L’umiltà

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

  1. L’Umiltà in Genere
    Chi si esalta sarà umiliato; chi si umilia sarà esaltato. Queste parole le “grida la divina scrittura” dice san Benedetto, le grida così forte e chiaro si può dire, che non si può dubitare che, seguendole fedelmente si raggiungerà con sicurezza alle vette della santità.


Modificando il detto di Demostene, dichiara sant’Agostino: “Se mi chiedi qual è la virtù la più importante, rispondo l’umiltà; se mi chiedi qual è la seconda più importante, rispondo l’umiltà; se mi chiedi la terza, rispondo l’umiltà, e così via.” Lo stesso santo insegna che se vogliamo che l’edificio spirituale sia alto, si deve basare su fondamenta profonde; e più alto lo vogliamo, più profonde devono essere le fondamenta; e queste fondamenta sono l’umiltà.


Tuttavia l’umiltà non è fine a sé stessa, bensì mezzo per un fine, che è la carità, la Regina di tutte le virtù. L’umiltà opera in questo modo: removens prohibens, togliendo gli ostacoli, ossia gli ostacoli alla carità.


Si può definire la superbia come guardare un dono di Dio come se fosse qualcosa di proprio. I doni si distinguono in naturali come l’intelligenza, i talenti, la bellezza, una natura amichevole, e sovrannaturali: la virtù della speranza per esempio. Perché mi vanto dunque della mia natura amichevole ad esempio? “Cos’hai che non hai ricevuto? chiede san Paolo, “e se l’hai ricevuto, perche ti vanti come se non lo avessi ricevuto?”


Sul livello più profondo, la superbia consiste nel dirigere la volontà via da Dio verso sé stessi: per compiacersi non di Dio, Bene Infinito, donatore di tutti i doni, bensì di sé stessi, beni finiti. Questo era il dramma di Lucifero, il dramma di Adamo e di Eva, ed è il dramma pure di ognuno di noi.


Come si manifesta la superbia? Talvolta viene sentita direttamente: “sono molto più intelligente di lui, molto più virtuoso” eccetera, o solo indirettamente quando la scopriamo nascosta nell’anima. Spesso sono le passioni che ci rivelano la superbia.


Il senso di offesa
Il senso di offesa, quando veniamo criticati, ci manifesta la superbia. “Come si permette di trattarmi così? Trattare me! ” (e chi sono io?) Mi offendo se la critica è ingiusta, ma anche se è giusta. Poco importa come sono realmente: non mi piace che gli altri mi guardino in modo negativo. Ciò che voglio è che mi rispettino e mi apprezzino. Mi difendo: se la critica è ingiusta ne racconto tutta la storia, se la critica è giusta invece, mi invento qualcosa.


L’ira
L’ira deriva caratteristicamente dallo stesso senso dell’offesa, oppure ci prende semplicemente quando le cose non procedono secondo i propri progetti. Ho dimenticato qualcosa, comincia a piovere, un autista si sbaglia quando per strada, oppure tutto nella mia vita sembra fare una congiura contro di me: “Tutti sono contro di me” , “Ma io non lo sono”, “Eh – lo so”. La forma più stravagante dell’ira è quella contro Dio: “Mi son adirato contro Dio” Ma Dio non è buono? Non è più intelligente di me? Non è forse infinitamente buono ed infinitamente intelligente? Non mi manda prove solo per santificarmi, solo in vista della mia beatitudine eterna?


Le passioni connesse alle lodi
Qualcuno mi loda: finalmente son contento; nessuno mi loda: perché nessuno mi loda? Ho fatto una torta, una predica, un atto di Carità. Sto aspettando, ma tutti zitti. Offesa, ira, tristezza. Qualcun altro viene lodato. Di nuovo offesa, ira, tristezza. Dico qualcosa contro di lui per “dare il giusto equilibrio”, “per fare il quadro equilibrato”. O taccio: non voglio che lui sia lodato perché ritengo di avere la virtù che loro lodano in lui anche io, o ad un grado più alto di lui; o perché vorrei avere la virtù ma so di non averla a quel grado, o non di averla affatto, e semplicemente lo invidio. O penso: va bene: lui possiede queste qualità, ma io ho altre qualità, e infatti molte più di lui e molto più alte delle sue. Sono atteggiamenti poco gloriosi. In cielo mi rallegrerò e ringrazierò Dio per i beni e per le virtù degli altri: perché non cominciare quaggiù?


*


L’umiltà è la via sicura in paradiso. Perché è così difficile? Perché richiede un lavoro penoso su me stesso; perché richiede che io riconosca tutta la mia meschinità, malvagità, povertà di spirito, i miei difetti innumerevoli e vergognosi; richiede che io faccia guerra contro me stesso, che io rinunzii alle abitudini di una vita, che io rinunzii a me stesso; che io mi ammolli e mi abbandoni, che io cessi di pensare bene di me stesso, e di compiacermi in me stesso. Cosa ho e cosa sono che non ho ricevuto? Cosa ho fatto di buono che Lui non ha fatto in me? Il monaco Serafim da Sarov disse: “Sono inesprimibilmente deprecabile.” L’umiltà richiede che io scavi profondamente dentro me stesso le fondamenta profonde dell’umiltà, per alzare l’edificio della mia vita verso il cielo.

L’umiltà di sant’Agostino
Avendo meditato le parole di sant’Agostino sull’umiltà come fondamento dell’edificio spirituale, guardiamo adesso l’umiltà del santo stesso. Forse più potente di ogni sua riflessione a riguardo, è la testimonianza delle “Confessioni.” Considerato come santo già quando era in vita, scrisse quell’opera sicuramente in parte per palesare le profondità della propria malvagità prima della sua rinomata conversione. La santa sincerità e l’umiliante precisione con le quali enumera i peccati presentano il santo al lettore proprio come lui si presenta davanti a Dio: spogliato da ogni pretesa: un’anima peccatrice davanti alla Santità Stessa, un niente davanti all’Essere stesso, Somma di ogni Perfezione.


Questa visione di Dio e di sé stesso che si manifesta in ogni pagina del libro sembra come la risposta di Dio alla sua preghiera di conoscere sia l’uomo che Dio, di “conoscere me e conoscere Te”: “Domine Jesu, noverim me, noverim Te… oderim me, et amem Te… humiliem me, exaltem Te…: Signore Gesù, che io mi conosca, che io Te conosca… che io mi odii, e Te ami… che io mi umilii e Te esalti…”


Citiamo il commentario della prima frase di Rev. Nikolaus Gihr nell’opera ‘Il santo sacrificio della Messa’: O Dio, concedete che io Vi conosca: Noverim Te! Datemi una conoscenza intima delle Vostre adorabili perfezioni che sono senza misura né numero – della Vostra infinita grandezza e gloria; dei Vostri inconcepibili potere, saggezza, e bontà; della Vostra inesprimibile bellezza, dolcezza, ed amabilità; penetratemi di una profonda conoscenza delle “cose profonde della Vostra divinità, che solo lo Spirito Santo indaga” (1 Cor 2.10), ovvero delle opere e richezze della Vostra grazia e della Vostra gloria, dei Vostri decreti infinitamnte giusti e misericordiosi, delle dispensazioni meravigliose ed imperscrutabili della Vostra Provvidenza! Noverim me! Concedetemi inoltre una sana conoscenza di me stesso! “O mio Dio, illuminate le mie tenebre!” (salmo 17. 29); che la Vostra luce mi permetta di scorgere profondamente nell’abisso del mio nulla, della mia miseria, della mia aporea, mia fragilità, mia peccaminosità!”


Siccome sant’ Agostino spiega che solo la profondità delle sue fondamenta assicurano l’elevatura dell’edificio così solo l’umiltà dell’anima può assicurare la salita verso Dio: solo quella virtù può assicurare che Dio rivolga lo sguardo sull’anima e la chiami a Sé: Aspice me ut diligam te. Voca me, ut videam te. Et in aeternum fruar te. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La lotta contro il peccato (2). Brani patristici

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Se diciamo che non abbiamo peccato, ci inganniamo, dice san Giovanni (Ep. 1.80). San Gregorio scrive: “Se sei esaltato per le tue conoscenze, richezze ecc., sai forse chi sei? Sei un peccatore. Sai cos’è il peccato? È ciò che è il più vile, il più misero, il male più grande del mondo, perché si oppone nella misura più alta al bene più grande. É proprio l’odio più grande di Dio, l’ingratitudine più grande, l’offesa più grande contro di Lui: è uccidere Cristo, è uccidere Dio, poiché se Dio potesse essere assassinato, l’arma sarebbe il peccato.’


La santa Chiesa di Dio chiama l’uomo nel tempo della vita terrena un viator, un viaggiatore, perché sta sulla via che lo conduce al Cielo. Ma questo viaggio non è solo un viaggio temporale, bensì in primo luogo un viaggio morale nel quale dobbiamo sempre avanzare nelle virtù.


Sant’Agostino scrive: Vedi che siamo viaggiatori. Cos’è dunque il viaggiare? In una parola è un progredire, affinché tu non lo disconosca e cammini troppo lentamente. Sii sempre scontento con ciò che sei, se vuoi arrivare a ciò che non sei ancora. Perché si rimane nello stesso posto dove si è contenti di essere. Se dici che basta così, sei perso. Sempre aggiungere, sempre viaggiare, sempre progredire. Mai soffermarti sulla via, mai tornare indietro. Si sofferma chi non va avanti; si torna in dietro chi torna al punto di partenza; chi apostata si svia dalla strada. Uno zoppo che cammina sulla strada è meglio di uno che corre velocemente, ma che si svia dalla strada.’


Piccoli peccati, se trascurati, divengono grandi sì come molte goccie riempiono un fiume e molti granelli fanno una massa. Qual è la differenza se una nave affonda sotto un’onda enorme o per mezzo di un’entrata graduale di aqua attraverso un buco trascurato? ‘Chi trascura le piccole cose, cade poco a poco’ (Ecclesiastico 19.1).


Dice san Gregorio: Se trascuriamo di curare piccola colpe, siamo insensibilmente portati a commetterne più grandi; e: Chi trascura di pentire e di evitare anche il minimo peccato, non cade subitaneamente dallo stato di grazie, ma poco a poco ne declina. Chi cade spesso in piccole cose deve considerare con serietà che talvolta pecchiamo più gravemente per una colpa piccola che non per una colpa più grande. Perché più è grand, più presto scopriamo che sia una colpa, ed in coseguenza più presto la correggiamo; mentre una piccola colpa si ritiene come un nonnulla, e per questo viene più fatalmente e più trascuratamente perpetuata. E spesso una mente abituata a colpe minori non teme colpe maggiori.


Dunque, prendiamo sul serio tutte le nostre mancanze e proviamo, coll’aiuto della Madonna Immacolata, a correggerne anche le più piccole, perché Dio ci ha comandato di essere prefetti. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La lotta contro il peccato (1).

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Innanzi tutto, se siamo consapevoli di essere in peccato mortale o soggetti a tentazioni verso il peccato mortale, tutte le forze dell’anima dobbiamo concentrare nella lotta contro di esso, chiedendo l’aiuto di Dio senza tregua. Non basta dire: mi confesso dopo.


Ma se non ci siamo soggetti, dobbiamo lottare contro il peccato veniale. ‘Se non siamo affogati nel mare’, avverte sant’ Agostino, ‘ stiamo attenti di non essere sommersi nella sabbia.’ Perché i nostri peccati veniali possono essere tanti quanti i granelli di sabbia sulla spiaggia del mare ed essi ci spingono verso il peccato mortale, ossia verso la morte eterna.


Se ci vogliamo santificare, oppure se possiamo solo essere meno incerti della nostra salvezza, è essenziale confessarci spesso e fare un esame di coscienza ogni giorno.


Quell’ impazienza, quel tono di voce duro, quel pensiero cattivo; quella parola cattiva, quella parola in più, quella parola aggiunta alle pettegolezze di altrui; quel piccolo atto di disonestà, quella menzogna “al fin di bene” – come se i fini pottessero giustificare i mezzi – , quel tacere di un consiglio morale per rispetto umano; preghiere mancate, fatte male, raccorciate; autoindulgenza, divertimenti eccessivi, parole inutili; spreco di tempo, spreco di soldi, spreco di cibo; antipatie coltivate nel cuore, sensualità disordinate coltivate, offese (vere o immaginate) coltivate nel cuore, ingigantite, raccontate ad altri – tutti granelli di sabbia accumulandosi attorno all’anima, immobilizzandola, soffocandola.


I maestri della vita spirituale dicono che dopo il peccato mortale dobbiamo combattere in primo luogo il peccato veniale deliberato. Se il peccato mortale rompe l’unione a Dio, come tagliare il cordone che attacca uno scalatore di montagna ad un altro, se acceca la mente (conviventi non capiscono più che fanno male); il peccato veniale disturba l’unione a Dio come un cordone gradualmente logorato col contatto con la roccia tende a rompersi, e confonde la mente.


Vigilate! dice spesso il Signore. Siamo vigili! Facciamo un esame di coscienza ogni giorno, ogni sera prima di andare al letto: Cosa ho fatto oggi? Cosa ho fatto la mattina? Cosa ho detto il pomeriggio? Cosa ho pensato la sera? Il nostro compito è di progredire nella virtù ogni giorno della vita: da giorno a giorno, da confessione a confessione, da santa Comunione a santa Comunione: progredire nella virtù, progredire nell’amore verso Dio e verso il prossimo: con ogni giorno, con ogni confessione, con ogni santa Comunione.


L’illustre pittore Zeuxis disse: Dipingo per l’eternità. Dì anche tu: Dipingo per l’eternità: Dipingo l’icone della mia anima per l’eternità. L’icone, eikon in greco, significa immagine: l’anima è immagine di Dio: fatta secondo l’immagine ed assomiglianza di Dio. Sto creando, sto dipingendo un’immagine di Dio che io possa mostrare a Dio nell’ultimo giorno della vita, nell’ultimo giorno dell’universo, nella quale i beati del cielo e gli angeli possano vedere ed ammirare, lodare e glorificare Dio Stesso per tutta l’eternità.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

La generosità secondo san Francesco de Sales

In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

     San Francesco di Sales, nel suo Trattenimento parla mirabilmente della generosità nelle sue relazioni con l’umiltà, che deve sempre accompagnarla: «L’umiltà – egli dice – crede di non poter nulla, avuto riguardo alla cognizione della nostra povertà, della nostra fragilità… e, all’opposto, la generosità ci fa dire con San Paolo: Posso tutto in Colui che mi conforta.

L’umiltà ci fa diffidare di noi stessi e la generosità ci fa confidare in Dio… Vi sono alcuni che si compiacciono in un’umiltà falsa e sciocca, che impedisce loro di rimirare in loro stessi quello che Dio vi ha messo di buono. Hanno torto su tutta la linea, poiché i beni che Dio ha messi in noi vogliono essere riconosciuti… a gloria della divina bontà che ce li ha dati… L’umiltà che non produce la generosità è senza dubbio falsa…

     La generosità poggia sulla confidenza in Dio, ed essa imprende a fare generosamente tutto quanto le viene comandato… per quanto difficile possa essere… E cosa mai potrà impedirmi di arrivarci (dice essa), mentre sono certissima che colui che ha incominciato l’opera della mia perfezione, la compirà? (Fil 1, 6).

     Tale deve essere la generosità dei principianti. Tutti i santi parlano allo stesso modo. Anche Nostro Signore ha detto: «Chiunque dopo avere messo mano all’aratro volge indietro lo sguardo, non è adatto per il regno di Dio» (Lc 9, 62) .

     È necessario appartenere a quei tali di cui egli disse: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati»; essi gusteranno quaggiù come il preludio della vita eterna e la faranno santamente desiderare agli altri lavorando per la loro salvezza.

In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

La magnanimità secondo san Giovanni della Croce

In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

5. San Giovanni della Croce si esprime allo stesso modo di santa Teresa d’Avila nel suo Prologo della Salita al Carmelo e nella Viva fiamma d’amore. Citeremo un passo della seconda opera da paragrafo 7 sulla strofa II, che descrive la virtù in questione. La intende cioè come l’amore che ricambia l’amore. La descrive come un cauterio, commentando che la piaga prodotta dal cauterio d’amore non si può curare con altra medicina, poiché lo stesso cauterio che la produce la cura: lo stesso che la cura, curante la produce; quindi ogni volta che il cauterio d’amore tocca la piaga d’amore, provoca una piaga d’amore ancor più grande, e così cura e risana quanto più piaga… La piaga è tanto grande che tutta l’anima è piaga d’amore. E così già tutta cauterizzata e fatta una piaga d’amore, è resa tutta sana nell’amore, poiché è trasformata in amore.

La magnanimità, vediamo chiaramente, non è più soltanto quella descritta da Aristotele, bensì la magnanimità infusa, cristiana, descritta da San Tommaso nella sua Somma Teologica. La magnanimità, egli dice, cerca le grandi cose degne d’onore, ma stima che in se stessi gli onori sono quasi un nulla. Non si lascia esaltare dalla prosperità, né abbattere dalle difficoltà. Ora, vi può essere quaggiù cosa più grande della vera perfezione cristiana? Il magnanimo non teme gli ostacoli, né le critiche, né il disprezzo, quando si tratta di sopportarli per una grande causa. Non si lascia intimidire affatto dagli spiriti forti, e non fa alcun caso di ciò che si dice. Fa assai più conto della verità che dell’opinione, spesso falsa, degli uomini. Se questa generosità non è sempre compresa da quelli che vorrebbero una vita più comoda, non cessa però di racchiudere in sé un valore vero e reale. E se questa generosità è unita all’umiltà, piace a Dio e non può restare senza ricompensa.

In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La magnanimità secondo santa Teresa d’Avila

In Nomine Patris et Filii e Spiritus Sancti . Amen

  1. Santa Teresa (Cammino di perfezione, c. XIX), riportando queste stesse parole del Salvatore: «Se qualcuno ha sete venga a Me e beva», così si esprime: «Pensate che il Signore invita tutti. Egli è la stessa verità, dunque la cosa è fuori dubbio. Se il festino non fosse generale, non ci chiamerebbe tutti, oppure, chiamandoci, non direbbe: “Vi darò da bere”, ma direbbe invece: Venite tutti, non ci perderete nulla, ed io darò da bere a chi Mi piacerà. Ma poiché Egli dice senza restrizioni: “Venite tutti”, ritengo come cosa certa che tutti quelli che non resteranno per istrada riceveranno quest’acqua viva. Si degni Colui che ce la promise farci la grazia di cercarla come si deve: La chiedo nel Suo nome stesso!». Nello stesso capitolo (XIX) la Santa dice: «Quando Dio vuole che beviamo di quest’acqua viva (l’unione divina, essendo assolutamente soprannaturale, non dipende da noi) è per purificare l’anima nostra… Tutto ad un tratto l’avvicina a sé, ed in un momento le insegna più verità, le dà più lume sul nulla di tutte le cose di quel che non avrebbe potuto acquistare in molti anni». Poi soggiunge (c. XXI): «Ritorniamo a quelli che sono risoluti di camminare per questa via e di non arrestarsi prima d’aver raggiunto la mèta, vale a dire prima di essersi abbeverati a questa acqua viva. E in primo luogo, come si deve principiare? Ciò che è di maggiore importanza, anzi di massima importanza, è di prendere una ferma risoluzione, una determinazione assoluta, irremovibile, di non fermarsi finché non abbiamo raggiunto la sorgente, accada quel che può accadere, costi quel che può costare; per quanto possiamo essere oggetto di critica o morire per via, oppressi sotto il peso di mille ostacoli, per quanto infine il mondo intero dovesse andare in rovina».

In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La magnanimità secondo santa Caterina e san Tommaso

In Nomine Patris et Filii e Spiritus Sancti . Amen

La cosa che qui più importa notare è la generosità, necessaria sin dal principio se vogliono arrivare all’unione intima con Dio e alla contemplazione penetrante e gustosa delle cose divine.

Nel «Dialogo» di Santa Caterina da Siena (c.LIII) si legge a tal riguardo: «Voi siete stati tutti invitati generalmente e particolarmente dalla mia Verità, quando, nell’ardore del Suo desiderio, gridava nel tempio: “Chi ha sete venga a me e beva… Sì che voi siete invitati alla fonte dell’acqua viva della grazia. Convienvi dunque passare per lui, che vi fa da ponte, e perseverare in modo che nessuna spina, né vento contrario, né prosperità, né avversità, né altra pena che poteste sostenere vi debba fare volgere il capo a dietro. Dovete perseverare infino che troviate me che vi dò acqua viva e ve la dò per mezzo di questo dolce e amoroso Verbo Unigenito mio Figliuolo».

San Tommaso dice lo stesso, commentando in San Matteo (5, 6) le parole: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati». «Il Signore – dice – vuole che abbiano fame e sete di questa giustizia che consiste nel rendere a ciascuno – e primieramente a Dio – ciò che gli é dovuto. Vuole che quaggiù non siano mai sazi… ma che il nostro desiderio cresca sempre più…Beati quelli che hanno questo desiderio insaziabile; essi riceveranno la vita eterna, e nel frattempo i beni spirituali in abbondanza nell’adempimento dei comandamenti, secondo la parola del Maestro (Gv 4, 34) «Mio cibo è far la volontà di Colui che mi ha mandato a compiere l’opera Sua».

Il Dottor angelico, nel suo Commentario sopra San Giovanni (7, 37), dice ancora: «Tutti quelli che hanno sete sono invitati quando Nostro Signore dice: Se qualcuno ha sete, venga e beva. Isaia (55, 1), aveva detto: Voi tutti che avete sete, venite alle acque vive. Chiama gli assetati, perché sono quelli che desiderano servire Dio. Il Signore non accetta un servizio forzato, ma ama colui che dà con gioia (2 Cor 9, 17). Chiama, non solo qualcuno, ma tutti quelli che hanno sete; e li invita a bere questa bevanda spirituale che è la sapienza divina, capace di colmare i nostri desideri; e questa divina sapienza vorremmo darla agli altri dopo averla trovata per noi.

Ecco il motivo per cui Egli ci dice: chi crede in me, scaturiranno dal suo seno – come dice la Scrittura – fiumi d’acqua viva» (Gv 7, 38). Così parla San Tommaso nel suo Commentario sopra San Giovanni.

Ma per giungere a questa sorgente sovrabbondante, é necessario aver sete, sete di virtù, e camminare generosamente per la via stretta dell’abnegazione, via spirituale che è stretta per i sensi, ma che, per lo spirito, diverrà immensa come Dio stesso al quale conduce, mentre il cammino della perdizione, largo sul principio per i sensi, si restringe in seguito sempre più per lo spirito e conduce alla Geenna.

In Nomine Patris et Filii e Spiritus Sancti. Amen

La magnanimità dei principianti

In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Per questa lettura ci appoggiamo sul libro “Le tre vie della vita interiore” parte 2a, di padre Reginald Garrigou-Lagrange OP.

Nello stato dei principianti, v’è un amor di Dio proporzionato: i principianti veramente generosi amano il Signore con un santo timore del peccato che fa loro fuggire il peccato mortale, ed anche il peccato veniale deliberato, con la mortificazione dei sensi e delle passioni disordinate, o delle concupiscenze della carne, di quella degli occhi e dell’orgoglio. A questo segno può riconoscersi che v’è in essi il principio di un amore profondo di volontà.

Molti, tuttavia, trascurano praticamente la mortificazione, che sarebbe assai necessaria, e sono simili ad un individuo che pretendesse incominciare l’ascensione di una montagna a mezza costa e non già dai piedi della montagna stessa. Salgono allora con l’immaginazione, ma non in realtà; saltano a pie’ pari ogni tappa; ma il loro primo entusiasmo si estinguerà ben presto come un fuoco di paglia. Crederanno di conoscere le cose spirituali e se ne distaccheranno dopo averle appena sfiorate. È quello che accade purtroppo assai spesso!

Se, invece, il principiante è generoso, se, senza voler precorrere la grazia e praticare indipendentemente dall’obbedienza una mortificazione eccessiva ispirata da un segreto orgoglio, vuole veramente progredire, non è raro che riceva, come ricompensa, consolazioni sensibili nella preghiera o nello studio delle cose divine. Il Signore vuole in tal modo conquistare la sua sensibilità perché egli vive ancora soprattutto di questa. La grazia detta sensibile perché ha la sua ripercussione sulla sensibilità, distoglie allora questa dalle cose pericolose e l’attira verso Nostro Signore e la Sua Madre Santissima. In quei momenti, il principiante generoso ama già Dio con tutto il cuore, ma non ancora «con tutta l’anima e con tutte le forze, né con tutto il suo spirito». Gli autori spirituali parlano spesso di questo latte della consolazione che viene allora somministrato.

Lo stesso San Paolo dice (1 Cor 3, 2): «Non è già come ad uomini spirituali che ho potuto parlarvi, ma come ad uomini carnali, come a fanciullini in Cristo. Vi ho dato a bere del latte; non vi ho dato nutrimento solido, perché non ne eravate capaci».

Ma che avviene allora generalmente? Quasi tutti i principianti, ricevendo queste consolazioni sensibili, se ne compiacciono troppo, come se fossero non già un mezzo, ma un fine. Cadono allora in una specie di golosità spirituale accompagnata da precipitazione e da curiosità nello studio delle cose divine, da orgoglio incosciente, che li porta a voler parlare di queste cose come se già fossero maestri. Allora – dice San Giovanni della Croce – riappariscono i sette vizi capitali, non più sotto la loro forma volgare, ma a riguardo delle cose spirituali. Sono altrettanti ostacoli alla vera e soda pietà.

E quale ne sarà la conseguenza? Secondo la logica della vita spirituale, sarà necessaria una seconda conversione, quella descritta da San Giovanni della Croce sotto il nome di purificazione passiva dei sensi «comune alla maggior parte dei principianti», per introdurli nella via illuminativa dei proficienti, dove Dio nutre l’anima con la contemplazione infusa».

Questa purificazione si manifesta con una aridità sensibile prolungata, nella quale il principiante viene spogliato dalle consolazioni sensibili, nelle quali troppo si compiaceva. Se in questa aridità vi è un vivo desiderio di Dio, del Suo regno in noi e il timore di offenderLo, è questo un segno che si tratta di una purificazione divina. E lo è ancora di più se a questo vivo desiderio di Dio si aggiunge la difficoltà di fare nell’orazione mentale considerazioni molteplici e ragionate, e l’inclinazione a rimirare semplicemente il Signore con amore. È questo il terzo segno che palesa come sta compiendosi la seconda conversione e che l’anima è elevata verso una forma di vita superiore che è quella della vita illuminativa o dei proficienti.

Se l’anima sopporta bene questa purificazione, la sua sensibilità si sottomette ognora più allo spirito. Non è raro, allora, che abbia da respingere generosamente tentazioni contro la castità e la pazienza, virtù che hanno la loro sede nella sensibilità e che si fortificano in questa lotta.

Durante questa crisi, il Signore, per così dire, lavora l’anima; scava assai più profondamente il solco da lui tracciato al momento della giustificazione o prima conversione. Estirpa le radici cattive, vale a dire i resti del peccato, «reliquias peccati». Mostra la vanità delle cose del mondo, della ricerca degli onori e delle dignità. Incomincia a poco a poco una vita nuova, come nell’ordine naturale quando un bambino diventa adolescente.

Ma questa crisi viene sopportata più o meno bene. Molti non vi si conducono con sufficiente generosità e possono divenire dei ritardatari. Altri seguono docilmente l’ispirazione divina e divengono dei proficienti.

In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La magnanimità

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

In queste serie di letture considereremo la virtù della Magnanimità, prima di tutto nella sua natura, e poi nel suo ruolo nel cammino verso la perfezione.

1. Natura
Appoggiandoci sull’analisi di padre Tanquerey nel suo Compendio di teologia ascetica e mistica e più precisamente sull’insegnamento di san Tommaso d’Aquino, intendiamo questa virtù come una delle quattro virtù integranti ed annesse della fortezza; la fortezza costituendo con la prudenza, la giustizia, e la temperanza le quattro virtù cardinali.

Le altre virtù integranti della fortezza sono la magnificenza, la pazienza e la costanza. Mentre la magnanimità e la magnificenza ci aiutano a fare le cose difficili; la pazienza e la costanza ci aiutano a ben soffrire.

Ebbene, la magnanimità, che si dice pure grandezza d’animo o nobiltà di carattere, è una nobile e generosa disposizione a intraprendere grandi cose per Dio e per il prossimo. Differisce dall’ambizione che è essenzialmente egoista e cerca di innalzarsi sopra gli altri con l’autorità e con gli onori; carattere distintivo della magnanimità è invece il disinteresse: è virtù che vuol prestare servizio ad altrui.Suppone quindi un’anima nobile, nutrito di alto ideale e di generose idee; un’anima coraggiosa che sa mettere la vita in armonia con le convinzioni.

Si manifesta non solo con nobili sentimenti ma soprattutto con le nobili azioni in tutti gli ordini: nell’ordine militare con azioni illustri; nell’ordine civile con grandi riforme e grandi impresi commerciali e simili; nell’ordine sovrannaturale con un alto ideale di perfezione tenuto costantemente di mira, con sforzi generosi per vincersi e superarsi, per acquistare sode virtù e praticare l’apostolato sotto tutte le forme; per fondare e dirigere opere di beneficenza, e per lavorare nel campo dell’azione cattolica; sempre senza badare al danaro, alla salute, alla fama e neppure alla vita.

Il difetto opposto è la pusillanimità che per eccessivo timore di cattiva riuscita, nicchia e rimane inoperosa. Per scansare passi falsi, si commette veramente la più grande della minchionerie, cioè non si fa nulla o quasi nulla e così si spreca la vita. O non è meglio esporsi a qualche sbaglio anziché restare in inerzia perpetua?

