose o interconfessionali o gesti diplomatici come può essere il piantare alberi o l’abbracciarsi.
Cosa unisce i partecipanti alle iniziative ecumeniche? Credenze ed ideali comuni, a prescindere da divergenze dottrinali. Questo principio viene tipicamente espresso collo slogan ‘E’ importante ciò che abbiamo in comune, non ciò che ci separa’. In rapporto alle altre religioni in particolare, viene spesse volte espresso collo slogan ‘Adoriamo lo stesso Dio’.
Il rimarchevole delle unioni ecumeniche è che prescinde dalla Verità oggettiva. Questo però è irrazionale poichè per rapportarsi con altre confessioni o religioni in modo razionale e realista, bisogna chiaramente prrendere in considerazione la verità intiera, e non soltanto una parte di essa: non solo credenze ed ideali comuni, ma anche differenze dottrinali.
Dopo un momento di riflessione possiamo vedere di fatti, che non è tanto ciò che ci accomuna alle altre confessioni e religioni che importa, quanto ciò che ci separa: poichè ciò che ci separa è la Fede, e la Fede tiene la chiave alla vita eterna.
Prendiamo l’esempio delle altre religioni monoteiste: Giudaismo ed Islam. Il fatto che loro ‘adorano lo stesso Dio’ che noi è irrelevante, perché il Dio che adorano loro è lo stesso che il Dio della Fede cattolica solo nel senso filosofico: come l’Essere Stesso, il Creatore e Fine di tutte le cose. Mentre il Dio che adorano loro non è lo stesso che il Dio della Fede cattolica nel senso teologico, poichè Dio nel senso teologico è la Santissima Trinità: ciò viene negato dal Giudaismo, dall’Islam, e da tutte le altre religioni monoteiste. Ma ciò che importa nei rapporti colle altre religioni è propria questa credenza nell’unico Dio nel senso teologico, la credenza che professiamo nel Credo con le parole: Credo in unum Deum: la credenza in Dio Santissima Trinità, perchè solo questa credenza è salvifica.
b) Il Bene Ecumenico

Abbiamo già parlato del bene mirato dall’Ecumenismo, che è cioè un bene prettamente terreno. Questo bene giustificherebbe di fatti l’iniziativa ecumenica se non ostaculasse il bene spirituale dell’uomo, come abbiamo già accennato, perseguendo in questo modo un fine secondario della Chiesa a costo del Suo fine primario. Per di più conduce ad una serie di mali ulteriori che elencheremo nella prossima sezione.
Il falso Ecumenismo è un amore non adatto, dunque. Il vero Ecumenismo, invece, è un amore giusto e vero, poiché, come ogni tipo di amore giusto e vero, mira al vero bene di altrui. Anzi, mira al suo bene supremo che è la sua salvezza, che cerca di assicurare mediante la sua conversione.

Che il tipo di amore proposto da questa forma di Ecumenismo falso non è adatto si può illustrare coll’immagine seguente: un numero di persone sta provando ad attraversare l’oceano. Alcune di queste viaggiano su una grande barca costruita per sopravvivere tempeste e ogni tipo di pericolo, e fornita di tutto ciò che occorre per un lungo traghetto. Altre persone viaggiano su barche più piccole: barche a vela, barche a remi; e altre ancora su galleggianti o anche solo nuotando. Solo la grande barca raggiungerà l’altra sponda con sicurezza; qualche altra barca riuscirà forse, ma con difficoltà; le altre barche e persone invece certamente non riusciranno. Le persone sulla grande barca non provano a convincere le altre a venire a bordo della loro barca ma solo si limitano a salutarle allegramente mentre passano. Come il lettore avrà capito: la grande barca è la Chiesa cattolica; l’oceano è il mondo; le persone fuori di questa barca sono coloro che non appartengono alla parte visibile della Chiesa.

Ovviamente è più facile e anche più piacevole, almeno a breve termine, di agitare la mano e sorridere beatamente ad un altro da una bella barca, che dirgli che sta nell’errore, convincerlo a lasciare la sua barca (che probabilmente gli piace anche), e di venire a bordo della propria. E se viene, ci sarà poi tutta la fatica di occuparsi di lui.

Abbiamo detto che l’Ecumenismo falso è un amore non adatto. Come lo possiamo caratterizzare più precisamente? In quanto prescinde dalla Verità oggettiva, è irrazionale come abbiamo già accennato, e per quello non costituisce l’amore razionale, bensì solo l’amore emozionale. Si può caraterizzare più precisamente come il sentimentalismo. In termini scolastici, è la passione dell’amore piuttosto che la virtù dell’amore.

Questo sentimentalismo ha fatto la sua prima apparizione ufficiale nella Chiesa nei testi del concilio Vaticano II, in un atteggiamento e linguaggio sentimentali e morbidi verso le altre religioni e soprattutto verso il mondo contemporaneo, e notevolmente anche nella sua nuova dottrina etica (a cui abbiamo accennato nel capitolo precedente) secondo cui la prima finalità del matrimonio è ‘l’amore’. Come surrogato del vero amore, della virtù dell’amore, l’amore emozionale è effeminato e svirilizzato. In virtù della mancanza di formazione e vigilanza del Clero e dei fedeli, si è potuto far passare per il vero amore.
c) Errore di base

L’errore di base dell’Ecumenismo, che è nel contempo uno degli errori principali del concilio Vaticano II come anche del Modernismo in genere, è questa stessa sostituzione dell’amore razionale, e più particolarmente della Carità, dall’amore emozionale.
Dalla perspettiva psicologica questo errore consiste nell’accordare la priorità logica ad un’operazione di una facoltà inferiore dell’anima, cioè della sensibilità, su quella di una facoltà superiore, cioè della volontà.
Dalla perspettiva metafisica, l’errore consiste nell’accordare la priorità all’ordine del Bene sull’ordine del Vero. Guardiamo adesso in dettaglio la questione metafisica.

i) A livello naturale

L’anima dell’uomo ha due facoltà principali: la conoscenza e la volontà (o amore razionale), e tutte e due si devono adoperare nell’agire. Il motivo più profondo ne è che tutte e due le facoltà sono necessarie all’uomo per glorificare Dio pienamente.

All’obiezione che ‘Basta l’amore’ rispondiamo coll’affermazione che è necessaria anche la conoscenza. E si deve precisare che la conoscenza ha la precedenza (logica) sull’amore, in quanto l’amore è cieco, e deve essere guidato dalla conoscenza: prima di amare, bisogna sapere cosa amare e come amare. Se un ubriaco mi chiede cento euro ed io glieli do, non sto praticando l’amore perché in questo modo, ossia dandogli soldi, non lo sto amando. E se qualcuno prova ad attraversare l’Oceano nuotando, non lo sto amando se gli agito solo la mano dalla mia bella barca mentre lo sorpasso.

ii) A livello sovrannaturale

A livello sovrannaturale si tratta della conoscenza della Fede, e dell’amore della Carità. Ambedue – Fede e Carità – si devono adoperare nell’agire dell’ uomo. Non basta avere la Fede per essere salvati; non basta amare per essere salvati; ma occorre e la Fede e la Carità.

Per di più, la Fede (come conoscenza sovrannaturale), ha la precedenza logica sulla Carità (come amore sovrannaturale). L’oggetto della Fede è Dio, la Santissima Trinità, e non possiamo amarLo con la Carità prima di conoscerLo con la Fede.

Ad un livello ancora più profondo, possiamo dire col professore Romano Amerio, nel suo libro ammirevole Iota Unum, che la conoscenza precede l’amore in definitiva nel mistero della Santissima Trinità Stessa, perché la conoscenza di Dio tramite il Verbo precede l’amore di Dio tramite lo Spirito Santo: il procedere del Figlio dall’Intelletto del Padre precede il procedere dello Spirito Santo dall’Amore reciproco del Padre e del Figlio. In questo modo possiamo dire che Dio, prima di essere un mistero di Amore, è un mistero di Verità .

Vediamo dunque che i falsi ecumenisti si sbagliano quando agiscono come se bastasse l’amore, perché – ribadiamo – sono necessarie sia la conoscenza sia l’amore, ove la conoscenza ha la precedenza sull’amore; la Fede sulla Carità; il Vero sul Bene.
III Il Male dell’Ecumenismo Falso

Abbiamo chiamato l’Ecumenismo (falso) un’amore surrogato. Chi l’ha inventato se non il Demonio, l’Imitatore di Dio ed il Maestro di ogni inganno? E’ invenzione sua, o piuttosto un uso nuovo di un’invenzione sua antica, che è cioè le false religioni: perchè creò le false, o non-cattoliche, religioni collo scopo di trascinare l’uomo via dal suo fine ultimo che è il Cielo. A questo fine l’Exterminator (cf. capitolo 20) badava attentamente a conservare in esse alcuni elementi del Vero e del Bene Oggettivi per renderle più attraenti ed accettabili alle sue vittime.

Nell’epoca contemporanea, dunque, ha trovato un nuovo uso per gli stessi elementi, presentandoli con parole quali: ‘E’ importante ciò che abbiamo in comune, non ciò che ci separa’. Così ha potuto orchestrare la grande Sciarada ecumenica del sentimentalismo per la corrosione della Fede cattolica: religioni surrogate orientate verso un’evangelizazzione surrogata tramite un amore surrogato.
In quali mali consiste questa corrosione della Fede cattolica?
1.) Il primo male dell’Ecumenismo lo abbiamo già menzionato, ossia che oscura la Fede. Essendo di fatti un’iniziativa modernista tipica, l’Ecumenismo è di per la sua natura oscurantista. Se il Papa abbraccia il Dalai Lama , se prega con lui o con qualche altro capo di Religione; se un sacerdote cattolico recita le parole di consacrazione della santa Messa assieme ad un ministro protestante, sembra che abbiano qualche uguaglianza spirituale tra di loro, ma quale precisamente?

Ciò che l’Ecumenismo oscura in particolar modo è l’unicità della Fede e Religione cattoliche, poichè mettendo la Fede e Religione cattoliche sul livello delle altre ‘Fedi’ o ‘Religioni’ , oscura il fatto che è l’unica vera Fede e Religione e l’unica che possa salvare l’uomo, contenendo in sé la pienezza delle dottrine e la pienezza dei sacramenti necessari per la salvezza.
2) Il cattolico che in qualche gesto ecumenico cerca solo ciò che si accomuna alle altre confessioni cristiane o ad altre religioni: chi cerca solo ciò che si unisce con queste, indebolisce la Fede (la propria ed eventualmente anche quella degli altri che ne sono i testimoni) in quelli articoli che lui tace.

