Il Giudizio particolare

+ In nomine Patris et Fillii et Spiritus Sancti. Amen.

Un tema ricorrente nei vangeli, come in quello dell’impiegato ingiusto o quello dei talenti, e’ il ‘resaconto’. Un altro tema ricorrente e’ la vigilanza richiesta in vista dell’attesa del ritorno del Signore. Ambedue temi manifestano la dottrina del Giudizio particolare.

I Concili di Leone e di Firenze, come anche la Costituzione dogmatica Benedictus Deus di Benedetto XII, proclamano infallibilmente che immediatamente dopo la morte le anime dei giusti vengono assunte in Cielo (direttamente o indirettamente attraverso il Purgatorio), mentre le anime di coloro che muoiono nel peccato mortale (o personale o originale) vengono mandate in Inferno. Il Catechismo romano insegna la dottrina del Giudizio particolare esplicitamente. Mediteremo su questo tema coll’aiuto dell’ ‘Apparecchio alla morte’ di Sant’ Alfonso.

1) La comparsa davanti al Giudice

Secondo l’opinione comune dei teologi, il Giudizio particolare avviene al momento stesso, e nel medesimo luogo, della morte. Sara’ Nostro Signore Stesso a giudicare l’anima, e verra’ ‘ai buoni nell’amore, ma agli empi con tremore’ nella parola di Sant’Agostino. Per gli empi la condanna si annunziera’ gia’ dall’apparenza del Giudice: ‘L’ira del Re e’ messaggero di morte’ (Proverbi 16.14). ‘Che pena… provera’ l’anima nel vedere Gesu’, osserva Sant’Alfonso, ‘il Quale essa ha disprezzato durante la vita! Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto, e l’anima vedra’, allora adirato, senza piu’ speranza di placarci, Lui, l’Agnello, il Quale ha avuto tanta pazienza durante la vita.’

Il Giudice verra’ a giudicarli con le stesse piaghe con le quali lascio’ questa terra. ‘Grande gioia di chi lo contempla, esclama l’Abbate Ruperto, grande timore di chi Lo attende’: le sue piaghe consoleranno i giusti ma spaventeranno i peccatori.

Che cosa rispondera’ il peccatore a Gesu’ Cristo sotto l’aspetto della Sua Passione? La Sue sante piaghe diranno: Guardate l’effetto del tuo peccato e malvagita’! Guardate le fonti di perdono per coloro che si pentono! Guardate e tremete il tuo peccato e la tua impenitenza’.

2) L’accusa

‘La corte sedette e i libri furono aperti’. I libri di cui parla l’Apocalisse saranno due: il vangelo e la coscienza. Nel vangelo si leggera’ quanto l’accusato avrebbe dovuto fare; nella coscienza quanto ha fatto. Sulla bilancia poi della divina Giustizia, non saranno pesate ne’ le ricchezze, ne’ il prestigio, ne’ la nobilita’ dei singoli, ma solo le opere.

Giungeranno allora gli accusatori, e per primo il demonio. Sant’ Agostino scrive: ‘Ci gettera’ in faccia tutto cio’ che abbiamo fatto, in quale giorno e in quale ora abbiamo peccato.’ Quindi dira’ al Giudice nelle parole di san Cipriano: ‘Io non ho sopportato per costoro ne’ gli schiaffi, ne’ i flagelli… O Signore, per questo reo io non ho patito nulla. Egli pero’ ha abbandonato Voi Che siete morto per salvarlo, per farsi mio schiavo; e per tale ragione me lo prendo io.’

Anche gli angeli custodi lo accuseranno, come afferma Origine, testimoniando di quanti anni abbiano faticato attorno a lui in vano. Lo accuseranno atresi’ le mure tra le quali ha peccato, la coscienza, ed anche i peccati medesimi. Questi diranno, nella parole di San Bernardo: ‘Tu ci hai generati, siamo tue creature: non ci separeremo da te.’ Saranno in fine le piaghe stesse di Gesu’ ad accusare il reo secondo San Giovanni Crisostomo: ‘I chiodi si lamenteranno di te, le piaghe parleranno a tuo sfavore, la Croce di Cristo pronunziera’ il discorso finale contro di te.’