In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La spiritualità del Nuovo Testamento. parte III

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

  1. LA SPIRITUALITÀ DEI SINOTTICI

    Nella prima parte di questa presentazione della spiritualità del Nuovo Testamento abbiamo considerato in genere la sua idea centrale che è quella del Regno di Dio; nella seconda parte ne abbiamo considerato la sua costituzione. Procediamo adesso guardando le condizioni per entrarci.
    c) Condizioni per entrare in questo regno
    Per entrarvi si deve far penitenza, ricevere il battesimo, credere al Vangelo e osservare i comandamenti. Ma a perfezionarvisi, l’ideale proposto ai discepoli è di accostarsi quanto più è possibile alla perfezione stessa di Dio. Essendo Suoi figli, una tal nobiltà c’impone doveri, onde dobbiamo accostarci quanto più è possibile alle divine perfezioni: “Estote ergo vos perfecti, sicut et Pater vester caelestis perfectus est: Siate perfetti come Vostro Padre celeste è perfetto” (Mt 5. 48).
    A conseguire ideale così perfetto occorrono due condizioni essenziali: la rinunzia a se stesso e alle creature, onde uno si distacca da tutto ciò che è ostacolo all’unione con Dio; e l’amore, onde uno si dà intieramente a Dio seguendo Gesù Cristo: “Si quis vult post me venire, abnegat semetipsum, et tollat crucem suam quotidie, et sequatur me: se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9.23).
    Ora la rinunzia ha vari gradi. Deve escludere per tutti quel disordinato amore di sè e delle creature che costituisce il peccato, e specialmente il peccato grave, ostacolo assoluto al nostro fine; il che è tanto vero che, se l’occhio destro ci scandalizza, non dobbiamo esitare a strapparlo: “Quod si oculis tuus dexter scandalizat te, erue eum et projice abs te: se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te. ” (Mt 5.29).
    Ma per coloro che vogliono essere perfetti, la rinunzia sarà assai più intiera e comprenderà la pratica dei consigli evangelici: la povertà effettiva, il distacco dalla famiglia e la castità perfetta o continenza. Chi poi non volesse o non potesse arrivare a tanto, si contenterà della rinunzia interna alla famiglia e ai beni di questo mondo; praticherà lo spirito di povertà e l’interno distacco da tutto ciò che si oppone al regno di Dio nell’anima; può così assorgere ad alto grado di santità. Questi vari gradi risultano dalla distinzione tra precetti e consigli: per entrare nella vita, basta osservare i comandamenti; ma per essere perfetti, bisogna vendere i propri beni e darli ai poveri: “Si autem vis ad vitam ingredi, serva mandata… Si vis perfectus esse, vade, vende quae habes et da pauperibus: Se vuoi entrare entrare nella vita, osserva i comandamenti… se vuoi essere perfetto, va’ vendi quelli che possiedi, dallo ai poveri…” (Mt. 19.16-22)
    La perfetta rinuncia va sino all’amor della croce “tollat crucem suam: prenda la sua croce”; si finisce con amar la croce, non per se stessa, ma per ragione del divin Crocifisso che uno vuol seguire sino alla fine: “… et sequatur me: e Mi segua”. Si riesce anzi a trovare la perfetta letizia nella croce: Beati pauperes spiritu: beati i poveri in ispirito… beati mites: beati i miti… beati qui persecutionem patiuntur: beati i perseguitati… Beati estis cum maledixerint vobis: beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno, e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa Mia.” (Mt 5. 1-12)
    + In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La spiritualità del Nuovo Testamento. part II

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

  1. LA SPIRITUALITÀ DEI SINOTTICI

    Nella prima parte di questa presentazione della spiritualità del Nuovo Testamento abbiamo considerato in genere la sua idea centrale che è quella del regno di Dio. Procediamo ora guardandone la sua costituzione.
    b) La costituzione del Regno di Dio
    Questo Regno interno ha un capo, che è Dio stesso. Ora questo Dio è nello stesso tempo Padre dei Suoi sudditi, non della comunità soltanto come nell’Antica Legge, ma di ogni anima in particolare. La Sua bontà è così grande che si estende anche ai peccatori finchè vivono sulla terra; ma la Sua giustizia colpisce i peccatori ostinati che verranno condannati al fuoco dell’Inferno.
    Questo regno fu fondato sulla terra da nostro Signore Gesù Cristo, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, che è Egli pure nostro Re: per diritto di nascita, perchè è il Figlio, l’Erede naturale, il solo che conosce il Padre come il Padre conosce Lui; e per diritto di conquista, perchè venne a salvare ciò che era perito e versò il sangue a remissione dei nostri peccati. È Re pieno di premure, che ama i piccoli, i poveri, i derelitti, che corre dietro la pecorella smarrita per ricondurla all’ovile, e che sulla croce perdona ai Suoi carnefici.
    Ma è pure Giudice dei vivi e dei morti; e nell’ultimo giorno farà la separazione dei buoni dai cattivi, i giusti amorosamente accogliendo nel Suo regno definitivo, e i reprobi condannando all’eterno supplizio. Non v’è dunque nulla sulla terra di più prezioso di questo Regno; è la perla preziosa ed il tesoro nascosto che bisogna acquistare ad ogni costo.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La spiritualità del Nuovo Testamento. part I.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

In questa breve presentazione della spiritualità del Nuovo Testamento, che consiste essenzialmente nel trattamento di padre Adolfo Tanquerey nel suo ‘Compendio di teologia ascetica e mistica’, consideremo in primo luogo quella dei vangeli sinnotici, ovvero del vangelo di san Matteo, di san Marco a di san Luca; poi quella di san Paolo; e finalmente quella di san Giovanni.

  1. LA SPIRITUALITÀ DEI SINOTTICI.
    L’idea centrale dell’insegnamento di Gesù nei Sinottici è quella del Regno di Dio. A far capire la spiritualità che vi è annessa, ne esponiamo:
    a) la natura,
    b) la costituzione, e
    c) le condizioni per entrarvi. a) La natura del Regno
    Il Regno di Dio predicato da Gesù Cristo nulla ha di terreno, contrariamente a ciò che nei loro pregiudizi pensavano i Giudei, ma è tutto spirituale, opposto a quello di Satana, capo degli angeli ribelli.
    Si presenta sotto tre forme diverse:
  2. il Paradiso o il Regno riserbato agli eletti: “Venite, benedicti Patris mei, possidete paratum vobis regnum a constitutione mundi: Venite benedetti del Padre Mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (Mt 25.34);
  3. il Regno interno quale già si trova sulla terra, vale a dire la grazia, l’amicizia, la paternità divina offerta da Dio e accettata dagli uomini di buona volontà;
  4. infine il Regno esterno che Dio fonda a perpetuare l’opera Sua sulla terra.
    Queste tre forme non costituiscono che un solo e medesimo Regno; perchè la Chiesa esterna non è fondata se non perchè il regno interno possa pacificamente svilupparsi, e questo è, a così dire, il complesso delle condizioni che schiudono il Regno celeste.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

L’uomo davanti a Dio (2)

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nella prima parte di questa meditazione ci siamo chiesti chi siamo dal punto di vista della nostra sostanza che è il nulla; dal punto di vista della qualità sono misero quanto al corpo e nobile quanto all’anima secondo la quale devo dunque vivere; rispetto alla relazione sono figlio di Adamo e dunque peccatore; rispetto all’occupazione sono obbligato a vivere santamente secondo il mio status di vita.

In quinto luogo, mi pongo la domanda per quanto riguarda la sofferenza. Chi sei tu? vale a dire, che cosa soffri? Rispondi: nel corpo soffro la fame, la sete, la malattia, le continue afflizioni, sicché non ho neanche il più piccolo intervallo di tempo in cui non ho molte cose da sopportare. Quanto all’anima mia, ho afflizioni, dolori e ansie, angosce, collere, sdegno, tenebre, paure, ecc. Sembro essere per così dire il bersaglio a cui le afflizioni scagliano i loro dardi e mi trafiggono con le loro frecce. Sii dunque irremovibile nella pazienza, affinché tu possa sopportare pazientemente e generosamente ogni cosa e ottenere la corona eterna della pazienza in Cielo.

Sesto, per quanto riguarda il luogo. Chi, ovvero dove sei? Rispondi, io sono sulla terra, posto tra il paradiso e l’inferno, in modo tale che se vivo santamente, posso passare in Paradiso, se malvagiamente, all’Inferno. Vivi dunque attentamente, prudentemente e santamente, affinché non l’Inferno, ma il Paradiso ti accolga, quando questa breve vita mortale sarà finita.

Settimo, per quanto riguarda il tempo. Chi sei tu? Quando sei nato? Quanto tempo hai vissuto? Quando morirai? Risposta: nato ieri, oggi vivo, domani morirò. « Poiché siamo di ieri e non sappiamo nulla; tutti i nostri giorni sulla terra non sono che un’ombra » (Giobbe 8,9). Perciò disprezza tutte le cose temporali, che volano via come un uccello. Amate e bramate le cose celesti, che durano in eterno con Dio e gli angeli. Così tu, essendo eterno, sarai eternamente felice e dimorerai nelle delizie eterne. Perché come dice S. Gregorio: « Per essere eterni e felici eternamente, imitiamo l’eternità. E questa è per noi una grande eternità, anche l’imitazione dell’eternità ».

Infine, per quanto riguarda la postura e l’abbigliamento. Chi sei tu? ovvero, che postura o vestiti hai? Rispondi, sto in piedi, mi siedo, mi sdraio; indosso l’abito del cristiano, del sacerdote, del vescovo, del religioso. Bada dunque a vivere secondo la tua abitudine. Perché non è l’abito che fa il cristiano, o il monaco, ma la purezza di vita, l’umiltà, la carità.

Che Dio ci aiuti ad amarLo e che Dio abbia misericordia di tutti noi!

+ In nomine Patris et Filii e Spiritus Sancti. Amen.

L’uomo davanti a Dio (1)

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

In queste mese di ottobre nel quale celebriamo la festa di san Francesco che ha chiesto a Dio « Chi sei Tu e chi sono io?” meditiamo sulle riflessioni di Cornelio a Lapide sulla domanda a san Giovanni Battista « Chi sei tu? » nel commentario sul vangelo di san Giovanni: « Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: Tu, chi sei? ».

Chi sei tu? Sembra che almeno tacitamente i capi dei sacerdoti abbiano chiesto a san Giovanni se fosse il Cristo o no; perché Giovanni risponde: ‘Io non sono il Cristo’. Inoltre, sapevano che Giovanni era figlio del sacerdote Zaccaria, e quindi sacerdote Egli stesso. Quando dunque dicono « chi sei tu? » chiedono virtualmente: quale ufficio hai ricevuto da Dio? Con quale scopo Dio ti ha mandato a predicare e battezzare? Perché Dio era solito affidare i maggiori uffici ai sacerdoti.

Moralmente, ognuno si chieda spesso: chi sono?

In primo luogo, per quanto riguarda la nostra sostanza. Ascolta la tua coscienza che risponde a te stesso: il nome di Dio mio Creatore è, IO SONO QUELLO CHE IO SONO (Esodo, 3). Il mio nome dunque come creatura è « Io sono quello che non sono », perché non sono nulla di me stesso, ma dal mio nulla sono stato generato da Dio e fatto uomo. Perciò il mio corpo e la mia anima non sono miei, ma di Dio, che me li ha dati, anzi prestati. Come soleva dire san Francesco: « Chi siete Voi, o Signore? Chi sono io? Voi siete un abisso di saggezza e longanimità, e ogni bontà. Io sono un abisso di ignoranza, debolezza, di ogni male e miseria. Voi siete un abisso dell’essere, io del nulla ». Onde quando Cristo apparve a santa Caterina da Siena, disse: « Benedetta sei tu sai chi sono io e chi sei tu. Io sono Colui che è, tu sei colei che non è ».

In secondo luogo, per quanto riguarda la qualità. Chi? ovvero, di che specie sei? Risposta: per quanto riguarda il mio corpo, sono debole, misero e miserabile; quanto alla mia anima, quanto alla mia ragione, sono simile agli angeli; quanto al mio appetito sensibile e alla mia concupiscenza, sono come le bestie. Perciò seguirò la mia ragione, e così mi assimilerò agli angeli.

In terzo luogo, per quanto riguarda la relazione. Chi? ovvero, di chi sei figlio? Rispondi, io sono il figlio di Adamo, il primo peccatore, e quindi essendo nato nel peccato, vivo nel peccato e devo morire nel peccato, a meno che la grazia di Cristo non mi liberi dai miei peccati e mi santifichi e mi salvi.

In quarto luogo, per quanto riguarda l’occupazione. Chi sei tu? Di quale mestiere sei? Sono falegname, fornaio, governatore, pastore, avvocato. Vedi dunque di esercitare te stesso nella tua chiamata, qualunque essa sia, come richiede la legge di Dio, vale a dire, in modo tale che tu viva sobriamente, rettamente e devotamente in questo mondo presente, aspettando la beata speranza e la venuta della gloria del grande Dio, affinché tu possa così passare attraverso le cose temporali, da non perdere, ma guadagnare le cose eterne. Lavora, studia, vivi per l’eternità. Come san Bernardo soleva spesso dire a se stesso: « Bernardo, dimmi, perché sei qui? ». E con questo pungolo, per così dire, si mosse allo zelo per tutte le virtù.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La pace

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Signore dice: ‘Io nutro per voi penso pensieri di pace e non di afflizione’ Queste parole esprimono il desiderio del Signore che noi siamo in pace. Perciò, se non siamo in pace: se soffriamo afflizione, tenebre, disturbi, o profondi affanni, non conduciamo ancora pienamente la vita che per noi il Signore vuole, e bisogna chiedersi come possiamo vivere meglio secondo la Sua volontà in tutti gli aspetti della vita, o forse in un aspetto particolare. Perché quando viviamo secondo la Sua volontà siamo in pace, e più viviamo secondo la Sua volontà, più profonda è la pace.

Il Signore non vuole l’afflizione per noi, bensì la pace: il profeta Simeone dichiara che Iddio è venuto per illuminare coloro che erano nelle tenebre e nell’ombra della morte, per indirizzare i loro nostri piedi sulla via della pace; similmente, la parola con la quale il Signore iniziò l’opera della Redenzione, tramite l’amabasciata dell’Arcangelo san Gabriele, era ‘Ave’, che significa Pace e Gioia; il coro degli angeli nel cielo alla natività del Signore cantavano ‘Pace agli uomini di buona volontà’. Così anche alla fine della vita terrena, alla vigilia della Sua uscita da questo mondo, il Signore dice agli apostoli: ‘La pace vi lascio, la Mia pace vi do; e, Risorto dalla morte, annunzia loro: ‘La pace sia con voi.’

Che cos’è la pace? Sant’Agostino la definisce come ‘la tranquillità dell’ordine’. Uno stato sarà in pace in se stesso quando è ordinato, quando i rapporti tra i suoi membri sono ordinati; sarà in pace con altri stati quando i rapporti con essi sono ordinati; un’anima sarà in pace in se stessa quando è ordinata; e sarà in pace col mondo esterno, con Dio e col prossimo, quando agisce verso di loro in maniera ordinata.

Quando è ordinata un’anima? Quando è ben’ordinata? Quando le sue facoltà operano come devono. Le facoltà dell’anima sono la conoscenza, la volontà, e le facoltà dei sensi, ovvero (semplificando) le emozioni e la fantasia. La conoscenza opera come si deve quando conosce Dio, e le cose nel loro rapporto a Dio: questa è la Fede; la volontà opera come deve quando vuole bene a Dio, quando ama Dio, e tutti gli uomini in Dio: questa è la Carità; le emozioni operano come devono quando sono controllate, regolate, moderate dalla ragione (ovvero dalla conoscenza e dalla volontà) cosicché la Carità, la speranza, la gioia si indirizzino ai beni veri: ciò che è davvero buono; e l’odio, la paura, la tristezza si indirizzino ai mali veri, come il peccato. Quando l’anima è ben ordinata in questo mondo, possiede la pace.

E’ troppo facile perdere la pace quando pecchiamo, quando ci sbagliamo, quando qualcuno ci ferisce, anche con solo una parola. Perdiamo la pace: siamo assaliti da disturbi, ansia, persino l’orrore. Perdiamo fiducia in Dio, ci allontaniamo da Lui. Bisogna vedere i tempi attuali anche come tempi di prova e di tentazione: tentazione di perdere la pace. Bisogna offrire la sofferenza a Dio, cacciare escludere i pensieri negativi dall’anima, e riempirla piuttosto con atti di Fede, Speranza e di Carità verso Dio. Questo è vero anche nel caso del peccato: ci confessiamo, andiamo avanti serenamente col proponimento di ammigliorarci.

Nostro Signore Gesù Cristo, Principe della pace, ci dice: ‘Vi do la Mia pace: non come la dà il mondo: Io ve la do.’ Perché il mondo non dà ha la pace, ed il cuore del figlio del mondo non possiede la pace, perché le facoltà della sua anima non sono ordinate e non funzionano come si devono. La sua conoscenza conosce esclusivamente le cose di questo mondo: conosce le cose terrene; la sua volontà vuole e ama solo il proprio benessere; le sue passioni (staccate dalla ragione e dalla volontà) tumultuano, cercando le proprie gratificazioni e tormentandolo. Il figlio del mondo cerca la gioia e la felicità costanti, e trova l’afflizione; l’uomo di Dio cerca la volontà del Signore sempre e trova la pace: il suo premio in terra è la pace, che è la condizione della più grande gioia e felicità possibili quaggiù, ma che nasce sopratutto dal combattimento, dalla pazienza, dalla negazione di se stessi, e dal portare la croce; il suo premio in cielo sarà la Beatitudine eterna.

Chiediamo la grazie di acquistare queste benedizioni per l’intercessione della Madonna, Regina della pace, mentre indirizziamo i nostri piedi sulla via della pace. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Mezzi di Perfezione secondo sant’Alfonso

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

In questo articolo citiamo i mezzi di perfezione consigliati da sant’Alfonso.

A. Gli Atti più Importanti:

1) Fuga di ogni peccato volontario, benché veniale. Se per disgrazia commettiamo qualche difetto, guardiamoci bene dall’innervosirci con noi stessi. Piuttosto pentiamoci e facciamo atti di amore a Cristo, promettendogli, col Suo aiuto, di non peccare più;

2) Desiderio di raggiungere la perfezione dei santi, e soffrire tutto per la gloria di Dio. Se non avvertiamo questo desiderio, preghiamo Gesù Cristo che ce lo conceda, altrimenti non faremo alcun passo sulla via della perfezione;

3) Decisione seria di giungere alla perfezione. Chi non ha tale fermezza, risulta fragile e perdente nelle prove. La persona decisa, invece, con l’aiuto di Dio che non le manca mai, è sempre vincente;

4) Due ore, o almeno una, di meditazione al giorno, e non lasciarla mai, senza una vera necessità, anche se avvertiamo sensi di noia, aridità, o altro;

5) Comunione frequente;

6) Mortificazioni esterne come digiuni. Per quello essenziale di avere un direttore spirituale, in quanto tali mortificazioni, fatte senza il consiglio del direttore, sono occasioni di vanagloria e di intralcio alla santità;

7) Preghiera incessante a Gesù Cristo per tutte le nostre necessità, ricorrendo all’intercessione del nostro angelo custode, dei santi e particolarmente dell divina Madre Maria, Mediatrice di tutte le grazie. Dalla preghiera dipende ogni bene.

B. Petizioni di Preghiera

Bisogna anzitutto chiedere ogni giorno a Dio il dono della perseveranza nella Sua grazia. Questa grazia l’ottiene solo chi la chiede; cho non la chiede, non la ottiene e si danna;

Chiediamo a Lui il Suo santo amore ed una perfetta uniformità alla Sua volontà; ma chiediamo tutto e sempre per i meriti di Gesù Cristo.

Queste preghiere dobbiamo farle la mattina, appena svegli, e poi rinnovarle nella meditazione, durante la partecipazione all’ Eucarestia, nella visita al S.mo Sacramento, e la sera nell’esame di coscienza. Particolarmente nelle tentazioni dobbiamo chiedere aiuto a Dio di resistere, in modo particolare se sono contro la castità, invocando i Nomi di Gesù e Maria. Chi prega vince; chi non prega resta sconfitto.

C. Rimedi alle Tentazioni e Desolazioni di Spirito

Contro le tentzioni, due sono i rimedi: la rassegnazione e la preghiera. La rassegnazione perché, anche se le tentazioni non vengono da Dio, tuttavia è Lui che le permette per il nostro bene. E per moleste che siano, non ci dobbiamo innervosire ma piuttosto rassegnarci alla volontà di Dio che le permette, ed affidarci alla preghiera, l’arma più forte e sicura per vincere i nemici.

I cattivi pensieri, per quanto blasfemi e ripugnanti, non sono mai peccato, se vi manca il nostro deliberato consenso.

Nell’assalto delle tentazioni è di grande efficacia rinnovare il proposito di voler morire anziché offendere Dio; come anche segnarci col segno della croce, con l’acqua benedetta, e confidarle al confessore. Ma il rimedio più efficace resta la preghiera a nostro Signore Gesù Cristo ed alla Madonna.

Nelle desolazioni di spirito, poi, riconosciamoci meritevoli dell’ essere trattati così e rassegniamoci alla volontà di Dio, abbandonandoci tra le sue braccia.

Quando Dio ci offre delle consolazioni, prepariamoci subito alle tribolazioni. Se poi manda desolazioni, umiliamoci e rassegniamoci alla Sua volontà. Profitteremo più con le desolazioni che con le consolazioni.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La Fiducia


In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.


‘Osservate i gigli del campo come crescono: non lavorano né filano, ma vi dico che neppure Salomone in tutta la sua gloria fu mai vestito come uno di essi. Se dunque Dio veste così l’erba del campo che oggi è e domani sarà gettata nel forno, quanto di più farà per voi, gente di poca fede?’ – quanto di più farà per noi perché infatti vagliamo più di essi, essendo più belli nel possesso di un’anima immortale: non destinati ad essere buttati nel forno all’indomani come essi, nel fuoco eterno dell’Inferno, ma ad entrare nel Paradiso, per conoscere ed amare Dio colla nostra anima immortale e per essere felici con Lui per sempre. In breve allora, se Dio cura così i gigli del campo che, come tutti gli spendori di questo modo quaggiù, appassiscono, passano e periscono, quanto di più si occuperà dei Suoi figli immortali che siamo noi.


‘Non vi affannate dunque’, dice il Signore, o, in molti altri brani: ‘non abbiate paura.’ Non vuole che noi dubitiamo ed esitiamo ‘come un’onda nel mare instabile e senza sostanza’ nella parola di san Giacomo; non vuole che siamo come san Pietro che sta sul mare e dubita, e comincia ad affondare. Vuole piuttosto che abbiamo la fiducia e la pace del cuore, mentre il demonio vuole il contrario. Lui è per così dire il mercante degli affanni, della paura, dei dubbi, dell’ansia, e dell’orrore senza volto e senza nome, che cerca di riempire i nostri cuori e le nostre menti di questi per farci dimenticare Dio e per spingerci verso la sfiducia verso Dio e verso la disperazione.Ma noi dobbiamo rigettare la paura ed agire secondo la nostra intelligenza e la nostra fede, perché ‘la paura infatti non è altro che rinunzia agli aiuti della ragione’ (Sapienza 17.11). Bisogna essere ragionevoli, realisti, e maestri delle nostre emozioni; bisogna sapere che le cose e gli avvenimenti di questo mondo non esistono per tormentarci o per farci paura, ma per prepararci alla vita eterna. Le difficoltà, le incertezze, e le sofferenze non sono altro che prove per purificarci: affinché possiamo essere uniti a Lui in terra nella speranza, e in Cielo nella Visione, una volta purificati dalle nostre imperfezioni; sono prove per farci crescere nella virtù: nella pazienza, nella perseveranza, nella rassegnazione, nel rinunzio, e nell’umiltà.


‘Perché avete paura, uomini di poca fede?’ chiede nostro Signore Benedetto, quando i discepoli Lo svegliono durante la tempesta sul mare. Le parole significano che non c’è nessun motivo per cristiani di aver paura, anche se, come in questo brano, la tempesta è così violenta che la barca della nostra vita viene travolta dalle onde ed il Signore non ci sembra far niente. Perché il Signore è con noi ‘in tribulatione’, ossia tramite la fede, ed anche tramite la Divina Grazia, se siamo nello stato di Grazia. La vita quaggiù non è una bonaccia, ma spesso una tempesta. La tranquillità è il Cielo che è quel porto al di là del mare vasto ed inquiete di questo mondo: là ci riposeremo; qua lottiamo, qua viaggiamo verso il riposo.


E dunque noi, che il Signore chiama ‘uomini di poca fede’ dobbiamo crescere nella fede: dobbiamo vedere le prove e tutte le cose di questa terra alla luce radiante della fede, e dobbiamo avere fiducia: faccendo ciò che possiamo, pregando con fervore, e lasciando il resto a Lui senza preoccuparcene. ‘Getta sul Signore il tuo affanno, ed Egli ti darà sostegno (salmo 54); ‘Manifesta al Signore la tua via, confida in Lui, ed Egli compirà l’opera… sottometteti al Signore e preghi Lui’ (salmo 36).


In una parola, bisogna mettere Dio al centro della nostra vita e delle nostre azioni, vedendo tutto alla Sua luce. Bisogna in questo modo ‘cercare anzitutto il Regno di Dio e la Sua giustizia, e tutte queste cose ci saranno date in più’: il nostro benessere terreno, la pace in questa vita e la felicità nella prossima. Amen.


In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La pace

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Il Signore dice: ‘Io penso pensieri di pace e non di afflizione’ Queste parole esprimono il desiderio del Signore che noi siamo in pace. Perciò, se non siamo in pace: se soffriamo afflizione, tenebre, disturbi, o profondi affanni, non conduciamo ancora pienamente la vita che per noi il Signore vuole, e bisogna chiederci come possiamo vivere meglio secondo la Sua volontà in tutti gli aspetti della vita, o forse in un aspetto particolare. Perché quando viviamo secondo la Sua volontà siamo in pace, e più viviamo secondo la Sua volontà, più profonda è la pace.

Il Signore non vuole l’afflizione per noi, bensì la pace: il profeta Simeone dichiara che Iddio è venuto illuminare coloro che erano nelle tenebre e nell’ombra della morte, per indirizzare i nostri piedi sulla via della pace; similmente, la parola con la quale il Signore iniziò l’opera della Redenzione, tramite l’amabasciata dell’Arcangelo san Gabriele, era ‘Ave’, che significa Pace e Gioia; il coro degli angeli nel cielo alla natività del Signore cantavano ‘Pace agli uomini di buona volontà’. Così anche alla fine della vita terrena, alla veglia della Sua uscita da questo mondo, il Signore dice agli apostoli: ‘La pace vi lascio, la mia pace vi do; e, Risorto dalla morte, annunzia loro: ‘La pace sia con voi.’

Cos’è la pace? Sant’Agostino la definisce come ‘la tranquillità dell’ordine’. Un stato sarà in pace in se stesso quando è ordinato quando i rapporti tra i suoi membri sono ordinati; sarà in pace con altri stati quando i rapporti con essi sono ordinati; un’anima sarà in pace in se stessa quando è ordinata; e sarà in pace col mondo esterno, con Dio e col prossimo, quando agisce verso di loro in maniera ordinata.

Quando è ordinata un’anima? Quando è ben’ordinata? Quando le sue facoltà operano come devono. Le facoltà dell’anima sono la conoscenza, la volontà, e le facoltà dei sensi, ovvero (semplificando) le emozioni e la fantasia. La conoscenza opera come si deve quando conosce Dio e le cose nel loro rapporto a Dio: questa è la Fede; la volontà opera come deve quando vuole bene a Dio, quando ama Dio, e tutti gli uomini in Dio: questa è la Carità; le emozioni operano come devono quando sono controllate, regolate, moderate dalla ragione (ovvero dalla conoscenza e dalla volontà) cosicché la Carità, la speranza, la gioia si indirizzino ai beni veri: ciò che è davvero buono; e l’odio, la paura, la tristezza si indirizzino ai mali veri, come il peccato. Quando l’anima è ben ordinata in questo mondo, possiede la pace.

È troppo facile perdere la pace quando pecchiamo, quando ci sbagliamo, quando qualcuno ci ferisce, anche con solo una parola. Perdiamo la pace: siamo assaliti da disturbi, ansia, persino l’orrore. Perdiamo fiducia in Dio, ci allontaniamo da Lui. Bisogna quardare i tempi attuali anche come tempi di prova e di tentazione: tentazione di perdere la pace. Bisogna offrire la sofferenza a Dio, escludere i pensieri negativi dall’anima, riempendola piuttosto di atti di Fede, Speranza e di Carità verso Dio. Questo è vero anche nel caso del peccato: ci confessiamo, andiamo avanti serenamente col proponimento di ammigliorarci.

Nostro Signore Gesù Cristo, Principe della pace, ci dice: ‘Vi do la mia pace: non come il mondo dà: vi do io.’ Perché il mondo non dà la pace, ed il cuore del figlio del mondo non possiede la pace, perché le facoltà della sua anima non sono ordinate e non funzionano come si devono. La sua conoscenza conosce esclusivamente le cose di questo mondo: conosce le cose terrene; la sua volontà vuole e ama solo il proprio benessere; le sue passioni (staccate dalla ragione e dalla volontà) tumultuano, cercando le proprie gratificazioni e tormentandolo. Il figlio del mondo cerca la gioia e la felicità costanti, e trova l’afflizione; l’uomo di Dio cerca la volontà del Signore sempre e trova la pace: il suo premio in terra è la pace, che è la condizione della più grande gioia e felicità possibili quaggiù, ma che nasce sopratutto dal combattimento, dalla pazienza, dalla negazione di se stessi, e dal portare la croce; il suo premio in cielo sarà la Beatitudine eterna.