Per esempio, chi cerca solo ciò che si unisce ai Luterani, tace, e in seguito anche indebolisce, la Fede, tra l’altro, nella natura sacrificale della santa Messa, nei sette Sacramenti, e nel culto alla Madonna; chi cerca ciò che si unisce agli ebrei o ai musulmani, tace, e poi indebolisce, la Fede nel mistero della Santissima Trinità, e nella divinità e la missione salvifica di Nostro Signore Gesù Cristo, che costituiscono, come abbiamo fatto notare in capitolo 7, proprio il nucleo essenziale della Fede.

3) Chi oscura ed indebolisce la Fede, diminuisce la possibilità stessa della salvezza (la propria o quella di coloro che sono testimoni del gesto).

4) L’Ecumenismo umilia la Chiesa, mettendo la Sposa Immacolata di Cristo sullo stesso livello delle invenzioni del Demonio.

5) Offende Nostro Signore Gesù Cristo in quanto Fondatore della Chiesa, mettendoLo sullo stessso livello dei fondatori delle altre ‘Religioni’ che Lo negano, rigettono, o blasfemano.

6) In quanto l’ecumenista oscura e tace la Fede, in quanto umilia la Chiesa ed offende Nostro Signore Gesù Cristo, incorre il dispiacere del Signore Stesso Che dice: ‘Chi si vergognerà di me e dell mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi’ (Lc. 9. 26).

7) Chi in questo processo di avvicinamento illegittimo verso altre religioni o confessioni addirittura nega anche un unico articolo di Fede, non solo indebolisce la sua Fede, ma pure diviene eretico e la perde completamente.

8) Chi nega la Fede intiera o il nucleo della Fede diviene apostata.

9) Sul livello globale, il Cattolicesimo in confronto con le altre confessioni sprofonda, mediante l’Ecumenismo, come possiamo ormai dolorosamente attestare, in una specie di vago umanesimo leggermente colorito dal cristianesimo .

10) In confronto colle altre religioni, invece, il Cattolicesimo si scioglie in una religione naturalista chiusa alla Grazia. Questa religione può rivestire una di due forme:
a) un’amalgama di tutte le religioni, che diviene una specie di vago umanesimo neppure colorito dal cristianesimo;
b) un’amalgama delle religioni monoteiste.

Questa seconda forma di religione a sua volta può essere di due tipi: il primo un vago deismo; il secondo un monoteismo che tiene salvo ciò che le tre grandi religioni monoteiste hanno in comune teologicamente, cioè grosso modo l’Antico Testamento. In questo caso il Cattolicesimo e l’Islam si sciolgono effettivamente nel Giudaismo, o più precisamente nella religione mondiale giudaico-massonica conosciuta come il‘Noachismo’ . Era proprio questo il motivo dell’Incarnazione, della Vita, della Passione, e della Morte in Croce tra spasimi atroci di dolore di Nostro Signore Gesù Cristo?
*

Il male dell’Ecumenismo è, dunque in sintesi, che oscura, tace, e indebolisce la Fede; diminuisce la possibilità della salvezza; umilia la Chiesa, offende e dispiace a Nostro Signore Gesù Cristo; tende verso l’eresia e l’ apostasia; spinge il cattolicesimo nella direzione dell’ umanesimo, deismo, e del Noachismo. Non ci deve dunque sorprendere che al periodo delle prime assemblee tra le varie confessioni non-cattoliche, la Chiesa dichiarò esplicitamente per la bocca del sommo pontefice Pio XI (Mortalium Animos 1928) che: ‘… è chiaro che la Sede Apostolica non può in nessun modo partecipare alle loro riunioni e che in nessun modo i cattolici possono aderire o prestare aiuto a sifatti tentativi; se ciò facessero darebbero autorità a una falsa religione cristiana assai lontana dall’unica Chiesa di Cristo.’ Chiaramente il principio che qua riguarda i rapporti tra la Chiesa e le altre comfessioni riguarda mutatis mutandis anche i rapporti tra la Chiesa e le altre religioni.

IV Le Origini dell’Ecumenismo

Rivolgiamo uno sguardo adesso sulle origini dei due tipi d’Ecumenismo.

Per sapere l’origine dell’Ecumenismo cattolico, bisogna guardare la natura di Dio Stesso. Dio è la Somma di ogni perfezione, Che ha creato tutte le cose per la propria gloria. Esse Lo glorificano in quanto Lo imitano: in quanto riflettono in sé stesse qualche cosa delle Sue infinite perfezioni. Il modo particolare in cui l’essere razionale Lo imita è tramite la sua ragione: ossia tramite la sua ragione può conoscere ed amare Dio, e così facendo imitarLo, in quanto Dio, come abbiamo già visto, conosce e ama Sé Stesso.

L’essere razionale può conoscere Dio come è di per Sé Stesso solo tramite quella conoscenza che è la Fede. La Fede gli è dunque essenziale per imitare Dio nel modo che gli è proprio: per glorificarLo da essere razionale e per compiere così lo scopo della sua esistenza.

La Fede gli è essenziale, dunque, ma lo è non solo in sé, ma anche per un motivo ulteriore, cioè per poter amare Dio come è di per Sé Stesso, tramite quel genere di amore che raggiunga Dio come è di per Sé Stesso, cioè la Carità. Abbiamo già spiegato a riguardo che bisogna conoscere una cosa prima di poter amarla.

Ecco dunque la ragione la più profonda perché occorre la Fede: ecco l’origine dell’Ecumenismo cattolico.

Quanto all’Ecumenismo non-cattolico, la sua origine può essere espressa più brevemente. Nel suo libro luminoso Il Concilio Vaticano II: Una storia mai scritta, il professor Roberto de Mattei scrive (I. 6 p.71): ‘L’ecumenismo nacque fuori dalla Chiesa cattolica e precisamente nell’ambiente missionario protestante, dove la molteplicità delle confessioni creava forti problemi al proselitismo.’

V Mezzi e fini dell’Ecumenismo

L’Ecumenismo cattolico avviene tramite l’insegnamento. Un compito imprescindibile della Chiesa è di insegnare la Fede: la Chiesa è in possesso della Fede tutta intiera che è la Verità assoluta ed immutabile, e deve insegnarla agli altri per la loro salvezza. La ragione ne è che per essere salvati devono conoscere Dio con la Fede ed amarLo con la Carità (di per Sé Stesso e tramite il prossimo), per glorificarLo quaggiù e in Cielo, come abbiamo appena accennato, e per salvare le loro anime.

L’Ecumenismo falso si esercita tramite il cosiddetto ‘Dialogo’. Questo viene inteso come una specie di relazione reciproca con l’altro, dove tutti e due stanno sullo stesso livello, dove l’uno è aperto all’altro e l’uno impara dall’altro vicendevolmente senza provare ad imporre la sua visione della verità sull’altro, in un processo di ricerca senza fine di una verità elusiva o mutabile, considerata meno importante del Dialogo stesso, o dello scambio ed amore fraterno che lo costituisce.

Per valutare questo concetto di Dialogo, bisogna spiegare che la santa Chiesa cattolica ha ricevuto la Verità da Dio Stesso che è la Verità tutta intiera. Nostro Signore Gesù Cristo, di Cui il Nome sia sempre adorato e benedetto, disse: ‘Io vi manderò lo Spirito della Verità, che vi condurrà alla Verità intera’. Questa verità è la Verità sovrannaturale, l’oggetto della Fede, la Verità assoluta e immutabile: più stabile della terra, delle stelle, della luna, e del sole, perché ‘il cielo e la terra passeranno, ma – dice il Signore – le mie parole non passeranno’.

Le parole del Signore, le Verità della Fede, sono immutabili e non cambieranno: neanche un iota cambierà, e nessun uomo di Chiesa ha l’autorità né il potere di cambiare il minimo dettaglio della Fede.

Ora, la santa Chiesa Cattolica ha ricevuto il mandato del Signore di predicare questa Fede, raccontato alla fine del vangelo di san Matteo con le parole: ‘Andate, dunque, e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato’; alla fine del vangelo di san Marco, con le parole: ‘Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura, chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato’; alla fine del vangelo di san Luca, con le parole: ‘Il Cristo doveva patire e risorgere e nel Suo nome saranno predicate a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati’.

Queste parole alla fine dei vangeli sono di fatti lo strumento per comunicare il contenuto dei vangeli alla intiera umanità: quegli avvenimenti e quelle parole dei trentatré anni di vita terrena dell’Adorabilissimo Figlio di Dio e di Maria che hanno cambiato per sempre la faccia di questa terra, e hanno determinato definitivamente il destino eterno di ogni uomo, dall’inizio dei tempi fino alla loro fine.

Questo mandato è il munus docendi, l’ufficio di insegnare di Nostro Signore Gesù Cristo Stesso. Questo Suo ufficio, assieme a quello di regere e quello di santificare, li ha tramandati alla Sua Chiesa Una, Santa, Cattolica, ed Apostolica, e ad ogni membro del Suo Clero.

Insegnare la Fede è dunque un ufficio, un compito, un obbligo, della Chiesa e del suo Clero: ‘Guai a me se non predico il vangelo’ dice san Paolo. Insegnare la Fede significa che la Chiesa, che è in possesso della Verità, la comunichi a qualcuno che non ne è ancora in possesso, a qualcuno che ne è ignorante, affinché questa persona venga in possesso di essa anche lui: affinché anche lui la conosca.
Non è un processo interminabile di dialogo, di discussione, di interessamento da parte della Chiesa alle opinioni false di altri, per cercare insieme una specie di amalgama del Vero e del Falso, nell’interesse di una convivenza puramente terrena, un fine puramente politico. E’ la comunicazione della Verità, dell’unica Verità: della Verità sovrannaturale e assoluta, la Verità che in fin dei conti è Nostro Signore Gesù Cristo Stesso che disse: ‘Io sono la Verità’, affinché ogni uomo venga alla conoscenza di questa Verità, e ogni uomo venga salvato.

Amen.
B. L’ANTI-RELIGIONE ERETICA

15. LA GNOSI ALL’INIZIO DEI TEMPI

Abbiamo spiegato sopra che la Fede è immutabile ed infallibile, e che si può sviluppare attraverso i secoli solo nella chiarezza e profondità della sua espressione. Abbiamo visto allo stesso tempo che negli ultimi anni dottrine si sono insinuate nel Magistero che non costituiscono né chiarimenti né approfondimenti della Fede, bensì piuttosto nuove dottrine, eretiche o eretizzanti, secondo il programma mortifero del Modernismo.

