Luce delle montagne ~ F. Xavier Weiser. Recensione

Fede e Cultura 2013

Questo romanzo, capolavoro del padre Franz Weiser SJ, pur essendo breve, ricorda Dostoevsky per la sua narrativa appassionante, il suo realismo, la sua profondità psicologica, e la sua straordinaria potenza, sia emozionale che spirituale. La traduzione italiana è da racommandare per il suo stile scorrevole, conciso, ed idiomatico, anche se tende ad abbreviare il testo ed a trascurare la raffinatezza e sottigliezza letterarie e poetiche dell’originale tedesco.
Il trattamento rigoroso fatto dall’autore, delle virtù giovanili e la luce con la quale ne illumina la bellezza, prestano al libro un grande valore ed una grande attualità per la nostra epoca, caratterizzata da una dissoluzione morale e da una perdita di Fede quasi universali: da parte dei giovani in particolare. Per questo, la lettura del libro conviene altamente ai giovani di oggi, per ispirarli e per formarli a vivere da buoni cattolici in un ambiente sempre più ostile alla loro salvezza; ma conviene anche agli adulti per esaminare la propria condotta passata e per convertirsi, e, se sono sposati, per chiedersi quale modello rappresentino per i loro figli, e quale educazione gli forniscano.

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Il racconto si svolge nella prima metà del secolo scorso, in una scuola di Vienna e nelle montagne del Tirolo.
Hans Moll, un giovane sedicenne, snello, alto, sciatore esperto, scende dalle montagne per passare un anno scolatico presso un suo parente lontano, Fritz Egger, il narratore della storia. La loro classe consiste di quattro gruppi: i rossi, i neri, gli ebrei, ed il ‘Club’. L’ultimo gruppo, che è anche il più numeroso contando circa 20 membri, è quello dei borghesi liberali, noto per il loro atteggiamento spregevole verso il gruppo più piccolo, i neri, cioè i cattolici convinti. Fritz appartiene al Club, il suo parente, invece, si manifesta subito come nero.
Parecchie sono le prove del nuovo arrivato per vivere, e per testimoniare, la sua Fede, e per combattere tutte le tentazioni dell’adolescenza e gli attachi accaniti che gli orchestra senza rimorso il Club. In questa dura lotta il giovane Hans diviene simbolo della Chiesa stessa, preda del Mondo, ma vittoriosa su di esso tramite una resistenza virile e costante, in Colui che ci dà la forza.
Il suo parente, Fritz, personaggio complesso e debole, lo ama ed ammira, vuole essere coraggioso e grande come lui, ma appoggiandosi solo sulle proprie forze, e senza umiliarsi sotto il giogo della Fede e senza uscire dal suo stato di grave ed abituale peccato. Fà il doppio gioco: amico, confidente, e compagno di camera di Hans, ma dietro alle sue spalle complice del Club e del suo capo cinico e sinistro, il libertino benestante Kurt Berner.
Il primo momento drammatico del libro avviene a poche pagine dall’inizio, quando Fritz si alza dal letto, dopo che si sono addormentati suo parente e suo fratello minore, per cercare nel diario privato di Hans sulle sue escursioni in montagna, un brano che a loro aveva voluto nascondere. Tale brano, scritto il giorno del suo sedicesimo compleanno dopo aver ricevuto la santa Comunione, consiste in una preghiera in forma poetica: “Dammi che nel cuore, sia in gioia che in dolore, vegli la purezza forte, e che sulla fronte, raggiante come l’aurora, rida la gioa pura.” ‘Come rimisi il libro e andai a letto,’ continua il narratore, ‘non lo posso dire. Il senso di vergogna che mi sopraggiunse dopo dura ancora oggi’.

La purezza, infatti, assieme al sacrificio ed alla Fede cattolica, sono i temi principali del racconto, Queste virtù si manifesteranno alla fine del libro in tutto il loro splendore, ma anche in modo notevole quando i tre ragazzi arrivano alla casa di Hans per le vacanze di Natale.
L’incontro con la madre di Hans viene descritto da Fritz in questi termini: ‘Non sarei capace di spiegarvi cosa sentii in quel momento, ma, come una meraviglia, l’essere di questa donna mi rese felice fin dal primo istante. Mi pareva che irradiasse da lei un sole, grande e silenzioso, … sui tratti freschi della sua faccia giaceva il leggero ed acerbo bagliore di affanni matrimoniali e materni, di lavoro e di sacrificio nascosto. Dagli occhi brillava invece quell’unico e glorioso, quel caloroso e comunque tanto serio chiarore, di profonda ed altruista maternità.
‘E tutto quello costituiva per la donna una propria consacrazione. Era quella la cosa più bella in lei: qualcosa di inavvicinabilmente fresco e puro. All’epoca non sapevo cos’era. Un leggero sospetto mi disse che fosse qualcosa di ‘santo’. Mi pareva solo che mia mamma non lo possedesse, per quanto cara e buona fosse.
Più tardi scoprii la ragione: la madre di Hans portava Dio nel suo cuore con incrollabile forza e fedeltà. Riceveva ogni mattina la santa Comunione, e la bontà e l’amore ineffabili di Dio irradiavano dal cuore di questa donna un calore beatificante sul marito e sui figli.’

L’amicizia di Hans col suo parente, la sua testimonianza della Fede, ed il suo eroismo morale, malgrado il suo temperamento focoso e le sue lacrime, fanno riconoscere in fine a Fritz la propria miseria e lo spingono a sottomettersi a Dio, da Cui solo deriva ogni forza e grandezza; di prendere coraggio per fare una confessione generale e per convertirsi definitivamente alla Fede cristiana.
In Tirolo aveva scritto: ‘Questo meraviglioso mondo delle Alpi, in tutta la sua grandezza e maestosità, mi circondava come un mondo di sogno. Dietro di esso, in lontananza, potevo tuttavia scorgere la grande città avvolta nella nebbia, un’oscura massa di edifici che annegavano nel baccano e nella febbrile calca della vita cittadina. Era, riflettei con un brivido, la vera immagine della mia anima.’
Se la città grigia è l’immagine dell’anima di Fritz, l’immagine dell’anima del suo cugino, invece, anche se l’autore non lo dice esplicitamente, sono chiaramente le montagne, che costituiscono, per così dire, una delle dramatis personae principali del racconto. La grandezza, bellezza, splendore, e sublimità delle montagne non sono che simboli, infatti, delle qualità morali dell’anima dell’eroe, che trascendono il mondo intero, ed indicano, al di là ed al di sopra di se stesse, qualcosa delle infinite perfezioni di Dio.

Deo gratias!

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