Giudizio Universale

SECONDO IL CATECHISMO DI TRENTO

 

+In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

C’è un duplice giudizio: uno particolare e uno generale. Il giudizio particolare avviene subito dopo la nostra morte, quando ognuno di noi si farà giustissimo esame davanti a Dio di quanto ha operato, detto e pensato; il giudizio generale avviene alla fine del mondo davanti a tutte le persone che hanno vissuto o vivranno su questa terra. Dopo il giudizio particolare l’anima sarà consegnata al paradiso, all’inferno o al purgatorio; dopo il giudizio generale l’anima riunita al corpo procederà al paradiso o all’inferno (poiché il purgatorio non durerà che fino al giudizio generale). Il duplice giudizio corrisponde al duplice carattere dell’uomo che è allo stesso tempo individuale e membro della società umana. Nel giudizio particolare sarà giudicato come individuo; nel giudizio generale sarà giudicato come membro delle società.

Le ragioni del giudizio generale (o universale) sono umane e divine: derivando dalla condizione umana e dalla volontà di Dio.

Ora la condizione umana è tale che tutto ciò che facciamo e diciamo può avere un effetto buono o cattivo sugli altri: mediante il nostro comportamento e le nostre parole diamo un esempio a tutti coloro che ci osservano o ascoltano. I nostri figli, amici, dipendenti eccetera, se ci apprezzano, tendono a imitarci. Se viviamo moralmente e bene, esercitiamo una buona influenza su di loro; se non viviamo moralmente e bene, esercitiamo una cattiva influenza su di loro. Ma non solo questo, ma anche i nostri atti puramente mentali possono influire sugli altri: le nostre preghiere per esempio, le maledizioni o il male che avremmo potuto augurare loro. La giustizia esige che questo bene o male venga scrupolosamente indagato e ciò esige un giudizio universale.

La giustizia esige in più che i giusti ricuperino innanzi all’assemblea di tutti gli uomini la loro fama che è spesso lesa, mentre gli ingiusti che godono spesso della buona riputazione siano rivelati come sono in realtà. Finalmente poiché facciamo il bene o il male con anima e corpo è giusto anche ricevere la nostra ricompensa (della gloria o del castigo eterno) con anima e corpo. Ciò richiede una risurrezione universale antecedente.

La ragione divina del giudizio universale è di mostrare l’infinita sapienza e giustizia di Dio attraverso la storia umana: di strappare i veli dell’ignoranza degli uomini e la loro sfiducia nella sua misericordia per rivelare l’amore e la provvidenza paterna di Dio: come un filo d’oro nella tappezzeria della storia: dalla creazione dell’uomo fino alla fine del tempo.

L’esito del giudizio generale è il paradiso o l’inferno. Ai giusti nostro Signore Gesù Cristo, Re e Giudice di tutto il genere umano, dirà:”Venite benedetti dal Padre mio, possedete il regno preparato a voi fino dalla fondazione del mondo”; agli ingiusti dirà: “Via da me maledetti, al fuoco eterno, preparato per il diavolo ed i suoi angeli.” Qui le prime parole “via da me” esprimono la pena del danno per la quale gli empi saranno privati per sempre dalla luce della visione divina; “maledetti” significa che la loro disgrazia non sarà alleviata ma piuttosto accompagnata da ogni maledizione. Le parole “al fuoco eterno” esprimono la pena del senso nell’inferno paragonabile con il più acerbo dolore sensibile della terra. Le parole “preparato per il diavolo e per i suoi angeli” esprimono la mancanza totale di ogni consolazione o sollievo perché la compagnia dei diavoli non può che aumentare la nostra miseria.

Iniziative recenti del Vaticano

+ In nomine Patris  et Filii et Spiritus Sancti. Amen

L’analisi di numerose dichiarazioni di Papa Francesco rivela che siamo in presenza di un’eterodossia tale da non poter più avere dubbi nel dire che non vi è continuità con la Tradizione o, in altre parole, che tali dichiarazioni non sono proferite alla luce della Fede cattolica. L’intento dottrinale di tali esternazioni non può essere sminuito affermando che si riferiscono ad un ordine prettamente pastorale, dal momento che anche una dottrina pastorale è comunque una dottrina.

I tre munera, o uffici, della Chiesa sono: l’insegnare, il reggere, ed il santificare. Questi uffici vanno esercitati dai ministri della Chiesa per la salvezza delle anime. In quanto si tratta della salvezza delle loro anime, i fedeli hanno l’obbligo di vigilare, per assicurarsi che questi uffici siano esercitati in modo adeguato. Se non lo sono, hanno il diritto di palesarne il fatto. Allo stesso tempo, se un ministro inferiore della Chiesa vede che un prelato abusa del suo munus docendi (non insegnando la Fede o insegnando dottrine ad essa contrarie), ha l’obbligo di esercitare lo stesso munus per rivelarne l’abuso e per comunicare la verità.

Scrive San Tommaso d’Aquino (ad Gal.2.14): “Essendovi un pericolo prossimo per la fede, i prelati devono essere ripresi, perfino pubblicamente, da parte di quelli che sono loro soggetti. Così San Paolo, che era soggetto a San Pietro, lo riprese pubblicamente, in ragione di un pericolo imminente di scandalo in materia di fede”.

E Sant’Agostino commenta: “Lo stesso San Pietro dette esempio a coloro che governano, affinché essi, allontanandosi qualche volta dalla buona strada, non rifiutino come indebita una correzione venuta anche dal loro soggetti”.

Riferendosi di nuovo alla critica pubblica di San Paolo a San Pietro, scrive ancora San Tommaso: “La riprensione fu giusta ed utile, ed il suo motivo non fu di poco conto: si trattava di fatti di un pericolo per la preservazione della verità evangelica… il modo della riprensione fu conveniente, perché fu pubblico e manifesto. Perciò San Paolo scrive: ‘Parlai a Cefa’ cioè a Pietro ‘di fronte a tutti’ perché la simulazione operata da san Pietro comportava un pericolo per tutti.”

Questo è lo spirito dunque in cui sarà intrapresa la critica delle dottrine o dei gesti che seguono, con la pietà dovuta di un figlio verso il proprio padre spirituale, capo visibile della santa Chiesa di Dio. Le dichiarazioni (o i gesti) trattati riguarderanno solo tre punti determinati: 1) l’Ecumenismo, 2) l’Eroticismo, e 3) l’Adulterio.

1. Ecumenismo

Un video

Durante la ricorrenza della Festa dell’Epifania 2016, il Papa ha emanato un video ecumenico che metteva sullo stesso livello la religione cristiana, quella ebrea, quella musulmana, e quella buddhista con immagini del Bambino Gesù, del Buddha, del candelabro ebraico, e della coroncina musulmana; gli aderenti di tutte e quattro quelle religioni hanno poi pronunciato la frase: “Noi crediamo nell’amore”.

Il gesto manifesta il principio ecumenico: “Puntiamo su ciò che abbiamo in comune, non ciò che ci separa”. Questo principio ovviamente è lecito per iniziative interreligiose, per promuovere scopi comuni di ordine puramente naturale come può essere ad esempio la lotta contro l’aborto; ma non può essere lecito quando potrebbe oscurare la Fede cattolica, confondere i fedeli, offendere loro, o, ciò che è infinitamente peggio, offendere Dio Stesso.

Ora, la frase “Noi crediamo nell’amore” oscura la Fede cattolica e confonde i fedeli, in quanto dà l’impressione che la visione della Chiesa cattolica dell’amore sia equivalente a quella delle altre religioni. Anzi, dà l’impressione che questa visione faccia parte della Fede cattolica stessa in quanto viene utilizzata la parola ‘crediamo’, in quanto il papa stesso appare nel video, e in quanto il gesto viene fatto in occasione della Festa dell’Epifania, proprio il giorno in cui nostro Signore Gesù Cristo si è rivelato al mondo.

La frase, però, è vera solo quanto alla virtù dell’amore, cioè a livello naturale; ma è falsa quanto alla Carità, cioè a livello sovrannaturale, il livello più importante, perché determinante per la vita eterna. Infatti la Carità è l’amore sovrannaturale, l’amore divino: dunque l’amore dell’uomo verso Dio come è di per Se Stesso, l’amore dell’uomo verso il prossimo in Dio; l’amore di Dio verso l’uomo; l’amore di Dio verso Se Stesso. Solo un cattolico battezzato in stato di Grazia possiede tale amore, non gli aderenti alle altre religioni.

Quanto all’insieme delle immagini, si mette sullo stesso livello la religione creata da Dio che insegna la Verità e porta alla Vita, e le religioni create dal demonio che insegnano la falsità e portano alla morte. Si mette sullo stesso livello la religione di Nostro Signore Gesù Cristo con quelle di coloro che Lo hanno rigettato, bestemmiato e perseguitato nel corso dei secoli: ossia la religione di un edonista nichilista, di un comune brigante, e del popolo che Lo ha condannato, flagellato, e crocifisso con immensa e diabolica crudeltà.

In quanto tale l’insieme delle immagini costituisce un’offesa a Dio ed è di conseguenza del tutto inammissibile.

2. Eroticismo

a) L’Amore matrimoniale

L’esortazione Amoris Laetitia constata § 80-81: “Il matrimonio è in primo luogo una ‘intima comunità di vita e di amore coniugale’ che costituisce un bene per gli stessi sposi, e la sessualità ‘è ordinata all’amore coniugale dell’uomo e della donna’ CCC 2360.” In note a piede di pagina sono forniti 3 riferimenti per questo testo: Gaudium et Spes § 48 rispetto all’intima comunità; il codice 1983 c.1055 rispetto al bene degli sposi (‘Matrimoniale foedus… ad bonum conjugum atque ad prolis generationem et educationem ordinatum’); ed il Catechismo della Chiesa cattolica § 2360 rispetto all’ordinazione della sessualità all’amore coniugale.

Per capire la portata di questo testo, bisogna inserirlo nel suo contesto storico. Secondo l’insegnamento cattolico tradizionale, cioè quello autentico, il matrimonio è un vincolo spirituale; la sua finalità primaria è la procreazione ed educazione dei figli; la sua finalità secondaria è il bene degli sposi (o ‘amore matrimoniale’) che consiste nell’assistenza reciproca degli sposi. L’aspetto sessuale è il rimedio contro la concupiscenza (talvolta identificata come la terza finalità del matrimonio). La sessualità è ordinata verso la procreazione.

Sotto l’influsso del Personalismo poi, la definizione teologica del matrimonio come vincolo viene sostituita da una descrizione psicologica in termini di ‘vita e amore’; la sua finalità secondaria viene elencata prima della sua finalità primaria (come nella citazione latina del codice sopra, senza però designarla ‘primaria’); la sessualità viene intesa come ordinata all’amore matrimoniale, un amore, quindi, essenzialmente emozionale piuttosto che razionale.

Il brano dell’esortazione sopra citato costituisce un passo in avanti (nel senso di interpretazione del tutto forzata e per nulla corretta) rispetto al magistero precedente, in quanto si presenta l’amore matrimoniale ormai esplicitamente come finalità primaria del matrimonio (‘in primo luogo… amore coniugale’), mentre viene taciuta la finalità della procreazione ed educazione (tranne la menzione nella nota in latino). Viene ribadita l’ordinazione della sessualità all’amore coniugale (inteso nel senso emozionale), che sarà elaborato in seguito in termini esclusivamente secolari nella sezione 150 intitolata ‘La dimensione erotica dell’amore’.

b) ‘L’educazione sessuale’

Ora che le scuole europee sono state invase ormai da programmi di ‘educazione sessuale’ di ordine amorale e puramente edonista (e probabilmente se ne aspettano altri ancora peggiori), un intervento da parte della santa Madre Chiesa diviene ogni giorno più conveniente e più urgente.

Con la pubblicazione di Amoris Laetitia si sarebbe sperato qualche presa di posizione cattolica al riguardo: ad esempio 1) una proposta per fondare nuove scuole veramente cattoliche, o almeno per istituire nuovi istituti che vigilassero e operassero affinché venisse attuato l’insegnamento autentico della dottrina cattolica nelle scuole esistenti; 2) un appello ai genitori affinché si occupino dell’educazione sessuale dei loro figli in accordo con l’insegnamento autentico della Chiesa in materia, in particolare sottolineando la finalità primaria del matrimonio, cioè la procreazione e l’educazione dei figli; 3) una chiara esposizione della dottrina cattolica sul matrimonio, sugli atti contrari, sulla purezza, sull’impurezza, e sul fatto che tutti i peccati contro la purezza sono mortali.

Invece la sezione § 280-286 intitolata ‘Sì all’educazione sessuale’ è del tutto priva di questi elementi.

1) Piuttosto di proporre alternative all’educazione sessuale attuale, il documento si accontenta meramente di suggerire qualche modifica o cambiamento di accento dentro di essa;

2) Il ruolo educativo dei genitori non viene neanche accennato: piuttosto si concentra (tranne una sola menzione della ‘naturale finalità procreativa della sessualità’) sulla finalità secondaria del matrimonio, cioè l’amore, anzi, l’amore inteso esclusivamente nel senso emozionale, e soprattutto sessuale. Si legge ad esempio dell’ ‘educazione all’amore, alla reciproca donazione’ (§ 280); della ‘capacità di amare’ (§ 281-2); del ‘modo di amare’ degli adolescenti’ (§ 284).

3) Quanto poi alla dottrina cattolica sul matrimonio e sulla purezza, non viene detto nulla. La sessualità viene trattata di fatto solo in modo psicologico senza neppure un accenno alla moralità. Il male da evitare non sarebbe più il peccato, bensì aspetti sociologici o psicologici come banalizzazione e impoverimento (§ 280); ‘pornografia senza controllo’ (come se la pornografia moderata potrebbe forse essere accettabile), la ‘mutilazione’ della sessualità, la deformazione della capacità di amare (§ 281); ‘l’aggressività narcisistica’, il giocare (§ 283); l’immaturità (§ 284); l’isolamento (§284-5), il non accettare il proprio corpo, la paura dell’altro (§ 285).

La sessualità extramatrimoniale non è dunque condannata; anzi, sembra persino essere incoraggiata, così che la sezione, in un’analisi finale, è compatibile con i programmi di educazione sessuale attuali amorali e del tutto contrari all’insegnamento cattolico; si legge infatti: ‘L’impulso sessuale può essere coltivato in un percorso’ tale da ‘far emergere capacità preziose di gioia e di incontro amoroso’ (§ 280); questo tipo di percorso ‘sulle diverse espressioni di amore, sulla cura reciproca, sulla tenerezza rispettosa, sulla comunicazione ricca di senso’ preparerà ‘all’unione sessuale nel matrimonio (…) arricchito da tutto il cammino precedente’ (§ 283 e vedi anche § 284).

Di fatto la sezione è compatibile pure con l’ideologia ‘gender’, parlando dell’educazione sessuale non solo degli adolescenti, ma anche dei ‘bambini’(§ 280 e 281); si legge anche: ‘Non si può nemmeno ignorare che nella configurazione del proprio modo di essere femminile e maschile non confluiscono solamente fattori biologici o genetici ma anche molteplici elementi relativi ….alla cultura… (etc.)…; è anche vero che il maschile e il femminile non sono qualcosa di rigido…’

La sezione termina con un avvertimento contro il ‘condizionare la legittima libertà e a mutilare l’autentico sviluppo dell’identità concreta dei figli e delle loro potenzialità’ (§ 286).

c) Confronti tra il matrimonio ed il celibato

L’esortazione constata § 159 (citando papa Giovanni Paolo II) che “…i testi biblici ‘non forniscono motivo per sostenere né l’inferiorità del matrimonio, né la superiorità della verginità o del celibato’ a motivo dell’astinenza sessuale”. Mentre san Paolo dice precisamente l’opposto (I Cor 7. 25-40). Si nota in particolare: ‘Chi non è sposato pensa a ciò che è di Dio’ (v.32), e ‘Chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie’ (v.33).

Comunque, per sapere ciò che insegna la Santa Madre Chiesa su qualsiasi argomento, l’autorità più alta è contenuta nei dogmi definiti. Ed il concilio di Trento dichiara dogmaticamente a riguardo (s. 24 can.10): Si quis dixerit… non esse melius ac beatius manere in virginitate aut caelibatu, quam matrimonio: Anathema sit.

3. Adulterio

Sicuramente è lo spirito di eroticismo che si cela dietro l’indulgenza del papa verso gli adulteri.

a)Difesa dell’Adulterio

Nel documento Amoris Laetitia § 298, il Papa parla di coppie di ‘divorziati risposati’ nei termini seguenti:

“La Chiesa riconosce situazioni in cui ‘l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione” (Familiaris Consortio § 84) ed aggiunge nella nota 329: “In queste situazioni, molti, conoscendo e accettando la possibilità di convivere ‘come fratello e sorella’ che la Chiesa offre loro, rilevano che, se mancano alcune espressioni di intimità, ‘non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli’ (Gaudium et Spes § 51)”.

Commentiamo. ‘Espressioni di intimità’ significa parlare del rapporto sessuale, come risulta da una lettura del brano completo di Gaudium et Spes, e dal fatto che queste ‘espressioni di intimità’ vengono messe in confronto con la convivenza ‘come fratello e sorella’. Conseguentemente, si può sintetizzare il testo così: molte coppie di divorziati-risposati che convivono per il bene dei figli, trovano che il rapporto sessuale (cioè l’adulterio) sia proficuo per la loro convivenza e per il bene dei figli.

Vediamo dunque che:
a) l’adulterio viene giustificato;
b) l’adulterio diviene un mezzo orientato ad una fine: cioè la fedeltà della coppia ed il bene della loro progenie;
c) ci si riferisce ad una determinata situazione, anzi una situazione sperimentata da ‘molti’;
d) si evidenzia una pretesa continuazione col magistero precedente.

Quanto ad (a): L’adulterio è condannato expressis verbis nel Vecchio Testamento nel VI comandamento, e da nostro Signore Gesù Cristo Stesso nel Nuovo (Mt 19.9; Mc 10.11-12). Inoltre Egli lo specifica come uno dei peccati che escludono il peccatore dalla vita eterna (Mt.19. 17-18). Essendo, dunque, un male intrinseco, non si può in nessun modo giustificare.

Quanto a (b): San Paolo (Rom 3.8) dichiara esplicitamente che non si possa fare di un male un mezzo per giungere ad un bene;

Quanto a (c): Qua si manifesta ‘l’etica della situazione’ che pretende che la coscienza crei una norma a seconda della situazione in cui si trova l’individuo. La Chiesa, invece, ha condannato l’etica della situazione, e intende la coscienza come un giudizio che applica principi morali oggettivi alle azioni particolari.