3) L’esame

Il Signore dice nel libro di Habakkuk: ‘In quel tempo perlustrero’ Gerusalemme con lanterne’. La luce della lanterna, infatti, penetra in tutti angoli della casa. Padre Cornelio a Lapide spiega che Dio porra’ davanti al reo gli esempi dei santi e ogni lume ed ispirazione che gli aveva dato durante la vita, come pure tutti gli anni concessi a lui per fare il bene.

Cosicche’ in quel momento tu dovrai rendere conto di ogni sguardo, come ammonisce Sant’Anselmo, di ogni mancanza anche nelle opere buone: nelle confessioni nelle Sante comunioni e in tutte le altre. E ‘Se il giusto a stento si salvera’’, dice San Pietro, ‘che ne sara’ dell’empio e del peccatore?’ ‘Se si deve rendere conto di ogni parola oziosa, quale conto si dovra’ rendere’, ci chiede San Gregorio, ‘per aver acconsentito a tanti cattivi pensieri ed a tante parole oscene?’

4) La sentenza

Infine, al momento del Giudizio, bisogna che l’anima abbia condotto una vita conforme alla vita di Gesu’ Cristo, per poter raggiungere la salvezza eterna. Cosa fara’ il peccatore? Fara’ come quel tale del vangelo, che giunse al banchetto senza le veste nuziale: tacque, non sapendo cosa rispondere. Il suo stesso peccato gli chiudera’ la bocca: ‘Ogni iniquita’ chiude la sua bocca’ (Ps. 106. 42).

Ecco alla fine il Giudice emettera’ la sentenza: ‘Venite benedetti del Padre mio, ricevete in eredita’ il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo!’; oppure ‘Via da me maledetti nel fuoco eterno!’

Sant’ Eusebio dice che lo spavento dei peccatori nel momento in cui sentiranno il Giudice emettere la condanna sara’ tale, che se non fossero immortali, morirebbero di nuovo. San Tommaso da Villanova aggiunge: ‘Non ci sara’ piu’ possibilita’ di pregare: non ci saranno piu’ intercessori a cui ricorrere, ne’ un amico, ne’ i proprio padre. A chi dunque ricorreranno i malvagi? A Dio Che hanno disprezzato? Ai santi protettori o alla Madonna? Ma gli astri (che sono i santi) ‘cadranno dal cielo’, e la luna, che e’ la Madonna, ‘non dara’ piu’ la sua luce’. ‘Maria’ dice Sant’Agostino, ‘si allontanera` dalla porta del Paradiso’.

*

‘Ahime’! con quanta sicurezza facciamo ed ascoltiamo questi discorsi, come se questa sentenza non ci riguardasse, o come se quel giorno non dovesse mai giungere’, dice San Tommaso da Villanova. Ma come sappiamo che anche noi non saremo candannati all’Inferno? Tanti dannati non prevedevano che sarebbero mandati in Inferno.

E cosa dobbiamo fare, quindi? Dobbiamo far quadrare i conti prima del Giudizio. San Bonaventura fa notare che i commercianti accorti spesso rivedono e fanno quadrare i conti per non andare in fallimento. ‘O mio Giudice’ dice Sant’Alfonso, ‘voglio che me giudichiate e mi puniate ora durante la vita: ora che e’ tempo di misericordia e mi potete perdonare, perche’ dopo la morte sara’ tempo di giustizia.

‘Si’, mio Dio, mi pento di cuore per tutte le ingiurie che Vi ho fatto. Giudicatemi dunque ora, o mio Redentore. Io detesto sopra ogni male, tutti i dispiaceri che Vi ho dato. Vi amo con tutto il mio cuore sopra ogni cosa. Propongo di amarVi sempre, e di morire piuttosto che di offenderVi. Maria, Madre mia, Vi ringrazio di tante misericordie che mi avete ottenute. Continuate a proteggermi sino alla fine’.