Chiediamo la grazie di acquistare queste benedizioni per l’intercessione della Madonna, Regina della pace, mentre indirizziamo i nostri piedi sulla via della pace.  Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

I misteri gaudiosi

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Meditiamo i misteri gaudiosi del santo Rosario, ispirati dai testi di sant’ Alfonso de’ Liguori presi dal suo libro ‘Le glorie di Maria.’

  1. L’Annunziazione

Fu rivelato ad una certa monaca che l’Arcangelo Gabriele era venuto portando la sua grande ambasciata proprio mentre la Madonna stava sospirando e pregando Iddio con maggior desiderio di mandare al mondo un Redentore.

L’Arcangelo entra e dice: ‘Ave, piena di Grazia, il Signore è con te.’ Come ha reagito a questo saluto del tutto straordinario? Leggiamo che la Madonna fu turbata a queste parole  –  non turbata alla vista di un angelo, o ad un avvenimento così eccelso, bensì  turbata alle sue parole – ovvero alle lodi così eccelse espresso in esse. Come ha detto a santa Brigida: ‘Non volevo la mia lode, ma solo quella del Creatore e del Datore di ogni bene: Volevo solo che Lui fosse lodato e benedetto.’

Qua, dunque, la Madonna rivela la sua profonda umiltà, e quando l’Arcangelo spiega il progetto di Dio per lei, rivela inoltre la sua perfetta obbedienza: ‘Ecco l’ancella del Signore, facciasi di me secondo la tua parola.’

E appena proferite quelle parole, subito il Figlio di Dio divenne anche il figlio di Maria. ‘O fiat potente’ esclama san Tommaso da Villanova, ‘o fiat efficace, o fiat sopra ogni altro venerando! perché cogli altri fiat Iddio creò la luce, il cielo, la terra, ma con questo fiat di Maria, un Dio divenne uomo come noi.’

  1. La Visitazione

La scena cambia e ci troviamo in viaggio con la Beatissima Vergine Maria verso la casa della sua cugina, santa Elisabetta. La santa carità la spinge ad andare frettolosamente nella montagna per essere vicina a sua cugina nel tempo della sua gravidanza.

‘Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno’ esclama santa Elisabetta. La salute con lode, come lo aveva fatto l’Angelo. Ma la santissima Vergine ci rivela di nuovo la sua profonda umiltà: Non trattenendosi su queste grandi lodi, lei rivolge la nostra attenzione piuttosto su dio stesso, Creatore e Datore di queste grandi cose: ‘Magnificat anima mea Dominum: l’anima mia magnifica il Signore, ed il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore…’

Ora, questa Visitazione di Maria (come spiega sant’Alfonso) porta un cumulo di grazie alla casa di Elisabetta: Lei fu ripiena dello Spirito santo ed il suo figlio, san Giovanni Battista, viene santificato già nel suo grembo. Queste grazie, che sono le prime che sappiamo essersi fatte sulla terra dal Verbo Incarnato, sono un modello per tutte le altre, in quanto passano attraverso la santissima Vergine Maria: perché tutte le grazie che abbiamo ricevute e riceveremo passano attraverso le mani immaculate di nostra Regina Maria, Mediatrice di tutte le grazie.

  1. La Natività

Ecco la santissima Vergine accanto al suo Figlio Divino, adesso manifestato agli uomini. I pastori hanno raccontato alla Sacra Famiglia come un angelo gi aveva proclamato che: ‘Oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore che è il Cristo Signore’, e come poi una moltitudine dell’esercito celeste era apparsa che lodava Dio e diceva: ‘Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà.’

Questa volta non sono rapportate parole della Madonna: leggiamo solo che: ‘Maria da parte sua serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.’ La vediamo piuttosto assorta nella contemplazione delle cose di Do, di Dio che adesso lei può tenere nelle sue braccia immaculate; la vediamo come la possiamo immaginare prima della Annunziazione e della Visitazione: in silenzio, raccolta, pregando, tutta la sua bell’anima concentrate e protesa verso Dio, il suo Salvatore.

Prendiamo questa figura serena della Madonna assorta nella contemplazione come modello della propria preghiera.

 

  1. L’Offerta di Gesù nel Tempio

Nel quarto e nel quinto mistero subentrano elementi di sofferenza nei misteri gaudiosi, anticipando le sofferenze che mediteremo nei misteri dolorosi: di fatti solo i misteri gloriosi sono esclusivamente gaudiosi.

Le sofferenze di questa Madre così buona e così devota non tarderanno, dunque, a venire. Ecco nel quarto mistero il profeta Simeone nel Tempio, che dopo aver ricevuto il divin Figlio tra le braccia, le predice che quel suo Figlio dev’essere ‘il segno di contradizione e di persecuzione degli uomini, e che perciò la spada del dolore deve trapassarle l’anima.

La stessa Vergine disse a santa Matilda che a questo avviso del profeta Simeone, tutta la sua allegria se le convertita in mestizia, sapendo adesso in particolare e più distintamente le pene e la morte spietate che aspettavano il povero Figlio.

Rivelò la Madonna a santa Brigida che, vivendo in terra, non aveva infatti un’ora in cui questo dolore alla sofferenza del suo Figlio, non la trafiggesse: ‘NutrendoLo, pensavo al fiele ed all’aceto; rivolgendoLo nelle fascie, pensavo alle funi con le quali sarebbe legato portando la croce su cui sarebbe crocifisso; e Lo figuravo morto, quando Lo vedevo addormentato. Ed ogni volta che Lo vestivo della Sua tunica, pensavo che un giorno Gli sarebbe stata strappata da sopra per crocifiggerLo; e quando miravo quelle Sue sacre mani e piedi, pensavo ai chiodi che L’avevano da trafiggere: I miei occhi’, disse a santa Brigida, ‘si riempivano di lagrime, ed il mio cuore fu straziato dal dolore.’

  1. Lo Smarrimento di Gesù

Nel quinto mistero meditiamo lo smarrimento di Gesù.

Sant’Alfonso scrive: ‘Chi nasce cieco poco sente la pena d’essere privo di vedere la luce del giorno, ma a chi un tempo ha avuto gli occhi e goduta la luce, troppo duro poi si rende con la cecità il vedersene privo.’ E così era per la santissima Vergine Maria che, avendo conosciuto Dio, che è la luce increata, nella persona del Suo Figlio, ne venne privata.

Origine dice che per l’amore che questa santissima Madre portava al suo Figlio, patì più in questa perdita di Gesù, che qualunque martire non abbia sofferto di dolore nella sua morte. La sofferenza era particolarmente acuta, dice un pio commentatore, in quanto la sua umiltà le faceva credere essere indegna di starGli più vicino ad assisterGli in questa terra ed avere cura di un tanto tesoro – pensava forse che lei abbia commessa qualche negligenza per cui Egli l’aveva lasciata.

Sant’Alfonso conclude: ‘Infelice e misere veramente sono quell’anime che hanno perso Dio. Se pianse Maria la lontananza del Figlio per tre giorni, quanto dovrebbero piangere i peccatori che hanno persa la divina grazia, a cui dice Dio: ‘Voi non siete il mio popolo, ed io non sarò Vostro Dio’ (Osea).

Carissimi fedeli, se qualcuno che legge queste parole non sia nello stato di grazia, che provi a ricuperarla quanto prima; altrimenti preghiamo di non perderla mai, assieme alla dolce presenza del Signore nel cuore. Ma ancor più preghiamo di avvicinarci sempre di più a Dio, secondo l’esempio della santissima Vergine Maria: la nostra Amica, la nostra Madre, la nostra Regina. Amen.

Le passioni nell’economia di salvezza

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nel suo commentario su Salmo 9, sant’Agostino pone le passioni nel contesto dell’economia di salvezza. In un’anima ancor imperfetta il demonio regna, almeno fino a un certo qual grado. Prima di ricevere la Grazia santificante col battesimo, o dopo averla persa tramite il peccato mortale, regna supremo; ma continua a regnare in modo meno potente, anche quando l’anima pecca in modo solo veniale, o manca alla perfezione tramite le proprie debolezze. In collaborazione col primo uomo, il demonio ha creato, per così dire, le tre concupiscenze, quelle degli occhi, della carne, e della propria eccellenza, cioè la superbia. Inoltre ha disordinato le passioni, mediante le quali operano le concupiscenze, fonti di ogni peccato. Le concupiscenze vengono intese come i suoi satelliti, le passioni disordinate come il suo popolo, e l’anima come una città.

Le lance del nemico sono venute meno per sempre; e hai distrutto le città. Ma [si tratta di] quelle città sulle quali regna il diavolo, ove tengono luogo di senato consigli ingannatori e fraudolenti, alla cui autorità si accompagnano come sicari e ministri gli uffici di ciascuno dei membri: gli occhi per la curiosità, le orecchie per la lascivia o per le altre cose che siano volentieri ascoltate con spirito deteriore, le mani per la rapina o per qualsiasi altra scelleratezza o delitto, e le restanti membra [sottoposte] per scopi analoghi all’autorità tirannica, ossia che militano sotto ai perversi consigli.

‘La plebe di questa città è costituita da tutti i sentimenti sensuali e dai moti turbolenti dell’animo, che sollevano nell’uomo rivolte quotidiane. Infatti laddove si trova un re, un senato, dei ministri, un popolo, là esiste una città. E non vi sarebbero tali elementi nelle città malvagie, se prima essi non fossero nei singoli uomini, che sono come gli elementi e i germi delle città. Ha distrutto queste città [il Signore] quando ne ha scacciato il principe del quale è stato detto: il principe di questo secolo è stato gettato fuori. Dalla parola della verità sono devastati questi regni, tramortiti i malvagi consigli, i disonesti sentimenti domati, le funzioni delle membra e dei sensi assoggettate e poste al servizio della giustizia e delle buone opere; in modo che ormai, come dice l’Apostolo, non regni il peccato nel nostro corpo mortale e le altre cose che dice in questo passo. Allora l’anima è pacificata, e l’uomo è avviato alla conquista della pace e della beatitudine.’

La città viene conquistata dunque quando la parola della verità, la Fede, ci entra, portando con sé la conoscenza necessaria per superare le tre concupiscenze, ed il disordine delle passioni. In conseguenza la città, cioè l’anima, si sottometterà al regno pacifico del vero bene, del Sommo ed Infinito Bene che è Dio: Lo amerà e si rallegrerà in Lui.

Mi allieterò ed esulterò in Te. Non più in questo mondo, non nel piacere del contatto tra i corpi, non nei sapori del palato e della lingua, non nella soavità dei profumi, non nella giocondità dei suoni che svaniscono, non nelle forme multicolori dei corpi, non nella vanità delle lodi umane, non nel matrimonio o nei figli che morranno, non nelle superfluità delle ricchezze temporali, non nella investigazione di questo mondo, sia per le cose che si estendono nello spazio, sia per quelle che si svolgono nel succedersi del tempo; ma mi allieterò ed esulterò in Te, cioè nei segreti del Figlio, da cui si è impressa in noi la luce del Tuo volto, o Signore. Infatti li nasconderai – dice – nel segreto del Tuo volto.’ Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni e i loro veri oggetti

 + In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nell’ultimo articolo abbiamo meditato sull’oggetto della passione fondamentale cioè dell’amore. Ora guarderemo brevemente l’oggetto delle passioni individuali. Ricordiamo che le passioni si rapportano a ciò che sperimentiamo come bene o male: al bene o al male apparenti.

Amore, desiderio, gioia, speranza, disperazione si rapportano al bene apparente. L’amore si rapporta all’unione col bene: costituisce desiderio quando il bene è assente, e gioia quando è presente. La speranza sorge quando il bene è difficilmente raggiungibile; audacia quando mi viene la forza per raggiungerlo; disperazione quando è impossibile raggiungerlo.

Odio, ira, paura, avversione, tristezza si rapportano, invece, al male apparente. Odio, ira, e tristezza si rapportano al male presente: l’odio e l’ira ci si oppongono; la tristezza lo accetta. Paura e avversione si rapportano al male assente: la paura anticipa la sua venuta; l’avversione ci prepara per schivarlo.

Il nostro compito, come abbiamo già visto, è di indirizzare le passioni ai loro fini giusti: ossia di indirizzarle non al bene o male apparenti, bensì al bene o al male veri.

L’oggetto vero ed adeguato dell’amore, come abbiamo detto, è Dio Stesso, Nostro Signore Gesù Cristo, ‘il più tenero, il più generoso, il più devoto degli amici’. A Lui bisogna dare il cuore nelle meditazioni quotidiane, nel ringraziamento dopo la santa Comunione, nella pratica costante della presenza di Dio. In secondo luogo l’oggetto deve essere il bene principale che cerchiamo con la vita, che potrebbe essere la salvezza e la santificazione delle anime, anche delle nostre tramite il proprio lavoro su se stessi; l’esaltazione della santa Madre Chiesa, il bene della patria, dei figli che educhiamo e delle famiglie che sosteniamo, inoltre le amicizie buone e sovrannaturali. Questi beni bisogna dunque amare, godere, desiderare, sperare con incrollabile fiducia in Dio, e cercare con audacia: malgrado i costi e tutti i pericoli possibili.

La disperazione, secondo la sintesi di padre Tanquerey da cui citiamo in questo paragrafo, si trasforma in giusta diffidenza di sè, fondata sulla conoscenza della propria peccaminosità e debolezza, ma temperata dalla fiducia in Dio… L’odio e l’avversione si volgono al peccato, al vizio, ed a tutto ciò che vi conduce, come si legge in salmo 118: Iniquitatem odio habui. La paura, invece di essere deprimente sentimento che fiacca l’anima, si trasforma per il cristiano in fonte di energia: teme il peccato e l’inferno, santo timore che lo arma di coraggio contro il male; teme soprattutto Dio, premuroso di non offenderLo, e sprezza l’umano rispetto. La tristezza, piuttosto che fiaccarci come la paura o far scendere in malinconia, passa in dolce rassegnazione dinanzi alle prove che sono per il cristiano seme della gloria, oppure in tenera compassione per il Nostro Signore Gesù, paziente ed offeso a alle anime afflitte. L’ira, invece di toglierci la padronanza di noi stessi, si fa giusto e sano sdegno che ci rende più forti contro il male.

Dopo aver ordinato le passioni, non veniamo più scossi qua e là dai venti e dai flutti delle vicissitudini di questa vita: dalle circostanze esterne e dalle debolezze interne. La sensibilità sarà stata indirizzata al vero bene: a Dio Stesso ed ai beni del creato nel loro giusto orientamento a Lui. Le energie della vita emozionale e passionale saranno state indirizzate ai propri fini; molto peccato, molta imperfezione, molta sofferenza si possono ormai evitare; molto bene si può compiere. Con la mia collaborazione Dio ‘ha ordinato la Carità nella mia anima’: la Carità che mi è divenuta principio guida e mi condurrà in pace alla patria celeste. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le Passioni ed il vero bene

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Abbiamo guardato il male che ci possono recare le passioni disordinate. Una differenza essenziale tra i figli del mondo ed i cattolici che vogliono vivere piamente e devotamente in questo mondo, è che i primi vivono secondo le loro passioni, e i secondi si sforzano a controllarle ed a moderarle. I primi vanno dove li conducono la passione dell’amore (quella passione più fondamentale) e poi le altre passioni che la seguono. Le speranze e le gioie, il coraggio (o audacia) e la disperazione si rapportano all’acquisto, al possesso, o all’impossibilità di acquistare, quella cosa o persona che sperimentano come bene; la paura, l’ira, l’avversione, la tristezza si rapportano, invece, a ciò che sperimentano come male – nello stesso mondo apparente creato dai loro sentimenti. Bramano di essere appagati non ordinando e superando le passioni, bensì indulgendole: il ciò serve, però, come abbiamo già fatto notare, solo per aumentarle.

Il cattolico serio, invece, cerca di ordinare le passioni in modo giusto: assoggettando le passioni (o emozioni), vale a dire il cuore, all’intelletto ed alla volontà: all’intelletto illuminato dalla Ragione e dalla Fede, ed alla volontà accesa dalla Carità; indirizzando il cuore verso il vero bene, e staccandolo dal vero male: così che in fin fine sperimenterà come bene ciò che è davvero bene, e come male ciò che è davvero male; ed in fine si appagherà e raggiungerà la pace – la pace, secondo sant’Agostino, essendo nient’altro che la tranquillità dell’ordine.

Ora il vero bene, nel senso definitivo del termine, è Dio Stesso a la Sua Gloria. Se oriento la vita e tutti i miei sforzi a questo bene, dunque, se scelgo Lui come il vero bene personale, se Egli è il mio tesoro: presso Lui sarà anche il mio cuore: l’orientamento del cuore, tutto l’orientamento della sensibilità e dell’amore.

Ci sono diversi modi per cercare Dio e la Sua Gloria: il primo, che è anche quello diretto, è salvare le anime tramite l’azione e la preghiera; un secondo modo (indiretto) è amare il prossimo in altre maniere, tramite il servizio; un terzo modo (anche indiretto) è impegnarmi in un lavoro utile in istato di Grazia, con l’intento di glorificare Dio.

Prendiamo l’esempio di una madre che si prende cura del figlio. Ovviamente il cuore materno è fisso sul bene del figlio: sulla salute, sull’educazione intellettuale, morale, e sopratutto spirituale, affinché il figlio possa crescere come cristiano esemplare: responsabile, buono, felice, ed in grado di salvare e santificare l’anima.

E’ facile vedere che quando il cuore materno sarà fisso sul vero bene del figlio – vale a dire che l’amore viene indirizzato nel modo giusto verso il figlio – che tutte le altre passioni o emozioni si ordineranno corrispondentemente: le speranze, l’audacia, la paura, l’ira staranno tutte nella giusta relazione al bene ultimo del figlio; e che tutte queste emozioni (e il tipo di educazione che motivano ed informano) staranno nella giusta relazione a Dio ed alla Sua Gloria.

Quanto è importante, dunque, per un genitore, anzi per qualsiasi persona in qualsiasi stato di vita o in qualsiasi occupazione, fissare il cuore sul bene che lui è obbligato a compiere, e sul bene ultimo che questo bene deve promuovere: cioè la Gloria di Dio. Quanti frutti potrà produrre e quanto tempo dureranno, se l’intelletto, la volontà, le emozioni mirano a questi fini: quanti frutti in questa vita, e quanti nell’eternità! Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni: il male che ci recano

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Stiamo guardando il male che ci possono recare le passioni sregolate. A parte del peccato come tale ci sono cinque modi in cui danneggiano l’anima.

a) La logorano

‘Le passioni’, dice san Giovanni della Croce, ‘sono come i bambini irrequieti che non si riesce mai a contentare; chiedono alla madre ora questo ora quello, e non sono mai soddisfatti. Come si affatica e si stanca che scava cercando il tesoro che non trova, così si affatica e si stanca l’anima a conseguir ciò che gli appetiti le chiedono; e quand’anche finalmente lo consegua, pure sempre si stanca perché non resta mai perfettamente paga… è come il febbricitante che non sta mai bene finchè non gli passi la febbre e che ogni momento si sente crescere la sete…’

b) Tormentano l’anima

Abbiamo visto che le passioni, come bambini viziati, chiedono soddisfazione senza tregua, non stancandosi mai: anzi, più vengono appagate, più chiedono. Inoltre, più vive sono, più intenso il dolore che ci recano. Se la coscienza rilutta di concedergli la vittoria, si impazientiscono: rinnovano gli assalti sulla volontà per farla cedere ai sempre rinascenti desideri. Così logorano ed affliggono l’anima che ‘ne è desolata, agitata, turbata, come i flutti del vento.’

c) Accecano l’anima

Da moti impetuosi, corrono precipitosamente verso quegli oggetti che sentono di essere buoni, senza consultare la ragione, lasciandosi guidare unicamente dall’inclinazione o dal diletto. La passione dell’amore in particolare è orientata a possedere il suo oggetto – sia una cosa sia una persona – hic et nunc: qua e subito, senza badare né alla moralità dell’atto, né alle conseguenze. ‘La qual cosa’, dice padre Tanquerey, ‘turbando l’animo, tende a falsare il giudizio e ad oscurare la retta ragione; l’appetito sensitivo è cieco per natura, e se l’anima lo prende come guida, diviene cieca anch’essa; in cambio di lasciarsi guidare dal dovere, si lascia abbagliare dal momentaneo diletto.’

La forza della passione sregolata, offuscando la ragione ed il retto giudizio, li acceca nel suo impeto sfrenato verso il bene desiderato, come equi galoppanti, sollevando la polvere della strada, accecano gli occhi dell’auriga e finiscono per lanciare lui e se stessi nel fossato.

d) Infiacchiscono la volontà

‘Sballottata in vari sensi dalle passioni ribelli’, continua padre Tanquerey, ‘la volontà è obbligata a disperdere le forze e quindi ad indebolirle… simile a quei polloni inutili e succhioni che germogliano attorno al tronco di un albero, gli appetiti si vengono mano a mano sviluppando e rubano vigore all’anima… viene così il momento in cui, infiacchita, l’anima cade nel rilassamento e nella tiepidezza, pronta a tutte le transazioni.’

e) Macchiano l’anima

L’anima è chiamata ad unirsi a Dio, ad alzarsi al Suo livello, ed a divenire la Sua immagine. Unendosi invece alla creatura, abbassandosi al suo livello, e facendosi alla sua immagine, si contamina e si macchia di bruttezza. ‘Oso affermare, scrive san Giovanni della Croce, che un solo appetito disordinato, anche che non sia contaminato da peccato mortale, basta per mettere un’anima in tale stato d’oscurità, e di bruttezza, e di sordidezza, da divenire incapace di qualunque (intima) unione con Dio, finchè non se ne sia purificata. Che dire allora dell’anima che ha la bruttezza di tutte le sue passioni naturali, che è in balìa di tutti i suoi appetiti? A quale infinita distanza non si troverà dalla purezza divina? Né parole né ragionamenti possono far comprendere la varietà della sozzure che tanti diversi appetiti producono in un’anima… ogni appetito depone in modo suo la speciale sua parte di immondezza e di bruttezza nell’anima.’

*

Occorre dunque un lavoro per controllare e moderare, cioè per mortificare, le passioni sregolate, anche le più piccole, per raggiungere l’unione a Dio. Perché qualsiasi attaccamento che possiamo avere alle creature, compreso a noi stessi, impediscono l’attaccamento perfetto a Lui al quale siamo chiamati. I più pericolosi sono gli attacchi e le passioni abituali che svigoriscono la volontà, anche quando sono leggeri. San Giovanni della Croce osserva in riguardo: ‘che un uccello abbia la zampina legata da un filo sottile o da un filo grosso, poco importa: non gli sarà possibile volare se non dopo averlo spezzato.’

Esaminiamoci sulle proprie passioni: Sono da controllare e moderare? Ci logorano ed addolorano? Oscurano e si impadroniscono della ragione? Seducono la volontà? Se troviamo qualcosa in noi che non sia in ordine, ci mettiamo ad ordinarlo oggi stesso, non appoggiandoci solo sui propri sforzi, ma con l’aiuto della preghiera e della Grazia divina: per attaccarci unicamente a Dio, unendoci a Lui perfettamente, già durante questa vita terrena. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni: come gestirle

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni, come abbiamo già fatto notare, sono state disordinate dal Peccato originale. Sono difficili da gestire, soprattutto quelle che corrispondono al proprio temperamento: sia irascibile, malinconico, eccessivamente affettuoso e così via; ancor di più difficilmente gestibili dopo che una persona abbia acquistato abitudini cattive, come il cedere all’ira, alla tristezza, alla passione dell’amore senza la dovuta misura, oppure fino al peccato.

Poiché le passioni provengono dal cuore, ci spetta innanzitutto un lavoro su di esso: ossia tramite l’intelletto e la fantasia. Abbiamo già esposto i due pericoli inerenti all’uso della fantasia: che ci fa perdere tempo e porta al peccato mentale, e poi a sua volta, eventualmente anche al peccato dell’azione. Quando la passione è disordinata, proviamo a staccarci da essa. Se un uomo sposato ha concepito amore per una donna che non è la sua moglie, non deve soffermarsi su esso; un collerico che venne offeso da altrui non deve soffermarsi sull’offesa, e così via per tutte le passioni. Più da vicino, non si deve riflettere sulla causa della passione, ne immaginarci esprimerla, perché più la immaginiamo, più cresce il desiderio di agire; e più cresce il desiderio, più probabile è che agiremo. L’uomo sposato non deve fantasticare su come si comporterebbe in determinate circostanze; il collerico non deve fantasticare su come si vendicherebbe.

Quando le passioni sono eccitate, bisogna sfrenarle con un atto di volontà, accorgendosi che tali ruminazioni sono vuote e pericolose. La volontà comanda alla mente di pensare ad altro; comanda al corpo di non cedere agli impulsi della passione. Se si viene presi dall’ira, ad esempio, non si deve alzare la voce, gesticolare, assumere un’espressione di rabbia: piuttosto si taccia e si mantenga la calma. Se si incontra qualcuno per cui si ha un affetto disordinato si è cauti di non esprimerlo neanche in parole; se invece si incontra una persona per cui si ha un’antipatia, si è cauti ugualmente a non tradire i veri sentimenti del cuore.

Invece di trattenerci sulle passioni, bisogna indirizzare i pensieri e le energie a qualcosa di utile: se siamo da soli ci possiamo dire: Basta con i sogni! al lavoro! Se siamo in compagnia, possiamo far ricorso a quei atti che si oppongono alle passione in questione: a chi ci ha fatto arrabbiare, lo si tratti con calma, a chi a cui ci sentiamo attratti con sobria cortesia, a che ci è antipatico con bontà.

Quando una passione disordinata avrà acquistato una tendenza tale da spingerci verso il peccato, bisogna prendere il tempo per ritirarci e rifletterci. Immaginiamoci quanto male potremmo operare, se cedessimo a quella tendenza: quale sorpresa vivissima, quale dolore, quale umiliazione (se siamo in compagnia) creeremmo per una persona che ci ha irritati se lo insultassimo; o se è irascibile anche le: quale litigata, quale scandalo, quale pessima figura! Immaginiamoci quanto danno ci faremmo a noi stessi, opponendoci allo stesso scopo per cui siamo su questa terra: cioè per amare Dio ed il prossimo.

Similmente, un uomo sposato deve pensare agli effetti eventuali che certe libertà verso un’altra donna potrebbero causare: la sottintesa complicità, il desiderio e la speranza che in lei si potrebbero suscitare; la pena che potrebbe dare alla moglie; il sospetto che potrebbe evocare in altrui; il cammino del quale avrà già fatto il primo passo, e che conduce chi sa dove?

Riflettiamo, dunque, quando siamo da soli, su dove ci potrebbero portare le passioni disordinate, e prendiamo coraggio a sottometterle ad un rigoroso controllo. Serviamoci dell’intelletto e della fantasia non per intrattenerci su esse, ma piuttosto a considerare il loro pericolo e come evitarlo.

Vogliamo amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, e con tutta la forza? In questo caso allora finiamo di perdere tempo, e di condurre una vita di imperfezione, di pericolo, e di peccato, nuotando contro la ragione nel mare turbolente della natura caduta. Per superare la padronanza della passione in modo determinante, si deve sostituirla con un’idea, con un ideale, più grande, più forte, più nobile, più potente: l’idea di Dio: la Sua volontà per me, il mio desiderio di amarLo sopra ogni cosa fino all’unione definitiva a Lui in cielo. Questa idea superiore si può tradurre in una frase come ‘Deus meus et omnia’, ‘Dio mio e tutto’, ‘Tutto per Voi, o Dio’, ‘Dio mio, Misericordia’, ‘Tutto per la Vostra gloria.’

Per amore di Lui dunque intraprenderò questo lavoro su di me: l’autocontrollo, il non cedere alla passione disordinata dell’ amore, dell’odio, dell’ira, della tristezza o di qualsiasi altra passione nociva. Ciò mi porterà la calma, la pace, ed in fine la felicità. Più l’idea superiore possa sostituire quella inferiore, catturando la mente la volontà, e superando la tirannia delle passioni, più regnerà sul cuore. Così i sentimenti saranno sottomessi all’intelletto e alla volontà, e l’intelletto e la volontà sottomessi a Dio; il cuore sarà stato purificato ed indirizzato verso le cose del cielo, per poter guidarmi sopra il mare tempestoso di questo mondo fino nel porto sereno dell’Eternità.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni: caratterizzazione e disordine

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni: caratterizzazione e disordine

a) Caratterizzazione

Abbiamo già fatto notare che le passioni si rapportano a ciò che sentiamo come bene o male. In breve sintesi, le passioni principali si rapportano al bene o al male nel modo seguente: si sente la gioia (la gioia dell’amore) quando il bene è presente, cioè quando si gode del bene, unendosi ad esso; si sente desiderio (il desiderio dell’amore) quando il bene è assente, bramando ad unirsi ad esso, ad essere presente ad esso (o a lui o a lei, se il bene in questione è una persona). Si sente speranza quando si desidera il bene assente di cui l’acquisto è possibile, ma difficile. Si sente coraggio quando si è rafforzati per unirsi al bene di cui l’acquisto è possibile, ma difficile. Si sente disperazione quando l’acquisto del bene è impossibile.