Ciò che ci vogliamo chiedere adesso a riguardo è se queste dottrine siano solamente misrappresentazioni o falsificazioni dei rispettivi articoli della Fede, oppure se formino nel loro insieme una nuova Religione addirittura. Lo studio che intraprenderemo in questa sezione del libro ci fornirà una risposta in termini della Gnosi.

Il grande teologo argentino Don Julio Meinvielle scrive: ‘In tutta la storia umana non ci sono che due modi fondamentali di pensare e di vivere, l’uno è cattolico ed è la tradizione ricevuta da Dio, tramite Adamo, Mosè, e Gesù Cristo; l’ altro gnostico e cabalistico (che) alimenta l’errore di tutti i popoli nel paganesimo e nell’apostasia, prima nel giudaismo e poi nello stesso cristianesimo’.

Il primo di questi grandi sistemi di pensiero e di vita è la Fede cattolica (compresa la sua fase precristiana), la seconda è la Gnosi. Il primo costituisce l’unica vera Fede, l’unica vera Religione. Il secondo, in quanto costituisce un corpo coerente di dottrine ed è largamente diffuso, in quanto nell’analisi finale à atea e si oppone essenzialmente all’una vera Religione, si può descrivere come un’ Anti-Religione o piuttosto come l’Anti-Religione per eccellenza. In quanto, allora, deriva la propria esistenza da un atto di eresia, da una negazione superba ed ostinato della Divina Rivelazione, si può descrivere più precisamente come ‘L’Anti-Religione Eretica’.
Come si può definire la Gnosi? La parola ‘gnosi’ viene dal greco gnosis, che significa ‘conoscenza’. Come vedremo in seguito, questa conoscenza viene intesa come una conoscenza arcana indirizzata all’autodivinizzazione dell’ uomo.

La Gnosi, il rivale perenne della Fede cattolica, si manifesta tra gli uomini per la prima volta nel Peccato Originale. Meditiamo dunque ora sul racconto di questo avvenimento primordiale nella Genesi.

‘Ora il serpente era astuto più di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna. ‘Davvero Dio vi ha detto di non mangiare di alcun albero di questo giardino?’ Rispose la donna al serpente: ‘Noi possiamo mangiare i frutti degli alberi che stanno in questo giardino, ma in quanto al frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ci ha detto – Non mangiatene, anzi neppure toccatelo, altrimenti morirete’. Allora il serpente disse alla donna: ‘No, voi non morirete, anzi Dio sa che il giorno in cui voi mangerete, vi si apriranno li occhi e sarete come Dio, conoscitori del bene e del male’: La donna vide che l’albero era buono a mangiarsi, piacevole agli occhi e desiderabile per avere la conoscenza. Colse perciò del suo frutto e ne diede all’uomo, che era con lei, il quale pure ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di ambedue e conobbero di essere nudi, intrecciarono delle foglie di fico e ne fecero delle cinture’.

L’avvenimento qua descritto, quello del Peccato originale, è stato sempre inteso ed insegnato dalla Santa Madre Chiesa come un avvenimento reale da parte del primo paio di uomini, Adamo e Eva. Fu un peccato di superbia e di disobbedienza a Dio, cagionato dalla seduzione del Demonio in forma di serpente: un’azione che, in quanto compiuta dai rappresentanti dell’umanità intera, ha recato danni non solo a loro ma anche ad essa.

Questo avvenimento costituisce allo stesso tempo il paradigma della Gnosi.

Innanzitutto osserviamo che la Gnosi si basa sulla negazione della Divina Rivelazione, sulla negazione della parola di Dio, cioè che il mangiare il frutto proibito avrà come conseguenza la morte. Questa negazione esprime la natura eretica della Gnosi, ossia, come abbiamo fatto notare nell’Introduzione, eretica in sensu lato: come negazione della Divina Rivelazione piuttosto che negazione del solo dogma.

Proseguiamo esaminando il sistema della Gnosi alla luce della Fede cattolica: prima nella sua concezione di Dio, poi nella sua concezione della pretesa conoscenza offerta all’uomo, e finalmente nella sua morale.

1) La Teologia gnostica

La caratteristica principale della teologia gnostica è il monismo. La ragione ne è semplice: se l’uomo può divenire Dio colle proprie sue forze, l’uomo deve partecipare alla natura di Dio: l’uomo e Dio devono possedere un’ unica natura, distinguendosi solo secondo il grado e la perfezione di questa natura.

La teologia gnostica è monista, dunque; la teologia cattolica invece è dualista, insegnando che l’uomo e Dio possiedono due nature diverse: la natura umana e la natura divina. Queste due nature non si distinguono solo ed essenzialmente nel loro grado di perfezione, bensì nella loro diversità ontologica.

Vediamo che la caratteristica principale della Gnosi, cioè il monismo, comprende in se un’altra caratteristica che è l’immanenza, perché se l’uomo e Dio possiedono la stessa natura, se non sono distinti nella loro natura, Dio deve essere immanente all’uomo.

La filosofia e teologia cattoliche insegnano, invece, come abbiamo visto nel nostro capitolo sul Panteismo, che Dio è trascendente all’universo. La filosofia insegna che Egli è assolutamente al di là e al di sopra dell’universo: assolutamente indipendente da esso. La teologia insegna lo stesso in quanto professiamo nel Credo che Dio è Creatore e Giudice del mondo: Egli, Che l’ha creato con un atto perfettamente libero di volontà, ed è anche il suo Maestro e Giudice, ne è per forza assolutamente indipendente.

Una altra caratteristica della teologia gnostica è la mutabilità di Dio. Secondo la Gnosi, Dio stesso è in processo di divenire. L’uomo diviene Dio, così che c’è un certo movimento e mutabilità in Dio.

La filosofia e teologia cattoliche, invece, insegnano che in Dio non c’è mutabilità, né movimento, né cambiamento, perché Dio è l’Essere stesso, la pienezza dell’essere, l’Atto puro in cui tutto è attualizzato.

Vediamo, in conclusione quindi, tre errori della teologia gnostica come già espressa nella Genesi: la tesi del monismo invece del dualismo; l’immanenza assoluta invece della trascendenza; la mutabilità invece dell’immutabilità di Dio, Atto puro.

La nostra analisi del Panteismo ci ha mostrato che la dottrina dell’ immanenza assoluta di Dio è logicamente insostenibile. Questo è perché il concetto di Dio, approfondito dalla riflessione teologica, è un concetto dell’ Essere necessariamente trascendente al mondo. Se noi neghiamo la trascendenza di Dio, sostenendo che Egli è solo immanente al mondo, neghiamo effettivamente la Sua stessa esistenza. Lo stesso vale per gli altri errori teologici della Gnosi: il monismo tra Dio e l’uomo, e la mutabilità di Dio.

2) La Conoscenza gnostica

A riguardo della concezione gnostica della conoscenza mediante la quale l’uomo si deve divinizzare facciamo le seguenti osservazioni:
a) La conoscenza di cui parla il brano della Genesi è di due tipi: il primo tipo è la conoscenza di come divinizzarsi, del mezzo ad un fine: cioè la conoscenza di una determinata pratica; il secondo tipo di conoscenza è il fine proposto ad Adamo ed Eva: cioè la conoscenza del bene e del male;
b) La conoscenza (in tutti e due casi) è puramente naturale;
c) E’ staccata dalla volontà: non è indirizzata a qualsiasi esercizio di volontà, a qualsiasi azione;
d) E’ ricercata per motivi di piacere, soprattutto sensuale: ‘L’albero era buono a mangiarsi, piacevole agli occhi, e desiderabile ad averne la conoscenza’;
e) E’ arcana: non è accessibile a tutti, bensì nascosta, anzi nascosta volontariamente da Dio, loro pretendono, per i suoi propri motivi questionabili.

Paragoniamo questa conoscenza offerta ai nostri primi parenti con la conoscenza di Dio secondo la Fede.

a) La conoscenza di Dio secondo la Fede è anche di due tipi: il primo tipo è la Fede stessa che è un mezzo per raggiungere il fine ultimo dell’uomo in Cielo; il secondo tipo di conoscenza è la visione beatifica, che è quel fine ultimo.
Come abbiamo già spiegato, la conoscenza di Dio che è la Fede, è la conoscenza della Santissima Trinità. Lo stesso vale per la conoscenza di Dio in Cielo. Si tratta dunque in tutte e due casi di una conoscenza infinitamente superiore a quella offerta ad Adamo ed Eva.
b) Questa conoscenza è una conoscenza sovrannaturale, un’illuminazione dell’intelletto per mezzo della Grazia o la Gloria rispettivamente; mentre, come abbiamo già detto, la conoscenza offerta ad Adamo ed Eva è di ordine prettamente naturale.
c) Inoltre la conoscenza di Dio è indirizzata verso l’esercizio della volontà nella Carità: per compiere ogni azione e condurre la vita intera per Dio in questo nostro esilio terreno, ed alla sua fine per riposarci e goderci di Lui in Cielo.
d) Il piacere non costituisce il motivo per cercare la conoscenza, ma è conseguenza di aver agito secondo questa conoscenza, conducendo una buona vita;
e) Finalmente la conoscenza di Dio quaggiù, cioè la Fede, non è arcana, ne nascosta da Dio, bensì rivelata agli uomini, col mandato di predicarla al mondo intero.
In conclusione, dunque, vediamo che la conoscenza gnostica non è che un pallido simulacro, un ingannevole surrogato, della vera conoscenza di Dio: Il suo oggetto non è la Santissima Trinità, il suo modo non è soprannaturale; è divorziato dalle buone opere, ricercato per piacere, e falsamente presentato come il vero Bene.