Quanto a (d): il Papa (o i suoi collaboratori) sopprime parti essenziali dai brani citati. Nel primo brano papa Giovanni Paolo II, parlando di ‘divorziati risposati’ che convivono per motivi (tra l’altro) per il bene dei figli, dichiara che devono vivere in perfetta castità. Se non lo fanno, non possono accedere alla santa Comunione. Nel secondo brano il Concilio raccomanda rapporti sessuali per motivi di fedeltà e del bene dei figli, ma solo tra coloro che sono sacramentalmente sposati. In sintesi, papa Giovanni Paolo II constata che una coppia di ‘divorziati risposati’ può convivere per il bene dei figli ma in castità perfetta; il Concilio constata che rapporti sessuali possono promuovere la fedeltà di una coppia ed il bene dei figli dentro il matrimonio. Tagliando i riferimenti alla castità ed al matrimonio, papa Francesco pretende di giustificare l’adulterio sulla base del Magistero precedente.

b) Stato ecclesiale degli Adulteri

L’esortazione constata § 299 che i ‘divorziati risposati’ ‘possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa’ e propone che si integrino nella vita pubblica della Chiesa, da padrini ad esempio. La Tradizione della Chiesa (rimando ad esempio a san Tommaso d’Aquino), invece, li considera come membra morte della Chiesa, quali rami morti di un albero vivo. Per questo motivo e per motivo del loro cattivo esempio, non conviene che operino nella vita pubblica della Chiesa.

c) Accesso alla santa Comunione per gli Adulteri

Possiamo concludere da § 298 e nota 329 sopra analizzate, che se l’adulterio non viene più considerato come peccato mortale, ne segue che gli adulteri hanno il diritto di essere integrati nella vita della Chiesa anche accedendo alla santa Comunione. Leggiamo uno dei passi del documento che lo dice esplicitamente:

‘…gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi… nemmeno per quanto riguarda la disciplina sacramentale, dal momento che il discernimento può riconoscere che in una situazione particolare non c’è colpa grave’(§ 300 con nota 336).

Che tipo di giustificazione ha in mente il Papa? ‘L’etica della situazione’? Ma, come abbiamo già spiegato, questa etica è nulla e vuota. L’ignoranza da parte della coppia che l’adulterio sia un peccato mortale o che la santa Comunione in stato di peccato mortale sia un’ulteriore peccato mortale? E’ vero che un peccato mortale non va imputato ad un peccatore che non sapeva che esso fosse mortale; tuttavia il peccato in questione è mortale oggettivamente e rappresenta un’offesa grave a Dio.

Per questo, qualsiasi assistenza spirituale, discernimento, dichiarazione, o intervento da parte della Chiesa devono essere orientati ad istruire la coppia sulla legge oggettiva naturale e divina, e condurla a vivere nella Grazia di Dio, non a lasciarla nell’ignoranza e nel peccato, per paura di urtare le sue sensibilità.

In sintesi, il compito della Chiesa al riguardo non è di evitare di offendere i fedeli, bensì di evitare di offendere Dio.

La lotta contro il demonio

 

Tre mezzi essenziali per lottare contro il demonio sono:
1. Condurre una vita buona cristiana;
2. Palesare i suoi disegni;
3. Disprezzarlo.
1. Condurre una buona vita cristiana
San Paolo, dando consigli ai cristiani per intraprendere la battaglia spirituale contro i demòni (Ef 6, I Tess 5) parla della Sacra Scrittura, della Fede, Speranza, e Carità. Questi passi si intendono della vita di virtù in genere, ma guardiamo brevemente come li interpretano in particolare due maestri della vita spirituale: san Giovanni Cassiano e sant’Antonio del Deserto.
a) San Giovanni Cassiano

San Giovanni Cassiano scrive (Colazioni VII 5) che la Fede è il nostro ‘scudo’, in quanto può difenderci dalle ‘frecce infuocate della libidine e spegnerle con la paura del giudizio futuro e con la fiducia nel Regno dei cieli’(Ef 6.16).

Il ‘torace della Carità’, invece (I Tess 5.8), è ‘ciò che rinchiude e protegge i nostri organi vitali, e riceve i colpi mortiferi della tentazione, ne repelle l’impatto, ed impedisce alle armi del demonio di trafiggere il nostro intimo. La Carità supporta ogni cosa, crede ogni cosa, sostiene ogni cosa (I Cor 13.7)’.

Citando la parola di san Paolo ‘Per una casca, la speranza di salvezza (I Tess 5.8)’,
Il santo dice: ‘Una casca è un protezione per il capo, ed il capo è Cristo. Bisogna fortificarlo contro ogni tentazione, con la speranza nel bene futuro come con una casca impenetrabile; in particolare bisogna conservare quella Fede illesa ed integra. Se perdiamo qualsiasi altro membro, possiamo essere impediti, ma possiamo sempre sopravvivere; senza testa, invece, nessuno è in grado di restare in vita’.

Citando la frase ‘la spada dello Spirito – che è la Parola di Dio – ’(Ef 6.17) lo stesso santo la riferisce alla spada a doppio taglio che raggiunge la divisione dell’anima e dello spirito (Ebr 4.12), e spiega che questa Parola divide e dissecca tutto ciò che trova in noi di terreno o di carnale.
b) Sant’Antonio del Deserto

Sant’ Antonio del Deserto (Vita sancti Antonii c.30) illustra i passi di san Paolo nel modo seguente: ‘Grande arma contro di loro è la vita giusta e la fede in Dio. Essi temono il digiuno degli asceti, le veglie, la preghiera, la mitezza dell’animo, il disprezzo del denaro e della gloria, l’umiltà, l’amore per i poveri, le elemosine, la mancanza di irascibilità, e soprattutto l’amore per Cristo.’

Lo stesso sant’ Antonio paragona il cristiano pauroso con quello che possiede la speranza. Il primo è preda del demonio; il secondo ne è piuttosto il vincitore (c.42): ‘Se… ci troviamo pieni di viltà e turbamento, subito essi, come ladroni che trovano un luogo incustodito, attaccano. Se poi ci vedono timorosi e turbati, maggiormente accentuano il terrore nelle loro fantasie e minacce, ed in seguito a queste, l’anima infelice verrà punita.’ Santa Teresa d’Avila scrive in modo comparabile (Vita c.31): ‘… essi fanno prova del loro potere solo con le anime codarde, che si arrendono senza combattere.’

‘Se invece ci trovano lieti nel Signore’, continua sant’ Antonio, ‘e preoccupati solo dei beni futuri, volti solo al regno dei cieli e pensieri che tutto è nelle mani del Signore, e che i demòni nulla possono contro il cristiano, non hanno la minima facoltà contro qualcuno.’ Similmente san Giovanni Bosco dice: ‘Il demonio ha paura di anime allegre’.
2. Palesare i disegni del demonio

Fratres: sobrii estote et vigilate, quia adversarius vester diabolus, tamquam leo rugiens , circuit quaerens quem devoret: cui resistete fortes in fide…(Fratelli, siate sobri e vigili, poiche il vostro avversario, il demonio, gira, cercando chi possa devorare: a cui resistete forti nella fede)

San Pietro ci ammonisce con queste parole di essere forti nella fede e di praticare le virtù (rappresentate dalla ‘sobrietà’); anche di essere vigili. Il motivo ne è che il demonio opera di nascosto, essendo un ingannatore. Ma se siamo vigili, possiamo scoprirne gli inganni e, scoprendoli, renderli inutili.

Per questo, è essenziale che ogni cattolico abbia un direttore spirituale e gli palesi tutte le sue tentazioni, eppure tutti i suoi desideri, particolarmente se sono di natura insolita. Diamone un esempio: un signore sposato concepisce un affetto forte per un’ donna che non è la sua moglie. Quando le, dopo venir trovare la copia a casa, sta per partire, lui insiste di accompagnarla alla macchina per poter salutarla in modo troppo affettuoso per il suo stato di vita. Sebbene è un signore retto e buono, si sente spinto da questo desiderio che gli sembra pure conveniente e del tutto conforme all’ordine della cose ed all’affetto, anche nobile, che può sentire per la donna, anche se non la saluterebbe così davanti alla sua moglie o altri famigliari.

Se lui prende coraggio di palesare questo desiderio al suo confessore, ne sarà forse subito liberato; altrimenti lo sarà per mezzo delle parole del confessore e dai propri sforzi in collaborazione con la grazia.

Sant’Antonio del deserto propone un altro modo per palesare le tentazioni del demonio (c.55), che è anche adatto agli eremiti, cioè di scrivere tutti i nostri peccati, moti dell’anima, e pensieri, come se dovessimo palesarli ad un altro. Questo porta ad un senso di vergogna ed al proponimento di non cedere a tali tentazioni per il futuro: Facendo così superiamo il demonio ed il peccato.
3. Disprezzare il demonio

Il nostro atteggiamento verso il demonio dev’essere quello del disprezzo. Sant’ Antonio dice (c.42): ‘Se vogliamo disprezzare il Nemico, pensiamo sempre al regno dei cieli, e l’anima si rallegra nella speranza, guarderemo agli scherzi dei demòni, come si guarda il fumo, e li vedremo fuggire invece di inseguirci. Sono infatti essi… del tutto vili, poiché sempre in attesa del fuoco preparato per loro.’

Un altro motivo per disprezzarli è la loro impotenza. Per tentarci o attaccarci devono chiedere il permesso a Dio, come viene raccontato nella storia di Giobbe, e anche là il permesso non sarà dato oltre alle nostre forze. San Giovanni Cassiano ci ricorda (Col. VII 22) che gli spiriti maligni devono chiedere permesso pure per entrare in porchi (Mt 8.31): il loro potere di entrare in un essere umano creato secondo l’immagine di Dio ne sarà ancora molto inferiore. Dice Santa Teresa d’Avila a riguardo: ‘vedo che non si possono muovere senza il permesso del Signore’. Anche quando ricevono il permesso di tentarci, lo fanno solo coll’inganno, presentando il falso come il vero ed il male come il bene, non avendo loro nessuna propria forza per farci commettere il peccato.

Come li disprezziamo? Una volta che ci accorgiamo di ciò che ci tentano di fare, rigettiamo la tentazione, prendiamo coraggio, e resistiamo risolutamente. Ne diamo un esempio. Un demonio suggerisce ad un’anima sofferente che Dio Padre non l’ami, che l’abbia abbandonata, che Lui sia indifferente o persino un tiranno crudele. Questi suggerimenti li fa passare come i propri pensieri del soggetto. Questa sarebbe dunque una tentazione allo scoraggiamento, alla sfiducia verso Dio, ed alla disperazione. Il soggetto, quando capisce che questi pensieri vengono dal demonio, deve rigettarli e subito far ricorso a Dio con un atto di fiducia in Lui: ‘Gesù io confido in Voi!’, ‘Aiutatemi Gesù!’, ‘Deus in adiutorium meum intende! ’

Il soggetto può anche affrontare il demonio direttamente, dicendo qualcosa come: ‘Tu che sei? Via da me in nome di Gesù Cristo!’ Il demonio, che è debole e codardo, si allontanerà subito, gridando miseramente. Scrive santa Teresa a riguardo (c.31) che i veri cristiani devono ‘disprezzare questi spauracchi che il demonio mette lì per cercare di spaventarli. Sappiano che ogni volta che un’anima disprezza i demoni, essi si indeboliscono, mentre l’anima acquista dominio su loro.’

Non bisogna avere paura del demonio. Infatti lui ha paura di noi in quanto battezzati e cresimati, e, se siamo sacerdoti, in quanto ordinati: anche al fine di scacciarlo.

*

Aggiungiamo che se il demonio appare davanti a noi in persona, visibilmente o invisibilmente, nelle parole di santa Teresa d’Avila (Vita c.31): ‘… so per esperienza che per mettere in fuga i demòni in modo che non ritornino, non vi è cosa migliore dell’acqua benedetta. Essi fuggono anche innanzi alla Croce, ma subito ritornano. Ben grande deve essere la virtù dell’acqua benedetta!’ (Facciamo notare che ‘l’acqua benedetta’ a cui si riferisce santa Teresa, è quella esorcizzata, e i fedeli che la desiderano, ciò che è il loro diritto, devono specificare al sacerdote che sia esorcizzata – che non è da dare per scontato oggigiorno.)

La Speranza

La speranza è una tendenza verso un bene assente e difficilmente raggiungibile. Ne sono tre tipi: la speranza come passione, come sentimento, e come virtù teologale. La speranza come passione è un impulso dell’appetito sensitivo verso un bene sensibile – come un pasto per qualcuno che ha fame; la speranza come sentimento tende verso un bene morale – come l’esito positivo di un viaggio di un mercante; la virtù teologale, invece, tende verso un bene sovrannaturale: la felicità eterna Che è Dio.
La speranza come virtù teologale si fonde sulla Potenza e sulla Bontà Infinite di Dio Che me renderà possibile raggiungere questo fine, cioè tramite le Sue grazie con le quali devo collaborare. La speranza teologale si estende anche a tutti i mezzi necessari a questo fine, sia sovrannaturali come la pratica delle virtù, che naturali come le condizioni concrete di questa vita.
1. LA SPERANZA SOVRANNATURALE IN GENERE

Con padre Adolfo Tanquerey, su cui si appoggia particolarmente questo articolo, possiamo dire che la speranza sovrannaturale consiste principalmente in tre tratti: il desiderio dell’uomo per Dio come la sua Beatitudine eterna; la fiducia che Lui gli provvederà i mezzi per raggiungerLo; e la prontezza dell’uomo per collaborare a questo fine.

2. TRATTI DELLA SPERANZA
a) Il Desiderio per Dio

Il desiderio per Dio si può coltivare alzando il cuore a Lui nelle sofferenze e nelle gioie che incontriamo, eppure ad ogni momento della vita. Lo si può coltivare altrettanto amandoLo nella preghiera, e meditando sul Suo amore paterno per noi quaggiù e nel Paradiso.

Questo desiderio aiuta l’uomo a superare le inconvenienze della natura caduta, cioè le tre concupiscenze: quella della carne, degli occhi, e della propria eccellenza (o la superbia). Poiché il desiderio per Dio, Infinito ed Immutabile, stacca l’uomo dalle cose finite e passeggere di questa terra: cioè dai piaceri sensuali, dai beni creati, e dalla propria eccellenza, che sono gli oggetti delle tre concupiscenze.

b) La Fiducia in Dio

Il desiderio per Dio porta ugualmente alla fiducia in Lui, perché meditando sulle Sue infinite potenza e Bontà, l’uomo si convince che Dio lo soccorrerà in tutto per compiere il suo fine ultimo in Cielo. La sacra Scrittura ci insegna la stessa lezione: L’Antico Testamento dichiara: ‘Nessuno sperò in Dio e rimase deluso. Chi perseverò nei suoi mandati e fu abbandonato? o chi l’invocò e fu da lui disprezzato? Dio è pur sempre pietoso e compassionevole…’(Eccli II 11-12). Il Nuovo Testamento ci racconta similmente, ed in modo costante, come il Signore opera miracoli per coloro che mettono la loro fiducia in Lui, come ad esempio per il centurione, il lebbroso, ed il paralitico. E nostro Signore Gesù Cristo Stesso di dire: ‘Amen, Amen vi dico, se chiedete qualsiasi cosa al Padre nel nome mio, ve lo darà.’(Gv XVI 23). D’altronde, come può rifiutare a noi ogni mezzo per compiere la Sua Divina Volontà, quando ci ha già dato persino il proprio Figlio? ‘Dio, che non risparmiò il proprio Figlio, ma lo diede a morte per tutti noi, come non ci darà con Lui ogni cosa?’ (Rm VIII 32-44).

L’alzare il cuore a Dio in mezzo alle gioie di questa terra ed in mezzo alle nostre sofferenze e miserie è di fatti un mezzo assai efficace per conseguire la fiducia filiale in Lui. Scrive mons. d’Hulst: ‘Quando pare che la vita sorrida alle nostre terrene speranze, è cosa dura rigettar queste lusinghiere promesse che ci prendono dal lato debole; è cosa dura sottrarsi agli amplessi del piacere e dire alla felicità che ci si offre: ‘Tu non mi potresti bastare’. Quanto alle sofferenze, ci rammentiamo le parole del reale Salmista: Cum ipso sum in tribulatione, e Non timebo mala, quoniam tu mecum es’; quanto poi alle nostre miserie ed alle nostre debolezze, scrive San Vincenzo: ‘Tutto sta nel conoscerle e nell’amarne l’abiezione…senza fermarvisi che per fissarvi il saldo fondamento della confidenza in Dio, perché allora l’edificio è fabbricato sulla roccia, per guisa che, al venir della tempesta, rimane fermo.’

c) La Collaborazione alla Grazia di Dio

Per ottenere il fine al quale si orienta la speranza, bisogna collaborare con la Grazia di Dio nell’opera della nostra santificazione. Dio ci elargisce la Sua Grazia, ma non intende di sopprimere o sostituire la nostra attività, bensì piuttosto di provocarla, stimolarla, e renderla efficace. San Paolo esprime ciò nelle parole seguenti: ‘Per la grazia di Dio sono quello che sono, e la grazia sua verso di me non riuscì vana, ma più di tutti io faticai: non io però, ma la grazia di Dio che è con me’(I Cor XV 10; Phil III 13-4). Ciò che operava lui insegnava pure agli altri: ‘Aiutando, esortiamo affinché non riceviate la Grazia di Dio invano’( II Cor VI 1), e in particolar modo a san Timoteo: ‘Lavora come un buon soldato di Cristo Gesù’( II Tim II 3), parole che spettano sia alla santificazione del suo discepolo, sia a quella del suo gregge.

Padre Tanquerey cita la famosa massima sulla collaborazione con Dio: ‘Nell’opera della nostra santificazione, tutto dipende da Dio; ma si deve pure operare come se tutto dipendesse da noi soli;’ ed aggiunge: ‘Dio infatti non ricusa mai la sua Grazia, onde in pratica non dobbiamo occuparci che dei nostri sforzi’.

Ci sono vari eccessi contrari alla speranza, specialmente per principianti, che toccano la collaborazione dell’uomo con la Grazia di Dio. Coloro che sono intaccati da questi eccessi danno o troppo peso o troppo poco peso alla Grazia o al proprio agire. Il primo eccesso è quello della presunzione. La presunzione si manifesta in due modi diversi. Il primo consiste nell’aspettarsi troppo da Dio: cioè il Paradiso e tutte le grazie per arrivarvi senza voler prendere i mezzi da Lui prescritti. Il secondo modo consiste nel porre superbamente tutta la fiducia in se stessi, esponendosi persino ai pericoli ed alle occasioni di peccato. Nel primo caso si dimentica che Dio non solo è buono, ma anche giusto e santo e che si offende al nostro peccato. Nel secondo caso si dimentica che ogni bene che possiamo fare è una collaborazione con Dio, e che se non vigiliamo e preghiamo, non potremo resistere alla tentazione. In una parola, san Paolo constata che: ‘Bisogna operare la nostra salvezza con timore e tremore’( Phil II 12).

Il secondo eccesso consiste nella disperazione o nello scoraggiamento. Il soggetto che ne soffre attribuisce troppo poco peso sia alla Grazia di Dio, sia ai propri sforzi. Questi stati d’anima derivano tipicamente dalla violenza della lotta contro il peccato, o dagli scrupoli: cosa che fa disperare, o almeno dubitare, della propria salvezza. San Paolo ci offre un esempio su come resistere: cioè di continuare a lottare ed allo stesso tempo di abbandonarsi fiduciosamente alla Grazia di Dio: Gratia Dei per Jesum Christum’(Rom VII 24-5).

3. VIVERE NELLA SPERANZA

Vivere nella speranza significa, dunque, desiderare Dio, mettere la nostra fiducia in Lui, fare tutto il possibile per condurre una buona vita in collaborazione con la Sua Grazia; significa vivere distaccati dai beni di questo mondo, accettare tutte le prove che Lui ci manderà come provenienti dalle Sue mani; significa vivere col mente ed il cuore in Cielo: ‘mente in caelestibus habitemus’, inter mundanas varietates ibi nostra fixa sint corda ubi vera sunt gaudia’; significa, infine, nelle parole della liturgia Pasquale: ‘Si consurrexistis cum Christo, quae sursum sunt quaerite, ubi Christus est in dextera Dei sedens, quae sursum sunt sapite, non quae super terram: Risorti con Gesù Cristo, nostro capo, non dobbiamo cercare e gustare le cose della terra, ma quelle del cielo, ove Gesù ci aspetta’.