L’Inferno

La santa Chiesa romana dichiara dogmaticamente ed infallibilmente che l’Inferno esiste. Nella costituzione Benedictus Deus (A.D.1334) scrive papa Benedetto XII: ‘Secondo l’ordinazione comune di Dio, le anime di coloro che muoino nel peccato mortale attuale scendono subito dopo la morte in Inferno, dove vengono tormentati di pene infernali.’ secundum Dei ordinationem communem, animae decedentium in actuali peccato mortali mox post mortem suam ad inferna descendunt, ubi poenis infernalibus cruciantur (cfr. anche il primo e secondo concilio di Leone).

Meditiamo la realta’ dell’Inferno coll’aiuto dell’Apparecchio alla morte di sant’Alfonso, per aiutarci ad evitare ogni rischio di cadere in quel luogo di indicibile sofferenza.

1) Le pene dell’Inferno

L’Inferno e’ il luogo di punizione per il peccato mortale. Questo peccato consiste nell’amare la creatura fino ad abbandonare Dio. Viene definito come la conversione alla creatura e l’aversione da Dio: Conversio ad creaturam, aversio a Deo. La conversione alla creatura viene punita con la pena del senso, mentre l’aversione da Dio viene punita dal pena del danno.

La pena del senso afflige il peccatore principalmente nei sensi tramite cui ha offeso Dio, ma anche piu’ generalmente in tutti i cinque sensi. Tra le molte cose che potremmo dire su queste pene ci limitiamo solo ai sensi dell’olfatto e del tocco.

Quanto all’olfatto, i dannati emettono un puzzo cosi’ insopportabile, che, secondo San Bonaventura, se il corpo di un solo dannato fosse tirato fuori dell’Inferno, basterebbe a far morire per il miasma tutti gli uomini. Quanto al tocco, la pena caratteristica dell’Inferno e’ quella del fuoco, in quanto su questa terra la pena del fuoco e’ la peggiore di tutte. Ma c’e’ una tale differenza tra il nostro fuoco e quello dell’Inferno che il nostrro sembrerebbe dipinto in confronto con quello dell’Inferno, dice sant’Agostino, o freddo, dice San Vincenzo Ferreri.

Un’altra pena particolare dell’Inferno e’ l’immobilita’, espressa nelle parole dell’Apocalisse: ‘Egli pigera’ nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente.’ Cioe’ il dannato dovra’ restare per sempre nella medesima posizione in cui sara’ caduto nell’Inferno nel giorno di Giudizio, senza poter cambiare posto, ne’ muovere piu’ un piede o una mano, finche’ Dio sara’ Dio.

La pena del danno invece e’ la pena di aver perso Dio. Sant’Antonino scrive che non appena l’anima esce da questo mondo, capisce subito di esser stato creata per Dio. Percio’ si slancia subito per andare ad abbracciare il Sommo Bene, il suo unico bene, ma essendo in peccato, verra’ cacciata via da Dio. Tutto il suo Inferno consistera’ nel rendersi conto che Dio e’ il Sommo Bene, degno di infinito amore, ma di trovarsi poi costretto ad odiarLo. Odi et amo, scrive il poeta romano… et excrucior. Odio ed amo, e cio’mi crocifige.

2. L’eternita’ dell’Inferno

Il peccato mortale e’ un’offesa infinita a Dio che richiede una punizione infinita, ma come la creatura non e’ in grado di subire una pena infinita nell’intensita’, Dio ha giustamente disposto, spiega san Tommaso, che la sua pena sia infinita in estensione, cioe’ nella durata temporale.

Se fosse concesso ad un uomo di godersi di tutte le gioie di questa terra ogni giorno della sua vita, tranne un’ora all’anno quando sarebbe orribilmente torturato, chi sarebbe cosi’ sciocco ad accettare una tale proposta? Ma la pena dell’Inferno non dura solo un’ora ma e’ eterna, e dopo migliaia di milioni di anni questa pena non avra’ ancora cominciato.