Ecco le passioni più comuni che si rapportano al bene; quanto a quelle più comuni che si rapportano al male invece: l’odio è la passione di allontanare da noi il male; l’ira è quella di respingerlo violentemente; la paura fa allontanarci da un male assente difficile a schivarsi; l’avversione fa schivare il male che si sta avvicinando; la tristezza si cruccia del male presente insuperabile.

b) Disordine

Quanto al disordine delle passioni, ripetiamo che sono radicalmente disordinati in conseguenza del Peccato originale. Il disordine consiste innanzitutto nel loro attaccamento ad oggetti inadeguati, cioè falsi – come quando si concepisce l’amore per ognuno che passa per strada, sprecando energie psichiche nell’ammirare la loro bellezza, come ammirare le sempre mutevole forme e colori attraverso un caleidoscopio; oppure quando si concepisce timore, tristezza, ira rispetto a qualcosa che non è un male affatto – come un rimprovero.

Il disordine può consistere ugualmente nell’eccesso di una determinata passione: si può sentire un amore appassionato per qualcuno a cui occorre piuttosto l’amore di amicizia, o temere disordinatamente un incontro innocuo. Le passioni esercitano una forza particolare secondo il dato carattere di una persona: in un appassionato predomina l’amore; in un collerico l’ira; in un malinconico la tristezza. Esperienze di infanzia, soprattutto quelle traumatiche, predispongono l’individuo verso uno di questi tipi di carattere o rinforzano tendenze caratteriali già presenti in lui, esacerbando così le passioni. Le passioni vengono consolidate dalle abitudini, così che col passare del tempo divengono difficili da gestire o persino da discernere.

Ci possiamo poi trovare nella posizione che il salmista descrive con le parole seguenti: ‘Là hanno temuto dove non c’era il timore’ – vale a dire: dove non c’era motivo ragionevole per temere – un pensiero che si può anche applicare più largamente: Là hanno amato dove non c’era l’amore; odiato dove non c’era l’odio; là si sono arrabbiati dove non c’era la rabbia…

Abbiamo descritto le passioni come ‘moti impetuosi con una ripercussione sul corpo’. Stiamo proseguendo con calma le attività quotidiane: subitaneamente ci attaccano l’organismo: la paura stringe il cuore, mi fa impallidire; l’ira accende un fuoco spingendo verso la violenza; l’amore dilata il cuore, trascinando all’unione; la tristezza mi inonda, paralizzandomi. Quanto è duro dominare le proprie passioni, anche dopo anni di ascesi! Quanto è duro comportarsi sempre con calma e pace, e sempre secondo la fede e la ragione. La tempesta infuria: i venti, le onde, le correnti scuotono e sballottano la barca del corpo; la spazzano via dal corso.

Le passioni disordinate ci possono far male in modi diversi: ci possono trascinare nel peccato: la paura di disturbare qualcuno (il rispetto umano) mi chiude la bocca; l’ira ci fa offendere; l’amore disordinato contamina i rapporti con altrui, la tristezza ci fa pigri. Inoltre ci rubano la pace di animo, il prezioso bene. La pace dell’animo ci permette di vivere raccolti nella presenza di Dio e di essere aperti alle Sue ispirazioni; costituisce la maggior parte della felicità terrena.

Proviamo a lavorare sulle passioni: ad assoggettarle alla ragione ed alla fede: per poter compiere i vari doveri di questa vita come si devono, e vivere in una pace inalterabile in presenza del nostro amorevolissimo Dio.

Maria, Regina Pacis, ora pro nobis! 

Angele Pacis, ora pro nobis! 

Sancte Angele noster Custos, ora pro nobis!

Nos cum prole pia, benedicat Virgo Maria!  Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le passioni

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Introduzione

Continuiamo presentando il lavoro che occorre fare su se stessi. Avendo considerato i sensi, svolgiamo un sguardo adesso sulle passioni: altrimenti conosciute come le emozioni. Ora le passioni vengono descritte come: ‘moti impetuosi dell’appetito sensitivo rispetto a ciò che si sente come bene o male con una ripercussione sul corpo.’ L’amore, per esempio (la passione principale), è un movimento impetuoso verso un bene apparente, con una ripercussione fisica nella dilatazione del cuore; l’ira fa correre il sangue al cervello; la paura ci fa impallidire ecc.

I sensi e le passioni appartengono a ciò che si chiama la facoltà sensitiva dell’anima: la sua capacità di sentire. Questa facoltà la condividiamo con gli animali, come abbiamo già sopra accennato, che usufruiscono anche essi i sensi e le passioni. I sensi e le passioni servono a noi, come anche a loro, per discernere tra ciò che è proficuo e ciò che è nocivo nel mondo che ci circonda: per poter approfittare del positivo, ed evitare, o superare, il negativo.

Due sono le differenze, però, nella facoltà sensitivo, tra gli animali e noi. Le sensi e le passioni degli animali non sono in nessun modo soggetti alla razionalità; non sono neanche minimamente disordinati. I sensi e le passioni umani, invece, hanno una qualità razionale che trasforma il sentimento in qualcosa di comprensibile, e sono inoltre sottomessi alla padronanza della ragione; per di più sono disordinati in conseguenza del Peccato originale: non siamo come gli animali che sono sempre moderati nella ricerca dei piaceri dei sensi, e nell’uso delle passioni.

Il fatto che le passioni sono parzialmente disordinati e fuori controllo, non significa, però, che siano cattive di per se stesse, come mantengono i Stoici ed i Buddisti; piuttosto sono state create buone, poi danneggiate, ed ora vanno moderate: un’opera meritevole che fa parte (e non la minima parte) del lavoro che bisogna fare su se stessi.

Non siamo come gli animali, dunque, che hanno solo le passioni per aiutarli, e nient’altro: abbiamo noi una facoltà più alta di loro, cioè la razionalità: la ragione e la volontà. Le passioni ci indicano cosa c’è del bene e del male nel mondo intorno, ma bisogna valutare i loro dettami secondo la ragione, e poi agire in conformità alla realtà. Bisogna giudicare se la persona o la cosa che sentiamo di essere buona sia davvero buona; se quella che sentiamo di essere cattiva lo sia di fatti. Il nostro compito è di reagire al vero bene al vero male nel modo adeguato. Questa persona antipatica è nociva e da evitare? Questa persona simpatica è buona e da accogliere? Non ci lasciamo portare via dalle emozioni: dall’odio, dall’amore, dalla paura, dalla tristezza: ma controlliamole e moderiamole, utilizzandole come forze per fare il bene ed evitare o superare il male, e per divenire persone migliori.

In questa faccenda imitiamo nostro Signore Benedetto, e la Madonna, che erano, e sono, padroni completi delle passioni – non sopprimendole ma, immuni al Peccato originale, vivendole secondo lo stato di natura pura. Nostro Signore ad esempio, secondo la testimonianza della Sacra scrittura, sentiva la forza delle passioni, ma le adoperava in modo adatto alle circostanze: pianse su Gerusalemme; amava il discepolo san Giovanni; si arrabbiava contro i mercanti nel Tempio; fu preso dalla paura nell’orto: ma tutto secondo il giusto peso, la giusta misura e proporzione.

Sono loro i nostri modelli in questo ed in tutto. La moderazione delle passioni è una meta difficile, ma seguendo il loro esempio e chiedendo il loro aiuto, la raggiungeremo con sicurezza, alla loro eterna gloria.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

I sensi interni

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Nel corso delle meditazioni sulla vita interiore, più particolarmente sul lavoro da compiere su se stessi, abbiamo prima considerato i sensi esterni. Passiamo adesso a guardare quegli interni. Ora i sensi interni sono due: la fantasia e la memoria. Mentre la memoria è indipendente dalla fantasia, la fantasia dipende tipicamente dalla memoria, tirando immagini da questa fonte di ricordi ricca e feconda, per combinarle e manipolarle come a noi piace.

Questi sensi esistono per fornirci della materia su cui possiamo operare; ci permettono anche di comunicare piacevolmente con altrui, servendoci di immagini amene e vivide prese dall’esperienza di vita. Comunque ci sono due pericoli inerenti all’uso di questi sensi che vale la pena da evocare.

Il primo è la perdita di tempo e di energie.

Il malinconico guarderà indietro su avvenimenti o periodi della vita quando le cose non andavano bene, su peccati, su fallimenti reali o immaginari: e di nuovo si considera come vittima, e si rattrista. Si sofferma sul negativo, si lascia affondare in un declino psichico; il superbo, invece, guarderà indietro sui suoi successi, reali o immaginari, medita sui doni naturali o sovrannaturali ricevuti, si indulge in autocompiacimento, egoismo, o arroganza; l’irascibile si nutrirà dell’ira alla memoria di offese; il libidinoso si pascerà sul pascolo della sensualità.

Quanto tempo si perde con tali fantasticherie, chiudendosi nel proprio mondo privato e suonando ripetutamente come un pezzo di musica o come un filmato i ricordi del passato! Quanto tempo prezioso, quante energie si perdono, che si sarebbero potute applicare a qualche utile attività: come fare del bene a qualcheduno o a se stessi, pregare, o semplicemente alzare il cuore a Dio, se questi pensieri ci vengono mentre camminiamo o lavoriamo. Così si sarebbero anche potuti guadagnare meriti per l’eternità. Bisogna dunque uscire da se stessi, dal mondo del passato: oscuro, difficile da comprendere e da valutare, prestandosi ad essere modellato secondo al temperamento del soggetto e ai propri sentimenti passeggeri.

Se il primo pericolo è dunque la perdita del tempo, l’inerzia, l’omissione, il secondo è il peccato.

Il malinconico si lascia scoraggiare, divenire pusillanimo, perdere fiducia in Dio, abbandonare la speranza; il superbo, l’irascibile, il libidinoso, si indulge nel vizio che lo caratterizza. Peccati mentali si commetteranno e spingeranno ad azioni. La fantasia crea sceneggiature dove il sognatore si immagina vittima, adulato, vendicatore, amante.

Il demonio entra per alzare il volume della musica, per così dire, o del filmato, per intensificare il colore delle immagini, per sopraffarci con quei ricordi vani e vuoti affinché viviamo nel passato o in un futuro immaginario, e giammai nel presente dove la salvezza si deve realizzare. Persino il cattolico impegnato a condurre una buona vita, o un vita migliore, o che vuol dare tutto per condurre la vita la migliore che possa, può cadere in queste reti del nemico, estese per coglierlo all’insaputa nell’uso dei sensi interni. Peccati passati, mancanze, errori, le sciocchezze della giovinezza assieme a tutte le sue inettitudini diverranno materia non per un resoconto sobrio e realista, ma per l’interna angoscia. ‘Cosa ho fatto della mia vita? Dovrò dare un conto di tutto quello nel giudizio, forse presto’. E così l’anima viene trascinata via da Dio, dal Creatore, dal Padre Celeste, di Cui il figlio prodigo dubita dell’amore, via dal Figlio Divino Che ha dato la vita per salvarlo, e che ha dato tutto per assicurargli l’eterna felicità. Falsa umiltà, che è piuttosto l’orgoglio, lo fa bramare di aver vissuto una vita perfetta, ma perché? per amor di Dio o per amor di sé? Sorge un senso di disperazione: tutto è perso, tristezza costante, uno spirito abbattuto, sconsolabile.

Bisogna gettare le nostre preoccupazioni su Dio e prendere coraggio. Viviamo nel presente: il presente è adesso. Il valore del passato è che ci insegna come agire nel presente e nel futuro. Le pene che ci portano le offriamo a Dio; alla luce del passato diveniamo umili, illuminati da uno spirito di compunzione, consapevoli della nostra debolezza, ma calmi, sereni, ed allegri.

Per quanto riguarda la memoria e la fantasia, impariamo a rigettare subito pensieri immorali, e non trattenerli né con la fantasia né con la volontà. Lo stesso vale per pensieri inutili, su cui osservano i santi che la mortificazione di pensieri inutili è la morte di pensieri immorali.

Il rimedio più efficace per superare i pericoli inerenti a questi due sensi è di applicarci con serio e con attenzione alle faccende del momento: studi, lavoro, impegni quotidiani; e se la mente è libera, alziamola a Dio. Proviamo a fare bene queste attività, guidando la memoria e la fantasia in modo forte con l’intelletto e la volontà.

In fine, popoliamo la memoria con delle belle immagini della Sacra Scrittura e degli scritti sublimi dei santi – l‘immagine della Rosa rossa della Passione del Signore, quella di Nostra Signora, Stella del Mare, alzata lontano al di sopra dell’oceano tempestoso di questo mondo: chiamandoci via dal passato e dai peccati del passato, alla gloriosa aurora della vita eterna. Amen.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Le virtù teologali

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Guardiamo adesso alla pratica delle virtù teologali per il convertito. Prima una parola su tutte e tre; poi consideriamo l’una dopo l’altra.

Introduzione

San Giovanni della Croce ci insegna di applicare le tre facoltà della mente all’oggetto delle tre virtù teologali: l’intelletto all’oggetto della Fede; la volontà a quello della Carità; e la memoria a quello della Speranza.

Ciò significa che l’intelletto, che è orientato verso la verità, si deve indirizzare verso la Verità Stessa, Dio santissima Trinità, e verso tutte le verità che sono incentrati su di Lui, essendo questo l’oggetto della Fede.

La volontà, invece, che è orientata verso il bene, si deve indirizzare verso il Bene Stesso che è sempre Dio santissima Trinità , per amare Lui ed il prossimo in Lui, cioè nello stato di grazia.

Quanto alla memoria, san Giovanni intende che bisogna utilizzare quel fondo di ricordi, di immagini e di conoscenze, che costituisce la nostra memoria, solo in vista dell’Eternità: per raggiungere l’eterna beatitudine, che è l’oggetto della Speranza.

Chiaramente le virtù teologali ci illuminano su come pensare ed agire in modo giusto in qualsiasi campo della vita. Vediamo adesso come ci possono illuminare rispetto alla conversione.

     a. La Fede

Abbiamo già accennato ad alcune verità di Fede relative alla conversione, alle quali aggiungeremo adesso delle altre: Peccati confessati nel sacramento della penitenza con la giusta contrizione vengono perdonati; normalmente, dopo la penitenza imposta dal confessore, occorre anche una riparazione, normalmente tramite sofferenze o su questa terra o in purgatorio; atti di contrizione (anche mentali) e sopratutto lo stato costante di contrizione che si chiama ‘compunzione’, valgono per questa riparazione; una parte essenziale della confessione è il proponimento di non peccare piu’, un proponimento che Dio ci aiuterà a mantenere con la Sua Grazia; la vita è un viaggio che conduce al Cielo, una battaglia nella quale il vincitore sarà premiato con la vita eterna.

Meditando su queste verità vorremmo mettere in valore due virtù in particolare che occorrono per un convertito: il coraggio e la gratitudine.

     i) Coraggio

Stiamo viaggiando verso il Cielo: viaggiando non solo temporalmente ma anche spiritualmente, sulla via del perfezionamento. Se stessimo attraversando la campagna e ci fossimo accorti alla sera di aver perso la strada, non ci sederemmo disperati senza avanzare, piuttosto ci faremmo coraggio, rintracceremmo i passi e ricominceremmo di nuovo. Così anche per la vita spirituale, bisogna prendere coraggio in due modi: per intraprendere la via difficile che si ha davanti, e per non lasciarsi abbattere dal pensiero dei peccati passati. Ricordiamoci che la via conduce al Cielo ed il Signore Stesso ci accompagnerà per raggiungerlo.

La vita viene intesa nella Sacra scrittura non solo come un viaggio, ma anche come una battaglia. Ora, se fossimo svantaggiati in guerra, non ci scoraggieremmo, nè abandoneremmo la lotta, ma ci raggrupperemmo e torneremmo all’attacco. Nella guerra in cui ci siamo impegnati abbiamo ancor più motivo di coraggio che in quasiasi altra guerra, essendo il Signore Stesso il Re. Nell’ Imitazione di Cristo (I 11) leggiamo: ‘Se… come soldati valorosi di Cristo, ci sforzassimo di non abbandonare la lotta, vedremmo subito scendere dal cielo l’aiuto del Signore, che sostiene chi combatte fiducioso nella Sua grazia; e anche ci procura Lui Stesso le occasioni di lotta affinchè vinciamo.’ La vita è un viaggio: viaggiamo; la vita è una battaglia: lottiamo.

D’altronde, la vita consiste nel bene e nel male, e conduce al bene (se ci impegnamo). Perchè meditare sul male e non sul bene? sul negativo piuttosto che sul positivo? su ciò che non è piuttosto che su ciò che è? Col peccato avevamo scavato un buco nella terra e ci siamo cascati dentro. Perchè tornare dentro il buco? Piuttosto ringraziamo Dio che non siamo nell’abisso senza fondo che è l’Inferno.

Anche per coloro che ci sono intorno, per la propria vita in società, è più bello prendere coraggio piuttosto che abbattarsi. Ognuno ha la propria croce: portiamo la nostra con serenità, e con gioia spirituale; così aiutiamo pure gli altri.

Santa Teresa d’Avila dice: ‘Se uno non è perfetto, è necessario maggior coraggio per camminare sulla via della perfezione che non divenire subito martire.’ (Vita 31.17). Procediamo dunque attaccando un difetto dopo l’altro, e chiediamo aiuto ai Martiri.

     ii) Gratitudine

Meditando sul bene che abbiamo ricevuto nella conversione e sul bene che ci aspetta in Cielo, pensiamo ai salmi che parlano spesso della peccaminosità e  delle sofferenze umane, e della misericordia divina che da esse ci salva, che ci riporta alla terra ferma: et iterum reduxisti me.

Ci conforta quando leggiamo nella sacra Scrittura dell’operazione della divina misericordia anche nella conversione dei più gandi patriarci e santi. Fu il re Davide stesso che scrisse i salmi della misericordia divina; ed anche san Pietro e san Paolo furono testimoni viventi di questa eccelsa virtù.

Scrive san Pietro Crisologo (sermone 8): ‘La misericordia libera i peccatori e salva i santi. Se non ci fosse stata, l’adulterio di Davide gli avrebbe fatto perdere la divina promessa; la negazione di san Pietro lo avrebbe privato del primato sugli altri apostoli; Paolo il bestemmiatore sarebbe rimasto perseguitatore. San Paolo lo riconosce quando dice: ‘Io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia.’ (I Tim. 1. 13). ‘Beati i misericordiosi, loro ottennerano la misericordia.’ (Mt. 5.7).’

Questo suscita in noi un sentimento di grande gratitudine. Se avessimo fatto un viaggio difficile e fossimo finalmente arrivati ad una cena, non passeremmo il tempo raccontando le miserie del viaggio, ma piuttosto ci allegreremmo con grande riconoscenza delle belle cose ottenute.

Dove sarei io adesso se Dio non mi avesse dato la Grazia della conversione? Dove avrei finito la vita? Quale posto si stava preparando per me nell’Inferno? Anche quando sono tentato ad occuparmi in modo ossessivo e morboso dei peccati passati occorre un deciso atto di gratitudine: non guardo il negativo del passato, bensì il positivo del presente; non la mia malvagità, ma la Bontà di Dio.

     b. La Speranza

La Fede ci porta dunque ad avere coraggio ed a ringraziare Dio: ci porta, in una parola, alla Speranza. Sant’Agostino, commentando il passo del vangelo di san Luca su chi cerca un pesce, un pane o un uovo, intende questi oggetti come la Carita’, la Fede, e la Speranza.

‘Quanto alla speranza, penso che si raffiguri nell’uovo. Non c’è speranza che nella misura di qualcosa che non è ancora realizzato, e l’uovo non è ancora il pollo… la speranza ci spinge a prendere qualche distanza dalle realtà presenti per vivere in attesa delle realtà venture: non torniamo sul passato, ma con l’Apostolo… ‘dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù’ (Fil. 13. 13-14)…

‘Mettiamo la nostra speranza in quello che non è ancora dato, ma che sarà e non passerà mai… Non siamo come la moglie di Lot: guardava indietro… e fu trasformata in una colonna di sale… Siate protesi, protesi con tutto il vostro essere, verso ciò che deve avvenire, senza più pensare al passato… ‘non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne.’ (2 Cor. 4. 18). Badate di non guardare indietro, sfidate lo scorpione che minaccia l’uovo: ecco, attacca con la coda, da dietro.’

Occorre un’ultima parola sulla fiducia. San Tommaso la chiama una forma intensa di speranza. Abbiamo già accennato che in momenti di angoscia al pensiero dei propri peccati, soprattutto nell’ora della morte, bisogna fare un atto di fiducia: ‘Gesù io confido in Voi’. Un atto di fiducia in Lui opera, si dice, come una saetta di oro che ferisce il Sacratissimo Cuore e Lo inclina infallibilmente alla misericordia.

     c. La Carità

Dopo la conversione, quando riflettiamo sui peccati passati e su tutto il tempo che abbiamo perso, quando ci paragoniamo con altri che hanno quasi sempre evitato il peccato, che sono fedeli a Dio e modelli di virtù già fin dall’età della ragione, ricordiamoci della parabola della vigna: Come mai sono stati premiati coloro che hanno lavorato solo l’ultima ora del giorno con lo stesso denaro di quelli che hanno lavorato tutta la giornata nel calore del sole, se non perchè hanno lavorato con un amore più grande, più fervoroso?

Scrive san Gregorio Magno nel sermone 33 su santa Maria Maddalena: ‘Cos’è l’amore se non un fuoco, ed il peccato se non la ruggine? Per quello le sono stati perdonati i suoi numerosi peccati. Come se il Signore avesse detto: ha dato interamente fuoco alla ruggine del peccato, poichè lei brucia del fuoco ardente dell’amore. La ruggine del peccato viene tanto più completamente decapata quanto più fortemente brucia il cuore del peccatore nel fuoco della carità’.

Il compito nostro sarà dunque di vivere il resto dei nostri giorni su questa terra unicamente per amore di Lui, in uno spirito di fervore, di immolazione, di oblazione, di compunzione: per la Sua gloria e per la santificazione delle nostre anime.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Lode a Dio

+ In nomine Pater et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Non è forse una meraviglia che siamo stati salvati dalla propria miseria, dal leone ruggente, dai tori, dal cane, dal lago della terra inferiore, dall’abisso, dalla notte eterna? La nostra conversione non è forse una meraviglia di Dio infinitamente più grande dei più grandi compimenti degli uomini? Concludiamo questa serie di discorsi, dunque, con un passaggio da sant’Agostinio sulle meraviglie di Dio.

‘Molte sono le meraviglie che Tu hai fatto, o Signore Dio mio’ scrive il santo, nel commentario sui salmi, riferendosi al figlio del mondo, aggiunge: ‘Vedeva le grandi cose degli uomini, intenda le meraviglie di Dio. Il Signore ha fatto molte cose mirabili: a queste volga il suo sguardo. Perché han perso valore per lui? Loda l’auriga che regge quattro cavalli che corrono senza cadere e senza farsi male: forse il Signore non ha compiuto miracoli spirituali di tal genere? Regga la lussuria, regga l’ignavia, regga l’ingiustizia, regga l’imprudenza, movimenti questi che troppo disciolti generano i vizi, li regga e li sottometta a se stesso, tenga le briglie e non sarà da essi trascinato via; li guidi dove vuole, non sia portato dove non vuole. Lodava l’auriga e sarà lodato come auriga; gridava affinché l’auriga fosse rivestito dell’abito del trionfo, sarà invece lui rivestito dell’immortalità. Questi doni, questi spettacoli, organizza Dio. Chiama dal Cielo: Vi guardo; combattete, vi aiuterò; vincete, vi incoronerò. Molte cose mirabili Tu hai fatto, o Signore Dio mio; e nei Tuoi pensieri non c’è chi Ti assomigli. 

‘Ora guarda l’istrione. L’uomo infatti con grande sforzo ha imparato a camminare sulla fune, e mentre è in equilibrio, tiene Te sospeso. Guarda ora l’Impresario di più grandi spettacoli. Costui ha imparato a camminare sulla fune, riuscirà forse a camminare sul mare? Dimentica il tuo teatro, osserva il nostro Pietro, che non è un funambolo ma, se così posso dire, un mariambolo. Cammina anche tu, non su quelle acque su cui, per simboleggiare un’altra cosa, camminò Pietro, ma su altre acque, poiché questo secolo è un mare: un mare che ha la sua nociva amarezza, ha l’ondeggiare delle tribolazioni, le tempeste delle tentazioni; ha nel suo seno uomini che, come i pesci, godono del male altrui e a vicenda si divorano; qui cammina, calca questo mare.

‘Vuoi guardare? Sii tu lo spettacolo. Non venir meno, guarda Colui che ti precede e dice: Siamo divenuti spettacolo per questo mondo, per gli angeli e per gli uomini. Calca il mare, se non vuoi essere sommerso dal mare. Ma non andrai, non camminerai sul mare, se prima non te lo avrà ordinato Colui che per primo ha camminato sul mare. Così dice infatti Pietro: Se sei Tu, comandami di venire a Te sulle acque. E poiché era Lui, ha udito la richiesta, ha soddisfatto il desiderio, ha chiamato colui che camminava, ha sollevato colui che stava per essere sommerso.

‘Queste meraviglie ha fatto il Signore, guardale; e la fede sia l’occhio dello spettatore. E fa’ anche tu altrettanto; perché anche se i venti soffieranno, anche se i flutti ruggiranno, e l’umana fragilità ti spingerà a qualche timore per la tua salvezza, hai Chi chiamare e dire: Signore, perisco! Non ti lascia perire Colui che ti ha ordinato di camminare. Poiché ormai cammini sulla Pietra, non aver paura in mare; se tu non poggiassi sulla Pietra, affonderesti nel mare, perché è appunto su tale Pietra che si deve camminare, perché essa non è sommersa dal mare.’ Deo Gratias!

+ In nomine Pater et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

L’impegno

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

‘Uscì il seminatore a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada… un’altra cadde fra i sassi… un’altra cadde tra le spine… e un’altra cadde sulla terra buona…’ (Mc. 4). In questa parabola nostro Signore Benedetto spiega che: ‘Il seminatore semina la parola’, la quale nel primo caso viene portata via da satana; nel secondo viene subito accolta dagli ascoltatori con gioia, ‘ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti, e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della parola, subito si abbattono.’ Nel terzo caso ‘sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e l’inganno della ricchezza e tutte le altre concupiscenze, soffocano la parola, e questa rimane senza frutto’; nel quarto caso, invece, la parola porta molto frutto.

La parola in ciascun caso presenta all’ ascoltatore una visione cristiana delle vita che ci può far comprendere ad esempio la sofferenza, la virtù, l’Eternità; comportando con se pure un invito alla conversione. Tre classi di persone non si convertiranno però, una classe, invece, sì.

La prima classe di persone viene raffigurata dalla terra dura lungo la strada. Secondo i padri della Chiesa ed i santi, queste persone hanno il cuore indurito dall’abitudine del peccato, che perciò non accoglie la parola di Dio. Satana di fatti porta subito via la parola a loro predicata e li spinge a tornare ai loro soliti peccati.

La seconda classe viene raffigurata dalla terra tra i sassi dove la terra, essendo sassosa, offre ai semi poco terra per le radici: Sono persone indurite dai piaceri, che vedono la parola di Dio come opposta ai loro libidini e vizi. Le persecuzioni private o pubbliche, minacciando la loro vita, le loro ricchezze e gioie, li fanno ammollare la parola. Quando l’avevano sentita, hanno odiato magari l’avarizia o il libidine, ma trovandosi susseguentemente di fronte all’oggetto del loro vizio, essendo induriti nelle cattive abitudini, di nuovo ci cedono.

La terza classe di persona è come la terra tra le spine: Qua il seme ha più terra, ma viene impedita dal crescere tramite le spine. Queste rappresentano le ricchezze e le sollecitudini del mondo che disturbano, pungono, e tormentano la mente; che la feriscono quando spingono al peccato, e impediscono al ricco di pensare sovente alle cose divine. Le spine soffocano e distruggono i semi crescenti della parola, prima che non possa portare il frutto maturo della virtù.

Le sollecitudini si possono intendere pure della moglie e della famiglia che preoccupano l’anima e non la permettono di raccogliersi in pace o di fiorire nella cura delle cose divine. Le ricchezze sono ingannatrici perché si presentano come il vero tesoro del cuore in cui sta la vera gioia, ma sono finite e offrono solo una gioia temporanea e surrogata; anzi l’amore per le ricchezze quante volte porta al peccato e fino all’Inferno?

La terra buona, invece, secondo san Tommaso, è la coscienza buona degli eletti, la mente dei santi. Ciò riceve la parola di Dio con gioia, desiderio, e con devozione del cuore, mantenendola in prosperità e in avversità, portandola avanti nel futuro per dare molto frutto.

Tra le quattro classi persone che accolgono la parola, dunque, tre non si convertono, cioè a causa dell’indurimento nel peccato e nei piaceri, le concupiscenze (soprattutto l’avarizia), e le sollecitudini della vita.

E noi, quando magari un amico ci ha invitati ad un piccolo ritiro, una notte di preghiera, una conferenza spirituale, un pellegrinaggio; o quando abbiamo ammirato qualcuno per la sua devozione o virtù, o abbiamo sentito una frase di critica intesa per un altro ma che valeva anche per noi – quando in tal modo la parola di Dio ci ha toccati, quale frutto ci ha portato? Gli uccelli l’hanno subito portata via? La abbiamo subito accolta con gioia, ma poi siamo tornati ad una vita di piacere? O le sollecitudini della vita, la ricerca di guadagno, la sensualità, o l’orgoglio l’hanno soffocata?

Oppure ci siamo impegnati? e abbiamo portato frutto, molto — o poco? Guardando in dietro sul passato sicuramente ci ricordiamo di momenti di spiritualità che abbiamo condivisi con amici che hanno reagito diversamente: per uno significò poco o niente, per un altro una gioia passeggera, per un altro la svolta determinante della vita.