Come prepararsi alla S. Comunione

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Con la Santa Comunione il nostro Signore Gesù Cristo lascia il trono del Suo Paradiso celeste e entra sotto il tetto della mia anima. Entra nella mia casa come è entrato nella casa di Zaccheo, dicendo: ‘Zaccheo, oggi devo fermarMi a casa tua.’

Cosa significa ciò? Significa che Gesù Cristo: Corpo, Sangue, Anima, e Divinità entra nella mia anima, nel mio corpo, e nel mio cuore, così realmente come entrò nella casa di Zaccheo 2000 anni fa. E questo significa che devo preparare la mia casa per Lui. E come la preparo? la preparo in due modi: purificandola, e sgombrandola da tutto ciò che mi possa distrarre da Lui.

Purifico l’anima confessandomi e coltivando tutte le virtù, perché il peccato contamina l’anima, mentre la confessione e la pratica delle virtù la purificano. Se sono nello stato di peccato mortale, non devo mai osare ad accedere alla Santa Comunione, non essendo degno di ricevere nella mia anima il Sommo Bene.

Se invece ricevo la Santa Comunione in questo stato, commetto un ulteriore peccato mortale: quello del sacrilegio. Ma anche se la mia anima non è completamente ottenebrata dal peccato mortale, ma solo contaminata dal peccato veniale, è opportuno purificarla regolarmente nel sacrameno della Penitenza, per renderla più degna di ricevere il Signore: più pura è l’anima, più degna sarà di riceverLo.

Ma anche devo sgombrare la mia anima da tutto ciò che non è necessario e questo vuol dire: dalle distrazioni.

Per sgomberare l’anima, occorre un lavoro anteriore di distacco e di raccoglimento. Occorre un lavoro di distacco dal mondo, dalla concupiscenza degli occhi – rispetto alla televisione, ai giornali, alle cose che si vedono per strada, alle persone che passano; ma più generalmente un distacco dalla concupiscenza di tutti i sensi, nonché dall’ immaginazione stessa. La conseguenza ne sarà che nella preghiera sarà meno distratta da diverse immagini e da diversi pensieri inutili, e dunque più pura e più fruttuosa.

Il lavoro che segue quello del distacco è quello del raccoglimento. San Pier Giuliano Eymard nel suo libro intitolato ‘La Santa Comunione’ scrive: ‘ Le persone devote, ma che non sanno raccogliersi, non gusteranno mai vere gioie spirituali, essendo la leggerezza di mente grande ostacolo al regno di Dio in un’anima. Se volete gustare Dio e godere della Sua Presenza, dovete raccogliervi e meditare’.

Il raccoglimento significa raccogliere le facoltà dell’anima in Dio: nascondersi in Dio, vivere in Dio, indirizzare la mente sempre a Dio. Quando questo diviene un’ abitudine ci aiuterà assai per meditare e per adorare Dio: dopo la santa Comunione, davanti al Santissimo Sacramento esposto, a casa, e sempre.

Magnificat

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Giunta alla casa di santa Elisabetta, la Madonna la saluta, e santa Elisabetta le risponde; ma ad un livello più profondo che la comunicazione umana fra le due santissime donne, avviene una comunicazione spirituale tra i loro figli. La presenza di nostro Signore Gesù Cristo nel grembo celeste della Sua Gloriosa Madre si manifesta infatti al Suo cugino e lo riempie dello spirito di profezia, così che, esultando nel grembo di santa Elisabetta, annunzia l’Avvento del Signore. Questa esultazione (saltare) del Battista è profetica anche in un secondo senso, in quanto prefigura il proprio martirio, che avverrà tramite la danza (saltare) di Salome, figlia di Erodiade.

Magnificat anima mea Dominum. Trenta anni più tardi san Giovanni Battista applicherà la stessa parola al Signore: Magnificari oportet: Egli deve crescere. Letteralmente significa che il Signore deve essere ‘fatto grande’, cioè sulla terra: Egli Che è infinitamente grande in Cielo deve essere ‘fatto grande’, o glorificato, anche sulla terra: la Sua Volontà, che è di essere glorificato dal creato intiero, deve essere fatta come in Cielo, così in terra.

Dio in fatti è di per Se Stesso infinitamente grande. Nel primo vespro di domenica (Salmo 144) cantiamo: Magnus Dominus et laudabilis nimis, et magnitudinis eius non est finis: Grande è il Signore e grandemente da lodare, e della sua grandezza non c’è fine. Orbene, quando la Madonna loda ( adora) o glorifica il Signore, Lo glorifica per la Sua infinita grandezza: la grandezza che Gli appartiene di per Se Stesso, ma anche per la grandezza che Egli manifesta nell’Incarnazione.

San Tommaso d’Aquino insegna che niente nel creato è grande o perfetto in assoluto, in quanto qualunque cosa creata potrebbe godere di un grado più alto di perfezione, ma che ce ne sono tre eccezioni: tre cose nel creato che sono perfette nel senso assoluto del termine. Queste tre cose sono: 1) L’Incarnazione; 2) La Divina Maternità; 3) la Visione Beatifica. Queste cose, poiché così intimamente collegate a Dio, sono grandi e perfette nel senso assoluto, e per quello si elevano per così dire al di sopra di tutto il resto del creato: degli Angeli, degli uomini, e dell’universo intiero insieme.

Il cantico Magnificat esprime non solo la grandezza di Dio e la grandezza della Sua operazione nell’Incarnazione, ma anche l’umiltà della Madonna. La Madonna rivelò a santa Brigida che più alto fu alzata da Dio, più basso scendeva sull scala dell’umiltà, sapendo che di per Se Stessa non era niente. Le parole del Magnificat esprimono la sua umiltà nel modo che spiega san Bernardo: ‘Tu’ (lei dice a santa Elisabetta) ‘magnifichi la Madre del mio Signore; la mia anima, invece, magnifica il Signore. Tu dichiari che tuo figlio salta per gioia alla mia voce, ma il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore… Tu dice che colei che ha creduto è benedetta, ma la causa della mia fede e della mia beatitudine è lo sguardo della Bontà Celeste sull’umiltà della Sua ancella: per questo tutte le generazioni mi chiameranno benedetta’.

Osserviamo qua che l’umiltà della Madonna si manifesta anche nel fatto che non dice che Dio abbia guardato lei, ma piuttosto la sua umiltà. Infatti si è completamente identificata colla propria umiltà. A questo riguardo il Signore mostrò a santa Brigida un’immagine di una donna in un atteggiamento di abbassamento spirituale e disse: ‘Questa è l’Umiltà, e il suo nome è Maria’.

Magnificat anima mea Dominum. Padre Cornelius à Lapide (su cui questo articolo si appoggia particolarmente) scrive: ‘Non solo la mia lingua, né solo la mia mano, bensì la stessa mia anima con tutto la sua forza magnifica Dio, poiché dagli aditi più intimi della mia anima, con tutte le potenze della mia mente, lodo e glorifico Dio. Adopero ed interamente dedico tutta la forza della mia anima alla Sua lode, così che il mio intendimento contempla Lui solo, la mia volontà ama e celebra nessun’ altro che Lui, la mia memoria si trattiene su niente se non su di Lui, la mia bocca parla di niente e non celebra niente se non Lui, la mia mano compie solo quelle cose che tendano al Suo servizio, i miei piedi si muovono solo verso ciò che tende alla Sua gloria’.

In una parola, dunque, l’essere intiero della Madonna glorifica il Signore in questo suo cantico ed in tutto ciò che lei fa. Aggiungiamo che questa gloria è la più grande che venga resa a Dio dal creato, in quanto la Madonna è l’essere razionale la più perfetta del creato, e in quanto lei più perfettamente compie il fine per cui è stata creata di tutte le altre creature: cioè la gloria di Dio.

La parola ‘anima mea’ si può anche intendere in un altro senso, cioè del Signore Stesso. Il Signore è la sua anima nel senso che Lui è ciò che è di più prezioso e di più intimo a le. In questo senso viene intesa (tra le varie altre interpretazioni) anche la frase del profeta Simeone: ‘Una spada trafiggerà pure la tua anima’: cioè la lancia trafiggerà il lato del Suo diletto Figlio dopo la Sua morte in croce. Dire che nostro Signore Gesù Cristo magnifica Dio, esprime il fatto che il Verbo Incarnato glorifica Dio Padre: ciò che è naturalmente il fine primario dell’Incarnazione, della Vita terrena, e della Morte di Lui, e ciò che Lui, e Lui solo, può fare in modo perfetto nel senso assoluto.

Et exsultavit spiritus meus in Deo salutari meo. Come san Giovanni Battista esulta in presenza del Signore, così anche la Madonna al momento dell’Incarnazione. Ora ‘l’esultazione’, scrive Eutymio, ‘è per così dire, una gioia intensificata che fa che il cuore salti veementemente coll’eccesso di gioia e si alzi in alto’. Quanto al grado di una data gioia, esso corrisponde al grado del bene posseduto, così che la gioia che è conseguente sul possesso di Dio supera nel suo grado qualunque altro tipo di gioia che ci sia.

La gioia della Madonna al momento dell’Incarnazione supera quella di san Giovanni, invece, in modo eccelso, in quanto lei all’Incarnazione viene in possesso di Dio in modo eccelso: generando dalla propria carne per operazione diretta di Dio il Verbo Stesso di Dio; e così entrando in una relazione del tutto intima e sublime con ogni membro della Santissima Trinità: Figlia diletta del Padre, Sposa dello Spirito Santo, e Madre del Verbo Divino. Alla sublimità eccelsa dell’unione a Dio corrisponde la sublimità eccelsa della sua gioia.

A causa di questa unione e di questa gioia sublimi, alcuni teologi non hanno esitato di asserire che la Madonna al momento dell’Incarnazione avesse goduto della Visione Beatifica. Anche se è dogma che la Visione Beatifica si può godere solo nella prossima vita, alcuni padri della Chiesa hanno sostenuto che ci fosse fatta un’eccezione nel caso di san Paolo, al momento della sua conversione sulla strada a Damasco, dove lui ha parlato di ‘un uomo rapito al terzo cielo’. Se hanno ragione su questo, come potremmo negare che la Madonna, la più grande di tutti santi, avesse potuto godere anche lei di questo insigne privilegio, ossia al momento dell’Incarnazione?

Quanto all’alzarsi in alto dello spirito della Madonna, ce lo possiamo figurare come un genere eccelso di estasi o di rapimento superiore all’estasi, in quanto, secondo la parola di santa Geltrude, la Madonna è ‘al di sopra di ogni estasi’. Dice padre Cornelius à Lapide che ‘il suo spirito sembrò di saltare fuori del corpo per pura gioia per precipitarsi verso Dio; e forse lo avrebbe fatto se Dio non l’avesse trattenuto nel suo corpo colla propria potenza. Così che quando finalmente morì, non morì di malattia, ma solo di amore, di gioia, e di desiderio di vedere il suo Figlio, come sostiene Suarez ed altri teologi’. Sant’ Ildefonso scrive che la Madonna o non doveva morire o doveva morire di puro amore. Si può argomentare come sopra, che se altri santi sono morti di puro amore, lei, la più grande di tutti santi, non sarebbe potuta morire in altra maniera.

Inoltre, come dice sant’Alberto Magno, questa esultazione non era transeunte, bensì rimaneva come abitudine per tutta la sua vita, e che a causa di questa esultazione continua in Dio, lei era completamente morta al mondo ed a questa vita mortale, così che la sua vita era sempre nascosta con Cristo in Dio, e, presente nella corte celeste, e dimorando sempre nel santuario di Dio, poteva dire in modo più eccellente che san Paolo o qualsiasi altra creatura: ‘Vivo io, ma non io, ma Cristo vive in me’.

Exsultavit spiritus meus in Deo salutari meo. Ora la parola ‘Gesù’ significa Salvatore, e dunque l’esultazione dello spirito della Madonna era in Gesù Stesso, come un continuo e completo versarsi nel suo Divin Figlio. Ci ricordiamo a riguardo la parola del libro Habbakuk 3: ‘et exsultabo in Deo, Jesu meo’. In questo modo possiamo vedere l’esultazione della Madonna verso il suo Figlio come un eco lontano nel creato della Processione del Padre Eterno verso il Suo Figlio nel seno stesso della Santissima Trinità.

Sant’Agostino osserva che questi due primi versetti del Magnificat esprimono il nostro fine ultimo in Paradiso: di glorificare la Maestà di Dio e di godere della Sua infinita Bontà. ‘Poiché ci sono due cose che gli spiriti degli angeli e dei santi in quella fonte di Bene bevono nell’eterna contemplazione: cioè l’incomprensibile Maestà di Dio, e la Sua ineffabile Bontà: l’una che produce un sacro timore, l’altra l’amore. Venerano Dio per la Sua Maestà, Lo amano per la Sua Bontà’.

Amen. Deo Gratias.

 

Remissio peccatorum

La remissione dei peccati è dono di Dio e scaturisce dalla Sua infinita misericordia. La Fede cattolica professa che per gli uomini peccatori c’è la possibilità di ottenere perdono per i loro peccati.

Parlando della remissione dei peccati, dobbiamo considerare la natura del peccato: Il peccato consiste nell’offesa di Dio Sommo Bene disubbidiendo ai Suoi precetti contenuti nella legge naturale e poi, più perfettamente, nella legge divina.

Essendo quindi il peccato un’offesa di Dio da parte dell’uomo, il potere di rimettere i peccati deve essere riservato unicamente a Dio: “Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?“ (Mc 2,7)

Il Nuovo Testamento ci racconta in diversi episodi come Cristo perdona ai peccatori: Al buon ladrone, pentito dei suoi peccati all’ ultimo momento della sua vita, assicura l’entrata nel Regno dei cieli perdonandogli tutti i suoi peccati. In quanto è la Seconda Persona Divina della Santissima Trinità, Cristo ha il potere di perdonare i peccati. Nonostante ciò, Cristo ha voluto fare partecipare a questo potere degli eletti: Dopo la Sua risurrezione conferì agli Apostoli questo sacro potere dicendo:“Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (Gv 20,22-23).

Gli Apostoli non hanno questo potere da sé stessi, dunque, ma lo hanno ricevuto da Dio. Per questo gli Apostoli non rimettono i peccati a nome proprio ma a nome di Dio. Loro hanno conferito i loro poteri ricevuti da Cristo ai loro successori eletti che sono i vescovi con i loro collaboratori, i sacerdoti. I vescovi e sacerdoti, anche oggi, hanno il potere di rimettere i peccati, fondato sulla loro partecipazione eccellente all’opera redentrice divina di Cristo. Auesta opera realizza sempre di nuovo il principio dell’ Incarnazione: Dio si serve degli uomini e del mondo materiale per compiere il Suo piano salvifico.

Dal momento che i vescovi e sacerdoti non sono i padroni assoluti sul loro potere di rimettere i peccati, sono legati a diverse condizioni che sono stabilite dalla legge divina immutabile alla quale la Chiesa si sottemette.

Cristo istituì sette sacramenti: fra di loro i sacramenti del Battesimo, il sacramento della Confessione (o ‘Penitenza’) e parzialmente il sacramento dell’Unzione degli infermi hanno come effetto la remissione dei peccati. Questi sacramenti saranno spiegati da più vicino in un articolo separato.

In questo contesto accenniamo soltanto ad alcuni aspetti di questi tre sacramenti.

Il Battesimo cancella il peccato originale e tutte le altre colpe commesse fino al momento del battesimo; nella confessione il sacerdote ci assolve dai peccati mortali e veniali confessati; l’unzione degli infermi, invece, può in certi casi straordinari avere come uno dei suoi effetti la remissione dei peccati non ancora perdonati.

Bisogna distinguere tra il reatus culpae e il reatus poenae. La colpa consiste nel fatto di avere offeso Dio, non osservando la Sua santa legge. Il reatus poenae significa il danno che è stato causato dal peccato commesso, ossia la conseguenza dannosa del peccato: infatti con il peccato sono lesi sia l’ordine divino che la nostra anima.

Questo danno il peccatore, dopo avere ricevuto il perdono di Dio, lo deve riparare o durante la sua vita terrena o dopo la morte nel Purgatorio.

Per poter capire meglio questa distinzione può essere utile un semplice paragone preso dalla vita quotidiana: Se un ragazzo giocando lancia un pallone verso una finestra e la rompe, evidentemente causa danno. In questa situazione dovrebbe prima scusarsi dal proprietario e poi riparare il danno pagando una nuova finestra.

Applicando questo esempio all’insegnamento sul peccato, possiamo costatare che il peccatore deve chiedere perdono a Dio per i suoi peccati. Ciò avviene nel battesimo e nella confessione ed è sufficiente per sfuggire alle poena damni che porta all’inferno.

Nel battesimo viene pure cancellato il reatus poenae, nel sacramento della confessione, invece, ne viene rimessa soltanto una parte.

Per potere riparare il danno causato dal peccato la Chiesa ci propone la penitenza e, come altro mezzo efficacissimo, le indulgenze: Dal momento che alla Chiesa è stato affidato dal suo divino fondatore Gesù Cristo il tesoro inesauribile della Redenzione da lui compiuta e ulteriormente arricchito dalla vita dei santi, ella ha il potere di distribuire ai suoi membri i frutti di questo tesoro.

Ricordiamo qui che con il Suo Preziosissimo Sangue Cristo ha pagato il prezzo per tutti i peccati dell’umanità: “Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia.” (1 Pietro 1,18-19) Questa frase di san Pietro mostra che per riparare il danno immenso causato dai peccati era necessario il sangue di Cristo. Perciò il peccatore non può riparare il reatus poenae senza ricorrere all’opera redentrice di Cristo.

Rivolgiamoci in fine più concretamente alle indulgenze: l’indulgenza è un mezzo che la Chiesa ci offre per liberarci dal reatus poenae. Si distingue fra l’indulgenza plenaria che elimina tutte le pene e quella parziale che a secondo della disposizione del penitente ne elimina soltanto una parte.

Le condizioni che la Chiesa ha stabilito per l’acquisto dell’ indulgenza sono la confessione, che restituisce al peccatore, se avesse commesso un peccato mortale, lo stato di Grazia; poi la comunione eucaristica; una preghiera nell’intenzione del Sommo Pontefice ed un’opera o un pio esercizio, al quale l’autorità delle Chiesa ha annesso un’indulgenza plenaria o parziale.

Perché l’indulgenza possa essere plenaria, inoltre al compimento di un’opera per la quale è prevista tale indulgenza, è necessario essere liberi da ogni tendenza volontaria verso ogni tipo di peccato, anche quello veniale.

L’indulgenza si può applicare anche in suffragio delle anime del Purgatorio. In questo modo ci è data la possibilità di venire in soccorso ai fratelli defunti che soffrono e hanno bisogno del nostro aiuto. L’indulgenza applicata in suffraggio dei defunti accelera la loro entrata nel Cielo, dove, liberi da ogni peccato, potranno vedere Dio e partecipare alla Sua gloria eterna.

Deo Gratias!

