I doni dello Spirito Santo

+ In nomine Patri et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

A Pentecoste lo Spirito Santo scese sugli apostoli – nella compagnia della Santissima Madre di Dio – con i Suoi sette doni, affinchè loro andassero tra la gente, ubbidendo al comandamento del Signore: ‘Andate ed insegnate a tutti i popoli’. Questi sette doni vengono comunicati ad ogni cristiano nel battesimo, vengono completati nella Cresima, e sono accessibili a noi quando conduciamo una buona vita e li chiediamo nella preghiera.

Ora, si possono dividere i doni in due categorie: la categoria dei doni intellettuali che illuminano l’intellegenza, e la categoria dei doni affettivi che rafforzano la volontà.

I doni puramente intellettuali sono la scienza, l’intelletto, ed il consiglio.
La Scienza dà un’intuizione sulle cose create nel loro rapporto a Dio: un’intuizione per esempio sulla natura: il sole, l’acqua, i fiori, e gli uccelli. San Francesco godeva di questo dono, guardando le creature (ad esempio nel Cantico del sole) come figli di Dio, creature che lo muovevano alla gioia, al ringraziare ed al glorificare Dio incessantamente. Oppure il dono della scienza può dare un’intuizione sullo stato della nostra anima nel suo rapporto con Dio: un’intuizione di ciò di cui ha bisogno per la sua santificazione. È salutare chiedere il dono di scienza per conoscere in particolare il proprio vizio dominante: cosa principalmente ci muove al peccato? Una volta scoperto, questo vizio si può combattere; una volta vinto ci libera dal vincolo del male.

Il dono dell’Intelletto, invece, dà un’intuizione sulle verità della Fede in se stesse o nel loro rapporto l’una coll’altra – un’intuizione che può avvenire quando, leggendo la Sacra Scrittura, capiamo più profondamente qualche verità di Fede, come la Presenza Reale di Nostro Signore Gesù Cristo.

Il dono del Consiglio è la perfezione della prudenza: ci dice cosa fare o consigliare agli altri, quando una decisione è importante o difficile, e quando la ragione non ci basta. Il dono del consiglio possedevano in alto grado santi come santa Caterina da Siena; di questo dono parla il Signore quando dice: ‘Quando vi consegneranno nella loro mani, non preoccupatevi di come o di cosa dovrete dire, perchè vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire’. Nell’ora delle decisioni importanti e difficili bisogna sempre pregare per questo dono. Troppo spesso agiamo su un impulso o sul parere della prima persona che incontriamo. Dimentichiamo che Dio ha un progetto per noi in tutto, e se chiediamo aiuto a Lui, Lui ci illuminerà.

Il quarto dono di cui trattiamo è quello della Sapienza. Questo dono è allo stesso tempo intellettuale ed affettivo. È come un raggio di sole che illumina e riscalda simultaneamente: illumina l’intelligenza e riscalda il cuore. Per questo, rinforza la Fede, la Speranza, e la Carità e tutte le altre virtù. Fornisce un’intuizione sia sulle cose create che sulle verità di Fede, assieme ad un gusto di loro, permettendoci di vederle e di goderle nella loro fonte e nel loro principio più alto Che è Dio Stesso. In virtù della sua pienezza e della sua sublimità questo dono vale come il dono più perfetto dello Spirito Santo.

Un esempio ne è l’intuizione ricevuta da qualche pio fedele sulla Paternità di Dio, che, già con la pronuncia dell’unica parola ‘Pater’ all’inizio del Pater Noster, non potesse andare oltre, talmente fu afferrato dal mistero del Padre Divino.

Adesso guardiamo i doni puramente affettivi: la pietà, la fortezza, il timore di Dio.

La Pietà è la Carità verso Dio come il nostro Padre. San Paolo esprime questo dono con le parole seguenti: ‘Avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo ‘Abba Pater’’ Questa Carità è allegra, generosa, ed affettuosamente ubbediente; comprende la Carità anche verso coloro che partecipano alla santità di Dio: La Santissima Madre di Dio, i santi, la Chiesa (da Sposa Immacolata di Cristo).

Il dono della Fortezza, invece, ci da la forza di compiere e di soffrire grandi cose per Dio, ossia con fiducia e senza paura – fino all’eroismo ed al martirio. Lo Spirito Santo afferra l’anima e le dà un potere che supera tutti gli ostacoli interni ed esterni. Il dono della fortezza possedeva in alto grado santo Stefano che ‘pieno dello Spirito Santo’, ‘pieno di grazia e di fortezza faceva grandi prodigi e miracoli tra il popolo’.

Questo dono ci permette ad esempio di rimanere raccolti tutta la giornata, di non lamentarci mai, di sopportare amichevolmente una persona antipatica o molesta, di non soddisfare in primo luogo i propri desideri, bensì di cedere a quelli degli altri, di accettare tutte le critiche, sia giuste che ingiuste, che si possono fare di noi. Se siamo deboli di carattere, se siamo preda al rispetto umano, se portiamo una croce pesante, preghiamo per questo dono.

Il Timor di Dio infine è una specie di reverenza verso Dio Nostro Padre. La pietà fu la carità verso Dio Padre; il timor di Dio è la riverenza verso di Lui. Questo timore non disturba l’anima, ma fa che l’anima non volle offendere il Padre benamato; ispira un senso della grandezza di Dio, un senso di pentimento profondo, anche per i nostri errori più piccoli, ed un desiderio di cercare la volontà di Dio in tutto. Effettua un rispetto per Dio ed anche per il prossimo come fratello o sorella in Cristo.

*

Preghiamo per godere dei sette doni dello Spirito Santo: preghiamo che ci illumini l’intelligenza e rafforzi la volontà: soprattutto affinchè possiamo vedere più chiaramente cosa vuole Dio che facciamo della vita in tutti i dettagli; e poi metterlo in pratica.

I sette doni sono come sette vele di una barca sulla quale ognuno di noi prende il largo. Il litorale dal quale siamo usciti è Iddio, origine e fonte di tutto essere; il litorale verso il quale ci rechiamo è Iddio, fine ultimo di ogni cosa e perfezione di tutto essere; il vento che riempie le vele della barca nel suo viaggio attraverso il mare amaro e perfido di questa vita è Iddio Spirito Santo, Suave Donatore di tutti i doni della Carità, a Cui, con il Padre ed il Figlio, sia ogni lode, gloria, ed onore per tutti i secoli dei secoli. Amen.

La Santa Eucarestia

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

(sintesi della dottrina raccolta da padre Tanquerey nel suo Compendio della teologia ascetica e mistica)

2. La Santa Comunione

La Santa Comunione effettua un’unione a Nostro Signore, una nuova unione oltre a quell’ adesione per mezzo della Fede, oltre a quell’ incorporazione per mezzo del battesimo. è un’unione che il Signore esprime con la frase: ‘Come Io vivo per il Padre, così colui che si ciba di Me vivrà per Me.’ Quest’unione è insieme fisica e spirituale.

È un’unione fisica in quanto riceviamo ‘veramente, realmente, e sostanzialmente’ il Corpo, Sangue, Anima, e Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, come il Concilio di Trento dogmaticamente lo definisce. L’unione è intima quanto quella che esiste tra il cibo e colui che se l’assimila, con questa differenza però che (nelle parole di sant’Agostino, Conf. 7, 10): ‘Non sarai tu che trasformerai in Me, come il cibo corporale: sarai tu trasformato in Me’. Quest’unione tende a rendere la nostra carne più sottomessa allo spirito e più casta, e depone in lei un germe d’immortalità.

L’unione è anche spirituale, unendo le nostre facoltà dell’ intelligenza, della volontà e del cuore a quelle del Signore. Per questo motivo la nostra intelligenza viene indirizzata verso Dio e le cose di Dio, verso le verità della Fede e le massime evangeliche, così che possiamo giudicare tutto alla luce di Dio, e sopratutto la vanità e la follia del Mondo e delle sue massime; la nostra volontà debole, incostante, egoista viene informata dalle energie Divine così che possiamo dire con San Paolo ‘Io posso tutto in Colui Che mi fortifica’; il nostro cuore viene infiammato d’amore per Dio e per le anime così che possiamo dire con i discepoli di Emmaus: ‘Non ci ardeva forse il cuore?’ alla Sua presenza.

Gradualmente dunque i nostri pensieri si modificano mentre ci chiediamo: Che farebbe il Signore Gesù se fosse al mio posto? I desideri volano verso la gloria di Dio e la nostra salvezza e dei nostri fratelli; il cuore si aderisce sempre più intimamente a Dio per Cui intraprendiamo grandi cose; i fratelli li amiamo cercando il loro bene spirituale piuttosto che godendo il loro affetto per noi e il nostro per loro.

Una parte di questo influsso Divino su di noi lo possiamo attribuire allo Spirito Santo Che vive nell’anima del Signore e, assieme al Padre, abita nella Sua Persona Divina. A Lui attribuiamo le grazie attuali che riceviamo ormai in abbondanza, le ispirazioni, la forza e l’amore, assieme alla Sua protezione e guida.

Ma a causa dell’abitazione della Divine Persone l’Una nell’Altra, è presente nell’anima non solo lo Spirito Santo, ma anche tutta La Santissima Trinità. Unendoci al Verbo Incarnato nella Santa Comunione dunque, ci uniamo anche ad Ella. La Santissima Trinità viene a noi ed in noi ‘fa dimora’ (Gv.14.23) cioè in tutta la Sua pienezza e nelle Sue relazione reciproche Divine. L’abitazione della Santissima Trinità nell’anima ci rende come un prolungamento del Verbo Incarnato e ci rende amabile alla Stessa Trinità. In questo modo la Santa Comunione è davvero un anticipato Paradiso: esse cum Jesu dulcis Paradisus (Imitazione di Cristo 1.2.8).

*

Per trarre il massimo profitto dalla santa Comunione bisogna circondarla con le dovute preghiere e disposizioni.

Preparazione

1) La preparazione deve comprendere un amore verso il Signora innanzi tutto attivo, cioè per mezzo dell’adempimento fedele dei doveri del proprio stato di vita per piacere a Lui. Il Signore disse in fatti: ‘Chi Mi ama osserva i Miei comandamenti’; e, parlando di Se Stesso rispetto al Padre: ‘Ciò che piace a Lui sempre lo faccio ’ (Gv 8.29).

2) Poi l’amore si deve cristallizzare in desiderio ardente di unirci a Lui nella Santa Eucarestia, sentendo vivamente la nostra impotenza e povertà, sospirando a Lui Che solo può fortificarci ed appagare il cuore, ed imitando infine il Suo desiderio di unirSi a noi con il quale disse: ‘Desiderio desideravi hoc Pascha manducare vobiscum.’ (Lc 22.15).

3) In terzo luogo ci dobbiamo preparare con una sincera umiltà, fondata sulla Sua grandezza e santità, e sulla propria bassezza ed indegnità, svuotando il cuore dell’egoismo e aprendolo all’intrata del Divin Re.

Risposta

La risposta da parte nostra alla santa Comunione comporta la preghiera mentale, e poi tutti i quattro tipi di preghiera vocale che abbiamo enumerati sopra.

1) Susseguentemente alla santa Comunione la prima preghiera deve essere un atto di silenziosa adorazione, di annientamento, di intiera donazione di noi stessi a Colui che ci si dà intieramente a noi. Scrive padre Tanquerey: ‘Nulla fa meglio penetrare Gesù nel più intimo dell’anima nostra quanto quest’atto di annientamento di noi stessi; povere creature, è questo per noi il modo di darci a Colui Che è tutto’.

2) Poi parliamo in modo intimo, semplice, affettuoso, ma sempre rispettoso, al Maestro ed all’Amico, Che è allo stesso tempo Dio. Ci apriamo alle Sue comunicazioni Divine, sia alle Sue parole che alle Sue disposizioni interiori ed alle Sue virtù.

3) RingraziamoLo per il dono sublime di Sè Stesso nella santa Comunione, ma anche per tutti i Suoi doni e lumi, nonche per le sofferenze e le croci che Lui, nella Sua onniscienza e nel Suo infinito amore per noi, si degna di affidarci;

4) Ci offriamo e doniamo a Lui come Lui si dona a noi nella santa Comunione, pentendoci del nostro passato e dichiarandoci pronti a fare tutti i sacrifici necessari per trasformare e riformare la nostra vita, sopratutto in un punto particolare, come può essere di superare il vizio dominante o progredire in una determinata virtù;

5) Preghiamo per tutti i nostri cari, per la Chiesa, il papa, e tutte le intenzioni le più pressanti di oggi. ‘Non temiamo di rendere la nostra preghiera universale’ dice padre Tanquerey, ‘quanto più è possibile: è questo in sostanza il miglior mezzo d’essere esauditi.’

‘Infine si termina chiedendo a Nostro Signore’, aggiunge lo stesso pio autore ‘…la grazia di restare in Lui come Egli resta in noi, e di fare tutte e ciascuna delle nostre azioni in unione con Lui, in ispirito di ringraziamento. Si affida a Maria quel Gesù da Lei così ben custodito, perchè ci aiuti a farLo crescere nel nostro cuore; e così, riconfortati dalla preghiera, si passa al lavoro.’

Deo Gratias!

La Santa Eucarestia

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

(sintesi della dottrina raccolta da padre Tanquerey nel suo Compendio della teologia ascetica e mistica)

1. L’Assistenza alla santa Messa

Nella santa Messa viene reso presente il sacrificio di Sè Stesso sul Monte Calvario di Nostro Signore Gesù Cristo. In quanto la santa Messa è identica al santo Sacrificio, lo rende presente in modo reale davanti ai fedeli; in quanto il sacrificio è offerto da Nostro Signore Stesso viene offerto in modo definitivo e perfetto. La santa Messa dà dunque ai fedeli assistenti l’occasione di godere delle grazie che emanano dal santo Sacrificio riccamente, secondo il principio tomista: ‘Più vicino si è alla fonte di una cosa più riccamente si gode della cosa’. Come devono assistere? Chiediamo prima con quale spirito e poi con quale azione.

Con quale spirito devono assisterci dunque? Con uno spirito di modestia, di annichilamento e di umiliazione, di timore reverenziale e devozione di fronte all’infinita Maestà di Dio ed alla Sua morte sacrificale per amore di noi, per quale scopo Si degna con infinita condescendenza ed umiliazione scendere sull’altare ed immolarSi davanti agli occhi di noi, miseri peccatori. Si assiste inoltre con uno spirito di detestazione dei propri peccati che furono la causa della morte sacrificale del Signore.

Con quale azione ci devono assistere? Coll’unirsi al santo Sacrificio del Monte Calvario, offrendo il sacrificio di Se Stesso del Divin Agnello al Padre ed aggiungendo ad esso il sacrificio di sè. Unendoci al Sacrificio, come assistenti alla santa Messa o, più ancora, da celebranti, rendiamo a Dio tutti gli omaggi che Gli sono dovuti, facendo nostri gli omaggi dell’Uomo Dio al Padre Divino.

Come si uniscono i fedeli al Sacrificio? spiritualmente. Il sacrificio infatti viene offerto fisicamente da Nostro Signore, sacramentalmente dal sacerdote, e spiritualmente dai fedeli. Per capire più da vicino come si uniscono spiritualmente al Sacrificio, guardiamo innanzitutto e brevemente, i fini del Sacrificio.

Ora il Sacrificio della santa Messa viene compiuta per quattro fini: per l’ adorazione, il ringraziamento, l’espiazione, e la petizione. I fini, fin quanto vengono espressi in parole, costituiscono inoltre i quattro generi di preghiera vocale. Questa preghiera, essendo offerta nella santa Messa dall’Uomo Dio, rappresenta il paradigma e l’esemplare della preghiera (vocale), o in altre parole La Preghiera in assoluto.

I fedeli si uniscono alla santa Messa unendosi spiritualmente al Sacrificio per questi fini, dunque: per adorare e ringraziare Dio, per espiare i peccati, e per chiedere grazie a Dio, sia per il mondo intiero, che per persone particolari, come per se stessi e per i propri cari.

Si uniscono a questi fini o assimilandoli semplicemente nel cuore, o esprimendoli con le parole della santa Messa. Nel secondo modo compiono in modo insigne i propri obblighi di preghiera vocale.

In di più possono approfittare dell’occasione la più proficua che ci sia per praticare pure la preghiera mentale – cioè la meditazione e la contemplazione: ossia sugli misteri ineffabili che vengono compiuti davanti a loro, e sopratutto sulla Passione e sulla Morte del Signore.

Così facendo i fedeli possono progredire lontano sulle orme della perfezione, ma saremo anche premiati da Dio che risponde generosamente alla nostra devozione. In risposta all’adorazione ed al ringraziamento offertiGli dalla santa Messa, Si china con infinita condescenza verso di noi. Quando Lo adoriamo e ringraziamo, offrendoci a Lui in ispirito di sacrificio e di gratitudine, Si occupa dei nostri interessi spirituali, tra cui la nostra santificazione che occupa il primo posto.

Rispetto all’espiazione, ci elargisce grazie attuali ed il dono della penitenza, e, secondo il concilio di Trento, quando siamo contriti e pentiti, la remissione dei peccati anche i più gravi e di una parte almeno della pena temporale dovuta al peccato – in proporzione delle disposizioni con cui vi assistiamo. La remissione della pena temporale, secondo lo stesso concilio, vale sia per i vivi che per defunti.

Rispetto poi alla petizione ed aià nostri bisogni anche da noi non espressi, Dio ci elargirà tutte le grazie di cui abbiamo bisogno come membri del Corpo mistico: per la salute dell’anima e del corpo, ‘pro spe salutis et incolumitatis suae’, per la salvezza ed il progresso spirituale.

*

Osserva padre Tanquerey: ‘Chiunque entra in questa corrente di preghiera liturgica con le disposizione volute è sicuro di ottenere per sè e per tutti quelli che gli premono le più copiose grazie’. Ciò che è già efficace per i fedeli da soli è tanto più efficace quando assistono alla santa Messa in persona e si uniscono devotamente all’azione sacrificale ed alle intenzioni del Sacerdote e Vittima divina.

La Confessione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

i) Peccati mortali

Il peccato mortale si deve confessare con sincerità ed umiltà:
a) secondo la specie ed il numero;
b) già all’inizio della confessione (non nascondendolo tra peccati veniali o imperfezioni);
c) indicandone la causa e chiedendone il rimedio;
d) suscitando una profonda contrizione col fermo proposito di evitare cadute future assieme alle occasioni.

Dopo l’assoluzione occorre un vivo e abituale sentimento di penitenza col desiderio di riparare l’offesa con una vita austera e mortificata e con un amore generoso.

ii) Peccati veniali deliberati

Questi peccati, commessi nella consapevolezza di offendere Dio, ma preferendo il proprio piacere egoista a Lui, sono grandi ostacoli alla perfezione, soprattutto se sono frequenti e vi si è attaccati. Esempio ne sono la maldicenza, l’attacco alla propria volontà, al proprio giudizio o al giudizio temerario, il nutrire affezioni naturali e sensibili. Tali peccati ci vincolono alla terra e ci impediscono di prendere lo slancio verso l’amore divino.

Anche in questo caso bisogna accusarci a fondo, palesare la natura e le cause dei peccati, principalmente di quelli che maggiormente ci umiliano, pentircene, e fare un proponimento assolutamente di evitarli nel futuro.

iii) Peccati di fragilità

Se è impossibile evitare questo tipo di peccato completamente, possiamo comunque diminuirne la quantità. Nella confessione possiamo indicarne in genere i tipi e la frequenza e poi concentrarci su un tipo, indicandone le cause: come per esempio la distrazione nella preghiera per mancanza di coraggio di rispingerla prontamente. Ne segue il proponimento di combattere questo tipo di peccato, un esame di coscienza particolare ogni giorno a riguardo, con un conto da rendere nella prossima confessione. Impegnandoci in questo modo di combattere seriamente i peccati, anche di fragilità, aumentiamo in noi la grazia e la forza per evitare ulteriori cadute e per perfezionarci nelle virtù.

*

La contrizione

Per suscitare in noi la contrizione basta riflettere sull’offesa che abbiamo recata a Dio ed il danno a noi stessi. Il peccato è sempre una resistenza alla Sua Volontà, un’ingratitudine da parte di un figlio ed un intimo amico. ‘Non è un nemico che mi oltraggia… ma tu, tu che eri come un altro me stesso, il mio confidente ed il mio amico; vivevamo insieme in una dolce intimità.’ (Sal 54.13-5).

Allo stesso tempo il peccato mortale fa perdere l’amicizia di Dio e Lo caccia dall’anima; il peccato veniale, invece, rende meno intima ed attiva in essa questa divina amicizia; impaccia la nostra attività spirituale; ne diminuisce le energie per il bene; aumenta l’amor del piacere e predispone al peccato mortale – ciò che è particolamente chiaro nell’ambito della purezza, dove la linea di confine tra il mortale ed il veniale è tenue, ed il piacere seducente. Che queste considerazioni ci aiutino a pentirci dei nostri peccati e fare un buon proponimento, come abbiamo accennato sopra.

Per assicurarci che possediamo lo spirito di contrizione ci possiamo accusare anche di qualche peccato grave del passato, già confessato, sucitandone di nuovo il pentimento. In questo modo riceveremo l’assoluzione in modo proficuo e purificheremo e fortificheremo la nostra anima con la grazia divina per i combattimenti futuri.

I Sacramenti

+In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Un sacramento non solo dà, restituisce, o aumenta la Grazia santificante, ma presta pure una propria grazia ‘sacramentale’ alla persona. Ciò viene inteso come un vigore speciale della Grazia santificante, o come un diritto a grazie attuali speciali, per poter più facilmente adempire a tempo opportuno i doveri imposti dal sacramento ricevuto.

Il Signore ci dice: ‘Domandate e riceverete’(Mt 7.7) e ‘Tutto ciò che domanderete al Padre nel nome Mio ve lo darò’(Gv 17.23). Ne segue con certezza che se chiediamo in unione col Signore di ricevere più grazie da un sacramento, Dio ce le elargirà. Il frutto sarà più grande se lo chiediamo con ardore: ‘Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia, (cioè la santità) perchè saranno saziati’ (Mt 5.6); più grande sarà anche se lo chiediamo con la generosità pronta a dare tutto a Dio, e rifiutarGli niente.

Nel sepolcro

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen. 

Entrando con lo spirito nel sepolcro, vedo cogli occhi dell’anima il Sacrosanto Corpo di Nostro Signore, splendente nel silenzio e nel buio, di una luce tenue di oro chiaro. Il Corpo infatti è sempre unito alla Divinità, come lo è anche l’Anima, che alla morte lo lasciò per liberare i Giusti dal Limbo.

Vi vedo, o Signore, avvolto nella Sindone, il Volto coperto del velo, come per non mostrarci più le Sacre ferite, adesso che il dolore sia passato, e che finalmente il tempo stabilito dal Padre sia giunto. Consummatum est: Omnis consummationis vidi finem. Latum tuum mandatum nimis. È consumato: di ogni consumazione vidi la fine: il Vostro mandato è compiuto sino alla fine.

Vi vedo davanti a me, Presente nella Vostra Divinità, ma nascosto come nel tabernacolo. Il Corpo morto  rappresenta quello di Adamo, istigatore della propria morte e di quella di tutti i suoi discendenti, il Corpo rappresenta anche noi che abbiamo meritato la morte per tutti i nostri innumerevoli peccati. E su tutto il Corpo, ormai invisibili, le sacre ferite: le cinque ferite della crocifissione, le 5,475 ferite della flagellazione, le ferite delle spine nella testa e persino nel cervello, le ferite delle cadute e nel cuore. Tante ferite Vi abbiamo inflitte! Tante quante abbiamo meritate noi per la nostra malvagità!

O Signore Adorabile, questo dovrebbe essere il mio corpo morto, queste dovrebbero essere le mie ferite, giustamente meritate dal mio peccato: dal mio peccato contro Voi, O Bontà Infinita ed Amore Eterno; ma Voi le avete prese su di Voi in una sofferenza più profonda e vasta di un’infinità di oceani, ma guadagnando con essa il Paradiso, trasformando la morte in vita e le ferite nella costellazione più gloriosa di tutto il creato: l’abbellimento più glorioso della Vostra Sacratissima Umanità.

E così rimarrò prostrato davanti al Dio Uomo, per adorarLo nel buio e nel silenzio, adesso che il dolore sia passato: per ringraziarLo della Sua infinita misericordia verso di me, misero peccatore, donec ego vixero: lungo tutto il corso della mia vita. Amen.

Mezzi per progredire nella vita spirituale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

I Sacramenti
Un sacramento non solo dà, restituisce, o aumenta la Grazia santificante, ma presta pure una propria grazia ‘sacramentale’ alla persona. Ciò viene inteso come un vigore speciale della Grazia santificante, o come un diritto a grazie attuali speciali, per poter più facilmente adempire a tempo opportuno i doveri imposti dal sacramento ricevuto.

Il Signore ci dice: ‘Domandate e riceverete’(Mt 7.7) e ‘Tutto ciò che domanderete al Padre nel nome Mio ve lo darò’(Gv 17.23). Ne segue con certezza che se chiediamo in unione col Signore di ricevere più grazie da un sacramento, Dio ce le elargirà. Il frutto sarà più grande se lo chiediamo con ardore: ‘Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia, (cioè la santità) perchè saranno saziati’ (Mt 5.6); più grande sarà anche se lo chiediamo con la generosità pronta a dare tutto a Dio, e rifiutarGli niente.

1) La Confessione

i) Peccati mortali

Il peccato mortale si deve confessare con sincerità ed umiltà:
a) secondo la specie ed il numero;
b) già all’inizio della confessione (non nascondendolo tra peccati veniali o imperfezioni);
c) indicandone la causa e chiedendone il rimedio;
d) suscitando una profonda contrizione col fermo proposito di evitare cadute future assieme alle occasioni.

Dopo l’assoluzione occorre un vivo e abituale sentimento di penitenza col desiderio di riparare l’offesa con una vita austera e mortificata e con un amore generoso.

ii) Peccati veniali deliberati

Questi peccati, commessi nella consapevolezza di offendere Dio, ma preferendo il proprio piacere egoista a Lui, sono grandi ostacoli alla perfezione, soprattutto se sono frequenti e vi si è attaccati. Esempio ne sono la maldicenza, l’attacco alla propria volontà, al proprio giudizio o al giudizio temerario, il nutrire affezioni naturali e sensibili. Tali peccati ci vincolono alla terra e ci impediscono di prendere lo slancio verso l’amore divino.

Anche in questo caso bisogna accusarci a fondo, palesare la natura e le cause dei peccati, principalmente di quelli che maggiormente ci umiliano, pentircene, e fare un proponimento assolutamente di evitarli nel futuro.

iii) Peccati di fragilità

Se è impossibile evitare questo tipo di peccato completamente, possiamo comunque diminuirne la quantità. Nella confessione possiamo indicarne in genere i tipi e la frequenza e poi concentrarci su un tipo, indicandone le cause: come per esempio la distrazione nella preghiera per mancanza di coraggio di rispingerla prontamente. Ne segue il proponimento di combattere questo tipo di peccato, un esame di coscienza particolare ogni giorno a riguardo, con un conto da rendere nella prossima confessione. Impegnandoci in questo modo di combattere seriamente i peccati, anche di fragilità, aumentiamo in noi la grazia e la forza per evitare ulteriori cadute e per perfezionarci nelle virtù.

*

La contrizione

Per suscitare in noi la contrizione basta riflettere sull’offesa che abbiamo recata a Dio ed il danno a noi stessi. Il peccato è sempre una resistenza alla Sua Volontà, un’ingratitudine da parte di un figlio ed un intimo amico. ‘Non è un nemico che mi oltraggia… ma tu, tu che eri come un altro me stesso, il mio confidente ed il mio amico; vivevamo insieme in una dolce intimità.’ (Sal 54.13-5).

Allo stesso tempo il peccato mortale fa perdere l’amicizia di Dio e Lo caccia dall’anima; il peccato veniale, invece, rende meno intima ed attiva in essa questa divina amicizia; impaccia la nostra attività spirituale; ne diminuisce le energie per il bene; aumenta l’amor del piacere e predispone al peccato mortale – ciò che è particolamente chiaro nell’ambito della purezza, dove la linea di confine tra il mortale ed il veniale è tenue, ed il piacere seducente. Che queste considerazioni ci aiutino a pentirci dei nostri peccati e fare un buon proponimento, come abbiamo accennato sopra.

Per assicurarci che possediamo lo spirito di contrizione ci possiamo accusare anche di qualche peccato grave del passato, già confessato, sucitandone di nuovo il pentimento. In questo modo riceveremo l’assoluzione in modo proficuo e purificheremo e fortificheremo la nostra anima con la grazia divina per i combattimenti futuri.

 

Le indulgenze

+In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Introduzione

Abbiamo già fatto notare che un qualsiasi atto buono compiuto in istato di Grazia per un fine sovrannaturale possiede un triplice valore: meritorio, sodisfattorio, ed impetratorio. Il valore sodisfattorio comprende a sua volta un triplice elemento: di propiziazione (rendendoci propizi a Dio ed inclinandoLo a perdonarci); di espiazione (cancellando colpa); e di sodisfazione nel senso stretto (annullando in parte o in tutto la pena dovuta al peccato).

Se ogni atto buono ha il valore di annullare, fino ad un certo grado, la pena dovuta al peccato, ad alcuni atti buoni in particolare viene prestato dalla Santa Madre Chiesa questo valore in modo formale. Questi atti si chiamano ‘indulgenziati’.

Per guadagnare l’indulgenza che accompagna un tale atto occorre l’intenzione almeno generale di approfittarne. L’indulgenza la può applicare il fedele a se stesso o ai defunti.

