Paradiso

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Il Paradiso è il luogo della felicità eterna: quella felicità descritta dai Santi Padri della Chiesa come una esenzione da ogni male e il godere di ogni bene.

La esenzione di ogni male è descritta nell’Apocalisse nei termini seguenti: ‘Non avranno più fame, ne avranno più sete, ne li colpirà il sole, né arsura di sorta; e Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate…’ Il godere di ogni bene invece viene descritto da San Paolo: ‘quelle cose che occhio non vide ne orecchio udì, ne mai entrarono nel cuore dell’uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano’.

1. La Visione di Dio

Anche se non possiamo descrivere la qualità di questa felicità o beatitudine, possiamo almeno dire in cosa consiste, e questo è il possesso di Dio: perché come Dio è la somma di ogni perfezione, ne segue che il possesso di Dio colma completamente ogni desiderio che possiamo avere per tutto ciò che è Vero e Bene, e per ciò costituisce la perfetta felicità.

Questo possesso di Dio è descritto anche in termini della conoscenza, o visione, di Dio. Nostro Signore Gesù Cristo + il cui Nome sia sempre adorato, dice: ‘Questa è la vita eterna, che conoscano Te l’unico vero Dio e Colui che hai mandato, Gesù Cristo’; e San Giovanni scrive: ‘Sappiamo che quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché Lo vedremo così come Egli è – sicuti est‘.

Il nome di questa visione è la Visione beatifica a cui San Paolo accenna quando scrive: ‘Ora vediamo come in uno specchio, ma allora vedremo a faccia a faccia…’ Il motivo per cui bisogna essere simili a Dio per poter vederLo, è che per vedere o comprendere una cosa, bisogna assomigliarsi in qualche modo a questa cosa. Per vedere il Divino occorre dunque, in qualche modo, essere divini o partecipare in modo adeguato nella Divinità di Dio. Questo avviene tramite l’infusione nell’anima di ciò che si chiama Lumen Gloriae, la luce della gloria: in questa luce vedremo Dio che è la Luce – in lumine tuo videbimus lumen.

2. La Pace

Dottori eminenti della Chiesa hanno insegnato che tre doni seguono il possesso dell’infinita felicità e questi sono la gloria, l’onore, e la pace. Parlando della pace, Sant’Agostino ne distingue tre specie: pace in noi, pace tra di noi, e pace con Dio. Questa pace è riempita di gioia, amore, e lode, di cui la gioia più grande sarà cantare le Misericordie di Dio per tutta l’eternità: un inno alla gloria della grazia di Cristo mediante il Sangue di cui siamo stati liberati. In breve, come continua il Santo alla conclusione della sua opera, la Città di Dio: Là taceremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo. Ecco cosa sarà alla fine senza fine, perché cos’è il nostro fine se non da raggiungere quel regno che non ha fine?

Il Cielo sarà il luogo, infine, dove, nelle parole dello stesso santo, sarà compiuto il precetto di Dio: ‘Fate silenzio e sappiate che Io sono Dio’ (Salmo 45,11). ‘Questo sarà davvero il più grande dei sabati, un sabato che non conosce tramonto. Noi stessi diverremmo questo settimo giorno, restaurati da Lui e perfezionati dalla Sua più grande grazia; staremmo nel Suo riposo per l’eternità; vedremo che Lui è Dio e saremmo riempiti di Lui, quando Lui sarà tutto in tutti: ossia la soddisfazione di tutti i nostri desideri’.

*

La meditazione sulla morte, sul Giudizio e sull’Inferno ci può motivare alla conversione per paura; quella sul Paradiso ci può motivare per amore: Siamo creati per uno scopo ed uno scopo solo: per amare Dio il Bene Infinito, per godere della felicità e della pace eterna in Lui. Se falliamo in questo, avremo fallito in tutto. Serviamoci dunque di questa breve vita per raggiungere questo scopo: per l’intercessione della Beatissima ed Immacolata Madre di Dio alla Gloria dell’Altissimo. Amen.

Giudizio Universale

SECONDO IL CATECHISMO DI TRENTO

 

+In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

C’è un duplice giudizio: uno particolare e uno generale. Il giudizio particolare avviene subito dopo la nostra morte, quando ognuno di noi si farà giustissimo esame davanti a Dio di quanto ha operato, detto e pensato; il giudizio generale avviene alla fine del mondo davanti a tutte le persone che hanno vissuto o vivranno su questa terra. Dopo il giudizio particolare l’anima sarà consegnata al paradiso, all’inferno o al purgatorio; dopo il giudizio generale l’anima riunita al corpo procederà al paradiso o all’inferno (poiché il purgatorio non durerà che fino al giudizio generale). Il duplice giudizio corrisponde al duplice carattere dell’uomo che è allo stesso tempo individuale e membro della società umana. Nel giudizio particolare sarà giudicato come individuo; nel giudizio generale sarà giudicato come membro delle società.

Le ragioni del giudizio generale (o universale) sono umane e divine: derivando dalla condizione umana e dalla volontà di Dio.

Ora la condizione umana è tale che tutto ciò che facciamo e diciamo può avere un effetto buono o cattivo sugli altri: mediante il nostro comportamento e le nostre parole diamo un esempio a tutti coloro che ci osservano o ascoltano. I nostri figli, amici, dipendenti eccetera, se ci apprezzano, tendono a imitarci. Se viviamo moralmente e bene, esercitiamo una buona influenza su di loro; se non viviamo moralmente e bene, esercitiamo una cattiva influenza su di loro. Ma non solo questo, ma anche i nostri atti puramente mentali possono influire sugli altri: le nostre preghiere per esempio, le maledizioni o il male che avremmo potuto augurare loro. La giustizia esige che questo bene o male venga scrupolosamente indagato e ciò esige un giudizio universale.

La giustizia esige in più che i giusti ricuperino innanzi all’assemblea di tutti gli uomini la loro fama che è spesso lesa, mentre gli ingiusti che godono spesso della buona riputazione siano rivelati come sono in realtà. Finalmente poiché facciamo il bene o il male con anima e corpo è giusto anche ricevere la nostra ricompensa (della gloria o del castigo eterno) con anima e corpo. Ciò richiede una risurrezione universale antecedente.

La ragione divina del giudizio universale è di mostrare l’infinita sapienza e giustizia di Dio attraverso la storia umana: di strappare i veli dell’ignoranza degli uomini e la loro sfiducia nella sua misericordia per rivelare l’amore e la provvidenza paterna di Dio: come un filo d’oro nella tappezzeria della storia: dalla creazione dell’uomo fino alla fine del tempo.

L’esito del giudizio generale è il paradiso o l’inferno. Ai giusti nostro Signore Gesù Cristo, Re e Giudice di tutto il genere umano, dirà:”Venite benedetti dal Padre mio, possedete il regno preparato a voi fino dalla fondazione del mondo”; agli ingiusti dirà: “Via da me maledetti, al fuoco eterno, preparato per il diavolo ed i suoi angeli.” Qui le prime parole “via da me” esprimono la pena del danno per la quale gli empi saranno privati per sempre dalla luce della visione divina; “maledetti” significa che la loro disgrazia non sarà alleviata ma piuttosto accompagnata da ogni maledizione. Le parole “al fuoco eterno” esprimono la pena del senso nell’inferno paragonabile con il più acerbo dolore sensibile della terra. Le parole “preparato per il diavolo e per i suoi angeli” esprimono la mancanza totale di ogni consolazione o sollievo perché la compagnia dei diavoli non può che aumentare la nostra miseria.

Paradiso

 SECONDO LE IMMAGINI DELLA SACRA SCRITTURA

Fra Angelico

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Per aiutarci a comprendere cos’è il Paradiso, mediteremo su tre immagini che si trovano nell’Apocalisse (21, 2-3): ‘Vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal Cielo da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: ‘Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini…’

a) Il Tabernacolo

Nell’Antico Testamento troviamo varie immagini del Paradiso che esprimono raccoglimento, accoglienza, sicurezza, e vicinanza a Dio, come quelle della casa o della tenda (tabernaculum). Guardiamo la seconda immagine. Nel Salmo leggiamo: Abiterò nella Vostra tenda per sempre: inhabitabo in tabernaculo tuo in saecula. Abitare nella tenda significa evidentemente abitare in un rapporto stretto con quello che già abita nella tenda, e trovare presso di lui protezione dal caldo: cioè da tutte le sofferenze di questa vita.