La salvezza degli Ebrei

1. La dottrina perenne

Dio ha scelto Israele come il Suo popolo di predilezione: da quel popolo si voleva incarnare; presso quel popolo voleva stabilire il Suo Regno sulla terra e poi in Cielo per sempre. A questo fine strinse un patto con loro: creò una comunità – la sinagoga; un sacerdozio con un sacrificio di animali; la Fede nel Messia venturo; ed un mezzo per entrare nel Suo Regno che era la circoncisione.
Quando invece il Suo popolo diletto Lo rigettò, strinse un nuovo patto con gli uomini, che costituì una sostituzione ed un perfezionamento del patto antico. La sinagoga divenne la Chiesa; il sacerdozio con il sacrificio degli animali divenne il Suo proprio sacerdozio eterno con il sacrificio del Suo corpo in croce; la Fede nel Messia venturo divenne la Fede nel Messia venuto; e la circoncisione divenne il battesimo.
San Paolo descrive questo cambiamento chiaramente nella sua Lettera agli ebrei (VII-X) parlando della legge antica come ‘debole ed inutile’ (VII 18); dicendo del patto antico che ‘ciò che è fatto antico ed è invecchiato è vicino a scomparire’(VIII 13) e che il Signore ‘annulla quel di prima perché rimanga in piede il secondo punto’(X 9). Similmente descrive il tabernacolo anteriore come ‘figura’(IX 9); i componenti del sacrificio anteriore ‘simulacri’ (IX 23); e la legge antica ‘ombra’ (X 1).
Papa Pio XII, riferendosi a questi brani, scrive nell’enciclica Mystici Corporis (§ 205 ss.): ‘In croce morì la legge antica, che presto doveva essere sepellita e mortifera, per dar luogo alla nuova alleanza di cui Cristo aveva scelto gli Apostoli come ministri idonei’. Nella santa Messa dice il sacerdote alla consecrazione del vino Sanguinis mei novi et aeterni testamenti. Non c’è dubbio dunque che solo il nuovo testamento, il testamento nel Sangue del Signore, sia salvifice. Similmente Il prefazio del Santissimo Sacramento proclama: ‘Qui (Christus),remotis carnalium victimarum inanibus umbris, Corpus et Sanguinem suum nobis in sacrificum commendavit…’; ed il passaggio del Regno di Dio dagli ebrei alla Chiesa viene chiaramente espressa nella parabola dei vignaiuoli ribelli ‘…Perciò vi dico che il regno di Dio vi sarà tolto e sarà dato ad un popolo che la farà fruttificare’(Mt XXI 43).
Evidentemente il patto antico, l’alleanza antica, la legge antica, il vecchio testamento, non è più efficace, anzi non esiste più: è stato sostituito dal nuovo che solo ormai ha il potere di salvare gli uomini.
La Chiesa insegna infallibilmente che Extra Ecclesiam nulla salus (Concilium Laterenense IV): che il battesimo e la Fede sono necessari alla salvezza. Ma gli ebrei non sono membra della Chiesa, non hanno né il battesimo né la Fede cattolica. Prima di Cristo avevano la circoncisione che serviva da porta al Regno di Dio ed avevano la Fede nel Messia venturo che era una Fede salvatrice perché indirizzata verso nostro Signore Gesù Cristo; ma con la sostituzione del vecchio patto dal nuovo, la circonsione fu sostituito dal battesimo, e la Fede nel Messia venturo non aveva più nostro Signore come oggetto e fu quindi vanificata e privata del suo valore.
La Fede nel Messia era salvatrice solo come Fede in nostro Signore: per quello Lui è venuto manifestarSi agli ebrei (Mt XV 24), e ha comandato ai Suoi apostoli di evangelizzare gli ebrei anche dopo la Resurrezione (Lc.XXIV 47, Atti I 8). E perché l’avrebbe fatto se il patto antico fosse sempre valido?
Ciò significa che il popolo di Israele sia stato definitivamente rigettato? Scrive san Paolo (Rm XI 1): ‘Io dico dunque: “Forseché Iddio ha rigettato il suo popolo?”, e risponde nel negativo, in quanto ‘i doni e la vocazione di Dio non son cose che soggiacciano a pentimento’ (Rm XI 29): cioè in quanto la grazia e la vocazione di Israele sono irrevocabili. La vocazione di Israele è irrevocabile, però, non nel senso che il patto antico sia sempre valido, bensì nel senso che ciò che fu offerto a loro tramite il patto antico, ossia la salvezza, è sempre offerto a loro da Dio, anche se tramite un patto nuovo.
La porta di salvezza, dunque, gli è sempre aperta – o individualmente o collettivamente alla fine dei tempi (Rm XI 25-7). La stessa dottrina si può esprimere in termini di un Israele spirituale: La vocazione di un Israele spirituale, l’Israele che crede in nostro Gesù Cristo, è irrevocabile; l’Israele carnale, invece, che si ostina ancor oggi a rifiutare Gesù, ‘è stato reciso dall’ulivo fruttifero per la sua incredulità’ (Rm XI 17).

2. La dottrina moderna

Un certo Lazare Landau scrive: ‘Nell’inverno del 1962, i dirigenti ebrei ricevevano in segreto, nel sottosuolo della sinagoga di Strasburgo, un inviato del papa… il padre domenicano Yves Congar, incaricato da Bea e Roncalli di chiederci, ciò che ci aspettavamo dalla Chiesa cattolica, alla vigilia del Concilio… la nostra completa riabilitazione, fu la risposta…’ (cfr. Itinéraires 1990 n.22 p.1-20, e la biografia di Nahum Goldmann, Staatsman ohne Staat p.378, vide Sì si no no, 31. gennaio 2016).
Quali cambiamenti si trovano nell’atteggiamento ufficiale della Chiesa verso gli Ebrei susseguentemente all’anno 1962? Nel documento conciliare sugli ebrei Nostra Aetate (4.6) viene detto: ‘Gli ebrei in grazia dei padri rimangono ancora carissimi a Dio i cui doni sono senza pentimento’. Questa frase, tolta dal suo contesto, suggerisce prima facie che il patto antico sia sempre in vigore. Lo stesso viene insinuato dal Novus Ordo Missae nelle preghiere del Venerdì santo: «Preghiamo per gli ebrei: il signore Dio Nostro, che le scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua Parola, li aiuti a progredire sempre nell’amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza». Similmente papa Giovanni Paolo II nella sinagoga di Magonza nel 1980 parlava dell’ ‘Antica Alleanza mai revocata’, affermazione ripresa nel Nuovo Catechismo del 1993 (n.121); mentre la Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo del dicembre 2015 ne fa un passo ulteriore, prendendo come titolo del documento: ‘Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili’.
Riguardo alla dottrina nuova nel suo senso prima facie, bisogna dire che non corrisponde al dogma cattolico sulla salvezza né, più precisamente, alla dottrina cattolica sugli ebrei, secondo
il magistero costante ed universale della santa Madre Chiesa.

Sedevacantismo

Sedevacantismo è la posizione che la Sede di Roma in un determinato periodo sia vacante malgrado l’apparenza contraria. Il sedevacantista nel senso pieno del termine non solo adotta questa posizione, ma compie anche un atto in seguito, sottraendosi all’autorità del papa apparente in questione. Questo atto, però, è altamente pericoloso, poiché se il sedevacantista si sbaglia nella sua posizione ed il papa apparente è davvero papa, il suo atto costituisce un atto di scisma, un atto di sottrarsi all’autorità del vero papa, e di mettersi fuori della Chiesa, così che, se non se ne pente, si dannerà.

Di fatti è dogma di Fede che la Santa Madre Chiesa romana sia l’unica arca di salvezza (Concilio Laterenense IV) e per appartenersi ad Essa è necessario sottomettersi al papa (cfr. la prima nota della Chiesa professata nel Credo, ossia l’Unità). La Bolla Unam Sanctam dice chiaramente: ‘Noi dichiariamo, stabiliamo, definiamo, ed affermiamo che è assolutamente necessario alla salvezza di ogni creatura umana che essa sia sottomessa al romano pontefice’.

Ne consegue che il sedevacantismo si può giustificare solo nel caso di certezza assoluta che la sede di Roma sia vacante: certezza assoluta non nel senso soggettivo, bensì nel senso oggettivo: sulla base di una dimostrazione incontrovertibile del fatto. Chiediamoci dunque se i sedevacantisti si giustifica rispetto a papa Francesco, per i motivi da loro tipicamente addotti: cioè per l’eresia.

Tre sono i fatti che qua si devono dimostrare:
1) Papa Francesco è eretico;
2) Un papa eretico cessa ipso facto di essere papa;
3) La cessazione di essere papa non ha come conseguenza la defezione della Chiesa.

1. Se papa Francesco sia eretico

Nel sito ‘Denzinger-Bergoglio’ si presentano circa 150 dichiarazioni di papa Francesco come contrarie alla dottrina cattolica. Ma tra di loro si può trovare almeno una vera e propria eresia? Il codice di Diritto Canonico constata (can.751): ‘Vien detta eresia l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per Fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa.’ La verità in questione è il dogma di Fede; vediamo dunque che l’eresia è niente altro che la negazione ostinata di un dogma, come potrebbe essere ad esempio il dogma che extra Ecclesiam nulla salus. E’ pur vero che papa Francesco sostenga che l’alleanza con gli ebrei sia ‘irrevocabile’, il che implicherebbe secondo il senso prima facie delle parole che ci siano mezzi di salvezza fuori la Chiesa, ma il papa non ha negato questo dogma (o qualsiasi altro) in modo esplicito né in modo ostinato.

2. Se un papa eretico cessa ipso facto di essere papa

Inanzitutto bisogna dire che questa frase non esprime un dogma, ma piuttosto una mera ipotesi teologica. I dottori della Controriforma hanno considerato la questione e risposto ad essa in diversi modi. San Roberto Bellarmino sostiene che un papa non possa cadere in eresia dopo la sua elezione, ma, concesso cada in eresia, ritiene come più probabile che mantenga il suo pontificato che non lo perda. Cardinale Tommaso de Vio Caetano ritiene, invece, che lo perda, ma solo dopo la dichiarazione della sua eresia manifesta ed ostinata da parte dellla gerarchia; dopodiche non sarebbe deposto ipso facto, ma sarebbe da deporre da Cristo Stesso.

Osserviamo che l’argomento più convincente per la perdita ipso facto del pontificato tramite l’eresia avverebbe nel caso in cui un papa provasse a negare in modo infallibile ciò che era già dichiarato in modo infallibile. Chiaramente né lui né qualsiasi altro papa ha provato ad agire in tal modo. Anzi, le constatazioni di papa Francesco si caratterizzano piuttosto della loro fluidità e di una mancanza di formalità e di solennità – in prediche o interviste a braccio in aerei ecc.

3. Se la vacanza della Sede di Roma a causa dell’eresia comporta la defezione della Chiesa

E’ dottrina costante della Fede che la Chiesa è indifettibile, cioè rimarrà in esistenza fino alla fine del mondo: Portae Inferi non praevalebunt. Ma se un papa perde il suo pontificato, non in modo transeunte che va dalla morte (o dalle demissioni) di un papa all’elezione di un altro, la Chiesa rimarebbe senza capo visibile e cesserebbe di esistere.
E’ dottrina costante della Fede ugualmente che Cristo ha fondato la Sua Chiesa su una catena ininterrotta di papi e vescovi, che inizia da San Pietro e continuerà fino alla fine dei tempi (cfr. la quarta nota della Chiesa, ossia l’Apostolicità). Ma se un papa perde il suo pontificato, ci mancherebbe un anello in questa catena, che sarà dunque interrotta. La conseguenza ne sarebbe che la Chiesa, anche alla luce di questa dottrina, non esisterebbe più. La dottrina dell’Apostolicità ha una forza particolare contro la tesi dei sedevacantisti, poiché se hanno ragione loro che la Sede romana sia vacante da alcuni anni, ed anzi, secondo parecchi loro, già dalla morte di papa Giovanni XXIII, ci saranno pochi cardinali o vescovi validi in vita e dunque l’apostolicità della Chiesa mancherebbe anche largamente dentro la gerarchia.
Un determinato gruppo di sedevacantisti suole rispondere con la ‘Tesi di Cassiciacum’, cioè che un papa possa essere papa in due sensi diversi: i) in atto e formalmente (il senso pieno); o ii) in potenza e materialmente (il senso parziale). Papa Pio XII lo sarebbe stato nel primo senso ad esempio, e papa Francesco lo sarebbe nel secondo senso. Essere papa nel secondo senso significa esserlo per alcuni effetti pratici; e per altri effetti pratici, invece, no: significa essere papa come capo visibile della Chiesa ed anello nella catena apostolica per esempio, ma non come posseditore del potere di giurisdizione pieno e supremo su tutta la Chiesa in materia di disciplina e governo.
Questa risposta, però, non è sostenibile, poiché per essere capo visibile della Chiesa, si deve esserlo in senso vero e proprio, che comprende il potere di giurisdizione pieno e supremo su tutta la Chiesa in tutti i modi, assieme a tutte le altre proprietà del Sommo pontefice. Altrimente si è solo capo apparente della Chiesa e non il capo visibile della Chiesa.
Similmente per essere anello nella catena apostolica si deve esserlo in senso vero o proprio: non basta esserlo solo in modo materiale come lo sono i vescovi ortodossi, che non lo sono nel senso richiesto per la successione apostolica, vale a dire nel senso legittimo.
Inoltre rispetto all’anello nella catena apostolica, si può dire con il giornale antimodernista Sì sì no no (15 novembre 2013, cfr. anche 30 settembre 2012) che quando un papa materiale muore senza esser ‘passato in atto’, lui è figuratamente come un ferro dissolto: l’anello non era mai esistito e non pùo più esistere neanche.

Conclusione
Abbiamo detto che il Sedevacantismo è una posizione pericolosa, perché nel senso pieno del termine comprende un atto di distacco da un papa apparente. Se codesta persona è davvero papa, l’atto di distacco costituerà un atto di scisma che mette il soggetto fuori della Chiesa, così che se muore senza pentirsene, si dannerà. Per questo, un sedevacantista deve dimostrare il suo caso incontrovertibilmente prima di staccarsi dal papa apparente.
Rispetto a papa Francesco deve dimostrare tre fatti: che lui sia eretico; che abbia ipso facto perso il pontificato; che ciò non avesse causato la defezione della Chiesa. Lunge di essere una dimostrazione incontrovertibile si rivela in effetti come una tesi del tutto insostenibile. Il primo fatto non ottiene; il secondo gode di nessuna autorità sostanziosa; il terzo non ottiene neanche.
Il Sedevacantismo è una posizione meno logica che psicologica. Si apoggia su constatazioni come: ‘Non posso credere che un vero papa farebbe così!’ Comunque non ci possiamo lasciare condurre dalle emozioni, soprattutto in una materia che tocca la nostra salvezza eterna: bensì piuttosto dalla ragione illuminata dalla Fede. Così riconosceremo papa Francesco come il vero papa, ci sottometteremo a lui, e pregheremo che agirà come papa nel modo che Dio vuole: per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime, anche delle nostre. Amen.

La riforma liturgica anglicana (pdf) ~ Michael Davies.

 

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Dal sito “Radicati nella Fede”:

“La lettura di un libro ci sconvolse anni fa: “La Réforme Liturgique Anglicane” di Michael Davies. Dalla riforma della Messa, entrò l’eresia nella Chiesa d’Inghilterra. Una straordinaria attualità. Lo abbiamo tradotto in italiano e ne abbiamo pubblicato degli estratti commentate sul bollettino. Lo offriamo a voi per una salutare meditazione”.

Video: . “Quale attitudine di fronte alla questione della Messa? Père Calmel e M. Davies”.

 

Video-documentario sulla dottrina e la testimonianza di Père Roger Thomas Calmel O.P. e Michael Davies, due fulgidi esempi nel lavoro di recupero e salvaguardia della Tradizione. Il video è stato realizzato da don Stefano Coggiola. Dal sito: www.radicatinellafede

Dio Uno

+ In nomine Patris et Filii et Spiritui Sancti. Amen

In questa sezione consideriamo Dio Uno in distinzione a Dio Trino, prima alla luce della Fede in distinzione alla luce della ragione, e poi nella Sua propria natura.

1. Secondo la Fede e la ragione

Guardiamo il primo articolo della Fede: Credo in Deum: Credo in Dio. Professiamo in questo articolo la nostra conoscenza di Dio tramite la Fede, tramite la luce soprannaturale che ci fa vedere Dio come è in Se Stesso, assieme a tutte le verità che si riferiscono a Lui come è in Se Stesso. Questa conoscenza di Dio tramite la Fede è da distinguere dalla conoscenza di Dio tramite la ragione. La ragione è una luce naturale che ci presenta Dio come Creatore. La ragione procede dall’ osservazione del creato per dedurre l’esistenza di un Creatore.

Rivolgiamo la nostra attenzione per prima alla conoscenza di Dio tramite la ragione, cioè la conoscenza naturale di Dio. San Pio X dichiara nel Giuramento contro il Modernismo (1910) che si può dimostrare con certezza l’esistenza di Dio per mezzo del principio della causalità.

Due esempi se ne trovano nell’epistola di S. Paolo ai Romani. Nel primo capitolo scrive l’Apostolo: “Dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità.” S. Paolo spiega in questo brano come si può procedere dal creato al Creatore: dall’osservazione della potenza, della bontà, e della sapienza manifestate nella creato per dedurne un Creatore che possiede queste virtù.

Nel secondo capitolo della medesima epistola S. Paolo parla della coscienza: “Essi (i pagani) dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano, ora li difendono.” San Paolo sta parlando di una legge scritta nel cuore. Chiaramente si può procedere dall’esistenza di questa legge all’esistenza di un legislatore che è il Creatore, ossia Dio Stesso.

Paragonando adesso la conoscenza naturale di Dio tramite la ragione con la conoscenza soprannaturale di Dio tramite la Fede, possiamo constatare che le due conoscenze sono compatibili, perché Dio è l’autore e l’oggetto di ambedue.

Una differenza principale è che l’oggetto della conoscenza naturale è Dio Creatore, mentre l’oggetto della conoscenza soprannaturale è Dio come si rivela tramite la Fede.

Un’altra differenza principale è che la conoscenza naturale di Dio è difficile da raggiungere, mentre la conoscenza soprannaturale è facile. Il Catechismo Romano dice in riguardo che mentre la conoscenza naturale “muovendo adagio adagio dagli effetti e da tutto ciò che è percepito dai sensi, riesce solo dopo diuturni sforzi a contemplare a mala pena le realtà invisibili di Dio…; (la conoscenza soprannaturale) invece, affina talmente la penetrazione dello spirito umano che esso può innalzarsi al cielo senza fatica. Illuminato dallo splendore divino, scorge l’eterna fonte stessa della luce e poi quanto giace al di sotto di essa.”

2. La natura d’Iddio Uno

Guardiamo adesso come la Sacra Scrittura ci presenta la natura di Dio.
1) Dio è Padre (Mt 5). Il Nuovo Testamento infatti ha posto questo nome proprio al centro della Fede cattolica;
2) Il nome Jahweh nell’Antico Testamento significa l’Essere stesso.
3) I termini Alpha ed Omega (Apc 1) significano che Dio è il principio e la fine di tutte le cose;
4) Dio è Spirito, dice il Signore (Gv 4): cioè Gli manca ogni elemento corporeo, materiale, e composito;
5) Dio è perfetto, dice il Signore quando ci insegna “siate perfetti come il vostro Padre celeste è perfetto (Mt 5), cioè (secondo il Catechismo Romano) possiede in Se Stesso “la pienezza di tutti i beni, la fonte perenne e inesauribile di bontà e di misericordia da cui rifluisce su tutte le realtà e nature create ogni bene e ogni perfezione”;
6) Dio è sapiente, (nonché la Sapienza stessa, inquanto a causa della sua semplicità non c’è distinzione tra qualità e sostanza in Lui): “O profondità dei tesori della sapienza e scienza divina.” (Ro 9.3);
7) Dio è veritiero (Ro 3.14);
8) Dio è anche giusto, ossia la giustizia stessa come tutore della verità: “La Tua destra è ricolma di giustizia”(Salmo 47);
9) Dio è onnipotente ed onnisciente: Nell’Antico Testamento El significa potente; Elohah, Elohim, El-Shaddai significano onnipotente; Adonai significa Signore supremo. Nel salmo 144 leggiamo: “Dove mi rifugerò per evitare il Tuo spirito e il Tuo volto?”
10) Dio è unico: In Deuteronomio VI si legge: “Ascolta Israele: il Signore Dio nostro è Dio Unico”; in Esodo XX il primo comandamento si esprime: “non avrai altro Dio fuori di Me”. E san Paolo ci assicura: “Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo”.