Ci sono due tipi di indulgenze: l’indulgenza plenaria e quella parziale. Il primo tipo libera la persona in questione di tutta la pena dovuta ai propri peccati e può essere guadagnata solo una volta al giorno; la seconda la libera in modo parziale e può essere guadagnata più volte al giorno.

L’Indulgenza plenaria in genere

Per guadagnare l’indulgenza plenaria, si devono compiere inoltre all’atto stesso le tre condizioni seguenti:
1) la Confessione sacramentale;
2) la santa Comunione;
3) preghiere per il santo Padre (bastanno un Pater ed un Ave).

Note:
i) Queste tre condizioni si possono compiere anche nei giorni prima o dopo l’atto, anche se conviene comunicarsi e pregare per il santo Padre il giorno stesso dell’atto indulgenziato;
ii)  una sola Confessione vale per indulgenze plenarie su più giorni, mentre le altre condizioni si devono ripetere ogni volta che si vuol guadagnare l’indulgenza;
iii)  la persona deve essere priva di qualsiasi aderenza al peccato, pure veniale. Se invece la persona è attaccata al peccato o se l’atto o le condizioni vengono compiuti solo parzialmente, l’indulgenza sarà, anche essa, solo parziale;
iv)  normalmente quando l’atto consiste in una visita ad un luogo, si reciti durante la visita il Credo ed il Pater; quando la visita è legata ad un determinato giorno, si può farla da mezzogiorno della veglia fino a mezzanotte del giorno stesso.

Procediamo offrendo ora un elenco delle indulgenze individuali che si possono guadagnare:
1) quotidianamente;
2) su deteminati giorni; e
3) in determinate circostanze.

Indulgenze plenarie concesse:

1. Quotidianamente
a) Rosario in chiesa o in oratorio, in famiglia, in comunità religiosa etc;
b) Adorazione eucaristica per almeno 30 minuti;
c) Via Crucis davanti stazioni legitimamente erette, o quella papale per radio o televisione;
d) Lettura (o ascolto) della sacra Scrittura per almeno 30 minuti;
e) Recita dell’Akathistos (almeno una parte sostanziosa).

2. In determinati giorni
a) Fine anno: partecipazione devota, in una chiesa o oratorio, al canto o alla recita solenne del Te Deum;
b) Capo d’anno: lo stesso per Veni Creator;
c) Settimana per l’unità dei cristiani: assistenza ad una ceremonia ed alla conclusione;
d) nei Venerdì di Quaresima: dopo la S. Comunione davanti ad un crocifisso la recita di En ego… (Eccomi…)
e) Giovedì santo: alla fine della S. Messa in Coena Domini recita pia del Tantum ergo;
f) Venerdì santo: partecipazione pia alla venerazione liturgica della Croce;
g) Sabato santo (o nell’anniversario del battesimo): rinnova liturgica delle promesse battesimali;
h) Pentecoste: Veni Creator (come (b) sopra);
i) Corpus Domini: partecipazione pia alla processione;
j) Festa dei SS. Pietro e Paolo: visita ad una basilica minore o ad una cattedrale (recitando un Credo ed un Pater); o l’uso devoto di un oggetto pio benedetto da un vescovo: cioè rosario, crocifisso, croce, scapulare, o medaglie, recitando una formula di professione di Fede;
k) Festa del Sacro Cuore: recita pubblica dell’atto di Riparazione al Sacro Cuore;
l) 2 agosto (Porziuncula): visita di una basilica, cattedrale, o chiesa parrochiale (recitando piamente un Credo ed un Pater).
m) 1-8 novembre: visita devota ad un cimitero, pregando per i defunti.
n) 2 novembre (o in altro giorno in cui la Festa di Tutti i defunti viene spostata, o che viene stabilito dall’Ordinario): visita pia ad una chiesa o oratorio (recitando piamente un Credo ed un Pater).
o) Festa di Cristo Re: recita pubblica della Consecrazione del genere umano a Cristo Re.

3. In circostanze particolari
a) In articulo mortis: la benedizione apostolica. Viene raccomandato l’uso di un crocifisso o di una croce. L’ indulgenza vale anche se il moribondo ha già lucrato un’altra indulgenza plenaria lo stesso giorno. Se un sacerdote non può assistere, la Santa Madre Chiesa elargirà l’indulgenza anche senza le tre solite condizioni, se il fedele è ben disposto ed era abituato a pregare.
b) Pia assistenza fisica, per televisione, o per radio, alla recita papale del Rosario o alla benedizione papale Urbi et Orbi, o alla benedizione del proprio vescovo secondo la formula prescritta,
c) Prima S. Messa pubblica di un sacerdote; nonché quella del 25. 50. 60. o 70. anniversario dopo l’ordinazione sacerdotale, rinnovando la risoluzione di compiere fedelmente i doveri; similmente per l’ anniversario 25. 40. 50. dell’ordinazione episcopale di un vescovo. L’ indulgenza vale per il ministro sacro come anche per i fedeli assistenti.
d) Partecipazione religiosa al rito di chiusura di un congresso eucaristico.
e) Assistenza ad una celebrazione liturgica per il fondatore di un istituto di vita consecrata e società di vita apostolica (recitando piamente un Credo ed un Pater).
f) Assistenza nell’anno susseguente ad una canonizzazione o beatificazione, alle solennità nel onore del nuovo santo o beato in una chiesa o un oratorio (recitando piamente un Credo ed un Pater).
g) Visita, nel giorno della festa del titolare, di una basilica minore, una cattedrale, un santuario (internazionale, nazionale o diocesano), o una chiesa parrochiale (recitando piamente un Credo ed un Pater).
h) Esercizi spirituali di almeno 3 giorni interi.
i) Rinnova delle promesse battesimali nell’anniversario del battesimo.
j) Atto di consecrazione di una famiglia al Sacro Cuore o alla Sacra Famiglia (se possibile con un sacerdote o diacono), recitando una formula approvata davanti all’ immagine rispettiva.
k) Visita ad un altare o ad una chiesa il giorno della dedica (recitando piamente un Credo ed un Pater).
l) Partecipazione agli uffici di una chiesa il giorno che è ‘stazione’.
m) Partecipazione pia alla celebrazione di una giornata mondiale destinata ad un fine religioso (come per la gioventù).
n) Visita ad una delle quattro basiliche patriarcali di Roma, o con altri pellegrini e esprimendo durante la visita la sottomissione filiale al santo Padre; visita ad un cattedrale durante la celebrazione liturgica della Sede di San Pietro o il giorno della dedica dell’arcibasilica di San Salvatore Laterano (recitando piamente in ogni caso un Credo ed un Pater).
o) Ricezione della, o assistenza pia alla, prima Santa Comunione.
p) Assistenza ad alcune predicazioni della sacre Missioni ed alla chiusura solenne.
q) Pia visita alla chiesa dove si tiene un sinodo diocesano (recitando piamente un Credo ed un Pater).
r) Visita a basilica minore o santuario (internazionale, nazionale o diocesano) una volta l’anno in un giorno scelto dal fedele (recitando piamente un Credo ed un Pater).
s) Assistenza ad un ufficio celebrato dal Visitatore il giorno della Visita pastorale.

Indulgenze parziali

a) Santa Eucarestia e contrizione
Visita al Santissimo, preghiera approvata davanti al Santissimo (come Tantum ergo), Comunione spirituale, ringraziamento dopo la santa Comunione; esame di coscienza (sopratutto per prepararsi alla Confessione), atto di contrizione secondo una formula legittima.

b) Preghiere
Recita del Rosario (a parte di 1a e 3b sopra), Magnificat, Angelus, Regina Caeli, Salve Regina, Sub tuum etc.; preghiera approvata all’Angelo custode, a san Giuseppe, ai santi Pietro e Paolo, al santo del giorno; preghiera mentale; recita pia del Credo o un atto di Fede, Speranza, o Carità secondo una formula approvata; recita di un piccolo ufficio approvato; preghiera approvata per il santo Padre, per il vescovo, o per i benefattori; preghiera approvata di supplica o di ringraziamento: all’inizio o alla fine del lavoro, del pasto, e della giornata; rinnovamento delle promesse battesimali; preghiere della Chiesa orientale.

c) Devozioni e atti pii
Segno di croce devoto, uso devoto di un oggetto pio benedetto (cfr. 2j sopra) da un sacerdote o diacono; lettura o ascolto della sacra Scrittura per meno di una mezz’ora; pia invocazione durante il compimento dei doveri o nell’avversità; atto di misericordia; atto di astinenza, testimonianza di Fede.

d) Visite ed impegni
Ritiro/riflessione mensile, assistenza alla predicazione della Parola di Dio; visita ad una chiesa o ad un oratorio durante le solennità in onore di un nuovo santo o beato; preghiera approvata per l’unità dei cristiani; partecipazione ad una novena o alle litanie approvate; visita ad un cimitero pregando per i defunti; la recita del Requiem Aeternum, delle lodi o del vespro dell’ufficio dei defunti; visita pia alle catacombe.

Consigli generali

a) alzandosi la mattina conviene fare l’intenzione di guadagnare tutte le indulgenze possibili durante la giornata;

b) a coloro che si confessano almeno ogni due settimane, ed ogni giorno comunicano e recitano il santo Rosario in chiesa (o adorano il Santissimo per almeno una mezz’ora), viene consigliato di aggiungere un Pater ed un’Ave per il santo Padre, per poter guadagnare ogni giorno l’indulgenza plenaria.

Deo Gratias!

La Resurrezione

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Quando le pie donne erano giunte al sepolcro, il sole era già alzato, il sole che alla morte del suo Creatore fu oscurato, ma che adesso alla Sua Resurrezione, si era alzato in perfetta armonia col suo Creatore: poiché allo stesso tempo del sole creato si alza il Sole Increato, il Sole di Giustizia, lo Splendore e la Gloria del Padre, la luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo.

E siccome tra le tenebre della notte e la luce del giorno il sole non era ancora visibile, ma nelle parole di san Girolamo “irradiava inanzi a se una rosea aurora”, così Nostro Signore Gesù Cristo non era ancora visibile, ma rivelava solo gradualmente la Sua resurrezione: il Suo più grande miracolo, il fondamento della nostra fede, il fondamento anche di tutta la nostra speranza nella futura gloria.

Questo miracolo si manifesta per primo nella pietra rimossa dal monumento, e poi nell’annuncio dell’angelo. Ma già l’apparenza dell’angelo anticipa il suo annuncio, in quanto (continuando il commentario patristico) lo splendore celeste della sua veste bianca proclama la gioia e la gloria pasquali – la gioia che il nemico è sconfitto, il Regno guadagnato, e che il Re della Pace che era cercato, ora è trovato e non si perderà mai più; mentre la sua giovinezza è segno del corpo risorto, ed il sepolcro vuoto segno della nostra futura resurrezione.

“Non abbiate paura” dice l’angelo, “Voi cercate Gesù Nazareno crocifisso: Egli è risuscitato”. Le pie donne non devono avere paura di vedere questo Suo compagno di Paradiso: piuttosto i figli di questo mondo devono intimorire alla rivelazione di misteri così sublimi. Ora il nome “Gesù Nazareno” è quello che stava sopra il Salvatore sulla croce, e l’angelo Lo chiama anche “il Crocifisso” – ma dopo la Resurrezione la croce non è più immagine di morte e di disgrazia bensì simbolo della vita e della gloria eterne.

“Ma andate” continua l’angelo, “dite a Suoi discepoli ed a Pietro: Egli vi procederà in Galilea…” San Pietro, che abbiamo ultimamente visto piangere la sua caduta, deve farsi coraggio tramite questo annuncio, ed assicurarsi che il Signore lo ami nonostante i suoi peccati.

Sì, carissimi fedeli, anche per noi è passata la notte del peccato, la notte quando abbiamo lasciato la compagnia del Signore per rinnegarLo e per tradirLo con i nostri peccati – “ed era notte” scrisse l’evangelista: questa notte è passata, perchè anche per noi il Signore è morto, ed anche per noi risorto dalla morte; e nel sacramento della Confessione ci perdona tutti i nostri peccati. Il giorno nasce ed Egli risorge nella gloria radiante della Sua Santità per non morire mai più: nostra luce, nostra vita, nostra gioia, e nostro unico premio in tutta l’eternità. Amen.

Il merito

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il merito è uno dei tre valori che possiede ogni atto buono libero e compiuto nello stato di Grazia per un fine sovrannaturale. Il merito aumenta la Grazia in noi ed il diritto alla gloria celeste; il valore sodisfattorio cancella la colpa del peccato e ne annulla la pena dovuta; il valore impetratorio invece costituisce una domanda di nuove grazie, essendo ogni buon atto simile ad una preghiera a Dio per i propri bisogni o per quelli dei nostri cari.

Più da vicino, il merito è un diritto ad una ricompensa per un’opera compiuta solo su questa terra, perchè, essendo libero, non può comprendere la nostra operazione in Paradiso o la nostra sofferenza in Purgatorio, dove non abbiamo più la scelta tra l’ amare Dio o meno. La ricompensa è celeste ed eterna, come conviene all’Agente principale dell’opera Che è Dio, ed alla deiformità della nostra vita e collaborazione con Lui. Il grado del merito viene determinato dagli elementi seguenti:
1) la santità del soggetto;
2) l’intenzione
3) il fervore con cui agisce; e
3) il tipo di opera che compie.

1. La Santità del soggetto

Il grado di santità del soggetto corrisponde al grado di unione a Nostro Signore Gesù Cristo. Piu vicini siamo alla fonte di Grazia, il Capo del Corpo Mistico, più pienamente ci elargirà la Sua Grazia, e più pienamente opererà in noi. Qua si verifica la parola di San Paolo (Gal 2.20): ‘Io vivo, non più io, ma vive in me Cristo’. In conclusione possiamo dire: Più valore ha la persona, più valore l’opera.

2. L’Intenzione

L’intenzione è la qualità principale dei nostri atti, anche se il valore morale dipende anche dal tipo di atto che si compie. Così per esempio un aborto deliberato compiuto per una buona intenzione non può mai essere un atto buono. Dato, però, che il tipo di atto non sia oggettivamente sbagliato, l’intenzione è ‘l’occhio’ che illumina l’atto e lo dirige al debito fine; è l’anima che lo ispira e che lo dà valore al cospetto di Dio. ‘Si oculus tuus erit simplex, totum corpus lucidum erit’.

Questa intenzione può essere o attuale o virtuale, (cioè esplicito o implicito), e San Tommaso ritiene che un qualsiasi atto lecito compiuto nello stato di Grazia sia un atto di Carità, almeno virtuale, e dunque anche meritorio. Ogni atto buono infatti si riconduce ad una virtù, ed ogni virtù converge alla Carità, essendo essa la regina che comanda a tutte le virtù. Così anche mangiare per rifarsi le forze è meritorio. Ma è pur vero che se vogliamo che i nostri atti divengano meritori quanto più possibile, occorre un’ intenzione attuale: più pura l’intenzione, più grande sarà il merito. Se mangiare per rifarsi le forze è già meritorio, sarà chiaramente più meritorio mangiare per rifarsi la forze per meglio lavorare per Dio e per le anime.

Essendo la Carità la regina delle virtù ne segue anche che l’intenzione attuale più perfetta è quella della Carità: più perfetta della speranza ed il timore; più perfetta di ogni altra intenzione.

L’intenzione attuale bisogna rinnovare spesso, perchè, essendo la volontà e la memoria dell’uomo deboli e volubili, possiamo divertire l’intenzione anche durante lo stesso atto, e ciò che abbiamo cominciato per amore di Dio, viene contaminato o deviato dalla diritta via dall’egoismo, dalla curiosità, o dalla sensualità (per evocare la triplice concupiscenza). Come spiega il padre Tanquerey: ‘Quando una nave salpando da Genova fa rotta per New York, non basta dirigere la prora una volta per sempre verso questa città, ma poichè la marea, i venti, e le correnti tendono a farla deviare, bisogna continuamente ricondurla, per mezzo del timone, verso la meta. Così è della nostra volontà: non basta ordinarla una volta, e neppure ogni giorno, a Dio’.

Facciamo notare che per aumentare i meriti è possibile aggiungere intenzioni alle nostre azioni oltre alla Carità, come quella di docilità verso superiori, espiazione per peccati passati, riconoscenza a Dio – ma non è prudente farlo a costo di perdere la pace dell’ anima. Padre Tanquerey suggerisce che è meglio ‘abbracciare quelle che spontaneamente ci si presentano e subordinarle alla Divina Carità.’

3. Il Fervore

Il fervore o l’intensità con cui si opera è un altro fattore che aumenta il merito di un nostro atto. Ovviamente si può operare con poco sforzo, con negligenza, oppure con slancio e persino con tutta l’anima. Senza dubbio un’anima fervorosa può guadagnare ogni giorno una quantità grande di meriti e divenire in poco tempo molto perfetto. ‘Perfezionatosi in breve, compì una lunga carriere – consummatus in brevi, explevit tempora multa (Sap 4.13).

4. L’Atto

Il tipo di atto è rilevante al merito che si guadagnerà. Abbiamo già visto che un atto di Carità sarà più meritorio di atti di altre virtù. Chiaramente anche la grandezza e la durata dell’atto influirà sul merito. Una grande donazione avrà più merito di una piccola (della stessa persona); soffrire per una giornata avrà più merito che non per un’ora.

Il merito si aumenterà anche dalla difficoltà dell’atto: in quanto richiederà maggior amor di Dio o sforzo più energico e sostenuto. Così resistere ad una tentazione violenta è più meritorio che non resistere ad una leggera; praticare la dolcezza per un collerico sarà più meritorio che non per un timido.

*

Per santificare noi stessi bisogna dunque prima santificare le nostre azioni. I meriti ce li guadagniamo sempre quando siamo nello stato di Grazia, ma ce ne possiamo guadagnare molti di più, se agiamo con un’intenzione attuale e ripetuta, con fervore e generosità, con perseveranza ed energia: se in fine con ogni nostra azione ci impegniamo ad amare Dio o il prossimo in Dio con tutta l’anima. Così sfruttiamo degli atti più comuni della vita per ottenere grandi cose. Non erano d’altronde gli atti del Nostro Divin Redentore e quelli della Sua Santissima Madre a Nazareth anche loro solo atti ‘comuni’?

‘Dal primo svegliarsi del mattino fino al risposo della sera’,
scrive Padre Tanquerey, ‘centinaia sono gli atti meritori che un’anima raccolta e generosa può compire; perchè non solo ogni azione, ma, quando si prolunga, ogni sforzo per farla meglio, per esempio, per cacciar le distrazioni nella preghiera, per applicare la mente al lavoro, per schivare una parola poco caritatevole, per rendere al prossimo il minimo servizio; ogni parola ispirata dalla Carità; ogni buon pensiero da cui si trae profitto; in una parola, tutti i movimenti interni dell’anima liberamente diretti verso Dio sono altrettanti atti meritori che fanno crescere Dio e la Grazia nell’anima nostra… non c’è mezzo più efficace, più pratico, più facile a tutti per santificarsi… per elevare in breve tempo un’anima al più alto grado di santità.’

Il mezzo pratico di convertire a questo modo tutti i nostri atti in meriti è di:
1) raccoglierci un momento prima di operare;
2) rinunziare ad ogni intenzione naturale e cattiva;
3) unirci a Nostro Signore, nostro Modello e Mediatore;
4) offrire l’azione a Dio per mezzo di Lui.

La difficoltà della vita spirituale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La vita umana è una lotta. Noi, deboli e miseri, siamo mandati via su una strada stretta e pericolosa attraverso un terreno pieno di nemici, coll’avvertimento: ‘Siate perfetti!’ Bisogna esserlo pure, perchè il nostro compito è niente meno che di raggiungere il Paradiso: idealmente senza passare neanche per il Purgatorio.

Il primo nemico di noi siamo noi stessi, cioè la natura umana caduta: la Carne: la triplice concupiscenza: la concupiscenza degli occhi che cerca immoderatamente di possedere oggetti ed informazioni, ossia con avarizia o con curiosità; la concupiscenza della carne (nel senso stretto) che cerca di soddisfare immoderatamente i sensi, le emozioni, l’immaginazione, e la fantasia; la concupiscenza della propria eccellenza, cioè ‘la superbia della vita’ (o semplicemente la superbia), che cerca di adorare e glorificare se stessi al luogo di Dio.

La triplice concupiscenza viene assecondata dalle altre facoltà dell’anima, ferite anche loro dal Peccato Originale: l’intelletto che fa fatica a mantenersi nella contemplazione del Vero oggettivo: nella contemplazione di Dio e delle cose di Dio – ma cade spesso nell’errore e nelle cose di questo mondo; e la volontà, riluttante a sottomettersi all’ordine del Bene oggettivo: ai precetti di Dio e quelli della santa Madre Chiesa.

Il secondo nemico dell’uomo è il Mondo, che è niente altro che il luogo di fioritura della natura caduta e manifestazione esterna del disordine perverso interno, di cui i figli, vivendo sfrenatamente la triplice concupiscenza, seducono l’individuo a partecipare alla vita loro, o lo terrorizzano se rifiuta. Il terzo nemico è il demonio stesso, creatore e maestro della natura caduta, e principe del Mondo.

Inoltre al male morale verso il quale l’uomo è violentamente spinto sia da dentro che da fuori, viene in aggiunta il male fisico e psicologico, conseguenze ulteriori del Peccato Originale. Una madre si rallegra alla nascita del figlio, ma, come fa notare Lucrezio, il bambino nasce piangendo: la vita come lo illustra il Re Salomone nel libro Ecclesiastico, si caratteriza infatti di sofferenza e di morte, d’incostanza, delusioni, ingiurie, fallimenti, umiliazioni, perdite di ogni tipo, contro tutto del quale bisogna coraggiosamente far fronte, superando ciò che possiamo superare ed accettando il resto. Tutto passa, tutto perisce quaggiù: solo Dio rimane, solo Dio è, assieme alla Sua Parola Eterna.

Solo alzando la mente ed il cuore verso di Lui, quindi, e verso la Sua Santissima Madre possiamo ottenere la stabilità e la pace. L’intelletto e la volontà, malgrado il loro indebolimento, mantengono comunque un orientamento verso Dio: come il Vero Assoluto e il Bene Infinito: Che ci fornisce delle regole per attraversare il terreno ostile di questa vita e la forza per lottare contro il male.

La lotta alla quale si riduce tutta la lotta quaggiù è quella interna, perchè il Mondo ed il demonio non fanno altro che stuzzicare e sollecitare le tendenze peccaminose e le concupiscenze che già si trovano dentro l’uomo. La lotta è dunque quella tra le facoltà inferiori e superiori dell’anima: tra la Carne e lo Spirito, tra l’uomo vecchio, soggetto al Peccato Originale, e l’uomo nuovo dotato dalla Grazia.

Ma l’uomo nuovo che possiede la buona volontà sicuramente vincerà: perchè non sopporterà a nessun costo di perdere Dio dalla propria anima: il suo Bene supremo, il Bene supremo in assoluto; e Dio lo assisterà nella lotta: Qui docet manus meas ad proelium: anzi lotterà in lui e gli presterà una collaborazione a questa lotta assieme ad una copia di meriti che gli dà diritto ad un premio e ad una gloria sempiterni.

Dio e lui sono infatti strettamente uniti: ‘Voi in Me ed Io in voi’ (Gv 14.20), ‘Rimanete in Me ed Io in voi’ (Gv 15.4): l’uomo nuovo vivendo in Cristo in quanto membro del Suo Corpo Mistico; e Cristo vivendo in lui per la Grazia, col Suo amore, con le Sue virtù, coi Suoi doni, con le Sue grazie, le Sue dolci comunicazioni e comunione per assisterlo nel viaggio verso l’Eternità.

Dall’uomo vecchio non ci possiamo mai completamete liberare; lo possiamo solo indebolire ed incatenare, fortificandoci contro i suoi assalti brutali con le virtù, i sacramenti, e la preghiera. Da principio la lotta sarà violenta; dopo, più calma, mentre progrediamo lentamente ad uno stato paragonabile all’Integrità Originale prima della Caduta, quando le facoltà inferiori dell’anima erano ancor sotto il controllo completo della ragione, e l’intelletto e la volontà fissi in Dio.

Così goderemo di una pace maggiore, presagio della vittoria definitiva. ‘Ormai non sento in me nè grandi gioie nè grandi afflizioni’ scrive santa Teresa d’Avila (Vita 40. 22), ‘Se alle volte ne provo qualcuna, passa… presto… Anche se volessi rallegrarmi di quel contento o rattristarmi di quella pena, mi sarebbe impossibile… Il Signore ormai si è degnato di svegliarmi a quella vita in cui non si provano tutti quei sentimenti che prima erano in me così vivi, appunto perchè non ero nè mortificata, nè morta alle cose del mondo, e non vuole più che io ricada nella mia passata cecità.

Quando infine avrò combattuto la buona battaglia, terminato la corsa, conservato la Fede (2 Tim 4.7-8), vedrò Colui per Cui ho combattuto, Che ha combattuto con me ed in me, Che m’ha portato Lui Stesso al termine della corsa, Che m’ha conservato la fede: e Lui mi incoronerà della ‘corona della giustizia’ e mi darà il premio che sarà Lui Stesso, alla gloria del Suo Santissimo Nome. Amen.

La vita spirituale e Cristo

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Qual’è il rapporto tra la vita spirituale e Nostro Signore Gesù Cristo?

1) Cristo è il Capo del Corpo Mistico che è la Chiesa; noi ne siamo le membra, e dunque viviamo la vita spirituale in Lui;

2) Cristo ci ha redenti tramite la Morte in croce, e perciò ha meritato per noi la vita spirituale e tutto ciò che comporta;

3) Cristo ci ha mostrato con le Sue dottrine e col Suo esempio come vivere, e perciò è anche Insegnante e Modello di questa vita.

In sintesi Nostro Signore è al contempo principio vitale e meritorio, come anche Insegnante e Modello, della vita spirituale. Per quello abbiamo il diritto ed il privilegio del tutto gratuito di chiamare la vita spirituale ‘la Vita Cristiana’.

1. Cristo, principio vitale

Ego sum vitis, vos palmites, dice il Signore (Gv 15.5): Io sono la vite, e voi i tralci. Questa parola significa che noi facciamo parte di Lui; che la nostra vita fa parte della Sua vita; e che riceviamo la nostra vita da Lui come i tralci della vite ricevono la propria vita dal ceppo a cui sono uniti.

Ma Cristo non è solo la fonte della nostra vita spirituale, bensì anche il Capo. Ciò significa che Lui ha la preminenza su di noi; che ci dirige e muove; e che Lui ci anima e vivifica con i Suoi doni, con le Sue virtù e grazie. ‘Abbiamo visto la Sua gloria’ (Gv 1.14 e 16) … ‘come l’Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità… Dalla Sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto, e grazia su grazia’. Il Concilio di Trento aggiunge (S.6 c.8): ‘Cristo Gesù come capo verso le membra… fa scorrere la virtù sui battezzati in modo costante’.

Ora, in virtù dell’unione intima a Nostro Signore della quale godiamo come membra del Suo Corpo Mistrico, possiamo non solo vivere, ma anche meritare, in Lui e con Lui. Questo è vero delle nostre sofferenze: ‘Se partecipiamo ai Suoi patimenti ‘ dice san Paolo (Rom 8.17), ‘sarà per partecipare alla Sua gloria’. Ma sono meritorie non solo le nostre sofferenze, bensì anche tutti i nostri atti cristiani compiuti nello stato di Grazia, e meglio sono compiuti, più sono meritori.

2. Cristo, principio meritorio

‘A causa della tanto grande carità con cui ci amò’, (dichiara lo stesso Concilio, S. 6.7) ‘la Sua Santissima Passione sul legno della croce ci meritò la giustificazione e sodisfece per noi.’ La Sua Morte ci ha donato infatti la stessa vita spirituale, di cui non avremmo potuto godere altrimenti; ci ha elargito i sacramenti, in primo luogo il battesimo che ci toglie il Peccato Originale ed è la porta a tutti gli altri, e poi la Confessione e la santa Messa dove ci comunica sempre più grazie. A parte queste grazie ci saranno innumerevoli altre con cui ci elargisce per progredire nella santità. Nelle parole di san Paolo: Dio ci benedisse in Cristo con ogni sorta di benedizione spirituale (Ef 1.3) Benedixit nos in omni benedictione spirituali in caelestibus in Christo Jesu‘ – ‘grazie di conversione’ commenta padre Tanquerey, ‘ grazie di perseveranza, grazie per resistere alle tentazioni, grazie per trarre profitto dalla tribolazione, grazie di consolazione, grazie di rinnovamento spirituale, grazie di nuova conversione, grazie di perseveranza finale’. Tutto Egli ci meritò, e ci assicura inoltre che tutto ciò che chiederemo al Padre in Suo Nome, vale a dire appoggiandoci sui Suoi meriti, ci sarà concesso.’

3. Cristo, Insegnante e Modello della Vita spirituale

Nel Discorso della montagna, nelle parobole, in tutte le Sue sante istruzioni, il Signore inculcava costantamente un corpo di dottrine così comprensivo e perfetto, che, chiarificato ed approfondito dalla Chiesa e dai suoi Dottori attraverso i secoli, ha bastato per santificare una quantità innumerevole di fedeli.