La tenda è immagine adatta per il Paradiso in questo modo, ma anche in quanto nell’Antico Testamento si chiamava ‘Tenda’ il ‘Santo dei santi’, il luogo dove si trovava l’Arca dell’alleanza e gli altri oggetti più sacri del popolo d’Israele (cfr. Eb 9. 3-4). Dopo la fondazione della Chiesa, invece, questa parola assume un senso ulteriore, ovviamente, che è quello del tabernacolo dentro la chiesa: il posto che contiene il ‘Santo dei santi’ per eccellenza: la vera dimora del Signore sulla terra. La frase: inhabitabo in tabernaculo tuo in saecula diviene quindi espressione di una vicinanza particolarmente stretta ed intima a Dio Stesso.

Ma la parola tabernaculum acquista un senso ancor più profondo nell’ Epistola di san Paolo agli Ebrei (9.11-12), dove l’Apostolo parla di ‘un tabernacolo nuovo, non fabbricato dalle mani degli uomini’, cioè la Sacratissima Umanità di Nostro Signore Gesù Cristo. ‘Abitare nel tabernacolo’ significa allora infine vivere eternamente nel Signore Stesso.

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Per capire meglio la portata delle due altre immagini del paradiso, cioè quelle della Sposa e della Città santa, bisogna tenere in mente qualche dottrina cattolica sul Cielo e sulla Chiesa. Il Cielo, o piuttosto Gli abitanti del Cielo, sono gli angeli ed i beati; insieme costituiscono la Chiesa Trionfante. La Chiesa, invece, è allo stesso tempo la Sposa Immacolata di Cristo, ed il Suo Corpo Mistico.

b) La Sposa

L’amore sponsale, o matrimoniale, è immagine del Paradiso, in primo luogo, in quanto rappresenta l’amore tra Dio e l’anima. Lo rappresenta, essendo l’amore matrimoniale il tipo di amore umano il più stretto, più forte, più immenso, e più duraturo in assoluto. Nell’Antico Testamento l’amore di Dio per l’anima viene rappresentato in questi termini nel Cantico dei cantici. Se l’amore matrimoniale appare nel primo libro della Bibbia con l’unione di Adamo ed Eva, appare nell’ultimo libro nel contesto dell’amore di Dio per l’uomo: ‘Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!». E chi ascolta ripeta: «Vieni!». Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita. Colui che attesta queste cose dice: «Sì, verrò presto!». E San Giovanni aggiunge alla fine: Amen. Vieni, Signore Gesù’ (Apc 22. 17 e 20).

La sposa in questi esempi rappresenta, dunque principalmente, l’anima individuale amata da Dio, ma in altri brani rappresenta una comunità di persone: il Popolo di Israele nell’Antico Testamento e la Chiesa nel Nuovo. In questi casi si manifestano tutti e due aspetti della Chiesa che abbiamo menzionati sopra: l’aspetto di Sposa e l’aspetto di Corpo Mistico.

Nell’Antico Testamento dice il Signore al Suo popolo (Ger 13.3): ‘Ti ho amato con un amore eterno’; ed è a causa di questo amore sponsale per Israele, che Egli descrive la loro apostasia come ‘adulterio’. Similmente la sposa nella Cantico dei cantici si intende non solo come l’anima individuale (e sopratutto quella della persona più amata di Dio, cioè la Madonna) ma anche come la stessa Chiesa. Nel Nuovo Testamento, nella citazione dal libro dell’Apocalisse all’inizio di questo articolo, la Sposa e la Città santa vengono identificate.

Il concetto dell’amore sponsale tra Dio ed una comunità si manifesta anche nell’ immagine delle nozze, che può essere vista come uno sviluppo ed un completamento dell’idea dell’amore tra Dio ed una sposa individuale. ‘Il Regno dei cieli è come le nozze…’ dice il Signore. L’immagine delle nozze aggiunge esplicitamente alla semplice immagine della sposa l’aspetto comunitario del Paradiso, dunque, dove tutti si radunano insieme per festeggiare con gioia l’amore tra lo Sposo e la Sposa. O, più precisamente, ogni persona presente si rallegrerà all’amore tra Sposo e Sposa, ed allo stesso tempo sarà essa stessa la Sua Sposa.

c) La Città Nuova

Guardiamo adesso brevemente l’immagine della città nuova, o la Nuova Gerusalemme, coll’aiuto dei Padri della Chiesa.

Il fatto che il Cielo è visto come una città, mostra che è una comunità, anzi la comunità delle membra del Corpo Mistico di Cristo che è la Chiesa. Il fatto che è visto come una città, la città di Gerusalemme, esprime la sua santità e pace, essendo Gerusalemme la Città Santa, e il nome “Gerusalemme” significando visione di pace. E’ la nuova Gerusalemme in contrasto al vecchio che ha ucciso i suoi profeti e crocifisso il suo Salvatore.

I cittadini di questa Città celeste sono nutriti dall’albero di vita, godono del fiume d’acqua viva che scorre dal suo centro, e sono illuminati dal Signore Dio. L’albero di vita rappresenta la sacratissima umanità di Cristo, di Cui la morte sul legno della Croce fu la fonte della nostra vita; il fiume d’acqua viva che scorre dal Trono di Dio e dall’Agnello è lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio; è limpida come cristallo perché presta ai cuori e ai corpi degli eletti una purezza accecante che riflette i fuochi del Sole di giustizia, che è Cristo; la Luce della Città è Dio stesso, Che illumina le menti dei suoi cittadini, con le forme più alte della conoscenza.

Tramite queste ed altre immagini, l’Apocalisse, che significa ‘Rivelazione’, ci mostra che in Cielo Dio è tutto in tutti: Dio colma tutti i nostri desideri, diviene il nostro cibo, la nostra bevanda, la luce mediante la quale vediamo e noi saremo trasformati, corpo ed anima, per poter accoglierLo in noi in tutti questi modi.

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Le immagini che fornisce la sacra Scrittura esprimono il Paradiso dunque come l’unione amorevole a Dio, intima e raccolta; un’unione alla Santissima Trinita’, a Nostro Signore Gesu’ Cristo, lo Sposo Divino; un’unione che avviene nel contesto dell’unione amorevole a tutto il Suo Corpo mistico: a tutta la Chiesa Trionfante. Questo amore reciproco tra ogni persona e Dio e l’amore di ogni persona per tutti gli altri membri della Chiesa, la riempirà di gioia: gioia in Dio, gioia in ogni altro, gioia all’amore di ogni altro per Dio.

Queste poche immagini ci danno una intuizione in ciò che è possedere,  conoscere, e vedere Dio: come una sposa e come una comunità la ragione d’esistenza intera di cui consiste in Dio e nell’amarLo e lodarLo.

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Che queste considerazioni, carissimi fedeli, accendano i nostri cuori a cercare quella felicità, in confronto con cui la felicità di questo mondo è come un niente; perché essa è l’unico motivo per cui siamo stati creati, e solo essa può colmare i desideri più profondi e più intimi del cuore umano. Cerchiamola dunque, con una vita buona e santa, con la Carità verso Dio e verso il prossimo, la Preghiera, ed i Sacramenti, a gloria di Dio Onnipotente.

+ In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

L’Inferno

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Sulle pene dell’Inferno scrive papa Benedetto XII nell Costituzione Benedictus Deus (1336): ‘Secondo l’ordinazione comune di Dio, le anime di coloro che muoino nel peccato mortale attuale scendono subito dopo la morte in Inferno, dove vengono tormentati di pene infernali.’ Secundum Dei ordinationem communem, animae decedentium in actuali peccato mortali mox post mortem suam ad inferna descendunt, ubi poenis infernalibus cruciantur.

1. Le Pene dell’Inferno

L’Inferno è principalmente il luogo di punizione per il peccato mortale. Questo peccato consiste nell’amare la creatura fino ad abbandonare Dio; viene definito come la conversione alla creatura e l’aversione da Dio: Conversio ad creaturam, aversio a Deo. La conversione alla creatura viene punita con la pena del senso, mentre l’aversione da Dio viene punita con la pena del danno.

a) La Pena del senso

La pena del senso affligge il peccatore principalmente nei sensi tramite cui ha offeso Dio, ma anche piu’ generalmente in tutti i cinque sensi. Tra le molte cose che potremmo dire su queste pene ci limitiamo solo ai sensi dell’olfatto e del tocco.