Nel Credo nicaeo-costantipolitano professiamo esplicitamente: Credo in unum Deum. Il Catechismo Romano spiega: “Attribuendo infatti a Dio la suprema bontà e perfezione, è inconcepibile che l’infinito e l’assoluto si riscontrino in più di un soggetto. E se ad uno poi manca qualcosa per toccare la perfezione assoluta, con ciò stesso è imperfetto, né può convenirgli la natura divina”.

Rendiamo grazie a Dio per il dono della santa Fede, per mezzo della quale Lo conosciamo con certezza assoluta come onnipotente, giusto, misericordioso e amorevole. Proviamo ad essere figli degni del Suo amore in Cristo nostro Signore. Amen.

L’ onnipotenza di Dio

+ In nomine Patris et Filii et Spiritui Sancti. Amen

L’onnipotenza di Dio è la qualità preferita della Sacra Scrittura per mettere in evidenza la perfezione sovrana e l’infinita grandezza di Dio. Dio stesso dice di Sé nella Genesi 17,1: “Io Dio onnipotente”, e nell’Apocalisse (1.8) sta scritto: “Dio Signore onnipotente che è, che era, e che verrà.”

La sua onnipotenza significa che non ci sono limiti a ciò che Lui può compiere: sia ciò che rientra nell’ambito della nostra comprensione – come per esempio ridurre il tutto al nulla o di produrre all’istante molteplici mondi (come dice il Catechismo di Trento), sia azioni infinitamente più grandiose, superiori ad ogni immaginazione dello spirito umano.

Per la vita cristiana è essenziale tenere sempre presente l’onnipotenza di Dio, una qualità che non solo manifesta la Sua perfezione sovrana, ma anche (sempre secondo il Catechismo di Trento) contiene in se, o implica, tutte le Sue altre perfezioni. Il pensiero di questa Sua onnipotenza fa crescere i cristiani nella Fede, nella fiducia, e nella speranza: Se Iddio può fare tutto infatti, dovremmo sempre avere confidenza in Lui quando agiamo e quando preghiamo.

Quando agiamo, dobbiamo ricordarci delle sue parole agli Apostoli (Mt 17.19): “Se avrete fede grande quanto un granello di senape, direte a questa montagna: Passa di là; e passerà, e niente vi sarà impossibile”; quando preghiamo abbiamo la testimonianza di san Giacomo: “Chi chiede, chieda con fede senza esitare, chi esita è simile all’onda del mare, mossa e agitata dal vento; e non s’illuda di ottenere qualcosa da Dio” (Gc I. 6-7).

Il pensiero dell’onnipotenza di Dio deve inoltre far crescere in noi l’umiltà, secondo le parole di san Pietro: “Umiliatevi sotto la potente mano di Dio.”(1 Pt 5. 6); deve insegnarci a non temere “poiché null’altro v’è da temere se non Dio solo, che tiene in Suo potere noi e tutte le nostre cose” (Catechismo); e deve insegnarci infine a ringraziarLo sempre, perché tutte le grazie che abbiamo ricevuto vengono da Lui solo, così chè possiamo dire con la Santissima Vergine Maria (Lc.1.49): “Grandi cose ha fatto in me l’onnipotente.”

Teniamo dunque sempre presente nel nostro cuore l’onnipotenza di Dio, per avanzare nella virtù, e per acquistare una Fede, una fiducia, ed una speranza sempre più grandi in Lui Che può fare tutto per noi, e vuol fare tutto per noi: perché ci ama e vuole la nostra felicità quaggiù e nel Cielo. Amen.

Il Creatore

+ In nomine Patris et Filii et Spiritui Sancti. Amen

Consideriamo in seguito 1) il Creatore; 2) la creazione; 3) il creato; 4) il motivo della creazione.

1. Il Creatore

Chi è il Creatore precisamente? Nel Credo professiamo chè il Padre è il Creatore; mentre nel vangelo di San Giovanni (1.3) leggiamo chè il Figlio lo è, poiché: ‘tutto è stato fatto per mezzo di lui’; nella Genesi (1.2), invece, impariamo che lo Spirito Santo ha un ruolo creativo: ‘Lo Spirito del Signore alleggiava sulle acque’. Chi è dunque realmente il Creatore?

Per rispondere a questa domanda, bisogna tener conto di due principi della teologia Trinitaria: La Santissima Trinità agisce ad extra (verso l’esterno) come Unità, ma una determinata opera Divina si attribuisce ad una Persona particolare secondo la proprietà di questa Persona all’interno della Santissima Trinità.

Concludiamo quindi che la creazione del cielo a della terra è opera della Santissima Trinità come Unità, come dichiara il Concilio di Firenze (Decretum pro Jacobitis 1441): Pater et Filius et Spiritus non tria principia creaturae, sed unum principium. Concludiamo ugualmemente che viene attribuita alle varie Persone Divine secondo le loro varie proprietà: in quanto la creazione è un effetto, viene attribuita al Padre come principio; in quanto è opera di sapienza viene attribuito al Figlio come Sapienza; e in quanto è opera d’amore, viene attribuita allo Spirito Santo come Amore.

2. La creazione

Nel Concilio del Vaticano I (s. III c. 5) impariamo che Iddio ha creato tutto ex nihilo: dal nulla. Questo significa che non c’era alcuna materia pre-esistente dalla quale Iddio abbia creato il mondo. Di fatti non c’era neanche tempo pre-esistente alla creazione, perché il momento della creazione indica allo stesso tempo l’inizio del mondo e l’inizio del tempo – che possiamo raffigurarci proprio come una dimensione del mondo.

Alla creazione del mondo si aggiunge la conservazione del mondo con la medesima virtù che gli diede l’essere. Se Iddio non conservasse il mondo, tutto ripiomberebbe instantaneamente nel nulla. La Sacra Scrittura dice (Sap.11.26): ‘Che cosa potrebbe sussistere se Tu non lo volessi? e se non fosse ognora sorretto da Te, che cosa potrebbe conservarsi?’

3. Il creato

Quando si parla della creazione del cielo si intendono e il cielo materiale e il cielo spirituale. Il cielo spirituale si riferisce agli angeli: i spiriti puri che sono i ministri di Dio. Tutti questi furono creati buoni, ma parecchi di loro hanno peccato gravemente nel ripudiare Iddio, e perciò si sono trasformati in demòni. Il Quarto Concilio Laterano (1215) dichiara dogmaticamente: Diabolus enim et alii daemones a Deo quidem natura creati sunt boni, sed ipsi per se facti sunt mali. La punizione di questo peccato, oltre al cambiamento di natura, fu la loro espulsione dal Paradiso per coabitare la terra con noi, o per cadere nell’inferno. In riguardo a quest’ultimo San Pietro scrive (2 Pet.2.4): ‘Dio non ha risparmiato gli angeli peccatori, ma li ha precipitati nell’inferno, abbandonandoli agli abissi delle tenebre, dove li mantiene per il Giudizio.’

La creazione del cielo (materiale) e della terra viene raccontata nella Genesi: la creazione dell’essere inanimato come la materia, le acque, la luce; la creazione del regno delle piante; del regno degli animali; e finalmente la creazione dell’uomo stesso.

L’uomo consiste in una parte fisica, ossia il corpo; ed una parte spirituale, ossia l’anima. Nella sua spiritualità assomiglia agli angeli, anche nell’eccellenza dei doni di cui era originariamente dotato, tra i quali (nel caso dell’uomo) erano la Grazia, la possibilità di non morire né soffrire, ed il controllo perfetto della ragione sulle passioni.

Però l’uomo, come il demonio, ha ripudiato Iddio tramite un peccato grave, cioè il Peccato Originale, e come punizione fu cambiato nella sua natura (che deviene ‘la natura caduta’), perdendo i doni sublimi di cui era stato dotato; in oltre (anche come il demonio) fu espulso dal Paradiso (questa volta il Paradiso terreno, il giardino di Eden).

3. Il motivo della creazione

Chiediamoci finalmente perché Iddio ha creato il mondo. La domanda può anche essere espressa: Perché qualchecosa piuttosto di niente? o più sempliciamente ancora: Perché?

Bisogna dire inanzitutto che Iddio ha creato il mondo in perfetta libertà: liberrimo consilio (Primo Concilio del Vaticano). Egli non fu costretto dalla violenza o dalla necessità nè esterna nè interna: perché non c’è niente di più potente o più alto di Dio che possa costringerLo; e non c’è nemmeno niente nella sua natura che possa indurrLo a creare il mondo, Iddio essendo in Se Stesso perfetto e beatissimo.

Di fatti, a causa proprio di questa stessa perfezione di Dio: a causa del fatto che Iddio è la somma di tutte le perfezioni, non era possibile che Egli avesse avuto un motivo per creare il mondo altro che Sé Stesso. Il Suo motivo per creare il mondo era dunque Sé Stesso: Universa propter semetipsum operatus est Dominus (Prov.16.4). Iddio è dunque sia il Creatore che il fine del mondo: in questo senso possiamo intendere le parole: “Io sono l’Alfa e l’Omega” (Ap.1.8).

Questo motivo di Dio nel creare non era però un motivo egoista, in quanto non creò il mondo per acquistare qualsiasi cosa, perché soli gli esseri imperfetti agiscono per questo fine, mentre l’Essere Perfetto, essendo in Sé Stesso la pienezza di tutto l’essere, non ha bisogno di nulla, come il Re Davide dice nel Salmo (15.2): ‘Io ho detto al Signore: Tu sei il mio Dio, perché non hai bisogno dei miei beni.’

No, il motivo di Dio non era egoista bensì altruista: agiva non per prendere ma per dare, non a causa della Sua utilità, ma solamente a causa della Sua bontà: non agit propter suam utilitatem, sed solum propter suam bonitatem (San Tommaso S. Th. I q.44 a.4). Il Primo Concilio del Vaticano dichiara Lo scopo della creazione nei termini seguenti: ad manifestandam perfectionem suam per bona quae creaturis impertitur: La manifestazione della Sua perfezione tramite i beni che impartisce alle creature.

Lo scopo della creazione comporta quindi due elementi: il primo è la manifestazione della Sua perfezione o, più ampiamente, la manifestazione della Sua perfezione e la Sua glorificazione – che ne è la conseguenza. Lo stesso Concilio definisce: Si quis… mundum ad Dei gloriam conditum esse negaverit, Anathema Sit.

La perfezione di Dio si manifesta ed Egli viene glorificato nel mondo in modi diversi, tra i quali sono: la stessa esistenza del mondo; la vita di quella parte del mondo che è vivente; e la conoscenza, la volontà, e soprattutto la santità delle creature razionali.

Il secondo elemento dello scopo del Creatore è l’impartire beni alle creature, di cui il più gran bene è la beatitudine eterna delle creature razionali nel cielo.

Vediamo qui che per le creature razionali i due elementi dello scopo di Dio hanno lo stesso oggetto: ossia la loro beatitudine eterna, poichè questa beatitudine allo stesso tempo glorifica Iddio e costituisce il loro (più grande) bene.

Deo Gratias!

Dio Padre

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen

Dopo aver riflettuto sull’unità di Dio ci rivolgiamo ora all’aspetto della sua Paternità, seguendo il Credo che professa: “Credo in un solo Dio, Padre onnipotente.”

Allora Iddio è Padre in tre sensi: è Padre del suo Figlio Divino secondo la Sua natura divina; è Padre di tutti gli uomini battezzati tramite la Grazia; ed è Padre di tutti gli uomini come il loro Creatore.

Osserviamo inanzitutto che Iddio è chiamato Padre nel Credo nel primo senso: come Padre del Figlio Divino, come prima Persona della Santissima Trinità; osserviamo altresì che la parte principale del Credo è strutturata sulla Fede in queste tre Persone Divine: “ Io credo in Dio Padre…ed in Gesù Cristo…credo nello Spirito Santo…”.

Guardiamo adesso brevemente ciascun modo di paternità, cominciando con quello più comune, ossia quello che si rapporta a tutti gli uomini.

1. Paternità creatrice

Iddio è Padre di tutti gli uomini nel senso che li crea, conserva, governa, e provvede per loro. Leggiamo per esempio nel libro di Malachia (2.10): “Non è forse uno solo il Padre di tutti noi? Uno solo, il nostro creatore?”

2. Paternità adottiva

Ma la Paternità di cui godono i cristiani, ossia i battezzati, è più intima e sublime della prima paternità, perchè li autorizza ad invocare “Abba Padre” e ad “essere chiamati, e ad essere davvero figli di Dio” (san Giovanni 1.3.1.). San Paolo aggiunge: “Se poi figli, anche eredi, eredi di Dio, coeredi di Gesù Cristo, primogenito tra innumerevoli fratelli”(Rom 8.17, 29) che “non si vergogna” di chiamarci tali (Ebr 2.11).

3. Paternità naturale

Ora, se questa Paternità di adozione è già un mistero sublime, che cosa si può dire della Paternità all’interno della Santissima Trinità? Qua incontriamo il mistero della Santissima Trinità: il mistero per eccellenza: il mistero dei misteri.

Per considerare la Paternità all’interno della Santissima Trinità bisogna cominciare con una considerazione della Santissimà Trinità stessa, pur essendo tanto limitata la nostra comprensione di essa.

Abbiamo già visto che Iddio è uno: nel senso che non ci sono altri dei, e nel senso che è un’unità in Sé Stesso. La fede ci insegna inoltre che questo un Dio consiste in tre Persone: un Dio in tre Persone, tre Persone in un Dio. La prima Persona è il Padre, la Seconda Persona è il Figlio, la Terza Persona è lo Spirito Santo. Queste tre Persone costituiscono insieme un solo Dio, un solo Signore – “non nella singolarità di un’unica persona, ma nella Trinità di un’unica sostanza” (per citare il prefazio della Santissima Trinità nel rito romano della S.Messa).

*

Guardiamo adesso più da vicino le tre Persone della Santissima Trinità.

Ora la Chiesa non ci permette di concepire alcuna differenza o ineguaglianza tra queste tre Persone, ma soltanto una distinzione in virtù delle loro proprietà. Le loro proprietà sono che: il Padre è non generato; il Figlio è generato dal Padre (come professiamo nel Credo della S. Messa); e lo Spirito Santo procede da entrambi.

Sarebbe sbagliato pensare che il Padre venga chiamato Prima Persona e Padre perché sia prima o più grande delle altre Persone divine: la santa Madre Chiesa ci insegna che Dio è al di fuori del tempo e proclama nelle tre Persone divine la stessa Maestà e Gloria.

No, il vero motivo per il quale il Padre viene chiamato Prima Persona si trova piuttosto nel fatto che Lui non è generato: è principio senza principio (inizio senza inizio); il vero motivo per il quale viene chiamato Padre si trova nel fatto che genera il Figlio.

Il Catechismo Romano insegna che possiamo raffigurarci questa generazione del Figlio come un procedere dall’intelletto del Padre, mentre possiamo raffigurarci il procedere dello Spirito Santo come un procedere dalla volontà (o amore reciproco) del Padre e del Figlio.

Questa dottrina spiega perché si parla del Figlio in termini intellettuali: come il Verbo, o l’Immagine, del Padre; e dello Spirito Santo come l’Amore reciproco del Padre e del Figlio. La dottrina può essere illustrata nel modo seguente: il Padre forma un’immagine mentale di Se Stesso. Questa immagine è il Figlio. Il Padre ed il Figlio si contemplano vicendevolmente, e poiché ognuno contiene in Se Stesso tutte le perfezioni: la Bontà, la Bellezza, la Gloria, la Maestà infinite, la contemplazione produce l’amore. Questo amore è lo Spirito Santo.

Che queste poche parole bastino per ora ad accennare, anche in modo molto rimoto, al mistero della Santissima Trinità e quello della Paternità Divina, misteri che non riusceremo mai a penetrare che minimamente, mentre preghiamo nella frase del Catechismo Romano: “affinché accolto un giorno nei tabernacoli eterni, sia(mo) degno(i) di scorgere questa meravigliosa fecondità di Dio Padre che, intuendo e comprendendo Sé Stesso, genera suo Figlio pari ed uguale a se stesso; di contemplare come l’identico Amore di carità dei Due, che è lo Spirito Santo, procedente dal Padre e dal Figlio, stringe reciprocamente in un vincolo eterno ed indissolubile il Genitore e il Generato; come in fine si attui così nella Divina Trinità l’unità di essenza e la perfetta distinzione delle tre Persone”.

Avvento (1)

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+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen

Carissimi fedeli, oggi comincia l’Anno Liturgico della Chiesa e, allo stesso tempo, il Santo Tempo dell’Avvento in cui ci ricordiamo della venuta del Signore a Natale, preparandoci per essa, con una preparazione interna delle nostre anime. Più seria sarà la nostra preparazione in Avvento, più grande sarà il frutto spirituale per noi a Natale.

Di fatti, ogni Festa della Santa Chiesa può portarci un frutto spirituale, ogni anno che assistiamo alla celebrazione della Festa di Natale, possiamo ricevere di nuovo un frutto spirituale dal Bambino Gesù +. Prepariamoci, dunque, bene per questa Festa almeno questo anno.

Come ci possiamo preparare?

Innanzi tutto la preparazione si deve adeguare alla Festa, mentre in Quaresima ci mortifichiamo in unione alla sofferenza di Nostro Signore per godere poi della Sua Vita gloriosa a Pasqua, in Avvento ci discipliniamo piuttosto in una specie di attesa allegra del Bambino Divino. Non cerchiamo grandi piaceri in questo Tempo anticipando le gioie di Natale, ma aspettiamo la Festa natalizia per prendere in essa la nostra gioia.

Vediamo dunque che una certa disciplina, uno spirito di moderazione in tutte le cose ci conviene a questo Tempo. Inoltre come in vista di ogni grande Festa della Chiesa, la purificazione dell’anima è richiesta. Se noi viviamo nel peccato mortale, adesso è il tempo per convertirci e fare penitenza, docili agli ammonimenti di san Giovanni Battista, lo stesso vale per il peccato veniale e altrettanto per le nostre imperfezioni.

Perché perseveriamo nel peccato e nelle imperfezioni quando sappiamo che a Dio non piace? San Paolo ci dice oggi: la notte è trascorsa, il giorno è vicino, rigettiamo dunque le opere delle tenebre e vestiamoci delle armi della luce, non viviamo dei piaceri eccessivi e dei sensi, nell’immodestia, nei conflitti con altri, ma vestiamoci nel Signore Gesù Cristo +.

Noi abbiamo la Fede. Se siamo nel peccato e non sentiamo la forza, né il coraggio, né la voglia di combatterlo, preghiamo il Signore che ci dia la forza; l’ora è venuta, adesso, per svegliarci dal sonno – dice san Paolo – e per essere concreti ci chiediamo cosa è il nostro peccato o vizio dominante, riflettiamo, e quando ce ne siamo accorti tiriamone le conseguenze e combattiamolo.

In una parola, il nostro compito nell’Avvento è quello della conversione, di preparare il nostro cuore alla Sua venuta, come un Presepio degno dell’Altissimo, meditiamo spesso sulla Sua venuta imminente leggendo l’inizio del Vangelo di san Luca, e visitandoLo nel Tabernacolo.