Quanto all’esempio che ci ha lasciato della propria vita, sant Agostino fa osservare che coloro che gli uomini avevano sotto gli occhi erano troppo imperfetti da servire da modelli, mentre Dio, Che è la Santità stessa, a loro sembrava troppo distante. E allora l’Eterno Figlio di Dio si fa uomo e ci mostra coi Suoi esempi come si può perfezionarsi su questa terra.’Ecco il mio Figlio, nel quale Mi sono compiaciuto’, dice Dio Padre al Battesimo ed anche alla Trasfigurazione. Ci invita con questa frase di imitare Suo Figlio, per divenire anche noi l’oggetto della Sue Divine compiacenze. ‘Impara da Me, che sono mite ed umile di cuore’ dice il Signore (Mt 11.21). ‘Vi ho dato l’esempio perchè come ho fatto io, facciate anche voi’ (Gv 13.15). Cos’è, infine, la vita spirituale (nel senso morale) se non l’imitazione di Cristo?

Imitando le virtù e le azioni del Nostro Divin Modello, progrediamo nella vita spirtuale, dunque, ma anche meramente meditandole. Meditando la Sua umiltà, purezza, mortificazione e tutte le altra Sue virtù siamo eccitati ad imitarle non solo per la forza persuasiva della Sua Persona, ma anche per l’efficacia delle grazie che ci meritò praticandole. Lo stesso vale per gli avvenimenti della Sua vita Divina terrestre. Meditando l’Incarnazione impariamo a rinunziare a noi stessi ed unirci alla Divina Volontà; meditando sulla crocifissione impariamo a crocifiggere la carne e le sue concupiscenze; meditando sulla Morte impariamo a morire al peccato.

*

In sintesi, noi viviamo in Lui come membra del Suo Corpo Mistico; Lui vive in noi per la Grazia; ci ha dato tutti i mezzi necessari per imitarLo, anzi per trasformarci in Lui, cosi che possiamo dire con san Paolo: Vivo non più io, ma vive in me Cristo (Gal 2.20); e dire con le parole del Canone Romano: per Lui, con Lui, e in Lui rendiamo ogni onore e gloria a Dio Padre onnipotente, nell’unità della Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen:  Per Ipsum, et cum Ipso et in Ipso est Tibi, Deo Patri Omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti, omnis honor et gloria, per omnia saecula saeculorum. Amen.

La grandezza della vita spirituale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Guarda davanti a questo liceo agli allievi che stanno qua oziosi. Ascolta i loro discorsi inutili, volgari ed osceni, le loro risate. Guarda negli occhi quando tacciono, e dimmi cosa vedi là: non è il vuoto, la desolazione, la morte? Guarda invece quest’altro in disparte che non partecipa alle loro conversazioni. Guardane la modestia e mitezza. Negli occhi non c’è una luce? Nel sorriso non c’è la bontà e la pace? – come se conoscesse, possedesse, anzi, come se già vedesse qualcosa o qualcuno più grande di tutto ciò che trascorre davanti, di tutto ciò che c’è in questo mondo finito e passeggero?

L’anima nello stato di Grazia che crede in Dio Santisima Trinità, che ama Lui con la Divina Carità ed il suo prossimo in Lui, brilla di una meravigliosa bellezza che presta poi alla persona intiera. I Padri lo paragono a cera molle nella quale è impressa il sigillo della Divina Somiglianza, o (secondo san Basilio) a quei corpi trasparenti che, ricevendo la luce del sole, ne sono come penetrati, e acquistano e diffondono tutto intorno a loro un incomparabile fulgore. Così l’anima in istato di Grazia, simile ad un globo di cristallo, illuminato dal sole, riceve la Luce Divina, risplende di vivo fulgore, e lo trasmette intorno a sè. Similmente l’immagine che abbiamo già visto del ferro immerso nell’ardente braciere, esprime non solo il modo in cui Dio si unisce all’anima e le presta la propria somiglianza, ma anche la profonda penetrazione di Dio nel più intimo dell’anima, lo splendore, l’ardore, e la pieghevolezza dell’anima alle Divine ispirazioni.

La Grazia è per essenza assolutamente sovrannaturale ed eleva la natura e l’operazione dell’uomo ad un livello a cui non ha nessun diritto, ne facoltà di raggiungere. Quale creatura infatti potrebbe mai pretendere il diritto di divenire figlio adottivo, amico, e tempio di Dio; di conoscere, amare, e possedere Lui nella Sua più intima natura e poi di vederLo faccia a faccia per tutta l’eternità? Scoprire lo Stesso Dio Trinitario nell’anima non è altro che scoprire il tesoro nascosto nel campo. Non è questo possesso il maggior bene di cui possiamo godere quaggiù, per il quale dovremmo essere pronti a sacrificare tutto ciò che abbiamo?

Mai rischiamo di perdere Dio dalla nostra anima tramite il peccato mortale: di perdere l’immagine del Suo sigillo sull’anima, di perdere la luce del Suo sole, il calore del Suo amore; di scambiarli con il vuoto, la desolazione, e la morte. Anzi, non rischiamo pure di offuscare o diminuirli neanche con il peccato veniale o con qualsiasi imperfezione. Santa Teresa d’Avila vedeva in una visione il Signore nell’anima come in uno specchio, e capiva come il peccato oscura quello specchio; in un’altra visione vedeva Lui come ‘un splendidissimo diamante, molto più grande dell’Universo’ e disse ‘Tutto ciò che noi facciamo si riflette in questo diamante, perchè racchiude in sè ogni cosa… mi è di afflizione profonda il pensiero che in quella purissima chiarezza si riflettevono cose tanto abbominevoli come sono i miei peccati’.

Con quale premura bisogna dunque coltivare la Vita Divina in noi: per rendere ogni giorno l’immagine Divina nell’anima più rassomigliante al suo Divin Esemplare; per far splendere la Sua Luce più chiaramente in noi; per farci penetrare più intimamente e profondamente dal fuoco divorante dell Divinità; per farci infine più degni di vivere la vita in Lui: la Verità, la Bontà e la Bellezza Diamantine, Infinite, ed Eterne.

Fare questa opera di perfezionamento e di santificazione su di noi stessi è già nel nostro interesse spirituale, in quanto la nostra eterna Beatitudine corrisponderà ai meriti che avremmo guadagnati così. Ma più di quello dobbiamo a Dio tutti gli sforzi che possiamo fare per tre altri motivi: per giustizia, per divenire templi degni per contenere lo Spirito Santo: ‘Alla Vostra Casa conviene la santità per la lunghezza dei giorni – Domum tuam decet sanctitudo in longitudine dierum‘ (sal.92); per riconoscenza alla Sua infinita generosità verso di noi – essendo il modo migliore per mostrare la gratitudine verso un benefattore l’utilizzare un beneficio per il fine per cui ci è stato concesso. Ma ancor più di quello il nostro motivo deve essere l’amore: perchè ci ha creati e redenti, perchè è morto per noi, e Si è dato a noi sacramentalmente nella santa Eucarestia, e spiritualmente con la Grazia, in modo del tutto gratuito, in anticipo della Sua unione definitiva a noi in Cielo. Amen.

La natura della vita spirituale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

(sintesi del trattamento di Padre Adolfo Tanquerey, nel Compendio di teologia ascetica e mistica)

‘Se uno Mi ama, osserverà la Mia parola, e il Padre Mio lo amerà, e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui’ (Gv. 14.23). Queste parole esprimono l’abitazione della Santissima Trinità nell’anima del giusto – ciò che avviene quando una persona è nello stato di Grazia.

Dio è già presente nell’anima in modo naturale, dove Egli è Creatore e Sovrano Padrone, e noi siamo i Suoi servi, la Sua proprietà; ma con la Grazia dei sacramenti, soprattutto del battesimo e della penitenza, Egli entra nell’anima in modo sovrannaturale, per stabilire una relazione diretta tra l’anima e Se Stesso come è nella Sua intima natura: come la Santissima Trinità.

Cos’è la Grazia? La Grazia è una qualità dell’anima che la rende partecipe della vita stessa di Dio, come un pezzo di ferro, tenuto dentro le fiamme, assume il calore ed il colore del fuoco. L’anima, anzi la persona umana intiera, diviene in seguito partecipe della vita divina, o ‘consorte della natura divina’ secondo l’espressione di san Pietro. In quanto tale non d i v i e n e Dio o uguale a Dio, ma solo simile a Lui: ‘deiforme’.

La Grazia rende Dio presente all’anima nella Sua essenza, in modo vero e reale, tale di essere posseduto, visto, ed amato direttamente dall’anima. Si tratta dunque dell’unione dell’anima a Dio nel possesso, nella visione, e nell’amore per Lui, che è in sostanza dello stesso genere dell’unione che avviene in Cielo: l’unione della Visione Beatifica. La prima unione è dello stesso genere del secondo, dunque, ed è anche orientata a trasformarsi in essa nel corso del tempo.

Dentro l’anima Dio è presente, ossia è presente con tutte le operazioni delle Tre Persone Divine: Il Padre genera il Figlio; il Padre ed il Figlio si amano a vicenda infinitamente; da questo amore procede lo Spirito Santo, vincolo reciproco dei Due, ma distinto da loro.

La Santissima Trinità è presente in noi non solo nella Sua essenza, però, ma anche moralmente: per assisterci come Padre, Figlio, e Spirito Santo nel nostro cammino verso il Cielo.

Egli è il nostro Padre e noi siamo i Suoi figli adottivi: adottivi non nel senso legale ed artificioso, però, ma in senso reale. ‘Ha dato potere di divenire figli di Dio’ (Gv 1.12); ‘… per essere chiamati figli di Dio e lo siamo realmente’ (1Gv 3.1). ‘Abbiamo infatti ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo ‘Abba Padre’… e se siamo figli, siamo anche eredi. Eredi di Dio, coeredi di Cristo’ (Rom 8.15-7). Nel Discorso della montagna (Mt 5-7) Nostro Signore Gesù Cristo descrive il rapporto paterno come quello di un padre che conosce perfettamente il suo figlio, ascolta le sue preghiere fatte in segreto, conosce i suoi bisogni, e prende cura di lui. In un altro luogo ( Gv 3.16) esprime l’amore del Padre in termini del sacrificio che fece del proprio Figlio.

Dio ci aiuta non solo da Padre, ma anche da Figlio, e più precisamente da Amico. Questa amicizia si caratterizza di una certa uguaglianza (anche se ovviamente non è piena) e di un’intimità e famigliarità per mezzo di dolci comunicazioni e comunione.

Le dolci comunicazioni vengono espresse nella parola del Signore: ‘Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi’ (Gv 15.15). Non solo ai Suoi discepoli ha fatto conoscere ciò, però, ma anche a noi tramite il Suo insegnamento durante la vita terrena e tramite la Santa Chiesa; nonché tramite tutte le ispirazioni interne al nostro spirito, quando per mezzo del Suo Spirito suggerisce a noi ‘tutto ciò che avrà detto a voi’ (Gv 14. 26).

La dolce comunione, invece, viene espressa della parola: ‘Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la Mia voce e Mi apre la porta, Io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con Me’ (Apc 3. 20). Tommaso à Kempis parla similmente di:’ Frequenti visitazioni coll’uomo interiore, dolce parlare, grata consolazione, molta pace, una famigliarità assai meravigliosa’ (Im II 1.1). Non è questa la nostra parte d’altronde nella pratica della presenza di Dio?

Dio è presente a noi anche nella Persona dello Spirito Santo, in quanto Santificatore. Egli ci forma per divenire un tempio degno per contenere Lui assieme a tutta la Santissima Trinità, guidandoci nel cammino della perfezione tutto il lungo della nostra vita. Ci elargisce ed aumenta le virtù teologali della Fede, Speranza, e Carità; le virtù cardinali infuse della Prudenza, Giustizia, Fortezza, e Temperanza; i sette Doni, come quello del Consiglio che perfeziona la Prudenza affinché possiamo giudicare ciò che bisogna fare, e la Forza per operare e patire lietamente e intrepidamente grandi cose, superando tutti gli ostacoli, e perseverando sino alla fine. Ci manda grazie attuali ad ogni momento della vita. Così potremo dire coll’Apostolo (Fil 1.6): ‘Colui che ha iniziato in voi questa opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Gesù Cristo’.

È pur vero che in un certo qual modo Dio tratta i Suoi figli, anche i peccatori, anche i non credenti, sempre come Padre, Figlio, e Spirito Santo, o, più precisamente, si può sempre attribuire alle diverse Persone della Santissima Trinità le varie relazioni di Dio con gli uomini: in quanto provvede per i loro bisogni, ascolta le loro preghiere, bussa all porta dei loro cuori, e li assiste con grazie attuali; ma per coloro che non sono nello stato di Grazia mancheranno l’intimità e la dolce comunione: non si siederà per cenare con loro; e mancheranno pure le virtù infuse e i doni dello Spirito Santo.

Infine, la vita spirituale è questa: Contenere la Santissima Trinità nell’anima tramite la Grazia; vivere nella presenza del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo: essere l’oggetto dell’amore premuroso del Padre, l’oggetto famigliare ed intimo del Figlio, l’oggetto del potere santificatore dello Spirito Santo, Spirito dell’amore reciproco del Padre e del Figlio. Contenere dentro dell’anima, ed essere in rapporto diretto ed intimo con, queste Tre Persone, i Tre Ospiti invisibili dell’anima: Che sono presenti per collaborare con noi e per aiutarci a raggiungere il Cielo: Quando la Grazia si trasformerà nella Gloria, e la conoscenza velata si trasformerà nella Visione beatifica: la Visione degli stessi dolci ospiti dell’anima come sono in Se Stessi nella loro Gloria infinita, alla nostra eterna Beatitudine. Amen.

Paradiso

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Paradiso è il luogo della felicità eterna: quella felicità descritta dai Santi Padri della Chiesa come una esenzione da ogni male e il godere di ogni bene.

La esenzione di ogni male è descritta nell’Apocalisse nei termini seguenti: ‘Non avranno più fame, ne avranno più sete, ne li colpirà il sole, né arsura di sorta; e Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate…’ Il godere di ogni bene invece viene descritto da San Paolo: ‘quelle cose che occhio non vide ne orecchio udì, ne mai entrarono nel cuore dell’uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano’.

1. La Visione di Dio

Anche se non possiamo descrivere la qualità di questa felicità o beatitudine, possiamo almeno dire in cosa consiste, e questo è il possesso di Dio: perché come Dio è la somma di ogni perfezione, ne segue che il possesso di Dio colma completamente ogni desiderio che possiamo avere per tutto ciò che è Vero e Bene, e per ciò costituisce la perfetta felicità.

Questo possesso di Dio è descritto anche in termini della conoscenza, o visione, di Dio. Nostro Signore Gesù Cristo + il cui Nome sia sempre adorato, dice: ‘Questa è la vita eterna, che conoscano Te l’unico vero Dio e Colui che hai mandato, Gesù Cristo’; e San Giovanni scrive: ‘Sappiamo che quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché Lo vedremo così come Egli è – sicuti est‘.

Il nome di questa visione è la Visione beatifica a cui San Paolo accenna quando scrive: ‘Ora vediamo come in uno specchio, ma allora vedremo a faccia a faccia…’ Il motivo per cui bisogna essere simili a Dio per poter vederLo, è che per vedere o comprendere una cosa, bisogna assomigliarsi in qualche modo a questa cosa. Per vedere il Divino occorre dunque, in qualche modo, essere divini o partecipare in modo adeguato nella Divinità di Dio. Questo avviene tramite l’infusione nell’anima di ciò che si chiama Lumen Gloriae, la luce della gloria: in questa luce vedremo Dio che è la Luce – in lumine tuo videbimus lumen.

2. La Pace

Dottori eminenti della Chiesa hanno insegnato che tre doni seguono il possesso dell’infinita felicità e questi sono la gloria, l’onore, e la pace. Parlando della pace, Sant’Agostino ne distingue tre specie: pace in noi, pace tra di noi, e pace con Dio. Questa pace è riempita di gioia, amore, e lode, di cui la gioia più grande sarà cantare le Misericordie di Dio per tutta l’eternità: un inno alla gloria della grazia di Cristo mediante il Sangue di cui siamo stati liberati. In breve, come continua il Santo alla conclusione della sua opera, la Città di Dio: Là taceremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo. Ecco cosa sarà alla fine senza fine, perché cos’è il nostro fine se non da raggiungere quel regno che non ha fine?

Il Cielo sarà il luogo, infine, dove, nelle parole dello stesso santo, sarà compiuto il precetto di Dio: ‘Fate silenzio e sappiate che Io sono Dio’ (Salmo 45,11). ‘Questo sarà davvero il più grande dei sabati, un sabato che non conosce tramonto. Noi stessi diverremmo questo settimo giorno, restaurati da Lui e perfezionati dalla Sua più grande grazia; staremmo nel Suo riposo per l’eternità; vedremo che Lui è Dio e saremmo riempiti di Lui, quando Lui sarà tutto in tutti: ossia la soddisfazione di tutti i nostri desideri’.

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La meditazione sulla morte, sul Giudizio e sull’Inferno ci può motivare alla conversione per paura; quella sul Paradiso ci può motivare per amore: Siamo creati per uno scopo ed uno scopo solo: per amare Dio il Bene Infinito, per godere della felicità e della pace eterna in Lui. Se falliamo in questo, avremo fallito in tutto. Serviamoci dunque di questa breve vita per raggiungere questo scopo: per l’intercessione della Beatissima ed Immacolata Madre di Dio alla Gloria dell’Altissimo. Amen.

Paradiso

 SECONDO LE IMMAGINI DELLA SACRA SCRITTURA

Fra Angelico

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Per aiutarci a comprendere cos’è il Paradiso, mediteremo su tre immagini che si trovano nell’Apocalisse (21, 2-3): ‘Vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal Cielo da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: ‘Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini…’

a) Il Tabernacolo

Nell’Antico Testamento troviamo varie immagini del Paradiso che esprimono raccoglimento, accoglienza, sicurezza, e vicinanza a Dio, come quelle della casa o della tenda (tabernaculum). Guardiamo la seconda immagine. Nel Salmo leggiamo: Abiterò nella Vostra tenda per sempre: inhabitabo in tabernaculo tuo in saecula. Abitare nella tenda significa evidentemente abitare in un rapporto stretto con quello che già abita nella tenda, e trovare presso di lui protezione dal caldo: cioè da tutte le sofferenze di questa vita.

La tenda è immagine adatta per il Paradiso in questo modo, ma anche in quanto nell’Antico Testamento si chiamava ‘Tenda’ il ‘Santo dei santi’, il luogo dove si trovava l’Arca dell’alleanza e gli altri oggetti più sacri del popolo d’Israele (cfr. Eb 9. 3-4). Dopo la fondazione della Chiesa, invece, questa parola assume un senso ulteriore, ovviamente, che è quello del tabernacolo dentro la chiesa: il posto che contiene il ‘Santo dei santi’ per eccellenza: la vera dimora del Signore sulla terra. La frase: inhabitabo in tabernaculo tuo in saecula diviene quindi espressione di una vicinanza particolarmente stretta ed intima a Dio Stesso.

Ma la parola tabernaculum acquista un senso ancor più profondo nell’ Epistola di san Paolo agli Ebrei (9.11-12), dove l’Apostolo parla di ‘un tabernacolo nuovo, non fabbricato dalle mani degli uomini’, cioè la Sacratissima Umanità di Nostro Signore Gesù Cristo. ‘Abitare nel tabernacolo’ significa allora infine vivere eternamente nel Signore Stesso.

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Per capire meglio la portata delle due altre immagini del paradiso, cioè quelle della Sposa e della Città santa, bisogna tenere in mente qualche dottrina cattolica sul Cielo e sulla Chiesa. Il Cielo, o piuttosto Gli abitanti del Cielo, sono gli angeli ed i beati; insieme costituiscono la Chiesa Trionfante. La Chiesa, invece, è allo stesso tempo la Sposa Immacolata di Cristo, ed il Suo Corpo Mistico.

b) La Sposa

L’amore sponsale, o matrimoniale, è immagine del Paradiso, in primo luogo, in quanto rappresenta l’amore tra Dio e l’anima. Lo rappresenta, essendo l’amore matrimoniale il tipo di amore umano il più stretto, più forte, più immenso, e più duraturo in assoluto. Nell’Antico Testamento l’amore di Dio per l’anima viene rappresentato in questi termini nel Cantico dei cantici. Se l’amore matrimoniale appare nel primo libro della Bibbia con l’unione di Adamo ed Eva, appare nell’ultimo libro nel contesto dell’amore di Dio per l’uomo: ‘Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!». E chi ascolta ripeta: «Vieni!». Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita. Colui che attesta queste cose dice: «Sì, verrò presto!». E San Giovanni aggiunge alla fine: Amen. Vieni, Signore Gesù’ (Apc 22. 17 e 20).

La sposa in questi esempi rappresenta, dunque principalmente, l’anima individuale amata da Dio, ma in altri brani rappresenta una comunità di persone: il Popolo di Israele nell’Antico Testamento e la Chiesa nel Nuovo. In questi casi si manifestano tutti e due aspetti della Chiesa che abbiamo menzionati sopra: l’aspetto di Sposa e l’aspetto di Corpo Mistico.

Nell’Antico Testamento dice il Signore al Suo popolo (Ger 13.3): ‘Ti ho amato con un amore eterno’; ed è a causa di questo amore sponsale per Israele, che Egli descrive la loro apostasia come ‘adulterio’. Similmente la sposa nella Cantico dei cantici si intende non solo come l’anima individuale (e sopratutto quella della persona più amata di Dio, cioè la Madonna) ma anche come la stessa Chiesa. Nel Nuovo Testamento, nella citazione dal libro dell’Apocalisse all’inizio di questo articolo, la Sposa e la Città santa vengono identificate.

Il concetto dell’amore sponsale tra Dio ed una comunità si manifesta anche nell’ immagine delle nozze, che può essere vista come uno sviluppo ed un completamento dell’idea dell’amore tra Dio ed una sposa individuale. ‘Il Regno dei cieli è come le nozze…’ dice il Signore. L’immagine delle nozze aggiunge esplicitamente alla semplice immagine della sposa l’aspetto comunitario del Paradiso, dunque, dove tutti si radunano insieme per festeggiare con gioia l’amore tra lo Sposo e la Sposa. O, più precisamente, ogni persona presente si rallegrerà all’amore tra Sposo e Sposa, ed allo stesso tempo sarà essa stessa la Sua Sposa.

c) La Città Nuova

Guardiamo adesso brevemente l’immagine della città nuova, o la Nuova Gerusalemme, coll’aiuto dei Padri della Chiesa.

Il fatto che il Cielo è visto come una città, mostra che è una comunità, anzi la comunità delle membra del Corpo Mistico di Cristo che è la Chiesa. Il fatto che è visto come una città, la città di Gerusalemme, esprime la sua santità e pace, essendo Gerusalemme la Città Santa, e il nome “Gerusalemme” significando visione di pace. E’ la nuova Gerusalemme in contrasto al vecchio che ha ucciso i suoi profeti e crocifisso il suo Salvatore.

I cittadini di questa Città celeste sono nutriti dall’albero di vita, godono del fiume d’acqua viva che scorre dal suo centro, e sono illuminati dal Signore Dio. L’albero di vita rappresenta la sacratissima umanità di Cristo, di Cui la morte sul legno della Croce fu la fonte della nostra vita; il fiume d’acqua viva che scorre dal Trono di Dio e dall’Agnello è lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio; è limpida come cristallo perché presta ai cuori e ai corpi degli eletti una purezza accecante che riflette i fuochi del Sole di giustizia, che è Cristo; la Luce della Città è Dio stesso, Che illumina le menti dei suoi cittadini, con le forme più alte della conoscenza.

Tramite queste ed altre immagini, l’Apocalisse, che significa ‘Rivelazione’, ci mostra che in Cielo Dio è tutto in tutti: Dio colma tutti i nostri desideri, diviene il nostro cibo, la nostra bevanda, la luce mediante la quale vediamo e noi saremo trasformati, corpo ed anima, per poter accoglierLo in noi in tutti questi modi.

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Le immagini che fornisce la sacra Scrittura esprimono il Paradiso dunque come l’unione amorevole a Dio, intima e raccolta; un’unione alla Santissima Trinita’, a Nostro Signore Gesu’ Cristo, lo Sposo Divino; un’unione che avviene nel contesto dell’unione amorevole a tutto il Suo Corpo mistico: a tutta la Chiesa Trionfante. Questo amore reciproco tra ogni persona e Dio e l’amore di ogni persona per tutti gli altri membri della Chiesa, la riempirà di gioia: gioia in Dio, gioia in ogni altro, gioia all’amore di ogni altro per Dio.

Queste poche immagini ci danno una intuizione in ciò che è possedere,  conoscere, e vedere Dio: come una sposa e come una comunità la ragione d’esistenza intera di cui consiste in Dio e nell’amarLo e lodarLo.

*

Che queste considerazioni, carissimi fedeli, accendano i nostri cuori a cercare quella felicità, in confronto con cui la felicità di questo mondo è come un niente; perché essa è l’unico motivo per cui siamo stati creati, e solo essa può colmare i desideri più profondi e più intimi del cuore umano. Cerchiamola dunque, con una vita buona e santa, con la Carità verso Dio e verso il prossimo, la Preghiera, ed i Sacramenti, a gloria di Dio Onnipotente.

+ In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

La Natività

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La Beata Vergine, nell’episodio della Natività, “meditava tutte queste cose nel suo cuore”. La parola latina “conferens” suggerisce di fare dei paragoni, tra l’umano e il Divino: l’umano nella nascita di un bambino umano da una madre umana, nelle più povere e meschine condizioni; il Divino nella nascita di un Dio annunziata da un Arcangelo, predetta dalla concezione e dall’esultanza in grembo di San Giovanni Battista, dalle profezie di S. Elisabetta e S. Zaccaria, dalla moltitudine degli angeli e dalla stella.

E tra i segni dell’azione divina possiamo includere anche il carattere del parto in se stesso, e la presenza di angeli ministri.

Il parto non violò l’integrità verginale della Madre, così come non lo fece la Concezione, in quanto la Madre di Dio è perpetuamente Vergine: prima, dopo, e durante il parto; né il parto fu in modo veruno doloroso, perocchè i dolori delle nostre doglie non furono ereditati dalla Nostra Madre Santissima, in quanto ella era immune da ogni macchia del Peccato Originale. Perché laddove Eva, la madre di morte, partorì nel dolore come pena per il Peccato, la Beata Vergine, la Madre della Vita, partorì nella gioia, esente da ogni peccato.

La Madonna rivelò a Santa Brigida: “Egli uscì dal mio chiuso grembo verginale con indicibile gioia ed esultanza… io lo partorii… inginocchiata da sola in preghiera nella stalla. Perché con tale esaltazione e letizia dell’anima io l’ho partorito, ché non ebbi alcun travaglio né provai dolore veruno, ma subito Lo avvolsi nelle vesti pulite che io avevo già da lungi preparate”. Nel Discorso Angelico leggiamo: “Inoltre, quando il Figlio di Dio fu concepito, Egli entrò nell’intero corpo della Vergine con la Sua Divinità, cosicché, quando nacque con la Sua umanità e la Sua Divinità, Egli uscì versato attraverso il suo corpo, siccome tutta la dolcezza esce interamente dal seno della rosa, rimanendo la gloria della verginità nella Madre Sua”.

Dove si fermò Nostro Signore al momento della Sua nascita? Barradio asserisce ch’Ei s’adagiò sul terreno a cagione della Sua Divina umiltà, mentre, secondo una tradizione riportata dal Ribadaneira, la Beata Vergine non appena vide Cristo, fu colta da gran meraviglia per il Dio fatto uomo, e si prosternò a terra davanti a Lui, e con la più profonda riverenza e gioia del cuore Lo salutò con queste parole: “Tu sei venuto da me, che tanto Ti ho desiderato, o mio Dio! Mio Signore! Mio Figliuolo!”, non dubitando affatto di esser stata compresa da Lui, pur Bambino quale Egli è, e che ella dunque Lo adorò, baciandogli i piedi in quanto Egli era il suo Dio, le mani in quanto Egli era il suo Signore, il Suo volto in quanto Egli era il suo Figliuolo. Altri sono invece dell’opinione che Egli fu posto dagli angeli nelle braccia della Sua Beatissima Madre; altri ancora, tra cui S. Brigida e il padre Cornelio a Lapide, affermano che il Divino Bambino si alzò con la Sua stessa forza e si mise tra le braccia della Sua dolcissima Vergine Madre.

Per quanto riguarda la presenza di angeli ministri, padre Cornelio a Lapide commenta giustamente: “Se le stelle del mattino lodavano Iddio e tutti i Suoi Figli (ovverosia gli Angeli) si rallegravano della creazione del mondo, come dice Giobbe (38,7), quanto più devono aver gioito al momento dell’Incarnazione e della Natività del Verbo? Infatti, S. Paolo afferma (Eb 1,6): Quanto il Padre fece nascere il Suo primogenito nel mondo, Egli ordinò che tutti i Suoi Angeli Lo adorassero”. E possiamo facilmente immaginare che non solo nel cielo sopra i pastori, circondato da una nuova e maestosa luce divina, ma certamente pure nella stalla di Betlemme le schiere degli Angeli lo adorassero.

E lo stesso padre Cornelio a Lapide commenta: “Tutti gli Angeli accompagnarono Cristo loro Dio e Signore sulla terra, al modo in cui tutte le corti reali accompagnano un Re quando si reca da qualche parte. Provavano meraviglia del Dio Incommensurabile, come se si trovassero ridotto a concepibili dimensioni in una luce immensa, e Lo veneravano e Lo adoravano… E così avvenne che questa stalla era come se fosse diventata l’alto cielo del Paradiso, piena di Angeli, di Cherubini e di Serafini, i quali, lasciando il Cielo, venivano in terra ad adorare il loro Dio fatto uomo. Siffatta era l’opera dell’Incarnazione e della Natività del Verbo, finora inconcepibile, così come era del tutto incredibile per gli Angeli, in quanto era l’opera suprema e conveniente della Divina Potenza, Saggezza, Giustizia e Clemenza, la quale supera ogni capacità di comprensione degli uomini e degli Angeli.