Quanto all’olfatto, i dannati emettono un puzzo così insopportabile, che, secondo San Bonaventura, se il corpo di un solo dannato fosse tirato fuori dall’Inferno, basterebbe a far morire per il miasma tutti gli uomini. Quanto al tocco, la pena caratteristica dell’Inferno è quella del fuoco, in quanto su questa terra la pena del fuoco è la peggiore di tutte. Ma c’è una tale differenza tra il nostro fuoco e quello dell’Inferno che il nostro sembrerebbe un dipinto in confronto a quello dell’Inferno, dice sant’Agostino, o freddo, come dice San Vincenzo Ferreri.

Un’altra pena particolare dell’Inferno è l’immobilità, espressa nelle parole dell’Apocalisse: ‘Egli pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente.’ Cioè il dannato dovrà restare per sempre nella medesima posizione in cui sarà caduto nell’Inferno nel giorno di Giudizio, senza poter cambiare posto, nè muovere più un piede o una mano, finchè Dio sarà Dio.

b) La Pena del danno

La pena del danno invece è la pena di aver perso Dio. Sant’Antonino scrive che non appena l’anima esce da questo mondo, capisce subito di essere stata creata per Dio. Perciò si slancia subito per andare ad abbracciare il Sommo Bene, il suo unico bene, ma essendo in peccato, verrà cacciata via da Dio. Tutto il suo Inferno consisterà nel rendersi conto che Dio è il Sommo Bene, degno di infinito amore, ma di trovarsi poi costretto ad odiarLo. Odi et amo, scrive il poeta romano… et excrucior: Odio ed amo, e ciò mi crocifigge.

2. L’Eternità dell’Inferno

Il peccato mortale è un’offesa infinita a Dio che richiede una punizione infinita, ma come la creatura non è in grado di subire una pena infinita nell’intensità, Dio ha giustamente disposto, spiega san Tommaso, che la sua pena sia infinita in estensione, cioè nella durata temporale.

Se fosse concesso ad un uomo di godersi di tutte le gioie di questa terra ogni giorno della sua vita, tranne per un’ora all’anno quando sarebbe orribilmente torturato, chi sarebbe così sciocco ad accettare una tale proposta? Ma la pena dell’Inferno non dura solo un’ora ma è eterna, e dopo migliaia di milioni di anni questa pena non avrà ancora cominciato.

Dall’Inferno non c’è scappatoio: non c’è ‘forse’. Se un’Angelo scendesse ad un dannato: ‘Uscirai dall’Inferno solo quando saranno passati tanti secoli quante sono le gocce dell’acqua del mare, le fronde degli alberi, ed i granelli della sabbia sul litore del mare’, sarebbe riempito di una gioa indicibile, ma questo termine non sarà mai. La tromba della divina giustizia di Dio non suonerà all’Inferno altro che: ‘Sempre, sempre, mai, mai.’

3. Il rimorso del dannato

Secondo San Tommaso ‘Il verme che non muore’ nella parola del Signore è il rimorso della coscienza. I rimorsi che tormenteranno di più il cuore dei malvagi saranno tre:

i) il poco per cui essi sono sati dannati;
ii) il poco che avrebbero potuto fare per salvarsi;
iii) il bene immenso che hanno perso.

Quanto al poco per cui si è dannato ed il poco che avrebbe potuto fare per salvarsi, l’infelice esclamera’: ‘Se io mi fossi mortificato e non avessi guardato quel certo oggetto; se avessi vinto il rispetto umano ed avessi evitato quell’occasione, quell’amico, o quella compagnia; non mi sarei dannato, non sarei ricaduto in peccato. Se mi fossi confessato ogni settimana ed avessi frequentato buona compagnia; se avessi letto ogni giorno una pagina di spiritualità e mi fossi raccommandato a Gesù e Maria.

Quanto al bene immenso che ha perso: ‘Ciò che in eterno affligerà di più il dannato, sarà vedere che ha perso il Cielo ed il Sommo Bene, cioè Dio, non già per sfortuna, o per ostilità degli altri, ma per propria colpa. Si accorgerà che era in suo potere, se solo avesse voluto, divenire eternamente felice: ma si renderà conto che lui stesso ha voluto invece precipitarsi con le proprie mani in quell’abisso di tormenti dal quale non potrà più uscire per tutta l’eternità.

Questi rimorsi saranno esacerbati dal ricordo di tutti i mezzi che Dio aveva dato al peccatore per salvarsi: l’esempio di amici virtuosi, i doni di natura: quali la buona salute, i beni materiali, i talenti che il Signore gli aveva dato allo scopo di impiegarli bene e farsi santo; e poi i doni della grazia: tanti lumi, tante ispirazioni e chiamate, tanti anni concessi per rimediare al male compiuto. ‘Che spade crudeli saranno tutte queste grazie ricevute per il cuore del povero dannato’ dice Sant’Alfonso, ‘quando vedrà che è finito il tempo in cui era possibile rimediare alla sua rovina eterna. Dovrà ammettere, nelle parole di Geremia: ‘È passata la stagione della messe, è finita l’estate, e noi non siamo salvati’.

*

‘Fratello mio’, dice il Santo, ‘se nel passato anche tu sei stato così stolto che hai voluto perdere il Paradiso e Dio per un infimo piacere, fà in modo di cercare presto un rimedio ora che c’e’ il tempo. Non voler continuare ad essere pazzo. Trema al pensiero di andare a piangere la tua pazzia in eterno’.

‘Chissà se questa riflessione… è l’ultima chiamata che Dio ti da. Chissà se ora non cambi vita, che il Signore non ti abbandoni al prossimo peccato mortale che commetterai.’

Nelle parole dello stesso Santo: ‘Mio Sommo Bene, quante volte Vi ho perso per un nonnulla, e ho meritato di perderVi per sempre! Ma mi consola sentire quello che scrive l’autore sacro: ‘Gioisca il cuore di chi cerca il Signore… O Maria, donatrice di pace ai peccatori, concedetemi di far pace con Dio. E poi tenetemi stretto sotto il Vostro manto, affinchè io non Lo perda piu’’.

 

Il Giudizio particolare

+ In nomine Patris et Fillii et Spiritus Sancti. Amen.

1. La comparsa davanti al Giudice

Secondo l’opinione comune dei teologi, il Giudizio particolare avviene al momento stesso, e nel medesimo luogo, della morte. Sarà Nostro Signore Stesso a giudicare l’anima, e verrà ‘ai buoni nell’amore, ma agli empi con tremore’ nella parola di Sant’Agostino. Per gli empi la condanna si annunzierà già dall’apparenza del Giudice: ‘L’ira del Re è messaggero di morte’ (Proverbi 16.14). ‘Che pena… provera’ l’anima nel vedere Gesu’, osserva Sant’Alfonso, ‘il Quale essa ha disprezzato durante la vita! Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto, e l’anima vedrà, allora adirato, senza più speranza di placarci, Lui, l’Agnello, il Quale ha avuto tanta pazienza durante la vita.’

Il Giudice verrà a giudicarli con le stesse piaghe con le quali lasciò questa terra. ‘Grande gioia di chi lo contempla, esclama l’Abbate Ruperto, grande timore di chi Lo attende’: le sue piaghe consoleranno i giusti ma spaventeranno i peccatori. Che cosa risponderà il peccatore a Gesù Cristo sotto l’aspetto della Sua Passione? La Sue sante piaghe diranno: Guardate l’effetto del tuo peccato e malvagita’! Guardate le fonti di perdono per coloro che si pentono! Guardate e tremete il tuo peccato e la tua impenitenza’.

2. L’Accusa

‘La corte sedette e i libri furono aperti’. I libri di cui parla l’Apocalisse saranno due: il vangelo e la coscienza. Nel vangelo si leggerà quanto l’accusato avrebbe dovuto fare; nella coscienza quanto ha fatto. Sulla bilancia poi della divina Giustizia, non saranno pesate né le ricchezze, né il prestigio, né la nobilità dei singoli, ma solo le opere.

Giungeranno allora gli accusatori, e per primo il demonio. Sant’ Agostino scrive: ‘Ci getterà in faccia tutto ciò che abbiamo fatto, in quale giorno e in quale ora abbiamo peccato.’ Quindi dirà al Giudice nelle parole di san Cipriano: ‘Io non ho sopportato per costoro né gli schiaffi, né i flagelli… O Signore, per questo reo io non ho patito nulla. Egli però ha abbandonato Voi Che siete morto per salvarlo, per farsi mio schiavo; e per tale ragione me lo prendo io.’