Dom Guéranger scrive: Durante il Tempo di Avvento Nostro Signore bussa alla porta dei cuori degli uomini, talvolta forte, talvolta piano. Lui viene per chiedere se hanno un posto per Lui, perché vuole essere nato nella loro casa. La casa è comunque la Sua, perché Lui l’ha costruita e la conserva, ma si lamenta che i suoi hanno rifiutato di riceverLo, almeno la maggior parte. Preparatevi dunque a vederLo nato dentro di voi, più bello, più radiante, più potente che l’avete mai conosciuto.

Questo, dunque, il nostro compito in Avvento che proviamo a fare con tutto il cuore, con l’intercessione della Santissima Madre di Dio, come anticipo del nostro incontro definitivo con il Signore in Cielo. Amen

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.
Sia lodato Gesù Cristo +

Avvento (2)

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+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.

Con l’Avvento, carissimi fedeli, facciamo almeno un piccolo proponimento, per prepararci più degnamente ad accogliere il Re della Gloria quando arriverà a Natale.

Invito tutti a riflettere su qualche cosa sulla quale dobbiamo migliorarci come qualche peccato troppo frequente, qualche vizio, qualche imperfezione sulla quale lavorare in questo santo Tempo.

Possiamo forse chiederci: sono impaziente? o sono forse una cattiva lingua? perdo il tempo con cose inutili? sono forse e persino in peccato mortale? Il Tempo, carissimi amici, è arrivato per lavorare su tutto questo, per superare le nostre cattiverie o imperfezioni, per la gloria di Dio.

In questa prima Domenica dell’Anno Liturgico, la Prima Domenica di Avvento, la Santa Madre Chiesa ci presenta agli occhi dello spirito lo stesso Vangelo (secondo un altro Evangelista) che la settimana scorsa, l’ultima domenica dell’Anno, ossia l’Avvento del Signore alla fine dei tempi; ci rende presente che anche la Sua nascita è la venuta di Dio Stesso sulla terra, dell’Uomo che allo stesso tempo è Dio.

‘Ci saranno segni nel sole e nella luna’. Questo sole, secondo sant’Antonio, così chiamato perché risplende solitario, è Gesù Cristo, il ‘Sole di Giustizia’ che abita una luce inaccessibile, tale che lo splendore di tutti i Santi quasi scompare paragonato al Suo splendore: cioè alla Sua Santità.

I segni che accompagnano la Sua nascita sono raccontati nel Vangelo di San Luca e di San Matteo. Nel primo Vangelo gli Angeli dicono ai Pastori: “questo sarà per voi il segno: troverete un Bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia”. Nel secondo Vangelo il segno è la Stella che conduce i Magi a Betlemme.

Ma ci saranno anche segni che seguiranno la nascita del Signore: Segni nel sole, nel senso di segni nel Corpo stesso del Signore, cioè le cinque Piaghe e soprattutto la piaga del Suo Costato, secondo sant’Antonio, dalla cui apertura verrà aperta la porta del Paradiso e dalla quale rifulge a noi lo splendore della Luce Eterna.

‘Ci saranno segni nel sole e nella luna’. Se Nostro Signore Gesù Cristo + è il Sole, la Sua Santissima Madre è la Luna: la stella più brillante del firmamento del cielo, brillante del riflesso della Luce Eterna del Suo Figlio. E il segno sarà, secondo Isaia, ‘che una Vergine concepirà e partorirà un Figlio il cui nome sarà Emmanuel’.

E’ dunque ‘ormai tempo che noi ci destiamo dal sonno’, come dice San Paolo oggi, perché è raggiunta la pienezza dei tempi, in cui Dio manderà il Figlio Suo, nato da donna, nato sotto la legge’.

Svegliamoci dunque dal sonno, dice di nuovo Sant’Antonio, cioè dall’amore delle cose temporali che chiudono gli occhi del cuore alla contemplazione delle cose eterne, le vane immaginazioni sulle cose di questo mondo che illudono i dormienti nelle prime ore del giorno e vengono fugate dal sorgere del Sole. Il misero pannicello nel quale Gesù fu avvolto e l’umile luogo del Presepio nel quale fu adagiato, ci invitano a svegliarci dal sonno e scacciare le vane fantasie.

Dunque carissimi amici, stacchiamoci dal nulla di questo mondo, dal sonno e dai sogni vani e completamente inutili, per preparare il nostro cuore all’Avvento del nostro Dio.

‘La notte è passata e il giorno si è avvicinato’: la notte dell’ignoranza e del peccato deve cedere al giorno illuminato della Luce eterna di Dio, Che è Lui la pienezza e la perfezione dell’Essere in cui non ci sono tenebre  “Deus lux est et tenebrae in eo non sunt ullae”, Dio che è la Verità stessa, la Bontà stessa e la Somma di ogni perfezione.

Svegliamoci, dunque, sorgiamo e accogliamo in noi la Luce della grazia, la Luce della fede e quella della carità, per farla brillare anche noi sul mondo tenebroso, da veri figli della Luce, perché i segni sono stati visti nel sole e nella luna: i segni comunicati dagli Angeli, dalla Stella e dal Profeta Isaia, di una Vergine che partorirà e di un Bambino che nascerà e sarà adagiato in una mangiatoia; e il fico sta per dare il suo frutto, e la nostra terra (come preghiamo nella Communio) sta per dare il suo frutto – la terra che è anche una immagine della Madonna che riceve nel Suo seno immacolato il Verbo Divino, per darlo come “frutto benedetto” a noi a Natale, per tutta la vita della grazia, nella santa Comunione, e dopo questo nostro esilio nella gloria della Patria Celeste.
Amen.

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.
Sia lodato Gesù Cristo +

Avvento (3)

 

Murillo+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen

Il Tempo dell’Avvento è un tempo di preparazione per l’Avvento o Venuta del Signore a Natale, come tale è un tempo di purificazione e di penitenza. La Liturgia ci ricorda dei sospiri dei Patriarchi e dei Profeti per farci desiderare con loro l’Avvento del Liberatore promesso e lo stabilire del Regno di Dio nelle nostre anime, per farci chiedere a Dio che la grazia divina, ma soprattutto il Redentore stesso, scenda su di noi. Rorate coeli desuper et nubes pluant justum, preghiamo. Una Preghiera che cresce in intensità con le grandi antifone: O Emmanuel, o Rex gloriae, o Oriens prima di Natale. In un tempo di purificazione, dunque, ma anche di penitenza la Liturgia ce ne ricorda col Vangelo sul Giudizio universale, e con il colore viola dei paramenti.

Bisogna dunque preparaci per il Natale non lasciando correre questo santo Tempo con una vaga idea che il Natale si stia avvicinando, bensì purificandoci per esempio con la lettura di questi testi dell’Avvento o dei capitoli iniziali del Vangelo di San Matteo e di San Luca, ed esercitando la penitenza con qualche piccola mortificazione. Non è adesso il momento di indulgerci con dolci o piaceri che convengono piuttosto a Natale.

Come immagine della purificazione tramite santi desideri e della penitenza, la Liturgia della Santa Madre Chiesa propone alla nostra attenzione la figura di San Giovanni Battista. Tutto il compito di San Giovanni Battista è di annunziare la venuta del Signore e poi di sparire davanti a Lui. In questo senso i Padri della Chiesa lo intendono come la stella mattutina che annunzia la venuta del Sole, che è il Sole di giustizia, la Luce increata che è Dio. Mentre la luce del Sole cresce, la luce della stella mattutina diminuisce e finalmente sparisce.

Il Vangelo odierno (Gv.1,19-34) esprime chiaramente questo suo compito, come spiega padre Guillerand certosino, quando i giudei gli chiedono: “chi sei tu?” – risponde: “non sono il Cristo”; quando gli chiedono che cosa egli sia, risponde: “io sono voce di uno che grida nel deserto, preparate la via del Signore”. Non si considera neanche una persona, dunque, ma solo una voce. Lui è la voce e il Signore è il Verbo; lui è la voce che parla del Verbo, soltanto uno strumento che ha funzione in rapporto a Dio; non ha altra funzione che preparare la via al Signore. Il battesimo che lui da, come spiega ai giudei, è un battesimo solo di acqua che prepara il vero Battesimo, quello dello Spirito Santo; è un battesimo di penitenza che prepara il popolo per la vita sacramentale.

Il Battista si abbassa davanti al Signore: se il Battista è, il Redentore era prima di lui; se il Battista appartiene ad un’ora passeggera del tempo, il Signore è eterno, è fuori del tempo: “prima che Abramo fosse, Io Sono” (Gv.8,58); il Battista abbassa se stesso davanti a Lui e non si ritiene neppure degno di sciogliere il laccio del suo sandalo.

Qualche versetto dopo in questo capitolo del Vangelo di San Giovanni, il Battista esprime il suo ruolo, come quello di un testimone: “io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio” (Gv. 1, 32-34).

La parola ci ricorda del Prologo dello stesso Vangelo dove leggiamo: ” Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce..” (Gv.1,6-8), il Battista dà la sua testimonianza, indica il Signore, si congeda dai propri discepoli affidandoli al Signore, presto sarà arrestato da Erode e ucciso da lui, e così sparirà davanti alla Luce eterna che aveva annunciata, alla quale ha dato non solo la sua testimonianza di fede, ma anche la propria vita.

San Giovanni Battista è modello del nostro agire nell’Avvento, ma non è solo questo. Questo uomo di cui nella parola del Signore ” non è sorto uno più grande tra i nati di donna ” (Mt. 11,11) è modello forte della santità, ci mostra nelle sue parole e nelle sue azioni ciò che è, in un certo senso, l’unica verità esistenziale per noi, cioè: Dio è tutto e noi siamo niente. Dunque ci insegna che dobbiamo assoggettarci a Dio, sottometterci a Dio, scordarci completamente di noi stessi per poi brillare della Sua increata Luce, sparendo completamente in Essa per testimoniare la Sua più grande gloria.  Amen.
+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.

Avvento (4)

 

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In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

Abbiamo già meditato, carissimi fedeli, sulla venuta del Bambino Gesù + nelle nostre anime, a Natale, in modo spirituale, ma bisogna sapere che, questa venuta spirituale nelle nostre anime è solo l’ombra della Sua venuta Sacramentale.

Sarebbe triste, davvero, di ricevere il Signore solo spiritualmente, alla Santa Festa di Natale, quando potremmo riceverLo anche sacramentalmente. Per questo, se siamo nel peccato mortale, dobbiamo confessarci prima di Natale, ma anche se siamo solo nel peccato veniale, dobbiamo confessarci per riceverLo più degnamente, il nostro Creatore e Signore, sotto il tetto del nostro cuore.

L’importanza dell’unione sacramentale al Bambino Gesù + è già evidente nel nome del luogo della Sua nascita, Betlemme, che significa “Casa del Pane”, non è un caso che Lui è nato in questo luogo, perchè nei progetti di Dio non esiste il “caso”, ma tutto avviene proprio secondo i consigli eterni di Dio, profetizzati dai Profeti, e in questo caso dal Profeta Michea e dichiarati dai pontefici Ebrei con le parole:  “è da Betlemme che deve uscire il Capo di Israele”.

È nato, dunque, nella Casa del Pane Colui che disse di Se Stesso: “Io sono il pane vivo disceso dal Cielo”, e in un altro passo: “Questo è il pane disceso dal Cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono; chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Gv.6).

In questo Tempo sacro di Avvento ci prepariamo, dunque, per l’unione sacramentale con Gesù Cristo + in forma di un piccolo Bambino, presentato a noi dalla Sua tenera Madre, l’incomparabile e Santissima Vergine Maria.

Nelle parole di Dom Guéranger: “Perchè questo Mistero si compia con maggior dolcezza, il dolce Frutto di Betlemme, si dispone dapprima a penetrare in noi sotto le sembianze di un Bambino, il più bello di tutti i figli dell’uomo. Lui vuole unirsi agli uomini perchè, essendo Lui la vita stessa, vuole che tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza, e perchè vuole trasformarci in Lui, in modo che non siamo più noi a vivere ma Lui che vive in noi”.

La realtà di questa unione sacramentale a Gesù Cristo + sotto la forma del Divino Bambino viene espresso in una esperienza mistica di Santa Faustina Kowalska, il cui Diario è da raccomandare a tutti. Scrive la Santa che: una volta durante la santa Messa, a lei apparve la Madonna con il Bambino Gesù e San Giuseppe e scrisse:

“La Madonna Santissima mi disse: – Eccoti il Tesoro più prezioso – e mi diede il Bambino Gesù. Gli dissi: – Io so che Voi siete il mio Signore e Creatore benchè siate così piccolo – Il Signore allungò le Sue braccia e mi guardò sorridendo. Il mio spirito era inondato di una gioia incomparabile. Gesù scomparve all’improvviso e la Santa Messa era giunta al momento di accostarsi alla Santa Comunione. Andai subito assieme alle suore a prendere la Santa Comunione con l’anima ripiena della Sua Presenza. Dopo la Santa Comunione sentii nel mio intimo queste parole: – Io sono nel tuo cuore quello stesso che hai tenuto in braccio-”

Carissimi fedeli, sappiamo bene che lo scopo della nostra vita è l’imitazione di Gesù Cristo +. Lui è il modello di ogni virtù, imitando Lui dunque, con l’aiuto della grazia, diveniamo perfetti. A Natale si presenta a noi come un Bambino per insegnarci, tra l’altro e senza dubbio, ad imitarLo anche come era da Bambino: semplice, trasparente, innocente, docile, umile, mite, dolce, amorevole. Che questo sia il nostro atteggiamento in Avvento, a Natale e sempre: verso altrui, ma soprattutto verso di Lui, per unirci più intimamente e più perfettamente a Lui spiritualmente, sacramentalmente, e dopo questa vita in terra, definitivamente in Cielo, alla gloria del Suo Santo Nome. Amen.

La Sacra Famiglia

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+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

In questa Festa della Sacra Famiglia, facciamoci qualche reflessione sulla sua natura. Per fare ciò occorre inanzi tutto capire i suoi scopi. Gli scopi della Sacra Famiglia, come di ogni famiglia e di ogni matrimonio, sono due: il bene dei figli e il bene degli sposi.

Il bene dei figli è il primo scopo della famiglia, e consiste nella generazione ed educazione dei figli. Nel caso della Sacra Famiglia, questa generazione non fu opera di un uomo (cioè di San Giuseppe) ma di Dio Stesso. Il frutto di questa generazione non era un semplice uomo – una persona umana – bensì una Persona Divina, con la natura divina, che possiede anche la natura umana: ossia Gesù Cristo Stesso.

Questa è dunque una grande perfezione della Sacra Famiglia: che la generazione del figlio (il primo scopo della famiglia) è opera di Dio Stesso; e che il suo frutto, ugualmente, è Dio Stesso. Nel caso della Sacra Famiglia, in altre parole, il Padre è Dio ed il Figlio è Dio.

Quanto a questa generazione del Figlio, la Beatissima Vergine Maria e San Giuseppe non sono meramente passivi, bensì collaborano coi disegni eterni di Dio, in quanto il loro legame matrimoniale e la loro vita comune sono il contesto della natività e dell’educazione del figlio. Essi collaborano dunque con Dio, e collaborano non in modo carnale, bensì in modo verginale – e dunque più perfetto.

Il bene degli sposi è il secondo scopo della Sacra Famiglia: il bene degli sposi o, in altre parole, la loro assistenza reciproca. Questa assistenza reciproca tra di loro possiede anche una grande perfezione, in quanto viene indirizzata ad un fine più sublime di quello di tutte altre famiglie: cioè l’educazione e la cura di Nostro Signore Gesù Cristo Stesso.

I due scopi di qualsiasi famiglia, che sono il bene dei figli ed il bene degli sposi, hanno come ultima meta la santificazione del figlio e, poi, di tutti i membri della famiglia. La Sacra Famiglia costituisce un’eccezione a questo principio perché la santificazione non viene dai genitori ma piuttosto dal Figlio. Lui, infatti, non ha bisogno di santificazione in quanto è il Santo Stesso; ed in quanto tale costituisce Se Stesso la fonte della santificazione della Sua madre e di San Giuseppe.

Ogni membro della Sacra Famiglia è modello delle virtù proprie al suo stato: San Giuseppe è modello di docilità alla volontà di Dio, espressa nell’ambasciata dell’ Arcangelo; modello della cura paterna nel guidare la Sacra Famiglia a Betlemme, a Gerusalemme, a Nazareth, ed in Egitto; modello della provvidenza paterna nel suo lavoro. La Madonna, invece, è modello di tutte le virtù manifestate nel racconto degli evangelisti, in particolare delle virtù materne della sottomissione, della preghiera, e della pazienza; il Signore Gesù, invece, manifesta le virtù filiali, in particolare quella di sottomissione, umiltà, obbedienza, e di onore verso Sua madre e Suo padre adottivo, malgrado il fatto che è infinitamente superiore a loro, essendo appunto il loro Creatore e Dio.

In questi modi possiamo dire in una parola che ogni membro della Sacra Famiglia, secondo il proprio ruolo dentro di essa, è modello eccelso della Carità.

Seguendo questi esempi della Sacra Famiglia proviamo noi a compiere i propri doveri verso i nostri famigliari, verso i nostri genitori e figli: con la preghiera, con l’esempio, e con la parola – quando riteniamo che sarà ascoltata; amiamoli, non con indulgenza eccessiva verso le loro debolezze eventuali, ma nella Carità e nella misericordia; chiediendo aiuto in tutto alla Sacra Famiglia, per poter un giorno, in compagnia di San Giuseppe e della Beatissima Vergine Maria, con tutti i nostri famigliari, adorare il Volto ineffabile del Bambino Gesù nel Cielo per tutti i secoli dei secoli.
Amen.

+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.

Sia Lodato Gesù Cristo.

L’Epifanìa

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+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

Epifania, carissimi fedeli, significa manifestazione, manifestazione di Gesù Cristo al mondo, soprattutto al mondo dei gentili rappresentato dai Magi. Questa Sua manifestazione si simbolizza nella Stella apparsa nel Cielo. La Stella significa in primo luogo Cristo la Luce, Lui è la Luce nel Suo rapporto al Suo Padre, “Luce da Luce”, un riflesso della Luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e immagine della Sua bontà, come leggiamo nel Libro della Sapienza.Poi è Luce nel suo rapporto all’uomo, la Luce degli uomini, come leggiamo nel Prologo di san Giovanni, la Luce vera, quella che illumina ogni uomo che viene in questo mondo, dobbiamo intendere la Luce, qua, come la Luce della ragione, la Luce della Fede e la Luce della Carità, perché ogni uomo gode della ragione e raggiungere alla Fede e la Carità se conduce una buona vita.

Questa Stella su Betlemme brilla nella notte come la Luce che san Giovanni descrive nel Prologo: che splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno superata, cioè, la Luce che è Cristo + non sarà soppressa dalle tenebre dell’ignoranza, né del peccato, ma diverrà una fonte di Vita soprannaturale per tutti coloro che Lo accettano.

Come dice già il padre di san Giovanni Battista, Zaccaria, quando profetizza: verrà a visitarci dall’alto un Sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte, e per dirigere i nostri passi sulla via della pace. In secondo luogo la Stella significa la Santissima Vergine Maria, come Stella o Donna di Luce, secondo due interpretazioni del Suo Nome, Lei splende al di sopra di questo mondo di tenebre dove, Piena di Grazia, accoglie in se stessa la Luce del Sole increato che è Dio, come Mediatrice di tutte le Grazie guida, con questa Luce, gli abitanti della terra verso il Sole eterno che è Dio. Di fatti il ruolo di Mediatrice, della Madonna, si vede chiaramente nel racconto dell’Epifania nelle parole: “entrati nella Casa videro il Bambino con Maria, Sua Madre”.