Dall’Inferno non c’e’ scappatoio: non c’e’ ‘forse’. Se un’angelo dicesse ad un dannato: ‘Uscirai dall’Inferno solo quando saranno passati tanti secoli quante sono le gocce dell’acqua del mare, le fronde degli alberi, ed i granelli della sabbia sul litore del mare’, sarebbe riempito di una gioa indicibile, ma questo termine non sara’ mai. La tromba della divina giustizia di Dio non suonera’ all’Inferno altro che: ‘Sempre, sempre, mai, mai.’

3) Il rimorso del dannato

Secondo San Tommaso ‘Il verme che non muore’ nella parola del Signore e’ il rimorso della coscienza. I rimorsi che tormenteranno di piu’ il cuore dei malvagi saranno tre:
i) il poco per cui essi sono sati dannati;
ii) il poco che avrebbero potuto fare per salvarsi;
iii) il bene immenso che hanno perso.

Quanto al poco per cui si e’ dannato ed il poco che avrebbe potuto fare per salvarsi, l’infelice esclamera’: ‘Se io mi fossi mortificato e non avessi guardato quel certo oggetto; se avessi vinto il rispetto umano ed avessi evitato quell’occasione, quell’amico, o quella compagnia; non mi sarei dannato, non sarei ricaduto in peccato. Se mi fossi confessato ogni settimana ed avessi frequentato buona compagnia; se avessi letto ogni giorno una pagina di spiritualita’ e mi fossi raccommandato a Gesu’ e Maria.

Quanto al bene immenso che ha perso: ‘Cio’ che in eterno affligera’ di piu’ il dannato, sara’ vedere che ha perso il Cielo ed il Sommo Bene, cioe’ Dio, non gia’ per sfortuna, o per ostilita’ degli altri, ma per propria colpa. Si accorgera’ che era in suo potere, se solo avesse voluto, divenire eternamente felice: ma si rendera’ conto che lui stesso ha voluto invece precipitarsi con le proprie mani in quell’abisso di tormenti dal quale non potra’ piu’ uscire in tutta l’eternita’.

Questi rimorsi saranno esacerbati dal ricordo di tutti i mezzi che Dio aveva dato al peccatore per salvarsi: l’esempio di amici virtuosi, i doni di natura: quali la buona salute, i beni materiali, i talenti che il Signore gli aveva dato allo scopo di impiegarli bene e farsi santo; e poi i doni della grazia: tanti lumi, tante ispirazioni e chiamate, tanti anni concessi per rimediare al male compiuto. ‘Che spade crudeli saranno tutte queste grazie ricevute per il cuore del povero dannato’ dice Sant’Alfonso, ‘quando vedra’ che e’ finito il tempo in cui era possibile rimediare alla sua rovina eterna. Dovra’ ammettere nelle parole di Geremia: ‘E’ passata la stagione della messe, e’ finita l’estate, e noi non siamo salvati’.

*

‘Fratello mio’, dice il santo, ‘se nel passato anche tu sei stato cosi’ stolto che hai voluto perdere il Paradiso e Dio per un infimo piacere, fa’ in modo di cercare presto un rimedio ora che c’e’ il tempo. Non voler continuare ad essere pazzo. Trema al pensiero di andare a piangere la tua pazzia in eterno’.

‘Chissa’ se questa riflessione… e’ l’ultima chiamata che Dio ti da. Chissa’ se ora non cambi vita, che il Signore non ti abbandoni al prossimo peccato mortale che commetterai.’

Nelle parole dello stesso santo: ‘Mio Sommo Bene, quante volte Vi ho perso per un nonnulla, e ho meritato di perderVi per sempre! Ma mi consola sentire quello che scrive l’autore sacro: ‘Gioisca il cuore di chi cerca il Signore… O Maria, donatrice di pace ai peccatori, concedetemi di far pace con Dio. E poi tenetemi stretto sotto il Vostro manto, affinche’ io non Lo perda piu’’.

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