Anche gli angeli custodi lo accuseranno, come afferma Origine, testimoniando di quanti anni abbiano faticato attorno a lui in vano. Lo accuseranno atresi’ le mure tra le quali ha peccato, la coscienza, ed anche i peccati medesimi. Questi diranno, nella parole di San Bernardo: ‘Tu ci hai generati, siamo tue creature: non ci separeremo da te.’ Saranno in fine le piaghe stesse di Gesù ad accusare il reo secondo San Giovanni Crisostomo: ‘I chiodi si lamenteranno di te, le piaghe parleranno a tuo sfavore, la Croce di Cristo pronunziera’ il discorso finale contro di te.’

3. L’esame

Il Signore dice nel libro di Habakkuk: ‘In quel tempo perlustrerà Gerusalemme con lanterne’. La luce della lanterna, infatti, penetra in tutti angoli della casa. Padre Cornelio a Lapide spiega che Dio porrà davanti al reo gli esempi dei santi e ogni lume ed ispirazione che gli aveva dato durante la vita, come pure tutti gli anni concessi a lui per fare il bene.

Cosicchè in quel momento tu dovrai rendere conto di ogni sguardo, come ammonisce Sant’Anselmo, di ogni mancanza anche nelle opere buone: nelle confessioni nelle Sante comunioni e in tutte le altre. E ‘Se il giusto a stento si salverà’, dice San Pietro, ‘che ne sarà dell’empio e del peccatore?’ ‘Se si deve rendere conto di ogni parola oziosa, quale conto si dovrà rendere’, ci chiede San Gregorio, ‘per aver acconsentito a tanti cattivi pensieri ed a tante parole oscene?’

4. La sentenza

Infine, al momento del Giudizio, bisogna che l’anima abbia condotto una vita conforme alla vita di Gesù Cristo, per poter raggiungere la salvezza eterna. Cosa farà il peccatore? Farà come quel tale del vangelo, che giunse al banchetto senza le veste nuziale: tacque, non sapendo cosa rispondere. Il suo stesso peccato gli chiudera’ la bocca: ‘Ogni iniquità chiude la sua bocca’ (Ps. 106. 42).

Ecco alla fine il Giudice emettera’ la sentenza: ‘Venite benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo!’; oppure ‘Via da me maledetti nel fuoco eterno!’

Sant’ Eusebio dice che lo spavento dei peccatori nel momento in cui sentiranno il Giudice emettere la condanna sara’ tale, che se non fossero immortali, morirebbero di nuovo. San Tommaso da Villanova aggiunge: ‘Non ci sara’ più possibilità di pregare: non ci saranno più intercessori a cui ricorrere, né un amico, né il proprio padre. A chi dunque ricorreranno i malvagi? A Dio Che hanno disprezzato? Ai santi protettori o alla Madonna? Ma gli astri (che sono i santi) ‘cadranno dal cielo’, e la luna, che è la Madonna, ‘non dara’ più la sua luce’. ‘Maria’ dice Sant’Agostino, ‘si allontanerà dalla porta del Paradiso’.

*

‘Ahimè! con quanta sicurezza facciamo ed ascoltiamo questi discorsi, come se questa sentenza non ci riguardasse, o come se quel giorno non dovesse mai giungere’, dice San Tommaso da Villanova. Ma come sappiamo che anche noi non saremo condannati all’Inferno? Tanti dannati non prevedevano che sarebbero mandati in Inferno.

E cosa dobbiamo fare, quindi? Dobbiamo far quadrare i conti prima del Giudizio. San Bonaventura fa notare che i commercianti accorti spesso rivedono e fanno quadrare i conti per non andare in fallimento. ‘O mio Giudice’ dice Sant’Alfonso, ‘voglio che me giudichiate e mi puniate ora durante la vita: ora che e’ tempo di misericordia e mi potete perdonare, perche’ dopo la morte sara’ tempo di giustizia.

‘Sì, mio Dio, mi pento di cuore per tutte le ingiurie che Vi ho fatto. Giudicatemi dunque ora, o mio Redentore. Io detesto sopra ogni male, tutti i dispiaceri che Vi ho dato. Vi amo con tutto il mio cuore sopra ogni cosa. Propongo di amarVi sempre, e di morire piuttosto che di offenderVi. Maria, Madre mia, Vi ringrazio di tante misericordie che mi avete ottenute. Continuate a proteggermi sino alla fine’. Amen.

La morte del peccatore

Francis_Borgia

Insegna san Girolamo: ‘Di centomila peccatori che sono vissuti male, appena uno merita indulgenza da Dio alla morte’: Vix de centum millibus, quorum mala vita fuit, meretur in morte a Deo indulgentiam unus. Aggiunge san Vincenzo Ferreri esser ‘Maggior miracolo il salvarsi uno di costoro, che risuscitare un morto’.

La ragione di questa difficoltà quasi insuperabile di salvarsi è, cioè, che il peccatore, invece di ammollirsi alle grazie ed alle chiamate di Dio, sempre più si è indurito: così che alla morte non sarà più capace di pentirsi. Giobbe dichiara (41.15): ‘Il suo cuore è duro come la pietra, saldo come l’incudine del fabbro’: Cor eius indurabitur quasi lapis, et stringetur quasi malleatoris incus. In altre parole, ogni peccato mortale che commette è come un nuovo colpo sull’incudine, che rende quell’incudine sempre più duro. Nell’Ecclesiastico (3. 27) leggiamo similmente: ‘Il cuore duro andrà a finir male, e chi ama il pericolo vi perirà’: Cor durum habebit male in novissimo; et qui amat periculum, peribit in illo.

Sant’Alfonso, su cui dottrina questo articolo è una piccola sintesi, insegna che il cuor indurito, assieme alla mente ottenebrata e l’abito cattivo, renderà la conversione del peccatore moralmente impossibile. Dio consegnerà la sua anima a tutti i vizi: ‘Ne toglierò la siepe ed essa sarà devastata’ (Isaia 5.5): toglierà la siepe del santo timore ed il rimorso della coscienza, e la lascerà nelle tenebre, così che il peccatore, abbandonato in quel profondo di peccati, disprezzerà tutto: ammonizioni, scomuniche, grazia di Dio, castighi, Inferno; si burlerà della sua stessa dannazione. Leggiamo nei Proverbi (18.3): ‘L’empio, giunto nel profondo dei peccati, disprezzerà’: Impius, cum in profundum peccatorum venerit, contemnit.

Anche se il peccatore si confessa prima della morte, la sua confessione sarà mancante: ‘La penitenza di un infermo è inferma’ dice Sant’ Agostino. E come può pentirsi dei suoi peccati, d’altronde, se la sua confessione non è motivata dall’amore o dal timore verso Dio, bensì solo dal timore dell’Inferno e della dannazione eterna? Come può odiare quel peccato che ha amato fino alla morte? Come può amare quel nemico che sino ad ora ha odiato, o odiare quella persona che sino ad allora ha amata? ‘Oh che montagna da superare!’ esclama sant’Alfonso.

Per di più, l’ora della morte è sempre incerta: ‘Nell’ora che non pensate verrà il Figlio dell’Uomo’(Lc 12.40); ma per l’uomo di cattiva vita la morte è anche sempre improvvisa. Col peso della malattia, con le visite dei medici e le attenzioni dei parenti, con gli affari del mondo ancora da sistemare, gli ultimi giorni saranno sempre giorni di tenebre e confusione, nei quali sarà difficile, anzi moralmente impossibile, l’aggiustare una coscienza imbrattata di peccati. ‘La loro anima perirà nella tempesta’ si legge nel libro di Giobbe (Job 36.14): Morietur in tempestate anima eorum.

E poi ‘Il demonio scende a voi con ira grande, sapendo di aver poco tempo’ (Apoc 12.12): Descendit diabolus ad vos habens iram magnam, sciens quod modicum tempus habet. In morte, il demonio mette tutta la sua forza per non lasciarsi scappare di mano quell’anima che sta per uscire da questa vita, scorgendo dalle circostanze del morbo, che poco tempo gli resta per guadagnarla per sempre. Il concilio di Trento, parlando dell’Estrema Unzione, insegna chiaramente che il nemico in nessun tempo combatte con tanta violenza per farci perdere, e diffidare della divina misericordia, quanto nel fine di nostra vita.