Ludolfo il certosino, commenta: I Magi avevano per Maestra, nella fede, quella Stella dolce e sovrana di cui l’altro non era che la figura. Come rispondono i Magi all’apparizione del Signore, alla Sua Epifania? Prostratisi Lo adorarono, poi aprirono i loro scrigni e Gli offrirono in dono oro, incenso e mirra, e dopo fecero ritorno per un’altra strada, al loro Paese.

Come risponderemo noi? Lo stesso commentatore scrive: offriremo al nostro Re l’oro della carità, al nostro Dio l’incenso delle nostre preghiere, al Redentore che soffre per noi la mirra amara della nostra compassione – e continua – e come i Magi allora, dopo aver adorato il Bambino prenderemo un’altra strada per tornare alla nostra Patria, perché la nostra Patria è l’innocenza e il Cielo. Siamo usciti per mezzo della superbia, la disubbidienza, l’attaccamento alle cose visibili, ci torneremo per mezzo dell’ubbidienza, la santa umiltà e l’indifferenza. L’amore per Dio è l’indifferenza del mondo!

Facciamo allora che soprattutto queste virtù siano rinforzate in noi da questa Festa dell’Epifania e che ci conducano, per un’altra strada, in Cielo. Amen

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.
Sia Lodato Gesù Cristo +

Il santo Nome di Gesù

 

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+ In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.

“Gli fu messo nome Gesù + come era stato chiamato dall’Angelo prima di essere concepito nel grembo della Madre.” San Tommaso da Villanova spiega che questo Nome fu chiamato dall’Angelo e non fissato da lui. Non fu fissato neanche dalla Madonna, bensì dallo stesso Padre Celeste. Questo fatto viene profetizzato da Isaia quando dice: ” Ti si chiamerà con un nome nuovo, che la bocca del Signore indicherà”.

Ora, il nome che Dio da ad una persona o ad una cosa esprime la sua natura o funzione. Cosa significa, dunque, questo nome nuovo che è “Gesù” + ? Gesù significa Salvatore, come l’Arcangelo Gabriele aveva esposto a san Giuseppe con le parole: “Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. San Tommaso da Villanova osserva che non lo chiamò “giudice, né custode, né vindice”, ma Salvatore, e questo perché lo scopo dell’Incarnazione è proprio la salvezza del genere umano.

“Signore Gesù” – prega il santo – “questo Vostro Santo Nome mi da una fiducia sconfinata; Signore, sì, Voi siete proprio Gesù! Riconoscete il Vostro Nome, quello che il Padre Vi ha imposto, siate Gesù per me! Io riconosco di essere prigioniero, irretito nei lacci dei miei peccati, incatenato dalla mia cattiveria, stretto nei ferri della mia malvagità. Riconosco ciò che sono, anche Voi, Gesù, riconoscete ciò che siete!

Di chi siete costituito il Salvatore, se non degli uomini perduti, dei prigionieri? Se non vi sono dei miseri, dei condannati da liberare, di chi sarete il Salvatore? Se io Vi ho rinnegato, Voi però Signore, siete fedele, e non potete rinnegare Voi stesso…Siete la Verità, Signore, e non potete contraddire il Vostro Nome +. Come Vi potreste chiamare il Salvatore se non Vi curaste di salvarci? Come Vi potremmo dire Misericordioso se a chi Vi chiede pietà Voi infliggeste una condanna? In Dio non c’è finzione, non è possibile l’inganno! Il Vostro Nome Signore è la Vostra Identità, Vi chiamate Gesù, perché siete Gesù + “.

Abbiamo dunque fiducia, ed invochiamo con fiducia il Suo Santo Nome, perché il Signore stesso ci ha detto: “Se chiederete qualcosa al Padre nel mio Nome, Egli ve la darà”, e “se mi chiederete qualcosa nel Mio Nome, io ve la concederò”, e san Pietro dice: “Chiunque invocherà il Nome del Signore, sarà salvato” – ad una condizione, tuttavia, aggiunge san Tommaso da Villanova: che Lo invochiamo dal profondo di un cuore sincero.

In virtù del Santo Nome di Gesù, san Pietro guarisce lo storpio presso la Porta Bella con le parole “nel Nome di Gesù Cristo + il Nazareno, cammina!” ed infatti, tutti i miracoli più grandi della Chiesa nel corso dei secoli sono stati operati in virtù del Suo Santo Nome +. Questo Nome guarisce gli ammalati, da la vista ai ciechi e la vita ai morti, mette in fuga i demoni e libera gli uomini dalle tentazioni più violente. Questo Nome fa scendere l’infinita Misericordia di Dio sul mondo nella Santa Messa, ed è il garante eterno che la Preghiera della Chiesa sarà esaudita dal Padre.

Che invochiamo questo Nome, dunque, con cuore sincero e sempre con profondo rispetto e sacro timore, ed invochiamolo costantemente. Che questo Nome, insieme al santo Nome della Madonna, sia la nostra unica speranza nella vita intera, e all’ora della nostra morte pronunciamo con grande devozione la preghiera meditata da san Tommaso da Villanova e santificata nel corso dei secoli dalla Chiesa: Gesù, sii il mio Salvatore! Jesus, sis mihi Jesus! Amen
In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti.
Sia lodato Gesù Cristo +

Video: Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta. Roberto de Mattei: presentazione del libro a Bologna

Presentazione del libro a Bologna — su iniziativa delle associazioni Impegno Civico, Vera Lux e della Fondazione Lepanto.

Con Padre Giovanni Cavalcoli o.p., prof. Andrea Padovani e l’autore, Roberto de Mattei

Princìpi dell’etica

+In nomine Patris et Filii et Spiritui Sancti. Amen

I seguenti estratti del libro Matrimonio sotto attacco provengono dall’introduzione e trattano di quattro temi etici fondamentali: 1) il fine ultimo dell’uomo; 2) la legge morale; 3) l’amore; 4) la dignita’ della persona.

I

IL FINE ULTIMO DELL’UOMO

Ci sono due aspetti del fine ultimo: un aspetto soggettivo che è la beatitudine, e un aspetto oggettivo che è il bene concreto, con la possessione del quale l’uomo realizza la sua beatitudine. L’uomo ha un desiderio naturale per la beatitudine e per la perfezione che determina ogni sua azione. La beatitudine è definita da Boezio come: statu(s) bonorum omnium congregatione perfectus: uno stato costituito dall’insieme di tutti i beni. Da san Tommaso è definita come: bonum perfectum intellectualis naturae: il bene perfetto della natura intellettuale. Quale è la natura di questo insieme di tutti i beni, di questo bene perfetto, o, come è più comunemente chiamato, bene supremo? Essa deve essere assoluta e non relativa a un bene ulteriore; deve essere perfetta, escludendo la possibilità di sottrazione di ciò che è propriamente suo; e deve essere stabile ed accessibile a tutti gli uomini. Ora, dato che ci deve essere proporzione tra una natura e il suo fine ultimo e bene supremo, possiamo concludere che il bene supremo dell’uomo deve soddisfare perfettamente le aspirazioni più essenziali e più profonde della natura umana, e, cioè, il bisogno di conoscere e di amare. L’oggetto dell’intelletto è il Vero, e l’oggetto dell’amore è il Bene; ed il Vero e il Bene esistono, nella loro pienezza, solo in Dio (san Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, IaIIae, q. 2, a. 8). Quindi, nel suo aspetto oggettivo, il fine ultimo dell’uomo è Dio Stesso.

Inoltre, la metafisica e la teodicea mostrano che Dio con la creazione ha uno scopo. Questo scopo non può essere lo stesso Suo perfezionamento giacché Egli già possiede la perfezione, anzi è la somma di tutte le perfezioni; lo scopo è invece la Sua glorificazione da parte delle Sue creature nella loro somiglianza a Lui. Le creature irrazionali somigliano a Dio per il solo fatto del loro esistere, e nella perfezione della loro natura e delle loro attività con le quali rivelano di Dio il Suo essere, potere, e sapienza. Le creature razionali, invece, somigliano a Dio nella loro conoscenza di Lui e nel loro amore per Lui, nella loro realizzazione personale e nella loro beatitudine che questa conoscenza e questo amore portano loro (san Tommaso d’Aquino, Summa contra Gentiles 3, 25).

Il fine ultimo dell’uomo allora consiste nella beatitudine del possesso di Dio per la gloria di Dio. Questa gloria di Dio è intesa come il fine ultimo primario dell’uomo, mentre la beatitudine dell’uomo è intesa come il suo fine ultimo secondario.

La Rivelazione completa il quadro coll’insegnarci che il possesso di Dio consiste nella visione di Dio. San Giovanni (17, 3): «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo»; (17, 24): «Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo»; l’Epistola di san Giovanni (1, 3.2): «Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è».

Il fine ultimo dell’uomo è la visio beatifica, nella quale l’anima contemplerà l’essenza propria di Dio faccia a faccia, e in tal modo parteciperà alla vita della Santissima Trinità. Questo fatto ci è stato rivelato non dalla ragione ma unicamente dalla Fede. Non è un fine naturale dell’uomo, bensì (assolutamente) soprannaturale, in quanto trascende l’intelligenza e tutte le capacità della natura creata, che quindi hanno bisogno di essere rafforzate dalla Divina Grazia per questo scopo, e da ciò che è stato definito dal Concilio di Vienna (1312) come il lumen gloriae.

Fosse puramente naturale il fine ultimo dell’uomo, esso consisterebbe allora nella conoscenza e nell’amore di Dio, accessibili alla sua ragione naturale: una conoscenza analogica di Dio come causa prima e fine ultimo della creazione. La Chiesa ritiene possibile che un simile paradiso puramente naturale (“Limbo”) esista e che sia riservato ai bambini non battezzati che non hanno raggiunto l’uso della ragione: a loro non è stata lavata la macchia del Peccato originale e quindi non possono accedere al paradiso soprannaturale; ma, nello stesso tempo, non hanno contratto nessun peccato personale e quindi non sono incorsi in nessuna punizione. Naturalmente questo caso eventuale è di particolare rilevanza nella questione dell’aborto.

Un’azione è buona o cattiva secondo il suo orientamento, cioè, se è o non è orientata al fine ultimo dell’uomo: alla sua beatitudine, o, in altre parole, alla perfezione del suo essere, alla perfezione e realizzazione della sua natura umana. È con la Fede e con la pratica delle virtù che l’uomo raggiunge questa perfezione.

L’orientamento di un’azione al fine ultimo è determinato in parte dalla natura dell’azione stessa (per esempio, fare l’elemosina è bene, l’uccisione di un innocente è male) e in parte dall’intenzione dell’agente, che può fare di un’azione di per sé buona un’azione ancora più buona (come fare l’elemosina con lo scopo di permettere al beneficato un miglioramento morale) o un’azione cattiva (come fare l’elemosina con lo scopo di corrompere); o che può rendere buona o cattiva un’azione per sé indifferente (come per esempio il passeggiare, per ricavarne beneficio per la salute o, invece, per sottrarsi a un dovere). L’intenzione non può tuttavia mai fare di un’azione di per sé cattiva un’azione buona (è il caso, ad esempio, dell’aborto deliberato).

II

LA LEGGE MORALE

Ciò che porta ogni essere al suo fine, sia ultimo o prossimo, è la legge eterna (san Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, IaIIae, q. 93, a.1): Lex aeterna nihil aliud est quam ratio divinae sapientiae, secundum quod est directiva omnium actuum et motionum (la legge eterna non è altro che la disposizione della sapienza divina in quanto è direttiva di tutti gli atti e di tutti i moti). La definizione di sant’Agostino, che segue quella di Cicerone, e spesso è citata da san Tommaso, è la seguente: ratio vel voluntas Dei ordinem naturalem conservari jubens, perturbari vetans (la disposizione divina che decreta la conservazione dell’ordine naturale, e ne vieta l’interruzione). Questa legge eterna esiste in Dio ed è niente meno che Dio Stesso. È vincolante per tutti gli esseri: per gli esseri irrazionali ove essa ha una natura fisica e irresistibile, e per gli esseri razionali ove essa ha una natura morale e può essere obbedita o non obbedita secondo l’uso che ogni agente fa del libero arbitrio.

La legge eterna è promulgata nella creazione e la partecipazione ad essa da parte degli esseri razionali è conosciuta come la legge naturale: Lex naturalis nihil aliud est quam participatio legis aeternae in rationali creatura (san Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, IaIIae, q. 1, a. 2). L’uomo è quindi capace di leggere i requisiti di questa legge inscritta nella sua natura e agire conseguentemente. Poiché il compito di questa legge è di portare l’uomo al suo fine ultimo, si può stabilire la moralità di un’azione non solo in termini di corrispondenza al fine ultimo ma anche nei termini della legge morale: secondo quanto essa si conformi o non si conformi alla legge morale. Questa definizione può inoltre considerarsi la più specifica perché la conformità alla legge morale richiede l’applicazione di una regola ad ogni azione specifica.

Il primo precetto della legge naturale ordina in una maniera universale l’azione umana verso il fine ultimo dell’uomo. Il principio dice: fare il bene ed evitare il male. È costitutivo di ciò che si chiama senso morale: vale a dire il senso immediato ed assoluto della legge che regola la conoscenza pratica e l’azione (san Tommaso, De Veritate q. 16, a 1). Questo senso morale è anche conosciuto come synderesis. La coscienza morale, invece, non è un senso, bensì un giudizio pratico (l’ultimo giudizio pratico) sulla moralità delle nostre azioni, con cui decidiamo quali azioni concrete sono da compiere e quali da evitare.

Gli altri princìpi della legge naturale si riferiscono alle inclinazioni fondamentali dell’uomo: come essere vivente egli deve rispettare e conservare l’essere che ha ricevuto da Dio; come essere razionale deve agire come persona, sviluppando la sua ragione colla ricerca della verità, la sua libertà col dominio sulle passioni, e la sua vita morale con la religione; come membro di una specie deve provvedere alla conservazione di questa specie col matrimonio, la procreazione e l’ educazione della prole; come essere sociale deve rispettare l’ordine della società e contribuire al bene comune della città e dell’umanità stessa.

Questi princìpi formano la base dei doveri, e questi doveri, a loro volta, formano la base dei diritti naturali: il diritto alla vita, alla verità, alla giustizia, alla libertà, e così via. Questi princìpi della legge naturale comportano certe conseguenze immediate tra le quali i Dieci Comandamenti che, insieme ai princìpi stessi, costituiscono la legge naturale primaria. Essi comportano anche certe conseguenze meno immediate, che riguardano la loro applicazione, come nel caso dei diritti concernenti la proprietà. Questi costituiscono la legge naturale secondaria.

III

LA NATURA DELL’AMORE

Ora, nella precedente sezione abbiamo notato che è pericoloso usare il termine “dignità della persona” in un senso indefinito e quindi aperto ad interpretazioni sbagliate. Questo è vero allo stesso modo per il termine “amore”. L’amore in particolare può essere inteso in modo puramente sentimentale. Al fine quindi di comprendere in modo appropriato l’amore pertinente con la sessualità, iniziamo con l’offrire una breve analisi della natura dell’amore.

i) La Carità di Dio

Per meglio comprendere l’amore umano, iniziamo col considerare quell’amore perfetto che è l’amore di Dio. San Giovanni ci dice nella sua Prima Lettera (4, 8) che «Dio è amore». Ciò può essere inteso nei termini seguenti: il Padre ama il Figlio, il Figlio ama il Padre, e lo Spirito Santo è il loro atto unito di amore. Due caratteristiche degne di nota di questo amore sono che esso è donazione di sé ed unitivo.

Riguardo all’amore di Dio per l’uomo, san Giovanni ci dice nel suo Vangelo (3, 6) che «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio Unigenito: chiunque crederà in lui non perirà, ma avrà la vita eterna». Qui ancora l’amore di Dio è manifesto sia come donazione di sé, dal momento che nella Persona del Figlio dà Sé Stesso per l’umanità, sia come unitivo, dal momento che così facendo egli unisce Sé Stesso con l’umanità.

Una terza caratteristica dell’amore qui descritto è quella che potremmo chiamare la sua fecondità, o promozione di un bene, in questo caso la vita eterna. La fecondità dell’amore è più evidente dove l’oggetto dell’amore è l’essere creato, che esprime la volontà di Dio nell’atto stesso dell’esistenza e nel perseguimento del suo fine.

ii) La Carità dell’uomo

L’amore dell’uomo per Dio nel Paradiso è una condivisione dell’amore di Dio per Sé Stesso. È quindi una donazione di sé e un amore unitivo. È anche un amore fecondo per quanto riguarda l’uomo perché esso costituisce l’ottenimento da parte dell’uomo del suo fine ultimo. In un senso esteso è un amore fecondo anche per quanto riguarda Dio, non tanto perché dà qualcosa a Lui Il Quale già possiede – ed inoltre è – la somma delle perfezioni, ma perché esso incrementa la gloria externa di Dio. Esso magnifica Dio come nelle parole della Beata Vergine Maria e di san Giovanni il Battista magnificat, magnificari. Esso compie il proposito che Dio ebbe nel creare l’universo: la comunicazione della Sua bontà e la manifestazione della Sua gloria nella creazione.

L’amore finora descritto – l’amore di Dio per Sé stesso, l’amore di Dio per l’uomo, l’amore dell’uomo per Dio nel Paradiso – è conosciuto come “Carità”. Questo amore è soprannaturale. Per l’uomo è una partecipazione all’amore e alla vita di Dio, una partecipazione che è possibile solo per mezzo della Grazia soprannaturale. Senza questa Grazia è impossibile per l’uomo amare con un amore di Carità. Questo amore è possibile nel mondo presente oltre che in Paradiso e ha come suoi oggetti: Dio, o il prossimo per amore di Dio.

L’amore per Dio comprende gli atti diretti di amore per Dio come gli atti di adorazione, oltre a tutte le azioni dell’uomo quando sono compiute per Dio, per amore di Dio: per la gloria di Dio (1Cor 10, 31), verso Dio (Col 3, 23), nel nome di Dio (Col 3, 17): «Tutto ciò che fate in parole e opere fatelo nel nome del Signore Gesù Cristo»; l’amore del prossimo include l’amore per i nemici. La Carità trasforma le opere che accompagna, le eleva al livello divino. Come tutte le realtà rivelate da Dio, la Carità può essere compresa solo in un senso limitato. Essa non può essere compresa dalla filosofia, e per questo non è oggetto della filosofia.

Per commentare le tre caratteristiche generali dell’amore annotate sopra, si potrebbe aggiungere, nel caso della Carità dell’uomo sulla terra, che 1) è caratterizzata dal dare, dal momento che essa consiste nelle azioni compiute per amore di Dio; e che 2) è caratterizzata dall’unione con Dio, dal momento che essa è una condivisione dell’amore e della vita di Dio. Essa è feconda per l’agente nel farlo avanzare verso il suo fine ultimo; è feconda per il prossimo o nel promuovere direttamente il suo fine ultimo, o, indirettamente, in quanto gli porta la felicità e la pace, che sono le migliori condizioni per avanzare verso il fine ultimo.

In Paradiso, nella visione beatifica, l’uomo vedrà Dio per come Egli è in Sé stesso secondo il Suo ineffabile modo di essere: sicuti est (1Gv 3, 2). Quindi amerà Dio per come Egli è in Sé stesso nella Carità. Ora, il fondamento per la conoscenza e l’amore di Dio da parte dell’uomo nell’aldilà è la radicale orientazione del suo intelletto a Dio come Essere sotto l’aspetto del Vero, e la radicale orientazione della sua volontà a Dio come Essere sotto l’aspetto del Bene.