3) La Morale gnostica

Rivolgiamoci finalmente alla morale gnostica, come si manifesta nel brano della Genesi, paragonandola colla morale teologica cattolica.
a) Abbiamo definito la Gnosi come un sistema di autodivinizzazione. Come tale si oppone al cristianesimo che insegna la divinizzazione dell’uomo che proviene da Dio solo;
b) La prima divinizzazione è una trasformazione dell’uomo in Dio perdendo la sua identità, la seconda una partecipazione in Dio tenendo la sua identità;
c) Nella prima l’uomo si fà Dio ma senza Dio, invece di Dio, e malgrado Dio (San Massimo Confessore parlando del Peccato originale); nella seconda l’uomo si abbassa davanti a Dio.
d) La prima avviene tramite le sue forze naturali; la seconda tramite la Grazia soprannaturale di Dio.
e) La prima è una forma di autodeterminazione; la seconda una determinazione operata da Dio;
f) La prima avviene mediante una conoscenza naturale, e come ogni conoscenza naturale se ne impadronisce, si la domina, e si la assorbe nel soggetto; la seconda avviene mediante una conoscenza soprannaturale a cui il soggetto deve sottomettersi, sacrificando il suo intelletto alla Verità assoluta;
g) La prima conoscenza, come abbiamo detto, è divorziata dalle buone opere; la seconda è essenzialmente indirizzata ad esse;
h) La prima è motivata dal piacere, la seconda dall’amore;
i) La prima è accessibile solo ad una élite, la seconda a tutti.

In sintesi, la prima si caratterizza dalla superbia e dall’egoismo; la seconda dall’umiltà e dal sacrificio. In una parola si può dire che la Gnosi è l’egoismo elevato a stato di una religione.

La Gnosi permette di essere come Dio in un senso, cioè esercitando il libero arbitrio a fare tutto ciò che si desidera, ma al costo dell’eterna beatitudine. La Fede cattolica invece permette all’uomo di essere come Dio esercitando il libero arbitrio per rispettare l’ordine stabilito da Dio: l’ordine del Vero e del Bene oggettivo, per conoscere ed amare Dio quaggiù e nel Paradiso.

Nel Giardino dell’Eden ci sono due alberi: l’Albero della Conoscenza del bene e del male, e l’Albero della Vita. Per mangiare dal primo albero occorre la superbia, per mangiare dal secondo il sacrificio. Il primo rappresenta la Gnosi, la rivale perenne della Fede cattolica; il secondo rappresenta la Fede: perché il secondo è l’Albero della Croce i cui frutti sono tutte le grazie e le benedizioni quaggiù, e le gioie eterne nella patria celeste. Per avere le quali però, si deve passare attraverso la sofferenza, il sacrificio, portando la croce dietro al nostro Signore, al Cui Nome sia ogni Onore e Gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen.
I6. LA CA’BALA PERVERTITA

Abbiamo detto che la Gnosi si manifesta per la prima volta nella caduta dell’uomo.

Prima di continuare però, vogliamo segnalare che si manifesta nella sua essenza già prima: nella caduta degli angeli. L’essenza di una cosa viene determinata dal suo fine ultimo. L’essenza della Gnosi è dunque il tentativo da parte della creatura di divinizzarsi. Questo, però, era già avvenuto con la ribellione degli angeli. Lucifero e gli altri angeli hanno voluto farsi Dio, cioè senza Dio, con le proprie forze naturali. La conseguenza ne era la loro caduta e la loro trasformazione da angeli in demòni.

‘Quis ut Deus? ‘ replicò S. Michele Arcangelo, perché nessuno è come Dio, ma questa era precisamente la pretesa di Lucifero: di essere come Dio, e la stessa pretesa l’ha proposta, successivamente, ad Adamo ed Eva.

La Gnosi risale dunque, nella sua essenza, ai primi tempi dell’universo, al primo atto libero delle creature razionali. Da qui si sviluppa poi nel corso dei secoli per assumere un corpo teologico e morale sempre più ampio e sostanzioso. Prende strade diverse tra le religioni e le nazioni mondiali: una strada indù, una buddhista, ebrea; una strada persiana, egiziana etc.

Punteremo su quella ebrea, ritenendo con Don Julio Meinvielle che questa sia la forma di Gnosi più influente per il mondo moderno.

La Gnosi ebrea, ora, costituisce una perversione della Càbala. La Càbala, prima della sua perversione, era la tradizione orale del Vecchio Testamento. La Fede ebrea vera che è divenuta la Fede cattolica con l’Avvento del Signore, aveva una tradizione duplice, una tradizione scritta e una tradizione orale, precisamente come la Fede cattolica.

La tradizione orale, la Càbala primordiale, insegnava agli uomini le verità fondamentali della natura e della Grazia che potessero salvarli; parlava della natura di Dio, dei Suoi attributi, dei puri spiriti, e dell’universo invisibile;
parlava persino della Santissima Trinità e dell’Incarnazione del Signore già prima della Sua venuta.

Questa Tradizione sublime e mistica subisce, però, una perversione sotto l’influsso della Gnosi egiziana. La Gnosi egiziana risale a 3 millenni prima della venuta del Signore, e poi, naturalmente, fino all’inizio dei tempi. Questa perversione è avvenuta durante l’esilio del popolo ebreo in Egitto nel 14° secolo prima di Cristo, e poi a Babilonia nel 6° secolo, in modo ancor più deleterio.

Una parte di questo influsso consisteva in pratiche magiche ed una parte in dottrine false. Le dottrine false furono negazioni della Divina Rivelazione contenuta nella Fede ebraica precristiana, e dunque, come abbiamo spiegato nell’Introduzione, eresie in sensu lato, che si sono insinuate nella tradizione orale ebraica. Erano errori che rappresentano uno sviluppo di dottrine centrali della Gnosi. Le dottrine che vogliamo considerare adesso sono due:
1) La trasformazione dell’uomo in Dio;
2) il monismo tra Dio e l’uomo.

Guarderemo queste due dottrine nei loro vari sviluppi, prima alla luce della Fede, poi a quella della ragione.

1. La Trasformazione dell’Uomo in Dio

La dottrina della trasformazione dell’uomo in Dio viene elaborata come un processo di evoluzione, e comprende gli elementi seguenti:
a) Un uscire dal niente del mondo, dell’uomo, e di Dio;
b) La reincarnazione;
c) Il compimento e la realizzazione graduali di Dio e dell’uomo.

a) La Dottrina che Dio, il Mondo, e l’Uomo escano dal Nulla

La Fede ci insegna che Dio esiste eternamente e non ha un inizio nel tempo. Ci insegna altrettanto che il mondo e l’uomo non sono entrati in esistenza di per sé stessi, bensì Dio li ha creati e fatti dal niente, ex nihilo. Ma non dal niente come da una sostanza preesistente, bensì dal niente nel senso che non c’era nessuna sostanza preesistente.

La ragione insegna inoltre che niente può uscire dal niente, perché il niente, per definizione, non esiste.

b) La Reincarnazione

La Fede dice così nella Lettera agli ebrei (9.27): ‘E’ dato all’uomo una sola volta di morire, dopo di che viene il giudizio’. La Fede ci insegna inoltre che ci può dare uno sviluppo positivo dell’anima umana, ma non attraverso diverse reincarnazioni, bensì attraverso il suo perfezionamento morale e la sua santificazione.

La ragione insegna che la reincarnazione è impossibile perché ogni anima umana è il principio del proprio corpo umano: l’anima umana non può informare un corpo non-umano, e non può informare un corpo che non sia il proprio corpo.

c) Il Compimento e la Realizzazione graduale di Dio e dell’uomo
La Fede insegna che Dio è immutabile e non cambia. San Giacomo scrive (1. 16-17): ‘Non andate fuori strada, fratelli miei carissimi, ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce, nel quale non c’è variazione né ombra di cambiamento’.

La ragione ci dice in oltre che Dio è per definizione trascendente ed immutabile. Se qualcosa nell’uomo cambia, non è Dio.

Aggiungiamo un’ultima critica logica, che vale per tutte e tre queste dottrine
evoluzionistiche, cioè che: il maggiore non può derivare dal minore: la sostanza non può uscire dal nulla; Dio non può uscire dall’uomo; l’anima non può purificarsi da sola attraverso una serie di vite successive.

2. Il Monismo

Il monismo tra Dio e l’uomo viene elaborato nella direzione di tre monismi diversi:
a) Un monismo ontologico tra Dio e l’universo, dove l’universo viene considerato, in un certo qual senso, come divino; in altre parole si tratta del Panteismo;
b) Un monismo morale, dove il bene ed il male vengono considerati come parti integranti di un insieme più grande e più reale, che dunque non si distinguono realmente, un monismo morale che viene considerato in ultima analisi come Dio stesso;
c) Un monismo logico in cui il vero e il falso vengono conciliati anche loro, tra di loro.

a) Il Monismo tra Dio e l’universo (il Panteismo)

Bisogna rispondere a questo errore come abbiamo fatto all’errore del monismo tra Dio e l’uomo. La Fede insegna che Dio è Creatore: Credo in unum Deum, creatorem coeli et terrae. Dio è dunque interamente indipendente dall’universo, che Lui ha creato con un atto libero di volontà. Non è emanato da Lui secondo la Sua natura; non è venuto in esistenza necessariamente.

La ragione ci insegna, inoltre, che il concetto di Dio è un concetto di un Essere essenzialmente trascendente.

b) Il Monismo morale

lI monismo morale viene concepito in effetti come la tesi che il bene e il male siano una sola cosa e che il male esista in Dio.
La Fede ci insegna invece che il bene e il male sono dei principi distinti ed opposti fra di loro; che aderendo al bene l’uomo si salva, e aderendo al male si danna.

La Fede insegna ugualmente che Dio è infinitamente buono, il Padre delle luci, Che, per citare di nuovo San Giacomo (1.13): ‘non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male’.

La ragione, secondo la dottrina di San Tommaso, insegna che il bene e il male non formano un’unica cosa, in quanto il bene è l’essere stesso, ed il male ne è la privazione: ossia la privazione di un bene dovuto ad esso.

Il male non è in Dio, in quanto Dio è infinitamente e necessariamente buono. Come abbiamo detto delle altre perfezioni di Dio, cosi possiamo dire della Sua bontà: se non è buono non è Dio.

c) Il Monismo logico

Il monismo logico pretende che il vero e il falso formino anch’essi un’unica realtà. La Gnosi sostiene questo, per esempio, nel suo sincretismo, sostenendo che tutte le religioni e filosofie sono uguali.

La Fede insegna, per contrasto, che il Vero ed il Falso sono opposti, ed il Signore dice, come abbiamo già menzionato (Mt. 5. 37): ‘Le vostre parole siano: sì, sì, no, no. Il resto viene dal maligno’.