Il momento della morte è incerta: per quello bisogna prepararsi per esso costantemente. Sistemiamo i nostri conti quanto prima per non trovarci sorpresi ad un momento inopportuno. Se siamo nel peccato mortale, o persino nel peccato mortale abituale, cerchiamo l’aiuto di un confessore e direttore di coscienza già oggi. Se abbiamo amici o parenti di cattiva vita, preghiamo per loro incessantemente e offriamo per loro tutte le nostre croci e tutti i nostri sforzi: Affinché ci convertiamo tutti e siamo tutti salvati alla Gloria ed all’onore dell’infinita Misericordia di Dio. Amen.

Raccomandiamo al gentile lettore la lettura dell’ ‘Aparecchio alla morte’ di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Edizioni Gribaudi.

Giudizio Universale

SECONDO SANT’ALFONSO DE LIGUORI

 

+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

“Oggi, se facciamo ben attenzione, dice sant’Alfonso, non c’è persona al mondo più disprezzata di Gesù Cristo+; il Suo santo Nome viene da tanti pronunziato solo in momenti di sorpresa, o di ira; la Sua Divinità e il Suo divin Sacrificio per cui ha salvato il mondo in mezzo ai dolori più atroci, sono disonorati. Il Suo Corpo mistico, la Chiesa, oltraggiato dai nemici esterni ed interni, e tutto questo ‘come ci fosse niente che potesse fare l’Onnipotente’, nella parola del santo Profeta Giobbe.

Ma il Redentore ha destinato un giorno, chiamato dalle Scritture “il Giorno del Signore”, in cui Gesù Cristo si manifesterà come realmente è nella Gloria della Sua Maestà, quando, nella parola del Salmo: ‘si manifesterà facendo giustizia’. Questo giorno non sarà più chiamato “Giorno di misericordia” né di perdono, ma “Giorno di ira”: ‘Dies irae, dies tribulationis et angustiae, dies calamitatis et miseriae’, così il Profeta Sofonia, come ripresa nella sequenza Dies Irae. In questo giorno, che è il giorno del Giudizio Universale, il Signore ristabilirà il Suo onore che i peccatori su questa terra hanno cercato di toglierGli.

Allo stesso tempo tutti gli uomini saranno giudicati, non da individui come nel Giudizio Particolare, bensì nel loro rapporto agli altri; e tutte le loro azioni, buone e cattive, saranno palesate.

Vediamo ora come si svolgerà quell’ultimo giorno della storia umana.

1. L’Incendio

Prima del suo arrivo verrà il fuoco dal cielo e brucerà la terra intera, corrotta come è stata dai peccati: Ecco la fine cui andranno incontro tutte le ricchezze, i lussi, e le raffinatezze di questo mondo.

2. La Risurrezione dei morti

Suonerà la tromba ed i morti risorgeranno (1Cor15, 22-58). Le Anime dei beati scenderanno dal cielo per riunirsi ai loro corpi con cui hanno servito Dio in questa vita, che splenderanno allora come il sole nella bellezza della loro santità; le anime dei dannati invece saliranno dall’Inferno per riunirsi ai loro corpi maledetti, con i quali hanno offeso Dio e che appariranno deformi, neri, e puzzolenti.

3. Il Raduno

Gli uomini si raduneranno nella valle di Josaphat per essere giudicati. Gli Angeli separeranno i cattivi dai buoni: i cattivi alla sinistra, i giusti alla destra. I cattivi che per aver fatto una breve apparizione sulla scena di questo mondo, dovranno poi far la parte dei dannati nella tragedia del Giudizio; mentre gli eletti, a loro maggiore gloria, secondo l’Apostolo Paolo, saranno sollevati in aria sopra le nubi per andare incontro, con gli Angeli, a Gesù Cristo.

4. L’Arrivo degli Angeli

I Cieli si aprono e gli Angeli scendono ad assistere al Giudizio portando i segni della Passione del Signore, come dice San Tommaso d’Aquino: “Veniente Domino ad iudicium, signum crucis, et alia passionis indicia demonstrabuntur”. Padre Cornelius a Lapide scrive: Oh come allora al veder la Croce piangeranno i peccatori, che in vita non fecero conto della loro salute eterna, che tanto costò al Figlio di Dio! “Plangent qui salutem suam, quae Christo tam cara stetit, neglexerint”.

5. L’Arrivo dei Beati

Gli Apostoli e la Regina degli Angeli e dei Santi giungeranno ad assistere al Giudizio, e alla fine l’Eterno Giudice arriverà in un trono di luce e di maestà: ‘Vedranno il Figlio dell’Uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria, e davanti a Lui tremeranno i popoli’.

Per i dannati sarà meglio sopportare le pene dell’Inferno che la presenza del Signore in questo giorno, come dice San Girolamo: La vista di Gesù Cristo consolerà gli eletti, ma a’ reprobi ella apporterà più pena che lo stesso Inferno: “Damnatis melius esset inferni poenas, quam Domini praesentiam ferre”. E come dice anche San Basilio: “Superat omnem poenam confusio ista”. Allora avverrà quel che predisse S. Giovanni, che i dannati pregheranno i monti a cader loro sopra e nasconderli dalla vista del loro Giudice irato: “Dicent autem montibus: Cadite super nos, et abscondite nos a facie sedentis super thronum, et ab ira Agni” (Apoc 6,6).

6. Il Processo

La Corte si siede e i libri vengono aperti. I Libri sono le coscienze di ogni individuo che insieme agli Angeli e ai Diavoli, daranno testimonianza della loro condotta su questa terra. Il Maestro delle Sentenze ed altri commentatori dicono che i peccati degli eletti non saranno manifestati per un atto di misericordia divina, mentre secondo San Basilio i peccati dei reprobi saranno tutti visti con un unico colpo d’occhio, come in un quadro.

7. La Sentenza

Ai Giusti il Giudice dirà: ‘Venite figli benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi sin dalla fondazione del mondo’ (Mt.25,34). Io benedico il Sangue che ho sparso, dirà il Signore, per voi; benedico le lagrime che avete versato per i vostri peccati. Anche la Madonna Santissima benedirà i Suoi devoti e li inviterà a salire con Lei in Paradiso.

Ai Dannati invece, l’Eterno Giudice dirà: Via lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno (Mt.25,41). Dopo questa sentenza, dice S. Ephrem, i reprobi si licenzieranno dagli angeli, da’ santi, da’ congiunti e dalla divina Madre; poi in mezzo alla valle si aprirà un grande abisso nel quale cadranno insieme i Demoni e i Dannati per non uscirne mai più in eterno.

*

“Mio Salvatore e Dio – prega sant’Alfonso – quale sarà la sentenza che mi toccherà in quel giorno se ora, Gesù mio, mi domandaste conto della mia vita? Che altro risponderVi se non che merito mille volte l’inferno. Oh Gesù mio! Voi condannate i peccatori ostinati, non certo quelli che si pentono e Vi vogliono amare! Eccomi pentito ai Vostri piedi. Oh Gesù mio, salvatemi!

La mia salvezza sia amarVi sempre e sempre lodare le Vostre misericordie: canterò in eterno le misericordie del Signore – Misericordias Domini, in aeternum cantabo. Maria, Madre mia, speranza e rifugio, aiutatemi ed ottenete per me la santa perseveranza, non si è mai perduto nessuno che abbia fatto ricorso a Voi. A Voi mi raccomando: abbiate pietà di me”.

 

La morte

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+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen

“E quel gentiluomo conosciuto come persona divertente e anima della compagnia, ora dov’è?

“Se entrate nella sua stanza, ora non c’è più; se cercate il suo letto, è stato occupato da un altro; le sue vesti, le sue armi, altri se le sono già prese e divise. Se volete vederlo, affacciatevi a quella fossa, dove si è trasformato in sozzura, in ossa prive di carne.

E così sarà anche per te, e in quella stanza nella quale tu avrai esalato l’ultimo respiro e sarai stato giudicato da Gesù Cristo +, si ballerà, si mangerà, si giocherà, e si riderà come prima. E l’anima tua allora dove sarà?”

Mettiamoci carissimi, nell’immaginazione sul letto di morte e guardiamo ciò che avremo cambiato nella nostra vita. Ringraziamo il Signore per il tempo che ci ha concesso adesso per mettere a regola la nostra vita, cominciamo con questo lavoro di conversione anche oggi.