E così la Madonna, nel silenzio, nella sua verginale modestia, nella sua celeste prudenza, nella sue quanto mai salde Fede e Speranza, contemplava tutte queste cose, sia umane che Divine, paragonando i segni di profondissima umità che vedeva con quanto ella conosceva della Suprema Maestà di Dio: la stalla con il cielo; le fasce con l’abito meraviglioso di cui è rivestito Colui che è “coperto di luce come da una veste” (salmo 104); la culla con il trono dell’Altissimo; le bestie con i Serafini: vedendo in esse tutta una meravigliosa armonia, tale da confermare la sua Fede, che l’unico Figlio di Dio, Quello che da Lei nacque, il Quale avrebbe, nel corso del tempo, sviluppato e portato a compimento suddetti misteri nella Redenzione del mondo.

E proprio come la Rivelazione di Dio sotto le spoglie di un bimbo neonato suscita meraviglia negli Angeli per la sublime novità, così eleva il cuore dell’umanità, e soprattutto della Madonna, all’adorazione della Divinità, siccome canta la Chiesa nel Prefazio di Natale: “Poiché dal mistero del Verbo Incarnato, la nuova luce del Vostro splendore rifulgette agli occhi della nostra mente, sicché, mentre venivamo a conoscere Dio visibilmente, siamo rapiti dal desiderio per le cose invisibili”. E così la Beata Vergine, tutti gli Angeli e gli uomini gioiscono assieme, e così anche noi, cari fedeli, gioiamo insieme e ringraziamo Iddio per esser venuto sulla terra per amor nostro, sicché pure noi possiamo amarLo come un piccolo bambino, come il nostro Dio, il nostro Redentore, il nostro Bene Infinito.

(Traduzione a cura di Traditio Marciana)

Il Direttore Spirituale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Guardiamo prima la necessità di un direttore (maestro spirituale/confessore regolare) rispetto ai pericoli della vita spirituale, e poi rispetto all’autorità della Chiesa; e dopo le qualità che convengono ad un tale.

1. La necessità di un direttore

i) nei pericoli della vita spirituale

Proveniamo da un bel regno, ed a quel bel regno dobbiamo tornare, ma tornare attraverso un paese selvaggio e pericoloso. Il terreno è ingannatore e pieno di pericoli; dapertutto ci sono nascosti nemici senza misericordia che ci vogliono uccidere ed impadronirsi delle nostre anime. Il Re che ci ha incaricati di tornare al Suo regno ci ha giustamente fatti accompagnare da un Suo servo che ci possa guidare attraverso il terreno e custodirci dai nemici feroci. Questo è l’Angelo Custode. Ma vuol farci accompagnare anche da un altro, non invisibile e puramente spirituale, bensì visibile ed al contempo spirituale e materiale, un nostro pari, ben versato nei pericoli del terreno e dei nemici che lo infestano, con cui ci possiamo intrattenere in ogni reciprocità, libertà, e franchezza; consigliare, ed obbedire prontamente per arrivare alla meta in sicurezza.

Scrive Padre Morando nella sua edizione delle Opere di santa Teresa d’Avila (Vita, volume iv): ‘Il confessore è padre, maestro, medico, giudice, e guida dell’anima che a lui si affida… Di esso si serve il Signore come di un secondo Angelo Custode per illuminarci, dirigerci, toglierci dai peccati, e dai vizi, riprenderci e guidarci sulla strada sicura della salute.

Bisogna fare dunque una buona scelta, perchè alle volte da questa dipende l’esito della confessione e il progresso spirituale. Scrive san Basilio: ‘Nella confessione dei peccati è da osservarsi la stessa regola che nello scoprire i mali del corpo: non si mostrano questi a uno qualsiasi, ma a coloro che sono esperti nel curarli.’

Senza un tale guida cosa diverremmo? diverremmo guide a noi stessi. Non è possibile che vediamo intieramente chiaro quando si tratta di noi stessi, dice san Francesco di Sales; non possiamo essere giudici imparziali in causa propria per una certa compiacenza ‘così segreta ed impercettibile che, se non si ha buona vista, non si può scoprire, e quelli stessi che ne son presi, non la concoscono se non la si fa loro vedere’.

Si manifesta la necessità di un direttore, infatti, in tutte e tre tappe della vita spirituale, che guarderemo adesso in dettaglio.

Per gli incipienti c’è bisogno all’inizio di un periodo lungo e laborioso di penitenza. I pericoli che questo periodo comporta sono:
i) la vana compiacenza nelle mortificazioni esterne, onde si guasta la salute, si cura con troppa indulgenza, e si cade poi nel rilassamento;
ii) la presunzione prematura di entrare in una tappa spirituale troppo alta, come quella dell’ amore, ciò che può condurre allo scoraggiamento, ed a nuove cadute;
iii) l’aridità spirituale onde le consolazioni sensibili iniziali spariscono, si abbandonano gli esercizi di pietà, e si cade nella tiepidezza. Il direttore ha il compito di ammonire ai figli spirituali che le consolazioni non dureranno per sempre; di assicurarli che l’aridità rassoda le virtù e purifica l’amore.

Per i progredienti, c’è bisogno di nuovo di luce per discernere le virtù da coltivare, per esaminare la coscienza, incoraggiamento per perseverare nel lungo e faticoso cammino verso la perfezione.

Per i perfetti, o piuttosto per coloro che si stanno avvicinando alla perfezione, un direttore è altrettanto indispensabile: per coltivare i doni dell Spirito Santo; per discernere le ispirazioni divine da quelle della natura o del demonio; per essere guidati nei tempi delle prove passive: dei profondi turbamenti, delle tentazioni, delle paure della divina giustizia; per essere discreti, umili, docili, e prudenti nei tempi di grazie contemplative: per conciliare la passività con l’attività.

ii) L’autorità della Chiesa

‘Dio, avendo costituita la Chiesa come società gerarchica’, (scrive Padre Tanquerey, su cui ci appoggiamo principalmente in questo articolo) ‘volle che le anime fossero santificate per mezzo della sottomissione al Papa e ai vescovi nel foro esterno e ai confessori nel foro interno’. Papa Leone XIII scrive: ‘Troviamo alle origini stesse della Chiesa una celebre manifestazione di questa legge: benchè Saulo, spirante minacce e carneficine, avesse inteso la voce di Cristo Stesso e gli avesse chiesto: ‘Signore, che volete ch’io faccia?’ pure fu inviato ad Anania in Damasco: ‘Entra in città e là ti sarà detto quel che devi fare’…’Cosi fu praticato nella Chiesa; questa è la dottrina unanimemente professata da tutti coloro che, nel corso dei secoli, rifulsero per scienza e santità.’

La necessità di un direttore spirituale per i monaci viene insegnata da san Giovanni Cassiano nell’occidente, e da san Giovanni Climaco nell’oriente. San Vincenzo Ferreri asserisce: ‘Chi ha un direttore al quale obbedisce senza riserva e in tutte le cose, arriverà molto più facilmente e più presto che non farebbe da solo, anche se fornito di vivissima intelligenza e di dotti libri in materia spirituale.’

Ciò che vale per i monaci vale anche per i laici. Sant’Alfonso insegna che uno dei doveri principali del confessore è quello di dirigere le anime. Le lettere di molti Padri della Chiesa, come San Girolamo e Sant’ Agostino testimoniano lo stesso bisogno da parte dei fedeli, come ci mostra d’altronde la natura stessa della vita spirituale, che tutti fedeli dovrebbero condurre in modo serio.

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Dice il Padre Godinez: ‘Su mille persone che Dio chiama alla perfezione, dieci appena corrispondono, e su cento che Dio chiama alla contemplazione, novantanove mancano all’appello… Bisogna riconoscere che una della cause principali è la mancanza di maestri spirituali… Costoro sono, dopo la Grazia di Dio, i nocchieri che guidano le anime attraverso lo sconosciuto mare della vita spirituale. E se nessuna scienza, nessuna arte, per semplice che sia, può essere imparata senza un maestro che l’insegni, tanto meno si potrà imparare quell’alta sapienza della perfezione evangelica ove s’incontrano così profondi misteri… Stimo quindi cosa moralmente impossibile che, senza miracolo o senza masestro, un’anima possa per lunghi anni passare per ciò che vi è di più alto e di più arduo nella vita spirituale senza correr rischio di perdersi’.

2. Le qualità di un direttore

Santa Teresa insiste che un direttore sia dotto, prudente, e che abbia esperienza delle cose di Dio. Scrive: ‘… il demonio ci può tendere molti tranelli; perciò non vi sarà mai nulla di più sicuro che temere sempre più, procedere sempre con cautela, avere un maestro che sia dotto e non tacergli nulla: facendo così non potrà venire alcun danno’ (Vita 25); È molto importante… che il nostro maestro sia prudente, cioè di buon criterio, e abbia esperienza. Se oltre a ciò è anche dotto, è una grandissima fortuna’ (Vita 13).

Padre Morando aggiunge che il confessore deve essere anche uomo di Dio, discreto, paziente e zelante, non troppo severo, non troppo condiscendente. Per poter discernere il direttore adatto occorre una ricerca in buona fede e sincerità di cuore con preghiera fervorosa a Dio. Santa Teresa d’Avila cercava un confessore adatto per 18 anni. La Santa dice: ‘Se nonostante ogni sua ricerca, non lo può trovare, il Signore verrà certamente in suo aiuto, come ha sempre fatto con me, quantunque sia tanto miserabile’. Aggiunge che un direttore inadatto ‘invece di porgere rimedi alle anime, non fanno che inquietarle ed affligerle. Ma questa prova sarà tenuta da Dio in gran conto’ (Vita 40).

Una volta ‘trovato un buon confessore, il penitente non lo deve cambiare senza un giusto e grave motivo’, aggiunge il padre Morando. ‘Coll’essere stabile, conosce meglio lo stato ed i bisogni dell’anima; più fruttuosa e sicura riuscirà la direzione. Bisogna considerare il confessore come il rappresentante di Gesù Cristo, e quindi averne stima e rispetto, docilità e ubbidienza, tutto manifestargli e nulla nascondergli’.
Deo Gratias.

L’educazione

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La procreazione assieme all’ educazione dei figli è la prima finalità del matrimonio. I genitori hanno, dunque, un dovere grave di fornirli, o se stessi o tramite altri, una educazione sana.

Osserviamo però che la mentalità moderna, concretizzata nelle leggi contemporanee degli stati, nei programmi educativi delle scuole, e ormai largamente estesa tra il popolo, si oppone violentamente ai princìpi sani dell’educazione.

Procediamo esponendo prima lo stato attuale dell’educazione nelle scuole di oggi, e poi i princìpi cattolici che devono determinarla. La nostra breve esposizione ci mostrerà che gli unici modi di educare figli nell’Italia di oggi che sono compatibili sia con la Fede che con i doveri dei genitori, sono lo ‘Homeschooling’ e le scuole parentali.

I   L’educazione nelle scuole di oggi

Ora ci sono chiaramente due campi in cui opera l’educazione: il campo scolastico e quello morale, i quali sono divenuti tutti e due campi di battaglia invasi ormai dallo spirito del Mondo, anche nelle scuole che ancora si dicono cattoliche.

Quanto all’educazione scolastica, ci sono due materie che sono maggiormente bersagliate dallo spirito del Mondo: quella della filosofia, e quella della storia. Nella filosofia testimoniamo una tendenza verso l’ateismo, il relativismo, l’umanesimo, l’edonismo ed il comunismo, con l’esaltazione di figure come Charles Darwin, Emanuel Kant, David Hume, e Karl Marx. Nella storia, invece, si testimonia l’ostilità contro Dio, la Chiesa, e la Monarchia, con l’esaltazione di figure come Martin Lutero e di avvenimenti come la Rivoluzione francese.

Quanto all’educazione morale, si insegna nelle scuole di oggi un edonismo tanto superficiale quanto irrazionale. Tale edonismo si manifesta innanzitutto nell’educazione sessuale, introdotta sotto il titolo eufemistico di ‘Affettività e corpo’ o sotto il titolo pseudo-intellettuale del ‘Gender’ (cfr. il libretto ‘Educazione sessuale nelle scuole di oggi’ reperibile su questo sito); si manifesta altrettanto nell’accettazione ufficiale del libertinaggio da parte degli insegnanti, e nella pornografia seminata qua e là nella materia scolastica, ad esempio persino nei libri di grammatica latina.
II   I princìpi dell’educazione cattolica

Conviene ai genitori, ai giovani che riflettono di sposarsi, e più generalmente a tutti, inquanto membri di una società invasa dal male, di meditare seriamente sui princìpi dell’educazione cattolica. Questa sezione dell’articolo consisterà principalmente in una sintesi del sermone di Sant’Alfonso (per la domenica settima dopo Pentecoste) attorno alla parola del Signore: ‘Non può l’albero buono dare frutti cattivi, nè l’albero cattivo dar frutti buoni’ (Mt 7.18).

Scrive San Giovanni Crisostomo: ‘Abbiamo un grande deposito: i figli; conserviamolo con grande cura’, e fa notare che normalmente abbiamo maggiore cura degli asini e dei cavalli che non dei figli. Sant’Alfonso osserva: ‘I figli non sono un dono fatto ai genitori, sì che ne possano disporre come vogliono; ma un deposito, che se per loro negligenza si perde, essi dovranno darne conto a Dio’. Origene dice che di tutti i peccati dei figli, i padri ne hanno da render conto nel giorno del loro giudizio. San Paolo scrive persino che: ‘Se uno non pensa ai suoi, e specialmente a quelli di casa, ha rinnegata la fede ed è peggiore di un infedele’ (1 Tim 2.15).

Come elementi essenziali dell’educazione si possono enumerare:
1) la disciplina;
2) l’insegnamento della Fede, della preghiera, e di massime cristiane;
3) l’esempio.

1. La disciplina

‘Allevateli nella disciplina e negli ammonimenti del Signore’ scrive
San Paolo (Ef 6.4), e il Re Salomone ci insegna: ‘Chi risparmia la verga odia il suo figliolo’ (Prv 13.24). ‘Se ami quel figlio’, commenta Sant’Alfonso, ‘riprendilo e castigalo anche colla sferza, se bisogna, quando è già grandetto’. Ammonisce il padre di non batterlo quando sta in collera, perchè allora è facile eccedere, e il figlio penserà che la punizione non sia per emendarlo ma è solo effetto di ira. L’ideale è punirlo levandogli il mangiare, privandogli di una veste, chiudendolo in camera.

Il padre deve impedire ai figli le occasioni di peccare: indagando il portamento dei figli, informandosi dove va quando esce di casa; vietandogli di frequentare compagni cattivi; licenziando serve giovani di casa; proibendo giuochi pericolosi, letteratura cattiva ed oscena, immagini scandalose; proibendo che le figlie parlino da solo a solo con uomini.

Aggiunge santa Teresa d’Avila (Vita c.2): ‘… vorrei caldamente inculcare ai genitori, di fare molta attenzione alle persone che trattano con i loro figliuoli ancora in tenera età, perchè vi può essere gran pericolo, essendo la nostra natura più inclinata al male che al bene’.

Un gran male è l’indulgenza da parte dei genitori che, quando i figli si infangano in cattive amicizie, in risse e bagordi, invece di sgridarli e castigarli, dicono soltanto: ‘Che si ha da fare? Sono giovani, hanno da fare il corso loro.’ Un altro male è semplicemente tacere per non disgustare i figli. Ma di questi comportamenti sarà da rendere un conto rigoroso al giorno del Giudizio.

‘Procurate che sin da fanciulli facciano il buon abito…’ dice santo Alfonso, ‘perchè così poi facilmente le praticherano quando sono grandi.’ ‘Quanto è facile ai figli apprendere il bene quando sono piccoli, tanto poi è difficile’, aggiunge, ‘se hanno appreso il male, ad emendarsi quando sono grandi.’ ‘Il giovanetto, preso che abbia la sua strada, non se ne allontanerà neppure da vecchio’ (Prv 22.6).

2. L’insegnamento

Si legge nella Sacra Scrittura (Eccl 7.25): ‘Istruiscili e piegali alla sottomissione fin dall’infanzia.’ Il primo obbligo dei genitori è quello di istruire i figli nei rudimenti della Fede. Questi si trovano nel Simbolo apostolico: cioè l’esistenza di Dio, Creatore e Signore di tutte le cose; il mistero della Santissima Trinità; il mistero dell’Incarnazione del Verbo divino, Che è il Figlio di Dio ed allo stesso tempo vero Dio, fatto Uomo nel grembo della Madonna; Che patì e morì per la nostra salvezza; Che ci giudicherà e infine ci manderà per sempre o al Paradiso o all’Inferno. Con questo insegnamento i genitori inculcheranno ai figli non solo la Fede ma anche il timor di Dio che li tratterrà dal peccato: ‘Sin dall’infanzia insegnava il timor di Dio, e di asternersi da ogni peccato’ (Tob 1.10). Se i genitori non conoscono queste dottrine, devono mandare i loro figli al catechismo.

Inoltre devono istruirli come pregare il Credo, il Pater noster e l’Ave Maria, cose che ogni cristiano è tenuto a sapere sotto colpa grave; di recitare il Rosario; di fare la preghiera di mattina: ringraziando Dio di averli fatti alzare vivi, offrendoGli tutte le azioni buone della giornata e i patimenti che avranno da soffrire, pregando il Signore e la Madonna di custodirli da ogni peccato; di pregare la sera: esaminando la coscienza e facendo l’atto di pentimento; in più di visitare il Santissimo e fare atti di Fede, Speranza, e Carità. Alcuni padri di famiglia fanno fare ancora in casa ogni giorno la meditazione comune per mezz’ora, aggiunge sant’ Alfonso. I genitori sono tenuti altrettanto di farli confessarsi quando compiono 7 anni, comunicarsi quando ne compiono 10, e cresimarsi quando raggiungono l’uso della ragione.

Le buone massime sono anch’esse un grande aiuto per i figli. La regina Bianca, madre di san Luigi di Francia gli diceva: ‘Figlio, prima vorrei vederti morto fra le mia braccia, che stare in peccato’. Sant’Alfonso aggiunge le massime: ‘Ogni cosa finisce, l’eternità non finisce mai’; ‘Si perda tutto, e non si perda Dio’; e la parola del Vangelo: ‘A che serve avere tutto il mondo, e perdere l’anima?’ Commenta che una di queste massime che si imprime nella mente del figlio lo conserverà sempre in grazia di Dio.

3. L’esempio

‘Frequenta tu i Sacramenti’, ammonisce lo stesso santo, ‘senti le prediche che si fanno, di’ogni giorno il Rosario, non parlare immodesto, non mormorare, fuggi le risse, e vedrai che il tuo figlio si confesserà spesso, sentirà le prediche, reciterà il Rosario, parlerà modesto, non mormorerà, e non farà risse’.

Se i genitori non danno il buon esempio, invece, le loro parole di correzione avranno poco peso presso i figli: gli uomini credono più agli occhi che non alle orecchie. San Tommaso dice che padri che danno un cattivo esempio ai loro figli li obbligano in un certo modo a fare cattiva vita, e san Bernardo li descrive non come padri, bensì come uccisori dei figli. Infatti figli non nascono cattivi ma lo divengono tramite il cattivo esempio dei genitori.

Scrive santa Teresa d’Avila (Vita c. 2): ‘Spesso considero quale grave mancanza commettano quei genitori i quali non procurano in tutti i modi che i loro figli abbiano sempre innanzi agli occhi esempi di virtù. Infatti, sebbene, come dissi, mia madre fosse così virtuosa, giunta che fui all’uso della ragione, poco o nulla di buono appresi da essa; molto male invece imparai da una sua imperfezione’.

*

Come abbiamo fatto notare sopra, la prima finalità del matrimonio è la procreazione e l’educazione dei figli. Essendo il fine ultimo dell’uomo di raggiungere il Paradiso, possiamo dedurre che lo scopo ulteriore dell’ educazione è proprio questo: di formare i figli per il Paradiso: un dovere da parte dei genitori altrettanto pesante che nobile.

Come si possono, dunque, giustificare i genitori a far educare la loro prole in una visione contorta della realtà, ed in una visione pervertita della morale? Quale scuola in Italia rimane ormai a cui si può più affidare? Quale altra scelta responsabile rimane per i genitori che non di educare i loro figli a casa, o nell’ambito delle scuole parentali? Bisogna scegliere sub specie Aeternitatis: si tratta infatti della vita eterna dei figli e pure dei genitori. Quanto ai genitori concludiamo con le parole di sant’Alfonso: ‘… nell’altra vita avrà un grande castigo chi ha educati male i figli, ed avrà un grande premio chi li ha educati bene’.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Redenzione

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Se un padre dà al suo figlio un dono preziosissimo, e il figlio consapevolmente e deliberatamente lo distrugge, è obbligato il padre (dopo averlo punito) a dargli un altro dono? No, il padre è giustificato piuttosto di non dargli più niente. Ma cosa ha fatto Dio? Quando l’uomo (nella persona di Adamo e di Eva) aveva distrutto lo stato della natura elevata, cioè lo stato di vita di Grazia, di vita che non conosce ne sofferenza nè morte, dove l’intelligenza e la volontà sono chiare e forti, e dove le emozioni sono completamente sottomesse alla ragione: quando Adamo ed Eva avevano distrutto questi doni del Paradiso terrestre per se stessi e pure per tutto il genere umano in cui nome anche hanno agito, Dio gli ha dato un dono incomparabilmente più grande per redimerli: quello del Proprio Figlio.

Vediamo che la Redenzione è un dono gratuito di Dio: un atto di pura misericordia. Ma non solo la Redenzione stessa, ma anche il suo mezzo ed il suo modo sono atti di pura misericordia. Dio infatti avrebbe potuto redimere il mondo con qualsiasi mezzo o modo, ad esempio tramite un semplice atto di perdono; invece ha voluto redimerlo tramite l’Incarnazione e la Morte del Suo Divino e Benamato Figlio, Nostro Signore Gesù Cristo.

Perchè Dio ha voluto redimere l’uomo precisamente tramite l’Incarnazione? Nel suo trattato Cur Deus Homo? (Perchè Dio Uomo) spiega Sant’Anselmo che l’Incarnazione era necessaria se Dio voleva un’espiazione perfetta del peccato. Il peccato, essendo infatti un’offesa contro Iddio Infinito, costituisce un’offesa infinita a Lui, e dunque esige una riparazione infinita che solo Iddio può dare. Allo stesso tempo la riparazione per un peccato commesso da un uomo dev’essere compiuto da qualcuno che agisce nelle veci dell’uomo, in maniera vicaria: cioè da un uomo. Ma proprio questo è avvenuto nell’ Incarnazione, dove Dio ha compiuto la riparazione del peccato come uomo: ossia come Iddio – Uomo, Gesù Cristo.

Se il mezzo della Redenzione fu un atto di misericordia, lo era pure il suo modo. Poichè il Signore, come insegna la Bolla Unigenitus Dei Filius (1343), avrebbe potuto redimere il genere umano con solo ‘una goccia di sangue’, mentre ha versato il Suo Sangue ‘riccamente, per così dire, in ruscelli’ – come San Paolo dice nella sua Epistola ai romani: ‘Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la Grazia’.

Ma perchè Dio non era contento di versare una goccia di sangue per redimerci, ma voleva versarlo in ruscelli? San Giovanni Crisostomo risponde: ‘Ciò che bastava per la redenzione, non bastava per l’amore’; e San Tommaso d’Aquino aggiunge: ‘Cristo ha offerto a Dio più di ciò che l’espiazione dell’offesa del genere umano ha esigito, in quanto ha sofferto per amore.’

Fu dunque l’amore di Dio che L’ha spinto a soffrire così profondamente per noi; ma non solo il Suo amore: anche il suo desiderio di manifestarci il Suo amore. San Bernardo scrive: ‘Nella vergogna della Passione si manifesta la massima e l’incomparabile Carità’, e San Gregorio Nazianzeno scrive: ‘In nessun altro modo poteva essere dichiarato l’amore di Dio verso di noi’: in una parola, Dio ha manifestato il Suo amore inesprimibilmente grande verso di noi per farci amarLo.

Sant’Alfonso paragona l’uomo ingrato con un criminale in prigione, condannato al supplizio ed alla morte, per cui un amico caro e santo si offre per subire tutta la punizione da lui meritata: per liberarlo dalla prigione e per dargli una vita felice. Cosa farà questo criminale quando è liberato? Penserà spesso al suo amico a cui deve tutto, ci penserà con profondo affetto e gratitudine, le lagrime negli occhi? O invece quando un altro menziona questo atto straordinario della Carità del suo salvatore, risponderà: ‘Amico mio, senta! Parliamo d’altro! Cambiamo tema!’ come se il tema non lo riguardasse, come se questo suo salvatore che gli aveva dato tutto, non fosse mai esistito?’

E quale di queste due persone siamo noi? Pensiamo noi spesso alle indicibili sofferenze di nostro Signore per noi, ci pensiamo con gratitudine, con emozione ed amore? Oppure non ci tocca per nulla, e viviamo come ci sentiamo, provando forse di evitare i peccati più gravi, o forse anche no; seguendo i nostri istinti ed emozioni, cercando i nostri interessi in tutto; mai pregando, o mai seriamente; mai pensando a questo amore, di cui non c’è un più grande amore, questo amore che si è manifestato in una sofferenza che durò una vita intiera dal momento del concepimento di Nostro Amatissimo Signore Gesù Cristo nel Seno Immacolato di Sua Madre verginale, fino al momento del Suo ultimo respiro sul duro legno della Croce quando pronunziò l’ultima parola Consummatum est; una sofferenza che comprende in sé, fino al più alto grado, tutte le sofferenze e tutti gli oltraggi ai quali l’uomo si è mai stato soggetto; una sofferenza, infine, tramite cui ha amato non solo tutto il genere umano collettivamente, ma anche ogni membro di esso individualmente?

+ In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Il Sacro Cuore di Gesù

Sacro Cuore+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Sacro Cuore di Gesù rappresenta il Suo amore per noi: il Suo amore Divino ed il Suo amore umano: il Suo amore come volontà e Suo amore come emozione. Questo amore, nel senso più profondo, è un amore sofferente e crocefisso, e per questo viene raffigurato incoronato di spine, ferito, con una croce sovrapposta, e bruciante ardentemente.

‘Io Che siedo sopra i serafini e cherubini, Che tengo tutto l’Universo nel Mio potere; Io il Re dei rei, Re come Dio, Re come uomo in virtù dell’Unione Hypostatica della Mia natura divina ed umana, e in virtù del riscatto del genere umano intiero; Io il Re di tutti gli uomini, anche dei giudei, dei mussulmani, degli ‘atei’, e di tutti gli altri che Mi negano o che nella loro presunzione mi disprezzano; Io il Re di tutti i popoli, di tutte le società e famiglie, e di tutti gli istituti, anche se Mi rifiutano: Io Mi sono umiliato per divenire uomo e per essere incoronato di spine da uomini ignoranti, vili, e malvagi, che si burlavano di Me, che si inginocchiavano e Mi salutavano ‘Salve Re dei giudei!’; che Mi schiaffeggiavano e Mi sputavano in faccia, mescolando la loro saliva col Sangue Preziosissimo del loro Salvatore.

‘Io Che sono supremamente ed assolutamente libero, Mi sono lasciato inchiodare su due pezzi di legno; Io Che sono la Bontà, la Misericordia, e la Giustizia in Persona, Mi sono lasciato condannare alla tortura, alla flagellazione, e alla morte più crudele; Io Che sono l’Eterna Beatitudine, ho scelto il dolore e la sofferenza infiniti; Io Che sono la Vita, ho subito la morte.

‘Ma non bastava neanche questo, perchè dopo la morte ho sofferto un nuovo oltraggio, il quale è in un certo senso il colmo di tutti gli altri: quando si è presa una lancia nella cui punta fu per così dire concentrati tutta la malizia, la malvagità, il disprezzo e l’odio del Mondo contro di Me, che poi fu piantata nel luogo proprio della mia Carità, nel Mio Sacratissimo Cuore. Ma persino in quest’ultimo oltraggio Io, Che nella Mia Divinità fui ancora unito al Mio corpo morto, non cercai la vendetta, ma anzi versai l’acqua ed il sangue, i mezzi della vostra salvezza.

‘Questo è dunque il Mio amore per voi, un amore che brucia, perchè sono venuto per far apportare il fuoco sulla terra, e come desiderei che già ardesse: come desiderei che tutti i cuori di tutti gli uomini di questa terra ardessero in una conflagrazione di amore per Me, il loro Re e Redentore, e che amandoMi conoscessero infine la latitudine, la longitudine, la sublimità, e la profondità del Mio amore crocefisso per loro, che sorpassa ogni scienza.’

Il Santo Nome di Maria

sssss+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Secondo sant’Alberto Magno, il nome di Maria ha quattro sensi: Illuminatrice, Stella del mare, Mare amaro, e Signora.

La Madonna è Illuminatrice in quanto, giammai offuscata dall’ombra del peccato e vestita di sole, ha illustrato tutte le chiese e ha dato al mondo la vera Luce, che è la luce della vita.

È la Stella del mare, come cantiamo nel sacro tempo d’Avvento e di Natale negli inni Ave Maris Stella e Alma Redemptoris Mater, in quanto, come la stella del mare, la stella polare, la stella più brillante, la più alta, e la più vicina al polo, così la Madonna fra tutte le creature è la più alta in dignità, la più bella, la più vicina a Dio; invariabile nel Suo amore e nella Sua purezza; illuminando la nostra vita ed insegnandoci la via attraverso il mare turbulento di questo mondo a raggiungere la vera Luce che è Dio.