Dopo aver ricevuto la grazia iniziale, occorre un impegno per farla fruttificare: una battaglia contro il peccato mortale o contro le tre concupiscenze, un distacco del cuore dalle preoccupazioni della vita, che servono solo come fonti di mortificazioni da offrire a Dio, per poter crescere nella Carità, nella pazienza e nell’umiltà, per guadagnarci meriti per l’Eternità.

Molto utile per questo impegno è di mantenere vivo in mente il ricordo della grazia iniziale: il pensiero dell’Eternità, della Passione del Signore, o del bell’esempio di virtù che abbiamo testimoniato, il senso del nostro nulla, o della morte. Questo ci mette in confronto con la realtà affinché non viviamo più in un mondo di fantasia e di sogni, ma secondo la realtà, realisticamente: per la salvezza delle nostre anime.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La compunzione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

‘Il pubblicano, invece, fermatosi a distanza, non osava neanche alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto, dicendo: “O Dio abbi pietà di me, peccatore.” ’ Questa è l’espressione classica della contrizione, che ha un gran potere presso Dio. Sant’ Antonio da Padova commenta: ‘Il pubblicano… non osa avvicinarsi a Dio, affinché Dio si avvicini a lui; non osa guardare, per essere da Dio guardato; si percuote il petto, si punisce da sé, perché Dio lo risparmi; confessa il suo peccato perché Dio lo perdoni. E Dio lo perdona perché lui riconosce il suo peccato.’

La Chiesa insegna che la contrizione ha gradi diversi, e nel suo grado più alto, quello della contrizione perfetta, basta per il perdono dei peccati, anche fuori dal sacramento della Penitenza. Ma non possiamo mai presumere di aver raggiunto quel grado di contrizione, non potendolo verificare. Per questo san Pio X insegna nel catechismo che, se siamo nello stato di peccato mortale, bisogna sempre confessarci sacramentalmente prima di ricevere la santa Comunione.

La preghiera russa ‘Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, abbia pietà di me, peccatore’ deriva dalla preghiera del pubblicano, e viene tipicamente recitata in modo costante, in risposta alla parola del Signore di pregare sempre. Ciò insegna che la contrizione possa avvenire come atto (ad esempio la frase che si recita dopo l’autoaccusa delle colpe in confessione come ‘atto di contrizione’), oppure come uno stato costante dell’anima.

Questo stato di contrizione viene espresso nel salmo 50: ‘… iniquitatem meam ego cognosco: et peccatum meum contra me est semper. Tibi solo peccavi, et malum coram te feci… Conosco la mia iniquità: e il mio peccato è sempre contro di me. A te solo ho peccato, e ho fatto male davanti a te.’

La contrizione, come stato costante dell’anima, si chiama ‘compunzione’. Consiste in un atteggiamento di odio e di rifiuto dei propri peccati passati e della propria malvagità, nonché di umiliazione davanti alla Maestà infinita di Dio. Comporta con sé la sfiducia completa in noi, e la fiducia completa in Dio, in Dio solo, nella Sua infinita misericordia.

Se l’atto di contrizione è potente per cancellare i nostri peccati, lo è ugualmente la compunzione: ‘Un cuor umiliato e contrito, o Signore, non disprezzerai’. Facciamo notare che il latino cor humiliatum et contritum si traduce giustamente come ‘un cuore umiliato’ e non (come talvolta si trova) un ‘cuore umile’; e che contritum nel latino ha un senso più estremo della parola italiana ‘contrito’, il cui significato letterale è esser affranti dal dolore, ridotti alla polvere.

La compunzione è capace non solo di cancellare i peccati, ma anche di santificarci. Padre Faber scrive: ‘Se c’è qualcosa che possa durare tanto a lungo quanto la nostra vita è il sentimento di compunzione. Ha avuto un ruolo attivo nel nostro ritorno a Dio, e non c’è una vetta di santità così alta che essa non scali con noi.’ Si legge ad esempio nella biografia di san Luigi Gonzaga che il suo atteggiamento costante di compunzione per parole peccaminose che abbia pronunciate nella fanciullezza (pur essendo inconsapevole del loro senso) contribuisse non poco alla sua santificazione.

Si dice che il demonio negli ultimi momenti della vita tenta spesso in modo più forte di far perdere l’anima all’uomo: Questo lo fa, soprattutto mostrandogli i suoi più gravi peccati per sedurlo alla disperazione e alla sfiducia in Dio. Abbiamo già accennato al pericolo di lasciarci inondare da quei flutti di dolore. Il modo migliore di uscirne è di fare subito atti fervorosi di fiducia in Dio.

La necessità della compunzione si vede quando si riflette sullo scopo della vita. Lo scopo della vita non è semplicemente di raggiungere il cielo senza morire nel peccato mortale, bensì di raggiungere quel grado di gloria in cielo che Dio provvede per noi dall’eternità: lo scopo non è semplicemente vivere senza staccarci completamente da Dio, bensì perfezionarci, santificarci ed unirci quanto intimamente possibile a Dio ed alla Sua Gloria.

Dunque, per il motivo di santificarci, ciò che ci occorre non è solo fare atti puntuali di contrizione per liberarci (con la grazia divina) dal peccato, bensì lo stato costante di contrizione: occorre la compunzione. Siamo tutti peccatori. Come dice san Giovanni Evangelista: ‘Se diciamo che non abbiamo peccato, siamo bugiardi’. Dunque utilizziamo il ricordo amaro dei nostri peccati per santificarci.

La compunzione cancella i peccati e ci santifica: la compunzione ha una forza straordinaria presso Dio. San Girolamo scrive: ‘Umile lagrima del cuore: tu sei una regina, tu sei onnipotente; tu non temi il tribunale del Giudice, tu imponi silenzio ai tuoi accusatori; nulla ti arresta; tu hai accesso al trono della grazia, e non te ne allontani mai con le mani vuote; e la pena che tu causi al demonio è per lui più terribile della stessa pena dell’Inferno. Tu trionfi sull’Invincibile, tu leghi ed obblighi l’Onnipotente. La sola preghiera Lo intenerisce, ma l’anima che piange pregando, Gli è irresistibile: la preghiera è un olio che Lo dispone ad esaudire, le lagrime sono uno strale che gli ferisce il cuore, e Lo forza ad agire.’

E’ vero che non tutti abbiamo la grazia di piangere il nostro peccato con le lacrime degli occhi, come nei primi tempi della Chiesa e nella tradizione della Chiesa orientale. Il padre certosino Augustino Guillerand commenta che le lacrime di cui si tratta qui sono ‘le lagrime autentiche del cuore’, le quali possono essere facilmente soffocate dallo sforzo di produrre ciò che è solo il loro segno esterno… sono un movimento interamente interno e spirituale che viene suscitato solamente dallo spirito d’amore: lo deve chiedere con piena fiducia e poi tranquillamente aspettare.

E’ una fiamma chiara e pura che salta in alto come da un bracere nascosto; illumina la mente e tocca le corde del cuore; smuove l’anima fino nelle sue profondità, facendola vibrare quasi da un fremito celeste, che la solleva sopra di sè, così da far esclamare: ‘Mio Dio!’ in un modo tutto nuovo. Poi la distanza che la separa da Colui Che si fa conoscere a questo modo, il ricordo dei peccati che hanno causato quell’abisso, Gesù in croce Che espiava i nostri peccati, la Madonna ai Suoi piedi, l’Inferno che punisce il peccato senza toglierne il debito: tutti questi pensieri ci sgorgano nella mente, cessando di essere pensieri e divenendo immagini. Tutto ciò preme l’anima come un frutto maturo e fa scorrere lagrime suavi ed inebrianti dagli occhi.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La contrizione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen. 

Dopo una conversione, una questione importate da risolvere è come guardare i peccati passati. San Giovanni Cassiano asserisce che è molto salutare riflettere su di essi. Ed è vero che questo esercizio ci porta presto all’umiltà. Quando siamo tentati di parlare, oppure pensare, male degli altri, un rimedio sicuro e sempre pronto è proprio quello di rivoltare lo sguardo verso noi stessi: voglio gettare una pietra, ma chi sono io per farlo? Non avrei peccato pure io? Sono forse meglio di lui o di lei? Se non ho peccato nello stesso suo modo, avrei peccato in altri modi, e pure modi più colpevoli: lui ha peccato per debolezza, forse; io invece per malizia – ad esempio pensando male di lui, come ora; oppure io ho ricevuto molte grazie a cui non son stato fedele; lui meno grazie, ma ne è stato fedele; se lui avesse ricevuto le grazie che ho ricevuto io, sarebbe forse già santo.

Quando siamo tentati al peccato, oppure quando ci sentiamo gonfiare dall’orgoglio, pensando anche che siamo meglio degli altri, o che gli altri o anche Dio Stesso si devono sottomettere a noi, pensiamo ai nostri peccati passati e così diveniamo presto sobri ed umili.

Un pericolo

Ma qua c’è un pericolo per coloro che meditano intensamente sui peccati e che sono inoltre portati agli scrupoli o alla superbia.

Gli scrupolosi, meditando sui peccati passati, possono cadere nell’ansia, nella tristezza smisurata, nello scoraggiamento, e persino nella disperazione, pensando al male commesso, alla rigorosa severità del giudizio, ed alle pene del Purgatorio o persino dell’Inferno. Circumdederunt me dolores mortis, mi circondarono i dolori della morte: mi sento consegnato spiritualmente alla stessa morte; mi afferra la paura della morte fisica quando sarò giudicato per ogni male compiuto su questa terra; mi afferra la paura della morte eterna che potrei aver meritato.

I superbi corrono lo stesso rischio: perché riconoscere la propria peccaminosità li priva della consolazione di quel mondo della fantasia in cui così beatamente vivevano finora, dove erano loro gli dei: ormai quel mondo è tutto crollato e non vedono se stessi più che come un nonnulla, degni solo della condanna.

Il demonio si insinua volentieri in questo subbuglio dell’anima per farci maggiormente soffrire, aumentando o accentuando i tormenti con cui ci affliggiamo, suscitando immagini vergognose nella memoria: ‘Hai fatto questo, hai fatto quello, ti ricordi? Vedi come ti sei comportato verso Dio; verso te stesso; verso i genitori, il prossimo, il marito, la moglie, i figli!’

Oggigiorno non pochi fedeli reagiscono dicendo: ‘Bisogna perdonare se stessi’. Il beato Cardinal Newman constata invece: ‘Non dobbiamo mai perdonare noi stessi.’ Infatti bisogna essere realisti e riconoscere che, peccando, abbiamo agito liberamente contro Dio, il Sommo Bene, e che Lui solo ci può perdonare. Riconoscere questo infatti ci rende umili e più graditi a Lui. Se la sofferenza al pensiero dei peccati passati ci troppo opprime, bisogna staccarcene e affidarci interamente all’infinita Misericordia di Dio.

San Giovanni della Croce ci ammonisce di trattenerci sul pensiero del passato solo fin quanto ci serva all’umiltà, ma non di più. Se ci porta all’autolesionismo e ci allontana da Dio, come il nostro nemico desidera, bisogna resistere e non riflettere più sul passato. ‘Il vostro avversario, il diavolo gira cercando chi possa divorare: a cui bisogna resistere forti nella fede. E Voi, o Signore, abbiate misericordia di noi. Grazie a Dio… cui resistite fortes in fide. Tu autem Domine miserere nobis. Deo gratias.’

Il difetto dominante

I. La sua natura
Ciascuno di noi ha un temperamento particolare che comprende tutto il nostro modo di sentire, giudicare, simpatizzare, volere ed agire. Questo temperamento va perfezionato da ognuno di noi mediante la pratica delle virtù cristiane. Ciò che può impedire quest’opera di perfezionamento, oppure eventualmente portarci alla rovina eterna, è ciò che si chiama ‘il difetto dominante.’

Padre Garrigou-Lagrange OP lo descrive come: ‘Il nostro nemico domestico albergante al nostro interno… talvolta è come una fessura nel muro che appare solido ma non lo è: come una crepa, impercettibile a volte ma profonda, sulla splendida facciata di un palazzo: un palazzo che un scossa vigorosa potrebbe far crollare fino alle fondamenta.’

Allo stesso modo come una crepa, possiamo scorgere il nostro difetto dominante, ma pensare che esso sia superficiale e non scavi in profondità; oppure, scorta in passato ma intonacata, non la si nota più. Prudenza impone, invece, che, se la crepa nel muro viene vista, la si esamini e se ne valuti la profondità: forse c’è effettivamente un problema strutturale che minacci l’intiero edificio.

Esempi di difetti dominanti sono: la debolezza morale, la pigrizia, la gola, la sensualità, l’irascibilità, e la superbia. Il difetto dominante può informare e caratterizzare il nostro temperamento intiero, compromettendo la nostra virtù dominante, la quale è, per citare di nuovo Padre Garrigou – Lagrange: ‘La felice tendenza della nostra natura’, la quale dovrebbe svilupparsi e crescere con l’aiuto della Grazia. Questa virtù dovrebbe se stesso determinare il temperamento di ognuno.

Valutiamo l’esempio di qualcuno di temperamento passivo, paziente, docile e rassegnato, la cui difetto dominante e’ la debolezza morale, la cui virtù dominante è la dolcezza. Se il difetto dominante prende il sopravvento, la persona sarà preda del rispetto umano, della codardia morale, dell’ irriflessiva conformità alle convenzioni ed alle mode del Mondo, preda dell’indulgenza eccessiva, fino al punto talvolta di perdere completamente le sue forze, anche fisiche.

Non sarà più dolce e mite, bensì semplicemente debole; sebbene si consideri, come anche tutti gli altri lo considerino, dolce, mite, buono, e gentile. La vera dolcezza è andata schiacciata, soppressa, e distrutta dalla debolezza morale. Similmente, alcuno di un temperamento forte può avere come virtù dominante la forza d’animo nell’affrontare l’ingiustizia; come difetto dominante, invece, l’irascibilità e la rabbia. Il pericolo per costui è il dar libero sfogo alla sua irascibilità, cosicché la sua forza d’animo degeneri in violenza irragionevole nelle parole, nelle opere, e nei pensieri, il che può procurare danni indicibili agli altri, ma sopratutto a se stesso.

E’ essenziale quindi, innanzitutto, riconoscere il difetto dominante e poi combatterlo. Scoprendo la debolezza morale in noi, avremo da contrastarla, chiedendo assiduamente a Dio di farci forti, per far fronte ai nostri doveri ed alle nostre responsabilità, ed alle spiacevoli sfide che in continuazione la vita ci pone, anche se nessuno ci osservi per riprenderci per il fatto di essere negligenti o disimpegnati.

Accorgendoci, invece, che siamo irascibili, bisogna lavorare su noi stessi con la Grazia di Dio and sottomettere la nostra irascibilità ad un controllo rigoroso, e di conseguenza, imparare la dolcezza e la docilità, anche se (come nel caso di sant’ Ignazio Loyola e san Francesco de Sales) questo può comportare un lavoro di molti anni.

Ma in fin dei conti, se siamo al mondo per perfezionarci, non trattasi qua di un lavoro importante? – almeno sullo stesso livello dei doveri del nostro stato di vita, dei nostri impegni quotidiani, e delle opera di carità tramite cui possiamo cercare di aiutare il prossimo. Non si devono amare se stessi, allora, come si ama il prossimo? E il proprio perfezionamento morale non è forse il vero amore per se stessi?

Se le motivazioni di tutto il nostro agire sono viziate – dall’orgoglio per esempio, allora sarà viziato anche tutto il nostro agire; se siamo deboli, invece, allora rinunciamo a molte azioni buone che avrebbero portato a loro volta a molte conseguenze positive; se siamo irascibili e rabbiosi, combiniamo attorno di noi, secondo la parola dello stesso padre Garrigou-Lagrange, ‘ogni tipo di disordine’; se siamo critici verso gli altri e nutriamo e coltiviamo le antipatie, allora contravveniamo costantemente al comandamento del nostro Signore di amare il prossimo.

Col passare del tempo, il difetto dominante diviene abitudine, ed informa e colora tutto il nostro temperamento, cosicchè divenga per noi cosa naturale sentire, giudicare, pensare, ed agire secondo la sua influenza; e perciò diviene per noi difficile riconoscere la presenza di quel difetto, perchè di esso ci siamo gia’ totalmente impregnati.

Oppure, se lo individuiamo, difficilmente lo ammetteremmo – soprattutto se siamo superbi. Ma se pure individuiamo la presenza di questa crepa nel muro, e la ammettiamo altresì, rifuggiamo dal volerla esaminare se siamo moralmente deboli, o se temiamo la conversione, e, con ciò, il dover cambiare le abitudini e la vita intera.

Nel frattempo entra il demonio con le sue astuzie. Lui conosce bene il nostro difetto: ci lavora sopra sin dall’inizio della nostra vita. E` lui stesso che ha intonacato la crepa e l’ha verniciata, o aiutatoci a farlo. Aumenta la nostra cecità nel non vederla, la nostra superbia nel non ammetterla, la nostra paura di dover poi ricostruire tutto l’edificio, se ciò si ha da fare.

II. Come scoprire il difetto

Abbiamo detto che il difetto dominante può informare e colorare il nostro temperamento intiero: il modo in cui sentiamo, giudichiamo, simpatizziamo, eserciamo la volontà, e agiamo. Se lo potessimo identificare, per trasformarlo, potremmo gradualmente cambiare il temperamento per il meglio e divenire persone migliori: più amorevoli verso Dio e verso il prossimo; più in pace; più pieni della luce della Grazia; più felici; più in grado di diffondere la luce di Dio in questo mondo e nel Cielo.

Sarebbe una grande grazia, dice padre Garrigou-Lagrange, incontrare un santo che ti potesse dire: “Questa è il tuo difetto dominante; questa è la tua virtù dominante. Con questa virtù devi vincere il difetto, e poi informare e colorare tutto ciò che fai, pensi, e dici: i tuoi sentimenti, i tuoi desideri, la tua visione di tutto.” Questa virtù è, per così dire, il veicolo nel quale bisogna avanzare attraverso il mondo con generosità e determinazione sulla via dell’unione con Dio.

Sarebbe davvero una grazia trovare un tale santo, ma altrimenti come possiamo scoprire il difetto dominante? Scoprirlo all’inizio della vita spirituale o della nostra conversione, è cosa relativamente facile. Ma col passare del tempo, ci abituiamo, e giudichiamo tutte le cose nella sua luce; si impadronisce dell’anima, e, scendendo poi nel più profondo del nostro essere, si presenta persino come parte di noi stessi. Ci abituiamo: anzi ci identifichiamo con esso e non ce ne possiamo più separare. Dopo essersi ben radicato in noi (osserva il nostro colto e saggio teologo) ripugna ad essere smascherato e combattuto, perché vuol regnare in noi e su di noi: si nasconde, anche dietro l’apparenza di virtù.

La debolezza si traveste negli abiti poveri dell’umiltà; l’orgoglio in quelli della magnanimità; l’ira nell’apparenza di giustizia e di santo zelo. L’uomo, il maestro dell’ autoinganno, finisce per vantarsi proprio di quel difetto che è il suo peggior nemico, e lo esalta come se fosse una virtù. Se il prossimo ci accusa di quel difetto, rispondiamo con convinzione: “Caro mio, avrò pure tanti difetti ma ti assicuro che questo non è fra loro.” Anche se lo dovesse menzionare il Direttore spirituale, scuotiamo solennemente la testa, e le giustificazioni si presentano prontamente alla mente. Di fatti il difetto dominante eccita facilmente le passioni: le comanda come maestro ed esse obbediscono all’istante. Il suo bell’aspetto e la sua forza ci spingono verso l’impenitenza. Vediamo un esempio notevole in Giuda il traditore, pessimus mercator: la parsimonia conduce all’avarizia, l’avarazia alla tradizione, la tradizione all’impenitenza.

Intanto, il nemico della nostra anima che conosce quel difetto, ne fa uso per suscitare problemi dentro di noi ed intorno a noi: conflitti, scontri, sgradevolezze, e tumulti: tempeste nella anima, tempeste negli incontri con altrui. Nella cittadella della vita interiore, il difetto dominante rappresenta il punto debole, non difeso dalle virtù. Qui regna come un nemico all’interno delle mura: nascosto, travestito, e potente. Il demonio conosce il difetto, quel nemico interno: sa precisamente dove si situa e lavora con esso per distruggere la cittadella. Se noi stessi lo ignoriamo, allora non lo possiamo combatterlo. Se non lo possiamo combattere, non possiamo avere una vera vita interiore, e perciò faremo solo pochi progressi in questo mondo.

Come dunque trovarlo? Primo con la preghiera: “Mio Dio, che cosa è che mi fa resistere alla Vostra Divina Grazia? Vi prego di darmi la forza di sottomettermi ad essa. Liberatemi dai miei legami, per quanto possa essere doloroso.” Secondo, esaminiamo la nostra anima con realismo spietato: Qual è il tema delle mie solite preoccupazioni – al mattino quando mi sveglio e quando sono da solo? Dove se ne volano i pensieri e i desideri spontaneamente? Qual’ è per me la solita causa della tristezza e della gioia? Qual’è in genere la motivazione delle azioni e dei peccati? Qual’è per me la natura delle tentazioni, ed il motivo della resistenza alla Grazia (in particolare quando mi allontana dalle preghiere o mi distrae in esse)? Terzo, cosa criticano gli altri in me: – il mio Direttore spirituale, se ne ho uno; la mia famiglia; quelli con cui vivo; quelli che mi conoscono meglio? Quattro, in che modo mi ispira lo Spirito Santo in momenti di vero fervore? Che cosa mi chiede di sacrificare per amore di Lui? Se mettiamo in pratica queste misure con sincerità e costanza di spirito, ci troveremo faccia a faccia con quel nemico interiore che ci rende schiavi. Nostro Signore ci dice nel Vangelo di san Giovanni (8,34): “Chiunque ha commesso il peccato è schiavo del peccato.”

San Giacomo e san Giovanni volevano chiamare il fuoco dal cielo su una città che rifiutava di riceverli. Ma il Signore rimproverò questi ‘Figli del Tuono’ (Boanerges), dicendogli: “Non sapete di che spirito siete. Il Figlio dell’uomo non è venuto per distruggere, ma per salvare” (Lc. 9.55). Ma già all’Ultima Cena vediamo San Giovanni contentarsi solo a posare tranquillo la testa sul Cuor Divino del Salvatore; e alla fine della vita fece poco altro, si dice, che non di ripetere in continuazione: “Figliuoli miei, amatevi l’un l’altro.” Non aveva perso nulla dell’ardore né della sete di giustizia, ma si erano spiritualizzati ed elevati mediante una straordinaria dolcezza.

III. Come vincere il difetto dominante

Quando, con la grazia di Dio, avremo scoperto il nostro difetto dominante, bisogna prendere la ferma decisione di vincerlo. Per fare ciò, occorre un vero e stabile fervore della volontà, una ‘prontezza della volontà nel servizio di Dio’, che, secondo San Tommaso, è l’essenza della vera devozione. Ora ci sono tre mezzi principali per superare il difetto dominante: 1) la preghiera; 2) l’esame di coscienza; 3) la sanzione.

1.) La preghiera

Una volta che Dio avrà risposto alla mia preghiera per mostrarmi quale sia il difetto dominante, dovrei essere assidua e fervente nell’implorare il Suo aiuto per vincerlo. Se sono debole, pregherò: “O Dio, mia forza, datemi la forza!”; se sono irascibile: “O Dio, mia pazienza, datemi la pazienza!”; se sono sensuale: “Mio Dio e mio tutto!”… e così via. I santi hanno pregato nei seguenti modi: san Luigi Bertrand: “Signore, qui bruciare, qui tagliare, qui prosciugare tutto ciò che mi impedisce di venire a Voi, affinché possiate salvarmi per l’eternità.” San Nicola di Flue: “Mio Signore e mio Dio, prendete tutto che in me mi ostacola da Voi; Mio Signore e mio Dio, datemi tutto che mi porta a Voi; Mio Signore e mio Dio, toglietemi da me stesso e datemi interamente a Voi.”

2.) L’esame di coscienza

È assai utile fare ogni sera un esame di coscienza particolare sul difetto dominante: non solo un esame generale che è utile a tutti come parte delle preghiere serali, e cioè per valutare la vita spirituale in genere; ma il dare uno sguardo concentrato a quella debolezza in particolare che tante volte in passato è stata la causa della mia rovina.

Sant’Ignazio di Loyola considera molto benefico che i principianti annotino ogni settimana il numero di volte in cui hanno ceduto a quel difetto dominante che vuole regnare in loro come un tiranno. Padre Garrigou-Lagrange commenta: “È più facile ridere di questa pratica che non di esercitarla fruttuosamente.” Se teniamo conto dei soldi che spendiamo e riceviamo, perché non dovremmo tenere conto di ciò che perdiamo e guadagniamo nel campo spirituale, che sono poi perdite e guadagni per l’eternità?

3.) La sanzione

È anche molto utile imporre a noi stessi una sanzione o una penitenza ogni volta che cadiamo in questo difetto. La penitenza può assumere la forma di una preghiera particolare, un momento di silenzio, o una mortificazione esteriore o interiore. Questo ci aiuterà ad essere più prudenti per il futuro, e ripara la colpa e soddisfa la pena per essa dovuta. In questo modo molte persone sono guarite, per esempio, dal pronunciare bestemmie o maledizioni, obbligandosi a fare l’elemosina ogni volta che cadevano.

Nel combattimento arduo contro il difetto predominante bisogna armarci di coraggio. Potremmo essere tentati alla pusillanimità, particolarmente da parte del diavolo, pensando innanzitutto che non saremo mai in grado di sradicarlo, mai in grado di dominare noi stessi. Ma non conviene far pace con i nostri difetti: altrimenti abbandoneremmo del tutto la vita interiore, assieme all’unico scopo che abbiamo in questa vita che è cioè la perfezione. Dio ci ha comandato di essere perfetti, quindi deve essere possibile: ossia con la Sua Grazia. Il Concilio di Trento dichiara con Sant’Agostino: “Dio non comanda mai l’impossibile, ma, nel darci i Suoi precetti, ci comanda di fare ciò che possiamo e di chiedere la Grazia per fare ciò che non riusciamo.”

Un’altra tentazione alla pusillanimità viene dal paragonarci ai santi canonizzati. Ci scoraggiamo e ci diciamo che la lotta contro i difetti convenga solo a loro, perche solo loro vengono chiamati a raggiungere le regioni più alte di spiritualità e di santità, che non sono dunque per noi. Eppure, come abbiamo già detto, nostro Signore ci ha comandato tutti di essere perfetti: di amarLo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, tutte le forze, e di amare il prossimo come noi stessi. Questo, dunque, è compito di tutti, anche se il nostro amore potrebbe non essere mai così straordinario come quello dei santi canonizzati, con tutte le grazie e doni straordinari che avrebbero ricevuti.

Prima di vincere il difetto dominante, le nostre virtù sono poco più di buone inclinazioni e non vere e solide virtù con radici profonde. Quando, però, con l’aiuto di Dio, vinciamo il difetto, le virtù, sotto i raggi nutrienti della Carità, divengono ferme e forti. La Carità, cioè l’amore di Dio e delle anime, viene a regnare nelle nostre anime attraverso la virtù dominante; trasforma il nostro temperamento, rendendoci più veri, più noi stessi: noi stessi senza i nostri difetti, noi stessi nella Carità, in Dio. La pace entrerà nell’anima assieme alla gioia interiore che porta con sé: la pace che è la tranquillità dell’ordine che abbiamo ristabilita nelle anime con la mortificazione, cioè con la lotta contro il proprio male.

Ci apriamo a Dio come un fiore che si apre al sole: non facciamo più di noi stessi il centro di tutto, come quando regnava in noi il difetto dominante. Ormai facciamo riferire tutto solo a Dio: pensando sempre a Lui, vivendo sempre per Lui, e riconducendo a Lui tutti quelli che incontriamo. Dio ha esaudito la nostra preghiera: ci ha tolti da noi stessi per farci interamente Suoi; non abbiamo perso nulla: solo il nostro male; e abbiamo guadagnato il nostro vero essere: il nostro vero essere in Lui.

Deo Gratias!

La grazia iniziale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Vari sono i motivi della conversione: un raggio di luce sovrannaturale può entrare nel cuore per illuminarci sulle verità della Fede, guardando ad esempio un quadro del Signore nell’orto di Getsemani o sentendo un canto della Chiesa ed accorgendoci subitaneamente che il Signore ha davvero vissuto su questa terra e davvero ha sofferto un’infinità di dolore per noi, per ciascuno di noi: Ave verum Corpus natum ex Maria Virgine… vere passum, immolatum in cruce pro homine.

Oppure ci può convertire la sofferenza personale: la perdita di una fortuna, di una madre, o di un figlio amato da noi sopra ogni altro – tragedie di qualunque genere che ci fanno cercare l’abbraccio amorevole di Colui Che solo conosceva e conosce la amarezza della sofferenza fino alla fine: usque in finem, e il solo Che può consolare un cuore spezzato dal dolore.

Un altro impeto può essere l’intuizione della propria miseria, paragonandoci magari con una persona di grande virtù di cui uno dice ‘Tutto ciò che faceva era perfetto.’ ‘Quanto sono misero’, mi dico cominciando a guardare l’elenco di tutti i miei peccati, la mancanza di impegno, la superficialità di tutto ciò che faccio, la pigrizia, la tiepidezza, l’inaffidabilità, l’egoismo.