La ragione ribadisce che il falso è la negazione del vero. Come dice Aristotele, è impossibile che la stessa cosa, nello stesso tempo e nello stesso modo, possa essere e vera e falsa. Questo è il principio di non-contraddizione, uno dei primi principi del pensiero e della metafisica. Come abbiamo visto nel caso della causalità, se noi rinunciamo a questi primi principi, rinunciamo alla stessa razionalità e alla possibilità stessa di intendere o di spiegare qualsiasi cosa.

Don Julio Meinvielle sostiene che l’assurdità del monismo logico – che il vero e il falso formino insieme un’ unica realtà – è la conseguenza della teoria gnostica assurda che il mondo, l’uomo, e Dio escano dal nulla.

Noi diremo piuttosto che corrisponde a tutte le assurdità insegnate dalla Gnosi: l’uscire dal nulla, la reincarnazione, lo sviluppo di Dio nel mondo, il panteismo, la riconciliazione pretesa tra il bene e il male. Nell’analisi finale il monismo logico è conseguenza della tesi fondamentale della Gnosi: che l’uomo può divenire Dio. L’irrazionalità di questa tesi deriva dalla ribellione della volontà contro la Verità. Questa tesi infatti è nient’altro che l’espressione definitiva di quella ribellione.

Conclusione

In conclusione, come abbiamo detto della conoscenza naturale di Dio in rapporto alla sua negazione: ‘O Dio o l’assurdità radicale’, così possiamo dire anche della Fede in rapporto alla sua negazione, la Gnosi, la sua rivale perenne. Questo però non ci deve sorprendere, perché, come abbiamo già detto, la Gnosi, essendo un sistema panteista, è anche un tipo di ateismo.
17. LA GNOSI AI NOSTRI GIORNI

La Càbala pervertita si sviluppa ulteriormente nel periodo della nascita del cristianesimo e poi nel medioevo, terminando nell’opera di Mosè de Leòn. Entra nel mondo cristiano con Raimondo Lull, Gioachino da Fiore, e Pico della Mirandola; nel mondo moderno con Leibniz, Spinoza, Fichte, Schelling, Hegel, e finalmente col gesuita apostata Teilhard de Chardin.

Vogliamo guardare adesso la Gnosi nel mondo contemporaneo, dove ci porta assai bene, sia fuori che dentro la Chiesa. Lasciando al prossimo capitolo una discussione della Gnosi dentro la Chiesa, la considereremo adesso brevemente nelle sue manifestazioni fuori della Chiesa. Là è presente nell’ateismo e nelle sette esoteriche.
1. L’Ateismo

E’ presente nell’ateismo in tre modi:
a) in quanto l’ateismo, colla sua dottrina dell’evoluzione, sostiene che l’uomo si evolva da qualcosa meno di lui e persino dal nulla;
b) in quanto l’ateismo, colla stessa dottrina, implica che questo principio da cui l’uomo procede ed in cui si scioglie poi, sia nel contempo la realtà superiore;
c) in quanto l’ateismo, negando Dio, effettivamente divinizza l’uomo.

Questo tipo di Gnosi, che è l’ateismo positivo, viene nutrito dalla filosofia moderna, cominciando con l’antropocentrismo di Cartesio, attraverso il materialismo e l’idealismo a cui abbiamo accennato sopra. Viene nutrita altrettanto dal Buddhismo, un sistema ateo che sostiene che l’uomo procede dal nulla e si scioglie poi nel nulla, ritenuto come la realtà superiore (‘Nirvana’).

2) Le Sette esoteriche

Il secondo tipo di Gnosi fuori della Chiesa si trova nelle sette esoteriche: il satanismo, la massoneria, la teosofia, l’antroposofia, e la cosiddetta New age, che sono i veri e propri eredi della Gnosi.

Il satanismo insegna dottrine già manifeste nella Gnosi antica: il politeismo, ed in particolare l’esistenza di due dei: un dio buono ed uno cattivo; la creazione dell’universo tramite un demiurgo; l’identificazione di lui con il dio cattivo. Viene aggiunto nel corso dei secoli la dottrina che il Dio dell’Antico Testamento sia anche lui il dio cattivo che vuole che l’uomo soffra, mentre Satana vuole liberarlo e renderlo felice. Il principio morale del satanismo è: fac quod vis: fai come vuoi.

Il satanismo esercita un’influenza importante sulle altre sette moderne sopracitate, su cui diremo adesso una breve parola.

La Massoneria è una società segreta che sostiene l’umanesimo razionalista e tipicamente ateo . Nel suo libro ‘La Massoneria attraverso i suoi documenti segreti’ scrive Léon de Poncins in conformità a ciò che abbiamo esposto spora sulla Gnosi: ‘Il grande segreto è in un certo senso l’eminente Sovranità dell’Uomo. E’ l’affermazione della supremazia dell’uomo di fronte alla Rivelazione… l’Uomo, dice la Massoneria, è un possibile Dio. Organizziamolo socialmente, internazionalmente, universalmente, e potrà prendersi gioco del Dio leggendario e da incubo che lo perseguita. E’ la liberazione dell’Uomo rispetto al divino’.

Stabilire un ordine mondiale politico-religioso d’ispirazione umanista è lo scopo centrale della Massoneria, tramite la distruzione dello stato (soprattutto monarchico) e della Chiesa . Si tenta di raggiungere il primo obiettivvo fomentando le Rivoluzioni, come quella russa, ed attaccando la società e la famiglia con mezzi che comprendono il divorzio e programmi educativi immorali nelle scuole ; il secondo infiltrando nella Chiesa i propri membri ed esercitando pressione su di essa per farla crollare da dentro dottrinalmente, liturgicamente , e moralmente.

Il razionalismo e l’ateismo della Massoneria formano la base del suo antagonismo particolare verso la Chiesa cattolica: per la pretesa della Chiesa di proclamare Verità sovrannaturali oggettive nella forma di dogmi e nella forma della Rivelazione divina (rispettivamente), di vivere, e di insegnare ad altri di vivere, secondo esse.

La Massoneria manifesta il satanismo in tre modi particolari: nei suoi riti pervertiti che comprendono il sacrilegio ed il sacrificio umano; nel suo scopo di distruggere la Chiesa cattolica; e nel suo scopo ulteriore e definitivo che è l’adorazione di sé stessi nel luogo di Dio .

Il principio umano supremo della Massoneria è il ‘Grande Architetto’ inteso con la tipica sua fluidità dottrinale talvolta come Dio, talvolta come l’uomo, e talvolta come il Demonio.

Fino dalla sua nascita nel settecento, la Massoneria, uno dei due più potenti nemici della Chiesa Cattolica e del suo fine ultimo – cioè la gloria di Dio tramite la salvezza delle anime, è il soggetto di almeno 14 condanne solenni da parte dei Sommi pontefici e del sant’Ufficio.

Il Concilio Vaticano II rappresenta invece una svolta nell’atteggiamento ufficiale della Chiesa nei suoi confronti. Secondo l’Abbé Daniel Leroux nel suo libro Pietro mi ami tu? (Edizioni Gotica p.92): ‘Tramite il cardinale Bea, i massoni ottenevano il decreto sulla libertà religiosa ed applaudivano alla vittoria del falso ecumenismo e della collegialità’. Lo stesso autore cita i discorsi di accoglienza in Vaticano da parte di papa Giovanni Paolo II ai massoni della ‘Trilaterale’ e della setta ebrea ‘B’nai B’rith’ che appellavano e principi umanisti putativamente comuni; indica come il nuovo codice di diritto canonico (di 1983) non scomunica più i membri della Massoneria, anzi non li menziona affatto .

La Teosofia, elaborata dalla signora Blavatska, sostiene che il male sia uno dei principali sostegni del mondo, una necessità per l’evoluzione e il progresso. Lo spirito del male, chiamato ‘Lucifero’, è l’energia attiva dell’universo, una legge che concilia gli opposti e produce l’armonia finale. Questa legge, secondo lei, libererà l’uomo dalle falsità (si riferisce chiaramente in primo luogo alla Fede cattolica) e otterrà la sua autoredenzione.

L’Antroposofia di Rudolf Steiner, invece, identifica lo spirito universale che armonizza gli opposti con lo ‘spirito di Cristo’, una dottrina adottata poi dall’apostata Teilhard de Chardin. L’armonia degli opposti comprende l’unione sincretista di tutte le religioni e filosofie. L’antroposofia sostiene la reincarnazione e la conoscenza soprasensibile dell’universo.

In questi due sistemi vediamo riproporsi vari elementi gnostici; nel secondo sistema fusi nel cristianesimo. Basti dire su queste teorie che opposti, quando sono contraddizioni, come nel caso del Vero e del Falso, del Bene e del Male, sono irreconciliabili di per la loro natura; e dunque parlare di ‘conciliarli’ è un nonsenso. In oltre lo ‘Spirito di Cristo’ viene proposto come Iddio immanente al mondo, mentre, come abbiamo già spiegato, Dio ne è assolutamente trascendente.

Il sistema New age si può descrivere come ‘la Gnosi Contemporanea’. Deriva principalmente dalla teosofia ma contiene elementi anche dell’antroposofia e di altre correnti gnostiche. Pretende di inaugurare una nuova era per il mondo e di offrire all’uomo l’unica strada della salvezza. Si presenta come scientifico e mistico allo stesso tempo. Come scientifico adotta lo slogan: ‘Pensare globalmente’ che significa guardare tutto in modo olistico come parte di un insieme, ma anche in modo sincretista, conciliando gli opposti come Vero e Falso, Bene e Male. Come mistico propone conoscenze e pratiche occulte per esperimentare ‘mondi più alti’, gli ‘UFO’, gli ‘spiriti’, ma sopratutto il proprio ‘io’ inteso come divino da sviluppare in questa vita, e in vite successive tramite la reincarnazione. Il sistema avoca il sentire piuttosto che l’intendere; è fondamentalmente irrazionale e soggettivista.

Presentiamo quattro elementi di questa Gnosi contemporanea, confutandoli alla luce della Fede e la Ragione.

a) L’Autodivinizzazione dell’uomo tramite una conoscenza arcana

Questa dottrina si manifesta in pratiche che mirano a sperimentare Iddio immanente. Vengono proposte da uomini che si presentano come ‘maestri spirituali’. Questo richiama la conoscenza piacevole offerta ad Adamo ed Eva nel mangiare il frutto proibito. Le pratiche in questione sono di fatti pratiche magiche per raggiungere uno stato di anima preternaturale, piuttosto di soprannaturale. Si tratta di sacramenti surrogati, proposti da maestri spirituali surrogati, da santi surrogati, da profeti surrogati, per raggiungere stati di unione a Dio che sono anch’essi surrogati. Si tratta infine di finzioni inventate dal grande Imitatore di Dio ed Inventore di ogni inganno, che è il Demonio .