Maria significa anche Mare, nel senso di mare di grazie, di cui san Luigi Maria de Montfort asserisce: ‘Dio Padre ha radunato tutte le acque e le ha chiamate mare; ha radunato tutte le grazie e la ha chiamate Maria’. San Bonaventura sostiene che tutti i fiumi di grazie che hanno ricevuto tutti gli angeli, gli apostoli, i martiri, i confessori, le vergini, sono confluite in quel mare di grazie che è Maria.

Ma più in particolare Maria significa Mare amaro: nel senso che ha sofferto più di tutti i martiri mai hanno sofferto o soffriranno; nel senso che nella sua materna bontà rende amari per noi i piaceri della terra che tentano di ingannarci e di farci dimenticare il nostro vero ed unico bene; e nel senso (secondo sant`Ambrogio) che rappresenta l’amarezza della fragilità umana, nella quale il Signore discese per raddolcirla con la suavità e le grazie del Verbo Divino.

Infine la Madonna è Signora e Regina perchè la Madre di Colui che è Re per titolo di Creazione, Incarnazione, e Redenzione. Come dice San Bernadino da Siena: ‘Sin da che Lei diede il suo consenso di essere Madre del Verbo Eterno, sin d’allora meritò di esser fatta la Regina del mondo e di tutte le creature; …Gli angeli, gli uomini, e tutte le cose che sono nel cielo e nella terra, essendo soggette all’impero di Dio, sono anche soggette al dominio della Vergine’.

Ma i teologi, tra cui Sant’Alberto Magno, Giovanni Gersone, San Tommaso d’Aquino, e san Bonaventura, con la Chiesa stessa nell’inno Salve Regina, ci insegnano che la Madonna è una regina non di giustizia, bensì di misericordia. San Bernardo spiega questo Suo titolo dicendo che ‘Ella apre l’abisso della misericordia di Dio a chi vuole, quando vuole, e come vuole, sì che non vi è peccatore, pur enorme che sia, il quale si perda, se Maria lo protegge. A Santa Brigida la Madonna rivelò: ‘Io sono la Regina del Cielo e la Madre della misericordia… nessuno è così discacciato da Dio, che, se Mi abbia invocata in suo aiuto, non ritorni a Dio e goda della Sua misericordia’.

Per questo, carissimi lettori, se qualcuno di noi avrà la sfortuna di trovarsi un giorno sul letto di morte senza la Grazia di Dio, deve ricorrere alla Santissima Madre di Dio per ottenere la perfetta contrizione dei suoi peccati e per essere salvato.

Benediciamo sempre il santo Nome di Maria, preghiamoLa ogni giorno della nostra vita, per raggiungere alla fine di essa suo Divin Figlio nella Gloria del Cielo. Amen.

San Francesco

1602

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Quando si legge la vita di San Francesco, si riceve quasi l’impressione che non fosse vero, che fosse piuttosto una leggenda. Frati rapiti in estasi mentre passano ore in preghiera, apparizioni di serafini, di angeli custodi e di demoni, visioni di Dio e comunicazioni intime con Lui, miracoli di ogni tipo, conversioni di criminali, di grandi peccatori e sultani. Avvenimenti di grande semplicità raccontati anche con grande semplicità.

La pratica la più radicale possibile della Carità e dei tre consigli evangelici simbolizzati in una visione del santo con 3 monete d’oro ”così grandi, lucide, e belle che non avevo visto niente di simile in questo mondo. La santa dorata obbedienza, la grandissima povertà e la radiosissima castità che, “per Sua Grazia, Iddio mi ha concesso di osservare così perfettamente che la mia coscienza non mi rimprova nulla”.

L’obbedienza che fa che i suoi frati lascino subito le preghiere, le più consolanti, quando sono richiesti, o che calpestino la faccia e il collo del santo quando lui si vuol dare la penitenza; la povertà con cui Francesco si spoglia di tutti i suoi vestiti per lasciare il mondo e rinunciare completamente al denaro; e la castità con cui preferisce buttarsi nel letto di fiamme piuttosto che cedere alle proposte di una donna perversa.

Ma quando riflettiamo su questo mondo di San Francesco nella luce e nella Fede, vediamo che questo mondo è di fatti il mondo vero: il mondo dove Dio è tutto e l’uomo è niente, dove l’unico scopo di questa vita  è di salvare l’anima e di glorificare Dio con la nostra santificazione. Se il mondo di San Francesco sembra strano è perché non abbiamo ancora capito queste verità della Fede. Se sembra meraviglioso è perché Dio ha dato tante grazie a San Francesco e ai suoi compagni per vivere e manifestare queste verità.

Ma per capire ancora più profondamente il mondo di San Francesco bisogna vederlo non solo nella luce della Fede, ma più precisamente nella luce di Dio e di Cristo. La meraviglia di San Francesco di fronte agli uomini, agli animali, al fuoco, all’acqua, alla parola, alla luce non è solo la meraviglia di un semplice ed innocente bambino (anche se egli possedeva queste qualità), ma proprio la stessa  scienza e la saggezza dallo Spirito Santo che ci permettono di vedere tutto nel suo rapporto con Dio, con Dio come il suo ultimo fondamento e fine. Così San Francesco vedeva gli uomini: rivolgendosi, ad esempio, a Fra Leone come al “Fra pecorello di Gesù Cristo”; così vedeva tutta la natura creata da Dio per manifestare le sue eterne perfezioni, creata e redenta da Dio per manifestare la sua gloria.

Più una creatura era legata a Cristo e più San Francesco l’amava, persino il verme, perché il Signore ha detto “Io sono un verme e non un uomo”. Amava i fiori perché Cristo si chiama “il fiore del campo” e “il giglio della valle”; amava l’acqua perché il Signore era sceso in essa per santificarla, e aveva detto “Chi ha sete venga a me e beva”; amava ogni parola perché Cristo è la Parola nell’ultimo senso del termine; amava la luce perché Cristo, la seconda Persona della Santissima Trinità, è un riflesso della Luce perenne.

Questo dunque quanto a Dio nel suo rapporto al creato. Quanto a Dio di per Se Stesso il santo scrisse le parole seguenti ai suoi frati sul Santissimo Sacramento sull’altare: “Vi chiedo tutti, fratelli miei, baciando i vostri piedi con l’amore di cui sono capace, di mostrare tutta la riverenza e tutto l’onore che potete al Santissimo Corpo e Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo in Cui tutto ciò che è nel cielo e sulla terra è stato pacificato e riconciliato con Dio Onnipotente”.

San Francesco aveva pure una venerazione particolare per il Cristo crocifisso, Che parlò con lui dalla croce a San Damiano, Che era povero, avendo dato tutto agli uomini, e Che aveva commosso San Francesco a tal punto che per il pianto prolungato era diventato cieco.

Ovviamente l’anima spinge colui che ama ad imitare l’oggetto del suo amore, e con questo desiderio San Francesco pregava sul Monte Verna: ” Mì Signore Gesù Cristo, Vi prego di accordarmi due grazie prima di morire. La prima è che durante la mia vita io possa sentire nella mia anima e nel mio corpo, quanto è possibile, il dolore che Voi, o caro Gesù, avete sostenuto nell’ora della Vostra dolorosissima passione; la seconda è che io possa sentire nel cuor mio, quanto è possibile, quell’amore eccessivo con cui Voi, o Figlio di Dio, eravate acceso nel sopportare volentieri tale sofferenza per noi peccatori.”

Il Signore esaudì la sua preghiera con l’impressione delle sacre stigmate sul suo servo eletto. E la sua imitazione di Cristo era tanto fedele che poteva chiedere a Fra Leone nell’ultimo fioretto: “Sopra tutte le grazie e i doni dello Spirito Santo che Cristo concede agli amici suoi, vi è di vincere sé medesimo e volentieri per l’amore di Cristo, sostenere ingiurie, aggressioni e disagi: perché in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare poiché non sono nostri, ma di Dio come dice l’Apostolo… ma nella croce delle tribolazioni e della afflizione ci possiamo gloriare perché questo è nostro, e perciò dice l’Apostolo: “Io non mi voglio gloriare se non nella croce di Cristo”.

Per l’intercessione di San Francesco preghiamo di ricevere i doni della scienza e della sapienza per vedere tutto nella luce di Dio; di crescere nella nostra venerazione per il Santissimo Sacramento; e di sopportare con pazienza, anzi con gioia, tutte le sofferenze che il Signore nella Sua infinita bontà si degnerà di mandarci: per assomigliare all’immagine del Suo Figlio Divino. Amen.

L’Inferno

12333

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Sulle pene dell’Inferno scrive papa Benedetto XII nell Costituzione Benedictus Deus (1336): ‘Secondo l’ordinazione comune di Dio, le anime di coloro che muoino nel peccato mortale attuale scendono subito dopo la morte in Inferno, dove vengono tormentati di pene infernali.’ Secundum Dei ordinationem communem, animae decedentium in actuali peccato mortali mox post mortem suam ad inferna descendunt, ubi poenis infernalibus cruciantur.

1. Le Pene dell’Inferno

L’Inferno è principalmente il luogo di punizione per il peccato mortale. Questo peccato consiste nell’amare la creatura fino ad abbandonare Dio; viene definito come la conversione alla creatura e l’aversione da Dio: Conversio ad creaturam, aversio a Deo. La conversione alla creatura viene punita con la pena del senso, mentre l’aversione da Dio viene punita con la pena del danno.

a) La Pena del senso

La pena del senso affligge il peccatore principalmente nei sensi tramite cui ha offeso Dio, ma anche piu’ generalmente in tutti i cinque sensi. Tra le molte cose che potremmo dire su queste pene ci limitiamo solo ai sensi dell’olfatto e del tocco.

Quanto all’olfatto, i dannati emettono un puzzo così insopportabile, che, secondo San Bonaventura, se il corpo di un solo dannato fosse tirato fuori dall’Inferno, basterebbe a far morire per il miasma tutti gli uomini. Quanto al tocco, la pena caratteristica dell’Inferno è quella del fuoco, in quanto su questa terra la pena del fuoco è la peggiore di tutte. Ma c’è una tale differenza tra il nostro fuoco e quello dell’Inferno che il nostro sembrerebbe un dipinto in confronto a quello dell’Inferno, dice sant’Agostino, o freddo, come dice San Vincenzo Ferreri.

Un’altra pena particolare dell’Inferno è l’immobilità, espressa nelle parole dell’Apocalisse: ‘Egli pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente.’ Cioè il dannato dovrà restare per sempre nella medesima posizione in cui sarà caduto nell’Inferno nel giorno di Giudizio, senza poter cambiare posto, nè muovere più un piede o una mano, finchè Dio sarà Dio.

b) La Pena del danno

La pena del danno invece è la pena di aver perso Dio. Sant’Antonino scrive che non appena l’anima esce da questo mondo, capisce subito di essere stata creata per Dio. Perciò si slancia subito per andare ad abbracciare il Sommo Bene, il suo unico bene, ma essendo in peccato, verrà cacciata via da Dio. Tutto il suo Inferno consisterà nel rendersi conto che Dio è il Sommo Bene, degno di infinito amore, ma di trovarsi poi costretto ad odiarLo. Odi et amo, scrive il poeta romano… et excrucior: Odio ed amo, e ciò mi crocifigge.

2. L’Eternità dell’Inferno

Il peccato mortale è un’offesa infinita a Dio che richiede una punizione infinita, ma come la creatura non è in grado di subire una pena infinita nell’intensità, Dio ha giustamente disposto, spiega san Tommaso, che la sua pena sia infinita in estensione, cioè nella durata temporale.

Se fosse concesso ad un uomo di godersi di tutte le gioie di questa terra ogni giorno della sua vita, tranne per un’ora all’anno quando sarebbe orribilmente torturato, chi sarebbe così sciocco ad accettare una tale proposta? Ma la pena dell’Inferno non dura solo un’ora ma è eterna, e dopo migliaia di milioni di anni questa pena non avrà ancora cominciato.

Dall’Inferno non c’è scappatoio: non c’è ‘forse’. Se un’Angelo scendesse ad un dannato: ‘Uscirai dall’Inferno solo quando saranno passati tanti secoli quante sono le gocce dell’acqua del mare, le fronde degli alberi, ed i granelli della sabbia sul litore del mare’, sarebbe riempito di una gioa indicibile, ma questo termine non sarà mai. La tromba della divina giustizia di Dio non suonerà all’Inferno altro che: ‘Sempre, sempre, mai, mai.’

3. Il rimorso del dannato

Secondo San Tommaso ‘Il verme che non muore’ nella parola del Signore è il rimorso della coscienza. I rimorsi che tormenteranno di più il cuore dei malvagi saranno tre:

i) il poco per cui essi sono sati dannati;
ii) il poco che avrebbero potuto fare per salvarsi;
iii) il bene immenso che hanno perso.

Quanto al poco per cui si è dannato ed il poco che avrebbe potuto fare per salvarsi, l’infelice esclamera’: ‘Se io mi fossi mortificato e non avessi guardato quel certo oggetto; se avessi vinto il rispetto umano ed avessi evitato quell’occasione, quell’amico, o quella compagnia; non mi sarei dannato, non sarei ricaduto in peccato. Se mi fossi confessato ogni settimana ed avessi frequentato buona compagnia; se avessi letto ogni giorno una pagina di spiritualità e mi fossi raccommandato a Gesù e Maria.

Quanto al bene immenso che ha perso: ‘Ciò che in eterno affligerà di più il dannato, sarà vedere che ha perso il Cielo ed il Sommo Bene, cioè Dio, non già per sfortuna, o per ostilità degli altri, ma per propria colpa. Si accorgerà che era in suo potere, se solo avesse voluto, divenire eternamente felice: ma si renderà conto che lui stesso ha voluto invece precipitarsi con le proprie mani in quell’abisso di tormenti dal quale non potrà più uscire per tutta l’eternità.

Questi rimorsi saranno esacerbati dal ricordo di tutti i mezzi che Dio aveva dato al peccatore per salvarsi: l’esempio di amici virtuosi, i doni di natura: quali la buona salute, i beni materiali, i talenti che il Signore gli aveva dato allo scopo di impiegarli bene e farsi santo; e poi i doni della grazia: tanti lumi, tante ispirazioni e chiamate, tanti anni concessi per rimediare al male compiuto. ‘Che spade crudeli saranno tutte queste grazie ricevute per il cuore del povero dannato’ dice Sant’Alfonso, ‘quando vedrà che è finito il tempo in cui era possibile rimediare alla sua rovina eterna. Dovrà ammettere, nelle parole di Geremia: ‘È passata la stagione della messe, è finita l’estate, e noi non siamo salvati’.

*

‘Fratello mio’, dice il Santo, ‘se nel passato anche tu sei stato così stolto che hai voluto perdere il Paradiso e Dio per un infimo piacere, fà in modo di cercare presto un rimedio ora che c’e’ il tempo. Non voler continuare ad essere pazzo. Trema al pensiero di andare a piangere la tua pazzia in eterno’.

‘Chissà se questa riflessione… è l’ultima chiamata che Dio ti da. Chissà se ora non cambi vita, che il Signore non ti abbandoni al prossimo peccato mortale che commetterai.’

Nelle parole dello stesso Santo: ‘Mio Sommo Bene, quante volte Vi ho perso per un nonnulla, e ho meritato di perderVi per sempre! Ma mi consola sentire quello che scrive l’autore sacro: ‘Gioisca il cuore di chi cerca il Signore… O Maria, donatrice di pace ai peccatori, concedetemi di far pace con Dio. E poi tenetemi stretto sotto il Vostro manto, affinchè io non Lo perda piu’’.

 

La Santissima Trinità

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

La dottrina della Santissima Trinità è un mistero, cioè una dottrina oscura alla ragione, che la sola ragione non può raggiungere nè completamente comprendere. La dottrina della Santissima Trinità si chiama il ‘mistero dei misteri’, o il ‘mistero per eccellenza’, che anche dopo la sua Rivelazione la ragione non può penetrare che minimamente.

Il termine ‘Trinità’ significa un solo Dio in tre Persone Divine, o tre Persone Divine in un Dio, ovvero Iddio uno e Trino. La prima Persona è il Padre, la seconda Persona è il Figlio, la terza Persona è lo Spirito Santo.

Per comprendere le relazioni tra le tre Persone, bisogna iniziare con le parole del Credo: Filium… ex Patre natum ante omnia saecula: il Figlio e’ nato dal Padre prima del tempo; e Spiritum Sanctum… qui ex Patre et Filio procedit: lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. La Santa Madre Chiesa insegna infatti che il Figlio procede dal Padre, e lo Spirito Santo procede sia dal Padre che dal Figlio.

Il Padre è la prima Persona non perchè è superiore alle altre Persone, ma perchè è il principio delle altre Persone. Le altre due Persone procedono da Lui nel senso che hanno origine in Lui, mentre Lui non ha origine in altra Persona, nè procede da altra Persona.

Quanto al modo di procedere, il Figlio procede dal Padre in via generationis. ‘Tu Sei mio Figliuolo, ed Io oggi Ti ho generato’ (Salmo 2. 7). Il Padre genera il Figlio dunque: non Lo fa, non Lo crea, perchè sono coeterni. Si intende questo modo di procedere come un procedere del Figlio dall’Intelletto del Padre, perchè la funzione dell’intelletto è di generare un’immagine.

Lo Spirito Santo, invece, procede dal Padre e dal Figlio in via spirationis. Il Padre ed il Figlio non Lo fanno, non Lo creano, perchè anche Lui è coeterno al Padre ed al Figlio. Si intende questo modo di procedere come un procedere dello Spirito Santo dalla Volontà del Padre e del Figlio: dall’amore reciproco del Padre e del Figlio: per questo lo Spirito Santo si chiama anche ‘Amore’.

Le tre Persone Divine costituiscono insieme un solo Dio; si distinguono in virtù di queste loro relazioni l’una all’altra. Come nell’uomo i due principi, anima e corpo, esistono in una sola persona, così, in Dio, tre Persone esistono in una sola sostanza.

Ci sono due immagini che ci possono far capire meglio la distinzione delle Persone in un solo Dio. La prima immagine è quella del riflesso di un uomo in uno specchio. La esporremo brevemente nell’articolo su Dio Padre; la seconda è quella del sole.

Nel sole si possono osservare tre cose: il corpo del sole, la sua luce, ed il suo calore. Il corpo del sole è la sorgente della luce e del calore, come il Padre è il principio delle altre due Persone. Il raggio emana dal sole come il Figlio procede dal Padre, ed il calore deriva dal sole e dal raggio come lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. Ma il sole, il raggio, ed il calore fanno insieme una sola cosa, come le tre Persone Divine sono insieme un solo Dio.

Questa immagine ci aiuta a capire anche come il Figlio è luce, ossia la luce dell’Intelletto del Padre; e come lo Spirito Santo è calore, ossia il calore dell’amore che unisce il Padre ed il Figlio.

L’immagine ci aiuta a capire ugualmente come le tre Persone Divine si relazionano a vicenda fuori tempo. Poichè il sole non è anteriore al raggio, ed il raggio non è anteriore al calore, bensì il sole, il raggio, ed il calore incominciano tutti e tre insieme e vanno sempre insieme. Sono distinti, ma non disgiunti (nelle parole del catechismo di San Pio X): operano insieme ed inseparabilmente; coesistono simultaneamente. Così le tre Persone Divine sono distinti nelle loro relazioni reciproche, ma senza successione temporale: perchè le tre Persone sono coeterne e le loro relazioni non sono dentro, ma fuori tempo.

In questa vita non sapremo mai molto sulla Santissima Trinità. L’ importante è di condurre una buona vita, dominando il nostro orgoglio e sottomettendoci ai comandamenti. ‘Che ti serve saper discutere profondamente della Trinità, dice Tommaso à Kempis, se non sei umile e perciò alla Trinità tu dispiace?’ Infine questo è il modo più efficace per conoscere la Santissima Trinità: perché più santamente vivremo quaggiù, più pienamente goderemo della Visione Beatifica della Santissima Trinità in Cielo alla Sua eterna gloria. Amen.

Il Giudizio particolare

+ In nomine Patris et Fillii et Spiritus Sancti. Amen.

1. La comparsa davanti al Giudice

Secondo l’opinione comune dei teologi, il Giudizio particolare avviene al momento stesso, e nel medesimo luogo, della morte. Sarà Nostro Signore Stesso a giudicare l’anima, e verrà ‘ai buoni nell’amore, ma agli empi con tremore’ nella parola di Sant’Agostino. Per gli empi la condanna si annunzierà già dall’apparenza del Giudice: ‘L’ira del Re è messaggero di morte’ (Proverbi 16.14). ‘Che pena… provera’ l’anima nel vedere Gesu’, osserva Sant’Alfonso, ‘il Quale essa ha disprezzato durante la vita! Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto, e l’anima vedrà, allora adirato, senza più speranza di placarci, Lui, l’Agnello, il Quale ha avuto tanta pazienza durante la vita.’

Il Giudice verrà a giudicarli con le stesse piaghe con le quali lasciò questa terra. ‘Grande gioia di chi lo contempla, esclama l’Abbate Ruperto, grande timore di chi Lo attende’: le sue piaghe consoleranno i giusti ma spaventeranno i peccatori. Che cosa risponderà il peccatore a Gesù Cristo sotto l’aspetto della Sua Passione? La Sue sante piaghe diranno: Guardate l’effetto del tuo peccato e malvagita’! Guardate le fonti di perdono per coloro che si pentono! Guardate e tremete il tuo peccato e la tua impenitenza’.

2. L’Accusa

‘La corte sedette e i libri furono aperti’. I libri di cui parla l’Apocalisse saranno due: il vangelo e la coscienza. Nel vangelo si leggerà quanto l’accusato avrebbe dovuto fare; nella coscienza quanto ha fatto. Sulla bilancia poi della divina Giustizia, non saranno pesate né le ricchezze, né il prestigio, né la nobilità dei singoli, ma solo le opere.

Giungeranno allora gli accusatori, e per primo il demonio. Sant’ Agostino scrive: ‘Ci getterà in faccia tutto ciò che abbiamo fatto, in quale giorno e in quale ora abbiamo peccato.’ Quindi dirà al Giudice nelle parole di san Cipriano: ‘Io non ho sopportato per costoro né gli schiaffi, né i flagelli… O Signore, per questo reo io non ho patito nulla. Egli però ha abbandonato Voi Che siete morto per salvarlo, per farsi mio schiavo; e per tale ragione me lo prendo io.’

Anche gli angeli custodi lo accuseranno, come afferma Origine, testimoniando di quanti anni abbiano faticato attorno a lui in vano. Lo accuseranno atresi’ le mure tra le quali ha peccato, la coscienza, ed anche i peccati medesimi. Questi diranno, nella parole di San Bernardo: ‘Tu ci hai generati, siamo tue creature: non ci separeremo da te.’ Saranno in fine le piaghe stesse di Gesù ad accusare il reo secondo San Giovanni Crisostomo: ‘I chiodi si lamenteranno di te, le piaghe parleranno a tuo sfavore, la Croce di Cristo pronunziera’ il discorso finale contro di te.’

3. L’esame

Il Signore dice nel libro di Habakkuk: ‘In quel tempo perlustrerà Gerusalemme con lanterne’. La luce della lanterna, infatti, penetra in tutti angoli della casa. Padre Cornelio a Lapide spiega che Dio porrà davanti al reo gli esempi dei santi e ogni lume ed ispirazione che gli aveva dato durante la vita, come pure tutti gli anni concessi a lui per fare il bene.

Cosicchè in quel momento tu dovrai rendere conto di ogni sguardo, come ammonisce Sant’Anselmo, di ogni mancanza anche nelle opere buone: nelle confessioni nelle Sante comunioni e in tutte le altre. E ‘Se il giusto a stento si salverà’, dice San Pietro, ‘che ne sarà dell’empio e del peccatore?’ ‘Se si deve rendere conto di ogni parola oziosa, quale conto si dovrà rendere’, ci chiede San Gregorio, ‘per aver acconsentito a tanti cattivi pensieri ed a tante parole oscene?’

4. La sentenza

Infine, al momento del Giudizio, bisogna che l’anima abbia condotto una vita conforme alla vita di Gesù Cristo, per poter raggiungere la salvezza eterna. Cosa farà il peccatore? Farà come quel tale del vangelo, che giunse al banchetto senza le veste nuziale: tacque, non sapendo cosa rispondere. Il suo stesso peccato gli chiudera’ la bocca: ‘Ogni iniquità chiude la sua bocca’ (Ps. 106. 42).

Ecco alla fine il Giudice emettera’ la sentenza: ‘Venite benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo!’; oppure ‘Via da me maledetti nel fuoco eterno!’

Sant’ Eusebio dice che lo spavento dei peccatori nel momento in cui sentiranno il Giudice emettere la condanna sara’ tale, che se non fossero immortali, morirebbero di nuovo. San Tommaso da Villanova aggiunge: ‘Non ci sara’ più possibilità di pregare: non ci saranno più intercessori a cui ricorrere, né un amico, né il proprio padre. A chi dunque ricorreranno i malvagi? A Dio Che hanno disprezzato? Ai santi protettori o alla Madonna? Ma gli astri (che sono i santi) ‘cadranno dal cielo’, e la luna, che è la Madonna, ‘non dara’ più la sua luce’. ‘Maria’ dice Sant’Agostino, ‘si allontanerà dalla porta del Paradiso’.

*

‘Ahimè! con quanta sicurezza facciamo ed ascoltiamo questi discorsi, come se questa sentenza non ci riguardasse, o come se quel giorno non dovesse mai giungere’, dice San Tommaso da Villanova. Ma come sappiamo che anche noi non saremo condannati all’Inferno? Tanti dannati non prevedevano che sarebbero mandati in Inferno.

E cosa dobbiamo fare, quindi? Dobbiamo far quadrare i conti prima del Giudizio. San Bonaventura fa notare che i commercianti accorti spesso rivedono e fanno quadrare i conti per non andare in fallimento. ‘O mio Giudice’ dice Sant’Alfonso, ‘voglio che me giudichiate e mi puniate ora durante la vita: ora che e’ tempo di misericordia e mi potete perdonare, perche’ dopo la morte sara’ tempo di giustizia.

‘Sì, mio Dio, mi pento di cuore per tutte le ingiurie che Vi ho fatto. Giudicatemi dunque ora, o mio Redentore. Io detesto sopra ogni male, tutti i dispiaceri che Vi ho dato. Vi amo con tutto il mio cuore sopra ogni cosa. Propongo di amarVi sempre, e di morire piuttosto che di offenderVi. Maria, Madre mia, Vi ringrazio di tante misericordie che mi avete ottenute. Continuate a proteggermi sino alla fine’. Amen.

La lotta contro il demonio

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Tre mezzi essenziali per lottare contro il demonio sono:

1. Condurre una buona vita cristiana;
2. Palesare i suoi disegni;
3. Disprezzarlo.

1. Condurre una buona vita cristiana

San Paolo, dando consigli ai cristiani per intraprendere la battaglia spirituale contro i demòni (Ef 6, I Tess 5) parla della Sacra Scrittura, della Fede, Speranza, e Carità. Questi passi si intendono della vita di virtù in genere, ma guardiamo brevemente come li interpretano in particolare due maestri della vita spirituale: san Giovanni Cassiano e sant’Antonio del Deserto.

a) San Giovanni Cassiano

San Giovanni Cassiano scrive (Colazioni VII 5) che la Fede è il nostro ‘scudo’, in quanto può difenderci dalle ‘frecce infuocate della libidine e spegnerle con la paura del giudizio futuro e con la fiducia nel Regno dei cieli’(Ef 6.16).

Il ‘torace della Carità’, invece (I Tess 5.8), è ‘ciò che rinchiude e protegge i nostri organi vitali, e riceve i colpi mortiferi della tentazione, ne repelle l’impatto, ed impedisce alle armi del demonio di trafiggere il nostro intimo. La Carità supporta ogni cosa, crede ogni cosa, sostiene ogni cosa (I Cor 13.7)’.

Citando la parola di san Paolo ‘Per una casca, la speranza di salvezza (I Tess 5.8)’, il Santo dice: ‘Una casca è un protezione per il capo, ed il capo è Cristo. Bisogna fortificarlo contro ogni tentazione, con la speranza nel bene futuro come con una casca impenetrabile; in particolare bisogna conservare quella Fede illesa ed integra. Se perdiamo qualsiasi altro membro, possiamo essere impediti, ma possiamo sempre sopravvivere; senza testa, invece, nessuno è in grado di restare in vita’.

Citando la frase ‘la spada dello Spirito – che è la Parola di Dio – ’(Ef 6.17) lo stesso santo la riferisce alla spada a doppio taglio che raggiunge la divisione dell’anima e dello spirito (Ebr 4.12), e spiega che questa Parola divide e dissecca tutto ciò che trova in noi di terreno o di carnale.

b) Sant’Antonio del Deserto

Sant’ Antonio del Deserto (Vita sancti Antonii c.30) illustra i passi di san Paolo nel modo seguente: ‘Grande arma contro di loro è la vita giusta e la fede in Dio. Essi temono il digiuno degli asceti, le veglie, la preghiera, la mitezza dell’animo, il disprezzo del denaro e della gloria, l’umiltà, l’amore per i poveri, le elemosine, la mancanza di irascibilità, e soprattutto l’amore per Cristo.’

Lo stesso sant’ Antonio paragona il cristiano pauroso con quello che possiede la speranza. Il primo è preda del demonio; il secondo ne è piuttosto il vincitore (c.42): ‘Se… ci troviamo pieni di viltà e turbamento, subito essi, come ladroni che trovano un luogo incustodito, attaccano. Se poi ci vedono timorosi e turbati, maggiormente accentuano il terrore nelle loro fantasie e minacce, ed in seguito a queste, l’anima infelice verrà punita.’ Santa Teresa d’Avila scrive in modo comparabile (Vita c.31): ‘… essi fanno prova del loro potere solo con le anime codarde, che si arrendono senza combattere.’

