La Speranza

La speranza è una tendenza verso un bene assente e difficilmente raggiungibile. Ne sono tre tipi: la speranza come passione, come sentimento, e come virtù teologale. La speranza come passione è un impulso dell’appetito sensitivo verso un bene sensibile – come un pasto per qualcuno che ha fame; la speranza come sentimento tende verso un bene morale – come l’esito positivo di un viaggio di un mercante; la virtù teologale, invece, tende verso un bene sovrannaturale: la felicità eterna Che è Dio.
La speranza come virtù teologale si fonde sulla Potenza e sulla Bontà Infinite di Dio Che me renderà possibile raggiungere questo fine, cioè tramite le Sue grazie con le quali devo collaborare. La speranza teologale si estende anche a tutti i mezzi necessari a questo fine, sia sovrannaturali come la pratica delle virtù, che naturali come le condizioni concrete di questa vita.
1. LA SPERANZA SOVRANNATURALE IN GENERE

Con padre Adolfo Tanquerey, su cui si appoggia particolarmente questo articolo, possiamo dire che la speranza sovrannaturale consiste principalmente in tre tratti: il desiderio dell’uomo per Dio come la sua Beatitudine eterna; la fiducia che Lui gli provvederà i mezzi per raggiungerLo; e la prontezza dell’uomo per collaborare a questo fine.

2. TRATTI DELLA SPERANZA
a) Il Desiderio per Dio

Il desiderio per Dio si può coltivare alzando il cuore a Lui nelle sofferenze e nelle gioie che incontriamo, eppure ad ogni momento della vita. Lo si può coltivare altrettanto amandoLo nella preghiera, e meditando sul Suo amore paterno per noi quaggiù e nel Paradiso.

Questo desiderio aiuta l’uomo a superare le inconvenienze della natura caduta, cioè le tre concupiscenze: quella della carne, degli occhi, e della propria eccellenza (o la superbia). Poiché il desiderio per Dio, Infinito ed Immutabile, stacca l’uomo dalle cose finite e passeggere di questa terra: cioè dai piaceri sensuali, dai beni creati, e dalla propria eccellenza, che sono gli oggetti delle tre concupiscenze.

b) La Fiducia in Dio

Il desiderio per Dio porta ugualmente alla fiducia in Lui, perché meditando sulle Sue infinite potenza e Bontà, l’uomo si convince che Dio lo soccorrerà in tutto per compiere il suo fine ultimo in Cielo. La sacra Scrittura ci insegna la stessa lezione: L’Antico Testamento dichiara: ‘Nessuno sperò in Dio e rimase deluso. Chi perseverò nei suoi mandati e fu abbandonato? o chi l’invocò e fu da lui disprezzato? Dio è pur sempre pietoso e compassionevole…’(Eccli II 11-12). Il Nuovo Testamento ci racconta similmente, ed in modo costante, come il Signore opera miracoli per coloro che mettono la loro fiducia in Lui, come ad esempio per il centurione, il lebbroso, ed il paralitico. E nostro Signore Gesù Cristo Stesso di dire: ‘Amen, Amen vi dico, se chiedete qualsiasi cosa al Padre nel nome mio, ve lo darà.’(Gv XVI 23). D’altronde, come può rifiutare a noi ogni mezzo per compiere la Sua Divina Volontà, quando ci ha già dato persino il proprio Figlio? ‘Dio, che non risparmiò il proprio Figlio, ma lo diede a morte per tutti noi, come non ci darà con Lui ogni cosa?’ (Rm VIII 32-44).

L’alzare il cuore a Dio in mezzo alle gioie di questa terra ed in mezzo alle nostre sofferenze e miserie è di fatti un mezzo assai efficace per conseguire la fiducia filiale in Lui. Scrive mons. d’Hulst: ‘Quando pare che la vita sorrida alle nostre terrene speranze, è cosa dura rigettar queste lusinghiere promesse che ci prendono dal lato debole; è cosa dura sottrarsi agli amplessi del piacere e dire alla felicità che ci si offre: ‘Tu non mi potresti bastare’. Quanto alle sofferenze, ci rammentiamo le parole del reale Salmista: Cum ipso sum in tribulatione, e Non timebo mala, quoniam tu mecum es’; quanto poi alle nostre miserie ed alle nostre debolezze, scrive San Vincenzo: ‘Tutto sta nel conoscerle e nell’amarne l’abiezione…senza fermarvisi che per fissarvi il saldo fondamento della confidenza in Dio, perché allora l’edificio è fabbricato sulla roccia, per guisa che, al venir della tempesta, rimane fermo.’