Quanto all’idea del Dio immanente, ribadiamo che Dio è assolutamente
trascendente al mondo; è anche immanente in modo limitato, ma solo nel senso che è presente all’essere di ogni cosa. Ma questo non permette alla cosa, in quanto è sentiente come l’uomo, di avere una esperienza di Lui.

b) L’Arcana conoscenza

Questa dottrina in particolare si manifesta nella pretesa che la Chiesa nasconde delle Verità vitali al bene o alla felicità dell’uomo.

Come dice sant’Ireneo, i Gnostici hanno sempre preteso di possedere una conoscenza ‘più grande e più profonda’ di ciò che rivela la Chiesa. La loro critica della Chiesa a riguardo richiama il dubbio messo nella mente di Adamo ed Eva da Satana sulla buona volontà di Dio nel vietargli di mangiare dal frutto dell’Albero.

Qua possiamo chiedere quale conoscenza avrebbe dovuto nascondere la Chiesa cattolica quando ha rivelato all’uomo la Realtà nel suo senso definitivo: la Verità assoluta che è la Santissima Trinità? e quando gli ha rivelato tutti i mezzi per raggiungerLo, e così per compiere il suo fine ultimo, cioè l’eterna beatitudine? Quale conoscenza dovrebbe essere più grande o più profonda, più alta o più utile all’uomo?
c) Il Monismo ontologico, o Panteismo

Questa dottrina si esprime nella tesi gnostica diffusa anche tra vari cattolici oggi che l’anima umana sia una scintilla divina, o nella tesi che l’anima e Dio siano composti da materia sottile. Queste sono teorie tipicamente panteiste, e, nell’analisi finale, come abbiamo dimostrato sopra, atee. La Chiesa insegna invece che la materia e lo spirito sono due principi diversi, e che Dio è trascendente al mondo.

d) La realtà soggettiva

La tesi della realtà soggettiva è correlativa al monismo logico: alla tesi che il vero ed il falso possano coesistere.

Su questa tesi della realtà soggettiva si può dire quanto segue: l’intelletto è stato creato per conoscere la realtà come l’occhio è stato creato per vedere gli oggetti. La verità è la corrispondenza tra intellectus et res: l’intelletto da un lato e dall’altro lato la res, l’oggetto: la realtà oggettiva. Questa corrispondenza tra l’intelletto è la realtà oggettiva è la Verità, la Verità Oggettiva.

Tutto ciò che pensiamo e diciamo lo pensiamo e diciamo come espressione della realtà oggettiva. Se io penso che adesso sto leggendo un testo, che adesso ho mal di testa, lo penso come realtà oggettiva. Non posso negare la realtà oggettiva, la verità oggettiva delle cose, senza renunciare all’intelletto stesso, senza renunciare all’uso stesso della ragione. Anche se dico che la realtà è ‘soggettiva’, lo dico come espressione di ciò che io ritengo essere la realtà oggettiva.
.
Il concetto della realtà soggettiva ha senso solo per descrivere errori come quello di un pazzo o per parlare della sensibilità: del mondo privato di sensazioni, emozioni, e sentimenti. Voler prestare al concetto della realtà soggettiva qualche sostanza ontologica da sostituire la realtà oggettiva è pura fantasia ed illusione.

*

Ecco alcuni errori particolari della Gnosi contemporanea. Se volessimo identificare i suoi errori generali che condivide con tutti i sistemi gnostici, punteremmo sul panteismo e sull’egoismo. Abbiamo tentato di confutare il primo nel capitolo 3; ed il secondo nel capitolo 17.

Facciamo notare che oggigiorno tali errori gnostici si possono trovare pure tra fedeli cattolici, anche se si oppongono alla Fede. Nel prossimo capitolo guarderemo la Gnosi dentro la Chiesa cattolica: non tra i fedeli bensì tra il Clero e nel Magistero.

18. IL NEO-GNOSTICISMO

Se stiamo davvero di fronte ad una nuova religione, la nostra domanda adesso deve essere qual’è precisamente? Prima di esaminarla alla luce torbida della Gnosi, ci possiamo chiedere se sia semplicemente una nuova forma del Protestantesimo, dell’Umanesimo, o dell’Ateismo. Sicuramente la Fede cattolica, come viene presentata oggi, possiede una certa somiglianza ad ognuno di questi sistemi. Ma la somiglianza, secondo noi, deriva non da qualche caratteristica particolare all’uno o all’altro sistema, bensì da una caratteristica che tutti condividono: cioè il soggettivismo.

Abbiamo già argomentato che il principio essenziale della teologia di Martin Lutero, e dunque anche del Protestantesimo in genere, è quello del soggettivismo. Lo stesso principio si manifesta sia dentro dell’Umanesimo (anti-cristiano) che dentro dell’Ateismo, ossia nella forma dell’Antropocentrismo. Ma questo stesso spirito si manifesta ancor più chiaramente nella Gnosi, essendo la Gnosi, come la abbiamo già descritta, nient’altro che lo spirito dell’egoismo elevato allo stato di una religione.

Per poter qualificarsi come una forma di Gnosi, la nuova religione si deve non solo caratterizzare dal soggettivismo, però, ma chiaramente deve anche rivestire a sufficienza le qualità della Gnosi che abbiamo elencate nei capitoli 15 e 16.

Guardando adesso la nuova religione alla luce della Gnosi, possiamo vedere che le qualità della Gnosi che essa riveste sono in primo luogo il suo principio essenziale che è l’autodivinizzazione dell’uomo; poi la centralità accordata alla
conoscenza ed alla sensualità, al triplice monismo, e finalmente al principio dell’ evoluzione.
1) L’Autodivinizzazione dell’uomo

Questa tesi si manifesta ad esempio nella dichiarazione che l’uomo sia ‘L’unica creatura voluta per se stesso’ (Gaudium et Spes, una dichiarazione che il cardinal Schoenborn descrive come la chiave per comprendere il Nuovo Catechismo del quale era editore); e che l’uomo (almeno nel matrimonio) deve essere amato con un amore di ‘autodonazione totale’ (Familiaris Consortio). Facciamo notare che l’autodivinizzazione in questione non è piu considerata come un processo da intraprendere, bensì come un atto già compiuto.

Questo fenomeno nella sua estensione più larga si può descrivere come un antropocentrismo idolatro, o come l’interessamento unico al benessere, piacere, e sensibilità dell’uomo. Costituisce un nuovo e soffocante umanesimo, dove Dio è scartato e l’uomo messo al Suo posto. Questo nuovo umanesimo sta di fatti raggiungendo lo status di una vera e propria dottrina nella bocca del clero e anche della Gerarchia, e viene espressa negli abusi liturgici dove i Sacri misteri vengono celebrati (nella parola di Benedetto XVI) ‘come se Dio non esistesse.’

2) La Conoscenza

La Gnosi dentro la Chiesa si manifesta altrettanto nella ricerca dell’ esperienza di Dio. L’esperienza può prendere la forma di un incontro spirituale con nostro Signore Gesù Cristo, come nel ‘Movimento carismatico’ derivante dalla tradizione entusiasta protestante; o la forma di un incontro sacramentale col ‘Signore Risorto’ considerato proprio come l’essenza della santa Messa.

Una differenza tra questa conoscenza e quella gnostica tradizionale è che non è più arcana.

Un’aspetto importante di questa conoscenza di Dio è il piacere, o la gioia, che ricorda la natura piacevole della conoscenza gnostica. Il movimento carismatico e la Chiesa moderna in genere (sotto l’influsso di quel movimento) accentuano la gioia. Anzi, vedono la vita cristiana alla sua luce: se ci manca la gioia, la vita cristiana diviene per loro incomprensibile o persino insopportabile.
Questa gioia spirituale si esprime nell manifestazioni più festose della musica ecclestiatica moderna colla sua forte carica emozionale, col suo alto volume e con le sue melodie liriche, in contrasto marcato alla solennità ed alla sobrietà del canto gregoriano e del canto degli riti antichi orientali; ed alla profondità del primo nella sua gioia spirituale, nell’ordine e nell’armonia che infonde nelle sofferenze del cuore umano, e nella sua ineffabile nostalgia per la patria celeste.
3) La sensualità
Guardiamo di nuovo la frase della Genesi: ‘… l’albero era buono a mangiarsi, piacevole agli occhi e desiderabile per avere la conoscenza’. La frase descrive i primi momenti di concupiscenza da parte di Eva e si riferisce non solo alla conoscenza piacevole, ma anche e più generalmente, al piacere sensuale. Per di più, questo incontro primordiale tra la Donna ed il Demonio viene preso tradizionalmente come simbolo dell’imurezza alla quale condurrà l’incontro.
Nel magistero contemporaneo si manifesta uno slittamento nella dottrinale centrale della Chiesa sull’amore: dall’amore sovrannaturale della Carità all’amore naturale dei sensi – all’affetto, alla gioia, al sentimentalismo, ed alle sensibilità. La dottrina del magistero contemporaneo sul matrimonio è stata descritta persino come ‘l’amore sensuale assolutizzato’.
Nei sinodi sulla famiglia, vescovi si sono compiaciuti di guardare con benevolenza la convivenza extramtrimoniale e le unioni contro-natura. Nell’enciclica susseguente Amoris Laetitia osserviamo già nel titolo un interessamento per la gioia, e nel corpo del testo (§298 assieme a nota 329), una mossa per rilassare la proibizione e la condanna assolute da parte di nostro Signore Stesso dell’adulterio, a favore dell’amore sensuale. Qualche breve mese dopo, nel Giornale Mondiale della Gioventù fogliettini emananti della Commissione Pontificale della Famiglia furono distribuiti, pieni di oscenità e di satanismo. In una parola, uno spirito di sensualità è entrata nella mente degli uomini di Chiesa moderni che ricorda gli eccessi peggiori del Catarismo.

4) Il Monismo

Il Monismo si manifesta nei tre modi che abbiamo identificato sopra.

a) Il Monismo ontologico

Il monismo ontologico di cui si tratta qui è precisamente quello che abbiamo visto agli inizi dei tempi come implicito nell’autodivinizzazione dell’ uomo colle proprie forze: ossia la pretesa che Dio e l’uomo condividano la stessa natura. Ciò si manifesta nella Chiesa odierna nel tacere la Grazia, che è l’unico mezzo di unire il mondo naturale e soprannaturale. Si tace la Grazia e si punta piuttosto su un amore indefinito e vago come chiave al Cielo.