“Davvero non vi è realtà più preziosa del tempo, ma non vi è oggetto meno stimato o più disprezzato dagli uomini del mondo: osserva un fannullone che si intrattiene ore intere sulla strada a guardare i passanti e far discorsi osceni, o a parlare di cose inutili. Se gli domandi che cosa stia facendo ti risponderà: ‘Faccio passare il tempo’. Poveri ciechi! Perdono tanti giorni, ma sono giorni che non torneranno più. O tempo disprezzato! tu sarai la realtà maggiormente desiderata dagli uomini di mondo al momento della morte. Desidereranno allora un altro anno, un mese, un giorno, ma non l’avranno.

“San Lorenzo Giustiniani afferma che ognuno ‘Sarebbe disposto a sacrificare le ricchezze, gli onori, i piaceri in cambio di una sola misera ora, ma questa ora non gli sarà data. Il sacerdote assistendo al letto già sta dicendo: ‘Parti anima di cristiano da questo mondo'” – proficiscere anima Christiana de hoc mundo – , mentre l’anima nostra sta per uscire dal corpo, come un uccello bianco lottando per liberarsi dal gabbio del corpo, ma noi non saremo in grado di indirizzarla dove vogliamo, volerà dove volerà: in Paradiso o all’Inferno.

“E poi l’ingiusto si accorgerà che gli è preclusa la possibilità di compiere alcun bene: per questa ragione esclamerà, tra le lagrime: ‘Come sono stato stolto! Tempo perso! Vita stessa persa! Anni persi nei quali avrei potuto farmi santo, ma non l’ho fatto, ed ora non c’è più tempo di farlo.’

“Ma a che serviranno questi lamenti e questi sospiri? – chiede sant’Alfonso – allora che sta per chiudersi la scena, la lampada è sul punto di spegnersi, e il morente si avvicina al momento decisivo dal quale dipende l’eternità.

“Gesù mio, Voi avete speso tutta la Vostra vita per salvare l’anima mia. Non c’è stato nessun momento della Vostra vita in cui non Vi siate offerto per me all’Eterno Padre per ottenermi il perdono e la salvezza eterna. Ed io ho vissuto per molti anni in questo mondo e quanti ne ho spesi finora per Voi? Tutto quanto mi ricordo di aver fatto, mi dà rimorso di coscienza. Il male è stato molto, il bene compiuto troppo poco e troppo pieno di imperfezioni e di tiepidezze, di amor proprio e di distrazioni.

“Non permettete che io perda più questo tempo che Voi mi date per Vostra misericordia. Ricordatemi sempre, amato mio Salvatore, l’Amore che mi avete portato, e le pene che avete patito per me, fate che io mi scordi di tutto, affinchè, in questa parte di vita che mi resta, io non pensi ad altro che amarVi e compiacerVi, datemi la santa perseveranza, affido tutto ai meriti del Vostro Sangue e confido nella Vostra intercessione o Maria, cara Madre mia. Amen.”

+In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.

Il timore della morte

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Timor mortis conturbat me  (dalla poesia medioevale)

Il timore della morte è un fenomeno naturale per due motivi. Il primo ne è che la morte è un avvenimento contro natura: L’anima umana infatti è orientata al corpo, per costituire assieme ad esso un’unità sostanziale, mentre la morte, che avviene tramite la separazione violenta dell’anima dal corpo, rompe quest’unione naturale. Il secondo motivo ne è che la partenza dell’anima, privando il corpo del suo principio vitale, lo lascia preda ai processi di corruzione e di putrefazione.

Com’è che la morte è un avvenimento contro natura? Perché la morte è un tratto della natura caduta ed un effetto del Peccato Originale: non fu creata da Dio di Cui tutto ciò che è creato è buono. Dio creò la natura umana nello stato di innocenza originale e la vita umana tale di poter non morire mai. Fu il demonio a far cadere la natura umana e di intaccare la vita umana con la morte. In altre parole, se fu Dio a creare la natura umana e la vita, fu il demonio, per così dire, a creare la natura caduta e la morte.

Non abbiamo altra scelta che rassegnarci già adesso a tutte le pene che potranno accompagnare la nostra morte, secondo l’aspirazione di sant’Alfonso nella Via Crucis, e di accettarle ed offrirle a Dio in punizione e riparazione per i nostri innumerevoli peccati.

Ora, se ci sono due motivi naturali per temere la morte, ce ne sono anche due sovrannaturali: cioè la consapevolezza dei peccati commessi durante la vita e l’incertezza della salvezza. Per combattere questo timore sovrannaturale, bisogna applicarci con grande impegno alla pratica delle virtù cristiane. Occorre una battaglia senza tregua contro i peccati e le tendenze peccaminose. Quali sono i peccati miei abituali? Qual’è il mio vizio predominante? Se lo trovo, devo attaccarlo coraggiosamente, perche vincerlo mi aiuterà progredire lontano nella strada della perfezione. Occorre frequentare i sacramenti assiduamente: la santa Messa non solo la domenica, ma anche più spesso; la confessione non solo a Pasqua, ma più volte all’anno. In questi modi potrò ridurre la gravità e frequenza dei miei peccati ed essere più sicuro della mia salvezza. Ricordiamo le parole del Signore a santa Gertrude: ‘A chi ascolta devotamente la santa Messa, Io manderò negli ultimi istanti della sua vita tanti di miei santi per confortarlo e proteggerlo quanti saranno state le Messe da lui ben ascoltate’.

Questo lavoro, però, deve cominciare subito. Chi sa se qualcuno che sta leggendo questo testo adesso sopravivrà fino a stasera? – mentre dice a se stesso: ‘Anima mia, hai a disposizione molti beni per molti anni; riposati, mangia, bevi, e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tu vita. E quello che hai preparato di chi sarà?’ (Lc 12. 19-20). Se dovessi morire tra poco, anzi, se fossi già sul letto di morte, di quali peccati mi vergognerei? Di quali abitudini e di quali peccati individui? La mia impazienza (anche se solo leggera)? Se pecco 2-3 volte al giorno in questo modo, dopo un anno avrei peccato 1,000 volte, ma questi peccati dovranno essere tutti riparati. E quelli soldi presi con l’intenzione di restituirli, ma che per un motivo o un altro non ci sono mai riuscito? O quell’atto impuro di cui mi sono talmente vergognato che non l’ho mai confessato – anche a costo di tante confessioni sacrileghe?

Mi metto in ispirito sul letto di morte adesso, e mi chiedo di che cosa mi vergogno, che cosa può impedire la mia salvezza eterna, quali sono i miei peccati e le mie tendenze peccaminose; e nel tempo che Dio mi concederà a partire d’adesso fino alla mia morte, proverò a correggermi, affidandomi intieramente alla grazia di Dio e all’intercessione della Sua Santissima ed Immacolata Madre Maria.

Se in questo modo mi impegno per condurre una buona vita cattolica, non avrò niente da temere. Il timore della morte appartiene infatti piuttosto ai pagani ed a coloro che non praticano la Fede. Per i cattolici praticanti, invece, è un passaggio ad una vita migliore: il Paradiso, o almeno il Purgatorio, un luogo dove, malgrado le sofferenze che lo caratterizzano, l’anima, adesso libera da ogni dubbio sulla sua salvezza, si avvicina sempre di più alla sua unione definitiva a Dio.

Mi posso consolare con i pensieri seguenti: che prima di noi Nostro Signore Gesù Cristo Stesso è passato attraverso la morte; che Egli con la Sua morte ha vinto la morte e ci ha apparecchiato la vita eterna; che Egli Stesso ci accompagnerà nel nostro passaggio a questa vita.

‘E quando fu giunta la sera, Egli disse: Passiamo all’altra riva’(Mc 4. 35). Quando la sera della mia vita sarà giunta, mi dirà: Passiamo. Passiamo attraverso il lago, attraverso l’acqua della morte, all’altra riva, all’altra vita: alla vita fino ad ora sconosciuta a te, ma conosciuta a Me, dove ho preparato un posto per te. E se si sollieve una tempesta, sappi che Io sarò con te, calmerò la tempesta e ci sarà una grande bonaccia. E perche hai timore, dunque? Non hai ancora Fede?