‘Se invece ci trovano lieti nel Signore’, continua sant’ Antonio, ‘e preoccupati solo dei beni futuri, volti solo al regno dei cieli e pensieri che tutto è nelle mani del Signore, e che i demòni nulla possono contro il cristiano, non hanno la minima facoltà contro qualcuno.’ Similmente san Giovanni Bosco dice: ‘Il demonio ha paura di anime allegre’.

*

Bisogna ricordare che l’unico male vero è quello morale, il peccato; e il demonio non ha il potere di farci peccare che in collaborazione con noi, cioè con le nostre debolezze morali o psicologiche. Per quello, più perfetti siamo, meno potere ha su di noi. Dice santa Teresa, parlando degli oggetti delle concupiscenze (Vita c.25): ‘… se noi aborriamo tutte queste cose per Dio, ci abbracciamo alla Croce e cerchiamo di servire veramente il Signore, vedremo che il demonio fugge queste verità come noi la peste. Egli è l’amico della menzogne, anzi è la menzogna stessa. Non verrà a patti con chi cammina nella verità.’

2. Scoprire e palesare i disegni del demonio

Fratres: sobrii estote et vigilate, quia adversarius vester diabolus, tamquam leo rugiens , circuit quaerens quem devoret: cui resistete fortes in fide…(Fratelli, siate sobri e vigili, poiche il vostro avversario, il demonio, gira, cercando chi possa devorare: a cui resistete forti nella fede)

San Pietro ci ammonisce con queste parole di essere forti nella fede e di praticare le virtù (rappresentate dalla ‘sobrietà’); anche di essere vigili. Il motivo ne è che il demonio opera di nascosto, essendo un ingannatore. Ma se siamo vigili, possiamo scoprirne gli inganni e, scoprendoli e palesandoli, renderli inutili.

a) Scoprire i suoi disegni

Il demonio può facilmente operare dentro di noi con immagini, idee, sentimenti, e parole. Diamone due esempi di come agisce, nel primo esempio per suscitare l’amore, nel secondo per suscitare l’odio. Può facilmente evocare nella memoria l’immagine di qualche persona che ci è cara, e farlo ripetutamente, per suscitare un tipo di amore per quella persona che non ci convenga moralmente, ad esempio rispetto al nostro stato di vita (un caso ne esporremo nella prossima sezione). O può influire un senso di antipatia in noi ogni volta che il nome di un’altra determinata persona viene menzionata. In tutti e due esempi (e similmente con tutte le altre passioni) può presentare qualcosa di suo come qualcosa di nostro: come qualcosa anche di molto intimo a noi, che ci sembra dunque conforme all’ordine delle cose. Nel primo esempio si crea l’amore disordinato, nel secondo l’odio. Se scopriamo i suoi disegni, possiamo semplicemente non accettare di collaborare con questo suo giuoco, non prendendo sul serio l’immagine mentale o l’antipatia, e non appropriandocele.

b) Palesare i suoi disegni

Ciò che è di grande aiuto nel vincere il demonio è di palesarne i disegni. Per questo, è essenziale che ogni cattolico abbia un direttore spirituale per rivelargli tutte le sue tentazioni, eppure tutte le sue idee o i suoi desideri che sono di natura insolita ed anormale.

Diamone un esempio: un signore sposato concepisce un affetto forte per una donna che non è la sua moglie. (Possiamo immaginare questo affetto come conseguenza del processo che abbiamo delineato nel paragrafo sopra.) Quando la donna, dopo esser venuta trovare la copia a casa, sta per partire, lui insiste di accompagnarla alla macchina per poter salutarla in modo inappropriato per il suo stato di vita, cioe’ con passione. Sebbene sia un signore retto e buono, si sente spinto da questo desiderio che gli sembra pure conveniente e del tutto conforme all’ordine della cose ed all’affetto, anche nobile, che possa sentire per la donna, anche se non la saluterebbe così davanti alla sua moglie o altri famigliari.

Se lui prende coraggio a palesare questo desiderio al suo confessore, ne sarà forse subito liberato; altrimenti lo sarà per mezzo delle parole del confessore e dai propri sforzi in collaborazione con la grazia.

Sant’Antonio del deserto propone un altro modo per palesare le tentazioni del demonio (c.55), che è anche adatto agli eremiti, cioè di scrivere tutti i nostri peccati, moti dell’anima, e pensieri, come se dovessimo palesarli ad un altro. Questo porta ad un senso di vergogna ed al proponimento di non cedere a tali tentazioni per il futuro: Facendo così, superiamo il demonio ed il peccato.

3. Disprezzare il demonio

Il nostro atteggiamento verso il demonio dev’essere quello del disprezzo. Sant’ Antonio dice (c.42): ‘Se vogliamo disprezzare il Nemico, pensiamo sempre al regno dei cieli, e l’anima si rallegra nella speranza, guarderemo agli scherzi dei demòni, come si guarda il fumo, e li vedremo fuggire invece di inseguirci. Sono infatti essi… del tutto vili, poiché sempre in attesa del fuoco preparato per loro.’

Un altro motivo per disprezzarli è la loro impotenza. Per tentarci o attaccarci devono chiedere il permesso a Dio, come viene raccontato nella storia di Giobbe, e anche là il permesso non sarà dato oltre alle nostre forze. San Giovanni Cassiano ci ricorda (Col. VII 22) che gli spiriti maligni devono chiedere permesso pure per entrare in dei porci (Mt 8.31): il loro potere di entrare in un essere umano creato secondo l’immagine di Dio ne sarà ancora molto inferiore. Dice Santa Teresa d’Avila a riguardo: ‘vedo che non si possono muovere senza il permesso del Signore’. Anche quando ricevono il permesso di tentarci, lo fanno solo coll’inganno, presentando il falso come il vero ed il male come il bene, poiché, come abbiamo fatto notare sopra, non hanno nessuna propria forza per farci commettere il peccato.

Come li disprezziamo? Una volta che ci accorgiamo di ciò che ci tentano di fare, rigettiamo la tentazione, prendiamo coraggio, e resistiamo risolutamente. Ne diamo un esempio. Un demonio suggerisce ad un’anima sofferente che Dio Padre non l’ami, che l’abbia abbandonata, che Lui sia indifferente o persino un tiranno crudele. Questi suggerimenti li fa passare come pensieri proprii del soggetto. Questa sarebbe dunque una tentazione allo scoraggiamento, alla sfiducia verso Dio, ed alla disperazione. Il soggetto, quando capisce che questi pensieri vengono dal demonio, deve rigettarli e subito far ricorso a Dio con un atto di fiducia in Lui: ‘Gesù io confido in Voi!’, ‘Aiutatemi Gesù!’, ‘Deus in adiutorium meum intende!’

Il soggetto può anche affrontare il demonio direttamente, dicendo qualcosa come: ‘Tu chi sei? Via da me in nome di Gesù Cristo!’ Il demonio, che è debole e codardo, si allontanerà subito, gridando miseramente. Scrive santa Teresa a riguardo (c.31) che i veri cristiani devono ‘disprezzare questi spauracchi che il demonio mette lì per cercare di spaventarli. Sappiano che ogni volta che un’anima disprezza i demoni, essi si indeboliscono, mentre l’anima acquista dominio su loro.’

‘Piacesse a Sua Maestà che temessimo ciò che dobbiamo temere e che comprendessimo che ci può venire un danno maggiore da un solo peccato veniale che da tutto l’inferno unito assieme’ (Vita c.25). Non bisogna, dunque, avere paura del demonio. Infatti lui ha paura di noi in quanto battezzati e cresimati, e, se siamo sacerdoti, in quanto ordinati: ordinati anche al fine di scacciarlo.

*

Aggiungiamo che se il demonio appare davanti a noi in persona, visibilmente o invisibilmente, nelle parole di santa Teresa d’Avila (Vita c.31): ‘… so per esperienza che per mettere in fuga i demòni in modo che non ritornino, non vi è cosa migliore dell’acqua benedetta. Essi fuggono anche innanzi alla Croce, ma subito ritornano. Ben grande deve essere la virtù dell’acqua benedetta!’ (Facciamo notare che ‘l’acqua benedetta’ a cui si riferisce santa Teresa, è quella esorcizzata, e i fedeli che la desiderano, ciò che è il loro diritto, devono specificare al sacerdote che sia esorcizzata – che non è da dare per scontato oggigiorno.)

Nostro Signore Gesù Cristo

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Chi è Gesù Cristo? Gesù Cristo è il Dio-Uomo: Dio in quanto è una Persona divina con una natura divina; Uomo in quanto all’Incarnazione assunse inoltre alla divina natura una natura umana.

Questa Persona divina è la seconda Persona della Santissima Trinità, il Figlio. Assumendo la natura umana al momento dell’Incarnazione, assunse al contempo il nome di ‘Gesù Cristo’.

Dio Padre Stesso diede al Suo Figlio Incarnato il nome di ‘Gesù’. Ora il nome che Dio dà a una persona o a una cosa esprime la natura o lo scopo di questa persona o cosa. Il nome Gesù significa Salvatore, e dunque esprime lo scopo del Figlio incarnato di Dio, cioè di salvare il genere umano: il Suo nome è Salvatore ed il Suo scopo è di salvare.

Il nome ‘Cristo’, invece, viene dalla parola greca Christos ed è l’equivalente della parola ebrea Messia che significa ‘Unto’. Ma cosa ci dice il nome ‘unto’ sulla natura o sullo scopo di Gesù? Ci dice che Gesù è Sacerdote, Re, e Profeta, perché nell’Antico Testamento erano unti i sacerdoti, i re, ed i profeti.

Il significato di questi tre uffici per la missione di Gesù è che sono i mezzi per cui Egli ha compiuto questa missione: la missione di salvezza, perché Gesù Cristo ci salva come Sacerdote, Re, e Profeta. In breve possiamo dire, dunque, che il nome Gesù Cristo significa ‘Salvatore Unto’ e esprime lo scopo della Sua incarnazione, cioè la salvezza degli uomini, assieme ai mezzi di questa salvezza, cioè i tre uffici per i quali era unto.

Guardiamo adesso da più vicino questi tre uffici: Da Sacerdote pagò il prezzo dei nostri peccati con la Sua dolorosissima Passione e Morte e creò i sacramenti; da Re stabilì le leggi secondo le quali dobbiamo vivere e da Re ci giudicherà secondo la nostra ubbidienza a queste leggi; da Profeta rivelò queste leggi tramite le Sue parole e le Sue azioni.

Un altro modo per esprimere il Suo compimento di questi tre uffici e’c il seguente: come Re ha fatto la via che conduce al cielo; come Profeta rivelò la via; come Sacerdote aprì la porta del Cielo. In questo modo si manifestò come la Via, la Verità, e la Vita.

A coloro, come ad esempi a parecchi gruppi protestanti, che pretendono che l’importanza di Gesù Cristo stia solo nella Sua dottrina e nel Suo esempio (o in altre parole nei Suoi uffici di Re e Profeta), bisogna rispondere che erano essenziali alla nostra salvezza tutti e tre uffici: non solo quelli di Re e di Profeta, ma anche quello di Sacerdote. Senza la sua Passione e Morte, infatti, il prezzo della nostra salvezza non sarebbe stato pagato, e la porta del Cielo non ci sarebbe stata aperta.

È proprio la Sua Passione e la Sua Morte che mi danno speranza della mia salvezza, quando medito su tutte le indicibili sofferenze che Egli, l’Amore Stesso, ha sopportate per amor mio.

O Salvatore! Siate il mio Salvatore! Jesu, sis mihi Jesus! Siete passato attraverso un oceano infinito di amarezza per me. Non permettete mai che questa Vostra sofferenza sia stata invano. Aiutatemi a redamarVi tutto il lungo della mia povera vita: per conoscere, per amare, per ringraziare, e per adorarVi poi in Cielo per tutta l’Eternità! Amen.

Ave Maria

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Per capire meglio la preghiera centrale del Santo Rosario, l’Ave Maria, ci serve riflettere sul suo significato teologico a cui voglio adesso brevemente accennare:

– Ave Maria gratia plena: la Madonna è piena di grazia di per se stessa e in rapporto agli uomini, è piena di grazia di per se stessa affinchè, come dice san Basilio, Ella potesse essere la degna Mediatrice tra Dio e gli uomini, altrimenti come avrebbe potuto essere la scala del Paradiso, l’Avvocata del mondo e la vera Mediatrice degli uomini con Dio; è piena di grazia in rapporto agli uomini nel senso che ha ricevuto tutte le grazie necessarie per salvare tutti gli uomini dall’inizio dei tempi fino alla fine.

Dominus tecum: questa frase non significa il Signore “sia” con te come il “Dominus vobiscum” della santa Messa, bensì il Signore “è” con te, ossia in virtù della Sua eminente santità, Lei che sola era immune al Peccato sia Originale, sia personale e il modello di ogni virtù.

Benedicta tu in mulieribus: benedetta in ogni senso e in particolare quanto alla benedizione caratteristica delle donne, soprattutto nella mente del popolo Ebreo, che è la maternità; a causa del Frutto benedetto del Suo Seno che è il Santo stesso, nelle parole dell’Arcangelo Gabriele, o nelle parole di san Paolo: Dio sopra ogni cosa, benedetto.

Per questo ci rivolgiamo a Lei, di nuovo, col titolo “Sancta”, Sancta Maria, e aggiungiamo il titolo che esprime la causa e il fondamento della Sua santità Madre di Dio, Mater Dei. Lei è Madre di Dio perchè è Madre di Gesù Cristo che è una Persona Divina, una Persona Divina con una natura Divina e una natura umana, Lei è la Sua Madre nel senso che ha dato a Lui tutto ciò che ogni madre da a suo figlio, ma ancora di più perchè tutta la natura umana del Signore viene dalla Sua Beatissima Madre e niente da un padre umano.

ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae: prega per noi peccatori adesso, è quando questo adesso sarà l’ora della nostra morte, quando forse non saremo più coscienti e non potremo più rivolgere a Lei la nostra Preghiera, quando forse saremo soli, dimenticati, abbandonati, avremo solo Lei da pregare nella nostra misera anima come abbiamo chiesto con tanto desiderio per tutta la nostra vita, e quando forse questa Sua preghiera materna sarà l’elemento determinante che ci assicurerà il Cielo piuttosto dell’inferno.

Prega per noi peccatori, o Madre di Dio, così vicina a Lui che venite descritta come la Donna vestita di Sole, brillando sul mondo come una Stella, o come un cristallo soffuso e interamente illuminato dalla luce del Sole di Giustizia che è Dio, e se fosse possibile aumentando anche la Sua ineffabile bellezza.

Radiante nel firmamento del Cielo, anzi “creando” un Cielo a parte e al di sopra di tutte le altre cose che siano create, splendente al di sopra di questo mondo caduto e dolorante dove gli uomini peccano e si rattristano nei loro peccati e sospirano nelle tenebre verso la Vostra luce che è la Luce di Dio: al di sopra di questo mondo, ma conoscendolo intimamente e conoscendo intimamente ogni uomo, e amandolo con un Cuore Materno.

Prega per noi, o Madre di Dio! Siete la nostra tenerissima Madre dunque, affinchè noi che abbiamo contemplato con Voi il Volto adorabile del Vostro Figlio, nella Preghiera, possiamo alla fine dei nostri giorni elevarci tramite Voi al Cielo, per adorarLo con Voi e tutti gli Angeli e i Santi in gloria, per tutti i secoli dei secoli.

In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen
Sia lodato Gesù Cristo.

L’antichità del Rito Romano

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+ In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen

L’origine della Santa Messa risale, come sappiamo bene, al Giovedì Santoquando fu istituito il Sacramento dell’Eucaristia. Ma a dove risale l’origine delrito della Santa Messa? Con ogni probabilità risale alle disposizioni del Signorestesso. Già nel primo secolo il Papa San Clemente, morto nell’Anno 99, scriveai Corinzi che dobbiamo “fare con ordine tutto quello che il Signore ci comandadi compiere nei tempi fissati” e parla degli “uffici liturgici” del Vescovo,dell’incarico del Sacerdote dei leviti, e dei laici.

San Giustino martire, morto nell’Anno 164, descrive poco tempo dopo nella sua Apologia, lo svolgimento della Santa Messa, in cui si possono già trovare tutti i suoi elementi essenziali che conosciamo ancora oggi.

San Giustino e poi il Testamentum Domini del V secolo asseriscono che il Signore stesso stabilì la Santa Messa in questa forma proprio il giorno della Sua Risurrezione. San Leone Magno e poi Papa Sisto V affermano in termini più generali che nel periodo tra la Risurrezione e l’Ascensione di nostro Signore Gesù Cristo + Lui ha confermato i Sacramenti ed ha insegnato quella Norma di credere e di pregare.

Sulla base dunque di queste autorità non c’è dubbio che lo svolgimento e dei testi principali della Santa Messa siano stati stabiliti da nostro Signore stesso. Cosa, di fatti, sarebbe stato più importante che il Signore determinasse per la Santa Chiesa durante i suoi incontri con gli Apostoli, menzionati negli Atti degli Apostoli, che il Santo e perpetuo Sacrificio della Messa, mezzo dell’applicazione delle infinite grazie della Sua Passione e della Sua Morte sul mondo intero.

La forma in cui la Santa Messa fu stabilita era la forma originaria del Rito Romano, anche se non subito in lingua latina. Tra tutti i riti cattolici, compresi i riti bizantini, mozarabi, ecc… il rito Romano è quello originario e più antico. Nel Concilio di Trento questo Rito fu solo ripristinato e codificato, ma non composto (come il nome “rito tridentino” suggerirebbe, ed alcuni suoi nemici odierni pretendono).

Dopo queste considerazioni generali ci vogliamo rivolgere ora al Canone della Santa Messa, che ne rappresenta proprio il cuore. Il Canone comprende la Consacrazione: tutta quella parte della Santa Messa che si estende dal Sanctus al Pater Noster esclusivi, di cui l’essenza viene citata già da sant’Ambrogio nel IV secolo.

Con certezza possiamo dire che il Canone Romano ha le sue radici nella Tradizione Apostolica e quindi nel Cuore stesso di Gesù Cristo. Il liturgista Padre Gihr scrive: “Le origini del Canone, la sua antichità veneranda ed il suo uso, ne fanno un’arca santa, veneranda ed inviolabile. Se mai una preghiera della Chiesa è stata composta sotto l’influenza particolare e l’ispirazione dello Spirito Santo, certamente è il Canone. Esso è penetrato dallo spirito di fede, profumato di pietà, pieno di forza e di azione, il suo linguaggio semplice ha un carattere vivo, un’impronta antica e biblica; commuove colui che lo pronuncia con una impressione simile a quella che è prodotta sull’anima dall’oscurità misteriosa delle Basiliche della Città eterna. Quanta delizia il poter ripetere all’Altare le medesime parole con le quali tanti Sacerdoti ferventi e pii hanno celebrato il Santo Sacrificio durante tanti secoli in tutta la Chiesa. Queste parole del Canone sono già state consacrate nell’era dei Martiri e nelle Cappelle funerarie delle Catacombe…” Quanta elevazione e quanta dolcezza si trova in questi pensieri.

Le parole del Canone Romano e di tutto il rito Romano sono state pronunziate di fatti da tutti i Sacerdoti ferventi, santi e pii che ci hanno preceduto nella Tradizione latina fin dalle origini, come per esempio sant’Ambrogio, sant’Agostino e san Tommaso d’Aquino. Lo stesso San Francesco d’Assisi ci avrebbe assistito da Diacono.

Queste parole sono state seguite con attenzione da tutti i Santi e da tutti i fedeli della Santa Tradizione: San Ludovico di Francia nel suo regno e durante la Crociata in Terra Santa, il martire re San Venceslao, la regina Santa Margherita, tutti i fedeli sia di condizione alta o bassa nel corso di tutti i secoli. Per mezzo di queste parole tutti i Santi del Paradiso e tutti gli Angeli sono stati e sono e saranno sempre inondati delle più grandi, eccelse gioie, le Anime del Purgatorio indicibilmente sollevate, e la Chiesa militante elargita di infinite grazie e santificata.

Questo più antico rito della Chiesa Cattolica è, per così dire, immutabile come la Verità stessa, come la Fede, come l’unico Sacrificio della Croce che rende presente quell’eterno ed immutabile Sacrificio della Croce a cui da accesso e a cui apre le porte di questo mondo mutabile e passeggero, affinché l’eternità di Dio si renda presente quaggiù, l’eternità del Suo Amore sacrificale per le sue creature, l’eternità della Sua Misericordia.

E questo rito per di più rende il Sacrificio di Dio in modo degno delle Sue infinite perfezioni, in un modo stabilito dalla più antica Tradizione della Chiesa e, come crediamo, da nostro Signore Gesù Cristo stesso cui, assieme a tutti gli Angeli e i Santi del Cielo, tutti gli abitanti del Purgatorio e la Chiesa intera ringraziamo che ci ha eletti per conoscerLo, amarLo e per servirLo qua alla Santa Messa e nella nostra vita; per godere della Sua infinita Misericordia quaggiù e nel Cielo.
Amen.

+ In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen

L’autoinganno

Introduzione

L’articolo seguente è una piccola sintesi dell’opera dell’oratoriano Padre Frederick Faber, Self-Deceit. Qua intendiamo l’autoinganno come l’inganno di noi stessi che ci fa credere di possedere qualche buona qualità che invece non possediamo. Come tale, fa parte della superbia, che intendiamo come la nostra compiacenza in qualche nostra buona qualità (o da noi posseduta o non posseduta). Il trattato consiste dunque effettivamente in un’analisi dell’inganno inerente alla superbia, di cui l’autore apporta un’analisi profonda e psicologicamente rigorosa.

Lo scopo di questo articolo è di aiutarci ad essere veritieri con noi stessi, ed a scoprire ed ammettere le nostre mancanze: per poter lavorare su noi stessi moralmente, e per progredire sulla via dell’umiltà e della perfezione verso il Cielo.

*

‘Un uomo veritiero è il più raro di tutti i fenomeni’, inizia il trattato del buon Padre Faber, ma aggiunge che sicuramente vale la pena passare due terzi della nostra vita unicamente sul lavoro di essere meno menzogneri di ciò che non siamo. Il primo passo verso l’essere veritieri è la consapevolezza che ci siamo lontani; il secondo passo ne è di fare un atto di determinazione virile per esaminarci su questo vizio fino in fondo.
Ne guarderemo nel seguente:
1) le fonti;
2) le varietà;
3) le caratteristiche; e
4) i rimedi.

I

LE FONTI DELL’AUTOINGANNO

Quali sono le fonti dell’autoinganno? Facendo parte della superbia, l’autoinganno appartiene alla ‘Carne’ o, in altre parole, alla Natura caduta. La Carne, il nemico interno dell’uomo, può motivare l’uomo in modo diretto, con i propri moti; o in modo indiretto, tramite il mondo esterno o il demonio. Guardiamo prima l’operazione diretta dell’autoinganno, poi la sua operazione indiretta.

1. Autoinganno diretto

Ci sono due motivi principali dell’autoinganno diretto: la paura di conoscerci come siamo, e l’egocentrismo.

a) L’autoconoscenza

L’autoinganno diretto opera tipicamente tramite la paura: la paura dello sconforto che ci porta la conoscenza delle proprie mancanze. Pochi uomini cercano la conoscenza di se stessi e pochi la vogliono: perché pochi desiderano il dolore (anche se è salutare), essendo l’autoconoscenza dolorosa sia nell’acquisizione, sia nel possesso.

Ci conosciamo poco, e preferiamo rimanere nell’ignoranza rispetto a noi stessi per evitare il dolore, benché conteniamo nell’anima una capacità quasi infinita per il male, come ci insegnano d’altronde le rivelazioni spiacevoli che ci sta facendo costantemente la vita quotidiana.

Ma che imprudenza ignorare queste rivelazioni, solo perché sono dolorose, quando dovremo rendere conto del male che ci rivelano sul giorno del Giudizio! E che disonestà ignorarle, sopratutto nella vita religiosa, quando tutti pretendono di amare Dio sopra ogni cosa! Una vita spirituale senza una bella porzione di inquietudine non è una vita spirituale affatto, ed una vita religiosa di cui il principio formale è il conforto e l’agio universali è del tutto risibile.

No, mentre la mancanza, o piuttosto il rigetto completo, dell’ autoconoscenza è la causa di tanti mali spirituali, un’autoconoscenza affidabile è la base di ogni principio sovrannaturale e di ogni virilità religiosa.

b) Egocentrismo

Un secondo genere di autoinganno diretto è l’egocentrismo. La vanità ne è il modo più universale. Tutti quanti apprezziamo noi stessi ad un prezzo assurdamente alto. Anche quando il buon senso ci impedisce di aprire la bocca, stiamo sempre commentando le proprie azioni tra noi e noi in maniera molto parziale, e spesso anche in maniera del tutto geniale e con enorme fantasia. Amiamo i propri progetti fino ad escludere completamente la gloria di Dio dalla sfera del nostro influsso. Niente è troppo esagerato per la vanità del nostro egocentrismo.

Ci sono tre cose, però, che la limitano: la nostra conoscenza del Mondo che si oppone alle assurdità dell’io; il senso dell’umorismo e del ridicolo, che è d’altronde un grande aiuto per la santificazione; e la Grazia stessa, che ci insegna a sopprimere questi moti smisurati di presunzione.

Un altro modo di egocentrismo è il soffermarsi su se stessi. L’io, secondo una legge della propria natura, deve per forza vedersi in modo sbagliato. La madre non può vedere nessun difetto nel bambino che sta accarezzando: agli occhi suoi la creatura bruttissima nelle braccia è del tutto meravigliosa. Ma l’io che coccola l’io – neanche la madre la più devota non si avvicina che minimamente a questi eccessi di fantasticherie. Soffermarsi su se stessi è un tipo di oppio spirituale: niente può uscirne fuori se non i fantasmi. Un esempio ne è il confondere sentimenti con fatti, desideri con pratiche, così che infine né l’autoingannato né nessun altro possa discernere tra sogno e realtà.

Un terzo modo di egocentrismo è l’autoscusare il male che facciamo. Anche qua stiamo quasi sempre commentando segretamente le nostre azioni, ossia scusando quelle cattive. Siamo pronti ad ammettere che alcune nostre azioni, o più spesso omissioni, sono cattive, ma riteniamo che ci sia qualcosa del tutto particolare nelle proprie circostanze che rendono queste azioni meno cattive in noi di ciò che non sarebbero in altri. Sarà talvolta il nostro temperamento, talvolta la nostra salute, talvolta la nostra posizione, talvolta la provocazione che avremmo ricevuta. A volte ci perdoniamo con il più leggero rimprovero, perché ci sembra sfortunato che si sia manifestato una piccola nostra debolezza, quando il nostro carattere abbia pure un altro lato molto buono che non è mica da trascurare; anzi, ci sembra anche giusto di rammentarcene in questa situazione per darci conforto o qualche piccola ricompensa. E insomma chi ha un carattere integro o completamente equilibrato?

2. Persone o cose esterne

Quanto al mondo esterno, ci sono principalmente tre cose che fomentano l’autoinganno: la lode, la lettura spirituale, e la manipolazione delle guide spirituali.

a) La lode

Tutti cercano la lode. Uomini saggi, dignitosi, e seri si ammorbidiscono, uomini freddi si scongelano, uomini che si vantano di essere particolarmente al di sopra dell’opinione pubblica, si mostrano servili, bassi, permalosi, adulatori, falsi, e vanitosi; ma sono quelli silenziosi che la amano più di tutti altri. Loro sono i ‘rimuginatori’, ed il cibo che rimuginano è l’io, che, strano a dire, non trovano amaro per niente.

Come cammelli assettati nel deserto, che succhiano con gusto l’acqua la più fangosa, così siamo noi per la lode: quasi senza tener conto della sua qualità; né di quanto sia assurda, immeritata, esagerata; né da quale fonte poco critica – femminile o infantile – possa provenire. La apprezziamo, ci teniamo, ce ne nutriamo le briciole in un modo di cui ci dovremmo vergognare. Ci vuole la lode: se non viene, facciamo il muso. Com’è che non sorridiamo ad un’operazione così assurda?

Forziamo altri ad ingannarci parlando loro di noi stessi – della nostra pratica religiosa, del nostro carattere, o delle nostre particolarità. Abbiamo un scelta, però: dovremmo tenere molto più segreta la nostra vita interiore, oppure palesarla più pienamente. La via media è di mentire. Giusto sarebbe non parlare dell’io affatto. Tutto il parlare di se stessi è misero e squallido infatti, ma sarebbe difficile identificare una pratica della perfezione cristiana più dura da evitare. Se ci siamo mai sforzati di stare zitti su noi stessi per un periodo considerevole, sappiamo che ci sono delle cose che sembrano facili da fare, ma che sono in realtà quasi impossibili.

Comunque, se vogliamo parlare di noi stessi, dovremmo dire molto più di ciò che non diciamo. Se informiamo la gente quanto riscalda il cuore l’amore di Dio, dovremmo aggiungere che gli stessi cuori si riscaldano ugualmente con un buon bicchiere di vino o con un buon boccone; se palesiamo le nostre pratiche di preghiera, dovremmo palesare ugualmente il nostro attaccamento a bei vestiti e mobiletti. Altrimenti stiamo mentendo: facendo credere che siamo molto più elevati spiritualmente che non lo siamo, e suscitando lode, rispetto, ed ammirazione, che non servono a niente che non di aumentare l’autoinganno.