Un esempio concreto è la concezione che nostro Signore Gesù Cristo si sia unito ad ogni uomo con la Sua Incarnazione, inteso come atto salvifico. Un altro esempio ne è la concezione che ci siano mezzi di verità e di santificazione fuori dalla Santa Chiesa Romana Cattolica.

b) Il Monismo morale

Il monismo morale dentro della Chiesa di oggi consiste nell’atteggiamento che qualsiasi azione sia moralmente bene. Questo atteggiamento si manifesta nel tacere il peccato (sopratutto il peccato mortale) e l’Inferno: i fedeli non vengono più istruiti a confessarsi, soprattutto dopo il peccato mortale, ed a non ricevere mai la Santa Comunione in quello stato. Un peccato tipicamente taciuto è quello dell’impurezza. Questo corrisponde alla predilezione della Gnosi per la sensualità e per il libertinismo .

Il monismo morale si manifesta ugualmente nell’atteggiamento apparentato che tutti gli uomini saranno salvati poiché Dio è ‘Amore’ o infinitamente misericordioso (all’ esclusione della Sua infinita Santità e Giustizia).
c) Il Monismo logico

Il Monismo logico pretende che il Vero e il Falso possano coesistere. Supponendo che le dottrine tradizionali siano vere e quelle moderniste false, vediamo che il monismo logico ottiene nel seno della santa Chiesa cattolica di oggi: un parroco sostenendo dottrine come quella dell’Inferno, del Limbo, del Purgatorio, ed un altro in vece negandole; oppure, come abbiamo visto nei Sinodi dei Vescovi sul Matrimonio, un cardinale sostenendo dottrine cattoliche sul matrimonio, adulterio, divorzio, e la Santa Comunione, un altro invece negandole.

Il monismo logico non solo ottiene nella Chiesa di oggi, ma è anche la posizione officiale della gerarchia contemporanea, che ritiene tutte e due posizioni, quella ‘tradizionalista’ e quella ‘modernista’ (o progressista’), come valide e cattoliche. .
Alcuni membra della gerarchia tentano persino di armonizzare le due posizioni considerando l’una come ‘continuazione’ dell’altra, ma in realtà le due posizioni si escludono a vicenda, ed è chiaramente impossibile vedere il Vero diventi il Falso, per quanto a lungo si aspetti.
Il monismo logico implica il disprezzo della verità oggettiva (ed il favore per la verità soggettiva di cui abbaiamo parlato sopra). Questo disprezzo, nel caso della Fede, costituisce il disprezzo, oggigiorno comune, della Verità soprannaturale ed immutabile che è il Dogma.

Quanto al Dogma si può replicare come segue:
i) C’è una realtà oggettiva.
ii) Dio è quella realtà oggettiva in senso assoluto e definitivo.
iii) La Fede costituisce la conoscenza di questa realtà.
iv) La Fede non dà la conoscenza perfetta di Dio, poiché solo Dio può avere una conoscenza perfetta di Se stesso.
v) La Fede ci da comunque una conoscenza certa di Dio: più certa dell’evidenza dei nostri sensi.
vi) La Chiesa ha il compito divino di insegnare questa realtà, queste realtà, queste verità, per la salvezza degli uomini: di tutti gli uomini su questa terra.
vii) L’esercizio di questo compito gode dell’infallibilità.
viii) Le verità che la Chiesa insegna in questo modo sono, dunque, infallibili, e si chiamano ‘Dogmi’. Chi li nega si mette fuori della Chiesa: non è cattolico.
4) L’ Evoluzione

Il tipo di evoluzione gnostica che si trova nella Chiesa odierna è l’atteggiamento che le Verità della Fede si possano cambiare attraverso il tempo: la Verità di Fede, ad esempio, che la Chiesa era l’unica arca di salvezza nel passato, ma che ormai non lo è più. La gran parte della Gerarchia e del Clero sembra credere che le Verità della Fede siano mutabili, o almeno agisce e predica come se lo fossero.

Facciamo notare che questa posizione è solo sostenibile se si intende ‘Verità’ nel senso della scienza naturale: come espressione sempre più chiara di una realtà mutabile ed elusiva. Se si intende nel senso normale ed oggettivo, la posizione è evidentemente assurda.
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Osserviamo che gli elementi gnostici della autodivinizzazione dell’uomo, del triplice monismo, della tesi che la Verità si evolva attraverso del tempo si trovano tutti nell’ Ecumenismo falso, o non-cattolico. Ricordiamo che l’Ecumenismo ha due sensi: un senso cattolico ed un senso non-cattolico. Il senso cattolico è il tentativo di convertire tutti all’unica vera Fede. Il senso non-cattolico è il tentativo di promuovere qualche bene spirituale o morale, tipicamente vago ed indefinito, tramite incontri tra cattolici e cristiani di altre confessioni o seguaci di altre religioni. Questo tentativo è sincretista ed in quanto tale tipico della Gnosi, come abbiamo già osservato in capitolo 16.

L’Ecumenismo non-cattolico, come abbiamo esposto sopra, cerca l’unione tra i partecipanti sulla base di ciò che li accomuna. Per questo trascura la Grazia, la morale cattolica, e le Verità cattoliche nel loro insieme. Trascurando la Grazia, però, favorisce il monismo ontologico (ossia il Panteismo); trascurando la morale, favorisce il monismo morale (ossia che il bene ed il male possano coesistere); trascurando la Verità, favorisce il monismo logico (che il vero ed il falso possano coesistere). In oltre, esercitando il ‘Dialogo’, inteso come una ricerca infinita della verità (priva del principio di Iam satis est, come osserva Romano Amerio) esprime l’atteggiamento che la Verità si possa cambiare attraverso il tempo. Finalmente, non mettendo l’unico vero Dio nel centro dell’incontro e del mondo, per forza ci mette l’uomo.
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Concludiamo che la Nuove Religione che incontriamo oggi ha tratti sufficienti della Gnosi per chiamarsi ‘gnostica’. Più precisamente, si può chiamare ‘Neo-Gnosticismo’, perché questo è il termine che disegna quella mescolatura di dottrine cattoliche e non-cattoliche/gnostiche nellla quale la Chiesa primitiva stava per disintegrarsi, fin quando non fosse salvata dai santi e dottori della Chiesa. Il fatto che viene proposto oggi in una nuova forma giustifica il termine ‘Neo-Gnosticismo’.

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Per terminare questa sezione, torniamo al nostro inizio. Ci sono due modi in cui l’uomo può provare a divinizzarsi: tramite la Fede cattolica o tramite la Gnosi.

La Fede cattolica insegna che si divinizza in questa vita mediante nostro Signore Gesù Cristo, cioè per mezzo della Grazia e dei sacramenti, soprattutto il Battesimo e la Santa Eucarestia; non in virtù di pratiche magiche, bensì con la buona vita; non prendendo, bensì donando; non cercando sé stessi, bensì cercando Dio; non con la superbia, bensì con l’umiltà; non gonfiandosi, bensì annichilandosi; non tramite l’evoluzione, bensì tramite il progresso morale; non tramite l’Albero della Conoscenza del bene e del male: una conoscenza falsa, irrazionale, e fantasiosa, bensì tramite l’Albero della Vita.

L’Albero della Vita è l’Albero della Croce ed il suo prolungamento nella santa Messa. E’ l’albero che ci protegge dal calore di questo mondo crudele sotto la sua ombra dolce e pacifica; che ci nutrirà con i suoi frutti sublimi nell’eterna beatitudine del Cielo: se prendiamo la nostra croce su di noi e seguiamo Nostro Signore, come ci insegna: condividendo le Sue sofferenze quaggiù, per condividere la Sua Gloria in Cielo. Amen.

CONCLUSIONE MORALE

19. IL BENE DELLA FEDE

Meditiamo adesso sui benefici della Fede coll’aiuto della definizione della Fede di san Paolo, come viene interpretata da san Tommaso. Questa breve meditazione può servirci come una piccola sintesi di alcuni tratti principali della Fede sopra evocati. Nella sua epistola agli Ebrei XI,1 san Paolo scrive: ‘La Fede è sostanza delle cose che si sperano e prova delle cose che non si vedono.’

Notiamo per prima cosa che la Fede si riferisce al futuro: alle ‘cose che si sperano’, alle ‘cose che non si vedono’. Queste cose le possederemo nel futuro, le vedremo nel futuro, cioè nel Cielo. Queste cose sono le verità divine ed eterne che non sono altro che Iddio Stesso. In questo mondo quaggiù abbiamo una conoscenza oscura di queste cose; nell’altro mondo ne avremo una conoscenza chiara. Qui crediamo con la luce della Fede; la vedremo con la luce della Gloria: ‘Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto’ (Cor. I, 13).

Il secondo elemento di questa definizione che vogliamo meditare è l’espressione: ‘La Fede è sostanza’. Questo significa che la Fede ci dà (già in questo mondo) la comprensione dei suoi oggetti: cioè le verità divine ed eterne che sono Dio: così afferriamo quaggiù in modo iniziale e preparativo ciò che possederemo in Cielo in modo perfetto e definitivo.

Ebbene in cosa consiste questa comprensione di Dio, questa conoscenza di Dio? Evidentemente è una specie di unione con Dio, un’unione che la Sacra Scrittura paragona al matrimonio: nel libro di Osea (2, 20) leggiamo: ‘Ti fidanzerò con me nella Fede.’ Quando pensiamo in genere all’unione con Dio, pensiamo forse all’unione con Dio nel Cielo, o all’unione mistica con Dio su questa terra, come quella di un santo rapito nell’amore dell’Onnipotente. Dimentichiamo che la Fede in Sé stessa è già un’unione con Dio.

Ma questa comprensione, questa conoscenza di Dio, non è soltanto un’unione con Dio, ma anche la vita eterna stessa, perché questa comprensione amorevole di Dio sulla terra (che è la Fede) è già l’inizio della visione beatifica del cielo (che è la vita eterna). A questo riguardo ci dice il Signore: ‘Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo’ (Gv. 17, 3).