Un altro motivo ancora è il pensiero dell’Eternità, osservando la vanità ed il carattere passeggero delle cose quaggiù: la nullità dei progetti e delle speranze di questo mondo, l’instabilità della felicità terrena, l’appassire della giovinezza, della bellezza, della vita che corre come un fiume verso il mare; la morte che richiama conoscenti e famigliari, con cui un giorno mi diverto e che un altro giorno non ci sono più; o leggendo un libro come ‘L’Apparecchio alla morte’ di sant’Alfonso de’ Liguori, riflettendo sulle Verità eterne: sulla morte e sul giudizio che inesorabilmente mi aspettano, così mi stacco dalla vita presente e comincio a bramare la vera vita, la vita nella pienezza, nella sua stabilità eterna.

Guardiamo questa donna dura e superba, ricca, spiritosa, come è ridotta: il marito l’ha lasciata per un’altra, il figlio è morto in un incidente, prende un lavoro semplice ma non sa ancora come pagare le tasse. La sofferenza l’ha invecchiata e non è più l’oggetto di lode o di ammirazione dei conoscenti. Fa compassione agli amici: ‘Poverina, ha perso tutto! La vita com’è crudele!’ Ed in fatti perso che ha l’amore, la fortuna, la bellezza, non ha più su cui appoggiarsi – se no su Dio. Va a trovarLo nel Santissimo Sacramento, ‘si versa il suo cuore alla Sua presenza’, versa il nardo dell’alabastro spezzato del cuore davanti a Dio: la sua unica speranza. Torna alla pratica della fede, si confessa, assiste alla santa Messa, prega. Il tempo passa e pian piano il cuore si trasforma, si amorbidisce, ed ella diviene una persona compassionevole, un appoggio, una madre, per molti.

E quest’altra donna, umile e generosa, di cuore buono ed affettuoso, portata dalle circostanze della vita nelle cattive compagnie. Si dà il cuore e l’affetto agli uomini, si lancia la barca dell’anima sul mare agrodolce degli affetti umani, nel mare turbulento delle passioni: sballottata dalle onde, dalle correnti e dai venti dell’amore impuro, della rabbia, della tristezza, della disperazione, nella notte delle menzogne e dei tradimenti, perso il timone, persa la bussola, perso Dio: dans la nuit éternelle emportés sans retour.

Già superato i settanta anni frequenta sempre le compagnie mondane, ricercata ed amata per la personalità allegra ed attraente: beve, ride, racconta storie sconcie, avida di pettegolezze, dando scandalo e cattivo esempio. Un giovane, però, vedendola, e commosso di compassione e di timore per la sua salvezza, comincia a svolgere ogni giorno preghiere fervorose per lei a Dio. Mesi passano, anni, fin quando un giorno, guardando i funerali del papa e meditando sul suo coraggio e la sua forza di spirito, all’istante si converte. Assiste ad un corso di catechismo, diviene membro della Chiesa, si confessa, comincia a pregare, cambia vita. Il cuore, fatto per Dio, si stacca da amori minori e si attacca a Lui; si raccoglie in se stessa, si raggiunge la pace profonda. ‘E’ un’altra persona!’ dicono gli amici.

Non dimentichiamo di pregare per la conversione dei peccatori, anche per i conoscenti e per i propri famigliari. Chi sa chi abbia pregato per noi e per quanto tempo, mentre anche noi eravamo lontani da Dio, sul mare amaro del mondo, persi, senza orientamento, rei di morte; quando abbiamo detto: Io sono perfetto, ‘io sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla’, invece ero ‘né caldo né freddo… infelice, miserabile, povero, cieco, e nudo.’ (Apc. 3.)

Emitte lucem tuam et veritatem tuam: ipsa me deduxerunt et adduxerunt in montem sanctum tuum et in tabernacula tua: Mandate la Vostra luce e la Vostra Verità, o Signore, nelle tenebre della mia anima, e nelle tenebre di tante altre: nelle tenebre dell’ignoranza e del peccato, per illuminarci sullo stato dell’anima, come lo è in rapporto a Voi, o Eterna Verità, Eterna Bontà, il nostro Ultimo Fine, la nostra Eterna Felicità! Conduceteci al Monte santo Vostro, cioè alla Vostra santa Chiesa, ed al Vostro tabernacolo, affinché ci possiamo dimorare con Voi tutti i giorni della nostra vita.

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La carne: il nemico interno

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

I tre nemici dell’uomo

‘La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti’ (Efesini 6, 12).

La nostra battaglia non è dunque una battaglia fisica contro nemici fisici che ci possono arrecare danni meramente fisici: come la sofferenza di questa vita e la morte del corpo; bensì una battaglia spirituale contro nemici spirituali: perché il male vero e proprio è un male spirituale, cioè offendere Dio e soffrirne le conseguenze che sono i patimenti eterni e la morte eterna, sia del corpo che dell’anima. Il male fisico paragonato con questo male è di poco conto. ‘Piacesse a Sua Maestà’, dice santa Teresa d’Avila, ‘che temessimo ciò che dobbiamo temere e che comprendessimo che ci può venire un danno maggiore da un solo peccato veniale, che da tutto l’inferno unito assieme.’

Questa è la battaglia di cui consiste tutta la nostra vita con i progressi, con le cadute, con le vittorie e le sconfitte, con le ferite, con il coraggio che susciteremo o con la codardia a cui cederemo, e, in una parola, con la gloria con cui saremo premiati alla fine o la vergogna con cui saremo puniti.

Chi sono i nostri nemici se non sono gli uomini,le bestie, e le malattie? Sono tre di numero: il Mondo, la Carne, ed il Demonio, o piuttosto tutta una milizia di demoni, radunata assieme per rubarci del nostro bene più prezioso che è cioè l’anima immortale: per conservare questa dai loro attacchi, per purificarla e per perfezionarla siamo stati creati, e stiamo lottando ad ogni momento della vita.

Fare il bene ed evitare il male: fare il dovere verso Dio ed il prossimo, il dovere dello stato della vita, fare il bene che ci ispirano lo Spirito Santo e l’angelo custode; evitare gli atti, le parole, i pensieri cattivi: Agendo così facciamo progressi nella vita spirituale e guadagnamo vittorie; non agendo così cadiamo in dietro, soffriamo ferite, sconfitte, diveniamo preda al Demonio.

Come agiscono i nostri nemici? Il Demonio agisce o direttamente sull’anima introducendo pensieri o immagini cattive, sconcie, contro la carità, la castità, e tutte le virtù cristiane, suscitando o aumentando passioni sregolate; agisce indirettamente tramite il Mondo, ossia tramite gli uomini che sono i nemici di Gesù Cristo. Questi uomini possono essere o consapevoli o inconsapevoli: tentando di abbinare il loro inveterato edonismo con una pratica superficiale della fede e delle virtù. I massmedia, le cattive compagnie, l’esempio di personaggi pubblici, sono tutte trame per far passare il messaggio diabolico e mortifero: ‘Coroniamoci di rose prima che avvizziscano.’

Ma il Demonio ed il Mondo non ci possono fare il minimo male, se non attraverso il terzo nemico che è la Carne. Questo è il nemico interno: il nemico dentro al castello, dentro alla cittadella dell’anima. I nemici esterni non possono entrare nell’intimità della persona senza la collaborazione del nemico interno che regna sull’anima da tiranno nascosto e crudele.

Ora la Carne significa la dimensione morale della natura caduta: una delle conseguenze del Peccato Originale di cui il demonio fu l’istigatore e, per così dire, lo scenografo. Consiste nella concupiscenza degli occhi, nella concupiscenza della carne (nel senso stretto) e nella superbia della vita, o, in altre parole: possessi, piaceri, onori goduti in modo disordinato: senza riferimento a Dio, distolti dal loro giusto orientamento a Dio. Costituisce la fonte interna del peccato che è un movimento che ci allontana da Dio e porta verso l’uomo; via dall’infinito verso il finito, via dall’ordine verso il caos; via dall’essere verso il nulla. Questo disordine dell’uomo e’ ciò di cui il demonio approfitta per attaccarci o direttamente o indirettamente, portandoci alla rovina.

………………….

Le tre concupiscenze come fonte di peccato

Nel commentario sui salmi sant’Agostino constata che: ‘questi tre generi di vizi, cioè il piacere della carne, la superbia, e la curiosità, racchiudono tutti i peccati. Mi sembra che essi siano elencati dall’apostolo Giovanni, quando dice: non vogliate amare il mondo, perché tutte le cose che stanno nel mondo sono concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita.’ Lo stesso sant’Agostino fa notare in seguito che sono le stesse tentazioni con cui il demonio tenta il Signore Stesso, dopodiché l’evangelista commenta che il demonio parte: ‘dopo avere esaurito ogni tentazione.’

Immagini che le illustrano

Le tre concupiscenze sant’Agostino le vede espresse nelle immagini seguenti:‘gli animali del campo, gli uccelli del cielo, e i pesci del mare che percorrono le vie del mare.

‘In modo quanto mai preciso sono raffigurati negli animali dei campi gli uomini immersi nei piaceri della carne, stato dal quale non si innalzano a niente di arduo, a niente di faticoso. Infatti il campo è anche la via larga che conduce alla morte, ed è nel campo che è ucciso Abele…

‘Vedi poi ora negli uccelli del cielo i superbi, a proposito dei quali leggiamo: hanno messo la loro bocca in cielo. Guarda come siano trasportati in alto dal vento coloro che dicono: innalzeremo la nostra lingua, le nostre labbra sono con noi, chi è il nostro Signore?

‘Considera anche i pesci del mare, cioè quei curiosi che percorrono le vie del mare, ossia ricercano nell’abisso di questo mondo le cose temporali; le quali, simili alle vie che si aprono nel mare, all’istante svaniscono e scompaiono come l’acqua che subito si ricompone dopo aver fatto posto alle navi che passano o a qualsiasi altra cosa che transita o nuota in essa. Non ha detto infatti soltanto: camminano per le vie del mare, ma percorrono, mostrando così lo sforzo tenacissimo di coloro che ricercano le cose vane e passeggere’.

Come vincere il nemico interno

La vita, come abbiamo detto, è una battaglia spirituale che vinceremo se ci impegniamo a condurre una buona vita. Abbiamo visto più precisamente che il nemico principale con cui devono collaborare i nemici esterni per poterci far male è quello interno: la Carne. Per questo i nostri sforzi si devono concentrare su vincere quel nemico: agendo così, vinceremo la battaglia intiera, e il demonio non ci potrà più toccare.

‘Questi demoni ci spaventano tanto’ scrive santa Teresa d’Avila, ‘perché noi ci vogliamo spaventare con i nostri attaccamenti agli onori, alle ricchezze, ai diletti: e allora essi, unendosi con noi che ci facciamo nemici di noi stessi, amando e cercando ciò che dovremmo aborrire, ci faranno molto danno, poiché, consegnando nelle loro mani le nostre armi con le quali dovremmo difenderci, li induciamo a combatterci. Questa è cosa che fa molta compassione.

‘Ma se noi aborriamo tutte queste cose per Dio, ci abbracciamo alla Croce e cerchiamo di servire veramente il Signore, vedremo che il Demonio fugge queste verità come noi la peste. Egli è l’amico delle menzogne, anzi è la menzogna stessa. Non verrà a patti con chi cammina nella verità.

‘Ma quando il Demonio s’accorge che l’intelletto è oscurato, abilmente cerca di accecarlo del tutto: se vede uno già tanto cieco da porre il suo riposo in cose vane come sono le cose di questo mondo che sembrano un giuoco da bambini, subito egli comprende che costui è un bambino, lo tratta come tale e osa lottare con lui e anche molte volte.’

Prendiamo dunque sul serio ciò che è serio, e la salvezza dell’anima è ciò che è il più serio che ci sia. Cosa ci attrae, cosa ci trascina, cosa ci fascina ancora? La carne, i possessi, gli onori? l’indulgenza, la gola, la sensualità, il denaro, l‘avarizia, la curiosita’, le conoscenze inutili, la superbia, l’egoismo, l’ammirazione e la lode? Impegniamoci per vincere questi costituenti delle tre concupiscenze per toglierci dal potere del demonio.

‘La vita non è un giuoco’ scrive san Giovanni Crisostomo, ‘poiché non finisce nel riso, bensì piuttosto porta danni estremi su coloro che non sono intenzionati ad ordinare le proprie vie con severità.’ Amen.

Deo Gratias.

I sensi esterni

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Innanzitutto mediteremo sui sensi esterni. La prima cosa da dire sui sensi esterni è che nello stato della natura caduta essi cercano piaceri fino ad un grado disordinato, senza occuparsi troppo della questione della loro liceità. Si può dire di fatti che il corpo cerca soprattutto i piaceri illeciti senza badare ai dettami delle facoltà superiori dell’anima: cioè dell’intelletto e della volontà. I sensi, e parliamo qua principalmente dei sensi della vista, dell’udito, del gusto, e del tatto, sono come porte aperte tramite cui entrano nell’anima impressioni, tra le quali si insinua furtivamente il sottile veleno dei proibiti diletti.

Per questo motivo occorre un’attenzione tutto particolare nell’uso dei quattro sensi: a ciò che guadiamo, ascoltiamo, gustiamo, e tocchiamo.

Quanto alla vista è già chiaro che bisogna evitare l’oscenità, ma anche non soffermarci su ciò che ci possa eccitare la sensualità, e condurre più avanti a pensieri o fantasie fuori luogo. Per mantenere uno spirito di raccoglimento ci è utile altresì di non cedere costantemente ad uno spirito di curiosità – guadando in giro a tutti che passano o, come gli animali, a tutto ciò che si muove intorno.
Quanto all’udito, non ascoltiamo niente che sia contraria alla purezza, alla carità, all’umiltà e alle virtù cristiane, perchè, come dice san Paolo: ‘le conversazioni cattive corrompono i buoni costumi.’ O non sappiamo come una sola parola, oppure un’allusione o persino una insinuazione possa bastare per seminare nel cuore un’idea malsana che più tardi si può coltivare e trasformare in desiderio? Ma anche se non siamo a rischio di esser trascinati verso i desideri più bassi, tali discorsi ci tolgono la pace, terniscono la purezza di un’anima che ama Dio, e tirano un velo di oscurità sopra la luce della speranza pura ed innocente. I discorsi contro la carità, invece, nelle parole di padre Tanquerey su cui ci appoggiamo in questo articolo, ‘causano divisioni perfino nelle famiglie, diffidenze, inimicizie, rancore.’

Se ci troviamo in cattive compagnie, non partecipiamo alle loro conversazioni, vigiliamo anche sulle minime parole, cambiamo discorso, testimoniamo uno spirito autenticamente cattolico, o, se possibile, ci sottraiamo e evitiamo di frequentare tale persone pel futuro. A cosa servono queste compagnie d’altronde, se no di perdere tempo prezioso, e di contaminare l’anima sia moralmente che spiritualmente?

Per mantenere uno spirito di raccoglimento, è bene inoltre, come abbiamo già fatto notare nel caso della vista, di non ascoltare tutto ciò si dice intorno, per non mancare a niente. ‘Cosa?’ chiediamo, ‘Cosa ha detto?’ quando qualcuno fa un’osservazione che abbia forse interessato o fatto ridere tutti i presenti. Raccogliamoci piuttosto, tacciamo e non indulgiamo sempre la curiosità.

Quanto al gusto, da evitare è l’eccesso di quantità, varietà, e raffinatezza. La quantità può essere o nei pasti o nel mangiare fuori pasti; la varietà viene proposta dal consumismo della società che ci trascina verso una cornucopia sempre crescente di prodotti ricercati. Perché collaborare? E a cosa serve la raffinatezza? Come mai cerchiamo il migliore in tutto? Siamo modesti nel mangiare! E’ cosa buona fare un piccolo rinunzio ad ogni pasto: a volte non prendere di più di qualcosa che ci piace, a volte non prendere il sale o lo zucchero. Proviamo in somma ad evitare ogni eccesso: anzi a non soddisfare pienamente ognuno nostro più piccolo desiderio. Pensiamo al Re dei re che ha scelta liberamente la povertà in tutte le cose.

Una parola sul tatto. Ovviamente occorre la massima cautela nei rapporti con altrui per quanto riguarda questo senso che, più di tutti gli altri, è preda alla natura caduta. Non prendiamo delle libertà con altrui, sapendo bene che non solo noi ma anche loro sono vulnerabili al disordine sensuale.

*

Vediamo come occorre un lavoro costante e serio sull’anima. Questo lavoro, per essere efficace, però, si deve abbinare ad un lavoro parallelo sul corpo. Il corpo in fatti è unito strettamente all’anima e questi due principi della persona umana si influiscono potentemente a vicenda. San Paolo scrive: ‘Castigo il corpo e lo riduco in schiavitù’. Nostro Signore Gesù Cristo aveva raccomandato ai discepoli la pratica moderata del digiuno e dell’astinenza, la mortificazione della vista e del tatto. Abbiamo già accennato sopra a queste pratiche, ma vogliamo concludere con qualche altro consiglio sul lavoro da fare sul corpo: non solo lodevole di per se stesso, ma che anche tende a consolidare e rinforzare il rispetto e controllo che dovremmo avere di noi stessi.

La modestia del corpo e la buona creanza ci forniscono un largo campo di mortificazione: portare vesti richieste dalla propri condizione: decenti, semplici, modeste, pulite, senza vanità o affettazioni; camminare modestamente, schivare un contegno singolare, tenere il corpo dritto, non abbandonarci mollemente sulla sedia o sull’inginocchiatoio; non cambiare posizione troppo di frequente, evitare movimenti bruschi e gesti disordinati. Sono mezzi di mortificarci senza pericolo per la salute, senza attirare l’attenzione, e che ci danno intanto grande padronanza sul corpo, e di conseguenza, anche sull’anima: come anche conviene a membra di Cristo, tempi dello Spirito Santo, chiamati a servirLo fedelmente con tutta la vita. Amen. Deo Gratias!

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

I doni dello Spirito Santo

+ In nomine Patri et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

A Pentecoste lo Spirito Santo scese sugli apostoli – nella compagnia della Santissima Madre di Dio – con i Suoi sette doni, affinchè loro andassero tra la gente, ubbidendo al comandamento del Signore: ‘Andate ed insegnate a tutti i popoli’. Questi sette doni vengono comunicati ad ogni cristiano nel battesimo, vengono completati nella Cresima, e sono accessibili a noi quando conduciamo una buona vita e li chiediamo nella preghiera.

Ora, si possono dividere i doni in due categorie: la categoria dei doni intellettuali che illuminano l’intellegenza, e la categoria dei doni affettivi che rafforzano la volontà.

I doni puramente intellettuali sono la scienza, l’intelletto, ed il consiglio.
La Scienza dà un’intuizione sulle cose create nel loro rapporto a Dio: un’intuizione per esempio sulla natura: il sole, l’acqua, i fiori, e gli uccelli. San Francesco godeva di questo dono, guardando le creature (ad esempio nel Cantico del sole) come figli di Dio, creature che lo muovevano alla gioia, al ringraziare ed al glorificare Dio incessantamente. Oppure il dono della scienza può dare un’intuizione sullo stato della nostra anima nel suo rapporto con Dio: un’intuizione di ciò di cui ha bisogno per la sua santificazione. È salutare chiedere il dono di scienza per conoscere in particolare il proprio vizio dominante: cosa principalmente ci muove al peccato? Una volta scoperto, questo vizio si può combattere; una volta vinto ci libera dal vincolo del male.

Il dono dell’Intelletto, invece, dà un’intuizione sulle verità della Fede in se stesse o nel loro rapporto l’una coll’altra – un’intuizione che può avvenire quando, leggendo la Sacra Scrittura, capiamo più profondamente qualche verità di Fede, come la Presenza Reale di Nostro Signore Gesù Cristo.

Il dono del Consiglio è la perfezione della prudenza: ci dice cosa fare o consigliare agli altri, quando una decisione è importante o difficile, e quando la ragione non ci basta. Il dono del consiglio possedevano in alto grado santi come santa Caterina da Siena; di questo dono parla il Signore quando dice: ‘Quando vi consegneranno nella loro mani, non preoccupatevi di come o di cosa dovrete dire, perchè vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire’. Nell’ora delle decisioni importanti e difficili bisogna sempre pregare per questo dono. Troppo spesso agiamo su un impulso o sul parere della prima persona che incontriamo. Dimentichiamo che Dio ha un progetto per noi in tutto, e se chiediamo aiuto a Lui, Lui ci illuminerà.

Il quarto dono di cui trattiamo è quello della Sapienza. Questo dono è allo stesso tempo intellettuale ed affettivo. È come un raggio di sole che illumina e riscalda simultaneamente: illumina l’intelligenza e riscalda il cuore. Per questo, rinforza la Fede, la Speranza, e la Carità e tutte le altre virtù. Fornisce un’intuizione sia sulle cose create che sulle verità di Fede, assieme ad un gusto di loro, permettendoci di vederle e di goderle nella loro fonte e nel loro principio più alto Che è Dio Stesso. In virtù della sua pienezza e della sua sublimità questo dono vale come il dono più perfetto dello Spirito Santo.

Un esempio ne è l’intuizione ricevuta da qualche pio fedele sulla Paternità di Dio, che, già con la pronuncia dell’unica parola ‘Pater’ all’inizio del Pater Noster, non potesse andare oltre, talmente fu afferrato dal mistero del Padre Divino.

Adesso guardiamo i doni puramente affettivi: la pietà, la fortezza, il timore di Dio.

La Pietà è la Carità verso Dio come il nostro Padre. San Paolo esprime questo dono con le parole seguenti: ‘Avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo ‘Abba Pater’’ Questa Carità è allegra, generosa, ed affettuosamente ubbediente; comprende la Carità anche verso coloro che partecipano alla santità di Dio: La Santissima Madre di Dio, i santi, la Chiesa (da Sposa Immacolata di Cristo).

Il dono della Fortezza, invece, ci da la forza di compiere e di soffrire grandi cose per Dio, ossia con fiducia e senza paura – fino all’eroismo ed al martirio. Lo Spirito Santo afferra l’anima e le dà un potere che supera tutti gli ostacoli interni ed esterni. Il dono della fortezza possedeva in alto grado santo Stefano che ‘pieno dello Spirito Santo’, ‘pieno di grazia e di fortezza faceva grandi prodigi e miracoli tra il popolo’.

Questo dono ci permette ad esempio di rimanere raccolti tutta la giornata, di non lamentarci mai, di sopportare amichevolmente una persona antipatica o molesta, di non soddisfare in primo luogo i propri desideri, bensì di cedere a quelli degli altri, di accettare tutte le critiche, sia giuste che ingiuste, che si possono fare di noi. Se siamo deboli di carattere, se siamo preda al rispetto umano, se portiamo una croce pesante, preghiamo per questo dono.

Il Timor di Dio infine è una specie di reverenza verso Dio Nostro Padre. La pietà fu la carità verso Dio Padre; il timor di Dio è la riverenza verso di Lui. Questo timore non disturba l’anima, ma fa che l’anima non volle offendere il Padre benamato; ispira un senso della grandezza di Dio, un senso di pentimento profondo, anche per i nostri errori più piccoli, ed un desiderio di cercare la volontà di Dio in tutto. Effettua un rispetto per Dio ed anche per il prossimo come fratello o sorella in Cristo.

*

Preghiamo per godere dei sette doni dello Spirito Santo: preghiamo che ci illumini l’intelligenza e rafforzi la volontà: soprattutto affinchè possiamo vedere più chiaramente cosa vuole Dio che facciamo della vita in tutti i dettagli; e poi metterlo in pratica.

I sette doni sono come sette vele di una barca sulla quale ognuno di noi prende il largo. Il litorale dal quale siamo usciti è Iddio, origine e fonte di tutto essere; il litorale verso il quale ci rechiamo è Iddio, fine ultimo di ogni cosa e perfezione di tutto essere; il vento che riempie le vele della barca nel suo viaggio attraverso il mare amaro e perfido di questa vita è Iddio Spirito Santo, Suave Donatore di tutti i doni della Carità, a Cui, con il Padre ed il Figlio, sia ogni lode, gloria, ed onore per tutti i secoli dei secoli. Amen.

La Santa Eucaristia

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

(sintesi della dottrina raccolta da padre Tanquerey nel suo Compendio della teologia ascetica e mistica)

2. La Santa Comunione

La Santa Comunione effettua un’unione a Nostro Signore, una nuova unione oltre a quell’ adesione per mezzo della Fede, oltre a quell’ incorporazione per mezzo del battesimo. è un’unione che il Signore esprime con la frase: ‘Come Io vivo per il Padre, così colui che si ciba di Me vivrà per Me.’ Quest’unione è insieme fisica e spirituale.

È un’unione fisica in quanto riceviamo ‘veramente, realmente, e sostanzialmente’ il Corpo, Sangue, Anima, e Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, come il Concilio di Trento dogmaticamente lo definisce. L’unione è intima quanto quella che esiste tra il cibo e colui che se l’assimila, con questa differenza però che (nelle parole di sant’Agostino, Conf. 7, 10): ‘Non sarai tu che trasformerai in Me, come il cibo corporale: sarai tu trasformato in Me’. Quest’unione tende a rendere la nostra carne più sottomessa allo spirito e più casta, e depone in lei un germe d’immortalità.

L’unione è anche spirituale, unendo le nostre facoltà dell’ intelligenza, della volontà e del cuore a quelle del Signore. Per questo motivo la nostra intelligenza viene indirizzata verso Dio e le cose di Dio, verso le verità della Fede e le massime evangeliche, così che possiamo giudicare tutto alla luce di Dio, e sopratutto la vanità e la follia del Mondo e delle sue massime; la nostra volontà debole, incostante, egoista viene informata dalle energie Divine così che possiamo dire con San Paolo ‘Io posso tutto in Colui Che mi fortifica’; il nostro cuore viene infiammato d’amore per Dio e per le anime così che possiamo dire con i discepoli di Emmaus: ‘Non ci ardeva forse il cuore?’ alla Sua presenza.

Gradualmente dunque i nostri pensieri si modificano mentre ci chiediamo: Che farebbe il Signore Gesù se fosse al mio posto? I desideri volano verso la gloria di Dio e la nostra salvezza e dei nostri fratelli; il cuore si aderisce sempre più intimamente a Dio per Cui intraprendiamo grandi cose; i fratelli li amiamo cercando il loro bene spirituale piuttosto che godendo il loro affetto per noi e il nostro per loro.

Una parte di questo influsso Divino su di noi lo possiamo attribuire allo Spirito Santo Che vive nell’anima del Signore e, assieme al Padre, abita nella Sua Persona Divina. A Lui attribuiamo le grazie attuali che riceviamo ormai in abbondanza, le ispirazioni, la forza e l’amore, assieme alla Sua protezione e guida.

Ma a causa dell’abitazione della Divine Persone l’Una nell’Altra, è presente nell’anima non solo lo Spirito Santo, ma anche tutta La Santissima Trinità. Unendoci al Verbo Incarnato nella Santa Comunione dunque, ci uniamo anche ad Ella. La Santissima Trinità viene a noi ed in noi ‘fa dimora’ (Gv.14.23) cioè in tutta la Sua pienezza e nelle Sue relazione reciproche Divine. L’abitazione della Santissima Trinità nell’anima ci rende come un prolungamento del Verbo Incarnato e ci rende amabile alla Stessa Trinità. In questo modo la Santa Comunione è davvero un anticipato Paradiso: esse cum Jesu dulcis Paradisus (Imitazione di Cristo 1.2.8).

*

Per trarre il massimo profitto dalla santa Comunione bisogna circondarla con le dovute preghiere e disposizioni.

Preparazione

1) La preparazione deve comprendere un amore verso il Signora innanzi tutto attivo, cioè per mezzo dell’adempimento fedele dei doveri del proprio stato di vita per piacere a Lui. Il Signore disse in fatti: ‘Chi Mi ama osserva i Miei comandamenti’; e, parlando di Se Stesso rispetto al Padre: ‘Ciò che piace a Lui sempre lo faccio ’ (Gv 8.29).

2) Poi l’amore si deve cristallizzare in desiderio ardente di unirci a Lui nella Santa Eucarestia, sentendo vivamente la nostra impotenza e povertà, sospirando a Lui Che solo può fortificarci ed appagare il cuore, ed imitando infine il Suo desiderio di unirSi a noi con il quale disse: ‘Desiderio desideravi hoc Pascha manducare vobiscum.’ (Lc 22.15).

3) In terzo luogo ci dobbiamo preparare con una sincera umiltà, fondata sulla Sua grandezza e santità, e sulla propria bassezza ed indegnità, svuotando il cuore dell’egoismo e aprendolo all’intrata del Divin Re.

Risposta

La risposta da parte nostra alla santa Comunione comporta la preghiera mentale, e poi tutti i quattro tipi di preghiera vocale che abbiamo enumerati sopra.

1) Susseguentemente alla santa Comunione la prima preghiera deve essere un atto di silenziosa adorazione, di annientamento, di intiera donazione di noi stessi a Colui che ci si dà intieramente a noi. Scrive padre Tanquerey: ‘Nulla fa meglio penetrare Gesù nel più intimo dell’anima nostra quanto quest’atto di annientamento di noi stessi; povere creature, è questo per noi il modo di darci a Colui Che è tutto’.

2) Poi parliamo in modo intimo, semplice, affettuoso, ma sempre rispettoso, al Maestro ed all’Amico, Che è allo stesso tempo Dio. Ci apriamo alle Sue comunicazioni Divine, sia alle Sue parole che alle Sue disposizioni interiori ed alle Sue virtù.