c) La Collaborazione alla Grazia di Dio

Per ottenere il fine al quale si orienta la speranza, bisogna collaborare con la Grazia di Dio nell’opera della nostra santificazione. Dio ci elargisce la Sua Grazia, ma non intende di sopprimere o sostituire la nostra attività, bensì piuttosto di provocarla, stimolarla, e renderla efficace. San Paolo esprime ciò nelle parole seguenti: ‘Per la grazia di Dio sono quello che sono, e la grazia sua verso di me non riuscì vana, ma più di tutti io faticai: non io però, ma la grazia di Dio che è con me’(I Cor XV 10; Phil III 13-4). Ciò che operava lui insegnava pure agli altri: ‘Aiutando, esortiamo affinché non riceviate la Grazia di Dio invano’( II Cor VI 1), e in particolar modo a san Timoteo: ‘Lavora come un buon soldato di Cristo Gesù’( II Tim II 3), parole che spettano sia alla santificazione del suo discepolo, sia a quella del suo gregge.

Padre Tanquerey cita la famosa massima sulla collaborazione con Dio: ‘Nell’opera della nostra santificazione, tutto dipende da Dio; ma si deve pure operare come se tutto dipendesse da noi soli;’ ed aggiunge: ‘Dio infatti non ricusa mai la sua Grazia, onde in pratica non dobbiamo occuparci che dei nostri sforzi’.

Ci sono vari eccessi contrari alla speranza, specialmente per principianti, che toccano la collaborazione dell’uomo con la Grazia di Dio. Coloro che sono intaccati da questi eccessi danno o troppo peso o troppo poco peso alla Grazia o al proprio agire. Il primo eccesso è quello della presunzione. La presunzione si manifesta in due modi diversi. Il primo consiste nell’aspettarsi troppo da Dio: cioè il Paradiso e tutte le grazie per arrivarvi senza voler prendere i mezzi da Lui prescritti. Il secondo modo consiste nel porre superbamente tutta la fiducia in se stessi, esponendosi persino ai pericoli ed alle occasioni di peccato. Nel primo caso si dimentica che Dio non solo è buono, ma anche giusto e santo e che si offende al nostro peccato. Nel secondo caso si dimentica che ogni bene che possiamo fare è una collaborazione con Dio, e che se non vigiliamo e preghiamo, non potremo resistere alla tentazione. In una parola, san Paolo constata che: ‘Bisogna operare la nostra salvezza con timore e tremore’( Phil II 12).

Il secondo eccesso consiste nella disperazione o nello scoraggiamento. Il soggetto che ne soffre attribuisce troppo poco peso sia alla Grazia di Dio, sia ai propri sforzi. Questi stati d’anima derivano tipicamente dalla violenza della lotta contro il peccato, o dagli scrupoli: cosa che fa disperare, o almeno dubitare, della propria salvezza. San Paolo ci offre un esempio su come resistere: cioè di continuare a lottare ed allo stesso tempo di abbandonarsi fiduciosamente alla Grazia di Dio: Gratia Dei per Jesum Christum’(Rom VII 24-5).

3. VIVERE NELLA SPERANZA

Vivere nella speranza significa, dunque, desiderare Dio, mettere la nostra fiducia in Lui, fare tutto il possibile per condurre una buona vita in collaborazione con la Sua Grazia; significa vivere distaccati dai beni di questo mondo, accettare tutte le prove che Lui ci manderà come provenienti dalle Sue mani; significa vivere col mente ed il cuore in Cielo: ‘mente in caelestibus habitemus’, inter mundanas varietates ibi nostra fixa sint corda ubi vera sunt gaudia’; significa, infine, nelle parole della liturgia Pasquale: ‘Si consurrexistis cum Christo, quae sursum sunt quaerite, ubi Christus est in dextera Dei sedens, quae sursum sunt sapite, non quae super terram: Risorti con Gesù Cristo, nostro capo, non dobbiamo cercare e gustare le cose della terra, ma quelle del cielo, ove Gesù ci aspetta’.