Il terzo elemento della definizione di S. Paolo che vogliamo guardare adesso è la parola ‘prova’. La Fede costituisce una prova, e comporta dunque una certezza assoluta. Se ciò non è la certezza della ragione, è la certezza la più grande che si possa raggiungere qui sulla terra su Iddio e sulle cose di Dio. Per citare il sacro Concilio di Trento: ‘Il verbo ‘credere’ significa il sicurissimo assenso, in virtù del quale l’intelligenza aderisce con fermezza e tenacia a Dio che rivela i propri misteri. Perciò chi crede (nel senso qui inteso) possiede indubbia e nettissima convinzione di qualcosa’. Il Catechismo Maggiore di san Pio X aggiunge (19) : ‘La parola Credo vuol dire: io tengo per verissimo tutto quello che in questi dodici articoli si contiene: e credo più fermamente queste cose, che se le vedessi cogli occhi miei…’.

In questo senso la Fede è una luce più forte di quella della ragione. In fatti la luce della ragione è solo un riflesso pallido di essa. Qualcuno potrebbe chiedere, però, a questo punto, perché si parla allo stesso tempo dell’oscurità della Fede. La risposta è che la Fede è chiara quanto al modo, e oscura quanto all’oggetto, della sua conoscenza. Il suo oggetto, come abbiamo già detto, è Iddio Stesso, Che non può essere compreso che imperfettamente ed oscuramente dalla conoscenza finita dell’uomo; il modo di conoscere questo oggetto invece è una luce forte, una certezza assoluta, perché unisce la mente direttamente e immediatamente alla Verità Stessa, Che è Dio.

In questa analisi breve della natura della Fede abbiamo visto il suo beneficio principale, cioè che ci dà la vita eterna già su questa terra, legata evidentemente ad una vita buona, alle opere buone, ed alla Carità (nel senso dell’amore sovrannaturale).

Il suo beneficio secondario è che ci insegna come arrivare a questa vita eterna mediante i nostri atti, o, in altre parole, come condurre una vita buona. In breve: la Fede è la nostra guida. La Fede dà la buona direzione alla nostra vita terrestre: ci insegna le grandi verità, tra le quali si trovano per esempio il fatto che c’è una vita dopo questa vita terrestre, e che Dio ricompensa il bene e punisce il male; la Fede ci dà i comandamenti, la predicazione, e l’esempio di Nostro Signore Gesù Cristo.

Infine in questo modo la Fede ci dà i mezzi per superare le tentazioni: Nella sua lettera agli Efesini S. Paolo ci parla del combattimento spirituale, scrivendo:‘Tenete sempre in mano lo scudo della Fede con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno’ (6, 16). San Pietro dice: ‘Il vostro nemico il diavolo come un leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella Fede.’ (1.5,8)

Tutto ciò che abbiamo meditato sulla Fede può essere espresso con l’ immagine della luce: la Fede è la luce nella quale vedo Iddio già in questo mondo; questa luce è la luce d’aurora che precede la luce del giorno nel quale vedrò Iddio nel cielo; la Fede è la luce che mi condurrà attraverso la valle oscura di questo mondo per unirmi a Lui in un’unione perfetta e stabile per tutta l’eternità.
20. Il MALE DELL’ERESIA

Oggigiorno il male dell’Eresia non viene più adeguatamente apprezzato. Un motivo per ciò è, come abbiamo già accennato, che il bene della Fede non viene adeguatamente apprezzato neanche esso. Il male dell’Eresia si capisce solo quando si capisce il bene della Fede. Se la Fede ci dà la conoscenza certa di Dio e l’unione a Lui: ossia la vita eterna già sulla terra, l’Eresia ce ne priva; se la Fede ci mostra la strada al cielo, l’Eresia ce ne svia; se la Fede ci aiuta a superare gli ostacoli su questa strada, l’Eresia li moltiplica.

Per mostrare il vero male dell’Eresia, guardiamo il commentario dei Padri della Chiesa su un passo dell’Apocalisse (all’inizio del capitolo 9) che hanno inteso di questo grave peccato contro la Fede. Guardiamone una sintesi fatta da Dom Jean de Monléon OSB nel suo libro Le Sens Mystique de l’Apocalypse , riflettendo soprattutto sulla sua rilevanza alla piaga attuale del Modernismo.

‘E il quinto Angelo suonò la tromba e vidi una stella che era caduta dal cielo sulla terra, e fu data a lei la chiave del pozzo dell’abisso. E lei aprì il pozzo dell’abisso e il fumo si elevò dal pozzo, come il fumo di una grande fornace, e s’oscurò il sole e l’aria per il fumo del pozzo. E dal fumo del pozzo uscivano delle cavallette sulla terra (…) e il tormento è come il tormento dello scorpione quando punge un uomo (…) E queste somiglianze di cavallette sono simili ai cavalli preparati al combattimento – E sulla testa avevano corone simili all’oro e le loro facce simili a quelle degli uomini. E avevano capelli come di donne, e i loro denti erano come denti di leoni. E avevano corazze come corazze di ferro e la voce delle loro ali era come voci di carri di numerosi cavalli correnti al combattimento (…) E avevano su di loro come re l’angelo dell’Abisso, il cui nome in ebraico è ‘Abadòn’, e in greco ‘Apollyon’, e in latino ha il nome di ‘Exterminator’…’

Ora, la stella caduta dal cielo è Lucifero, a cui fu data la chiave del pozzo dell’abisso che è il potere di chiudere alla grazia ed aprire al peccato il cuore degli eretici. ‘Aprì il pozzo’ cioè li spinse a pubblicare tutti gli errori e i disegni perversi che nascondevano nel loro fondo. ‘E il fumo si elevò’, cioè, la loro dottrina uscì accecante e opprimente come un fumo fitto per tutti coloro che lo respiravano. ‘E si oscurò il sole’, cioè, la Luce di Cristo che illumina la Sua Chiesa fu velata; ‘ – e l’aria’, ossia la Fede, perché questa virtù è necessaria alla vita sovrannaturale quanto l’aria alla vita naturale; ‘si oscurò l’aria’ come da una nebbia nella quale molti perdevano la via della verità.

‘E dal fumo del pozzo uscivano cavallette’ che sono gli eretici. Loro, incapaci di mantenersi in alto come le aquile o le colombe che sono i santi sulle ali delle loro virtù, si sforzavano in vano di alzarsi con salti indecorosi e disordinati come le cavallette, per ricadere di nuovo sulla terra, sulle loro preoccupazioni materiali. Gli eretici sono come scorpioni, in quanto si avvicinano dolcemente alle loro vittime, come se volessero accarezzarle, per poi ferirle mortalmente, subito, e all’improvviso.

Queste cavallette sono come cavalli pronti a correre in qualsiasi direzione senza discernimento, mettendo tutta la loro impetuosità e forza al servizio del loro cavaliere: il Diavolo. Sulle loro teste avevano ‘delle corone simili all’oro’, cioè una saggezza finta, ed un’intelligenza finta della Sacra Scrittura; e le loro facce erano ‘simili alle facce degli uomini’ perché proponevano delle massime puramente umanitarie, e davano l’impressione di agire e di parlare secondo la ragione. Ma sotto queste corone avevano dei ‘capelli di donne’, e sotto le loro facce dei ‘denti di leoni’: capelli di donne perché questa falsa saggezza non copriva che dei pensieri morbidi ed effeminati; denti di leoni perché erano sempre pronti a strappare e divorare le loro vittime.

Avevano intorno al petto delle corazze,‘come corazze di ferro’: i loro cuori induriti dai pregiudizi e princìpi falsi erano assolutamente impenetrabili ai tratti della verità. ‘E la voce delle loro ali era come voci di carri di numerosi cavalli correnti in combattimento’ cioè, incapaci di fornire argomenti ragionevoli per sostenere la loro dottrina, li sostituiscono con il tumulto delle loro parole. Questo tumulto consiste in dottrine le più contraddittorie che non possiedono nessun principio di unità se non la loro motivazione comune, che è l’odio verso la Sposa Immacolata di Cristo.

Il Re delle cavallette è l’angelo dell’abisso. Il suo nome viene dato in ebraico, greco, e latino per mostrare che vuole imitare Cristo di Cui il titolo regale fu iscritto nello stesso modo sulla croce. Che il titolo di Cristo viene scritto in tre lingue significa la Sua sovranità universale: il latino si riferisce al mondo visibile, allora soggetto a Roma; il greco si riferisce al mondo dell’intelligenza, dove la Grecia è maestra incontestabile; l’ebraico si riferisce al mondo sovrannaturale, essendo quella la lingua in cui Dio ha parlato agli uomini mediante i profeti e il Suo divin Figlio.

Il fatto che il nome del Diavolo venga dato nelle stesse lingue significa che vuole imitare Cristo nella propria pretesa alla sovranità universale. Il modo in cui vuole esercitare questa sovranità viene espresso nel nome stesso di ‘Sterminatore’: ossia colui che non ha altro disegno in tutte le sue nefande operazioni che di impedire agli uomini di raggiungere il loro termine. Mentre il Signore, il vero Re, ossia Condottiere, si occupa di condurre gli uomini al loro termine: il loro fine ultimo che è il Paradiso.
E così, alla fine di questo breve trattato sulla Fede e l’Eresia si rivela in piena luce il nemico della Fede e il Dottore delle Eresie . Agisce in questo modo non perché non ha la Fede e crede l’Eresia che dissemina, poiché lui ‘crede e trema’, bensì, come abbiamo appena detto, al fine di impedire all’uomo di raggiungere il Paradiso. Agisce, in una parola, come ‘Ingannatore’ che ‘non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna’ (Gv. 8.44).

Il suo avversario definitivo, come sempre, è Dio Stesso, Che vuol ferire rovinando gli esseri fatti a Sua immagine e somiglianza. In questo campo di battaglia opera come Ingannatore, contro Dio come Verità Stessa.

Il commentario dei Padri della Chiesa, che abbiamo brevemente esposto, ci mostra la vera natura ed il vero male dell’Eresia, anche se oggi non se ne parla più: anzi, come abbiamo spiegato sopra, si lasciano crescere e selvaggiamente sviluppare le eresie nel seno stesso della Chiesa.

Il nostro compito invece è di riconoscerle e di detestarle, perché piene di veleno mortale, e di pregare la Santissima Madre di Dio di liberarcene, perché lei sola, come preghiamo nel Terzo Notturno del comune delle sue Feste, ha distrutto tutte le eresie nel mondo intero. Gaude, Maria Virgo, cunctas haereses sola interemisti in universo mundo.

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

Laudetur Jesus Christus in Aeternum.