Ahimè! l’idolatria degli affetti domestici ci fa cadere in un tipo di felice ottimismo nelle nostre famiglie: un ottimismo che è meravigliosamente poco sospettoso della propria assurdità. E’ come vivere in aria saturata da lussuoso incenso che riesce quasi quasi a soffocare la voce della coscienza. Uno dei primi principi della vita spirituale è che ognuno deve essere ai propri occhi ciò che è agli occhi di Dio, ma ci sono poche donne e meno uomini che non sono ai propri occhi ciò che sono agli occhi della famiglia, ed è da temere che il punto di vista di Dio e quello della famiglia sono lungi da essere identici nella grande maggioranza dei casi.

b) La lettura spirituale

Quando un libro spirituale non ci mortifica e ci abbassa, sicuramente ci gonfia e ci rende menzogneri. Nessun’anima trama una tela più spessa attorno a sé di colei che si abitua a leggere libri spirituali che sono al di sopra della propria condizione spirituale, o che non le convengono in qualche altro modo: è un errore, sopratutto nei convertiti, considerare grazie ordinarie come quelle straordinarie; se stiamo sempre leggendo dell’amore puro e disinteressato per Dio, è facile ritenere che anche il nostro amore per Lui sia così; pensieri eroici sono infettivi, e presto noi ce ne gonfiamo, ma non portano mai ad atti eroici – anche perché non ci sforziamo a compiere tali atti. Pensieri eroici prestano un’aria di sentimentalità alla nostra religione, e tutto è là.

c) Manipolazione della direzione spirituale

Non abbiamo già deciso a metà ciò che vogliamo, ancor prima di consultare la nostra guida? Non è il nostro intento di sollecitare da lui il verdetto che ci auguriamo noi, piuttosto di non conoscere un suo giudizio calmo, raggiunto senza passione né pressione? Tutto questo è opera selvaggia, quando ci teniamo conto di Dio, dell’anima, e delle possibilità eterne.

3. Il demonio

Il demonio ci riempie di aspirazioni che non convengono né alla nostra natura, né alla grazia che abbiamo ricevuta: non convengono né alle nostre disposizioni, né alle buone qualità del nostro carattere, e non ci trasformano neppure. Anzi, sviluppano ciò che bisogna sopprimere e lasciano incustoditi i posti deboli dell’anima. Queste aspirazioni convengono ad altri, ma non a noi. L’opera di Dio è dappertutto un’opera di ordine, il quale il demonio si impegna a disturbare quanto può. Nella vita spirituale lo fa riempiendo persone devote di aspirazioni sconvenienti.

Quando il demonio riesce a trascinare tali persone a compiere le azioni a cui aspirano, lui effettivamente oppone a Dio tutto ciò che è di meglio e di meno egoista nella nostra natura: un’anima attiva che si mette a contemplare, cadrà o nell’ipocondria o nella mondanità; un contemplativo, invece, che si mette a lavorare, cadrà o nella malinconia o nell’illusione. Uno che si dedica a molta preghiera mentale quando dovrebbe stare piuttosto a casa a cucire, o con i poveri, diviene una simulazione presuntuosa, gonfia, stupefatta, della santità interiore, che disturberebbe pure il buon umore di un angelo.

In ultimo, il nostro nemico spirituale ci sta sempre spronando alla fretta: questa è la cosa più fatale di tutto ciò che è fatale. Qualcuno si lamenterà di una delicatezza di coscienza che si è indurita; del focolare freddo dove bruciavano allora le fiamme del divin amore; della vicinanza a Dio che si è ritirata ormai come la bassa marea; su cento grazie grandi a portata di mano, ma adesso solo parole. Ma la causa di tutto quanto non è proprio la fretta? Essere lenti: ecco l’insegnamento di san Francesco di Sales e di Fénélon. La fretta porta sempre alle tenebre.

Tutto il potere del regno del peccato si basa sull’autoinganno -sconcertante, lo ammetto, ma non per forza scoraggiante. Non vuoi amare Dio, ma poi ti lamenti che un predicatore ti abbia sconcertato: hai bisogno di essere sconcertato, altrimenti non crescerai; hai bisogno di un amore semplice di Gesù, come quello di un bambino: un amore che passa al di sopra di tutti questi pericoli senza quasi accorgersene. Altrimenti la vita spirituale è fin troppo malaticcia. Ci vuole un amore precipitoso, robusto, sano per Dio, un amore esteriore, pieno di aria fresca; ci vuole il pensiero di Dio, quello genuino: grave, sobrio, generoso, sincero: un esorcismo inesorabile contro ogni malaticcità.

II

LE VARIETA’ DELL’AUTOINGANNO

1) Non farsi consigliare

Le illusioni della vita spirituale sono senza numero. Uno trascura i doveri che Dio gli ha dati e passa tutta la giornata in chiesa, pensando che lui sia uno dei favoriti di Dio. Anche religiosi si possono scambiare singolarità per perfezione. C’è una falsa modestia, una falsa umiltà, una penitenza illusoria, una preghiera illusoria. L’illusione si trova dappertutto, e spesso deriva dal non farsi consigliare.

Il non farsi consigliare può essere conseguenza di una tentazione di tacere. Uno fa progetti o senza consulenti o solo con coloro che rispecchiano le proprie idee. Cova progetti e travisa lunghezza di tempo per maturità di deliberazione. I progetti scintillano ed oscillano attraverso le preghiere, così che gli sembrano di brillare di una sanzione quasi divina, e infine, senza traccia di egoismo e con ogni rispettabilità possibile, pensa di procedere con prudente riserva. Questa forma di autoinganno tende di divenire incurabile.

2) Farsi troppo consigliare

Un altro è loquace, e chiede parere a molti direttori diversi, oppure a tutte le persone che incontra. La causa ne è una coscienza poco tranquilla. Ma la sua disonestà sta sempre crescendo, perché più chiede consigli, più crede di essere docile; mentre invece più pareri sente, più diviene confuso, e più segue la propria volontà. Questo genere di persona sta sempre intraprendendo iniziative e sempre fallendo.

3) Compiacenza

L’autocompiacenza, quando esiste, sembra una qualità innata, che prende la propria infallibilità come punto fisso della bussola. Se è davvero innata, sarà più difficile da vincere che non le tendenze che derivano da circostanze esterne o dal peccato abituale. Ma non bisogna disperare neanche qui. L’autofiducia di tali persone è così forte che non ammettano di essersi sbagliati in nessuna circostanza. Se qualche cosa va storto, sarà a causa di un motivo esterno che nessuno avrebbe potuto prevedere e che anche la prudenza non avrebbe impedito. Se ciò che avranno fatto non era comunque la cosa migliore in assoluto, sarebbe stato comunque la migliore nelle circostanze. Agiscono sulla base di ispirazioni, guardano tutti gli esiti delle loro azioni come provvidenziali (anche se falliscono), e si muovono in un’atmosfera del tutto sovrannaturale e miracolosa. Ascoltano consigli in uno spirito di mortificazione con mitezza ammirevole. Ma che sconveniente questo consigliare! La loro posizione, il loro nome, i loro antecedenti, avrebbero dovuto esentarli dal ricevere consigli, da persone semplici e un po’ sfacciate che loro ritengono inferiori. Ritengono che la loro biografia sarà scritta un giorno, chi sa? ma forse possiamo dire di questi signori (senza offendere la Carità), che non sono candidati molto probabili per la canonizzazione.

4) Lo spirito censorio

Ci sono uomini così convinti di aver ragione che si propongono come la misura per giudicare altri. Non farlo, secondo loro, sarebbe un atto di falsa umiltà. Giudicano gli altri tutta la giornata, come se fosse l’unico scopo della loro vita, e come se fosse fuori luogo se facessero altro. Mentre gli autoingannatori compiacenti amano riflettere che abbiano ragione, quelli censori preferiscono riflettere che gli altri abbiano torto. I secondi sono dunque meno amabili, ma comunque hanno ragione spessissime volte. Il mondo é molto cattivo e la stramaggioranza della gente ha torto; si può quindi guadagnare un tipo di reputazione, profetizzando cose cupe, spaventando altri con sarcasmo e diffamazione, pur evitando le trappole in cui cadono gli altri. Pochi, anche tra i buoni, mirano a qualcosa di alto nella vita, e qualche briciola di successo basterà per soddisfare quelle anime che sono capaci di inghiottire tutto un mare di adulazione.

I censori sono normalmente calmi e tranquilli a causa dell’incrollabile placidità della loro autofiducia. Sono anche freddi, ed opposti all’ entusiasmo; non capiscono facilmente l’anima di qualcuno che agisca per amore. Per quello, intendono la libertà di spirito come la proclamazione senza rossore di quell’infrequenza di preghiera, di quella poca coscienziosità, e quella tiepidezza nel pentimento che vivono loro, ma di nascosto. Una teologia rigorosa è un modo a buon mercato per godere della rispettabilità. Chi rappresenta come dura la strada che porta in Cielo, è sottomesso o all’autoindulgenza o al rispetto umano.

Questo tipo di autoinganno è uno dei più comuni, e difficile da sanare, perché il suo cuore è inaccessibile. Sembra richiedere il colpo di un grande peccato per fare entrare nell’anima la luce della salutare vergogna.

5) L’Ambizione

L’ambizione mira ad un oggetto lontano che si acquista solo lentamente. Ha bisogno della pazienza ma non la possiede: l’ambizione è una passione impaziente, precipitosa, impetuosa, irreale, che tende a scambiare mezzi per fini e atti singoli per abitudini. Se, con la grazia di Dio, l’ambizioso riesce a fare un atto di generosità verso di Lui, suppone di aver già acquisito un’abitudine santa. L’esperienza contraria gli da fastidio. Ha adottato pratiche di preghiera al di sopra delle sue capacità, o familiarità nella preghiera che ha sminuito la sua reverenza verso Dio. Osa a lamentarsi con Dio. Si augura di fare contemplazione senza le fatiche antecedenti della meditazione; si augura di soffrire senza aver mai mortificato il corpo; vorrebbe servire Dio con un amore puro e disinteressato, ma non si è mai particolarmente pentito dei suoi peccati. Le tappe iniziali della vita spirituale le ha trascorse con un salto solo, imitando i santi in ciò che non era da imitare, e si trova ormai in cose altissime in aporia totale sia per esse sia per gli esercizi più comuni della Fede. Finisce nello scoraggiamento e nell’abbandonare la religione del tutto. E’ una condizione incurabile e neanche molto fuori comune.

6) La scrupolosità

Continenti vasti della presunzione la più puerile si stanno scoprendo ogni anno nelle anime dei scrupolosi. Sono consumati dallo spirito censorio, che esercitano unicamente su cose irrilevanti, mentre senza scrupolo alcuno danno scandalo, non resistono né alla loro passione dominante né alla tentazione abituale, e non cercano di evitare le occasioni del peccato. Non si interessano al comportamento degli altri, né alla loro sensibilità. Sono acerbi, poco affabili, difficili da trattare. Gli sciocchi lo interpretano come santità. Nella scrupolosità c’è un pozzo profondo di tranquilla autoesaltazione; sulla superficie l’agitazione religiosa.

7) La falsa umiltà

L’autoinganno della falsa umiltà è vicino a quello della scrupolosità, ma è forse ancora meno facile da sanare. L’autoinganno è segno della debolezza, sia intellettuale che morale, e quasi tutti hanno almeno un punto in cui sono deboli in tutti e due questi sensi. Non dovremmo essere dunque sorpresi se troviamo alcune persone, apparentemente forti e trasparenti, che non siano vittime anche di questa forma di autoinganno.

Tutti sentono che l’umiltà sia la virtù santa per eccellenza, e perciò tutti cercano di acquisirla. Ma è straordinariamente difficile da acquisire, in quanto pare quasi impossibile alla natura di credersi così poco buona che si lo deve credere se si crede di non essere umili. Bisogna quindi raccorciare i tempi necessari per acquisirla.

Sfortunatamente alcuni santi hanno parlato male di se stessi. Dunque dobbiamo fare lo stesso noi, anche se non crediamo ciò che diciamo, e non concediamo minimamente il diritto ad altri di crederlo. Ognuno ha il suo piccolo cerchio di adulatori come un insetto ha i parassiti. Questi sono o troppo sciocchi o troppo poco sinceri per essere contenti del nostro inganno, mentre noi, trovandolo un eroismo a basso prezzo, non ci tiriamo indietro. Ma questo inganno porta alla cecità spirituale. Perché il falso umile ignora ciò che nella vita spirituale è la cosa più necessaria da sapere: cioè la propria mancanza di coraggio. Il motivo ne è che non si è mai messi veramente alla prova. Ritiene nella sua abiezione artificiale, che ormai è divenuta reale (senza divenire vera), che deve mirare solo alle cose basse per Dio. E così fa ciò che è al di sotto delle sue forze, senza mai mirare ciò che è o sul suo livello oppure al di sopra di esso. Inoltre, malgrado la sua mancanza particolarmente odiosa di generosità, non è comunque esente di una certa superbia nella sua sicurezza in sé e nella sua pretesa discrezione.

III

LE CARATTERISTICHE DELL’INGANNO

La prima caratteristica è il suo potere quasi illimitato. L’autoinganno è una tentazione, anzi, più di un tentazione: è una legge della debolezza dell’ anima, una caricatura della grazia: anticipa e segue l’azione, la propone, la sostiene, la accompagna, si scioglie in essa, la loda nel suo amor proprio, la biasima nella sua falsa umiltà; ci illumina e ci acceca; opera sia nell’azione che nel riposo; si nasconde e si rivela. Compagno intollerabile! Mai affaticato, indifferente alle condizioni della strada, imitatore dell’angelo custode, sempre trionfante, sempre deridente, approfittando pure della Grazia per acquisire nuove opportunità e nuovi teatri d’azione.

Una seconda caratteristica è che è inveterato. Né vittorie ripetute lo vincono, né mortificazioni. Anzi, tutti mezzi contro di esso sembrano di fortificarlo. E’ onnipresente, non si può afferrare, né fermare, né staccare dalle circostanze della vita. Non ci aiuta esperienza, né vigilanza, essendo l’autoinganno sempre diverso. Agisce in modo passivo, pacifico, vuole vivere con noi, in noi, anzi, vuol essere una sorta di anima per noi: per questo motivo è così inveterato.
Poi, si assume l’apparenza del bene, come si aspetterebbe d’altronde dal primo ministro del demonio. Ma sarebbe più preciso dire non che assume l’apparenza del bene, bensì che la porta sempre, travestendosi sempre in un’infinità di modi. Così ci fa compiere l’opera del demonio, facendoci credere (non sempre con una fede interamente buona) che sia l’opera di Dio.

Il punto debole dell’autoinganno è che sia doloroso da toccare (quando si riesce comunque a toccarlo). Siamo tutti sensibili ad alcune critiche del nostro comportamento, delle nostre pratiche o abitudini, dei nostri atteggiamenti: ad altre critiche, invece no. Perché questo? Non lo sappiamo, ma è una scoperta che dovremmo indagare senza esitare; è un dono della Provvidenza che ci avrebbe potuto aiutare ad evitare tanti danni.

Un’altra caratteristica è la sua coesistenza col bene. Si sceglie il migliore di tutto, e si attacca a ciò che è del più eccellente. Una sola goccia di questo veleno disturba la quantità più grande del bene, e una quantità moderata ne neutralizza una quantità sproporzionata. Ipocrisia non vive a lungo se non in compagnia di un pochino di pietà; così anche l’autoinganno prende dimora presso il bene, per nutrirsene e riscaldarsene.

L’autoinganno cresce con l’età. Alcune erbacce crescono nell’anima quasi per caso; altre muoiono se non vengono nutrite; alcune si impiantano con un solo atto di peccato e non crescono affatto; mentre l’autoinganno cresce inevitabilmente. Più si allarga la vita, più si allargano le facoltà per l’inganno. L’unica cosa che è fatale per l’autoinganno è la semplicità. Se potessimo essere perfettamente semplici, potremmo infliggere un colpo mortale su questo mostro. Ma la vita moltiplica le cose, imbroglia i nostri motivi, ci distrae l’attenzione, ci complica l’agire, ci confonde con la sua rapidità, versatilità, contraddittorietà, imperiosità, fertilità. E tutto questo apre la porta all’autoinganno: dove entra in silenzio se ha il tempo, o con rumore se non ce l’ha. Una cosa è certa, però: La fonte corre più copiosamente ogni anno, e se la Grazia non facesse evaporare le acque proprio mentre saltano, saremmo rovinati.

L’autoinganno cresce anche nella misura in cui l’anima progredisce nella vita spirituale. Eccezione fatta per le grazie le più alte che riguardano l’unione mistica a Dio (che sono comunque raggiunte solo da pochi), le operazioni delle grazie intermediarie sono soggette ad illusioni più di quelle basse.

Come esempio prendiamo la preghiera. L’autoinganno si nutrisce dalla preghiera e dalla contemplazione. La preghiera ci conduce in un mondo nuovo, dove si parla una lingua diversa, dove il paesaggio e i colori sono diversi. Nella natura ciò che più inganna è la luce: ci inganna su distanza e grandezza; scambiamo fantasia per realtà, vediamo cose a rovescio: così anche nel mondo della preghiera. Un altro punto comune ai due mondi è il principio che la luce acquista colori solo brillando attraverso il buio. Nella preghiera ci sono colori che difficilmente sono da attribuire all’oggetto o all’atmosfera; luci possono abbagliare e confondere. L’abitudine è l’unica sicurezza nelle cose sovrannaturali, ma la grazia ci ruba di quella sicurezza, spostandoci sempre più in alto.

L’autoinganno si distingue anche per il modo eccellente in cui si serve del tempo. Afferra le nuove grazie subito quando appaiano, e le svia per i propri scopi. La forza di una tentazione sta soprattutto nella sua opportunità. La natura umana, debole e incapace di sostenere sorprese, cede quasi sempre a ciò che è opportuno, sia per il bene che per il male. Il nostro guadagno annuale di grazie è grande, ma l’autoinganno ne prende molte tasse. Sappiamo che siamo molto più poveri di ciò che possa sembrare, ma non sappiamo mai quanto. Gestire la grazia con discrezione è uno degli oggetti più difficili della vita spirituale.

L’autoinganno infesta talvolta la natura, talvolta la grazia. Sfrutta dei nostri momenti di debolezza, dei nostri punti deboli; diviene quasi indistinguibile dal carattere naturale, già indebolito, scardinato, e sconvolto dal peccato. E poi cediamo al nostro carattere, dispensandoci di questo e quello, ritenendo che abbiamo il diritto di agire come ci pare, e la barca affonda nel mare. Non abbiamo potuto distinguere tra sfiducia in natura e sfiducia in grazia; tra sfiducia in sé e sfiducia in Dio.

L ’autoinganno si insinua poi nelle parti del carattere che abbiamo deciso di privilegiare, e diviene la legge della vita: mentiamo a noi stessi e facciamo della menzogna una legge.

L’autoinganno infine è umiliante, ciò che è il motivo principale per chi cerca di evitare l’autoconoscenza. Gli inizianti ne sono esempi tipici. Scatenati nei campi larghi dell’ascetismo e nei boschi grandi della meditazione, cadono nella gola spirituale, scoprono l’inganno, e poi rinunziano a tutto, preferendo condurre ormai vite confortevoli.

IV

RIMEDI DELL’AUTOINGANNO

C’è qualche cosa di sostanziale nel creato? C’è qualcuno di reale? C’è vita spirituale affatto? Tali domande ci facciamo, con la nostra irritazione quasi scusabile, quando ci si presenta in ogni chiarezza davanti gli occhi il tema dell’inganno spirituale. L’io è miserabilmente petulante, come ce ne possiamo accorgere quando l’io si introverte su se stesso: toglie la freschezza pure dalla nostra adorazione, e getta una luce malaticcia sulle nostre pratiche di devozione che dovrebbero giacere nella luce tranquilla dell’amore disinteressato.

Dovremmo smettere di coltivare uno spirito interiore, per paura dell’ autoinganno, della lebbra introvertita e marcia dell’auto contemplazione, dell’indegna schiavitù di una vita pia? Ma quale sarebbe l’alternativa?
– Dedicarci solo alla devozione esterna, come quella del tutto consumata dai pregiudizi triviali, dalle singolarità, dalle gelosie, dalla golosità, dall’ ipocondria, dall’egocentrismo: consumata infine da qualcosa peggiore dalla vile scrupolosità, dalla preghiera pignola, dall’introversione soffocante, dalla permalosità, dalla mortificazione fino all’amarezza ed allo spirito critico: solo perché la grazia non ha potuto superare la loro incapacità per essere dolci.
– Oppure dedicarci solo all’azione, come quegli uomini intellettuali, robusti di corpo e di carattere, che sembrano riuscire in tutto? Ma scappare via da una vita pia non tutta sana, non vuol dire scappare via da se stessi.

Meglio sarebbe sanare la vita spirituale: adottando un odio saggio di se stessi, esercitandosi nella pazienza, esaminando la coscienza in modo serio. Coloro che nutriscono un’avversione per la vita spirituale stanno facendo l’opera del demonio anche senza esserne consapevoli.

Perché sto dicendo ciò? Perché non troveremo rimedi all’autoinganno tanto specifici né definiti quanto ci potremmo augurare. L’autoinganno è una roba cattiva, quasi irreparabile. Bisogna considerare la sua riparazione come un male necessario ed indispensabile; e quando qualcosa è indispensabile per Dio, bisogna iniziare quanto prima e anche con uno spirito allegro: Nella misura, infatti, in cui ci abbassiamo sempre più profondamente nella nostra falsità, ci avviciniamo sempre di più al grande Veritiero Che è Dio. E l’auto abbassamento ci fa coraggio. E’ strano, ma è comunque così.

In genere possiamo dire che la conoscenza del proprio autoinganno costituisce quasi quasi la sua guarigione. Per quello mi son soffermato così a lungo su di esso. Una volta che ce ne accorgiamo, l’occasione e le circostanze ci indicheranno le armi con cui si deve combattere. Non gli piace essere conosciuto: si traveste e fiorisce nel nascondimento; quando viene visto invece, lo fa tremare un senso di colpa; quando una luce forte lo rivela, si perde la testa e fa un gesto involontario. Conoscere questo nostro nemico, ci facilita mirarlo, dunque, ma anche lo rende codardo spogliandogli la forza.

Poi, più semplice è il nostro comportamento, più debole l’autoinganno, e meno frequenti le sue occasioni. La semplicità nel mondo spirituale è come la luce nel mondo naturale: la luce cambia tutto ciò che tocca: privo della luce ogni tipo di vita languisce; simile è la semplicità. E’ il nemico particolare dell’autoinganno.

Quando uno fa una serie di scoperte, cioè che sia vittima costante dell’ autoinganno e che la base della vita interiore sia stata un’illusione, gli sarà spesso prudente rimodellare e semplificare il suo sistema spirituale, facendo atti di purezza d’intenzione, cioè rendendo attuale la pia intenzione delle sue azioni, piuttosto che virtuale o abituale.

Non converrà a tutti, agli scrupolosi per esempio: e se non converrà, non li renderà felici. Se ci rendiamo infelici, ci rendiamo incapaci di servire Dio. Che serviamo Dio mentre brilla il sole: così, quando manderà le tenebre, Lo serviremo meglio. Intanto, le tenebre false sono peggiori della luce falsa, così che se, attualizzando le nostre intenzioni per la gloria di Dio, ci ottenebreremo lo spirito piuttosto che illuminarlo, potremo essere sicuri che questa non sia la strada per noi.

Non cerchiamo di combattere l’autoinganno esaminando eccessivamente la coscienza nè i motivi per tutto ciò che facciamo. Tutto deve procedere pian piano nella vita spirituale, anche le nostre cadute. Se non troviamo subito ciò che cerchiamo tra i motivi profondi del nostro agire, alziamo la testa e guardiamo il cielo.

Non dimentichiamo che la guarigione dell’autoinganno dura tutta una vita. Per questo richiede la perseveranza, e nell’ultima analisi la speranza: la speranza che tiene chiaro è fermo l’occhio della Fede. Lo scoraggiamento gli è dunque fatale. Più a lungo deve durare uno sforzo, meno sopporterà lo scoraggiamento. Ma è proprio questo che vuol produrre in noi l’autoinganno: imbrogliando, complicando, confondendo, inventando stratagemmi, moltiplicando attacchi, trascurando le convenzioni della guerra, logorando la speranza. Una volta che ci mettiamo a sedere ed a disperare, sarà improbabile che ci sarà permesso di rialzarci.

Non bisogna essere superbi o cercare la gloria nelle battaglie contro l’autoinganno. Ci sono battaglie che non diano grande onore, o che lascino i vincitori sporchi e sfigurati. Non entreremo mai nelle città morali che avremo vinte in marcia di trionfo: torneremo a casa abbattuti. Piuttosto ci dovremo accontentare delle vittorie piccole e dei successi modesti: con buon umore e con grande pazienza.

Meditazione sugli attributi di Dio è un’altra difesa contro l’autoinganno: per poter meglio imitarLo; per farci impregnare dallo spirito della Verità, Che è Lui; per uscire da noi stessi verso gli oggetti della Fede; per contemplare Lui piuttosto che noi stessi; per acquisire un santo timore di Lui, reverenza, adorazione che abbassa se stessa davanti a Dio. Aggiungiamo che un effetto particolare e positivo della reverenza è di rendere l’uomo naturale e semplice verso il prossimo.

Bisogna coltivare una devozione così interiore che renda possibile, essere moderati nel parlare, evitando sopratutto i temi della propria vita spirituale e del carattere di altri.

Cerchiamo di camminare solo con la Fede: deve essere per noi strada, luce, circostanze, atmosfera, tutto: ecco la nostra sicurezza, ecco anche tutta la nostra perfezione. Non cerchiamo segni provvidenziali esterni come guida di condotta; non lasciamoci trascinare da un consiglio casuale, da una parola attribuita a qualche religioso santo, oppure a qualche nostro penitente.

Occorre un grande fiducia in Dio come abitudine di mente ed emozione di cuore, per non accusare Dio del male che facciamo noi: Quando le illusioni e le complicazioni della vita spirituale ci conducono a situazioni che ci sembrano quasi senza uscita, siamo tentati a pensare che chi ci abbia ingannati fosse Dio piuttosto che noi stessi.

Cosa ci farà reale, quindi? il Volto di Dio. Il prima tocca regale dell’ Eternità non solo ci sveglierà, ma anche ci guarirà in fondo: dell’inganno ci potrà guarire solo il Re.

Chiaramente, dunque, la difesa più efficace contro questo male in terra sarà ciò che più si avvicina al suo rimedio in cielo: ossia servire Dio con un amore personale. L’amore per Dio ha questa proprietà: di renderci reali. La comunione con Dio scoglie la nostra irrealtà. L’amore imita ciò che ama: amiamo Gesù ed imitiamo la Sua semplicità. Quando guardiamo fuori di noi stessi in Fede amorevole, si diminuiscono i processi interni e si semplificano parecchio; e poi semplificandosi crescono in maestà. Quando la vita interiore si reduce ad una sola operazione della Grazia, siamo più al sicuro; quando molte cose avvengono in noi simultaneamente, c’è poca crescita e molto inganno.

Bisogna guardare fuori di noi verso Dio; passare verso di Lui; appoggiarci su di Lui; imparare ad essere una sola cosa con Lui; far sì che l’amore per Lui bruci l’amor proprio, fin quando esso non esista più, fin quando ci uniamo completamente a Lui. Fuori Dio tutto è irreale, tutto falso. La falsità è una condizione della creatura. E quanto è doloroso per noi, ma anche per coloro che sono molto meglio di noi, scoprire che non siamo altro che irrealtà ed ipocrisie indeliberate ed irrimediabilmente pretenziose! E’ un pensiero sobrio, ma anche confortante, che il tempo verrà per tutti quando non giocheremo più ruoli: né con altri né con noi, neppure con Dio.

Cristo Re e la Sua regalità sociale

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Allora Pilato Gli disse: Dunque, Tu sei Re? Rispose Gesù, Tu lo dici: Io sono Re” – Cristo è Re come Dio e come uomo. È Re come Dio in quanto possiede insieme al Padre e allo Spirito Santo il potere più alto e più perfetto su tutto l’universo; è Re come uomo in due modi: prima in virtù dell’intima unione tra la sua Divinità ed Umanità (l’Unione Hypostatica) e secondo, in virtù della redenzione che meritò per lui il potere assoluto su tutti gli uomini.

Questa regalità di Cristo su tutti gli uomini è soprattutto spirituale, ma anche sociale. Ed era per celebrare e per promuovere questa sua regalità sociale che Papa Pio XI scrisse la sua enciclica Quas primas e stabilì la festa di Cristo Re per la Chiesa universale.

Ora, la regalità sociale di Cristo è il potere del Signore di intervenire negli affari degli uomini tramite l’intermediario della Santa Chiesa Cattolica. Lo scopo di questa intervenzione è che non solo i privati ma anche i magistrati e i governanti venerino Cristo pubblicamente e Gli prestono obbedienza; che non solo individui ma anche le società (nonché tutto il genere umano) si sottomettano all’impero ed alla podestà sovrana di Gesù Cristo.

Ebbene, a questo grave obbligo dell’uomo ad assumere il giogo di Cristo nell’ambito sociale si oppone la tesi nefasta e perniciosa del ‘Secolarismo’. Questa tesi, sviluppatasi a partire dal ‘900 è, nelle parole di San Pio X (Vehementer nos 1906) “la negazione chiarissima dell’ordine sovrannaturale. Essa rivoluziona ugualmente l’ordine molto saggio stabilito da Dio nel mondo; ordine che esige un’armoniosa concordia tra la Società Civile e la Società Religiosa. Queste due società hanno in effetti gli stessi soggetti, visto che ognuno di esse esercita nel proprio campo la sua autorità su di essi. La laicità dello Stato infligge gravissimi danni alla Società Civile stessa, perchè non può né prosperare né durare a lungo, quando non si crea un posto alla Religione.”