Riguardo a questo mondo, queste orientazioni radicali costituiscono parimenti i fondamenti per la conoscenza di Dio come Vero e come Bene da parte dell’uomo alla luce della sola ragione (sebbene indebolita dal Peccato originale); ed altrettanto per la conoscenza umana di Dio come Egli è in Sé stesso (in se ipso) tramite la fede, e inoltre per l’amore umano per Dio come Egli è in Sé stesso tramite la Carità.

L’amore dell’uomo per il Bene in tutte le sue rappresentazioni e per Dio come Bene, è conosciuto come amore razionale. Esso è un amore puramente naturale e si distingue come tale dal suo amore soprannaturale per Dio nell’ordine della Carità.

iii) Amore razionale e sensibile

Ora, l’uomo non è un essere puramente spirituale; egli è anche un essere fisico. Per preservarlo nel suo viaggio verso il suo fine ultimo, e per garantire che egli abbia una progenie, gli sono state date le facoltà della percezione sensibile con la quale apprende gli enti individuali sotto l’aspetto del vero, e dell’appetizione sensibile con la quale desidera gli enti individuali sotto l’aspetto del bene. Questa appetizione sensitiva è conosciuta come amore sensibile o passione d’amore.

L’amore sensibile è una caratteristica dell’uomo come organismo psicofisico. Lo scopo dell’amore sensibile è il piacere che egli cerca prendendo e raggiungendo l’unione con il suo oggetto, poiché il piacere deriva dall’unione (San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, IIa, q. 1, a. 30). Questo piacere è al servizio della vita biologica: della conservazione e della promozione dell’organismo umano o della specie. Esso si indirizza a ciò che gli è presentato dai sensi come necessario e piacevole qui ed ora. Esso è soggettivo, e la sua dinamica è quella di una potenza che cerca il proprio soddisfacimento.

Esempi ne sono il desiderio per il cibo e le bevande, e l’amore familiare e sessuale – o “erotico” – (nella misura in cui questi due ultimi tipi di amore sensibile non sono informati ed elevati dall’amore razionale o dalla Carità).
La natura dell’amore sensibile è in gran parte la medesima per l’uomo come per gli animali, sebbene nell’uomo esso sia elevato dalla presenza della ragione a uno stato più alto che nel suo equivalente animale.

L’amore razionale è una caratteristica dell’uomo come essere spirituale. Il suo termine è l’Essere stesso. Il radicale dinamismo dello spirito si svolge verso atto e abbondanza. Esso tende all’Essere assoluto e cerca di promuoverlo in tutte le sue manifestazioni finite.

Esempi ne sono l’amore naturale per Dio e l’amore di amicizia.
Confrontando l’amore sensibile e l’amore razionale a proposito delle tre caratteristiche dell’amore annotate sopra, possiamo dire il seguente:
a) l’amore sensibile implica il ricevere, mentre l’amore razionale implica il dare;
b) l’amore sensibile è caratterizzato più marcatamente dall’unione rispetto all’amore razionale;
c) l’amore sensibile promuove il bene di sé come organismo psicofisico e il bene della specie; mentre l’amore razionale promuove il bene dell’altro come essere razionale, oltre al bene di sé come essere razionale. Un esempio ne sarebbe il caso in cui si faccia del bene al proprio nemico, dal momento che promuovendo il bene dell’altro l’agente dà, e nel dare, egli avanza verso il suo fine ultimo: la sua perfezione nell’amore .

Si dovrebbe notare comunque qui che dal momento che l’amore razionale non è un amore soprannaturale (come la Carità), ma solo un amore naturale, non promuove l’ultimo fine dell’agente, che è soprannaturale, immediatamente (come lo fa la Carità), ma solo mediatamente, disponendo l’agente verso questo fine soprannaturale.

Ora l’amore razionale, quando ha l’uomo come proprio oggetto, è conosciuto come la virtù dell’amore. Esso differisce dalla Carità nella qualità e nello scopo: è infatti una forma naturale di amore e non soprannaturale, e ha una portata più ristretta, non includendo l’amore di Dio o la santificazione di ogni azione dell’uomo.

La virtù dell’amore è tipicamente messa in contrasto con la passione d’amore, che è un altro nome per l’amore sensibile. La virtù dell’amore può essere definita come quella virtù con la quale un uomo altruisticamente vuole il bene del suo prossimo, promuovendolo al meglio delle sue capacità ovunque e comunque egli possa.

L’esempio principale della virtù dell’amore è l’amore di amicizia, che è caratterizzato dalla sua reciprocità e virtuosità, e dagli interessi comuni della coppia: idem velle idem nolle. Ulteriori esempi sono l’amore familiare e matrimoniale dove la virtù dell’amore informa ed eleva quell’amore familiare o erotico che inizialmente è meramente sensibile.

Notiamo che l’amicizia è qui intesa in senso stretto. In senso lato è intesa a caratterizzare anche le altre forme di amore razionale, come l’amore familiare e l’amore coniugale, in aggiunta alla Carità stessa, come san Tommaso mostra nella Summa Theologiae, IIaIIae, q. 23, a. 1.

L’amore familiare sensibile è l’amore tra genitori e figli o tra figli. Esso può diventare disordinato a danno della giustizia. Quando esso è informato ed elevato dall’amore razionale, diviene disinteressato: il figlio guarda al genitore come una buona persona, per esempio, o come degna del suo amore, e il genitore lascia la sua presa possessiva sul figlio. L’amore erotico nell’uomo caduto è toccato dalla lussuria: ricerca il piacere per sé, considera le persone come oggetti, e tende a trasferirsi da una persona a un’altra, anche mediante “matrimoni” successivi.

Quando l’amore erotico nel matrimonio è informato ed elevato dall’amore razionale esso è trasformato in un amore coniugale che considera le persone come persone. Tale è il modo in cui l’amore sensibile diviene veramente umano, ricevendo profondità dall’amore razionale e divenendo un’espressione di esso. Per i cristiani nello stato di Grazia questo amore razionale è a sua volta informato ed elevato dalla Carità, e così diviene una forma di amore soprannaturale.

Discussione

Per ricapitolare, abbiamo brevemente esaminato la Carità nel suo quadruplice aspetto: l’amore di Dio per Sé stesso, l’amore di Dio per l’uomo, l’amore soprannaturale dell’uomo per Dio, l’amore soprannaturale dell’uomo per l’uomo. Poi abbiamo esaminato l’amore razionale, che include l’amore naturale dell’uomo per Dio e la virtù dell’amore, e infine l’amore sensibile.

In termini più generali, si possono dire le seguenti cose dell’amore umano: l’amore umano è radicato nell’imperfezione e nell’indigenza dell’uomo. A livello naturale, egli è incapace con le proprie forze di conservare sé stesso come individuo o come una specie: egli ha bisogno di mangiare, bere, e procreare. A livello soprannaturale, egli è incapace con le proprie forze di ottenere il suo scopo che è la perfezione soprannaturale: egli ha bisogno dell’aiuto della Grazia.

Questi beni di cui l’uomo ha bisogno sono fecondi per lui e devono essere comunicati a lui da fuori. L’amore umano riguarda la comunicazione e la fecondità di questi beni, e possiede quindi due elementi: l’elemento della comunicazione (o unione) e l’elemento della fecondità. L’elemento della fecondità è primario poiché esso si relaziona alla sua perfezione; l’elemento dell’unione è secondario, perché si relaziona ai mezzi per giungere a questa perfezione.

Concludiamo confrontando brevemente e mettendo in contrasto l’amore di Dio per l’uomo e quello dell’uomo per Dio in due suoi aspetti.

Amor Dei est infundens et creans bonitatem in rebus (san Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, IIa, q. 20, a. 2): L’amore di Dio infonde e crea la bontà che è nelle cose. Il Suo amore è il principio della creazione e dell’esistenza continua di tutto ciò che è. Esso è il principio della loro desiderabilità. L’amore dell’uomo al contrario è essenzialmente passivo: una risposta, un movimento provocato da fuori. Dio dà la bontà alle cose; Egli non è, come l’uomo, sottomesso alle loro attrazioni. Il Suo amore è pura benevolenza, gratuità, altruismo. Egli non ottiene nulla da noi mentre noi otteniamo tutto da Lui.

L’amore di Dio è un amore di donazione di sé, come è l’amore per Dio al quale l’uomo è chiamato. L’amore dell’uomo per il suo prossimo (sia l’amore razionale sia l’amore di Carità) può al contrario essere definito semplicemente nei termini del donare: esso può essere descritto come dono di sé solo in senso secondario e figurato (e.g. nelle frasi come: “egli dona sé stesso”).

IV

LA DIGNITÀ DELLA PERSONA (1)

Ora la nozione di “persona”, ben più che la nozione di “essere umano” o di “uomo”, contiene la nozione di dignità o valore, come nell’espressione “È una persona, non una cosa”. In effetti, san Tommaso d’Aquino enuncia questo fatto nel modo seguente(2) : con il nome di persona s’intende la dignità della persona.

Il pericolo insito nell’utilizzo dell’espressione “dignità della persona” risiede nel fatto che tale espressione è stata spesso intesa in senso umanista, ateo, o imprecisato. Di conseguenza sarà necessario definire il termine in modo esatto, prima di procedere ad applicarlo nelle situazioni concrete «La dignità significa la bontà di qualcuno per sé stesso, mentre significa l’utilità per un altro»(3) . In virtù di questo fatto e in virtù del fatto che nel parlare comune la dignità definisce una qualità o una perfezione che distingue una persona da un’altra, consideriamo qual’è la bontà o perfezione particolare che distingue la persona. Chiediamoci questo per prima cosa riguardo alla persona in genere in relazione con altri enti, poi riguardo alla persona individuale in relazione con altre persone. Questo studio ci permetterà di specificare due forme principali di dignità che la persona possiede.

i) La dignità naturale dell’uomo

Consideriamo innanzitutto la perfezione naturale dell’uomo. La natura umana sorpassa le altre nature, cioè le nature inanimate e le nature animate che non possiedono l’anima spirituale, nella sua razionalità: in quella parte della sua natura cioè che consiste di un’anima razionale ed intellettiva. È questa razionalità che conferisce ad una persona la sua dignità ed è il motivo per cui l’essere umano è chiamato “persona”(4) . Ora, l’eccellenza particolare della razionalità è il suo orientamento trascendente: l’intelletto e la volontà sono ordinati verso Dio come Essere sotto l’aspetto rispettivamente del Vero e del Bene.

Sulla base di questo orientamento san Tommaso spiega il senso in cui l’uomo è a immagine di Dio. Egli scrive(5) che se è vero che l’uomo è a immagine di Dio secondo la sua natura intellettiva, allora quanto più la sua natura intellettiva è capace di imitare Dio, tanto più egli sarà ad immagine di Dio. La sua natura intellettuale imita Dio al grado più alto attraverso l’imitazione della conoscenza e dell’amore di Dio per Sé Stesso.

Ci sono tre modi per cui questo è possibile. Il primo è il seguente (il secondo e il terzo saranno menzionati in seguito): conformemente al fatto che l’uomo ha un’attitudine naturale a conoscere ed amare Dio, e questa attitudine consiste nella stessa natura della mente, che è comune a tutti gli uomini.

Questa prima forma di dignità, però, è affetta dal peccato, sia originale sia attuale. L’effetto del Peccato originale è che: dal peccato di Adamo l’uomo è privato dei doni gratuiti (soprannaturali) e ferito nella sua natura(6). Questo stato è conosciuto come lo stato di Natura caduta.

I doni soprannaturali consistono nella Grazia santificante (“assolutamente soprannaturale”) che rende possibile la visione beatifica; e nei doni (“preternaturali”) dell’integrità. Secondo san Tommaso e la maggior parte dei teologi, il ferimento della natura consiste nella perdita dei doni dell’integrità.
Questi doni comprendono la conoscenza infusa, la possibilità di non soffrire e di non morire, e il dominio della ragione sulle facoltà inferiori (o, in altre parole, dell’anima sul corpo), come risultato dell’assoggettamento alla volontà a Dio. Adamo perse il primo di questi doni per sé stesso, dal momento che questo era un dono personale per sé, ed i restanti doni per l’intero genere umano.

La perdita del dominio della ragione sulle facoltà inferiori è conosciuta come concupiscenza: cioè la difficoltà a conoscere il vero; l’indebolimento del potere della volontà; l’indietreggiare di fronte alla lotta per il bene); e la concupiscentia in senso stretto cioe` il desiderio di soddisfare i sensi contro il giudizio della ragione.

Il ferimento della natura, allora, è la perdita dell’integrità, e comprende la perdita del dominio della ragione sopra le facoltà inferiori (l’integrità nel senso stretto(7)). La perdita di tale dominio può essere espressa come la perdita dell’inclinazione naturale dell’uomo verso la virtù(8) o come un indebolimento dell’attaccamento da parte dell’uomo al Vero e al Bene.

Conseguentemente, la verità dell’esistenza di Dio e la moralità che pur non sono inaccessibili alla ragione, hanno bisogno per necessità morale di far parte della Rivelazione affinché siano conosciute da tutti prontamente, con certezza, e senza mescolanza di errori(9). Inoltre, l’uomo è incapace di amare Dio come l’autore della natura più di sé stesso, o di sceglierLo come suo fine ultimo, senza il potere guaritore della Grazia divina(10).

San Tommaso analizza gli effetti del Peccato originale sulla dignità della natura umana(11). Egli conclude che questa dignità è diminuita a causa della perdita della Grazia santificante e dell’integrità, che comportano una diminuzione dell’inclinazione naturale dell’uomo verso la virtù; ma al contempo afferma che è conservata quella dignità che deriva dai princìpi della natura umana e dalle sue proprietà come le facoltà dell’anima. Il Concilio di Trento riafferma questo punto riguardo al libero arbitrio(12). In generale, possiamo inferire che malgrado la Caduta, l’uomo possiede una dignità in virtù della sua razionalità, in particolare del suo orientamento radicale, sebbene indebolito, verso il Vero e il Bene, o in altre parole verso Dio come l’Essere sotto l’aspetto del Vero e del Bene.

La dignità naturale della persona è diminuita non solo dal Peccato originale, ma anche dal peccato attuale. Tutte le persone che hanno raggiunto l’età della ragione (con l’eccezione della Beatissima Vergine) hanno peccato, dal momento che «se diciamo che non abbiamo peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi» (1Gv 2, 8). L’effetto del peccato mortale è quello di espellere Dio e la Grazia santificante dall’anima, se erano presenti, e di rendere l’agente uno schiavo del peccato, poiché «chiunque commette peccato è schiavo del peccato» (Gv 8, 34). L’effetto del peccato veniale è quello di privare l’anima di nuove grazie. L’effetto di entrambi i tipi di peccato è quello di indebolire il controllo dell’agente sulle sue passioni, che poi lo inclinano ad altri e più grandi peccati.
Riassumendo, come afferma il Papa Leone XIII(13): «Se l’intelligenza aderisce a idee false, se la volontà sceglie il male e si attacca ad esso, né l’uno né l’altra raggiungono la loro perfezione, ma entrambe perdono la loro originaria dignità e si corrompono». In effetti, in un passaggio che riguarda la pena capitale(14), san Tommaso afferma che un criminale, attraverso il peccato grave, «perde la sua dignità» simpliciter, cioè malgrado il suo orientamento radicale verso il Bene ed il Vero, essendo tale la malizia del peccato: Peccando, l’uomo si allontana dall’ordine della ragione e conseguentemente si allontana dalla sua dignità umana, nel senso che essendo naturalmente libero ed esistendo per sé stesso, si abbassa in un certo qual modo nello stato servile degli animali, così che si può disporre di lui secondo il modo più utile agli altri […]. Quindi, sebbene sia un male uccidere un uomo che conserva la sua dignità umana, tuttavia potrebbe essere un bene uccidere un peccatore(15).

ii) La dignità soprannaturale dell’uomo

Mentre la forma di dignità appena discussa è una dignità naturale derivante dall’attitudine naturale dell’uomo a conoscere ed amare Dio come Essere sotto l’aspetto del Vero e del Bene, vi è un’ulteriore forma di dignità accessibile all’uomo che è di natura soprannaturale e che deriva dalla conoscenza e dall’amore attuali dell’uomo per Dio in conformità con la Grazia soprannaturale.

Ora il primo modo nel quale san Tommaso intende che l’uomo è ad immagine di Dio, come abbiamo visto, risiede nella sua attitudine a conoscere e amare Dio; il secondo modo risiede nella sua conoscenza e amore attuali o abituali di Dio(16).
San Tommaso descrive il secondo modo come segue(17): in quanto l’uomo attualmente o abitualmente conosce e ama Dio, sebbene imperfettamente, e questa immagine consiste nella conformità alla grazia […]. La prima si trova in tutti gli uomini, la seconda solo nei giusti, la terza solo nei beati.

Sottolineiamo il fatto che la dignità derivante dalla conoscenza e dall’amore attuali per Dio in conformità alla Grazia soprannaturale non è propria di tutti gli uomini, ma solo dei fedeli che sono giusti: è la dignità posseduta dal santo e non dal peccatore, e posseduta in un grado più alto da un uomo più santo rispetto ad un uomo meno santo. Possiamo chiamare questa seconda forma di dignità “la dignità soprannaturale dell’uomo”(18).

Ora, come si è visto, il Peccato originale ha portato alla perdita della Grazia santificante e dei doni dell’integrità, ed è stato ereditato da tutti i figli di Adamo. Comunque è possibile sradicare il Peccato originale, nel suo senso più stretto come mancanza della Grazia santificante, per mezzo della Giustificazione.
La Giustificazione è un passaggio da quella condizione nella quale l’uomo è nato figlio del primo Adamo allo stato di Grazia e di adozione tra i figli di Dio attraverso il secondo Adamo, Gesù Cristo, nostro Redentore(19).

La Giustificazione in senso negativo è lo sradicamento del peccato; mentre nel senso positivo è la soddisfazione e il rinnovamento dell’uomo interiore. La Giustificazione è effettuata per infusione della Grazia santificante nell’anima dei fedeli attraverso il sacramento del Battesimo. Il Concilio di Trento cita l’avvertimento contenuto nel Vangelo di san Giovanni, 3, 5: «Nessuno può entrare nel Regno dei Cieli se non rinasce dall’acqua e dallo Spirito Santo». La fede che è richiesta per la Giustificazione nel caso del bambino piccolo è la fede della Chiesa(20), mentre nel caso degli adulti è una ferma accettazione delle verità divine della Rivelazione sull’autorità di Dio rivelante e le opere buone che procedono da questa fede, come il timore di Dio, la speranza, l’amore per Dio, il dolore, e la penitenza.

Se l’uomo perde la Grazia santificante a causa del suo peccato attuale, la può riacquistare attraverso il sacramento della Penitenza: egli riacquista la Grazia, gli è perdonato il peccato, e così assume di nuovo la dignità di figlio di Dio(21). È questa dignità soprannaturale di adozione per mezzo del Battesimo alla quale si riferiscono le seguenti parole di san Leone: «Riconosci, o cristiano, la tua dignità e prendi parte alla natura Divina, non ritornare ad una condotta depravata, alla tua miseria antica»(22); e nelle parole di san Giovanni Crisostomo: «[L’Apostolo] afferma che se, essendo battezzato, non ti lasci guidare dallo Spirito, tu perdi la tua dignità con la quale fosti onorato e avesti il privilegio dell’adozione»(23).

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