‘Simon Pietro gli dice: Signore, dove vai? Gli rispose Gesù: Dove Io vado per ora tu non puoi seguirMi; Mi seguirai più tardi… Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con Me, perché siate anche voi dove sono Io’ (Gv 13.36, 14.2-3). Il momento del mio passaggio non è ancora venuto, la sera non è ancora venuta, ma verrà più tardi. In questo giorno che mi è concesso dalla misericordia di Dio, devo prepararmi: per quello mi fu concesso.

Mi preparerò con una buona vita e con la preghiera, anche quella della pratica della presenza di Dio, perché Dio è sempre con me, ed anzi abita in modo particolare nell’anima del fedele in istato di Grazia: ‘si ambulavero in medio umbrae mortis, non timebo mala: quoniam tu mecum es’: se camminerò in mezzo all’ombra della morte non temerò il male, poiché siete con me’(salmo 22). Anche sul letto della morte continuerò a praticare la presenza di Dio, unendomi a Lui, l’Ospite Divino nel cuore, unendo la mia morte alla Sua morte in croce per amore di me. Ciò sarà il mio grandissimo conforto negli ultimi momenti della vita.

E pregherò alla Beatissima ed Immacolata Madre di Dio, Maria Santissima, che fu immune del timore della morte perché immune del peccato e assolutamente certa della salvezza: che mi accompagni anche Lei nel mio passaggio nell’al di là. Anzi, già adesso ogni volta che prego a Lei, mi assicurerò della sua protezione materna alla fine della vita, chiedendole con fervore: Ora pro nobis, nunc et in hora mortis. Amen – preghi per noi adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

Il Purgatorio

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

L’esistenza del Purgatorio come luogo reale è dogma di fede, affermato nei concili di Lione, di Firenze, e di Trento contro le proposte eretiche di una parte dei greci scismatici e contro quelle di Lutero e di Calvino.

La negazione del Purgatorio ritorna nell’epoca moderna con l’atteggiamento che tutti vanno in cielo subito dopo la morte a causa della ‘misericordia di Dio’ – quando per esempio un celebrante dirà ai fedeli durante un funerale di un qualsiasi membro della parrocchia “Adesso è in cielo”.

La verità però è che Dio non è solo misericordioso ma anche Santo e Giusto, per cui ci deve essere un luogo, nelle parole di Dante: “dove l’umano spirito si purga, e di salir al ciel diventa degno.”

San Cesario di Arles dice: “si incontrano cristiani i quali, benché convinti dell’esistenza del Purgatorio dicono con imperdonabile leggerezza: “Non temo il Purgatorio purché mi salvi!” parlano così perché non sanno cosa siano quelle sofferenze”.

Le pene del Purgatorio sono simili a quelle dell’Inferno: consistono nella pena del danno (la pena della perdita di Dio – pur non eterna – che Santa Veronica Giuliani chiama la pena maggiore) e la pena del senso. Queste pene vengono causate dal fuoco, che è il fuoco dell’Inferno. La differenza essenziale tra le sofferenze del Purgatorio e quelle dell’inferno è che le prime finiranno, mentre le seconde non finiranno.

Le pene del Purgatorio non sono simili a quelle di questa terra primo perché il grado più piccolo delle pene del Purgatorio (secondo l’insegnamento di tutti i Padri della Chiesa) supera in intensità qualunque sofferenza della terra, e secondo perché le pene di questa terra per una persona nello stato di grazia sono meritevoli, mentre per un’anima del Purgatorio non lo è.

San Bernardo commenta dopo una visione del Purgatorio: “Noi infelici se non faremo tutta la nostra penitenza sulla terra e ci toccherà un giorno andare a farla in questo fuoco più insopportabile, più tormentoso, più veemente di quanto possiamo immaginare in questa vita”.

La materia che alimenta il fuoco del Purgatorio sono i peccati commessi in questa vita dei quali non si è fatta la dovuta penitenza. L’intensità e la durezza di questa punizione dipende dalla gravità del peccato e il grado nel quale è radicato nell’anima.

Santa Veronica Giuliani, che esperimentava le pene del Purgatorio per un periodo di una, di tre, o di cinque ore a vari momenti della sua vita, parlava di “ore eterne”. Diceva: “Noi mortali non sappiamo che cosa sia il fuoco del Purgatorio. Si chiama così per modo di dire: ma esso è tanto scottante, è tanto penetrante, è tanto potente che in un tratto ti distrugge, annienta e consuma; ha un ardore così grande che in un baleno distruggerebbe il mondo tutto… Pensate che pene e che tormento sia a quelle povere anime! Sono nel fuoco come lo stesso fuoco, sono incorporate in esso, e nelle sue fiamme ardenti bruciano e si consumano senza pietà. La Divina Giustizia fa l’ufficio suo rettissimamente; nessuno può fuggire; ivi si deve stare sino a che sia purgato ogni minimo neo.”

*

Proviamo a santificarci per evitare le pene indicibili del Purgatorio (per non parlare di quelle dell’Inferno). A noi dunque la sapienza di approfittare dell’esilio terreno per vivere santamente e per purificarci quaggiù attraverso tutte le difficoltà, le pene ed i disagi che la Divina Provvidenza vorrà inviarci, e la Carità di pregare per i defunti, per liberarli quanto prima dai loro eccessivi dolori.

 

La gloria dei Beati

In questo articolo consideriamo la gloria dei beati sotto l’aspetto dell’immagine che li raffigura tipicamente, cioè la stella. Dopo una breve introduzione guarderemo:

1. La gloria dei beati in cielo;
2. I gradi di questa gloria.

Introduzione

a) Il senso dell’immagine della stella

Il paragone dei beati con le stelle risale ultimamente al fatto che Dio è Luce, e che Egli presta ai beati qualcosa della propria luce. Rispetto al mondo, il Signore dichiara: ‘Sono la luce del mondo’ e dice ai discepoli, in modo analogo: ‘Siete la luce del mondo’. La luce di cui parla è quella della Verità e della Bontà di cui la perfezione è la Santità.

Questa luce ‘brilla nelle tenebre’ (Gv. 1) e per quello viene simbolizzata dalla stella. ‘Io sono la stella radiosa del mattino’, dice Nostro Signore Gesù Cristo (Apc. 22.16), ma anche i suoi santi, già su questa terra, vengono descritti come stelle, o associati ad esse.
b) La gloria dei santi in terra

Nell’Antico Testamento (Dan. 12.3) leggiamo: ‘Coloro che erano dotti, brilleranno come lo splendore del firmamento, e coloro che istruiscono molti alla giustizia, come le stelle per la perpetua eternità’; Similmente (Ecclesiasticus 1.6) leggiamo che brillava l’arciprete Simone, figlio di Onia: ‘Come astro mattutino in mezzo alle nubi, come la luna nei giorni in cui è piena, come sole sfolgorante sul tempio dell’ Altissimo’.

Nel libro dell’Apocalisse la stella rappresenta soprattutto la luce della Verità, ma anche la bontà, come nella parola (1.20): ‘le sette stelle sono gli angeli (delle sette chiese)’ che si riferisce ai dottori ed ai vescovi; e nella passo (12.1) sulla donna con una corona di 12 stelle che significano i 12 apostoli, che, come stelle, versavano la loro luce sulla Chiesa, cioè ai suoi inizi (simbolizzati dal capo).

Nella vita di san Domenico si legge che come giovane apparve ad una matrona nobile in una visione, con una stella radiosa sulla fronte, che irradiava il mondo intiero. Si può supporre che la stella rappresentasse insieme la luce della verità e della bontà di questo insigne santo e del suo ordine.

Nella sua Epistola ai Filippesi (2. 15) san Paolo ammonisce i fedeli alla santità, istruendogli di essere ‘figli di Dio immacolati in mezzo ad una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo…’

2. La gloria dei beati in cielo

Se l’immagine della stella viene adoperata soprattutto in un senso morale per i santi durante la loro vita terrena, cioè per rappresentare le loro opere radiose di insegnamento e di Carità; viene adoperata in un senso piuttosto spirituale quando loro raggiungono il cielo, cioè per rappresentare la loro gloria.

Nostro Signore dice (Apc.2.28): ‘A chi vincerà darò la stella mattutina’. Abbiamo già visto come è proprio Se Stesso che Egli descrive in questi termini, e di conseguenza un senso di queste parole è che ciò che il Signore darà a chi vincerà è Se Stesso.