Purtroppo questa opposizione alla regalità sociale di Nostro Signore Gesù Cristo è entrata fino a un certo qual grado anche nella mente di certi uomini della Chiesa, cioè nella loro prontezza di separare la Chiesa dallo Stato; nell’Ecumenismo di cui Pio XI scrive: “La Religione Cristiana fu eguagliata ad altre religioni false, ed indecorosamente abbassata al livello di queste”; e finalmente nella promozione di prosperità, progresso, e pace sociale senza riferimento a Colui che è (nelle parole dello stesso Papa) “l’unico autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli cittadini, sia per gli stati.”

L’opposizione al Regno di Cristo è stata espressa e preannunciata già nella parabola della gente che disse “non vogliamo che lui regna su di noi”, e sarà vendicata nel Giudizio Universale quando nelle parole della stessa enciclica: “Cristo scacciato dalla societa’ o anche solo ignorato e disprezzato, vendicherà acerbamente le tante ingiurie ricevute, richiedendo la Sua regale dignità affinchè la società intera si uniformi ai Divini Comandamenti e ai princìpi cristiani, sia nella legislazione e l’amministrazione della giustizia, sia nel provvedere per la gioventù una sana educazione morale.”

Esempi di questi crimini degli stati contemporanei abbiamo visto nelle iniziative del tutto vergognose di proporre come matrimonio alleanze abominevoli ed intrinsecamente pervertite, e di proporre con un sottile e menzognere velo di decenza sotto il nome di “corsi sul corpo e affettivita’” dei programmi per offuscare le menti dei nostri figli, distruggere le loro anime, e di massacrare i non-nati che si potrebbero concepire in seguito alla licenza morale a loro avvocata.

Chi possiede oggi il coraggio tra i nostri governanti o i nostri Prelati di ergersi contro questi oltraggi alla legge naturale , alla legge divina, alla ragione stessa, ma soprattutto a nostro Divino Re? Dove è lo spirito che abbiamo visto cento anni fa in Messico, lo spirito dei Cristeros che si sono opposti al regime anti-cattolico del loro Stato, che prestarono guiramento di fedeltà a Cristo Re e alla Santissima Vergine di Guadalupe, e ricevevano il Crocefisso al collo per mano del sacerdote e salutarono i loro compagni col saluto “arrivederci in Paradiso” come preludio al loro probabile martirio?

Dove lo spirito del loro capo, l’avvocato Josè Anacleto Gonzalez Flores, che morì torturato pregando per il suo carnefice, lo spirito espresso nel suo testamento nelle parole seguenti: “Gesù misericordioso! Miei peccati sono più numerosi delle gocce di sangue che versaste per me. Non merito di appartenere all’esercito che difende i diritti della Vostra Chiesa e che lotta per Voi. Vorrei non aver mai peccato in modo tale che la mia vita sia un’offerta gradevole ai Vostri occhi. Lavatemi dalle mie iniquità e purificatemi dei miei peccati. Per la Vostra Santa Croce, per la mia Santissima Madre di Guadalupe, perdonatemi! Non ho saputo fare penitenza dei miei peccati, per questo motivo voglio ricevere la morte come una punizione meritata per essi. Non voglio combattere, ne vivere, ne morire, se non per Voi e per la Vostra Chiesa. Madre Santa di Guadalupe accompagnate nella sua agonia questo povero peccatore. Concedetemi che il mio ultimo grido sulla terra ed il mio cantico nel Cielo sia, Viva Cristo Re!”

Il Matrimonio: l’intento di Dio, l’intento del demonio

+ In nomine Patris et Filii et Spritus Sancti. Amen

1. L’intento di Dio

Il fine ultimo di tutto ciò che c’è è la gloria di Dio Uno e Trino: della Santissima Trinità: le cose materiali glorificano Dio con la loro mera esistenza, con il loro ordine, la loro bellezza, e, se vivono, con la loro vita: imitando e riflettendo in questi modi qualcosa delle infinite perfezioni di Dio. Gli esseri razionali, invece, glorificano Dio con la loro razionalità: con la loro conoscenza, e soprattutto con il loro amore per Dio che si colma nella santità: modi in cui imitano e riflettono la conoscenza e l’amore di Dio per Sé Stesso.

Ora, Dio avrebbe potuto creare gli uomini ad un’età adulta già in piena conoscenza di Lui e in pieno amore per Lui, come ha fatto nel caso di Adamo ed Eva. Invece ha stabilito che gli uomini venissero a conoscere ed amare Lui gradualmente, cominciando con la loro nascita ed educazione in famiglia: il luogo della loro formazione iniziale per la vita eterna.

Vediamo chiaramente che la prima finalità del matrimonio deve essere la procreazione ed educazione dei figli, anzi di figli numerosi, per orientarli verso la santità.

Dato questo, la sua seconda finalità è ovviamente l’assistenza reciproca (ed amorevole) degli sposi: occorre cioè una collaborazione tra di loro per far crescere i figli, ed un amore tra di loro e verso i figli, affinché i figli possano non solo crescere, ma crescere felici e ben equilibrati. Questa collaborazione deve portare in secondo luogo alla santificazione degli sposi stessi, essendo questo il fine ultimo di tutti.

La terza finalità, conseguenza del Peccato Originale che ha (tra l’altro) disordinato la sessualità umana, consiste nel ‘rimedio della concupiscenza’, che significa che la sessualità trova nel matrimonio un contesto onesto per il suo esercizio (moderato e modesto, naturalmente).

2. L’intento del demonio

Nel mondo contemporaneo, invece, testimoniamo un attacco smisurato contro il matrimonio. La sessualità viene distolto dal matrimonio e considerata come intrinsecamente buono e come fine in sé: o dentro del matrimonio (o sacramentale o ‘civile’) o fuori di esso all’interno di convivenze o di rapporti promiscui. Viene negato che la sessualità si orienti verso la procreazione: anzi, viene usata per esprimere l’amore dei sensi o per il solo piacere, prescindendo persino dal sesso di coloro che la usano. Se c’è rischio di procreazione, si ha ricorso ai contraccettivi, o, se è già troppo tardi per impedire una nuova vita, all’aborto, secondo l’atteggiamento di base che sia meglio uccidere i bambini che non di amarli.

Quanto all’educazione di quelli figli che, malgrado tutti i pericoli che li minacciano, riescono a nascere, non si tratta più di genitori che collaborano in modo disciplinato, ed in un focolare stabile informato dall’amore, per formarli moralmente, e soprattutto religiosamente e spiritualmente. Piuttosto, si tratta di consorzi amorfi e promiscui senza disciplina e con poco amore, e ancor meno senso morale e spirituale, dove i genitori, o coloro che prendono le loro veci, piuttosto di reggere i figli, si lasciano, in un tipo di aporia e fiacchezza morali, reggere da loro, nonché dai programmi educativi statali che mirano meno alla loro educazione che alla loro perversione: ispirati come sono dai nemici della Chiesa e di Dio, ed infine dallo stesso principe delle tenebre.

*

In questo contesto ci rallegriamo sempre di vedere una coppia intraprendere un matrimonio autenticamente cattolico: fedeli a se stessi ed al sacramento, modesti ed innocenti; che desiderano la propria santificazione e quella dei figli; che desiderano orientarne numerosi al Cielo: un cammino sempre più insolito in questi tempi di buio, ignoranza, confusione, ed egocentrismo quasi universali, dove anche gli uomini della Chiesa si compiacciono di tendere una mano verso le massime vuote e mortifere del Mondo.

Preghiamo che la Madonna aiuti tali coppie a far nascere molti figli, ad educarli con disciplina e bontà per osservare i comandamenti di Dio, e per amarLo con tutto il cuore; a far regnare nelle loro famiglie l’amore, la felicità, e la pace; ed a santificare loro e se stessi per poter godere, dopo questo nostro esilio, le gioie eterne del Paradiso: nella conoscenza e nell’amore della Santissima ed Adorabilissima Trinità. Amen.

La Santa Messa: cosa avviene?

 

Forse qualcuno seduto ozioso per strada ha visto qualcuno di voi passare stamattina verso la chiesa, e poi ti rivedrà tornare a casa tra circa un’ora. E si dirà: Avrebbe avuto una commissione, un impegno, un incontro, avrebbe fatto una passeggiata, sarebbe andato alla Messa. Non penserà per forza che ci sarebbe successo un granché: in fondo per lui niente sarebbe cambiato: un’ora è passata, la luce si è in qualche modo cambiata, le persone e le barche si sarebbero un pochino spostate, e la giornata procederà sul suo corso e, con la giornata, la vita.

 

Ma per noi cosa sarebbe successo in questa chiesa davanti a noi? Cosa sarebbe cambiato? Solo questo:

Nostro Signore Gesù Cristo sarà nato sull’altare come lo è nella Gloria del Cielo: nato come è nato a Betlemme, ma in un modo nuovo. Sarà reso presente tramite le parole di un mero uomo, un peccatore, in forma di pane e di vino: il Suo Corpo, Sangue, la Sua Anima e Divinità in forma di pane; il Suo Corpo, Sangue, la Sua Anima e Divinità in forma di vino. Sarà nato sull’altare, scenderà sull’altare, Lui il Verbo Incarnato, l’Agnello Immacolato, per essere sacrificato per noi.

L’uno e l’unico sacrificio del Monte Calvario, tramite cui Dio muore per salvare l’uomo, verrà reso presente sull’altare davanti agli occhi dello spirito. La presenza Reale di Nostro Signore Gesù Cristo, la Presenza Reale del Suo Sacrificio del Monte Calvario, apparirà qua in questa chiesa tra qualche minuto. Tutto il dramma della morte di Dio avverrà in questa chiesa, benché velato dai nostri occhi.

L’avvenimento più grande, più grave, e più glorioso che è mai successo, e che potrebbe mai succedere, nella storia della Creazione non sarebbe dunque successo una volta solo, bensì viene prolungato tramite sante Messe successive fino alla consumazione dei secoli. E lo scopo sarà questo: che il mondo intiero non cada nel nulla in conseguenza dei peccati degli uomini, bensì che esso sia conservato in esistenza tramite tutte le sante Messe offerte ad ogni momento del giorno e della notte attraverso il globo, affinché i disegni ineffabili di Dio per la salvezza degli uomini siano realizzati nel corso dei secoli.

Questo sacrificio è la fonte di tutte grazie, soprattutto del perdono che viene trasmesso nel battesimo (per il Peccato Originale) e nella Confessione (per il peccato personale). Il Sacrificio elargisce grazie sul mondo intiero, ma soprattutto sulla Chiesa: sulla anime dei beati in Cielo e sugli angeli, aumentando la loro beatitudine; sulla anime sofferenti del Purgatorio, diminuendo le loro pene; e sugli uomini in questo mondo, aiutandoli a lottare fedelmente sino alla fine della vita. Queste grazie vengono elargite in modo particolare sui fedeli che partecipano alla santa Messa, e più devotamente partecipano, più largamente saranno elargiti: il Divinissimo Sangue sgorgherà dalle gloriose Ferite sulle nostre teste e nelle nostre anime, per illuminarci e fortificarci per la battaglia.

E dopo che Dio sia nato sull’altare e muoia là per amore di noi, Egli entrerà nel nostro essere più intimo: ‘Domine non sum dignus: Signore non sono degno che entriate sotto il mio tetto, ma dite soltanto la parola è sarà salvata la mia anima.’ Egli entra sotto il tetto della mia anima nella forma di cibo, affinché Si possa unire a me nel modo in cui si unisce a noi il cibo: cioè nel modo il più intimo possibile su questa terra. Qua Egli rimane per 15-20 minuti – per il quale motivo è altamente desiderabile, carissimi fedeli, di trattenerci in chiesa dopo la santa Comunione almeno per una quarta d’ora per adorarLo e per parlare intimamente con Lui. Non è il momento di chiacchierare fuori o, molto meno, dentro, la chiesa. Questa preghiera è una pratica che da Gloria a Dio, e che ci aiuta molto a progredire verso la perfezione cristiana: l’unico scopo della nostra vita.

E così, carissimi fedeli, se qualcuno vi vede tornare a casa da dove siete venuti oggi, anche se non sa cosa stavate facendo durante questa ora, qualcosa davvero sarà successo, e qualcosa davvero sarà cambiato: la cosa più grande che possa succedere: Dio Si è sacrificato per noi davanti ai nostri occhi; Si è unito a noi per promuovere i Suoi disegni ineffabili per il mondo: la Sua eterna gloria e la nostra eterna beatitudine. Qualcosa sarà cambiato. Il fedele torna a casa riempito di Grazia, nutrito del cibo degli angeli, divinizzato dal Verbo Incarnato, e l’universo con i suoi infiniti pianete sarà mantenuto in esistenza e continuerà sul suo corso attraverso i secoli, fin quando il numero degli eletti sarà completo; il creato intiero sarà trasformato in un nuovo cielo ed in una nuova terra; la Missione del Divin Figlio sarà compiuta; e tutto potere sarà restituito al Padre.

Chiamo tutti i non-praticanti presenti a tornare alla pratica alla Fede; tutti i praticanti (ed in primo luogo me stesso) di prendere sul più serio la Fede; chiamo i bambini che riceveranno la santa Comunione oggi per la prima volta di essere sempre fedeli ai comandamenti di Dio, evitando sempre il peccato mortale, ed amando Dio ed il prossimo sempre di più: per l’intercessione della Madre nostra tenerissima Maria, ed alla Gloria della Santissima Trinità. Amen.

La carità come mezzo per superare se stessi

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Parlando della Carità, nel senso del nostro amore verso Dio, scrive sant’Alfonso: ‘Quale oggetto mai più nobile, più grande, più potente, più ricco, più bello, più buono, più pietoso, più grato, più amabile, più amante, poteva darci Dio ad amare che Se Stesso?… Chi è più grande? è il Signore del tutto; Chi più potente? con un cenno di Sua Volontà ha creato il mondo e con un altro cenno può distruggerlo quando vuole; Chi più ricco? possiede tutto; …Chi più pietoso? Un peccatore basta che si umilii dinanzi a Dio e subito lo perdona; Chi più grato? Dio non lascia senza premio qualunque cosa che facciamo per Suo amore; Chi più amabile? Iddio è così amabile che i santi, col solo vederLo ed amarLo in Cielo, godono un tale gaudio che li rende appieno beati e contenti in eterno…’

Dio è dunque l’oggetto perfetto del nostro amore: non c’è un altro oggetto che ci possa rendere felici né in questa vita, né nell’altra. Anzi, tutti gli altri oggetti ci rendono infelici: e tutto la nostra infelicità deriva dal non amare Dio. Una persona medita sui suoi successi e sulle sue umiliazioni, sulle offese o sui complimenti che riceve d’altrui; un’altra passa il suo tempo davanti allo specchio: ‘Quanto sono bello! Quanto sono brutto!’; un altro depresso, un altro ossessionato da altre persone; un altro ancora che cerca di possedere informazioni o oggetti senza limite. E poi ci sono coloro che non riescono a staccarsi dal male del mondo, della Chiesa, dei parenti, o da quello che devono subire se stessi: tutti chiusi nel proprio piccolo mondo, il mondo di se stessi, o almeno il mondo finito di quaggiù.

Il nostro mondo è coperto di nuvole, e non riusciamo a vedere il cielo bello ed infinito sopra di noi. Siamo vittime di noi stessi: dei nostri sensi e dei nostri sentimenti, dei nostri piccoli piaceri o delle nostre sofferenze: di ciò che è più basso in noi, piuttosto che dalla ragione e dalla Fede. Siamo retti dalla nostre concupiscenze che ci portano ad amare noi stessi, gli oggetti dei sensi, ed i possessi: ad amare tutto ciò che è finito piuttosto che ciò che è infinito. Siamo catturati, rinchiusi, legati senza uscio, e in fine preda del demonio.

C’è un solo rimedio: l’amore per Dio: per uscire dall’inferiore verso il superiore, dal finito verso l’infinito, da noi stessi, povere creature, verso Dio, Creatore e Somma dei ogni perfezione. Bisogna vedere i beni e i mali di questa vita, i suoi piaceri e i suoi dolori, come occasioni per ringraziare Dio, per esercitare la pazienza, la perseveranza, la rassegnazione – per offrire tutto a Dio, ed in fine per crescere nella perfezione spirituale e per avvicinarci a Lui. Non sono beni o mali assoluti, bensì relativi: per condurre al Bene Assoluto Che è Lui. Questo richiede un lavoro di distacco delle cose di questa terra, e soprattutto da noi stessi, per poter vedere le cose come sono alla luce del sole che è Dio, e per orientarci in tutto ciò che facciamo a Lui.

Come acquistiamo l’amore per Dio? Nostro Signore Gesù Cristo dice chiaramente: ‘Chi mi ama tiene i miei comandamenti’. I comandamenti, come sappiamo, comprendono tutta la vita morale – ad esempio il comandamento di non uccidere comprende la proibizione di parlare male di altri; il comandamento di non dare falsa testimonianza comprende la proibizione di mentire. I comandamenti di amare Dio ed il prossimo comprendono ugualmente tutta la vita morale. Un aspetto di questa vita morale è la preghiera: la preghiera ci unisce a Dio, ci unisce il cuore a Dio affinché possiamo amarLo sempre meglio. La preghiera mentale in particolare – la meditazione (soprattutto sulla passione) e la contemplazione – ci fa conoscere ed amare Dio.

Per amare Dio bisogna anche pregare per amarLo. Il Salmo 17 comincia: ‘Diligam te Domine, Fortitudo mea’: Qua il Signore viene chiamato la mia Fortezza, il mio Firmamento, Rifugio, Liberatore, Aiutante, Protettore, Salvezza, Sostenitore. In questa preghiera riconosciamo il Suo amore per noi nel sostenerci, nel proteggerci, nel salvarci; riconosciamo che Lui solo è la nostra fortezza e forza, e preghiamo di amarLo come tale. Ci ricordiamo dell’inno tedesco: Ich will Dich lieben, meine Staerke.

L’amore verso Dio è essenzialmente un amore della volontà, ma quando si perfeziona, diviene anche un amore sensibile, un amore sentito: un amore che sovrabbonda sui sentimenti per superare tutte le altre forme di amore che ci possano motivare.

Per acquistare l’amore per Dio, e l’amore perfetto per Dio, chiediamo l’aiuto della Beatissima Vergine Maria, Lei che era ed è interamente consumata nell’incendio dell’amore Divino. Questo è il nostro destino nell’eternità, che bisogna iniziare in tutto ciò che facciamo quaggiù.

La morte del peccatore

Francis_Borgia

Insegna san Girolamo: ‘Di centomila peccatori che sono vissuti male, appena uno merita indulgenza da Dio alla morte’: Vix de centum millibus, quorum mala vita fuit, meretur in morte a Deo indulgentiam unus. Aggiunge san Vincenzo Ferreri esser ‘Maggior miracolo il salvarsi uno di costoro, che risuscitare un morto’.

La ragione di questa difficoltà quasi insuperabile di salvarsi è, cioè, che il peccatore, invece di ammollirsi alle grazie ed alle chiamate di Dio, sempre più si è indurito: così che alla morte non sarà più capace di pentirsi. Giobbe dichiara (41.15): ‘Il suo cuore è duro come la pietra, saldo come l’incudine del fabbro’: Cor eius indurabitur quasi lapis, et stringetur quasi malleatoris incus. In altre parole, ogni peccato mortale che commette è come un nuovo colpo sull’incudine, che rende quell’incudine sempre più duro. Nell’Ecclesiastico (3. 27) leggiamo similmente: ‘Il cuore duro andrà a finir male, e chi ama il pericolo vi perirà’: Cor durum habebit male in novissimo; et qui amat periculum, peribit in illo.

Sant’Alfonso, su cui dottrina questo articolo è una piccola sintesi, insegna che il cuor indurito, assieme alla mente ottenebrata e l’abito cattivo, renderà la conversione del peccatore moralmente impossibile. Dio consegnerà la sua anima a tutti i vizi: ‘Ne toglierò la siepe ed essa sarà devastata’ (Isaia 5.5): toglierà la siepe del santo timore ed il rimorso della coscienza, e la lascerà nelle tenebre, così che il peccatore, abbandonato in quel profondo di peccati, disprezzerà tutto: ammonizioni, scomuniche, grazia di Dio, castighi, Inferno; si burlerà della sua stessa dannazione. Leggiamo nei Proverbi (18.3): ‘L’empio, giunto nel profondo dei peccati, disprezzerà’: Impius, cum in profundum peccatorum venerit, contemnit.

Anche se il peccatore si confessa prima della morte, la sua confessione sarà mancante: ‘La penitenza di un infermo è inferma’ dice Sant’ Agostino. E come può pentirsi dei suoi peccati, d’altronde, se la sua confessione non è motivata dall’amore o dal timore verso Dio, bensì solo dal timore dell’Inferno e della dannazione eterna? Come può odiare quel peccato che ha amato fino alla morte? Come può amare quel nemico che sino ad ora ha odiato, o odiare quella persona che sino ad allora ha amata? ‘Oh che montagna da superare!’ esclama sant’Alfonso.

Per di più, l’ora della morte è sempre incerta: ‘Nell’ora che non pensate verrà il Figlio dell’Uomo’(Lc 12.40); ma per l’uomo di cattiva vita la morte è anche sempre improvvisa. Col peso della malattia, con le visite dei medici e le attenzioni dei parenti, con gli affari del mondo ancora da sistemare, gli ultimi giorni saranno sempre giorni di tenebre e confusione, nei quali sarà difficile, anzi moralmente impossibile, l’aggiustare una coscienza imbrattata di peccati. ‘La loro anima perirà nella tempesta’ si legge nel libro di Giobbe (Job 36.14): Morietur in tempestate anima eorum.

E poi ‘Il demonio scende a voi con ira grande, sapendo di aver poco tempo’ (Apoc 12.12): Descendit diabolus ad vos habens iram magnam, sciens quod modicum tempus habet. In morte, il demonio mette tutta la sua forza per non lasciarsi scappare di mano quell’anima che sta per uscire da questa vita, scorgendo dalle circostanze del morbo, che poco tempo gli resta per guadagnarla per sempre. Il concilio di Trento, parlando dell’Estrema Unzione, insegna chiaramente che il nemico in nessun tempo combatte con tanta violenza per farci perdere, e diffidare della divina misericordia, quanto nel fine di nostra vita.

Il momento della morte è incerta: per quello bisogna prepararsi per esso costantemente. Sistemiamo i nostri conti quanto prima per non trovarci sorpresi ad un momento inopportuno. Se siamo nel peccato mortale, o persino nel peccato mortale abituale, cerchiamo l’aiuto di un confessore e direttore di coscienza già oggi. Se abbiamo amici o parenti di cattiva vita, preghiamo per loro incessantemente e offriamo per loro tutte le nostre croci e tutti i nostri sforzi: Affinché ci convertiamo tutti e siamo tutti salvati alla Gloria ed all’onore dell’infinita Misericordia di Dio. Amen.

Raccomandiamo al gentile lettore la lettura dell’ ‘Aparecchio alla morte’ di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Edizioni Gribaudi.

L’Addolorata

wsd

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

I dolori dell’ Addolorata, Regina dei martiri, che lei poteva sopportare solo tramite una grazia particolare di Dio, erano più grandi di quelli di tutti gli altri martiri insieme. Un teologo sostiene che una sola goccia di questi dolori avesse bastata ad annichilare in un momento tutti gli esseri razionali: tutti gli angeli e gli uomini.

Perché ha dovuto soffrire, e tanto soffrire? Ha dovuto soffrire in virtù della sua collaborazione alla salvezza del genere umano. Conveniva, cioè, che lei, che da mediatrice di tutte le grazie, partecipava alla salvezza dell’uomo, partecipasse altrettanto ai mezzi della salvezza: ossia alla Passione ed alla Morte di Nostro Signore Gesù Cristo.

Perché ha dovuto tanto soffrire? ossia fino al grado che la Madonna stessa viene considerata come un mare, o oceano, di amarezza, secondo un’ interpretazione del suo nome Maria: mare amarum, ricordando la parola di Geremia: Magna est enim velut mare contritio tua. Il motivo per la grandezza della sua sofferenza sta ovviamente nella sua compassione materna per il suo Figlio.

La sofferenza della Madonna, essendo una partecipazione alla sofferenza del suo Figlio, costituisce, nel vero senso del termine, una compassione, o com-passione per Lui. Ora chiaramente più grande è l’amore che una persona possiede per un’altra persona, più grande è la sua compassione per le. L’amore di una madre per un figlio, meramente sul livello naturale, è già uno degli amori più grandi che c’è sia; ma pure sul livello naturale la Madonna aveva un amore materno per il suo Figlio più grande di tutte altre madri, avendoGli elargito da sola tutta la Sua Umanità, senza il contributo di un padre terreno.

Ma questo suo amore materno per Lui come uomo fu infinitamente elevato dal suo amore per Lui come Dio, nel quale, per così dire, si scioglieva intieramente. Il suo amore per Dio era, ed è, l’amore più grande mai posseduto da una creatura sia umana che angelica, e questo spiega infine la grandezza della sua compassione per Lui nella Sua Passione ed anche nella Sua Morte, che lei esperimentava altrettanto, in modo puramente spirituale. La sofferenza della Madonna viene poi ineffabilmente intensificata dalla purezza e la finezza sensibile del suo cuore immacolato.

Un esempio della sua compassione per Nostro Signore Gesù Cristo nella Sua Passione e Morte si vede mentre sta presso la Croce: Stabat Mater doloros juxta crucem lacrimosa dum pendebat Filius. Lei, guardando il suo Divin Figlio, assume in sé la Sua sofferenza, Egli, invece, guardando le, assume in Sé la sua compassione come la propria sofferenza, che poi affluisce di nuovo su di le e così via, come onde reciproche in un oceano di dolore amaro e profondamente tumultuoso.

Così ha meritato la santissima Madonna ad essere collaboratrice alla salvezza del genere umano, come pure Consolatrix afflictorum: colei presso la quale possiamo trovare rifugio e consolazione per le nostre ferite morali e spirituali: dove la sofferenza maggiore comprende e solleva la sofferenza minore: sotto il manto che avvolge tutta l’umanità; nello stesso dolce abbraccio materno che ricevette il corpo morto del Divin Figlio dalla Croce; nelle profondità insondabili e da dolore scavate del Cuore Immacolato di Maria.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Gratia plena

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nel libro dei Proverbi leggiamo:‘La Sapienza si è costruita una casa, ha intagliato le sue sette colonne.’ San Pier Damiani spiega che ‘Questa casa virginale è sostenuta da sette colonne dello Spirito Santo perché la Venerabile Madre di Dio ha ricevuto i sette doni dello Spirito Santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, e timore di Dio.’ E questi doni insieme a tutte le virtù teologali e cardinali, e tutte le grazie gratuite (come quella della guarigione, dei miracoli, di profezie, e di lingue), con tutte le ricchezze della grazia e della natura ha ricevuti la Madonna fino ad un grado sovreminente: così che san Tommaso dice che se Cristo possedeva perfettamente la pienezza di grazia, un certo inizio di essa precedeva già nella Madre.

San Bonaventura paragona questa pienezza di grazia con un oceano in cui confluiscono i fiumi della grazia di tutti i santi: il fiume della grazia degli angeli, dei patriarchi, profeti, apostoli, martiri, e confessori. Tutti i fiumi entrano nel mare, ed il mare li contiene tutti.

Il Divin Architetto, creando la Madonna, costruì il Suo santuario divino, oggetto delle Sue infinite compiacenze. Ella fu, nelle parole di mons. Gaume: ‘la Sua colomba, l’unica, tutta bella, senza macchia ne ombra di macchia, bianca come il giglio, graziosa come la rosa, brillante come il saphiro, trasparente come il diamante’, radiante di una luce così intensa e così pura che, secondo san Teodoro Studita, ‘Dio Stesso si è unito sostanzialmente a le per opera dello Spirito Santo, e da le è nato come uomo perfetto’; un essere così sublime nella santità, che secondo san Bernardo: ‘a Dio non conveniva altra madre che Maria, e a Maria non conveniva altra figlio che Dio’.

E come i raggi del sole colorano, traversandola, una nuvola diafona, le bellezze interiori della Figlia del Re radiavano sul suo corpo verginale per renderla imparagonabilmente bella: più bella (come dimostra sant’Alberto) di tutte le sue figure nell’Antico Testamento: più bella di Eva, più bella di Rachele, più bella di Rebecca giovane vergine modesta scelta da Abramo per il suo amato figlio Isaaco, più bella di Giuditta a cui Dio aveva aumentato la bellezza per renderla incomparabilmente più bella agli occhi di tutti gli uomini, più bella di Esther.

Così era il santuario divino, l’arca della nuova Alleanza, la casa d’oro, l’opera più grande dello Spirito Santo dopo la Sacratissima Umanità di Nostro Signore Gesù Cristo, un’opera che viene paragonata con una stella: una stella radiante di santità e di gloria lunge al di sopra di questo mondo oscuro e caduto; la stella del mare che mostra la via ai viaggiatori sull’oceano perfido ed amaro di questo mondo al porto celeste che è il suo Figlio; la stella mattutina che prenunzia quel giorno glorioso che non conosce tramonto, quel sabato eterno dove finalmente ci riposeremo dai nostri lavori in Dio; la stella infine che irradia sul mondo raggi della luce increata e che partorisce il sole che prenunzia.