3) RingraziamoLo per il dono sublime di Sè Stesso nella santa Comunione, ma anche per tutti i Suoi doni e lumi, nonche per le sofferenze e le croci che Lui, nella Sua onniscienza e nel Suo infinito amore per noi, si degna di affidarci;

4) Ci offriamo e doniamo a Lui come Lui si dona a noi nella santa Comunione, pentendoci del nostro passato e dichiarandoci pronti a fare tutti i sacrifici necessari per trasformare e riformare la nostra vita, sopratutto in un punto particolare, come può essere di superare il vizio dominante o progredire in una determinata virtù;

5) Preghiamo per tutti i nostri cari, per la Chiesa, il papa, e tutte le intenzioni le più pressanti di oggi. ‘Non temiamo di rendere la nostra preghiera universale’ dice padre Tanquerey, ‘quanto più è possibile: è questo in sostanza il miglior mezzo d’essere esauditi.’

‘Infine si termina chiedendo a Nostro Signore’, aggiunge lo stesso pio autore ‘…la grazia di restare in Lui come Egli resta in noi, e di fare tutte e ciascuna delle nostre azioni in unione con Lui, in ispirito di ringraziamento. Si affida a Maria quel Gesù da Lei così ben custodito, perchè ci aiuti a farLo crescere nel nostro cuore; e così, riconfortati dalla preghiera, si passa al lavoro.’

Deo Gratias!

La Santa Eucaristia

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

(sintesi della dottrina raccolta da padre Tanquerey nel suo Compendio della teologia ascetica e mistica)

1. L’Assistenza alla santa Messa

Nella santa Messa viene reso presente il sacrificio di Sè Stesso sul Monte Calvario di Nostro Signore Gesù Cristo. In quanto la santa Messa è identica al santo Sacrificio, lo rende presente in modo reale davanti ai fedeli; in quanto il sacrificio è offerto da Nostro Signore Stesso viene offerto in modo definitivo e perfetto. La santa Messa dà dunque ai fedeli assistenti l’occasione di godere delle grazie che emanano dal santo Sacrificio riccamente, secondo il principio tomista: ‘Più vicino si è alla fonte di una cosa più riccamente si gode della cosa’. Come devono assistere? Chiediamo prima con quale spirito e poi con quale azione.

Con quale spirito devono assisterci dunque? Con uno spirito di modestia, di annichilamento e di umiliazione, di timore reverenziale e devozione di fronte all’infinita Maestà di Dio ed alla Sua morte sacrificale per amore di noi, per quale scopo Si degna con infinita condescendenza ed umiliazione scendere sull’altare ed immolarSi davanti agli occhi di noi, miseri peccatori. Si assiste inoltre con uno spirito di detestazione dei propri peccati che furono la causa della morte sacrificale del Signore.

Con quale azione ci devono assistere? Coll’unirsi al santo Sacrificio del Monte Calvario, offrendo il sacrificio di Se Stesso del Divin Agnello al Padre ed aggiungendo ad esso il sacrificio di sè. Unendoci al Sacrificio, come assistenti alla santa Messa o, più ancora, da celebranti, rendiamo a Dio tutti gli omaggi che Gli sono dovuti, facendo nostri gli omaggi dell’Uomo Dio al Padre Divino.

Come si uniscono i fedeli al Sacrificio? spiritualmente. Il sacrificio infatti viene offerto fisicamente da Nostro Signore, sacramentalmente dal sacerdote, e spiritualmente dai fedeli. Per capire più da vicino come si uniscono spiritualmente al Sacrificio, guardiamo innanzitutto e brevemente, i fini del Sacrificio.

Ora il Sacrificio della santa Messa viene compiuta per quattro fini: per l’ adorazione, il ringraziamento, l’espiazione, e la petizione. I fini, fin quanto vengono espressi in parole, costituiscono inoltre i quattro generi di preghiera vocale. Questa preghiera, essendo offerta nella santa Messa dall’Uomo Dio, rappresenta il paradigma e l’esemplare della preghiera (vocale), o in altre parole La Preghiera in assoluto.

I fedeli si uniscono alla santa Messa unendosi spiritualmente al Sacrificio per questi fini, dunque: per adorare e ringraziare Dio, per espiare i peccati, e per chiedere grazie a Dio, sia per il mondo intiero, che per persone particolari, come per se stessi e per i propri cari.

Si uniscono a questi fini o assimilandoli semplicemente nel cuore, o esprimendoli con le parole della santa Messa. Nel secondo modo compiono in modo insigne i propri obblighi di preghiera vocale.

In di più possono approfittare dell’occasione la più proficua che ci sia per praticare pure la preghiera mentale – cioè la meditazione e la contemplazione: ossia sugli misteri ineffabili che vengono compiuti davanti a loro, e sopratutto sulla Passione e sulla Morte del Signore.

Così facendo i fedeli possono progredire lontano sulle orme della perfezione, ma saremo anche premiati da Dio che risponde generosamente alla nostra devozione. In risposta all’adorazione ed al ringraziamento offertiGli dalla santa Messa, Si china con infinita condescenza verso di noi. Quando Lo adoriamo e ringraziamo, offrendoci a Lui in ispirito di sacrificio e di gratitudine, Si occupa dei nostri interessi spirituali, tra cui la nostra santificazione che occupa il primo posto.

Rispetto all’espiazione, ci elargisce grazie attuali ed il dono della penitenza, e, secondo il concilio di Trento, quando siamo contriti e pentiti, la remissione dei peccati anche i più gravi e di una parte almeno della pena temporale dovuta al peccato – in proporzione delle disposizioni con cui vi assistiamo. La remissione della pena temporale, secondo lo stesso concilio, vale sia per i vivi che per defunti.

Rispetto poi alla petizione ed aià nostri bisogni anche da noi non espressi, Dio ci elargirà tutte le grazie di cui abbiamo bisogno come membri del Corpo mistico: per la salute dell’anima e del corpo, ‘pro spe salutis et incolumitatis suae’, per la salvezza ed il progresso spirituale.

*

Osserva padre Tanquerey: ‘Chiunque entra in questa corrente di preghiera liturgica con le disposizione volute è sicuro di ottenere per sè e per tutti quelli che gli premono le più copiose grazie’. Ciò che è già efficace per i fedeli da soli è tanto più efficace quando assistono alla santa Messa in persona e si uniscono devotamente all’azione sacrificale ed alle intenzioni del Sacerdote e Vittima divina.

La Confessione

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

i) Peccati mortali

Il peccato mortale si deve confessare con sincerità ed umiltà:
a) secondo la specie ed il numero;
b) già all’inizio della confessione (non nascondendolo tra peccati veniali o imperfezioni);
c) indicandone la causa e chiedendone il rimedio;
d) suscitando una profonda contrizione col fermo proposito di evitare cadute future assieme alle occasioni.

Dopo l’assoluzione occorre un vivo e abituale sentimento di penitenza col desiderio di riparare l’offesa con una vita austera e mortificata e con un amore generoso.

ii) Peccati veniali deliberati

Questi peccati, commessi nella consapevolezza di offendere Dio, ma preferendo il proprio piacere egoista a Lui, sono grandi ostacoli alla perfezione, soprattutto se sono frequenti e vi si è attaccati. Esempio ne sono la maldicenza, l’attacco alla propria volontà, al proprio giudizio o al giudizio temerario, il nutrire affezioni naturali e sensibili. Tali peccati ci vincolono alla terra e ci impediscono di prendere lo slancio verso l’amore divino.

Anche in questo caso bisogna accusarci a fondo, palesare la natura e le cause dei peccati, principalmente di quelli che maggiormente ci umiliano, pentircene, e fare un proponimento assolutamente di evitarli nel futuro.

iii) Peccati di fragilità

Se è impossibile evitare questo tipo di peccato completamente, possiamo comunque diminuirne la quantità. Nella confessione possiamo indicarne in genere i tipi e la frequenza e poi concentrarci su un tipo, indicandone le cause: come per esempio la distrazione nella preghiera per mancanza di coraggio di rispingerla prontamente. Ne segue il proponimento di combattere questo tipo di peccato, un esame di coscienza particolare ogni giorno a riguardo, con un conto da rendere nella prossima confessione. Impegnandoci in questo modo di combattere seriamente i peccati, anche di fragilità, aumentiamo in noi la grazia e la forza per evitare ulteriori cadute e per perfezionarci nelle virtù.

*

La contrizione

Per suscitare in noi la contrizione basta riflettere sull’offesa che abbiamo recata a Dio ed il danno a noi stessi. Il peccato è sempre una resistenza alla Sua Volontà, un’ingratitudine da parte di un figlio ed un intimo amico. ‘Non è un nemico che mi oltraggia… ma tu, tu che eri come un altro me stesso, il mio confidente ed il mio amico; vivevamo insieme in una dolce intimità.’ (Sal 54.13-5).

Allo stesso tempo il peccato mortale fa perdere l’amicizia di Dio e Lo caccia dall’anima; il peccato veniale, invece, rende meno intima ed attiva in essa questa divina amicizia; impaccia la nostra attività spirituale; ne diminuisce le energie per il bene; aumenta l’amor del piacere e predispone al peccato mortale – ciò che è particolamente chiaro nell’ambito della purezza, dove la linea di confine tra il mortale ed il veniale è tenue, ed il piacere seducente. Che queste considerazioni ci aiutino a pentirci dei nostri peccati e fare un buon proponimento, come abbiamo accennato sopra.

Per assicurarci che possediamo lo spirito di contrizione ci possiamo accusare anche di qualche peccato grave del passato, già confessato, sucitandone di nuovo il pentimento. In questo modo riceveremo l’assoluzione in modo proficuo e purificheremo e fortificheremo la nostra anima con la grazia divina per i combattimenti futuri.

I Sacramenti

+In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Un sacramento non solo dà, restituisce, o aumenta la Grazia santificante, ma presta pure una propria grazia ‘sacramentale’ alla persona. Ciò viene inteso come un vigore speciale della Grazia santificante, o come un diritto a grazie attuali speciali, per poter più facilmente adempire a tempo opportuno i doveri imposti dal sacramento ricevuto.

Il Signore ci dice: ‘Domandate e riceverete’(Mt 7.7) e ‘Tutto ciò che domanderete al Padre nel nome Mio ve lo darò’(Gv 17.23). Ne segue con certezza che se chiediamo in unione col Signore di ricevere più grazie da un sacramento, Dio ce le elargirà. Il frutto sarà più grande se lo chiediamo con ardore: ‘Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia, (cioè la santità) perchè saranno saziati’ (Mt 5.6); più grande sarà anche se lo chiediamo con la generosità pronta a dare tutto a Dio, e rifiutarGli niente.

Mezzi per progredire nella vita spirituale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

I Sacramenti
Un sacramento non solo dà, restituisce, o aumenta la Grazia santificante, ma presta pure una propria grazia ‘sacramentale’ alla persona. Ciò viene inteso come un vigore speciale della Grazia santificante, o come un diritto a grazie attuali speciali, per poter più facilmente adempire a tempo opportuno i doveri imposti dal sacramento ricevuto.

Il Signore ci dice: ‘Domandate e riceverete’(Mt 7.7) e ‘Tutto ciò che domanderete al Padre nel nome Mio ve lo darò’(Gv 17.23). Ne segue con certezza che se chiediamo in unione col Signore di ricevere più grazie da un sacramento, Dio ce le elargirà. Il frutto sarà più grande se lo chiediamo con ardore: ‘Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia, (cioè la santità) perchè saranno saziati’ (Mt 5.6); più grande sarà anche se lo chiediamo con la generosità pronta a dare tutto a Dio, e rifiutarGli niente.

1) La Confessione

i) Peccati mortali

Il peccato mortale si deve confessare con sincerità ed umiltà:
a) secondo la specie ed il numero;
b) già all’inizio della confessione (non nascondendolo tra peccati veniali o imperfezioni);
c) indicandone la causa e chiedendone il rimedio;
d) suscitando una profonda contrizione col fermo proposito di evitare cadute future assieme alle occasioni.

Dopo l’assoluzione occorre un vivo e abituale sentimento di penitenza col desiderio di riparare l’offesa con una vita austera e mortificata e con un amore generoso.

ii) Peccati veniali deliberati

Questi peccati, commessi nella consapevolezza di offendere Dio, ma preferendo il proprio piacere egoista a Lui, sono grandi ostacoli alla perfezione, soprattutto se sono frequenti e vi si è attaccati. Esempio ne sono la maldicenza, l’attacco alla propria volontà, al proprio giudizio o al giudizio temerario, il nutrire affezioni naturali e sensibili. Tali peccati ci vincolono alla terra e ci impediscono di prendere lo slancio verso l’amore divino.

Anche in questo caso bisogna accusarci a fondo, palesare la natura e le cause dei peccati, principalmente di quelli che maggiormente ci umiliano, pentircene, e fare un proponimento assolutamente di evitarli nel futuro.

iii) Peccati di fragilità

Se è impossibile evitare questo tipo di peccato completamente, possiamo comunque diminuirne la quantità. Nella confessione possiamo indicarne in genere i tipi e la frequenza e poi concentrarci su un tipo, indicandone le cause: come per esempio la distrazione nella preghiera per mancanza di coraggio di rispingerla prontamente. Ne segue il proponimento di combattere questo tipo di peccato, un esame di coscienza particolare ogni giorno a riguardo, con un conto da rendere nella prossima confessione. Impegnandoci in questo modo di combattere seriamente i peccati, anche di fragilità, aumentiamo in noi la grazia e la forza per evitare ulteriori cadute e per perfezionarci nelle virtù.

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La contrizione

Per suscitare in noi la contrizione basta riflettere sull’offesa che abbiamo recata a Dio ed il danno a noi stessi. Il peccato è sempre una resistenza alla Sua Volontà, un’ingratitudine da parte di un figlio ed un intimo amico. ‘Non è un nemico che mi oltraggia… ma tu, tu che eri come un altro me stesso, il mio confidente ed il mio amico; vivevamo insieme in una dolce intimità.’ (Sal 54.13-5).

Allo stesso tempo il peccato mortale fa perdere l’amicizia di Dio e Lo caccia dall’anima; il peccato veniale, invece, rende meno intima ed attiva in essa questa divina amicizia; impaccia la nostra attività spirituale; ne diminuisce le energie per il bene; aumenta l’amor del piacere e predispone al peccato mortale – ciò che è particolamente chiaro nell’ambito della purezza, dove la linea di confine tra il mortale ed il veniale è tenue, ed il piacere seducente. Che queste considerazioni ci aiutino a pentirci dei nostri peccati e fare un buon proponimento, come abbiamo accennato sopra.

Per assicurarci che possediamo lo spirito di contrizione ci possiamo accusare anche di qualche peccato grave del passato, già confessato, sucitandone di nuovo il pentimento. In questo modo riceveremo l’assoluzione in modo proficuo e purificheremo e fortificheremo la nostra anima con la grazia divina per i combattimenti futuri.

 

Le indulgenze

+In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Introduzione

Abbiamo già fatto notare che un qualsiasi atto buono compiuto in istato di Grazia per un fine sovrannaturale possiede un triplice valore: meritorio, sodisfattorio, ed impetratorio. Il valore sodisfattorio comprende a sua volta un triplice elemento: di propiziazione (rendendoci propizi a Dio ed inclinandoLo a perdonarci); di espiazione (cancellando colpa); e di sodisfazione nel senso stretto (annullando in parte o in tutto la pena dovuta al peccato).

Se ogni atto buono ha il valore di annullare, fino ad un certo grado, la pena dovuta al peccato, ad alcuni atti buoni in particolare viene prestato dalla Santa Madre Chiesa questo valore in modo formale. Questi atti si chiamano ‘indulgenziati’.

Per guadagnare l’indulgenza che accompagna un tale atto occorre l’intenzione almeno generale di approfittarne. L’indulgenza la può applicare il fedele a se stesso o ai defunti.

Ci sono due tipi di indulgenze: l’indulgenza plenaria e quella parziale. Il primo tipo libera la persona in questione di tutta la pena dovuta ai propri peccati e può essere guadagnata solo una volta al giorno; la seconda la libera in modo parziale e può essere guadagnata più volte al giorno.

L’Indulgenza plenaria in genere

Per guadagnare l’indulgenza plenaria, si devono compiere inoltre all’atto stesso le tre condizioni seguenti:
1) la Confessione sacramentale;
2) la santa Comunione;
3) preghiere per il santo Padre (bastanno un Pater ed un Ave).

Note:
i) Queste tre condizioni si possono compiere anche nei giorni prima o dopo l’atto, anche se conviene comunicarsi e pregare per il santo Padre il giorno stesso dell’atto indulgenziato;
ii)  una sola Confessione vale per indulgenze plenarie su più giorni, mentre le altre condizioni si devono ripetere ogni volta che si vuol guadagnare l’indulgenza;
iii)  la persona deve essere priva di qualsiasi aderenza al peccato, pure veniale. Se invece la persona è attaccata al peccato o se l’atto o le condizioni vengono compiuti solo parzialmente, l’indulgenza sarà, anche essa, solo parziale;
iv)  normalmente quando l’atto consiste in una visita ad un luogo, si reciti durante la visita il Credo ed il Pater; quando la visita è legata ad un determinato giorno, si può farla da mezzogiorno della veglia fino a mezzanotte del giorno stesso.

Procediamo offrendo ora un elenco delle indulgenze individuali che si possono guadagnare:
1) quotidianamente;
2) su deteminati giorni; e
3) in determinate circostanze.

Indulgenze plenarie concesse:

1. Quotidianamente
a) Rosario in chiesa o in oratorio, in famiglia, in comunità religiosa etc;
b) Adorazione eucaristica per almeno 30 minuti;
c) Via Crucis davanti stazioni legitimamente erette, o quella papale per radio o televisione;
d) Lettura (o ascolto) della sacra Scrittura per almeno 30 minuti;
e) Recita dell’Akathistos (almeno una parte sostanziosa).

2. In determinati giorni
a) Fine anno: partecipazione devota, in una chiesa o oratorio, al canto o alla recita solenne del Te Deum;
b) Capo d’anno: lo stesso per Veni Creator;
c) Settimana per l’unità dei cristiani: assistenza ad una ceremonia ed alla conclusione;
d) nei Venerdì di Quaresima: dopo la S. Comunione davanti ad un crocifisso la recita di En ego… (Eccomi…)
e) Giovedì santo: alla fine della S. Messa in Coena Domini recita pia del Tantum ergo;
f) Venerdì santo: partecipazione pia alla venerazione liturgica della Croce;
g) Sabato santo (o nell’anniversario del battesimo): rinnova liturgica delle promesse battesimali;
h) Pentecoste: Veni Creator (come (b) sopra);
i) Corpus Domini: partecipazione pia alla processione;
j) Festa dei SS. Pietro e Paolo: visita ad una basilica minore o ad una cattedrale (recitando un Credo ed un Pater); o l’uso devoto di un oggetto pio benedetto da un vescovo: cioè rosario, crocifisso, croce, scapulare, o medaglie, recitando una formula di professione di Fede;
k) Festa del Sacro Cuore: recita pubblica dell’atto di Riparazione al Sacro Cuore;
l) 2 agosto (Porziuncula): visita di una basilica, cattedrale, o chiesa parrochiale (recitando piamente un Credo ed un Pater).
m) 1-8 novembre: visita devota ad un cimitero, pregando per i defunti.
n) 2 novembre (o in altro giorno in cui la Festa di Tutti i defunti viene spostata, o che viene stabilito dall’Ordinario): visita pia ad una chiesa o oratorio (recitando piamente un Credo ed un Pater).
o) Festa di Cristo Re: recita pubblica della Consecrazione del genere umano a Cristo Re.

3. In circostanze particolari
a) In articulo mortis: la benedizione apostolica. Viene raccomandato l’uso di un crocifisso o di una croce. L’ indulgenza vale anche se il moribondo ha già lucrato un’altra indulgenza plenaria lo stesso giorno. Se un sacerdote non può assistere, la Santa Madre Chiesa elargirà l’indulgenza anche senza le tre solite condizioni, se il fedele è ben disposto ed era abituato a pregare.
b) Pia assistenza fisica, per televisione, o per radio, alla recita papale del Rosario o alla benedizione papale Urbi et Orbi, o alla benedizione del proprio vescovo secondo la formula prescritta,
c) Prima S. Messa pubblica di un sacerdote; nonché quella del 25. 50. 60. o 70. anniversario dopo l’ordinazione sacerdotale, rinnovando la risoluzione di compiere fedelmente i doveri; similmente per l’ anniversario 25. 40. 50. dell’ordinazione episcopale di un vescovo. L’ indulgenza vale per il ministro sacro come anche per i fedeli assistenti.
d) Partecipazione religiosa al rito di chiusura di un congresso eucaristico.
e) Assistenza ad una celebrazione liturgica per il fondatore di un istituto di vita consecrata e società di vita apostolica (recitando piamente un Credo ed un Pater).
f) Assistenza nell’anno susseguente ad una canonizzazione o beatificazione, alle solennità nel onore del nuovo santo o beato in una chiesa o un oratorio (recitando piamente un Credo ed un Pater).
g) Visita, nel giorno della festa del titolare, di una basilica minore, una cattedrale, un santuario (internazionale, nazionale o diocesano), o una chiesa parrochiale (recitando piamente un Credo ed un Pater).
h) Esercizi spirituali di almeno 3 giorni interi.
i) Rinnova delle promesse battesimali nell’anniversario del battesimo.
j) Atto di consecrazione di una famiglia al Sacro Cuore o alla Sacra Famiglia (se possibile con un sacerdote o diacono), recitando una formula approvata davanti all’ immagine rispettiva.
k) Visita ad un altare o ad una chiesa il giorno della dedica (recitando piamente un Credo ed un Pater).
l) Partecipazione agli uffici di una chiesa il giorno che è ‘stazione’.
m) Partecipazione pia alla celebrazione di una giornata mondiale destinata ad un fine religioso (come per la gioventù).
n) Visita ad una delle quattro basiliche patriarcali di Roma, o con altri pellegrini e esprimendo durante la visita la sottomissione filiale al santo Padre; visita ad un cattedrale durante la celebrazione liturgica della Sede di San Pietro o il giorno della dedica dell’arcibasilica di San Salvatore Laterano (recitando piamente in ogni caso un Credo ed un Pater).
o) Ricezione della, o assistenza pia alla, prima Santa Comunione.
p) Assistenza ad alcune predicazioni della sacre Missioni ed alla chiusura solenne.
q) Pia visita alla chiesa dove si tiene un sinodo diocesano (recitando piamente un Credo ed un Pater).
r) Visita a basilica minore o santuario (internazionale, nazionale o diocesano) una volta l’anno in un giorno scelto dal fedele (recitando piamente un Credo ed un Pater).
s) Assistenza ad un ufficio celebrato dal Visitatore il giorno della Visita pastorale.

Indulgenze parziali

a) Santa Eucarestia e contrizione
Visita al Santissimo, preghiera approvata davanti al Santissimo (come Tantum ergo), Comunione spirituale, ringraziamento dopo la santa Comunione; esame di coscienza (sopratutto per prepararsi alla Confessione), atto di contrizione secondo una formula legittima.

b) Preghiere
Recita del Rosario (a parte di 1a e 3b sopra), Magnificat, Angelus, Regina Caeli, Salve Regina, Sub tuum etc.; preghiera approvata all’Angelo custode, a san Giuseppe, ai santi Pietro e Paolo, al santo del giorno; preghiera mentale; recita pia del Credo o un atto di Fede, Speranza, o Carità secondo una formula approvata; recita di un piccolo ufficio approvato; preghiera approvata per il santo Padre, per il vescovo, o per i benefattori; preghiera approvata di supplica o di ringraziamento: all’inizio o alla fine del lavoro, del pasto, e della giornata; rinnovamento delle promesse battesimali; preghiere della Chiesa orientale.

c) Devozioni e atti pii
Segno di croce devoto, uso devoto di un oggetto pio benedetto (cfr. 2j sopra) da un sacerdote o diacono; lettura o ascolto della sacra Scrittura per meno di una mezz’ora; pia invocazione durante il compimento dei doveri o nell’avversità; atto di misericordia; atto di astinenza, testimonianza di Fede.

d) Visite ed impegni
Ritiro/riflessione mensile, assistenza alla predicazione della Parola di Dio; visita ad una chiesa o ad un oratorio durante le solennità in onore di un nuovo santo o beato; preghiera approvata per l’unità dei cristiani; partecipazione ad una novena o alle litanie approvate; visita ad un cimitero pregando per i defunti; la recita del Requiem Aeternum, delle lodi o del vespro dell’ufficio dei defunti; visita pia alle catacombe.

Consigli generali

a) alzandosi la mattina conviene fare l’intenzione di guadagnare tutte le indulgenze possibili durante la giornata;

b) a coloro che si confessano almeno ogni due settimane, ed ogni giorno comunicano e recitano il santo Rosario in chiesa (o adorano il Santissimo per almeno una mezz’ora), viene consigliato di aggiungere un Pater ed un’Ave per il santo Padre, per poter guadagnare ogni giorno l’indulgenza plenaria.

Deo Gratias!

Il merito

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il merito è uno dei tre valori che possiede ogni atto buono libero e compiuto nello stato di Grazia per un fine sovrannaturale. Il merito aumenta la Grazia in noi ed il diritto alla gloria celeste; il valore sodisfattorio cancella la colpa del peccato e ne annulla la pena dovuta; il valore impetratorio invece costituisce una domanda di nuove grazie, essendo ogni buon atto simile ad una preghiera a Dio per i propri bisogni o per quelli dei nostri cari.

Più da vicino, il merito è un diritto ad una ricompensa per un’opera compiuta solo su questa terra, perchè, essendo libero, non può comprendere la nostra operazione in Paradiso o la nostra sofferenza in Purgatorio, dove non abbiamo più la scelta tra l’ amare Dio o meno. La ricompensa è celeste ed eterna, come conviene all’Agente principale dell’opera Che è Dio, ed alla deiformità della nostra vita e collaborazione con Lui. Il grado del merito viene determinato dagli elementi seguenti:
1) la santità del soggetto;
2) l’intenzione
3) il fervore con cui agisce; e
3) il tipo di opera che compie.

1. La Santità del soggetto

Il grado di santità del soggetto corrisponde al grado di unione a Nostro Signore Gesù Cristo. Piu vicini siamo alla fonte di Grazia, il Capo del Corpo Mistico, più pienamente ci elargirà la Sua Grazia, e più pienamente opererà in noi. Qua si verifica la parola di San Paolo (Gal 2.20): ‘Io vivo, non più io, ma vive in me Cristo’. In conclusione possiamo dire: Più valore ha la persona, più valore l’opera.

2. L’Intenzione

L’intenzione è la qualità principale dei nostri atti, anche se il valore morale dipende anche dal tipo di atto che si compie. Così per esempio un aborto deliberato compiuto per una buona intenzione non può mai essere un atto buono. Dato, però, che il tipo di atto non sia oggettivamente sbagliato, l’intenzione è ‘l’occhio’ che illumina l’atto e lo dirige al debito fine; è l’anima che lo ispira e che lo dà valore al cospetto di Dio. ‘Si oculus tuus erit simplex, totum corpus lucidum erit’.

Questa intenzione può essere o attuale o virtuale, (cioè esplicito o implicito), e San Tommaso ritiene che un qualsiasi atto lecito compiuto nello stato di Grazia sia un atto di Carità, almeno virtuale, e dunque anche meritorio. Ogni atto buono infatti si riconduce ad una virtù, ed ogni virtù converge alla Carità, essendo essa la regina che comanda a tutte le virtù. Così anche mangiare per rifarsi le forze è meritorio. Ma è pur vero che se vogliamo che i nostri atti divengano meritori quanto più possibile, occorre un’ intenzione attuale: più pura l’intenzione, più grande sarà il merito. Se mangiare per rifarsi le forze è già meritorio, sarà chiaramente più meritorio mangiare per rifarsi la forze per meglio lavorare per Dio e per le anime.

Essendo la Carità la regina delle virtù ne segue anche che l’intenzione attuale più perfetta è quella della Carità: più perfetta della speranza ed il timore; più perfetta di ogni altra intenzione.

L’intenzione attuale bisogna rinnovare spesso, perchè, essendo la volontà e la memoria dell’uomo deboli e volubili, possiamo divertire l’intenzione anche durante lo stesso atto, e ciò che abbiamo cominciato per amore di Dio, viene contaminato o deviato dalla diritta via dall’egoismo, dalla curiosità, o dalla sensualità (per evocare la triplice concupiscenza). Come spiega il padre Tanquerey: ‘Quando una nave salpando da Genova fa rotta per New York, non basta dirigere la prora una volta per sempre verso questa città, ma poichè la marea, i venti, e le correnti tendono a farla deviare, bisogna continuamente ricondurla, per mezzo del timone, verso la meta. Così è della nostra volontà: non basta ordinarla una volta, e neppure ogni giorno, a Dio’.

Facciamo notare che per aumentare i meriti è possibile aggiungere intenzioni alle nostre azioni oltre alla Carità, come quella di docilità verso superiori, espiazione per peccati passati, riconoscenza a Dio – ma non è prudente farlo a costo di perdere la pace dell’ anima. Padre Tanquerey suggerisce che è meglio ‘abbracciare quelle che spontaneamente ci si presentano e subordinarle alla Divina Carità.’

3. Il Fervore

Il fervore o l’intensità con cui si opera è un altro fattore che aumenta il merito di un nostro atto. Ovviamente si può operare con poco sforzo, con negligenza, oppure con slancio e persino con tutta l’anima. Senza dubbio un’anima fervorosa può guadagnare ogni giorno una quantità grande di meriti e divenire in poco tempo molto perfetto. ‘Perfezionatosi in breve, compì una lunga carriere – consummatus in brevi, explevit tempora multa (Sap 4.13).