In un altro senso, invece, un senso che si rapporta al soggetto che possiede Dio, (vide per questo punto – e per tutta questa sezione – il commentario di Cornelius a Lapide su1 Cor. 15. 41) questa ‘stella mattutina’ viene intesa come la gloria e la visione beatifica dell’eletto: viene chiamata ‘stella’ in virtù della splendore della sua luce e la chiarezza della visione; viene chiamata ‘ mattutina’ sia perché è data dopo la notte di questo mondo, sia perché costituisce l’inizio della beatitudine che sarà completata alla Risurrezione del proprio corpo.

Già nell’Antico Testamento, Dio promette ad Abramo una discendenza come le stelle del cielo: ‘Guarda il cielo e numera le stelle se puoi: così sarà il tuo seme’. La parola viene intesa non solo in senso carnale degli ebrei, ma pure in senso allegorico dei credenti e dei cristiani. In questo secondo senso si intende anche la frase seguente della santa Messa di Requiem: ‘Signifer sanctus Michael repraesentat eas in lucem sanctam, quam olim Abraham promisisti et semini eius.’

Cornelius a Lapide (nel commentario a Rom. 4.18) paragona la discendenza di Abramo alle stelle in quanto sarà: ‘innumera et maxima, sublimissima et caelestis, constans, ordinatissima et aeterna, potentissima, famosissima, splendidissima et gloriosissima’.

Il fondamento teologico dello splendore dei beati in cielo è la dottrina della chiarezza (claritas) del corpo trasfigurato. Questa chiarezza significa essere privi di ogni deformità, e pieni di bellezza e splendore. L’archetipo del corpo trasfigurato è quello del Signore Stesso sul Monte Tabor (Mt.17.2): ‘E fu trasfigurato davanti a loro, ed il suo volto brillava come il sole, ed il suo vestimento fu bianco come la luce’. In termini simili viene descritto ‘Uno come il Figlio dell’uomo’: ‘… il suo volto era come il sole brilla nella sua potenza’ (Apc. 1. 13- 16).

I corpi dei beati saranno trasfigurati alla loro Risurrezione, alla fine dei tempi. Nostro Signore Gesù Cristo, servendoSi dell’immagine del sole, ci assicura (Mt.13.43): ‘I giusti brilleranno come il sole nel Regno del Padre’.

Il motivo intrinseco della trasfigurazione del corpo è il traboccamento della gloria dell’anima sul corpo. Scrive san Tommaso d’Aquino (Suppl. 85.1): ‘La chiarezza dell’anima sarà recepita nel corpo in modo corporeale… in un corpo glorificato si conoscerà la gloria dell’anima, siccome per il cristallo si conosce il colore di un corpo contenuto in un vaso di cristallo’.

3. I gradi di gloria dei beati in cielo

‘Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luce, e altro lo splendore della stelle. Ogni stella infatti differisce da un’altra nello splendore’(1. Cor. 41). La citazione significa che i giusti goderanno di diversi gradi di gloria in Cielo. In questa sezione guarderemo prima l’ ineguaglianza di ricompensa dei giusti, e poi due modi diversi in cui il beato viene illuminato.
a) Ineguaglianza di ricompensa

La santa Chiesa cattolica insegna dogmaticamente che il grado di perfezione della Visione beatifica concesso all’uomo giusto corrisponde ai suoi meriti. Il Decretum pro Graecis del Concilio di Firenze dichiara che le anime dei perfettamente giusti ‘scorgono Iddio Uno e Trino chiaramente come lo è, ma secondo la diversità dei propri meriti: l’uno più perfettamente dell’altro’. Similmente il Concilio di Trento definisce che l’uomo giustificato merita un incremento della gloria celeste tramite le buone opere.

La contrapposizione eretica sull’eguaglianza nella Visione beatifica viene sostenuta da Gioviniano, che (sotto l’influsso dei Stoici) insegnava che tutte le virtù fossero dello stesso grado; e da Martin Lutero con la sua dottrina dell’imputazione esterna della giustizia di Cristo.

Nella sacra Scrittura, Nostro Signore Gesù Cristo promette (Mt 16. 27): ‘Egli (il Figlio dell’uomo) renderà a ciascuno secondo le sue opere’; e san Paolo scrive (1 Cor 3.8): ‘E ogni uomo riceverà la propria ricompensa, secondo il suo lavoro’; e (2 Cor 9.6) ‘Chi semina sparsamente, mieterà sparsamente: e chi semina in benedizioni, mieterà benedizioni’.

I padri della Chiesa si riferiscono alla parola del Signore sulle molte mansioni nella casa del Padre e la intendono della diversità dei meriti dei beati. Sant’Agostino per esempio, mentre intende il singolo denaro nella parabola della vigna della ricompensa della vita eterna, aggiunge (de Sanct. Virg. c.26): ‘In quella vita eterna, la luce dei meriti brillerà con una distinzione: ci sono molte mansioni nella casa del Padre… nelle molte mansioni l’uno viene onorato con uno splendore più grande di un altro’.
All’obiezione che questa ineguaglianza porterà all’invidia, risponde (in Joan. tr.67.2):
‘Non ci sarà invidia a causa della gloria ineguale poiché l’unità di amore regnerà in tutti’.

Scrive san Lorenzo Giustiniani (La Passione di Cristo 23): ‘..sarà più copiosa la ricchezza di splendore dove sarà più ardente il fuoco della Carità, e più puro il torrente di amore. Mirabili ornamenti la rivestiranno, e anche questi non tutti li potranno avere, ma solo quelli che li meriteranno per grazie particolare di Dio: radioso decoro a chi riuscirà a raggiungerli, e gaudio ineffabile a chi saprà contemplarli. Ciascuno però sarà lieto e felice, senza che alcuna miseria di invidia o bruttura di odio li conturbi, sapendo di possedere negli altri quello che mancherà a sé.’

Si nota d’altronde che ‘la stella della virginità brilla tra tutte come la luna tra le luci inferiori’ (Cornelius a Lapide), e che già sulla terra l’anima che si è consacrata alla castità perfetta per il Regno dei cieli, presta al proprio corpo una luce celeste.
b) Due modi di illuminazione

Abbiamo visto che il beato viene simbolizzato da una stella, in virtù della sua gloria e della visione beatifica. La luce del beato è una partecipazione alla luce di Dio, come la luce di una stella è una partecipazione alla luce del sole. Questa luce illuminerà l’anima prima della Risurrezione universale; dopo di che illuminerà l’anima e il corpo insieme.

E’l’una e la stessa luce che illuminerà il beato in due modi: allo stesso tempo lo glorificherà e lo renderà capace di vedere Dio. La luce infatti illuminerà l’anima intiera: il suo essere, per glorificarlo, e le sue facoltà, per poter conoscere Dio: ‘nella Vostra luce vedremo la luce’. Nel secondo caso la luce viene conosciuta come la luce della Gloria: il lumen gloriae.

San Tommaso d’Aquino spiega che più c’è Carità: più c’è il desiderio per Dio e più l’attitudine per accogliere la luce della Gloria nell’intelletto; più c’è l’attitudine: più perfetta sarà la visione di Dio in Cielo (Summa 1.12,6).

In sintesi allora: più grande è la Carità del beato: più vicina sarà a Dio in cielo; più grande sarà la sua gloria; più perfetta infine sarà la sua visione di Dio per tutta l’eternità.
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Scrive santa Teresa d’Avila (Vita 38): ‘Di alcune (anime) piacque al Signore di mostrarmi il grado di gloria che godono ed il posto che occupano in cielo. La differenza che separa le une dalle altre è molto grande’; e (Vita 37): … ‘non vorrei porre misura neppure io, quando si tratta di servire Sua Maestà, vorrei consacrare a Lui tutta la mia vita, le mie forze e la mia sanità, e non vorrei mai perdere per mia colpa neppur un minimo grado di gloria.

‘Se mi domandassero quale preferisco di queste due cose: rimanere su questa terra fino alla fine del mondo, in mezzo ad ogni sorta di travagli e poi salire al cielo con un pochino di gloria di più; oppure, andar subito in cielo senza nulla soffrire, ma con un grado di gloria di meno, accetterei ben volentieri tutti i tormenti del mondo, pur di avere in più quel minimo grado di gloria, e così meglio comprendere le grandezze di Dio. Vedo, infatti, che chi meglio comprende Dio, più lo ama e meglio ancora lo loda’.

Deo Gratias!