4. L’Atto

Il tipo di atto è rilevante al merito che si guadagnerà. Abbiamo già visto che un atto di Carità sarà più meritorio di atti di altre virtù. Chiaramente anche la grandezza e la durata dell’atto influirà sul merito. Una grande donazione avrà più merito di una piccola (della stessa persona); soffrire per una giornata avrà più merito che non per un’ora.

Il merito si aumenterà anche dalla difficoltà dell’atto: in quanto richiederà maggior amor di Dio o sforzo più energico e sostenuto. Così resistere ad una tentazione violenta è più meritorio che non resistere ad una leggera; praticare la dolcezza per un collerico sarà più meritorio che non per un timido.

*

Per santificare noi stessi bisogna dunque prima santificare le nostre azioni. I meriti ce li guadagniamo sempre quando siamo nello stato di Grazia, ma ce ne possiamo guadagnare molti di più, se agiamo con un’intenzione attuale e ripetuta, con fervore e generosità, con perseveranza ed energia: se in fine con ogni nostra azione ci impegniamo ad amare Dio o il prossimo in Dio con tutta l’anima. Così sfruttiamo degli atti più comuni della vita per ottenere grandi cose. Non erano d’altronde gli atti del Nostro Divin Redentore e quelli della Sua Santissima Madre a Nazareth anche loro solo atti ‘comuni’?

‘Dal primo svegliarsi del mattino fino al risposo della sera’,
scrive Padre Tanquerey, ‘centinaia sono gli atti meritori che un’anima raccolta e generosa può compire; perchè non solo ogni azione, ma, quando si prolunga, ogni sforzo per farla meglio, per esempio, per cacciar le distrazioni nella preghiera, per applicare la mente al lavoro, per schivare una parola poco caritatevole, per rendere al prossimo il minimo servizio; ogni parola ispirata dalla Carità; ogni buon pensiero da cui si trae profitto; in una parola, tutti i movimenti interni dell’anima liberamente diretti verso Dio sono altrettanti atti meritori che fanno crescere Dio e la Grazia nell’anima nostra… non c’è mezzo più efficace, più pratico, più facile a tutti per santificarsi… per elevare in breve tempo un’anima al più alto grado di santità.’

Il mezzo pratico di convertire a questo modo tutti i nostri atti in meriti è di:
1) raccoglierci un momento prima di operare;
2) rinunziare ad ogni intenzione naturale e cattiva;
3) unirci a Nostro Signore, nostro Modello e Mediatore;
4) offrire l’azione a Dio per mezzo di Lui.

La difficoltà della vita spirituale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

La vita umana è una lotta. Noi, deboli e miseri, siamo mandati via su una strada stretta e pericolosa attraverso un terreno pieno di nemici, coll’avvertimento: ‘Siate perfetti!’ Bisogna esserlo pure, perchè il nostro compito è niente meno che di raggiungere il Paradiso: idealmente senza passare neanche per il Purgatorio.

Il primo nemico di noi siamo noi stessi, cioè la natura umana caduta: la Carne: la triplice concupiscenza: la concupiscenza degli occhi che cerca immoderatamente di possedere oggetti ed informazioni, ossia con avarizia o con curiosità; la concupiscenza della carne (nel senso stretto) che cerca di soddisfare immoderatamente i sensi, le emozioni, l’immaginazione, e la fantasia; la concupiscenza della propria eccellenza, cioè ‘la superbia della vita’ (o semplicemente la superbia), che cerca di adorare e glorificare se stessi al luogo di Dio.

La triplice concupiscenza viene assecondata dalle altre facoltà dell’anima, ferite anche loro dal Peccato Originale: l’intelletto che fa fatica a mantenersi nella contemplazione del Vero oggettivo: nella contemplazione di Dio e delle cose di Dio – ma cade spesso nell’errore e nelle cose di questo mondo; e la volontà, riluttante a sottomettersi all’ordine del Bene oggettivo: ai precetti di Dio e quelli della santa Madre Chiesa.

Il secondo nemico dell’uomo è il Mondo, che è niente altro che il luogo di fioritura della natura caduta e manifestazione esterna del disordine perverso interno, di cui i figli, vivendo sfrenatamente la triplice concupiscenza, seducono l’individuo a partecipare alla vita loro, o lo terrorizzano se rifiuta. Il terzo nemico è il demonio stesso, creatore e maestro della natura caduta, e principe del Mondo.

Inoltre al male morale verso il quale l’uomo è violentamente spinto sia da dentro che da fuori, viene in aggiunta il male fisico e psicologico, conseguenze ulteriori del Peccato Originale. Una madre si rallegra alla nascita del figlio, ma, come fa notare Lucrezio, il bambino nasce piangendo: la vita come lo illustra il Re Salomone nel libro Ecclesiastico, si caratteriza infatti di sofferenza e di morte, d’incostanza, delusioni, ingiurie, fallimenti, umiliazioni, perdite di ogni tipo, contro tutto del quale bisogna coraggiosamente far fronte, superando ciò che possiamo superare ed accettando il resto. Tutto passa, tutto perisce quaggiù: solo Dio rimane, solo Dio è, assieme alla Sua Parola Eterna.

Solo alzando la mente ed il cuore verso di Lui, quindi, e verso la Sua Santissima Madre possiamo ottenere la stabilità e la pace. L’intelletto e la volontà, malgrado il loro indebolimento, mantengono comunque un orientamento verso Dio: come il Vero Assoluto e il Bene Infinito: Che ci fornisce delle regole per attraversare il terreno ostile di questa vita e la forza per lottare contro il male.

La lotta alla quale si riduce tutta la lotta quaggiù è quella interna, perchè il Mondo ed il demonio non fanno altro che stuzzicare e sollecitare le tendenze peccaminose e le concupiscenze che già si trovano dentro l’uomo. La lotta è dunque quella tra le facoltà inferiori e superiori dell’anima: tra la Carne e lo Spirito, tra l’uomo vecchio, soggetto al Peccato Originale, e l’uomo nuovo dotato dalla Grazia.

Ma l’uomo nuovo che possiede la buona volontà sicuramente vincerà: perchè non sopporterà a nessun costo di perdere Dio dalla propria anima: il suo Bene supremo, il Bene supremo in assoluto; e Dio lo assisterà nella lotta: Qui docet manus meas ad proelium: anzi lotterà in lui e gli presterà una collaborazione a questa lotta assieme ad una copia di meriti che gli dà diritto ad un premio e ad una gloria sempiterni.

Dio e lui sono infatti strettamente uniti: ‘Voi in Me ed Io in voi’ (Gv 14.20), ‘Rimanete in Me ed Io in voi’ (Gv 15.4): l’uomo nuovo vivendo in Cristo in quanto membro del Suo Corpo Mistico; e Cristo vivendo in lui per la Grazia, col Suo amore, con le Sue virtù, coi Suoi doni, con le Sue grazie, le Sue dolci comunicazioni e comunione per assisterlo nel viaggio verso l’Eternità.

Dall’uomo vecchio non ci possiamo mai completamete liberare; lo possiamo solo indebolire ed incatenare, fortificandoci contro i suoi assalti brutali con le virtù, i sacramenti, e la preghiera. Da principio la lotta sarà violenta; dopo, più calma, mentre progrediamo lentamente ad uno stato paragonabile all’Integrità Originale prima della Caduta, quando le facoltà inferiori dell’anima erano ancor sotto il controllo completo della ragione, e l’intelletto e la volontà fissi in Dio.

Così goderemo di una pace maggiore, presagio della vittoria definitiva. ‘Ormai non sento in me nè grandi gioie nè grandi afflizioni’ scrive santa Teresa d’Avila (Vita 40. 22), ‘Se alle volte ne provo qualcuna, passa… presto… Anche se volessi rallegrarmi di quel contento o rattristarmi di quella pena, mi sarebbe impossibile… Il Signore ormai si è degnato di svegliarmi a quella vita in cui non si provano tutti quei sentimenti che prima erano in me così vivi, appunto perchè non ero nè mortificata, nè morta alle cose del mondo, e non vuole più che io ricada nella mia passata cecità.

Quando infine avrò combattuto la buona battaglia, terminato la corsa, conservato la Fede (2 Tim 4.7-8), vedrò Colui per Cui ho combattuto, Che ha combattuto con me ed in me, Che m’ha portato Lui Stesso al termine della corsa, Che m’ha conservato la fede: e Lui mi incoronerà della ‘corona della giustizia’ e mi darà il premio che sarà Lui Stesso, alla gloria del Suo Santissimo Nome. Amen.

La vita spirituale e Cristo

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Qual’è il rapporto tra la vita spirituale e Nostro Signore Gesù Cristo?

1) Cristo è il Capo del Corpo Mistico che è la Chiesa; noi ne siamo le membra, e dunque viviamo la vita spirituale in Lui;

2) Cristo ci ha redenti tramite la Morte in croce, e perciò ha meritato per noi la vita spirituale e tutto ciò che comporta;

3) Cristo ci ha mostrato con le Sue dottrine e col Suo esempio come vivere, e perciò è anche Insegnante e Modello di questa vita.

In sintesi Nostro Signore è al contempo principio vitale e meritorio, come anche Insegnante e Modello, della vita spirituale. Per quello abbiamo il diritto ed il privilegio del tutto gratuito di chiamare la vita spirituale ‘la Vita Cristiana’.

1. Cristo, principio vitale

Ego sum vitis, vos palmites, dice il Signore (Gv 15.5): Io sono la vite, e voi i tralci. Questa parola significa che noi facciamo parte di Lui; che la nostra vita fa parte della Sua vita; e che riceviamo la nostra vita da Lui come i tralci della vite ricevono la propria vita dal ceppo a cui sono uniti.

Ma Cristo non è solo la fonte della nostra vita spirituale, bensì anche il Capo. Ciò significa che Lui ha la preminenza su di noi; che ci dirige e muove; e che Lui ci anima e vivifica con i Suoi doni, con le Sue virtù e grazie. ‘Abbiamo visto la Sua gloria’ (Gv 1.14 e 16) … ‘come l’Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità… Dalla Sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto, e grazia su grazia’. Il Concilio di Trento aggiunge (S.6 c.8): ‘Cristo Gesù come capo verso le membra… fa scorrere la virtù sui battezzati in modo costante’.

Ora, in virtù dell’unione intima a Nostro Signore della quale godiamo come membra del Suo Corpo Mistrico, possiamo non solo vivere, ma anche meritare, in Lui e con Lui. Questo è vero delle nostre sofferenze: ‘Se partecipiamo ai Suoi patimenti ‘ dice san Paolo (Rom 8.17), ‘sarà per partecipare alla Sua gloria’. Ma sono meritorie non solo le nostre sofferenze, bensì anche tutti i nostri atti cristiani compiuti nello stato di Grazia, e meglio sono compiuti, più sono meritori.

2. Cristo, principio meritorio

‘A causa della tanto grande carità con cui ci amò’, (dichiara lo stesso Concilio, S. 6.7) ‘la Sua Santissima Passione sul legno della croce ci meritò la giustificazione e sodisfece per noi.’ La Sua Morte ci ha donato infatti la stessa vita spirituale, di cui non avremmo potuto godere altrimenti; ci ha elargito i sacramenti, in primo luogo il battesimo che ci toglie il Peccato Originale ed è la porta a tutti gli altri, e poi la Confessione e la santa Messa dove ci comunica sempre più grazie. A parte queste grazie ci saranno innumerevoli altre con cui ci elargisce per progredire nella santità. Nelle parole di san Paolo: Dio ci benedisse in Cristo con ogni sorta di benedizione spirituale (Ef 1.3) Benedixit nos in omni benedictione spirituali in caelestibus in Christo Jesu‘ – ‘grazie di conversione’ commenta padre Tanquerey, ‘ grazie di perseveranza, grazie per resistere alle tentazioni, grazie per trarre profitto dalla tribolazione, grazie di consolazione, grazie di rinnovamento spirituale, grazie di nuova conversione, grazie di perseveranza finale’. Tutto Egli ci meritò, e ci assicura inoltre che tutto ciò che chiederemo al Padre in Suo Nome, vale a dire appoggiandoci sui Suoi meriti, ci sarà concesso.’

3. Cristo, Insegnante e Modello della Vita spirituale

Nel Discorso della montagna, nelle parobole, in tutte le Sue sante istruzioni, il Signore inculcava costantamente un corpo di dottrine così comprensivo e perfetto, che, chiarificato ed approfondito dalla Chiesa e dai suoi Dottori attraverso i secoli, ha bastato per santificare una quantità innumerevole di fedeli.

Quanto all’esempio che ci ha lasciato della propria vita, sant Agostino fa osservare che coloro che gli uomini avevano sotto gli occhi erano troppo imperfetti da servire da modelli, mentre Dio, Che è la Santità stessa, a loro sembrava troppo distante. E allora l’Eterno Figlio di Dio si fa uomo e ci mostra coi Suoi esempi come si può perfezionarsi su questa terra.’Ecco il mio Figlio, nel quale Mi sono compiaciuto’, dice Dio Padre al Battesimo ed anche alla Trasfigurazione. Ci invita con questa frase di imitare Suo Figlio, per divenire anche noi l’oggetto della Sue Divine compiacenze. ‘Impara da Me, che sono mite ed umile di cuore’ dice il Signore (Mt 11.21). ‘Vi ho dato l’esempio perchè come ho fatto io, facciate anche voi’ (Gv 13.15). Cos’è, infine, la vita spirituale (nel senso morale) se non l’imitazione di Cristo?

Imitando le virtù e le azioni del Nostro Divin Modello, progrediamo nella vita spirtuale, dunque, ma anche meramente meditandole. Meditando la Sua umiltà, purezza, mortificazione e tutte le altra Sue virtù siamo eccitati ad imitarle non solo per la forza persuasiva della Sua Persona, ma anche per l’efficacia delle grazie che ci meritò praticandole. Lo stesso vale per gli avvenimenti della Sua vita Divina terrestre. Meditando l’Incarnazione impariamo a rinunziare a noi stessi ed unirci alla Divina Volontà; meditando sulla crocifissione impariamo a crocifiggere la carne e le sue concupiscenze; meditando sulla Morte impariamo a morire al peccato.

*

In sintesi, noi viviamo in Lui come membra del Suo Corpo Mistico; Lui vive in noi per la Grazia; ci ha dato tutti i mezzi necessari per imitarLo, anzi per trasformarci in Lui, cosi che possiamo dire con san Paolo: Vivo non più io, ma vive in me Cristo (Gal 2.20); e dire con le parole del Canone Romano: per Lui, con Lui, e in Lui rendiamo ogni onore e gloria a Dio Padre onnipotente, nell’unità della Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen:  Per Ipsum, et cum Ipso et in Ipso est Tibi, Deo Patri Omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti, omnis honor et gloria, per omnia saecula saeculorum. Amen.

La grandezza della vita spirituale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Guarda davanti a questo liceo agli allievi che stanno qua oziosi. Ascolta i loro discorsi inutili, volgari ed osceni, le loro risate. Guarda negli occhi quando tacciono, e dimmi cosa vedi là: non è il vuoto, la desolazione, la morte? Guarda invece quest’altro in disparte che non partecipa alle loro conversazioni. Guardane la modestia e mitezza. Negli occhi non c’è una luce? Nel sorriso non c’è la bontà e la pace? – come se conoscesse, possedesse, anzi, come se già vedesse qualcosa o qualcuno più grande di tutto ciò che trascorre davanti, di tutto ciò che c’è in questo mondo finito e passeggero?

L’anima nello stato di Grazia che crede in Dio Santisima Trinità, che ama Lui con la Divina Carità ed il suo prossimo in Lui, brilla di una meravigliosa bellezza che presta poi alla persona intiera. I Padri lo paragono a cera molle nella quale è impressa il sigillo della Divina Somiglianza, o (secondo san Basilio) a quei corpi trasparenti che, ricevendo la luce del sole, ne sono come penetrati, e acquistano e diffondono tutto intorno a loro un incomparabile fulgore. Così l’anima in istato di Grazia, simile ad un globo di cristallo, illuminato dal sole, riceve la Luce Divina, risplende di vivo fulgore, e lo trasmette intorno a sè. Similmente l’immagine che abbiamo già visto del ferro immerso nell’ardente braciere, esprime non solo il modo in cui Dio si unisce all’anima e le presta la propria somiglianza, ma anche la profonda penetrazione di Dio nel più intimo dell’anima, lo splendore, l’ardore, e la pieghevolezza dell’anima alle Divine ispirazioni.

La Grazia è per essenza assolutamente sovrannaturale ed eleva la natura e l’operazione dell’uomo ad un livello a cui non ha nessun diritto, ne facoltà di raggiungere. Quale creatura infatti potrebbe mai pretendere il diritto di divenire figlio adottivo, amico, e tempio di Dio; di conoscere, amare, e possedere Lui nella Sua più intima natura e poi di vederLo faccia a faccia per tutta l’eternità? Scoprire lo Stesso Dio Trinitario nell’anima non è altro che scoprire il tesoro nascosto nel campo. Non è questo possesso il maggior bene di cui possiamo godere quaggiù, per il quale dovremmo essere pronti a sacrificare tutto ciò che abbiamo?

Mai rischiamo di perdere Dio dalla nostra anima tramite il peccato mortale: di perdere l’immagine del Suo sigillo sull’anima, di perdere la luce del Suo sole, il calore del Suo amore; di scambiarli con il vuoto, la desolazione, e la morte. Anzi, non rischiamo pure di offuscare o diminuirli neanche con il peccato veniale o con qualsiasi imperfezione. Santa Teresa d’Avila vedeva in una visione il Signore nell’anima come in uno specchio, e capiva come il peccato oscura quello specchio; in un’altra visione vedeva Lui come ‘un splendidissimo diamante, molto più grande dell’Universo’ e disse ‘Tutto ciò che noi facciamo si riflette in questo diamante, perchè racchiude in sè ogni cosa… mi è di afflizione profonda il pensiero che in quella purissima chiarezza si riflettevono cose tanto abbominevoli come sono i miei peccati’.

Con quale premura bisogna dunque coltivare la Vita Divina in noi: per rendere ogni giorno l’immagine Divina nell’anima più rassomigliante al suo Divin Esemplare; per far splendere la Sua Luce più chiaramente in noi; per farci penetrare più intimamente e profondamente dal fuoco divorante dell Divinità; per farci infine più degni di vivere la vita in Lui: la Verità, la Bontà e la Bellezza Diamantine, Infinite, ed Eterne.

Fare questa opera di perfezionamento e di santificazione su di noi stessi è già nel nostro interesse spirituale, in quanto la nostra eterna Beatitudine corrisponderà ai meriti che avremmo guadagnati così. Ma più di quello dobbiamo a Dio tutti gli sforzi che possiamo fare per tre altri motivi: per giustizia, per divenire templi degni per contenere lo Spirito Santo: ‘Alla Vostra Casa conviene la santità per la lunghezza dei giorni – Domum tuam decet sanctitudo in longitudine dierum‘ (sal.92); per riconoscenza alla Sua infinita generosità verso di noi – essendo il modo migliore per mostrare la gratitudine verso un benefattore l’utilizzare un beneficio per il fine per cui ci è stato concesso. Ma ancor più di quello il nostro motivo deve essere l’amore: perchè ci ha creati e redenti, perchè è morto per noi, e Si è dato a noi sacramentalmente nella santa Eucarestia, e spiritualmente con la Grazia, in modo del tutto gratuito, in anticipo della Sua unione definitiva a noi in Cielo. Amen.

La natura della vita spirituale

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

(sintesi del trattamento di Padre Adolfo Tanquerey, nel Compendio di teologia ascetica e mistica)

‘Se uno Mi ama, osserverà la Mia parola, e il Padre Mio lo amerà, e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui’ (Gv. 14.23). Queste parole esprimono l’abitazione della Santissima Trinità nell’anima del giusto – ciò che avviene quando una persona è nello stato di Grazia.

Dio è già presente nell’anima in modo naturale, dove Egli è Creatore e Sovrano Padrone, e noi siamo i Suoi servi, la Sua proprietà; ma con la Grazia dei sacramenti, soprattutto del battesimo e della penitenza, Egli entra nell’anima in modo sovrannaturale, per stabilire una relazione diretta tra l’anima e Se Stesso come è nella Sua intima natura: come la Santissima Trinità.

Cos’è la Grazia? La Grazia è una qualità dell’anima che la rende partecipe della vita stessa di Dio, come un pezzo di ferro, tenuto dentro le fiamme, assume il calore ed il colore del fuoco. L’anima, anzi la persona umana intiera, diviene in seguito partecipe della vita divina, o ‘consorte della natura divina’ secondo l’espressione di san Pietro. In quanto tale non d i v i e n e Dio o uguale a Dio, ma solo simile a Lui: ‘deiforme’.

La Grazia rende Dio presente all’anima nella Sua essenza, in modo vero e reale, tale di essere posseduto, visto, ed amato direttamente dall’anima. Si tratta dunque dell’unione dell’anima a Dio nel possesso, nella visione, e nell’amore per Lui, che è in sostanza dello stesso genere dell’unione che avviene in Cielo: l’unione della Visione Beatifica. La prima unione è dello stesso genere del secondo, dunque, ed è anche orientata a trasformarsi in essa nel corso del tempo.

Dentro l’anima Dio è presente, ossia è presente con tutte le operazioni delle Tre Persone Divine: Il Padre genera il Figlio; il Padre ed il Figlio si amano a vicenda infinitamente; da questo amore procede lo Spirito Santo, vincolo reciproco dei Due, ma distinto da loro.

La Santissima Trinità è presente in noi non solo nella Sua essenza, però, ma anche moralmente: per assisterci come Padre, Figlio, e Spirito Santo nel nostro cammino verso il Cielo.

Egli è il nostro Padre e noi siamo i Suoi figli adottivi: adottivi non nel senso legale ed artificioso, però, ma in senso reale. ‘Ha dato potere di divenire figli di Dio’ (Gv 1.12); ‘… per essere chiamati figli di Dio e lo siamo realmente’ (1Gv 3.1). ‘Abbiamo infatti ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo ‘Abba Padre’… e se siamo figli, siamo anche eredi. Eredi di Dio, coeredi di Cristo’ (Rom 8.15-7). Nel Discorso della montagna (Mt 5-7) Nostro Signore Gesù Cristo descrive il rapporto paterno come quello di un padre che conosce perfettamente il suo figlio, ascolta le sue preghiere fatte in segreto, conosce i suoi bisogni, e prende cura di lui. In un altro luogo ( Gv 3.16) esprime l’amore del Padre in termini del sacrificio che fece del proprio Figlio.

Dio ci aiuta non solo da Padre, ma anche da Figlio, e più precisamente da Amico. Questa amicizia si caratterizza di una certa uguaglianza (anche se ovviamente non è piena) e di un’intimità e famigliarità per mezzo di dolci comunicazioni e comunione.

Le dolci comunicazioni vengono espresse nella parola del Signore: ‘Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi’ (Gv 15.15). Non solo ai Suoi discepoli ha fatto conoscere ciò, però, ma anche a noi tramite il Suo insegnamento durante la vita terrena e tramite la Santa Chiesa; nonché tramite tutte le ispirazioni interne al nostro spirito, quando per mezzo del Suo Spirito suggerisce a noi ‘tutto ciò che avrà detto a voi’ (Gv 14. 26).

La dolce comunione, invece, viene espressa della parola: ‘Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la Mia voce e Mi apre la porta, Io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con Me’ (Apc 3. 20). Tommaso à Kempis parla similmente di:’ Frequenti visitazioni coll’uomo interiore, dolce parlare, grata consolazione, molta pace, una famigliarità assai meravigliosa’ (Im II 1.1). Non è questa la nostra parte d’altronde nella pratica della presenza di Dio?

Dio è presente a noi anche nella Persona dello Spirito Santo, in quanto Santificatore. Egli ci forma per divenire un tempio degno per contenere Lui assieme a tutta la Santissima Trinità, guidandoci nel cammino della perfezione tutto il lungo della nostra vita. Ci elargisce ed aumenta le virtù teologali della Fede, Speranza, e Carità; le virtù cardinali infuse della Prudenza, Giustizia, Fortezza, e Temperanza; i sette Doni, come quello del Consiglio che perfeziona la Prudenza affinché possiamo giudicare ciò che bisogna fare, e la Forza per operare e patire lietamente e intrepidamente grandi cose, superando tutti gli ostacoli, e perseverando sino alla fine. Ci manda grazie attuali ad ogni momento della vita. Così potremo dire coll’Apostolo (Fil 1.6): ‘Colui che ha iniziato in voi questa opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Gesù Cristo’.

È pur vero che in un certo qual modo Dio tratta i Suoi figli, anche i peccatori, anche i non credenti, sempre come Padre, Figlio, e Spirito Santo, o, più precisamente, si può sempre attribuire alle diverse Persone della Santissima Trinità le varie relazioni di Dio con gli uomini: in quanto provvede per i loro bisogni, ascolta le loro preghiere, bussa all porta dei loro cuori, e li assiste con grazie attuali; ma per coloro che non sono nello stato di Grazia mancheranno l’intimità e la dolce comunione: non si siederà per cenare con loro; e mancheranno pure le virtù infuse e i doni dello Spirito Santo.

Infine, la vita spirituale è questa: Contenere la Santissima Trinità nell’anima tramite la Grazia; vivere nella presenza del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo: essere l’oggetto dell’amore premuroso del Padre, l’oggetto famigliare ed intimo del Figlio, l’oggetto del potere santificatore dello Spirito Santo, Spirito dell’amore reciproco del Padre e del Figlio. Contenere dentro dell’anima, ed essere in rapporto diretto ed intimo con, queste Tre Persone, i Tre Ospiti invisibili dell’anima: Che sono presenti per collaborare con noi e per aiutarci a raggiungere il Cielo: Quando la Grazia si trasformerà nella Gloria, e la conoscenza velata si trasformerà nella Visione beatifica: la Visione degli stessi dolci ospiti dell’anima come sono in Se Stessi nella loro Gloria infinita, alla nostra eterna Beatitudine. Amen.

Paradiso

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Paradiso è il luogo della felicità eterna: quella felicità descritta dai Santi Padri della Chiesa come una esenzione da ogni male e il godere di ogni bene.

La esenzione di ogni male è descritta nell’Apocalisse nei termini seguenti: ‘Non avranno più fame, ne avranno più sete, ne li colpirà il sole, né arsura di sorta; e Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate…’ Il godere di ogni bene invece viene descritto da San Paolo: ‘quelle cose che occhio non vide ne orecchio udì, ne mai entrarono nel cuore dell’uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano’.

1. La Visione di Dio

Anche se non possiamo descrivere la qualità di questa felicità o beatitudine, possiamo almeno dire in cosa consiste, e questo è il possesso di Dio: perché come Dio è la somma di ogni perfezione, ne segue che il possesso di Dio colma completamente ogni desiderio che possiamo avere per tutto ciò che è Vero e Bene, e per ciò costituisce la perfetta felicità.

Questo possesso di Dio è descritto anche in termini della conoscenza, o visione, di Dio. Nostro Signore Gesù Cristo + il cui Nome sia sempre adorato, dice: ‘Questa è la vita eterna, che conoscano Te l’unico vero Dio e Colui che hai mandato, Gesù Cristo’; e San Giovanni scrive: ‘Sappiamo che quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché Lo vedremo così come Egli è – sicuti est‘.

Il nome di questa visione è la Visione beatifica a cui San Paolo accenna quando scrive: ‘Ora vediamo come in uno specchio, ma allora vedremo a faccia a faccia…’ Il motivo per cui bisogna essere simili a Dio per poter vederLo, è che per vedere o comprendere una cosa, bisogna assomigliarsi in qualche modo a questa cosa. Per vedere il Divino occorre dunque, in qualche modo, essere divini o partecipare in modo adeguato nella Divinità di Dio. Questo avviene tramite l’infusione nell’anima di ciò che si chiama Lumen Gloriae, la luce della gloria: in questa luce vedremo Dio che è la Luce – in lumine tuo videbimus lumen.

2. La Pace

Dottori eminenti della Chiesa hanno insegnato che tre doni seguono il possesso dell’infinita felicità e questi sono la gloria, l’onore, e la pace. Parlando della pace, Sant’Agostino ne distingue tre specie: pace in noi, pace tra di noi, e pace con Dio. Questa pace è riempita di gioia, amore, e lode, di cui la gioia più grande sarà cantare le Misericordie di Dio per tutta l’eternità: un inno alla gloria della grazia di Cristo mediante il Sangue di cui siamo stati liberati. In breve, come continua il Santo alla conclusione della sua opera, la Città di Dio: Là taceremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo. Ecco cosa sarà alla fine senza fine, perché cos’è il nostro fine se non da raggiungere quel regno che non ha fine?

Il Cielo sarà il luogo, infine, dove, nelle parole dello stesso santo, sarà compiuto il precetto di Dio: ‘Fate silenzio e sappiate che Io sono Dio’ (Salmo 45,11). ‘Questo sarà davvero il più grande dei sabati, un sabato che non conosce tramonto. Noi stessi diverremmo questo settimo giorno, restaurati da Lui e perfezionati dalla Sua più grande grazia; staremmo nel Suo riposo per l’eternità; vedremo che Lui è Dio e saremmo riempiti di Lui, quando Lui sarà tutto in tutti: ossia la soddisfazione di tutti i nostri desideri’.

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La meditazione sulla morte, sul Giudizio e sull’Inferno ci può motivare alla conversione per paura; quella sul Paradiso ci può motivare per amore: Siamo creati per uno scopo ed uno scopo solo: per amare Dio il Bene Infinito, per godere della felicità e della pace eterna in Lui. Se falliamo in questo, avremo fallito in tutto. Serviamoci dunque di questa breve vita per raggiungere questo scopo: per l’intercessione della Beatissima ed Immacolata Madre di Dio alla Gloria dell’Altissimo. Amen.